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Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo

isis

di EVE ENSLER

“È permesso percuotere la schiava come [forma di] darb ta’deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta’dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto“.

Mi chiedo come facciano i burocrati dell’Is a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Interviene una squadra tutte le volte che una schiava viene picchiata, per controllare se c’è erezione? E come fanno poi a stabilire che cosa, con esattezza, l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere. E se si stabilisce che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, qual è la punizione per lui? Verrà costretto a restituire la schiava e a perdere il deposito, dovrà pagare una multa salata, o semplicemente pregare di più?

Penso alla facilità con cui si considera l’Is una mostruosa aberrazione, mentre in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’Is si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa di questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app, dove il sesso è un mezzo per reclutare. Le azioni e la rapida proliferazione dell’Is non nascono dal nulla. Sono il frutto di un’escalation legittimata da secoli di dilagante impunità della violenza sessuale. Questo mi fa venire in mente le Comfort women , le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale e detenute nelle comfort stations , per soddisfare le esigenze sessuali dei soldati al servizio del loro Paese. Le donne subivano anche settanta stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda.
Io penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione degli abusi sessuali ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Mi sembra di sentire i lamenti delle anime in pena di donne e bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal, e la lista si allunga. Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro. E penso a parole come “ri-violentata”, sostituita ormai da “ri-ri-riviolentata”.
Vedete, è come se stessi raccontando la stessa storia da vent’anni. Ci ho provato con i numeri, il distacco, la passione, le suppliche, la disperazione esistenziale, e anche ora, mentre scrivo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come l’Onu amplificano il problema nel momento in cui le forze di peacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.
Penso all’operazione Shock and Awe (“colpisci e terrorizza”) e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire “Stupra e decapita”. Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati, eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali tremila missili Tomahawk americani.
Penso al fondamentalismo religioso e a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome, a quante massacrate e assassinate. Penso al concetto di stupro come preghiera, alla “teologia dello stupro”, alla religione dello stupro. Questa pratica è una delle più diffuse religioni al mondo, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (i dati sono dell’Onu).
Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un siste- ma in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia.
Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i quindici e i vent’anni, che si sono arruolati nell’Is. In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo?
Penso a quello che mi ha detto la mia sorella attivista in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: «L’Is è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli». Mi chiedo, come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma? Come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso?
Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Da un lato sono consapevole che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo. Allo stesso tempo, so che in questo preciso istante tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti. E la razionalità, la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano: la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che l’Is, come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si avvicina lo scontro finale. È giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile devono fondersi in un’impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci.
Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali, che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne, e penso alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’Is sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse piene di ak47 cadano dal cielo sui villaggi, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita.
Così sono arrivata a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore. Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi. Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale, neoliberista, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi. Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile. Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia. Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi. Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro corpi gonfi dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte. Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?
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Articolo apparso su La Repubblica del 6/9/15, come presentazione del libro “Nel corpo del mondo”. L’autrice de “I monologhi della vagina”, che non indugia a considerarsi ancora “femminista”, ha sempre combattuto contro la violenza sulle donne e non si è mai arresa,nè dopo esser stata da piccola abusata dal padre, nè dopo la droga e il sesso come fuga, nè col tumore che da cinquantenne ha attaccato il suo utero.

La marcia delle donne e degli uomini scalzi

 

 

Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi“. Inizia così l’appello lanciato da alcuni personaggi dello spettacolo e della cultura a sostegno dei migranti. La marcia delle donne e degli uomini scalzi è l’invito a togliere le scarpe e a camminare per esprimere solidarietà verso chi “ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere”. L’appuntamento è fissato a Venezia  venerdì 11 settembre. La marcia partirà alle 17 da Piazza Santa Maria Elisabetta al Lido di Venezia e proseguirà fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.

I firmatari dell’appello invitano tutti ad aderire alla loro iniziativa, e a organizzare la stessa marcia anche in altre città italiane ed europee.  Spiegano che camminare scalzi è un modo per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali. Vogliono che ci sia certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature, che ci sia accoglienza degna e rispettosa per tutti, che vengano chiusi e smantellati tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti e che venga creato un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino. Perchè “dare accoglienza  a chi fugge dalla povertà – c’è scritto nell’appello – significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione delle ricchezze”.

E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare.
E’ vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo è sempre più complessa.
Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte.
Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi.
Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere.
E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo.
Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno.
Sono questi gli uomini scalzi del 21°secolo e noi stiamo con loro.
Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma è incivile e disumano non ascoltarle.

La Marcia degli Uomini Scalzi parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civiltà.
E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano. Non è pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie.
Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace.
Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti.
Dare accoglienza a chi fugge dalla povertà, significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione delle ricchezze.

(articolo tratto da Repubblica.it)

 

Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di rivedere il filmato che segue, realizzato poco meno di 25 anni fa, quando si era organizzata una marcia e una giornata di convivenza e di testimonianza reciproca tra partecipanti di Sorso e di Sennori. Essendo tra gli organizzatori, avevo preso la parola per sintetizzare il senso dell’iniziativa e  manifestare il sentimento che accomunava tutta quella gente che si era ritrovata lì quel giorno. Esprimevo il bisogno e desiderio di unità, di differenze che dovevano essere opportunità di crescita e non di divisione, di accoglienza reciproca. A ben guardare, concetti che è bene ribadire oggi più che mai, alla luce di queste migrazioni epocali alle quali è necessario dare risposte, rinunciando al nostro istintivo egoismo e sforzandosi di razionalizzare le troppe e spesso infondate paure verso il diverso e ciò che ancora non conosciamo. E’ con questo spirito che parteciperò idealmente alla Marcia di Venezia. (Piero Murineddu)

 


Maddalena e Angela, due cugine accomunate dal desiderio di una società non vendicativa verso chi ha sbagliato

 

srMaddalena

di Piero Murinddu

E’ possibile che in molti abbiano conosciuto o perlomeno sentito parlare della suora vincenziana Maddalena Fois. Io l’avevo contattata per telefono, con l’impegno di vederci quanto prima. La sua morte, avvenuta nello scorso aprile a seguito di una grave malattia, non ha permesso la reciproca conoscenza. Era nuorese di nascita, avvenuta nel 1941. Da giovanissima era stata attratta dallo spirito di servizio dei fondatori della sua comunità religiosa, Vincenzo De Paoli e Luisa De Marillac, due amici che negli anni a cavallo tra l’ultimo scorcio del 1500 e il 1600 si dedicarono ad alleviare le sofferenze dei più poveri nella Francia di allora.

Sempre impegnata a dare risposte concrete alle tante situazioni di bisogno e di emarginazione, suor Maddalena. Sensibile al mondo dei carcerati e sostenuto  la creazione nel 1996 dell’Associazione “Giovani in Cammino”, nel 2002, dopo un’iniziale esperimento di scuola d’intaglio del legno portato avanti in un garage in zona “Sacro Cuore” di Sassari e aver operato all’interno del locale carcere sassarese, fu avviata un’esperienza comunitaria di alternativa alla detenzione carceraria nella grande struttura che si trova sulla Strada Statale 200 litoranea per Castelsardo, in località “La Tonnara”, in stretta collaborazione con la Diocesi, proprietaria dell’immobile, da diverso tempo semi abbandonato e nel quale furono fatti opportuni interventi per renderlo nuovamente abitabile.

Nel tempo, fu costruito un capannone  per la falegnameria  e una porzione di terreno circostante venne impiantato ad orto. Pur tuttavia queste, insieme a qualche altra occasionale attività, non hanno mai permesso un’indipendenza economica alla casa, assicurata più che altro dalla sensibilità di privati e dalla Diocesi stessa.

Tra le sue mura hanno trovato ospitalità per periodi più o meno lunghi decine e decine di detenuti, beneficiari di pene alternative alla costrizione carceraria. La morte di suor Maddalena, anima e motore di un lungo e faticoso lavoro dove al centro veniva e continua ad essere posta la persona, ha causato un momentaneo sbandamento all’interno dell’associazione e nella casa comunitaria.

Una sua consorella, tra l’altro cugina e coetanea, si è offerta volontariamente per sostituirla nella conduzione della casa d’accoglienza nel territorio di Sorso.

Fino ai ieri, non avevo mai messo piede all’interno di quella che un tempo veniva chiamata “Casa del Fanciullo”. L’occasione mi è stata data dall’incontro casuale con un giovane residente. E’ così che, insieme a mia moglie, abbiamo conosciuto suor Angela Pedduzza, che a Nuoro abitava a pochi passi dalla casa della cugina Maddalena e che quasi per un obbligo morale ne ha voluto continuare l’opera. Da sempre anche questa donna ha sentito il bisogno ed il dovere di dare una mano per curare le ferite causate da questa società spesso egoista e violenta. Si è trovata a contribuire alla nascita e all’avvio della Casa Famiglia per malati di AIDS, voluta dall’Associazione “Mondo X Sardegna” del francescano Salvatore Morittu. La grande cortesia di questa donna ha svelato immediatamente il suo senso di accoglienza, mentre la sua spontaneità l’ha portata ad ammettere il bisogno di aiuto per portare avanti questa importante e civile esperienza di abbattimento delle barriere mentali che circondano il mondo dei carcerati. Durante la visita della grande e pulita casa, ci ha manifestato la delusione per la mancata accettazione da parte della Regione di un Progetto per l’allevamento di lumache previsto nel territorio di Valledoria, nei pressi della frazione “La Ciaccia”, in un terreno di proprietà della congregazione vincenziana.

Un’opportunità mancata per impegnare i detenuti in affidamento e avviare un’attività produttiva che avrebbe permesso di affrontare le spese, sia della casa e sia per la sussistenza degli ospiti. La piacevole e coinvolgente conversazione ci ha permesso di scoprire che l’apporto di chiunque voglia dare una mano, è atteso e fortemente desiderato. Qualunque tipo di aiuto, di ordine materiale ma non solo. Sarebbe utile qualcuno per dare una mano in cucina, per insegnare la coltivazione della terra, per riattivare la falegnameria già fornita dei macchinari necessari, per fare animazione diversificata con gli ospiti, eventualmente per accompagnarli per lo sbrigo di pratiche legate alla loro condizione di detenuti ed altro ancora.

E’ richiesta in pratica la presenza di persone di buona volontà, disposte a condividere la propria esperienza umana e culturale,convinte di avere ancora molto da apprendere, specialmente dal contatto con persone solitamente emarginate e guardate con diffidenza e che spesso sono ricche di potenzialità positive inespresse. Non per ultimo, persone che condividono l’idea che una società che si dice civile non può essere “vendicativa” nei confronti di chi ha sbagliato , ma ha il dovere di attivare concretamente tutti i meccanismi legali e sociali al fine di agevolarne il reinserimento in un contesto umano libero.

Riconoscere a chiunque il diritto ad una vita dignitosa

 sudan

 

di Piero Murineddu

Secondo me l’attuale Papa sta’ cercando di scardinare tutto quel sistema di potere che nella Chiesa Cattolica da troppo tempo sembrava eterno ed intoccabile, compreso quell’intreccio di privilegi dovuto all’appoggio dato al potere politico di turno, in virtù dell’influsso sulle coscienze individuali. Gia dalle primissime “stravaganze” di Bergoglio, all’interno stesso della Chiesa molte figure gerarchiche avevano iniziato a storcere il naso e tuttora continuano a farlo. Ma anche in mezzo al più vasto popolo cattolico, siano essi associazioni, preti, suore,comunità e individui, la diffidenza e le perplessità nei suoi confronti continuano a persistere, e questo nonostante gli apparenti apprezzamenti. Si vede specialmente al momento di seguirne le indicazioni. I bene, bravo, giusto arrivano da ogni dove, ma solitamente si continua imperterriti a pensare e agire come si è sempre fatto.

Poi ci sono quelli che la guerra gliela fanno senza troppi giri di parole, siano essi giornalistoni atei devoti alla Giuliano Ferrara & company, e siano politici che si presentano come custodi e difensori della sacra tradizione cattolica contro l’invasione dei mori, e lo sguaiato e rozzo Salvini in questo momento è uno dei maggiori rappresentanti. Guerra non direttamente contro il Papa argentino, la qual cosa sarebbe troppo compromettente, ma contro figure di cui si è voluto circondare, come il segretario della CEI Nunzio Galantino, il quale ha avuto la lodevole e coraggiosa “sfrontatezza” di affermare che sulla questione del continuo e drammatico esodo forzato per entrare in Europa, certa politicaglia ci marcia per scopi elettoralistici.

Secondo Salvini e compagnia arrogante, Galantino, oltre che essere isolato e persino inviso a buona parte dei vescovi, sarebbe addirittura “comunista”, come se questo termine fosse diventato la maggior offesa che si può fare a qualcuno, specialmente se vuole agire nel sociale. Ma ci pensate? Fino a non molto tempo fa se si volevano indicare atteggiamenti reazionari, intolleranti e padronali, gli si dava del “fascista”. Ora invece, se si vuole rinfacciare qualcuno che tenta di richiamare i diritti e il rispetto delle minoranze, oltre che un senso di giustizia il cui significato sta’ diventando sempre più vago e soggettivo, allora gli si da’ rabbiosamente del “comunista”. E’ incredibile, ma così gira il mondo. Prima i nostri bisogni, si dice, e poi, se ne rimane, quelli degli altri. Detta così sembrerebbe cosa sensata, ma in realtà nasconde un profondo egoismo e indifferenza verso il destino altrui, specialmente se non è dei nostri. In ogni caso, l’importante è che questi “altri” stiano da noi il più lontano possibile.

Il fatto è che questa posizione è largamente condivisa anche tra chi si definisce “cattolico”, termine che comporta inclusione e non esclusione, con la convinzione che Galantino in fondo se le cercata ed ha sicuramente esagerato. Ma come, non è stato proprio Gesù Cristo che ha parlato di accoglienza, di condivisione, di fraternità, del dovere di aiutare chi è nel bisogno? Che ha smascherato apertamente gli atteggiamenti ipocriti e che ha parlato di un amore fino a dare la vita per gli altri? Che ha insistito affinchè le ingiustizie venissero riconosciute e combattute? E non solamente quando non comporta rischio e non intacca interessi particolari a noi vicini, ma sempre e in ogni caso. Ma quanto ci siamo allontanati dal concretizzare questo stile di vita?

Io, nel mio piccolo, i miei riferimenti ideali continuo ad averceli, insieme allo sforzo di rimanere a loro fedele. Ho anche la capacità di distinguere i sepolcri imbiancati e la sconfinata ipocrisia nella quale siamo spesso immersi. In questa ipocrisia vi è specialmente chi, con l’apparente dedizione ad alleviare le sofferenze altrui, ha il principale obiettivo di far strada a se stessoStrumentalizzare il bisogno delle persone è la cosa più miserabile che un essere umano possa fare, e chi lo fa consapevolmente, non ha nessuna attenuante e nessunissima giustificazione.

Dico papale papale, e questa locuzione riferita all’attuale Papa è azzecattissima, che chi non è disposto a far partecipi gli altri (che sono in stato di necessità) dei mezzi di sussistenza che possiede, pochi o molti che siano, tradisce un doveroso impegno verso il prossimo. E qui non si tratta di fede religiosa, politica o ideologica, ma semplicemente di riconoscere ad ogni essere umano, qualsiasi esso sia, il diritto a condurre un’esistenza dignitosa. Difficoltà e privazioni ne abbiamo un po’ tutti, ma altri ne hanno ancora di più, molte di più. Una cosa è la povertà, un’altra è la miseria. Per chi ha una fede religiosa, c’è qualcuno che ha detto che più che essere credenti, bisogna essere credibili. Non so a voi, ma a me quest’affermazione mette parecchio in crisi.


Grigliata campestre e quel “Tira chi ti dira chi Ruseddu…….”

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di Piero Murineddu

Belle quelle serate estive dove ti trovi con gli amici per consumare una cena  in campagna, col fuoco acceso e tutti che si danno da fare per trascorrere insieme delle ore liete. Può succedere che, oltre essere l’occasione per rinsaldare antiche amicizie, servano anche per farne nascere di nuove. E’ quello che è avvenuto qualche settimana fa, in quella campagnetta che solitamente uso come mio rifugio e come luogo di ricarica fisica, psichica e spirituale. Gente motivata da forti ideali o di questi in ricerca,che, soliti ritrovarsi regolarmente per parlare agli altri ciascuno della propria vita, ogni tanto sentono il bisogno di fare allegra convivialità, aiutata dalla larga griglia  sulla quale cuociono lentamente delle grosse bistecche e dell’ottimo pesce al cartoccio. Personalmente avrei preferito verdure, ma ogni tanto a qualche compromesso bisogna pur scendere quando si sta’ con gli altri. Ed è così che mentre l’esperto elettricista, arrivato con la sua officina ambulante si dava da fare per creare un’adeguata illuminazione, un altro gruppo non si è fatto pregare a prendere le bocce in mano e buttarsi in una combattuta sfida. Un gruppo di donne non si è fatto scrupolo di prendere una panchina e spostarla poco lontano per meglio raccontarsi le loro cose. Altri si sono attivati per ingrandire il tavolo e  permettere così a tutti i presenti di stare seduti comodamente. I più generosi (almeno in questa occasione) si son dati da fare per avviare il fuoco e preparare quanto programmato. Insomma, ognuno  di sua iniziativa ha fatto tranquillamente la sua parte, senza pretendere che altri lasciassero quello a cui in quel momento desideravano dedicarsi. In quest’atmosfera di accoglienza reciproca e di non sguaiato stare insieme, la maggior parte del tempo l’ho trascorso con Paolo, pensionato dopo 35 anni di lavoro all’INPS e grande appassionato di pesca e di mare. Le cose che mi ha raccontato, stimolato dal mio interesse e dalle mie domande, sono state tante, ma di una in particolare voglio farvi partecipi, risalente addirittura ai primi anni di scuola al “Porcellana”, istituto elementare sassarese. Avete presente il “ tira chi ti dira Ruseddu…..”, legato alla leggenda che i sorsesi mattacchioni avrebbero preteso addirittura di portarsi via a Sorso la famosa fontana, trascinandola con delle corde? Ebbene, Paolo dice che il suo maestro Costantino Poddighe, di cui conserva un bellissimo ricordo, in occasione di una ricerca scolastica aveva indicato ai suoi alunni una versione più verosimile della questione. Nelle campagne sorsesi si produceva la canapa, utilizzata per la costruzione di corde. Giornalmente ci si recava a Sassari per vendere il prodotto del proprio lavoro. Trovandosi la spianata dove sorge la fontana di Rosello proprio all’entrata della città, prima di recarsi al mercato dove le corde venivano vendute non a peso  ma bensì a metraggio, gli accorti e furbi sussinchi le legavano proprio alla fontana per tirarle con forza e poterle così allungare il più possibile.

Che dire, a me questa versione sembra più realistica. Vabbè che in molte occasioni i romangini  “di sotto”  hanno dato prova di stravagante “pazzia”, che a ben guardare pùò essere segno di particolare acume e di spirito libertario indomabile, ma questa storiella che volessero trascinarsi dietro il fontanone di Ruseddu può svelare più che altro la stupidità di chi l’ha messa in giro e continua a perpetuarla come veritiera. Grazie Paolo.

Dopo il gradito pasto e nonostante le resistenze iniziali, alla fine le chitarre, riuscitele ad accordare con molta difficoltà, sono venute fuori e, seppur con intonazioni molto approssimative e con un coro fatto di molte, ma molte voci “dispari”, il repertorio anni 60-70 è stato dignitosamente rivisitato. Qualcuno ha richiesto anche quella canzone sassarese che parla di quella fantasiosa storiellina dei sorsesi che volevano portasi via la fontana di Ruseddu, ma proprio non ne conoscevo gli accordi.

nota a piè di pagina

L’indomani, nonostante  le numerosissime sigarette fumazzate da buona parte dei presenti, per terra non ho trovato neanche uno schifoso mozziconcello. Bene. Anche per questo motivo, se si avanza la richiesta, un’altra cena prima dei rigori invernali si può ancora fare.

 

A.P.D. del 23 Agosto 2015: Senso civico? E cos’è?!

 

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di Piero Murineddu

Il decoro di regioni come il Trentino Alto Adige è garantito senza dover ricorrere a provvedimenti sindacali eccezionali. La vicenda dell’articolo si riferisce a Orosei, sulla costa orientale sarda, ma purtroppo la situazione non cambia altrove, e in estate la cosa è più visibile un po’ dappertutto. Cunette sporche con erbacce e sterpi non tagliati, piazzole con buste piene di tutto, giardini e piazze cittadine imbrattate, aree verdi sporche e non curate. Ovunque ti giri, il degrado impera. Danno all’immagine, all’ambiente e sopratutto, all’intelligenza.

Per la mia Amachina Piccolina Domenicale estiva, per la quale lo ricordo, ho preso lo spunto da quella più famosa “Amaca” dell’ottimo Michele Serra,quest’oggi mi servo di questo articoletto trovato su L’Unione di ieri. Sempre ieri, insieme all’intera famiglia, evento raro considerata la maggiore età dei due figli, ci siamo recati nel pomeriggio a Lu Bagnu, frazione poco prima di arrivare a Castelsardo, dove si trovano alcune discese a mare niente male, una delle quali per diverse occasioni è stata insignita della famosa Bandiera Blu per la bellezza e i servizi a disposizione dei bagnanti. Si, c’è anche quel baretto sulla spiaggia che coi suoi numerosi decibel musicali sparati non manca di rompere i coglioni a chi se ne vuole stare in pace, ma questo andazzo sembra che sia molto diffuso, svelando l’imbecillità dilagante. Non siamo stati però in quella spiaggia, ma in quell’altra che per raggiungerla bisogna scendere (e risalire) diverse decine di scalini. Spiaggia e specialmente roccia, proprio come piace a me. Una bella roccia mi ha creato quel piacevole fresco che mi ha permesso di distendermi e dedicarmi all’attività che prediligo, quello della lettura. Poco prima, mi son dovuto dar da fare per raccogliere le varie e maledette cicche conficcate un po’ ovunque nei due metri di spazio che occupavo. Parlavo dell’imbecillità. Appunto. Benissimo e necessarie le campagne di sensibilizzazione, ma ormai se non c’è la paura della sanzione pecuniaria, mi stò rassegnando a credere che gli imbecilli continueranno imperterriti ad essere tali, e naturalmente quando non sono visti, potendo così esprimere l’intero potenziale di stupida vigliaccheria di cui son capaci. E poi le nostre strade cittadine, specialmente i luoghi diventati punti di ritrovo dei nostri giovanotelli, buona parte dei quali si fa una pugnettina col senso civico, di cui non conoscono manco il significato. Spesso la mattina aspetto l’autobus per Sassari nei pressi della Stazione Ferroviaria di Sorso. I minuti di attesa mi servono per contemplare il posto e poter iniziare così di buon umore la giornata. Cingomme spiaccicate ovunque nei marciapiedi, il piccolo giardinetto pieno di cartoni di pizza, bottiglie vuote, cartacce e cicche in ogni dove, la seduta di quelle due panchine sporche, spesso resti di cibo tornati fuori dallo stomaco.

Due esempi, che da soli sarebbero sufficienti per prendere la decisione di vendere i pochi averi posseduti, fare i bagagli e partirsene con la mugliera,trascinando naturalmente anche la suocera contro la sua volontà, in Trentino Alto Adige, che intanto i figli sono in età di arrangiarsi. E no, questo non si può. Il lavoro, qui siamo cresciuti, abbiamo i nostri affetti e bla bla bla. Seppur a denti stretti, dobbiamo continuare a credere che con la sensibilizzazione le cose potranno migliorare……..potranno. Buona  domenica

 

 

“Da quando sei arrivato,sii felice,sei al sicuro, uomo molto probo (qui) sopraggiunto”

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 di Piero Murineddu

 

Giancarlo Pinna.Sicuramente un personaggio poliedrico e pieno di risorse questo giovanotto quasi settantenne, algherese di nascita e portotorrese di adozione. Non c’è  ambito della vita sociale, politica e culturale della città portuale che non attragga il suo interesse,e il più delle volte il suo apporto è propositivo e costruttivo. Tra le tante attività, attraverso il personaggio del Balai Lama, ha animato un ciclo di meditazioni di stampo spirituale, sull’amore, la giustizia e la pace. Prima che una patologia lo costringesse a servirsi di una carrozzina per invalidi, lo si poteva vedere in giro spesso di bianco vestito e con un copricapo tipico sardo, che inevitabilmente attirava l’attenzione specialmente di chi non conosce la positiva e stimolante stravaganza del particolare personaggio. Amante della musica, non ha fatto mai mancare la sua vis polemica in tanti convegni sulla lingua, l’archeologia e l’uso e valorizzazione dei beni culturali di cui Porto Torres è ricca. Non ha mancato neanche di prestarsi a rievocare fatti e personaggi storici. Ha avuto un ruolo importante nella trasformazione dell’Asinara da carcere a Parco Naturale, e non manca di far sentire la sua voce  ogni qualvolta si sente nell’aria l’intenzione di tornare  indietro. Per la sua ricca padronanza della parola, è stato e tuttora è portavoce di alcuni organismi culturali.

Per chi fosse interessato, Giancarlo ha un suo sito internet

http://giancarlopinna.altervista.org/html/home.htm

 

Negli ultimi tempi, nella pagina delle lettere de La Nuova Sardegna, spesso si leggono i suoi interventi, sempre puntuali e con cognizione di causa.

Quella che segue è dei giorni scorsi.

 

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Uomo di pace Giancarlo, col suo chiaro invito ad accogliere come graditi ospiti il gruppo di eritrei profughi che a Porto Torres hanno trovato alloggio, provvisorio o meno che sia. Generalmente, il tipo di accoglienza che lui suggerisce si riserva ai turisti in arrivo con le grosse navi nei mesi estivi, con l’intento mica tanto nascosto di arruffianarseli e magari portarli a decidere di fermarsi a Porto Torres per spendere i loro soldini. Per carità, azione lecita e sopratutto comprensibile, vista la continua crisi economica che patisce questa ex città industriale, che oggi, a distanza dalla dismissione degli impianti petrolchimici, più che benefici, ha lasciato danni al territorio e alla salute dei cittadini. Giancarlo stimola  i suoi concittadini e le istituzioni affinchè questa volta manifestino la loro tradizionale ospitalità non per averne indietro un tornaconto, almeno immediato, ma per comunicare a questa gente costretta ad allontanarsi dalle loro terre  insanguinate e a continuo rischio, che  la loro vita ha valore e che son portatori di valori che noi è ormai da molto che abbiamo messo da parte, presumendo di aver raggiunto un alto livello di civiltà e un benessere economico, spesso a discapito proprio di queste popolazioni che oggi approdano nei nostri porti nei modi drammatici che sappiamo.

Comunicazione? E famolo strano,dai…

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Sembra che ormai l’automazione stia  sostituendo l’azione diretta dell’uomo in tutti gli ambiti, e a ciò non di rado conseguono  aspetti non tanto positivi, specialmente per quanto concerne la qualità dei rapporti umani. Seppur non direttamente, l’argomento è affrontato da Nanni Delbecchi nel suo articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano di lunedì 17 agosto, dove si parla dell’uso del telefono.

WhatsApp, posta elettronica, sms….. Mezzi che hanno rivoluzionato il nostro rapportarci col mondo circostante, stravolgendone i tradizionali e consolidati modi. Con un minuto di conversazione telefonica, “la comunicazione ritrova quel fattore umano che la rete combatte in modo subdolo quanto scientifico”. Possiamo essere di buono o di cattivo umore, in un momento di apertura verso il mondo intero o di momentanea chiusura, completamente rinchiusi nel nostro intimo più impenetrabile. In quel momento senti lo squillo del telefonino. Leggi il nome e decidi se rispondere o meno. Se rispondi in ogni caso, è evidente che non hai alcun timore di farti sorprendere dall’interlocutore così come sei in quel momento, simpatico o meno simpatico, facile alla parola o in difficoltà a mettere insieme un concetto sensato. Man mano che ci stiamo circondando dall’elettronica, sembra quasi che questa “disponibilità” continua la stiamo sempre più perdendo. Decidiamo noi quando entrare in contatto o meno. Il rispondere al telefono fisso senza display diventa ancor più problematico, non sapendo chi c’è dall’altro capo. Mi chiedo se questi nuovi mezzi stiano agevolando o complicando la comunicazione. Sicuramente la scrittura, specialmente se non è di getto, permette maggior riflessione e può esprimere meglio il nostro pensiero. D’altra parte, però, preclude quello scambio di vibrazioni, sguardi, espressioni, silenzi, atteggiamenti. Componenti questi che arricchiscono la comunicazione interpersonale. Ci si può scrivere, ed anche tanto, ma se non c’è l’intenzione di entrare in relazione con l’altro, c’è il rischio che il silenzio accresca ulteriormente il fossato che divide.Altra cosa è  quell’altro tipo di silenzio, spesso assai  comunicativo, che ci può essere tra individui con ideali, aspirazioni, sentimenti e sensibilità comuni. Difficile ma non impossibile da sperimentare e realizzare.

Quindi, rinunciare ogni tanto a qualche sms o email e  usare il telefono, se proprio vi sono impedimenti per incontrarsi di persona. Aiuterebbe sicuramente ad entrare meglio in relazione. Poi, magari, ognuno per la sua strada. Ma intanto non si è persa un’opportunità per crescere e per edificare ponti comunicativi.

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Nei loro panni, noi faremmo lo stesso

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di Fabio Marcelli

L’emigrazione che porta masse innumerevoli e crescenti di persone ad abbandonare situazioni invivibili per effetto di conflitti,persecuzioni politiche, razziali e religiose, devastazioni ambientali, siccità, epidemie, crisi economiche, ecc., costituisce, prima ancora di ogni valutazione giuridica, una necessità oggettiva e incomprimibile, espressione di un legittimo desiderio di sopravvivenza delle persone coinvolte. Noi, nei loro panni, faremmo lo stesso, in assenza di alternative praticabili.

Questa semplice premessa vanifica tutte le politiche che si oppongono alle migrazioni. Esse fanno leva sulle paure del cittadino comune, bistrattato per conto suo da governi e potere economico, additandogli un facile bersaglio. E’ la politica di coloro che, incapaci o comunque lungi dal lottare per imporre gli interessi popolari, si accontentano di dire alla gente che se stanno male è per colpa dei “clandestini” e dei Rom.

Scendendo sul piano più prettamente giuridico, l’accoglienza costituisce in vari casi un dovere anche da questo punto di vista. Pensiamo alla situazione dei richiedenti asilo, di cui la Convenzione di Ginevra del 1951 nel combinato disposto con il Protocollo di New York del 1967,  impone l’accoglimento, qualora fuggano una persecuzione per “motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”.

La fonte appena citata impone in questi casi agli Stati di accoglienza di concedere ai rifugiati un certo trattamento che non deve essere inferiore a quello più favorevole applicato ai cittadini di un Paese straniero. In realtà, a moltissime persone che si trovano in queste condizioni non è concesso il diritto di richiedere asilo. Fuggendo da guerre e persecuzioni devono rivolgersi a organizzazioni criminali che lucrano notevoli profitti e ne provocano in vari casi la morte. Lo scafismo è l’altra faccia del salvinismo e dell’ipocrisia dell’Unione Europea, dato che l’apertura di canali legali di afflusso dei richiedenti asilo, cui costoro si oppongono, farebbe venir meno la fonte degli illeciti profitti delle bande criminali impegnate nel traffico dei migranti.

Fa quindi bene la Chiesa Cattolica  a condannare i “piazzisti di fanfaronate da osteria, chiacchiere da bar che rilanciate dai media rischiano di provocare conflitti” nonché a prendersela con un governo anch’esso fanfarone e sostanzialmente assente e inadempiente, nonostante il valido impegno di tanti funzionari, militari e appartenenti alle forze dell’ordine. Ci si aspetta però dalla Chiesa di Papa Francesco un impegno ancora maggiore mettendo a disposizione di migranti e senzatetto tutte le proprie ingenti proprietà disseminate sul territorio. In mancanza, il governo dovrebbe procedere alla confisca di tutti gli immobili sfitti siano essi di proprietà ecclesiastica o di banche e società, salvaguardando solo i piccoli proprietari, per metterli a disposizione dei bisogni insoddisfatti dei migranti e dei cittadini italiani a loro volta assoggettati a un crescente e intollerabile impoverimento.

Su questi ed altri elementi abbiamo svolto  il progetto FEI (Fondo europeo di integrazione) “Partecipare per integrarsi”, analisi delle migliori pratiche italiane ed europee in materia di housing sociale, mobilità lavorativa e ricongiungimento familiare, condotta dall’ISGI-CNR in collaborazione con ARCI (capofila), ACLI e Patronato ACLI, che presenteremo il 22 settembre a Roma e il 9 ottobre a Napoli.

Sulla solidarietà e l’accoglienza nei confronti di migranti e richiedenti asilo, premesse di una proficua integrazione, si giocano non solo i destini di centinaia di migliaia di persone in lotta per la loro sopravvivenza e per una vita degna, ma l’avvenire stesso di ordinamenti come quello italiano e quello europeo che devono dimostrare nei fatti di poter realizzare quei valori di dignità umana cui proclamano di ispirarsi ma che purtroppo invece calpestano ogni giorno.

 

Il “Ministero della Paura”

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di Piero Murineddu

Paura. Su questo stato emotivo, sperimentato da ogni essere animale, si potrebbe parlare lungamente e da diverse angolazioni. Negli animali è legato esclusivamente all’istinto di sopravvivenza, mentre negli esseri umani la cosa si fa un tantino più complessa. Si può riferire ad una condizione legata al presente o, forse più spesso, che riguarda il futuro. Anche senza aver fatto studi approfonditi, ne sperimentiamo i vari livelli,che vanno da un semplice timore,apprensione, preoccupazione,  inquietudine o  esitazione davanti alle normalissime situazioni quotidiane che ci troviamo a vivere. In altri casi, che possono arrivare ad un livello patologico, si parla d’ansia, di terrore, di fobia o di panico.  Per le condizioni di vita individuali, possiamo vivere uno o più di questi stati emotivi. A livello collettivo, può evidenziare un momento storico particolare, e conseguentemente, portare a comportamenti comuni. Generalmente, si può affermare che ciò che non si conosce provoca paura, con le sue varie declinazioni. Va da se che la volontà e l’impegno per conoscere e capire, potrebbe far superare questo stato che proprio piacere non fa. In questo momento non è mia intenzione fare alcun esempio. Ognuno può trovare applicazione nei diversi ambiti della vita personale, sociale e mondiale.

 

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Una delle ultime sere, mi ha colpito molto un personaggio, il “Ministro della Paura”, presentato dal grande Antonio Albanese all’interno di un suo spettacolo. Come sempre, questo poliedrico attore mi diverte tantissimo, e tantissimo mi fa anche pensare, come in questo caso. La Paura istituzionalizzata per mantenere un equilibrio, tra individui e tra società.Difficile distinguerne i confini tra finzione spettacolizzata e realtà.

Di seguito ve ne riporto la primissima parte, seguita dall’intero spezzone teatrale.

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“Io sono il Ministro della Paura, e come ben sapete senza la paura non si vive.

Senza la paura della fame e della sete non si vive.
Senza la paura della famiglia e della scuola non si vive.
 
Senza la paura di Dio e della sua barba bianca non si vive.
 
Una società senza paura è come una casa senza fondamenta, per questo io ci sarò sempre.
 
Nel mio ufficio bianco, con la mia scrivania bianca di fronte al mio poster bianco……
Aaahhh…porca troia, che paura!
 
Ci sarò sempre coi miei attrezzi da lavoro, con la mia pulsanteria: pulsante giallo, pulsante arancione e pulsante rosso.
Rispettivamente poca paura,abbastanza paura, paurissima.
 
E seguendo correttamente questo stato d’animo, io aiuto il mondo a mantenere l’ordine.
 
Senza di me le guerre scoppierebbero inutilmente. Le epidemie non avrebbero senso.
Le bombe esploderebbero senza nessun vantaggio sociale.

Io trasformo la paura in ordine, e l’ordine è il cardine di ogni società rispettabile.
 
Io le paure le plasmo, le elaboro, le impasto e poi ve le trasmetto……………