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Non è per dire, ma quel sali&scendi mi ha sfiancato

Chissàcomechissàperchèperupepè

 

di Piero Murineddu

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Viaggiare coi mezzi pubblici è comodo e poco dispendioso. Se lo si facesse in tanti, sicuramente l’aria sarebbe meno inquinata e in giro ci sarebbe meno stress,meno nervosismo e forse ci si saluterebbe di più.

Il fatto è, che quando al rientro dal lavoro, intorno alle due di pomeriggio d’estate, devi percorrere la strada per casa in salita, la cosa si fa leggermente pesantina. E infatti, quando sono a metà circa di via Europa (stò parlando di Sorso, il solito paesotto allegretto e spensierato etc etc…dove ho avuto l’avventurasventura di nascere e vivere), mi viene da pensare “ma per quale zozzo miseriaccio motivo non fanno una bella scala mobile per i vecchietti come me, sulla soglia del pensionamento?”

Ma al solito mi devo rassegnare, fare una piccola pausetta, e proseguire a schiena curva verso casa, tinendimi bè li gùmmari.

All’incrocio – menomaleperò – costeggiante il famoso  e mostruoso edificio dove vi lavora mezza Cina, mi consola il fresco prodotto da quelle verdi e rigogliose magnolie coloratissime ( e velenosissime per gli animali e per i cristiani). Il fatto è – miseriacciarizozza – che percorrendo gli ultimi cento metri che mi separano dall’agognatadesiderata pastasciutta del mezzodì, devo fare sali&scendi dal marciapiede perchè le sviluppate fronde ne impediscono il passaggio.

La cosa si ripete ormai da quel dì, per cui mi chiedo, e questa volta fuori dalle buffunature:

ma a Sorso i cittadini sono tutti uguali, nel senso che indistintamente si hanno   diritti e doveri da rispettare, oppure qualcuno è più uguale degli altri?

Qualcuno non riesce a capire il perchè di questa mia domanda? Subito chiarito, allora:

perchè non s’impone al proprietario (del famoso e mostruoso edificio etc etc….) di lasciare libero dalle fronde il pubblico marciapiede, oggi, domani, posdomani e sempre?

Passi che a suo tempo si è permessa simile obbrobriosa costruzione, chissàcomechissàperchèperupepè;

passi che sia stato permesso di costruirvi sopra appartamenti che personalmente non vorrei neanche a gratisi, chissàcomechissàperchèperupepè;

passi che si è impedito la nascita di un bellissimo parco centrale,chissàcomechissàperchèperupepè;

passi che i mostri meccanici, scavandoscavandoeancorascavando, per mesi  e mesi avevano messo a dura prova il sistema nervoso di noialtri che già abitavamo tutt’intorno, una quindicina di anni orsono,chissàcomechissàperchèperupepè;

passi che dedicando tale via a quel povero carabiniere trentenne caduto in un conflitto a fuoco coi banditi gli si è disonorata quasi la memoria,chissàcomechissàperchèperupepè……….

ma che rincasando ogni giorno intorno alle due pomeridiane d’estate debba fare su&giu dal marciapiede…. no eee… questo proprio non lo sopporto,

          porcaccialamiseriazozzona !!!!

 

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BENE COMUNE “GOVERNATO” DA TUTTI? Eia…..sisi…..

Breve premessa con proposta

di Piero Murineddu

 

REGOLAMENTO COMUNALE PER LA PARTECIPAZIONE NEL GOVERNO E NELLA CURA DEI BENI COMUNI”

Si, avete letto bene. In altri termini, i cittadini che partecipano al governo della Cosa  di loro proprietà. Eia,finalmente loro a governare ciò che a loro appartiene.E quanto leggerete in fondo all’articolo che segue, sempre che abbiate la buona ed intelligente volontà di leggerlo fino alla fine. Questo succede a Chieri, cittadina micapiccola piemontese posta a ridosso delle colline torinesi. Tra qualche settimana, precisamente dal 9 al 12 luglio, ci sarà il “Festival Internazionale dei Beni Comuni“, tre giorni di dibattiti e proposte a cui parteciperanno anche personaggi di rilievo della vita pubblica non solo italiana.

Purtroppo vorrei partecipare con tutto il cuore e frattaglie varie, ma purtroppo non posso. Faccio comunque una piccola proposta, indirizzata più che altro ai miei vicini conterranei sardignoli, più precisamente sussinchi, sinnaresi e porthuddorresi anche: io, se qualche amministratore delle nostre parti è disposto a parteciparvi e ad impegnarsi a realizzare qui le cose che sentirà, sono disposto a pagargli il caffè dei tre giorni del festival. Qui lo dico e non lo nego. Qualcun’altro potrebbe pagargli il caffelatte e la pastina, i biglietti degli autobus, il giornale, l’entrata al museo, il menù economico a pranzo e la pizzetta a cena, la birrettina e il pacchetto di caramelle alla menta…. Lo finanziamo noialtri, insomma. Però alla condizione che ho su detto. Se invece lui va, e al suo rientro in Sardegna dice che in Romangia tale cosa non si può attuare per la diversità delle  condizioni socialieconomiche&storiche e blaterazione varia, lo invitiamo a venire nella pubblica piazza e lo bersagliamo di grassi scarrascioni maschili e gentili sputelli femminili, facendogli pesare tutto il nostro sdegno a  vergogna per  essere guidati da siffatti politici sifaperdire. C’è ancora tempo. Chi ci stà, lanci un un sonoro ruttone maschile o un delicato e gentile ruttino femminile. Ma comunque sia, e qui è il siculo novantenne Camilleri ad insegnarmelo, chi non è d’accordo con le mie “stravaganze mentali” , si faccia liberamente le sue, con buona pace di tutti. E così sia

 

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                       IL BENE COMUNE QUESTO SCONOSCIUTO

di Piergiorgio Tenani

Questa riflessione nasce dalle nostre esperienze e da scritti ed azioni di tanti che in Italia e nel mondo si impegnano da sempre per rendere il nostro vivere una continua ricerca del Bene Comune. Cosa hanno in comune l’acqua potabile, una foresta, una piazza, con la salute dei cittadini o i flussi di conoscenza che scorrono nella rete, oppure con la salute e la democrazia?

La risposta è che in tutti casi si tratta di “beni comuni”,vale a dire beni che non appartengono né possono diventare proprietà esclusiva del singolo o dello Stato e proprio per questo non possono essere oggetto di mercificazione.

L’acqua non può essere privatizzata perché, come l’aria, è condizione essenziale del diritto alla vita; la piazza perché costituisce luogo di incontro e di socializzazione per chiunque in qual momento vi sosti, l’informazione perché è strumento irrinunciabile di sviluppo dell’intero genere umano e così via. Il Bene Comune è ciò che offre in termini di qualità della vita un vantaggio a tutti: la sua caratteristica intrinseca è quella di esseremezzo/strumento essenziale alla sussistenza/convivenza, senza essere merce.

Parliamo di beni in comune, in condivisione, “cose ” necessarie per vivere… cose che, non potendo vivere da soli, si manifestano come necessarie per vivere con altri, viveretra altri, cose necessarie a convivere (vivere con, tra; ma anche prima e dopo, fino all’inter/transgenerazionale che, fra l’altro, è insito nel concetto di sostenibilità).

Per beni comuni si intendono quelli naturali/materiali, locali o globali, ricevuti in eredità e da conservare per le future generazioni –ambiente, paesaggio, acqua, aria, terra, territorio, oceani ma anche il linguaggio e i saperi, il lavoro –quelli sociali, intesi come servizi costruiti dagli uomini come la sanità e il socio assistenziale, le infrastrutture, la salute. che assicurano il bene comune cioè il benessere della comunità.

I Beni Comuni sono anche cose immateriali, come le relazioni, la fiducia, i sistemi sociali, la democrazia, la partecipazione, la cultura, l’istruzione, la sicurezza e la pace, la giustizia.

il problema originario dei beni comuni era quello di stabilire delle regole che permettessero l’uso tendenzialmente universale della risorsa prevenendone l’esaurimento; con il tempo, il concetto si è allargato, e con esso gli obblighi che derivano dall’uso dei beni comuni:

– la prevenzione dell’esaurimento della risorsa;

– il mantenimento della qualità originaria;

– il mantenimento – o addirittura l’incremento – della disponibilità della  risorsa, stante l’incremento demografico e dei consumi;

– l’accesso universale;

– la difesa della proprietà comune del bene;

– Il recupero del controllo democratico sulla loro destinazione d’uso e gestione.

Un bene comune richiede, più che il rispetto della legge che esprime l’interesse generale, l’impegno di ciascuno come condizione di mantenimento e valorizzazione del bene comune stesso.

Una vita umanamente degna e un vivere insieme costruttivo sono un diritto universale e un dovere collettivo. Da qui deriva l’inevitabilità della responsabilità e della cura, anche individuale, di tutti i beni e servizi essenziali e insostituibili alla vita. La questione è di passare dal concepire un patrimonio personale, da tramandare alla propria discendenza, ad un patrimonio collettivo, comune,territoriale, partecipando alla sua cura e manutenzione affinché si mantenga e possa essere tramandato a tutti. La scelta del bene comune presuppone una auto responsabilizzazione delle persone, che decidono di voler essere protagoniste nella costruzione della comunità locale in una visione globale. Il bene comune vive e migliora con azioni quotidiane alla nostra portata, con nuove interpretazioni dei nostri ruoli contemporanei di individui, genitori/coniugi/figli, lavoratori, abitanti, automobilisti, turisti, amministratori, imprenditori, cittadini, ecc. A ognuno di noi decidere cosa è un bene comune per noi e quale impegno vogliamo dare per preservarlo e mantenerlo a disposizione di tutti in una visione NON parziale ed interessata ma in una visione del mondo ecologica, fondata sulla comunità, su olismo e una dimensione altamente qualitativa, dove la sopravvivenza individuale è legata al rapporto con gli altri, con la comunità, con la terra, con l’ambiente. È importante anche che le organizzazioni ed i cittadini impegnati in una fattiva operazione di cittadinanza attiva vengano valorizzati e si valorizzino grazie a questi percorsi.

A Chieri, anche grazie alle possibilità aperte alla popolazione grazie all’approvazione del “REGOLAMENTO COMUNALE PER LA PARTECIPAZIONE NEL GOVERNO E NELLA CURA DEI BENI COMUNI” sono diversi mesi che cittadini ed associazioni hanno cominciato a chiedersi come sia possibile riappropriarsi e fare rivivere alcune parti della città, ad esempio l’ex fabbrica Tabasso.

Abbiamo iniziato a cercare di capire sia come usare questo in funzione del bene comune sia come valorizzare quanto già molti fanno in città nell’ottica dei beni comuni con l’intenzione di armonizzare, condividere ed estendere ancora di più l’azione dei singoli e dei gruppi.

Una ulteriore occasione di approfondimento e riflessione sarà costituita da “AREAFESTIVAL INTERNAZIONALE DEI BENI COMUNI”, dal 9 al 12 luglio, una manifestazione culturale promossa dalla Città di Chieri, per promuovere un modello di collaborazione nuovo tra cittadinanza e amministrazione pubblica per la partecipazione al governo e alla cura dei Beni Comuni.

Il festival è nato quale luogo aperto per discutere, confrontarsi, condividere esperienze, tessere relazioni costruttive, capire insieme quali, cosa e chi sono i beni comuni, partendo dal territorio locale per passare progressivamente alla scala nazionale e giungere fino all’ambito internazionale.

Tutte le informazioni ed il programma sono visibili su http://www.festivalbenicomuni.it.

Sii il cambiamento che vuoi vedere attorno a te

 

Articolo trattto da “c.d.b. informa” – Foglio d’informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri -n° 61 –  giugno 2015

 

 

 

 

 

Un fugacissimo e piacevolissimo incontro domenicale con LUCIANO ASARA

 

LUCIANO ASARA

 

di Piero Murineddu

Rientrando a casa a fine mattinata, dopo aver gustato un decaffeinato davanti al mare insieme ai miei amici ultranovantenni Albino e Salvatore, vedo sfrecciare sul marciapiede con la sua motoretta da invalido lo spericolato Luciano. Prontamente risponde al mio invito a fermare il suo trabiccolo per chiacchierare un po’.

L’incontro sembrerebbe casuale ma non più di tanto, e infatti Luciano, spesso insieme ai suoi  compagni  d’avventura(sventura?) motorizzati, lo si vede per le strade di Sorso che se la passeggia più o meno allegramente. Si tratta solo di volersi fermare per parlocchiare. E così è stato quest’oggi.

Mi chiede subito se ho già visto il filmato che qualcuno ha caricato su youtube, realizzato nel lontano 2001 a Biancareddu per una festa di beneficenza, in cui la sua potente voce è egregiamente accompagnata dai bravi Giuseppe Cubeddu, fisarmonicista di Ossi, e Tore Matzau, chitarrista sennorese. “Che mangiata quella sera! –  mi dice – pecora in capotto e gnocchi alla sarda che non ti dico“. Chissà quanto vino hai anche bevazzato, gli domando maliziosamente. “ Ma gosa – risponde lui – biggu eba da gandu soggu naddu”. “M’ammentu la sgiaradda di barzelletti ghi aggiu raccuntaddu la sèra. Sinnò ghiss’altrha vostha ghi soggu sthaddu da mezzanotti fin’a li zincu di manzanu sempri raccontendi barzelletti….una fatt’a l’altrha…”

Luciano, che il prossimo 20 agosto compie la bellezza di 62 anni, ha fatto il macellaio fino al 2000, attività che per problemi cardiaci ha dovuto lasciare. Tuttavia, per continuare a vivere, non si è allontanato di molto dall’ambiente delle bestie ammazzate per saziare gli stomaci umani. Ha infatti continuato a fare l’esattore per conto della Sarda Alimentari Carni almeno per quattro o cinque anni. Ricoverato per qualche problemuccio renale, poco prima della dimissione viene colpito da un ictus che gli paralizza la parte sinistra del corpo. Lunghi e sofferti mesi di riabilitazione, combattendo nel contempo anche la solita e immancabile depressione, in agguato come spesso accade, specialmente quando la tua vita è colpita da eventi che te la stravolgono. Grazie a tanti fattori e sicuramente a persone che non gli hanno fatto mancare il loro aiuto e il loro affetto, oggi Luciano è riuscito ad accettare la sua condizione di disabile, e – mi dice lui – d’ugna manzanu soggu cuntentu di pudè  aibrì l’occi. La vita, quella grande e strana cosa che  solitamente si dà per scontata e si inizia  a capirne il valore quando la si sente scivolar via dalle proprie dita. Così per me come credo per tutti. Mi dice Luciano che sicuramente il suo carattere lo ha aiutato tantissimo per riprendere a vivere, e tutti quelli che giornalmente lo incontrano, senza dubbio confermano.

Non ho mai frequentato Luciano. In qualche occasione l’avevo sentito cantare, e le sue doti vocali mi avevano sempre impressionato. Suo babbo Francesco, contadino come molti dei nostri padri, era cantadore alla sarda, e chissà quante volte si son trovati col mio di babbo, Antonino di nome e contadino e cantadore pure lui. Il cantare in “Re” è stata sempre la sua predilezione.  A differenza dei loro due figlioli Luciano e Piero entrambi astemi, chissà quanto se ne son bevuto di quello buono nei buttighini della Sorso che fu!

Luciano, cantante all’italiana, cantadore alla sarda e alla sassaresa e, sopratutto barzellettaro. Bisogna che mi fermi più spesso con lui, per farmi venire il buon’umore con il suo vastissimo repertorio di barzellette, compresa qualcuna leggermente zozzoncella.

Godetevi la sua voce in questo filmato che dicevo prima.

 

La città non cambia solo grazie ai politici

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Se non cambia la mentalità della gente, la città non cambia

di Piero Murineddu

“Porto Torres –Ora i 5 Stelle possono cambiare la città. Questo è il titolo che il curatore delle lettere su La Nuova Sardegna ha voluto dare a questo testo su che spero abbiate letto. Io, cambiandolo, ho voluto mettere in rilievo ciò che a me preme maggiormente, eppoi perchè credo che non possa essere un partito o un movimento a cambiare una città, ma bensì può farlo una sinergia di forze ben intenzionate e, sopratutto, che ci sia veramente volontà di cambiare nella testa dei cittadini, di tutti i cittadini. Sappiamo che ciò è un lungo lavoro, culturale sopratutto.

Adesso a Porthuddorra c’è una nuova dirigenza che si appresta a guidarla, fatta di persone probabilmente “inesperte”, ma sicuramente mosse da forti motivazioni, specialmente quella di coinvolgere la popolazione nelle decisioni che riguardano tutti. Se così non fosse, sarebbe un’altra occasione persa e una semplice gestione del potere, sterile come spesso accade. In altro spazio ho già detto che le caratteristiche personali del nuovo sindaco, la sua “diversità”, per me sono buoni segni di un possibile cambiamento, ma naturalmente aspetto, come tutti, i fatti concreti.

Dicevo del titolo, estratto dal contenuto della lettera: Se non conosci un politico o un suo amico, non lavori, non hai prospettive. Una realtà, a Porto Torres, come probabilmente nella località dei pochi che leggono  queste mie considerazioni, e come – ma questo sicuramente – a Sorso, la cittadina dove mi è capitato di nascere e vivere. L’Azienda ospedaliera è stato (e probabilmente continua ad essere, ma con meno sfacciataggine di non molto tempo fa) l’ente di cui maggiormente hanno beneficiato –chissàperchè – tanti sussinchi . Questo già al tempo dell’allegro sindaco – poeta Bonfigli, che dell’Azienda sanitaria ne è stato dirigente massimo. Considerando le proporzioni, sotto il cartello che all’entrata della cittadina ne indica il nome, SORSO – SOSSU, si potrebbe aggiungere tranquillamente “SUCCURSALE DELL’ASL 1 “. Anch’io sono un dipendente dell’ASL nummarunu, ma non certamente perchè ho goduto dei favori dell’Allegrone di allora e tanto meno del Tristone di questi strani e controversi tempi, quanto in conseguenza di un’antica legge , la 285, chiamata “per l’occupazione giovanile”, nel lontano 1979 o giù di lì.

Ma lasciamo l’aspetto personale della vicenda, e torniamo al discorso generale. E’ risaputo che per molti, la politica è servita per sistemare se stessi, i propri familiari e i propri sodali, oltre molti questuanti …clienti. Ed è appunto qui che voglio parare: se non cambia la mentalità della gente, la città non cambia sicuramente. Il cambiamento nell’amministrare la Cosa Pubblica, lo si vede se si rinuncia ai privilegi, per sé e per i propri. Questo come punto fondamentale. E non solamente all’inizio, ma per tutta la durata del mandato. E anche se viene riconfermato. Sempresempre, insomma. I cittadini sono molto sensibili a quest’aspetto, e non gli si può dare torto, considerato il ripetersi di truffe amministrative e illeciti imbusciaccamenti di lorlazzaroni che ogni tanto vengono scoperti. Avete letto del sindaco goceanino appena rieletto e sentito per telefono che stava manovrando illecitamente?In attesa della conclusione delle indagini e di un’eventuale giudizio di condanna, deve continuare ad amministrare in “terra neutra”, fuori dal suo paesello. Incredibile? Ma gooooooooosa……In Italia siamo!

Quindi, onestà.E se non lo si ha di natura, se vuoi rappresentare gli altri, lo devi per forza diventare onesto, costi quel che costi. Oppure, molto più semplicemente, te ne stati a casa tua a farti gli affaracci tuoi e amici come prima. Eppoi naturalmente c’è l’intelligenza, non solo da avere, ma sopratutto da applicare, chiedendosi continuamente qual’è il Bene Pubblico. Ma comunque, se proprio sei tentato di cercare il tuo interesse personale, abbi il coraggio di toglierti dalle scatole, e se la tentazione è molto forte e vuoi vincerla, chiuditi in qualche monastero a fare un lunghiiiiiiissimo ritiro spirituale.Magari ne esci rinnovato realmente e potrai riguardarti allo specchio senza sputarti in faccia per lo schifo che ti fai. Dopodiché, qualora avessi sistemato qualche familiare, parente o “socio” , all’ASL o in qualsiasi altro posto, scavalcando qualcun altro che ne aveva più diritto  ma era sprovvisto di appoggi influenti, llo inviti  a dare le dimissioni, e fin quando non riesce a trovare uno straccio di lavoro  (ma questa volta lecitamente e partecipando a concorsi non truccati!!), li sostieni finanziariamente tu  con tutti i soldi lecitamente e illecitamente guadagnati. O meglio, con quelli che hai guadagnato in modo illecito realizzi delle opere realmente per il Bene Pubblico. Che dici,si può?

Se ne avete voglia, leggetevi anche quest’altra lettera pubblicata sempre ieri su La Nuova. Ogni tanto leggo questo Francesco Manai, col quale mi ritrovo spesso d’accordo. Un tipetto con le palle che non mi dispiacerebbe conoscere personalmente.

 

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“Sindacopoli”: Torra!!

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di Piero Murineddu

Torra! E sarebbe? Torra, nel senso di ancora! nuovamente!

Il riferimento è alla vicenda della “sindacopoli” goceanina venuta fuori in queste ore grazie alle “intercettazioni ambientali”, quella strabenedetta invenzione che ogni tanto viene autorizzata dal giudice per prendere in castagna i malandrini di diversa specie, specialmente quegli impiegati nella pubblica amministrazione, che hanno incarichi pubblici o che sono proprio dei delinquenti incalliti, ma anche che sono vocati ad esserlo.

Volete saperne di più sul caso a cui mi riferisco? Eh no, questa volta fate uno sforzo di andare a comprarvi il giornale chequelleuro&20 non v’impoverisce, oppure abbiate la forza e il coraggio di rinunciare ai tanti insulsi programmi d’intrattenimento televisivo e sintonizzatevi su qualche tg locale, che intanto i tg nazionali sono impegnati a farci partecipi delle ultime sparate di Salvini o di qualche altro muro messo su da qualche Paese della Comunità (Comunità?) Europea per non condividere ciò che ha con chi disperatamente chiede aiuto.

Ho detto torra! perchè non è di molto tempo fa un’altra vicenda simile venuta fuori in terra sardignola: appalti e concorsi truccati a beneficio dei soliti ingordonaccioni. Lo so, lo stivalone italico è pieno di queste vicende di ruberie varie, ma quando vedi che succede non lontano da te, si ha quasi la sensazione che la cosa si stia avvicinando sempre più, che prima o poi tocchi persone che respirano la tua stessa aria, percorrono giornalmente le tue stesse strade e che magari parlano il tuo stesso idioma locale. Nessuno è immune, è vero, e quando ci si trova con la manina vicino, molto vicino, prossimissima alle leve del comando – di qualsiasi comando! – , la tentazione di arraffare qualcosetta è sempre fortissima. La realtà è questa, diciamolo. Anzi, giusto per dire che io non sono meglio, ammetto di non essermi mai candidato a niente proprio perchè conosco la mia fragilità e la mia scarsa forza nel vincere le tentazioni. Non ci credete? E daaaaai….credeeeeeeteci……

Mi chiedo continuamente come caspita l’abbiamo organizzata questa nostra convivenza sociale, dove davanti alle decisioni che riguardano la collettività non è possibile sedersi tutti intorno e votare a maggioranza. Per forza di cose dobbiamo delegare qualcuno che lo faccia, o almeno, che lo dovrebbe fare al nostro posto. Questo  “qualcuno” pianpianinopianpianetto acquisisce un piccolo potere, e secondo le sue capacità,intenzioni, agganci e  mosse giuste, questo iniziale poterino  può diventare sempre più grande, fino ad ingigantirsi. Talmente gigantesco che ad un certo punto possono venirgli manie d’onnipotenza, dimenticandosi l’origine del suo attuale stato. E allora sono guai. Per gli altri, non per lui. Questi è o dovrebbe essere controllato da un controllore, che a sua volta è o dovrebbe essere controllato da un controllore che a sua volta…….Ma che volete, ad un certo punto sono talmente “controllati” a vicenda che fanno e disfanno ciò che più gli aggrada. E sì, in effetti ci son parecchie cose che non quadrano in questa organizzazione sociale. La storia sarebbe lunga, ma finisco ponendomi e ponendovi una domanda:

sono più le persone che fanno finta di occuparsi del Bene Comune oppure quelle la cui unica e principale preoccupazione è la propria carriera, a qualunque prezzo e qualunque essa sia?

Lo so, la cosa non cambia, ma stamattina presto mi son svegliato con questo bizzarro pensiero in testa.

 

INTELLIGENTE SOLIDARIETA’

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di Piero Murineddu

Fino a qualche tempo fa, pensavamo e forse speravamo  che la Sardegna non venisse toccata dai continui arrivi di profughi migranti provenienti da condizioni invivibili nei loro Paesi. Una volta invece arrivati, il Capo di sopra (Sardegna settentrionale) pensava e forse sperava che fosse un problema che dovessero affrontare solo quelli del Capo di sotto (Sardegna meridionale). E no, così proprio non  è stato e continua a non essere, purtroppo per molti sardi “nordici”. Il Prefetto di Sassari Mulas, da poco sostituito, stava dimostrando molto equilibrato decisionismo, e anche chi ha preso ora il suo posto stà continuando necessariamente su questa scia. Ancora qualche sindaco continua coi suoi ” si, va bè,ma…”, ma la tendenza è che ai profughi bisogna, è doveroso dare ospitalità  nel miglior modo possibile. Oltre tirreno e in altre altitudini, i soliti ex appartenenti all’ormai vecchia filosofia del celodurismo – in realtà afflosciati (forse) irrimediabilmente nel senso umanitario, almeno i loro capi – continuano ad essere quelli che sono (evito definizioni che sarebbero troppo forti), arrivando addirittura a voler occupare le Prefetture per imporre il loro credo ai rappresentanti del Governo ( “rom e immigrati fora da i ball, a prescindere….”). Grazie a Dio da noi in Sardegna, probabilmente perchè abituati a patire le altrui prepotenze, ancora abbiamo conservato una buona scorta di umana solidarietà, e ai profughi che quasi giornalmente arrivano, si riesce ancora a dar loro un’adeguata sistemazione, seppur provvisoria.

 

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Questi “fuggitivi” che arrivano sono persone come noi, con sentimenti e necessità più o meno simili alle nostre. Provengono da mesi, settimane, giorni e ore di patimenti e soprusi di ogni genere, ecco perchè è possibile anche qualche loro comprensibile protesta, e la cosa non deve meravigliare più di tanto. Certo è che questo volersene lavare le mani da parte di vari Paesi europei lascia parecchio perplessi, oltre che vedere allontanarsi sempre più quegli  effettivi Stati Uniti d’Europa. Se non si condividono gli oneri, che caspita di condivisione è?

Tornando a noi italiani e sardi in modo particolare,  non tutti ancora si è accettata questa nuova situazione d’emergenza, per cui, invece di gioire quando le popolazioni che accolgono aiutano questi profughi ad inserirsi dando loro aiuto e solidarietà, qualcuno continua desolatamente a brontolare. Diversi giorni fa è apparsa la notizia che qualcuno dei profughi ospitati a Lu Bagnu, nei pressi di Castelsardo, si è addirittura (addirittura!!) fidanzato con qualche ragazza del posto. Ho sentito qualche commento, tipo : “Abà pratendini vinze di cuiuassi inogga chisthi nieddhi!(Ora pretendono anche di sposarsi ( con le nostre donne) questi neri)Appunto, come dicevo: si ha difficoltà a considerare questa massa enorme di profughi persone a tutti gli effetti, ma ho  tuttavia fiducia che lo sbigottimento sia passeggero, e che il buon senso e la ragionevolezza alfine prevalgano. Stiamo venendo a sapere che qualche sindaco delle nostre parti (no, di Sorso e Sennori no: loro tacciono desolatamente) si stanno attivando concretamente perchè queste nuove presenze  vengano trasformate  da problema da “grattare” a risorsa da valorizzare, non assistendoli solo ma valorizzandone le capacità. L’intervista che segue, che  invito a leggere, focalizza l’attenzione sulle campagne sarde in abbandono, per esempio. Qualcuno si allarma e fa allarmare il suo uditorio, dicendo che così facendo, ruberebbero il lavoro ai residenti. Insomma, la solita infondata e persistente posizione di chi del prossimo in difficoltà non gl’interessa granchè. Comunque, è meglio ribadire ancora una volta che finora, generalmente gli immigrati hanno fatto i lavori rifiutati dagli italiani, e di solito, dagli italiani sono sfruttati e sottopagati. In questo frangente particolare, si potrebbero fare delle convenzioni per valorizzarne le vere capacità, come dicevo prima. Di sicuro non ruberebbero il lavoro e le case a nessuno, ma la loro rispettata presenza potrebbe veramente arricchirci in tutti i sensi. Si tratta di allargare le nostre vedute e finirla di essere aggressivi  a causa delle tante paure che ci portiamo dietro.  Non lasciamoci perdere questa occasione per crescere, ciascuno per quello che può.

 

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“Potremo dare risposte adeguate solo affrontando l’emergenza in tutta la sua complessità”

Intervista di Pier Giorgio Pinna a Efisio Arbau

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“Tutti devono fare la loro parte per aiutare i profughi”

Efisio Arbau crede nel coordinamento tra Ue, Italia, Regioni, Comuni. E respinge con forza l’idea di una divisione nord-sud della questione migranti. «Potremo dare risposte adeguate solo affrontando l’emergenza in tutta la sua complessità», spiega il consigliere comunale. Nei giorni scorsi ritornato sindaco di Ollollai, l’avvocato-pastore non ha dubbi sui doveri di solidarietà. Di recente balzato in primo piano per la proposta di consentire la vendita a 1 euro simbolico degli immobili abbandonati per favorire il ripopolamento delle zone interne, Arbau vede un domani gli immigrati come possibili co-protagonisti del rilancio di agricoltura e pastorizia. «Ma per il momento non mescolerei i due piani dell’assistenza immediata agli esuli e degli interventi per utilizzare al meglio case e terreni lasciati in uno stato di degrado», puntualizza.

Perché è indispensabile un’azione congiunta in favore dei migranti?

«Nessuno può permettersi di voltare la faccia da un’altra parte di fronte a una catastrofe umanitaria di queste proporzioni. Siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo, ciascuno nel proprio ruolo, e perciò mi sento di accogliere l’appello del prefetto di Sassari: i sindaci possono dare una mano per indicare sedi destinate all’ospitalità nei diversi territori».

Come mai pensa che in futuro tanti immigrati possano contribuire al rilancio delle campagne sarde?

«Perché vedo che molti di loro già oggi fanno gli allevatori e i contadini nell’isola. E tanti sono competenti, preparati. Così com’è evidente che la manodopera può rivelarsi un aiuto per la ripresa dell’agro-zootecnia. Naturalmente, oggi come domani, è indispensabile il rispetto delle regole: non è pensabile che siano i Comuni a farsi carico anche di queste difficoltà».

Non tutti però la pensano così: i leghisti, per esempio…

«Beh, lo ripeto: la linea di Maroni si commenta da sé. Né lui né Salvini esprimono posizioni responsabili. In questo momento non li vedo neppure come interlocutori seri. Sfruttano la questione semplicemente per scopi elettoralistici, magari sperando di guadagnare uno 0,5% in più alle prossime votazioni. Tra i leghisti salverei solo Tosi, che almeno si è preoccupato di dare un tetto agli esuli».

Che cosa pensa della possibilità che ogni Paese europeo si faccia carico di una quota di migranti?

«Ritengo sia l’ipotesi più sensata da seguire: Grecia e Italia non possono essere lasciate sole. Finalmente sembra che adesso anche a Bruxelles siano arrivati a queste conclusioni, nonostante per spingere la Ue a questa scelta ci sia voluta l’ennesima strage in mare».

 

(La Nuova del 10 giugno 2015)

Medjugorie e la “pace coniugale”

L’importante è raggiungere lo scopo?

di Piero Murineddu

 

“Il regno di Dio  è come un granellino di sènapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra ” (Gesù detto il Cristo)

 

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Come vedete, la citazione è di uno che ha vissuto parecchio tempo fa è che è morto relativamente giovane. Morto ammazzato. E per cosa? Perchè il suo predicare e specialmente il suo modo di vivere dava fastidio, molto fastidio, alle gerarchie ebraiche del tempo. Ma non fraintendetemi e non pensate troppo sbrigativamente ad un parallelo col probabile non riconoscimento dei fatti di Medjugorie da parte delle gerarchie vaticane. No, non è questo. Seguitemi.

Stamattina sono stato alla Messa presieduta dal mio amico ultra ottentenne don Tonino Sanna a Porthudorra. Come indicata dal Vangelo del giorno, da cui ho stralciato la citazione iniziale,la sua predicazione è stata proprio a riguardo di questo misterioso “Regno di Dio”.  Il prete musicista ha messo in evidenza che solitamente,  questo semino che genera una “grande” pianta, ci fa pensare ad un albero alto, grosso e frondoso, una specie di baobab che emerge nel bel mezzo di una grande foresta. Niente di tutto questo. Siamo completamente fuori strada, in quanto la senape è una pianta di orto. Bella sviluppata, ma sempre una pianta d’orto. Conclusione? Oltre che immaginarcelo dopo la morte, questo benedetto Regno di Dio pensiamo che sia la realizzazione di grandi strutture ecclesiali, di consenso generalizzato alle cose di “Chiesa”, di masse enormi di fedeli oranti e osannanti, di eventi straordinari che provocano conversioni immediate. No, dice il caro don Tonino. A parte che la senape si distingue giusto nello spazio limitato di un orticello, e poi bisogna pensare ad un “Regno” che inizia a costruirsi da subito, nelle piccole cose scelte quotidianamente, quando mi sforzo di volere il bene del mio vicino oltre che al mio, quando fatico ad accogliere invece che respingere, e via discorrendo. Una “fede” vissuta nel piccolo e non rincorrendo per forza ( e stressatamente) lo straordinario, quei grandi “segni  che mi confermerebbero che…”.

Da qui il collegamento con l’articolo  che segue queste mie poche considerazioni, con le quali, e spero qualcuno l’abbia inteso, ho ammesso che a me le GRAAAAAAAAAAAndi celebrazioni e gli straordinari  eventi non mi attirano granché. Anzi. Semplice questione di gusti, o meglio, di sensibilità. Ferdinando Camon conclude la sua interessante analisi facendo l’esempio del marito violento e ubriacone, che tornato da Medjugorie, è diventato astemio e non ha più maltrattato la povera moglie. Come dire: male non fa, per cui……

 

papa

 

 

di Ferdinando Camon

Tutti dicono che il papa pensa a Medjugorie, ma probabilmente non è il solo santuario che prende di mira. Poiché anche dalle nostre città partono pellegrini (e sono molti) che vanno a visitare questi luoghi sacri, e probabilmente anche tra quelli che leggono questo articolo ci sarà qualcuno che c’è andato o è amico di qualcuno che c’è andato, parliamone.

Per dire poche cose:

1) non sono luoghi maléfici, chi ci va non torna peggiore, ma semmai migliore;

2) la Chiesa non li ha mai istituiti, ma semmai, con ritardi e pensamenti vari, si è limitata a non disconoscerli, senza imporli;

3) quindi chi ci crede è libero di crederci, e chi non ci crede è libero di non crederci;

4) l’umanità ne ha bisogno, è l’umanità che li crea e li mantiene;

5) che il papa ci vada cauto non significa che spariranno;

6) hanno a che fare col mistero e col miracolo, e l’umanità ha bisogno di misteri e di miracoli;

7) i visitatori sono malati o accompagnano malati inguaribili, e le malattie inguaribili sono il terreno della disperazione, del delirio, delle apparizioni e dei miracoli.

 

Ci sono veggenti che vivono in concordanza con la visione che hanno avuto, o che dicono di aver avuto. Riferiscono i messaggi che l’apparizione gli ha comunicato, e vivono seguendo quei messaggi. Spesso si ritirano dal mondo, entrano in qualche ordine, pronunciano i voti, e li rispettano. Più impegnativo di tutti, il voto della povertà. Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes, ha fatto così. La veggente di Fatima, custode del terzo segreto, ha fatto così. Ma i veggenti di Medjugorie sono sei, adesso son grandicelli, molti si son dispersi par il mondo, uno vive in America, ha le visioni anche là, e per non perdere tempo ha sposato la Miss del Massachusetts. Non dico che sposare una reginetta di bellezza sia incompatibile col vedere la Madonna. Ma dico che la strada che fa incontrare, e mettere insieme, un uomo ricchetto nel fiore degli anni, e la vincitrice di un concorso di bellezza, è (o dovrebb’essere) diversa dalla strada che porta a un incontro tra quell’uomo e la madre del Figlio di Dio. Anzi, mettiamoci anche il Figlio stesso, perché quest’uomo racconta che, sotto Natale, la Madonna va a trovarlo col Figlio e col marito, san Giuseppe. Qui non è più un pover’uomo del villaggio di Medjugorie che incontra la Madonna. Qui è la Madonna che, dall’alto dei cieli, va in America a trovare il marito di Miss Massachusetts.
Non so se alcuni miei lettori sono stati in Messico. Io più volte. Giri per le strade e incontri farmacie. Nelle vetrine sono esposte medicine, cartelli, pubblicità, foto. Tu vedi farmaci contro il cancro, i calcoli al fegato, la prostata ingrossata. Ma vedi anche, tra un farmaco e l’altro, dipinti della Madonna col Bambin Gesù, o Gesù col Sacro Cuore. Cosa sono? Sono farmaci, anche quelli. Se tu hai una malattia, puoi comprare il farmaco adatto, ma anche un’immagine sacra, quella che s’è mostrata efficace contro quella malattia. È cultura, e non è detto che non abbia una sua efficacia. Un centravanti argentino o catalano, prima di tirare un calcio di rigore, si fa il segno della croce. Io dico sempre, dentro di me: “Ma cosa ti fai il  segno della croce, scemo, stai giocando contro la Juve, che è una squadra italiana, se il tuo Dio esiste e segue la partita, farà il tifo per l’Italia, no?, visto che qui ci ha pure il Vaticano”. Poi però quello tira e segna. Ora, non credo che abbia fatto gol per quel segno della croce, è probabile però che, se avesse trascurato di farsi il segno della croce, non avrebbe segnato. Sarebbe un pessimo allenatore uno che proibisse ai suoi giocatori di farsi il segno della croce, prima di tirare. Conosco un uomo qui vicino a me, che beveva e picchiava la moglie. È stato a Medjugorie. Non beve più e non picchia nessuno. Ha fatto bene ad andarci? Benissimo! Doveva andarci prima.

Il Piave mormorava: è un’inutile strage. Celebrare significa imbellettare il male

guerra

di Cettina Centonze

 

Da quando sono cittadina di San Donà di Piave – quarant’anni- sono abituata a passeggiare nel parco fluviale o a frequentarlo in occasione dei pic nic con la mia famiglia. La familiarità con il fiume mi ha fatto presto dimenticare che mi trovavo sulle rive del “fiume sacro alla Patria” come recita la targa posta sul ponte all’ingresso di San Donà. Conoscevo, certamente, la canzone del Piave, le battaglie combattute sulle rive: le insegnavo persino! Tuttavia stentavo a riconoscere nel “mio” Piave, quell’altro di cui parlavano le pagine di storia, come se il fiume con il suo placido corso, con la foce che immetteva sulle spiagge dei vacanzieri, la bellezza del parco naturale rigoglioso di vegetazione appartenessero ad una realtà mite, amabile, luminosa e che l’altro, quello delle battaglie e dei morti, esistesse soltanto sui libri e, quindi, in un epos lontano che riguardava tempi in cui l’umanità praticava ancora lo sport della guerra. Quest’anno, però, in occasione delle celebrazioni per la prima guerra mondiale e delle molteplici iniziative che, per ovvie ragioni, si sono tenute qui a San Donà, ecco che le due immagini del fiume si sono fuse nella mia mente. La bella immagine del “mio” placido Piave veniva intaccata da quell’altra che rimandava alla violenza e alla morte e da subito l’idea della celebrazione mi ha disturbata. Come si può celebrare una guerra e quella poi? La si celebra perché l’Italia vinse annettendosi le terre irredente? E cosa c’è di interessante nelle mostre delle armi utilizzate, anzi inventate o perfezionate per tale guerra, come fossero mostre di giocattoli e non esemplificazioni dell’ingegno umano volto a distruggere? E celebrare una guerra non significa, quindi, giustificare tutte le successive e gli attuali conflitti e quindi altra morte, violenza, “danni collaterali”?

 

Queste considerazioni hanno risvegliato un ricordo: molti anni fa, quando ancora credevo di restare nel Veneto per poco tempo e lo visitavo con spirito di turista e non di abitante, ci eravamo recati all’ossario di Oslava, località vicina a Gorizia. Mi è tornata in mente la sua imponenza, secondo i canoni dell’architettura fascista che la progettò: un torrione massiccio dalla pianta circolare che conserva i loculi di ventimila caduti identificati e trentasettemila non identificati. Cominciai a scorrere i nomi dei caduti cercando cognomi famigliari ed in quella ricerca procedevo scendendo i vari piani fino alla cripta dove arde una fiamma perenne. Seguendo l’andamento circolare delle pareti finii con il perdere l’orientamento e non fu facile risalire dalla cripta perché non capivo da quale parte procedere per trovare la scalinata più vicina. Mi sentivo prigioniera di un labirinto come d’altra parte la guerra stessa è un labirinto in cui cause ed interessi, torti e ragioni, paci e compromessi si intrecciano in maniera sospetta: il mio malessere faceva tutt’uno con la pena di quei nomi e di quelle vite giovanissime, venute a morire da ogni parte d’Italia; i loro sogni e progetti si affollavano attorno a me assieme al senso di colpa per l’insensatezza di ogni guerra e per i cento anni trascorsi da allora in cui ben poco è cambiato nella mente perversa di chi detiene il potere in ogni angolo del mondo. Tornavano alla mente le scene di documentari che mostravano i fanti che venivano drogati perché trovassero la forza di andare a morire e assieme a loro un brano tratto del romanzo di Piero Jaier “Con me e con gli alpini” “Il soldato Somacal Luigi da Castion – recluta dell’‘84, 3ª categoria – era stato cretino dalla nascita e manovale fino alla chiamata. Cretino vuol dir trascurato da piccolo, denutrito, inselvatichito. Manovale vuol dir servo operaio, mestiere sprezzato. Il suo lavoro consisteva in nulla essere, tutto fare. Ne porta i segni il corpo presentato alla visita militare. Somacal ha offerto alla patria un fardello di ossa tribolate in posizione di manovale. Sporge in fuori l’osso dell’anca che aiuta a camminar sciancati quando si deve equilibrare la secchia di calcina; gli ingranaggi dei suoi ginocchi pesanti gonfi di nocciolini reumatici empiono i pantaloni; il suo busto è una groppa che aspetta in eterno di ricevere pesi; la testa si rannicchia fra le spalle come cosa ingombrante, perché un uomo che porta, la testa gli dà noia; le sue mani di corame chiaro stringono sempre il badile; lo sguardo cerca terra: per non inciampare. Questa è la posizione del manovale in cui Somacal si è presentato.” Ero in preda ad una tenerezza materna, un desiderio di accarezzare e consolare, di mettere riparo e cancellare tante pene. Non ricordo nemmeno come ritrovai l’uscita. Rifiuto, perciò, la celebrazione della grande guerra: le celebrazioni sono inventate dai vati la cui rappresentazione del mondo è frutto di miti e fantasie eroiche o dai lacchè dei regimi che imbellettano qualsiasi turpitudine funzionale al potere di cui sono piazzisti; la confezionano secondo le regole della retorica e la impongono come verità condivisa a cui non occorrono dimostrazioni. Amare considerazioni che mi sono tenute per me perché essere sempre fuori dal coro è anche questa una croce. Fortuna che la parte più lucida di me mi ha suggerito che lo scoramento ed il dubbio a cui conduce la solitudine è il risultato delle grandi manovre della fabbrica del consenso. Se durante i totalitarismi del primo novecento il singolo superava tale condizione nelle adunate oceaniche, nel culto del capo ed in altre liturgie; le pseudo democrazie dei nostri giorni ed il totalitarismo del pensiero unico utilizzano il martellamento delle masse per persuaderle che ciò che pensa o fa la maggioranza è giusto e condivisibile. Come in soccorso, accanto alla mia voce insignificante, si sono levate ben altre voci: quella di don Tonio Dell’Olio che sulle pagine di “Mosaico di Pace” scrive: “Una giornata di lutto nazionale avrebbe aiutato una presa di coscienza molto più netta e precisa sul primo conflitto mondiale.” E ancora più forti le parole pronunciate da papa Francesco in occasione della celebrazione della Messa presso il sacrario di Re di Puglia il 13 settembre 2014: “La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare attraverso la distruzione.” Concetto ripreso qualche giorno fa dal papa che ha affermato che non ci può essere pace perché i potenti si arricchiscono con la guerra. E ancora l’eco del grido del vescovo di Molfetta quando, nel 1986 nell’Arena, gridò: “in piedi costruttori di pace!” grido ripreso da Alex Zanotelli un anno fa. Certamente don Tonino Bello è morto troppo presto per sapere che l’uomo ha inventato anche la guerra preventiva; che personalità insignite del premio Nobel per la Pace continuano a spendersi e a spendere per le guerre. Beato don Tonino che non ha fatto in tempo a sapere a quale punto di capziosità il potere può giungere pur di giustificare la guerra ed ogni forma di ingiustizia che, poi, non è altro che una forma di violenza! Ad aiutare la mia pochezza mi è giunta la comunicazione del gruppo “Noi siamo chiesa” Di cui faccio parte. Vittorio Bellavite, il responsabile della sezione italiana del gruppo, ha organizzato vari incontri tenutisi a Milano: martedì 26 maggio quello sui “no alla Grande Guerra”; di venerdì 5 giugno per parlare dei NO alle guerre di oggi. E a questo proposito riporta le conclusioni di una fondamentale conferenza dell’ONU sul Trattato di non proliferazione nucleare che è stata colpevolmente ignorata dalla stampa e di cui siamo a conoscenza attraverso il reportage inviato da Lisa Clark. Lo scoraggiamento ha quindi lasciato posto alla speranza che sempre il cristiano deve rinfocolare; la speranza cristiana che dà un volto umano al suo dissentire dai luoghi comuni e dalle celebrazioni aberranti; anima le nostre azioni non violente. Ancora una volta:  

                       “In piedi, costruttori di pace!

 

 

Articolo tratto da CDB INFORMA – Foglio d’informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri – giugno 2015

 

 

Il “41bis” al carcere di Bancali

gaetano

 

di don Gaetano Galia

Uno vorrebbe stare zitto, fare il bravo sacerdote, che sorride a tutti, buonista…. sì però certe volte non si può! In riferimento alle posizioni sul 41bis al Carcere di Bancali, a Sassari, credo che come Cappellano abbia diritto anche io ad esprimere un’ opinione. Sono state dette tante cose: Sardegna Cayenna d’Italia, pericolo d’infiltrazioni mafiose, arrivo delle cosche a Sassari.
Alcune considerazioni.

Ma tutti quelli che oggi urlano scandalizzati, dov’erano negli anni 2000 quando i vari governi di destra e di sinistra, finanziavano le nuove strutture carcerarie in Sardegna? Ho sentito con le mie orecchie, politici di destra e di sinistra, vantarsi di essere stati i “promotori di tali finanziamenti”, anche perché sarebbero arrivati in Sardegna una “vagonata di milioni di euro e migliaia di posti di lavoro”. Forse in quel periodo non c’era la lungimiranza di cogliere che la costruzione di nuove carceri, riguardava anche le strutture dei 41 bis! E allora perché oggi si grida tanto allo scandalo? Che simpatici quelli che cavalcano col senno di poi le disfatte: il petrolchimico in Sardegna, “lo dicevo io…..”.Non sopporto, inoltre, la mentalità vittimistica di chi deve sempre dire che ce l’hanno con i sardi. Fischiano un fallo contro la Dinamo e ci vogliono far fuori, danno un rigore contro il Cagliari e non ci vogliono in serie A. E basta!! Il presidente Sardara ci ha dimostrato, che dove c’è professionalità, competenza, programmazione, e passione, si può andare lontano anche contro corazzate come Milano. Dico questo perché non accetto che se carceri come L’Aquila, Ascoli, Mi lano, Reggio Calabria, Parma, Spoleto, Terni, Viterbo, Cuneo hanno i 41 bis, perché noi sardi a priori dobbiamo rifiutare questi inserimenti? Ma siamo un popolo inferiore, ci manca qualcosa? Non penso proprio.Le infiltrazioni mafiose, poi,non possono avverarsi con un colloquio al mese, fatto da un solo familiare che può entrare per fare visita. Che interesse può avere una famiglia ad abitare definitivamente in un posto per un colloquio al mese?Ma sotto questo allarmismo denoto un altro aspetto negativo: si fa passare un messaggio di debolezza della Nazione: lo Stato non deve mostrare paura nei confronti della mafia, la deve combattere, fronteggiare, deve dare ai giovani, al cittadino, la sensazione che le forze dell’ordine sono più forti delle nostre paure, che è normale che ci siano, come diceva Falcone, ma mai devono essere mostrate in maniera così
evidente. Lo Stato, la Sardegna non hanno paura della mafia e come tutte le altre regioni si organizzano di conseguenza, ma non retrocedono di un millimetro di fronte a questa forma di devianza.
La mafia, inoltre, non si combatte evitando i mafiosi detenuti, ma la si combatte con la prevenzione e la promozione di competenze sociali e di valori, nelle scuole e nelle parrocchie, nelle squadre di calcio e nelle associazioni, attivando percorsi di legalità, di onestà, di cittadinanza attiva, evitando quelle piccole raccomandazioni che tutti facciamo, dando la speranza ai nostri figli che il più bravo, il più competente, il più serio arriverà’ , non il più raccomandato.
Come possiamo vedere il percorso è lungo. Ma non per questo, noi uomini di Chiesa e uomini di Stato possiamo abbassare la guardia. Mai, per motivi politici, populisti, demagogici possiamo far passare l’idea che non c’è speranza. Sarebbe uccidere, una seconda volta, le forze dell’ordine, i magistrati, i sacerdoti, i giornalisti, gli imprenditori, gli umili cittadini che hanno dato la vita per questi ideali. E questo sarebbe un omicidio ancora peggiore, perché fatto dalle istituzioni!

 

Man Behind Bars

Alcune considerazioni e una proposta

di Piero Murineddu

Vittimismo dei sardi? In un certo qual senso è vero, ma è vero anche che spesso siamo realmente vittime di soprusi e di decisioni imposte. Vogliamo parlare delle scorie radioattive che incombono minacciose? Oppure di quando a suo tempo la Sardegna era stata scelta per installare a dismisura basi della Nato (con testate atomiche e compagnia belligerante di cui il popolino ne sapeva ben poco), poligoni di tiro e addestramenti vari alla guerra, duranti i quali la vita normale della gente (pescatori, pastori….) veniva e viene ancora pesantemente condizionata? Oppure, ma questo diversi anni addietro, quando i carabinieri e impiegati pubblici erano terrorizzati all’idea di venir “sbattuti” in Sardegna per punizione?

Basta così con gli esempi. E’ certo che i politici che nel tempo si sono succeduti hanno contribuito non poco  a questo poco rispetto nei confronti di quest’isola (dove i trasporti son quelli che sono, il tasso di disoccupazione non ne parliamo, i servizi pubblici oioia…..).

Ma torniamo al punto del salesiano Gaetano, che non può sempre  “stare zitto, fare il bravo sacerdote, sorridere a tutti, essere buonista…”(grazie a Dio!). Come altre carceri italiane, perchè Bancali non dovrebbe ospitare i mafiosi e super criminali? E infatti: perchè? D’altronde, quando si è deciso di costruire quel gigantesco mostro edilizio a Bancali, e dal momento  che il 41bis (carcere duro) è previsto dalle nostre leggi, si poteva e si doveva anche prevedere che lor malavitosoni sarebbero prima o poi arrivati. Anch’io sono d’accordo che spesso si fa dell’allarmismo infondato (e il quotidiano locale, specialmente coi suoi titoloni che non sempre rispecchiano il contenuto degli articoli, contribuisce eccome) che si parli appunto dell’arrivo dei mafiosi, di fatti riguardanti i Rom e di altro ancora.Ma comunque, sono d’accordo su molti passaggi fatti dal don. Piuttosto, è a lui che vorrei porre una questioncella.

Sicuramente la maggior parte della gente non si è dovuta mai recare dove si trova il carcerone che ha sostituito “San Sebastiano”. Ho gia detto che è una cosa enorme, oltre che brutta ed impressionante a  vedersi. A questo si aggiunge l’esterno, come appare al visitatore o al nuovo ospite non pagante: decine, decine e ancora decine di parcheggi il più delle volte vuoti e con aiuole completamente lasciate a sé, senza un minimo di ombra.Tutto assolato e desolante. Oltre il perimetro carcerario, la situazione non migliora: erbacce a non fìnire e di alberi….nemmeno l’ombra. Se sbirci internamente tra le grosse cancellate, anche lì vedi aiolone tristi e secche. In questi giorni vengo a sapere di orti sociali, nati anche con la collaborazione di detenuti: possibile che anche a Bancali non si possa fare altrettanto? Chi stà espiando pene potrebbe sentirsi utile e vivo, consumando anche i prodotti da lui stesso seminati e curati. La noia, lo sappiamo, genera vizi e malumori a non finire, e non credo che la giornata del carcerato sia molto varia e attiva. Don Gaeta’, non so se ci ha mai pensato e ci abbia già  provato, ma la sua “influenza” agli occhi del Dirigente o di altre autorità, non potrebbe riuscire ad ottenere qualcosa in questo senso? Magari, nel prossimo futuro, noi occasionali visitatori al nostro arrivo sentiremmo  l’allegro fischiettare degli ortolani …..penitenti.

E mi raccomando, riuscendo a far curare anche le aiuole esterne, qualche bell’albero per ripararci dal caldo afoso di questa estate anticipata. Saluti

“Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità”

Sicurezza, per chi? Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità; e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te. (John Donne – 1572/1631)

 

b

 

di Rita Clemente

Di questi primi cinque mesi dell’anno due date mi balzano alla memoria e m’inducono a qualche riflessione. La prima è il 7 gennaio 2015. Tutti ricorderanno che in questo infausto giorno un gruppo di jihadisti è entrato nella redazione di Charlie Hebdo e ha freddato dodici persone (tra cui sette vignettisti), ferendone altre undici. Un fatto allucinante che giustamente ha acceso l’opinione pubblica di sdegno e di raccapriccio. Uccidere, soprattutto chi è inerme, è sempre un atto efferato, comunque lo si giustifichi non avrà mai giustificazione. Uccidere poi in nome di Dio è quanto di più aberrante ci possa essere, perché ti dà un senso di onnipotenza disumana, che non può essere messa in discussione da alcuna logica, da alcuna razionalità. Quel giorno tutti siamo rimasti smarriti, come di fronte a una potenza maligna senza volto, che non sai quando e come attaccherà ancora. L’Occidente si è sentito colpito in uno dei suoi valori più alti: la libertà. E ciò ha provocato una immediata reazione di coesione identitaria: ci siamo tutti riconosciuti in Charlie Hebdo, la matita è diventata il simbolo del bene, contrapposto alle armi di chi rappresenta, senza ombra di dubbio, il Male. Dopo sono cominciate le riflessioni più articolate ed anche i “distinguo” e ovviamente le contrapposizioni. Innanzi tutto, sulla natura degli assassini. C’è chi accusa tutti i Musulmani a prescindere, come portatori di una ideologia fondamentalista e potenzialmente terrorista ( e le destre non aspettavano altro). C’è chi, pur condannando il fanatismo intollerante dei jihadisti, ritiene ingiusto fare di tutte le erbe un fascio e condannare tutti i musulmani, a prescindere. C’è chi mette in rilevo anche le grosse responsabilità dell’Occidente (gli USA in testa) nell’aver destabilizzato il Medio Oriente e creato questo vento di follia. Non meno forti le contrapposizioni sulla religione. C’è chi accusa la religione tout court di essere un seme di discordia e d’intolleranza, e c’è chi ravvisa in tutte le religioni (a ragione, secondo me) una potenzialità fondamentalista, c’è chi distingue tra modo e modo di vivere la fede religiosa. Strettamente legato al discorso sulla religione, si è scatenato poi il dibattito sulla libertà. Grande, immensa parola, ma a volte dal significato ambiguo e sfuggente. La libertà è un grande valore da difendere, senza dubbio, ma non ci sono condizioni, non ci sono limiti, non ci sono confini da rispettare? Innanzi tutto, bisogna precisare che tipo di libertà. In questo caso, la libertà di satira. La satira si sa, è fatta per fustigare i vizi, i difetti, le arroganze del potere, anzi, dei poteri. “Castigat ridendo mores” (corregge i costumi ridendo),diceva la famosa iscrizione latina sui teatri. Ma anche lì ci si chiede: può la satira diventare pura irrisione, illimitato disprezzo, offesa gratuita di ciò che altri ritengono un valore altamente significativo per sé? La mia risposta è no, perché, a mio avviso, la parola libertà va sempre coniugata con un’altra parola altrettanto importante, che è rispetto. Non semplice tolleranza, ma rispetto per l’altrui sensibilità, gli altrui valori. Certo, niente giustifica un efferato assassinio e non si può mettere sullo stesso piano chi fa satira, anche irrispettosa, con chi uccide a sangue freddo. Ciò però non esime dal dovere di rispettare ciò che per gli altri è sacro, così come non è giusto imporre ad altri i propri convincimenti religiosi. Ma come ha diviso il mondo occidentale, l’assassinio di Parigi ha anche diviso il mondo islamico, soprattutto degli immigrati che in Occidente ci vivono. C’è stato chi si è sentito offeso, umiliato nella sua stessa identità etnica e religiosa dall’assassinio dei jihadisti e ne ha provato profonda vergogna. C’è chi, pur condannando l’attentato senza remore, non ha accettato, a ragione, di essere colpevolizzato solo perché musulmano. Ad un’analisi più attenta, non dovrebbe sfuggire il fatto che l’azione dei jihadisti non ha di mira solo il mondo occidentale, ma anche gran parte del mondo musulmano, e le prime e più numerose vittime dell’ISIS si contano appunto tra i musulmani stessi. Quindi, la questione è molto complessa e non consente né una facile lettura, né un giudizio sbrigativo. L’altra data da ricordare è il 21 aprile 2015. Cosa è successo? Un’altra delle infinite stragi di migranti nelle acque del Mediterraneo, ma questa volta molto più tragica, con un numero di vittime raccapricciante: più di 900 annegati. La reazione di stampa e opinione pubblica in Occidente è stata radicalmente diversa. Al di là delle solite parole di circostanza sul dispiacere, il cordoglio per le vittime, lo sdegno contro gli scafisti che provocano le stragi, la chiamata in causa dell’Europa, il rimpallo di responsabilità tra le varie forze politiche (forze di governo, forze di opposizione) non c’è stata nessuna reazione di identificazione identitaria, come se quei morti non fossero anche “nostri”, non ci appartenessero. E anzi, dopo le prese di posizione e i cordogli formali dei primi giorni, è stato come se volessimo archiviare il tutto, demandarlo a chi di dovere e rituffarci nelle solite diatribe sugli scontri politici della nostra Italietta o sui risultati dei vari campionati di calcio. Ma, se pure è vero che ogni morto pesa come un macigno, 900 morti sono una strage che pesa immensamente di più! Sì, non ci sono esecutori “materiali” di quelle morti, ma questo è, di fatto, l’olocausto dei nostri giorni. Per il quale si invocano solo soluzioni militari: bombardare i barconi prima che si riempiano di disperati. Come se fosse possibile fermare il mare della paura, della disperazione, della miseria! Si dà la colpa di tutto agli scafisti: eliminiamo i “cattivoni” e il gioco è fatto! Ritorneremo tutti puri e innocenti come la neve. Questo dimostra la cecità e, oserei dire, anche la malafede di chi propone tali soluzioni. Gli scafisti di certo non sono dei gentiluomini, sono dei criminali, ma non sono essi la causa del problema!

Scrive Raniero La Valle:

“Parliamoci chiaro, la tesi secondo cui i migranti sono vittime degli scafisti non ha nessuna logica, non sta in piedi. Gli scafisti non vanno a prendere le persone da casa per costringerle a partire. Sono le persone che si rivolgono agli scafisti, pagano cifre spropositate e mettono a rischio consapevolmente la propria vita e quella dei loro cari pur di provare a raggiungere l’Europa. Gli scafisti fanno affari d’oro nel mercato aperto dal controllo delle frontiere esterne. Gli scafisti esistono perché chi fugge da guerre o povertà non può entrare nello spazio Schengen (https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Schengen) con mezzi di trasporto ordinari (navi, aerei, macchine).

Le leggi di mercato (del mercato tanto osannato) ci dicono che quando c’è una domanda, si crea subito un’offerta. E la domanda c’è, disperata: la domanda di salvezza, di vita, di futuro. A questa domanda rispondono gli scafisti, approfittando della disperazione di milioni di uomini e donne. Un grande affare! Perché anche il dolore e la miseria possono diventare “affari” nel grande mercatone dove chi la fa da padrone è l’inesorabile legge del profitto! Affondiamo i barconi, colpiamo gli scafisti, eliminiamo l’offerta. Che importa se poi la domanda resterà, tragica e insistente, a soffocare al di là del mare? Se condanneremo questi uomini e queste donne a non avere scampo, né futuro e neanche vita? Ora io mi chiedo: ma davvero tra i due eventi, a parte la tragica sproporzione di perdita di vite umane, davvero non c’è collegamento, connessione? Certo che c’è: ma noi la vediamo solo nella nostra paura. Respingiamo i barconi carichi di migranti, perché tra di loro possono annidarsi i pericolosi jihadisti. Che importa se su quei barconi ci sono soprattutto quegli uomini e quelle donne che proprio dai jiadisti intendono fuggire? Ma le connessioni più tremende noi non le vediamo. Rifiutando di creare altre vie legali di scampo, dei corridoi umanitari, di organizzare su tutto il territorio europeo un’accoglienza degna di esseri umani (come richiedono i trattati internazionali) non facciamo che aumentare la rabbia, lo sconforto, la disperazione, che tutto fa osare, senza remore e senza freni inibitori. Non facciamo che alimentare la percezione rabbiosa di uno stato permanente di ingiustizia, che fa proliferare la sete di giustizie sommarie e vendicative. Non fa, in ultima analisi, che alimentare il terrorismo. Noi gridiamo Je suis Charlie pensando alla nostra sicurezza violata. Respingiamo i barconi con i profughi perché temiamo che la nostra sicurezza venga minacciata. Non ci rendiamo conto però che, se l’umanità, al di là del Mar Mediterraneo, diventa un oceano di sofferenza che non si può alleviare in nessun modo, nessuno, proprio nessuno potrà mai sentirsi al sicuro. La sicurezza di chi vive in condizioni di terrore continuo, di guerra, di violenza, di tortura, di mancanza di futuro, ci piaccia o no, è la condizione imprescindibile per la nostra stessa sicurezza. Altrimenti, saremo tutti dei profughi sballottati dalle onde tempestose dei fanatismi e delle vendette. Dai fondamentalismi di chi si aspetta di purificare il mondo con il lavacro del sangue, non importa di chi, purché nemico, o considerato tale. E qui la religione non c’entra, è solo un orribile pretesto, come dimostrano le moschee (non solo le chiese) distrutte dagli stessi musulmani.

Condividere quel poco o tanto del benessere che ci resta con chi non ha più niente da perdere è l’unica chance per sentirci sicuri e in pace, se non altro con la nostra coscienza. Ma soprattutto, per sentirci ancora uomini, degni di questo nome.

 

Editoriale di CDB INFORMA    Foglio d’informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri  –  Giugno 2015