Autore archivio: piero-murineddu

Quasi quasi il Bennato di gioventù, Edo intendo…

di Piero Murineddu

Si, va bene, oggi il fratello maggiore di due anni e mancato architetto EDOARDO compie 75 anni e gli AUGURI sinceri glieli faccio, ma in vecchiaia sto scoprendo sempre più la musica di EUGENIO. Se poi le note sono completate da parole che hanno significato, beh, allora il Bennato di gioventù l’ ho metto decisamente da parte, gli auguro d’invecchiare bene e ognuno per la sua strada.

Vai,Eugenio, vai….

SPONDA SUD

di Eugenio Bennato

Che me fa fa’ st’ammore
tutta la vita a navigare
tutte le vele a consumare
tutte le isole a scoprire
la sponda sud di tutti i venti
la sponda sud di tutto il mare

Incontro a tutte le correnti
per navigare sempre un po’ più avanti
Che me fa fa’ st’ammore
la grande Africa attraversare
dalle sorgenti fino al mare
per ritrovare tra quella gente
il Sud di tutte le leggende
per ritrovare la bellezza
e dissetarsi e ripartire
per una sponda ancora da scoprire

Che me fa fa’ st’ammore
abbandonare ogni certezza
e navigare e innamorarsi

‘E tutte l’isole mai truvate
‘e tutte e mmusiche mai sentute
e tutte ddonne scunusciute
e naufragare cu chist’ammore
per una sponda sud da scoprire ancora

(Coro etiope)

Yihewna e’ndtmarew
Azneh betefe terew
Yemiy azefinh hasmat
Kim bekel yel’lebet alem

[Traduzione]

Affinché tu impari
Dispiaciuto per quel
che è successo
la magia che ti fa cantare

Che me fa fa’ st’ammore
coi musicisti diseredati
con gli ambulanti di ogni fiera
con una nave senza bandiera
per ripartire da ogni porto
e sopravvivere in mare aperto
agli invisibili temporali
delle onde radio multinazionali

Che me fa fa’ st’ammore
seguire Napoli fino in fondo
andare a scuola di contrabbando
rubare e vendere la sua arte
giocare al gioco delle tre carte
girare il mondo per piazzare
il suo concerto senza frontiere
di voci bianche e di voci nere

Que me face isto amor
toda a vida a navigar
todas as velas a rasguear
todas as islas a descubrir
a praia sud de todos os ventos
a praia sud de toto o mar
pra enfrentar todas as ondas
e navigar multo mais a frente

(Coro etiope)

Che me fa fa st’ammore
tutta la vita a navigare
tutte le vele a consumare
tutte le isole a scoprire
la sponda sud di tutti i venti
la sponda sud di tutto il mare
e naufragare con chist’ammore
per una sponda sud da scoprire ancora

12 luglio 2011: giornata di terrore in Norvegia

di Piero Murineddu

Proprio in questi giorni, mio figlio Giuseppe si trova in questo Paese nordico. Mi dice che a mezzogiorno tutte le campane hanno suonato per far Memoria di quel lontano tragico giorno in cui tra le 77 vittime dei due attentati terroristici, figura un giovane che gli è stato particolarmente vicino durante l’anno di studi superiori con l’associazione Intercultura”. Nel primo video il ricordo di questo suo amico, mentre nel secondo, oltre ad alcune testimonianze dirette, si parla dell’attentatore e da quali canali e in quali ambienti é maturata la sua disumana decisione.

Proprio per questo, come non pensare allora che il colpevole di tale tragedia non é solamente costui?

Come non temere che tali fatti possono accadere ovunque vi sia una insistente propaganda contro il “diverso”, chiunque esso sia?

I fatti

(da Wikipedia)

Gli attentati del 2011 in Norvegia furono due attacchi terroristici coordinati volti ad attaccare il governo della Norvegia, un seminario politico estivo e la popolazione civile avvenuti nella città di Oslo e sull’isola di Utøya il 22 luglio, che causarono in totale settantasette vittime.

Il primo attacco consistette nell’esplosione di un’autobomba nel centro di Oslo dove si trovano i palazzi del governo norvegese avvenuta alle ore 15:25:22.

L’automobile era stata parcheggiata di fronte al palazzo ospitante l’ufficio del primo ministro norvegese Jens Stoltenberg; nell’esplosione morirono otto persone e 209 rimasero ferite, di cui dodici gravemente.

Il secondo attacco avvenne meno di due ore dopo sull’isola di Utøya, nel Tyrifjorden, ove era in corso un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese. Un uomo vestito con una strana uniforme simile a quella della polizia e provvisto di documenti falsi giunse sull’isola e aprì il fuoco sui partecipanti al campus, uccidendone 69 e ferendone 110, di cui 55 in maniera grave. Fu l’atto più violento mai avvenuto in Norvegia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il responsabile degli attentati, Anders Behring Breivik, trentaduenne norvegese simpatizzante dell’estrema destra, fu arrestato in flagranza a Utøya. Rinviato a giudizio, fu processato tra il 16 aprile e il 22 giugno 2012 a Oslo; in tribunale affermò di avere compiuto gli atti per mandare un “messaggio forte al popolo, per fermare i danni del partito laburista” e per fermare “una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”. Breivik stesso venne ritratto in un video con indosso simboli cristiani e divise dei Cavalieri Templari.

Riconosciuto unico responsabile e sostanzialmente sano di mente, il 24 agosto seguente Breivik fu condannato a ventuno anni di carcere (pena massima dell’ordinamento norvegese), prorogabili di altri cinque per un numero indefinito di volte qualora, a pena scontata, fosse ancora ritenuto socialmente pericoloso.

Giovannino Guareschi

 

di Giovanni Lugaresi

Umorismofedelibertà. Sono questi i “segni distintivi” della figura e dell’opera – anche – di Giovannino Guareschi. Con quell’anche, a indicare che in lui, contrariamente a quanto accaduto per tantissimi altri scrittori, la letteratura era veramente come la vita. Dell’umorismo è intrisa tutta la vasta produzione guareschiana: dai primi scritti sui numeri unici della goliardia parmense, e quindi sul “Bertoldo”, alle ultime pagine giornalistiche apparse sul “Borghese”, sin quasi alla morte dell’autore, attraverso dunque l’esperienza del Lager nazista e della galera italiana, della rinata democrazia e della lotta politica per mantenere e sviluppare la riconquistata libertà. L’umorismo può essere considerato il filo conduttore della sua opera. Non disgiunto, peraltro, dagli altri due elementi: la fede e la libertà, caratterizzanti l’essere uomo e l’essere scrittore di Guareschi.
Il quale ebbe un’esistenza certamente breve, e tuttavia, molto intensa.

Giovannino (e non Giovanni, come molti sbagliando scrivono) nacque a Fontanelle di Roccabianca il 1 maggio 1908 e morì a Cervia il 22 luglio 1968. La formazione culturale, letteraria e religiosa, avvengono nella frequentazione di alcuni sacerdoti e di autori della sua Parma fra i quali Zavattini, e – ovviamente – nella lettura dei Classici antichi, nonché di Alessandro Manzoni. La sua vita e la sua letteratura sono impregnate degli umori della terra emiliana, di partecipi affetti familiari, di profondamente sentiti – e praticati, per così dire – valori civili e religiosi, che si colgono nelle pagine dei romanzi umoristico-sentimentali dei tempi del “Bertoldo” (La scoperta di MilanoIl destino si chiama ClotildeIl marito in collegio), come in quelle dolenti e meditabonde scritte nei lunghi mesi dell’interamento (Diario clandestinoLa favola di NataleRitorno alla base), per arrivare alle considerazioni acute e sofferte del Dopoguerra italiano che fu (pure) un “dopoguerra civile”; quindi ai godibili racconti di vita familiare (CorrierinoZibaldino, ecc.) per concludersi con la saga della Bassa, come può essere considerata la serie dei racconti (più di trecento) all’insegna del “Mondo piccolo”: Don CamilloDon Camillo e il suo greggeIl compagno don CamilloDon Camillo e don Chichì, e via elencando: trenta libri, dei quali diciotto postumi realizzati dai figli Alberto e Carlotta, mettendo insieme, appunto, tante pagine sparse dello scrittore.

Il tutto offre uno spaccato di vita civile, politica, letteraria, spirituale e del costume dell’Italia dagli anni Trenta al Sessantotto. Uno spaccato di storia, non soltanto nazionale, del quale il Nostro fu ad un tempo testimone e protagonista, vivendo – e scontando – sulla sua pelle quel senso di libertà, di dignità e di fede che gli erano propri, accadesse quel che poteva accadere. In questo, distaccandosi Guareschi da quella (così italiana) arcinota figura di intellettuale prono ai potenti, compiacente ai loro desiderata. Perché ogni azione, e ogni scritto del Nostro passavano attraverso il filtro della coscienza, unico vero padrone cui obbedire. E quella di Guareschi era retta coscienza cristiana, che bandisce ogni tipo di pratica, materiale e materialistica, convenienza per rendere testimonianza unicamente alla Verità. In questo senso, si colgano in modo particolare le pagine di osservazione e di riflessione scritte nei Lager, nonché quelle di Italia provvisoria, e della saga di Don Camilloopera di respiro universale, letta e apprezzata ai quattro angoli della Terra (in ciò favorita pure dalle trasposizioni cinematografiche con interpreti d’eccezione Fernandel e Gino Cervi), sia per i contenuti: il mondo contadino coi suoi umori, valori, ritmi, personaggi, quotidianità di umanità spicciola, ma con un cuore di carne e con un’anima che sa guardare oltre gli orizzonti terreni, sia per la scrittura essenziale nella sua semplicità e impatto diretto nei confronti del lettore, sia ancora per quel contrappunto di umorismo e sentimento che, lungi dall’essere tra loro in contraddizione, si completano e si armonizzano.

 

Di Guareschi vanno sottolineate infine altre due caratteristiche. Le sue invenzioni come vignettista politico: esempio, i trinariciuti, l’obbedienza cieca, pronta assoluta, il contrordine compagni – termini ancora oggi usati nel linguaggio non soltanto giornalistico – e le antiveggenti critiche sul piano della distruzione dell’ambiente (si legga la favola ecologica “La calda estate del Pestifero”) e di una modernità tecnica e tecnologica tendente all’azzeramento dei valori familiari, dell’importanza della singola persona, per privilegiare la massa e un consumismo massificante e opprimente: i nuovi “idola fori” ai quali l’uomo si sta inchinando, quando la strada indicata da Guareschi era e resta un’altra: quella del primato della persona, che vale e va considerata per quei valori dei quali può (o non può) essere portatrice; quella dell’avversione allo statalismo, al dirigismo e alla statolatria, per cui appare del tutto estranea al pensiero e al sentimento del Nostro, quella espressione in forza della quale si può “perdere l’anima per il bene dello Stato”!Tutto questo emerge da quella vita breve, ma da quella ampia e grande opera che abbiamo davanti agli occhi.

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Cronologia vitae

da mupeditore.it

1° maggio 1908
Nasce a Fontanelle di Roccabianca (Parma) Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi figlio di Lina Maghenzani, maestra elementare del paese, e di Primo Augusto, negoziante di biciclette, macchine da cucire e macchine agricole. La casa natale è anche sede della «Cooperativa Socialista» che, in occasione della «Festa del Lavoro», ha organizzato un comizio. Giovanni Faraboli, sindacalista e capo dei socialisti della zona, mostra il neonato Giovannino dalla finestra al popolo sottostante dicendo: “Compagni, oggi è nato un nuovo campione dei socialisti”. Sbaglia previsione, ma sarà il prototipo di Peppone.

1914
La famiglia di Giovannino si trasferisce a Parma, in Vicolo di Volta Ortalli al numero 3. La madre maestra è stata trasferita a Marore, un paesino confinante con Parma e fa la spola tra la città e il paese. Il padre ha cambiato lavoro e vive commerciando con poca fortuna stabili e facendo il mediatore. Giovannino viene iscritto alla Scuola elementare «Jacopo Sanvitale» dove frequenterà tutt’e quattro le classi (1914 – 1918).

1918
Viene iscritto al  Regio Istituto Tecnico «Pietro Giordani». Ripete la prima poi viene ritirato).

1920
Viene messo nel collegio «Maria Luigia di Parma e frequenta il Regio Ginnasio «Romagnosi». Il suo professore di greco e di latino è Ferdinando Bernini, traduttore della «Cronaca» di fra Salimbene de Adam e profondo conoscitore dell’umorismo europeo. Nel 1921, la famiglia si trasferisce da Parma nel nuovo palazzo delle Scuole di Marore e Giovannino la raggiunge per i fine settimana e le vacanze.

1925
La famiglia di Giovannino viene travolta da traversie economiche e, il 4 novembre, il padre viene dichiarato fallito. Questo influisce sul rendimento scolastico del ragazzo. A giugno, giunge allo scrutinio finale con ottimi voti ma viene rimandato con 5 in latino e 4 in storia e geografia nell’esame d’ammissione alla 1ª liceo. Cesare Zavattini – suo istitutore di pochi anni più vecchio che ne ha intuito le doti di irrefrenabile umorismo – deve scrivere, nelle note dell’ultimo trimestre firmate dal rettore, che è diventato«un caposquadra pericoloso». Nell’estate va a ripetizione di latino da don Lamberto Torricelli, il parroco di Marore e a ottobre passa con due 8. A Giovannino, a causa del tracollo familiare, deve abbandonare il convitto «Maria Luigia» e frequentare il Liceo «Romagnosi» da esterno.

1928
inizia a correggere le bozze al Corriere Emiliano che, il 30 giugno, ha assorbito la Gazzetta di Parma. Continuerà fino al 1931 quando passerà redattore. A luglio, ottiene la maturità classica.

1929
8 gennaio: si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Parma. Rimarrà iscritto fino al 1931 per poter rimandare il servizio militare, quando viene assunto dal Corriere Emiliano. 17 maggio: inizia a collaborare al settimanale La Voce di Parma. Il primo articolo è la cronaca del viaggio degli universitari di Parma a Roma. Firma i suoi pezzi “Michelaccio”. Continuerà fino alla fine del 1930.  10 luglio: vince il concorso della Voce di Parma con la novella «Silvania, dolce terra». 6 agosto: viene assunto come portiere stagionale allo zuccherificio di Parma della «Ligure Lombarda». 5 dicembre: viene assunto come istitutore al «Maria Luigia» (novembre – giugno 1930). Fa delle xilografie per il numero unico La Valanga.

1930
Marzo: collabora al settimanale La Fiamma con pezzi, disegni e incisioni riprese anche da altri giornali. Continuerà fino al 1933. Fa incisioni su linoleum per disegni pubblicitari.  Maggio: fa le xilografie per due testate di numeri unici: La Caffettiera e Corse al Trotto. Luglio: appaiono sul Tevere  un suo pezzo firmato “Petronio” e le sue illustrazioni di cinque racconti brevi di Cesare Zavattini. Dicembre: collabora a La Guardia del Brennero.

1931
Diventa aiuto cronista al Corriere Emiliano. Passerà poi cronista e infine capo cronista. Si firmerà spesso “Michelaccio”. Nel giugno del 1935 sarà licenziato per esubero di personale. Febbraio: fa la xilografia per la testata del numero unico Sua Maestà il Carnevale. Aprile: viene assunto come ufficiale supplente per il Censimento del 21 aprile. 23 giugno: Mino Maccari lo invita a collaborare al Selvaggio ma la cosa non ha seguito.  Novembre:  collabora al numero unico Bazar. Curerà anche i numeri del 1933, 1934, 1935, 1937 e 1939.  Si trasferisce da Marore a Parma nella soffitta di Borgo del Gesso n. 19.

1933
Giugno: conosce Ennia Pallini, la compagna della sua vita. Luglio: organizza una mostra per l’Opera Nazionale Balilla.

1934
8 novembre: parte per il servizio militare. Destinazione la Scuola Allievi Ufficiali di complemento di Potenza. Alla Scuola collabora al Numero unico Macpizero con «L’epistolario amoroso del soldato Pippo» (testo e disegni) e altre caricature.

1935
10 maggio: inizia la collaborazione al Secolo Illustrato. Continuerà fino al febbraio 1936. Collabora al Lunedì della Voce di Parma. Compare un suo disegno sulla Domenica del Corriere. Altri in agosto e settembre e uno nel settembre 1937. settembre: inizia a collaborare a Cinema Illustrazione – diretto da Zavattini – dove pubblica, settimanalmente, un disegno fino a dicembre. ottobre: pubblica un disegno su Menelik.

1936
Luglio: termina il servizio di prima nomina. 8 agosto: Angelo Rizzoli gli scrive proponendogli il posto di redattore al Bertoldo. Si trasferisce a Milano in una stanza d’affitto in via Gustavo Modena assieme a Ennia e inizia a lavorare al Bertoldo come redattore, collaborando con pezzi e disegni. In febbraio del 1937 passa redattore capo con l’impegno di curare anche l’impaginazione dell’Almanacco Arcibertoldo e collaborare con pezzi e disegni. Continuerà, come redattore capo fino alla chiusura del settimanale il 10 settembre 1943.

1937
Riprende a collaborare al Secolo Illustrato e pubblica dei disegni su L’Asso firmandosi con il cognome di Ennia (Pallini).  Marzo: collabora al Corriere Emiliano. Giugno: dietro sollecitazione di Leo Longanesi invia delle tempere e una viene pubblicata su Omnibus.

1938
Si trasferisce in un appartamento al quarto piano del 18 di Via Ciro Menotti. Collabora all’Ambrosiano come illustratore di novelle e con vignette. Collabora con la rubrica «Dizionarietto della signora» ad Annabella. Collabora a Kines, Kinema e Piccola. Aprile: diventa redattore e collaboratore del settimanale Tutto di Rizzoli. Agosto: Inizia a collaborare alla Stampa con delle strrips. Continuerà fino all’ottobre del 1942. Inizia a collaborare con l’l’E.I.A.R. La sua collaborazione continua con scenette, conversazioni, pubblicità e rubriche a puntate, fino al 1942, quando, a causa del suo arresto, gli verrà tolta.
 
1939
Collabora al Guerin Meschino con pezzi e disegni. Pubblica un disegno su Milano in fiore. Collabora alla sceneggiatura del film di Francini «Imputato, alzatevi» che sarà interpretato da Macario. Maggio: viene richiamato in servizio militare.

1940
Viene iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Collabora con delle novelle a Gioia. Collabora a Stampa Sera con la rubrica (illustrata con un suo disegno) «Oh, che bel mestiere!» . 10 febbraio: si sposa con Ennia. Collabora come redattore al Marc’Aurelio. Collabora come redattore e con pezzi e disegni al Settebello di Rizzoli. Continuerà anche nel 1941. 1940: inizia la collaborazione con elzeviri, novelle, due cicloreportage al Corriere della Sera. Continuerà fino al 4 novembre 1942.

1941
Collabora a Film. Illustra la rubrica in versi di Cavaliere «Cronache per tutte le ruote» sull’Illustrazione Italiana. Ottobre: collabora a Novella-Film con una rubrica illustrata con suoi disegni. Novembre: esce «La scoperta di Milano».

1942
Pubblica alcune vignette pubblicitarie sul Travaso.  Illustra l’opuscolo in versi di propaganda anti-inglese di A. Cavaliere «Sentinelle del cielo». Marzo: collabora alla Radio Militare fino all’ottobre/novembre.  Illustra 5 numeri di una storia a fumetti con testo di Brancacci per Ridere: «La famiglia Brambilla (naviga, vola, trema e viaggia)».  Aprile: illustra il fumetto con testo di Brancacci «Pasticca & C» per Ridere. Luglio: esce «Il destino si chiama Clotilde». 14 ottobre: arrestato dall’UPI per avere “diffamato” – durante una sbornia – Mussolini. Verrà liberato il giorno dopo ma, in dicembre, verrà richiamato per punizione. Dopo il suo arresto gli verrà tolta la collaborazione al Corriere della Sera, alla Stampa e all’E.I.A.R. Dicembre: Inizia a collaborare all’Illustrazione del Popolo pubblicando a puntate «Il marito in collegio». L’ultima puntata esce nel maggio 1943.

1943
9 settembre 1943: viene fatto prigioniero dai tedeschi nella caserma di Alessandria. Il 13 parte dalla stazione di Alessandria e arriva a quella di Bremerwörde (D) il 18. Di lì, lo stesso giorno, a piedi, va nell’OFLAG XB di Sandbostel. Riparte a piedi il 23 per la stazione di Bremerwörde (D) da dove riparte subito e arriva il 27 alla stazione di Czestokowa (Pol.) e da lì alla NORDKASERNE STALAG 367. Il 12 ottobre viene condotto al Santuario di Czestokowa. Dalla NORDKASERNE STALAG 367 l’8 novembre viene condotto alla stazione di Czestokowa da dove parte e arriva il 10 a Beniaminowo (OFLAG 73 – STALAG 333). Riparte per la Germania il 30 marzo 1944 e arriva alla stazione di Bremerwörde (D) il 1° aprile. Da lì, a piedi, viene condotto all’OFLAG X B di Sandbostel (D) il 2. Agosto: viene pubblicato «Il marito in collegio». Dall’OFLAG X B di Sandbostel (D) a piedi alla stazione di Bremerwörde (D) il 29 gennaio 1945 e riparte il 30 per l’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) dove arriva il 31 Viene liberato il 16 aprile e parte dall’OFLAG 83 di Wietzendorf per la cittadina di Bergen il 22. Dalla cittadina di Bergen (D) rientra nell’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) il 1° maggio. Dall’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) viene rimpatriato il 29 agosto e arriva a Parma il 4 settembre 1945.

1945
Settembre: ritorna a Milano con la famiglia che era sfollata a Marore (PR) e occupa l’appartamento di Via Pinturicchio numero 25. Ottobre: collabora con pezzi e disegni a Tempo Perduto fino a novembre. Novembre: viene assunto da Rizzoli per il futuro settimanale Candido. dicembre: Pubblica «La Favola di Natale.» Fonda assieme a Giovanni Mosca e Giaci Mondaini il settimanale Candido. Mosca e Giovannino rimarranno condirettori fino al 1950 quando Mosca verrà allontanato da Rizzoli. Rimarrà unico direttore fino al 10 novembre 1957. Poi subentrerà Alessandro Minardi.

1946
Su Candido conduce assieme a Mosca e ai collaboratori una strenua battaglia a favore della monarchia in occasione del Referendum istituzionale. Collabora con una rubrica a Oggi. Collabora con una rubrica e novelle a Gioia. Pubblica un articolo su Le Alpi. Pubblica il primo racconto della serie “Mondo piccolo” su Candido n. 3 con il titolo «Don Camillo» (lo titolerà «Peccato confessato» quando, nel 1948, lo inserirà nel volume «Mondo piccolo»

1947
Pubblica «Italia provvisoria».

1948
Conduce assieme a Mosca e ai collaboratori una forte battaglia contro il Fronte Popolare per le elezioni politiche. Marzo: pubblica «Mondo piccolo – Don Camillo». Dicembre: pubblica «Lo Zibaldino»

1949
Esce «Il Diario clandestino»

1950
Si trasferisce nella casa di via Righi. Giugno: Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Gente così». 13 luglio: muore la madre, la signora Maestra Lina Maghenzani.  Seppellita a Milano, tre giorni dopo Giovannino la fa riesumare e trasportare a casa, a Marore. 22 agosto: muore il padre, Primo Augusto. Ottobre: Mosca viene allontanato dal Candido da Rizzoli e Giovannino rimane direttore unico del settimanale. 4 dicembre: viene assolto assieme a Manzoni nel processo Einaudi (“Nebiolo”) dall’accusa di vilipendio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Il Procuratore Generale della Repubblica ricorre in appello e il 10 aprile 1950 verrà condannato in appello assieme a Manzoni in appello, a otto mesi con la condizionale.

1951
Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Don Camillo». 10 aprile: viene condannato, assieme a Manzoni, in appello, a otto mesi con la condizionale nel processo Einaudi (“Nebiolo”) per avere offeso, a mezzo stampa, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

1952
Si trasferisce con la famiglia alle Roncole (PR) e fa il pendolare con Milano dove vive tre giorni alla settimana lavorando per il Candido.

1953
Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Il ritorno di don Camillo». Pubblica «Don Camillo e il suo gregge».

1954
Vicenda De Gasperi. Il 20 e 27 gennaio 1954 GG pubblica su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento.  Nei primi giorni di febbraio: De Gasperi querela Guareschi.  Viene istruito il processo e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile hanno luogo la seconda e terza udienza del processo e Guareschi, il 15 aprile, viene condannato a dodici mesi per diffamazione.  Non ricorre in appello e il 26 maggio entra nelle Carceri di San Francesco a Parma. Dicembre: esce il «Corrierino delle famiglie»

1955
Scrive in carcere il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Don Camillo e l’onorevole Peppone». 4 luglio: esce dal carcere e riprende a dirigere il Candido collaborando con scritti e disegni.

1956
26 gennaio: termina la libertà vigilata.

1957
27 settembre: realizza una sua passione aprendo un piccolo caffè alle Roncole, di fianco alla casa natale di Giuseppe Verdi. Il progetto, l’arredamento e le direttive per la conduzione sono suoi. È stato il primo (e forse l’unico) locale pubblico dove, in vetrina, era appiccicato il cartello: «In questo locale non c’è Juke box».  10 novembre: lascia la direzione di Candido continuando a collaborare con articoli e disegni.
 
1959
ottobre: scrive «Il compagno don Camillo» che appare a puntate sul Candido (uscirà in volume nel 1963) a Cademario in Ticino dove, dal 1956, passa l’autunno e l’inverno.

1961
Scrive soggetto, sceneggiatura e dialoghi per «Don Camillo monsignore… ma non troppo». 22 ottobre: lascia il Candido e Rizzoli chiude il giornale.

1962
maggio: inizia una breve collaborazione con quattro disegni al quotidiano La Notte diretto dall’amico Nino Nutrizio. La collaborazione riprenderà nel novembre 1963 con più vignette giornaliere e continuerà – con pause dovute a malattia – fino al 22 maggio 1968. Luglio: viene colpito da un primo infarto.

1963
È a Roma dove rimane fino al 26 marzo per scrivere il soggetto, la sceneggiatura, i dialoghi e curare la regia della seconda parte del film «La Rabbia». La prima parte è di Pier Paolo Pasolini. Febbraio: comincia a collaborare al Borghese, diretto da Mario Tedeschi.  Collabora al Giornale di Bergamo, diretto da Alessandro Minardi. Dicembre: esce «Il compagno don Camillo».

1964
scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi del «Compagno don Camillo».

1964
aprile: inaugura alle Roncole un piccolo ristorante a fianco del caffè aperto nel 1957, anche questo realizzato e condotto su suo disegno e direttive. Condotto dal figlio con la sua famiglia, rimarrà aperto per più di trent’anni e nel 1995 chiuderà per cedere il posto alla Mostra antologica permanente «Tutto il mondo di Guareschi», al piccolo Centro Studi, all’Archivio Guareschi e alla sede del «Club dei Ventitré». 10 ottobre: inizia a collaborare con una rubrica di critica televisiva e costume e con disegni a Oggi. Continuerà fino al maggio del 1968.

1965
Inizia a collaborare con la Paul Film scrivendo i testi per caroselli pubblicitari e continuerà fino al 1966.

1966
Luglio: a Cervia dove, da anni, passa l’estate, scrive il testo per il libro pubblicitario «La calda estate del Pestifero». Il libro uscirà nel 1967.  Isolato per salute a Cademario assieme a Ennia, scrive per Oggi quasi tutte le puntate di «Don Camillo e don Chichì» (su Oggi si chiama «Don Camillo e la ragazza yé yé»). Il libro, preparato da Giovannino, uscirà postumo e incompleto nel 1969 col titolo «Don Camillo e i giovani d’oggi» . La Rizzoli lo ha riproposto nel 1996 in forma integrale e col titolo originale.

1967
Esce «La calda estate di Gigino Pestifero». Il titolo e il testo sono stati modificati a sua insaputa. Giovannino consente all’editore di vendere la 1ª edizione diffidandolo dal farne altre. Verrà ristampato, col testo originale e senza disegni, nell’aprile del 1994 dalla Rizzoli, col titolo scelto da Giovannino: «La calda estate del Pestifero».

22 luglio 1968
muore a Cervia (RA) per infarto cardiaco.

 

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Il signor Mussolini? Il più grande bluff d’Europa e anche oltre

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Mussolini: il più grande bluff d’ Europa
Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley Than Napoleon
“The Toronto Daily Star”, 27 gennaio 1923

di Ernest Miller Hemingway

Mussolini è il più grande bluff d’Europa. Anche se domattina mi facesse arrestare e fucilare, continuerei a considerarlo un bluff. Sarebbe un bluff anche la fucilazione. Provate a prendere una buona foto del signor Mussolini ed esaminatela. Vedrete nella sua bocca quella debolezza che lo costringe ad accigliarsi nel famoso cipiglio mussoliniano imitato in Italia da ogni fascista diciannovenne. Studiate il suo passato. Studiate quella coalizione tra capitale e lavoro che è il fascismo e meditate sulla storia delle coalizioni passate. Studiate il suo genio nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua predilezione per il duello. Gli uomini veramente coraggiosi non hanno nessun bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi. E guardate la sua camicia nera e le sue ghette bianche. C’è qualcosa che non va, anche sul piano istrionico, in un uomo che porta le ghette bianche con una camicia nera.

Qui non ho spazio per affrontare il problema Mussolini, bluff o grande forza duratura. Può darsi che duri quindici anni come può darsi che venga rovesciato la primavera prossima da Gabriele d’Annunzio che lo odia. Ma permettetemi di offrirvi due ritrattini autentici di Mussolini a Losanna.

Il dittatore fascista aveva annunciato una conferenza stampa. Vennero tutti. E tutti ci affollammo in una stanza. Mussolini sedeva alla scrivania leggendo un libro. Il suo viso era contratto nel cipiglio famoso. Faceva la parte del dittatore. Essendo un ex giornalista, sapeva benissimo quanti lettori sarebbero stati toccati dai resoconti che gli uomini presenti in quella stanza avrebbero scritto dopo l’intervista che egli s’accingeva a dare. E restava assorto nel suo libro. Mentalmente leggeva già le pagine dei duemila giornali serviti da quei duecento inviati: “Quando entrammo nella stanza, il dittatore in camicia nera non alzò gli occhi dal libro che stava leggendo, talmente intensa era la sua concentrazione…” eccetera eccetera.

Per sapere quale fosse il libro che leggeva con avido interesse, gli andai dietro in punta di piedi. Era un dizionario francese-inglese, che teneva capovolto.

L’altra immagine di Mussolini come dittatore la vidi lo stesso giorno quando un gruppo di italiane che vivono a Losanna vennero al suo appartamento dell’Hotel Beau Rivage per offrirgli un mazzo di rose. Erano sei donne di ceppo contadino, mogli di operai residenti a Losanna, e attendevano fuori della porta di rendere omaggio al nuovo eroe nazionale italiano che era anche il loro eroe. Mussolini arrivò in redingote, calzoni grigi e ghette bianche. Una delle donne si fece avanti e cominciò il suo discorso. Mussolini la guardò torvo, sogghignò, posò i suoi occhioni da africano sulle altre cinque e tornò in camera sua. Quelle poco attraenti contadinotte vestite a festa rimasero lì con le rose in mano. Mussolini aveva fatto la parte del dittatore.

Mezz’ora dopo ricevette Clare Sheridan, che a forza di sorrisi è riuscita a ottenere molte interviste; e trovò il tempo di conversare con lei per mezz’ora.

Naturalmente gli inviati speciali dell’epoca napoleonica possono aver notato le stesse cose in Napoleone e gli uomini che lavoravano al “Giornale d’Italia” ai tempi di Cesare possono aver scoperto in Giulio le stesse contraddizioni, ma dopo un attento studio sull’argomento mi pare che in Mussolini ci sia non tanto Napoleone quanto Bottomley, un enorme Horace Bottomley italiano, bellicoso, duellista e riuscito.

 

 

Su Dio, sulla vita…

Profonda riflessione quella di cui la mia amica Rita mi ha fatto partecipe, chiedendomi un parere. A me, che per capire il significato di certe parole devo precipitarmi a consultare il provvidenziale dizionario.

No, non ho proprio il cervello per addentrarmi in tali profondità, considerando anche che sono oltremodo impegnato per vivere al meglio le piccolezze quotidiane, quelle che sommate, se vissute con attenzione e tentando di impregnarle di quell’Amore che eleva e riempie l’esistere, lo rendono Grande, così per me come per chiunque altro.

M’interessa, appunto, unicamente la fatica di lasciarmi dietro piccoli semi, con la speranza che attecchiscano in un terreno che io per primo e per quanto riesco cerco di fertilizzare, con la speranza di vedere finalmente la Vita più accettabile per tutti, ed arrivare persino a considerarla un Dono.

Lasciando ad altri la possibilità di elaborare gli stimoli che seguono, sono grato alla sempre gentile Rita da Chieri.  (Piero)

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Su Dio e sulla vita

di Rita Clemente
Per me Dio è anzitutto una grande domanda di fronte a cui si possono avere due atteggiamenti:

  1. Non si sente nemmeno il bisogno di porsela. Ci si accontenta del fenomenico, di ciò di cui possiamo fare esperienza diretta, e va bene così. Magari il senso della vita lo si cerca altrove, per esempio nell’impegno per la giustizia sociale. Ma se ci poniamo la domanda, allora cerchiamo una risposta. E ci sono tante risposte quante sono le menti umane. Sono risposte condizionate, certo, anzitutto dalla nostra tradizione culturale – religiosa. Qualcuno dice che Dio è indefinibile e ineffabile, è un mistero, anzi, il Mistero. Ma anche questa è una risposta. Il Mistero può essere inconoscibile, ma è. Se dunque Dio è il Mistero, Dio è.
  2. Che relazione c’è tra il mio piccolo essere transeunte e il Dio che è? C’è una relazione? Se facciamo riferimento a Gesù, sappiamo che ha costruito tutta la sua vita sulla relazione con un Dio che chiamava padre. Il linguaggio umano è sempre metaforico quando si parla del Mistero, anche la parola Padre, che però riporta a una fortissima e intensa relazione, anche affettiva. E non riguarda solo Gesù, ma tutti coloro che credono alla parola di Gesù “Padre nostro (non mio), che sei nei cieli…”. Sul Golgota sembra che questo padre non gli risponde, lasciandolo solo. Gesù sperimenta il dolore la paura e la solitudine della morte, come ogni essere umano. Ma il suo rapporto con Dio va visto nell’arco di tutta la sua vita e oltre. Come dice bene padre Alberto Maggi, la vita eterna è la pienezza di vita che non comincia “dopo” la morte, ma è un continuum che comprende la morte fisica, andando oltre. Se c’è una relazione, c’è dunque un rapporto reciproco “cosciente”. Il Dio persona non è necessariamente un Dio antropomorfico, ma un Essere cosciente sì. E che senso ha il rapporto, la relazione, con lui? Un effetto liberante. Da che cosa? Dal Male. Il male si può declinare e concretizzare in tre espressioni: il dolore, la morte, il peccato. Ma il dolore e la morte sono “mali” che fanno parte della natura e di cui l’ essere umano fa esperienza in quanto “essere naturale”. Se il bene supremo per ciascuno di noi è la Vita nella sua pienezza, il male è ciò che limita, ferisce, in qualche modo danneggia la vita. Da questo punto di vista, la Natura non è innocente, perché la natura produce vita, ma anche dolore e morte. Eppure forse il dolore e la morte hanno una loro sensatezza. Il dolore è la protesta viva che qualcosa sta offendendo la vita, La morte si dà perché altra vita possa continuare. Però Gesù, nel suo percorso terreno, ha anche insegnato con le parole e dimostrato con i fatti che l’essere umano doveva essere liberato anche dal dolore e dalla morte.

Per il peccato la questione è diversa, perché attiene solo all’essere umano e alla sua coscienza. E’ il danno, la ferita che si compie in qualche modo alla vita coscientemente, cioè con piena avvertenza e deliberato consenso. La liberazione dal peccato dipende dalla volontà umana, esige una metànoia, una trasformazione che è presa di coscienza. Dunque, l’essere umano non può essere liberato dal peccato senza la sua partecipazione e collaborazione. Vito Mancuso direbbe senza la sua libertà. Ma se l’essere umano è natura, partecipa anche del limite della natura. Certo, è aggressivo, è predatore, come tutti gli altri esseri viventi e produce danno. Però è qualcosa di più della natura, è essere cosciente. Pertanto non deve diventare “innaturale”, ma “soprannaturale”. Secondo l’ottica d’amore del Padre, l’Essere con cui è in relazione. Il rapporto con Dio libera dal male, non perché ci esime dal provare il dolore e la morte. Ma perché ci pone in una prospettiva di superare il dolore e la morte. Infatti Gesù nella sua esperienza terrena guariva i malati e liberava dall’angoscia di morte. Lui stesso fa esperienza della morte, e la fa “con timore e tremore”. Ma ciò non toglie che sia poi andato oltre la morte, con quella nuova esperienza che viene chiamata “resurrezione”. Ma per essere nella resurrezione piena, occorre immettersi nella logica che richiede la relazione con l’Essere Dio. Quindi una logica di superamento di tutto ciò che ferisce, umilia, limita la Vita. Cioè il peccato.

Ultima cosa. Mi piacerebbe che, alla fine della nostra vita, non si dicesse di noi: “santa subito”, oppure “era una brava cristiana”, o cose del genere. Mi piacerebbe molto che si dicesse “molto le è stato perdonato, perché molto ha amato”. Parole più sublimi di queste rivolte a un essere umano secondo me non si danno. Perché riconoscono la sua natura di essere fragile e “peccatore” (diversamente non avrebbe bisogno di perdono), ma ne apprezzano il suo instancabile sforzo di superarlo attraverso l’amore, cioè la volontà di non limitare, ma di aggiungere vita alla vita.

“L’ uomo che cerca…”

 

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di Piero Murineddu

É un vero piacere fare rientro a casa dopo qualche giorno di assenza e vedere che la cassetta della posta non contiene solo, come ormai succede, unicamente volantini pubblicitari e ancor peggio avvisi di pagamento dell’ Ufficio delle Entrate, quelli che istintivamente ti fanno esclamare un innocentino cazz, e letto l’ importo, ti portano a rispolverare il ben fornito repertorio d’imprecazioni.

Finalmente, cosa rara ma accade, ti vedi recapitare una gradita prova che le promesse e le amicizie di feisbuk non sono solo parole, parole, parole, anche se molto meglio degli inutili pollici, pollici, pollici…

Aperta la busta, vengo da subito colpito dalla copertina del volume impreziosita dalla foto del missionario che, pur rimanendo ben ancorato alle proprie radici di provenienza, tiene una posa che riporta alla terra africana dove la sua vita quotidiana é uno sforzo continuo di farsi uno con i singoli e la gente che lì vive, in questo caso la zona più a nord del Camerun. Questo desiderio intimo e messo in pratica dal padre saveriano sardo lo leggo da subito nell’ introduzione al volume di Giulio Albanese:

“IL DNA DEL CRISTIANESIMO É L’UNITÀ NELLA DIVERSITÀ”

Impresa questa molto ma molto ardua, come ben sappiamo, ma da lì non si scappa, a meno che non vogliamo vanificare il Messaggio del Maestro con le nostre stupide pretese integralistiche del “io sono io e voi non siete nessuno”. Che colossale imbecillità!

Quasi naturalmente, ho messo da parte l’ ultimo libro di Guccini acquistato (in libreria e non su Amazon !), e le 125 pagine ben protette dalla copertina rigida in cui Mario Ghiretti in modo piacevole descrive tutte le tappe che hanno portato alla realizzazione del film documentario ( DVD allegato al volume) l’ho messo nello zainetto che mi porto dietro nel mio peregrinare giornaliero…

Grazie Antonino

Luglio 2001 a Genova e nel mondo

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di Stefano Nazzi

Sono passati vent’anni dal G8 di Genova, che tra il 19 e il 22 luglio 2001 ospitò gli incontri dei leader delle principali potenze economiche mondiali, le grandi manifestazioni dei movimenti no global, contrari al modello di sviluppo economico dietro alla globalizzazione, e soprattutto alcuni degli episodi più violenti e importanti della storia italiana recente, quelli di piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.

Questi toponimi – associati rispettivamente alla morte del manifestante Carlo Giuliani, ai violentissimi pestaggi nella scuola dove dormivano gli attivisti del Genoa Social Forum, e alle torture nella caserma in cui vennero portati molti arrestati – sono centrali per la storia recente del paese e sono ricordati e discussi ciclicamente e con grande partecipazione soprattutto dalla sinistra movimentista italiana.

Periodicamente queste discussioni provocano tensioni e scontri politici, ad anni di distanza. Ma con il passare del tempo quei fatti, e forse ancora di più il contesto che li rese possibili da una parte e così rilevanti dall’altra, sono sempre meno noti a tutta una generazione che nel 2001 era nata da poco, o che addirittura ancora non c’era.
Il G8, a Genova

In quelle giornate torride del 2001 si scontrarono e incontrarono volontà opposte e convergenti: quella di un’ala molto minoritaria del movimento no global di esercitare violenza e distruggere tutto ciò che poteva essere distrutto; e quella di una parte del potere politico di schiacciare e punire quel movimento che anche in Italia aveva preso consistenza e forza.

Il G8 di Genova fu un disastro scaturito da sottovalutazioni colpevoli e da volontà criminali. Ma anche da errori macroscopici, a iniziare dalla scelta della città dove tenere il vertice: Genova, appunto, giudicata, ma solo a posteriori, «topograficamente inadatta alla gestione dell’ordine pubblico», come ammise poi l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola.

Fu Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, a indicare la città come sede per il G8 del 2001 ma fu poi Silvio Berlusconi, divenuto presidente del Consiglio l’11 giugno 2001, a gestire la sicurezza dell’evento e l’arrivo dei leader internazionali: oltre a lui c’erano George W. Bush, presidente degli Stati Uniti; Jean Chretien, primo ministro del Canada; Jun ‘Ichiro Koizumi, primo ministro giapponese; Tony Blair, primo ministro britannico; Jacques Chirac, presidente francese; Gerhard Schröder, cancelliere tedesco; e Vladimir Putin, presidente russo.

Prima dell’evento Berlusconi, accompagnato dal ministro dell’Interno, fece tre sopralluoghi in città, sorvolandola a lungo in elicottero. Visitò la nave European Vision che poi ospitò quasi tutte le delegazioni straniere. Si occupò prevalentemente dell’aspetto estetico: ordinò per esempio che venissero tolti i panni stesi alle finestre e fece dipingere la facciata di un edificio di fronte a Palazzo Ducale, dove si sarebbero tenuti i vertici. Analizzò i campioni delle tende poste in piazzale Matteotti, e scelse le piante che dovevano coprire quelli che giudicò «orribili inestetismi». Niente doveva sembrare fuori posto nella “Fortezza Genova”, come fu soprannominata la “zona rossa” entro la quale si sarebbero svolti gli eventi del G8.

L’obiettivo dichiarato del summit degli otto leader era “sconfiggere la povertà”. E cioè, era scritto nei comunicati ufficiali, «individuare misure atte a sostenere l’economia dei paesi più fragili secondo una strategia integrata, specie per quanto riguarda commercio e investimenti sociali».

Mentre all’interno di Palazzo Ducale capi di stato e di governo discutevano di questo obiettivo, fuori, per le strade di Genova, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, il livello di violenza cresceva di ora in ora. Per tre giorni lo stato di diritto venne meno in molte delle situazioni che si crearono. Chi doveva vigilare non lo fece o fece finta di non vedere, e in molti casi incoraggiò le forze dell’ordine ad agire senza alcuna regola, facendo dell’uso della forza, della prevaricazione e dell’umiliazione fisica e psicologica la propria norma di comportamento. Amnesty International sostenne in seguito che quella che ebbe luogo a Genova in quei giorni fu la «più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale».

Il movimento no global
La stampa internazionale si accorse tra fine novembre e inizio dicembre del 1999 dell’esistenza di un movimento internazionale formato da centinaia di organizzazioni e associazioni diverse che si battevano contro le politiche economiche e sociali occidentali considerate liberiste, responsabili di ingiustizie e insopportabili diseguaglianze tra Nord e Sud del mondo. In quei giorni a Seattle si tenne la conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). In città per protestare arrivarono 50.000 manifestanti appartenenti a movimenti di cittadini, organizzazioni non governative, movimenti giovanili e ambientalisti, sindacati.

Con azioni di forza i manifestanti riuscirono a ritardare l’inizio dei lavori. Gli scontri con la polizia furono violenti. I giornali battezzarono quel movimento il “popolo di Seattle” o “no global”. Il movimento chiedeva la cancellazione del debito per i Paesi del Sud del mondo, si batteva contro la globalizzazione dei mercati accusata di cancellare peculiarità e differenze dei singoli paesi, per l’istituzione della Tobin Tax, la tassa sugli scambi di valuta pensata per limitare le speculazioni e ridistribuire le ricchezze, e per la tutela dell’ambiente. Chiedeva l’abolizione dei paradisi fiscali, sosteneva i diritti dei lavoratori, la parità salariale di genere.

Tra le figure di riferimento del movimento c’erano Naomi Klein, scrittrice e autrice del libro No logo, che denunciava lo strapotere delle multinazionali e dei loro marchi, ma anche l’agricoltore francese Josè Bovè, l’intellettuale indiana Vandana Shiva e lo statunitense Noam Chomsky. I giorni di Seattle coincisero anche con la nascita di Indymedia, una rete di giornalisti indipendenti e videomaker il cui motto era “Don’t hate the media, become the media” (non odiare i media, diventa i media). La rete Internet – molto diversa e più lenta dell’attuale, e ancora piuttosto lontana dai dispositivi mobili – diventò fondamentale nell’organizzazione del movimento. Mentre da una parte contribuiva all’accelerazione delle dinamiche alla base del modello economico globalizzato, dall’altra velocizzò e amplificò la diffusione delle idee alternative, delle testimonianze e dei documenti dai paesi più lontani.

Il contesto politico, in Italia e nel mondo
In Italia, poco più di un mese prima del G8 di Genova, aveva giurato il secondo governo Berlusconi (il primo, nel 1994, era durato appena otto mesi). Aveva vinto in maniera netta le elezioni del 13 maggio contro la coalizione di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli. Restò in carica 1.412 giorni, il più longevo nella storia della Repubblica, e come era già successo nel 1994 incluse ministri di Alleanza Nazionale, l’ex Movimento Sociale Italiano, e quindi l’area ex fascista.

Gianfranco Fini venne nominato vicepresidente del Consiglio, Mirko Tremaglia divenne ministro degli Italiani nel mondo, Gianni Alemanno andò all’Agricoltura, Altero Matteoli all’Ambiente e Maurizio Gasparri alle Comunicazioni. Il ministero dell’Interno fu assegnato a Claudio Scajola, ex democristiano, ma secondo le moltissime ricostruzioni di quei giorni la funzione di ministro nei giorni del G8 di Genova fu di fatto esercitata da Fini.

A livello internazionale il Repubblicano George W. Bush era diventato presidente degli Stati Uniti battendo il Democratico Al Gore, dopo un’elezione contestatissima e decisa a settimane di distanza per uno scarto inferiore ai 2.000 voti. Tra le sue prime mosse da presidente ci fu il rifiuto di aderire al protocollo di Kyoto, che prevedeva la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, a cui avevano già aderito 40 paesi.

In Russia Vladimir Putin era stato eletto presidente da poco più di un anno, per il primo dei suoi quattro mandati. In Europa governavano partiti e uomini di centrodestra, oltre che in Italia, in Spagna (José Maria Aznar) e in Francia (Jacques Chirac). Nel Regno Unito il primo ministro Tony Blair aveva spostato a destra il Labour britannico introducendo il concetto di “Terza Via”, con le sue politiche liberiste in economia. In Germania, dove solo quattro anni dopo sarebbe iniziata l’era Merkel, era invece al governo il socialdemocratico Gerhard Schröder.

Nonostante le sconfitte e il momento difficile in Europa, altrove stavano succedendo cose che entusiasmavano i movimenti di sinistra italiani. In Sud America una serie di risultati elettorali e di successive politiche di successo contro la povertà stavano mostrando un modello di governo alternativo a quello occidentale a cui molti guardavano con speranza ed entusiasmo. In Cile da oltre dieci anni governava l’opposizione che aveva sconfitto il dittatore Augusto Pinochet, e soprattutto in Venezuela era diventato presidente due anni prima Hugo Chávez, che aveva promesso una rifondazione del paese e un’integrazione dei suoi popoli basata sul socialismo democratico e sull’anti-imperialismo. La sua vittoria avrebbe anticipato e aiutato quella di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile nel 2003, che nel decennio successivo sarebbe stato un altro grande riferimento per la sinistra pacifista, terzomondista e ostile allo strapotere militare e culturale americano.

Allo stesso tempo, però, le preoccupazioni di tutto il mondo riguardavano un altro paese sudamericano, l’Argentina, entrato in una crisi economica profondissima. L’anno dopo, nel 2002, il governo argentino dichiarò di non essere in grado di ripagare i debiti, congelò per un anno i conti correnti e dichiarò il default del debito pubblico per una cifra di 132 miliardi di dollari.

Il Genoa Social Forum
In Italia il movimento no global diede vita al Genoa Social Forum, che si costituì proprio per preparare la piattaforma di rivendicazioni e richieste in vista del G8 del 2001. Fu formato da 1.184 gruppi e movimenti: tantissimi e molto diversi tra loro, con agende, rivendicazioni e principi per molti versi anche contrastanti. Aderirono partiti come Rifondazione comunista e i Verdi, movimenti cristiani come Pax Christi e la Federazione delle Chiese evangeliche, sindacati come la Fiom e i Cobas. E poi la rete Lilliput, insieme di ong che operano nei Paesi poveri, la Banca popolare etica, centri sociali come il Leoncavallo di Milano e l’Officina 99 di Napoli, movimenti femministi, Attac, l’associazione per la tassazione delle rendite finanziarie, WWF e Legambiente.

Come portavoce del Genoa Social Forum furono indicati il medico e attivista milanese Vittorio Agnoletto e Luca Casarini del centro sociale Pedro di Padova, leader delle cosiddette “tute bianche”, l’ala maggioritaria tra i centri sociali presenti nel movimento no global. Il G8 fu caricato di molte aspettative e significati, da parte del movimento no global italiano, e l’attenzione e gli slogan che si accumularono nelle settimane precedenti contribuirono a creare un clima di fortissima tensione.

Le informative dei servizi segreti
Prima dei giorni del G8 i servizi di intelligence italiani fornirono al governo e ai vertici delle Forze dell’Ordine relazioni dettagliate su che cosa sarebbe potuto succedere. Era stato previsto l’arrivo di circa 2.000 stranieri e di 500 italiani da “attenzionare”, secondo un termine utilizzato dalle forze dell’ordine. I più pericolosi, 500-1.000, sarebbero stati quelli del Blocco nero, il Black bloc, soprattutto persone del movimento anarchico considerate estremiste e violente, provenienti da Germania, Spagna, Inghilterra e Grecia (ma i greci non arrivarono, bloccati direttamente al porto di Ancona).

Addirittura il documento stimò con precisione, come scrive Giovanni Mari nel suo libro Genova 20 anni dopo, gli arrivi sicuri di italiani del Blocco nero: 35 persone da Varese, 10 da Aosta, 5 da Perugia, una da Vibo Valentia, 4 da Vercelli, 7 da Pavia, 3 da Prato. Venne anche descritto il modus operandi del gruppo: l’infiltrazione nei cortei per poi staccarsi e devastare tutto, una tattica che anni più tardi verrà messa in atto anche a Milano, l’1 maggio 2015, al corteo contro l’Expo.

Nel documento preparato dai servizi, i manifestanti di Genova vennero divisi in quattro potenziali blocchi: il blocco rosa, e cioè le associazioni di volontariato, le ong, i partiti tradizionali, considerati non pericolosi; il blocco giallo, costituito soprattutto dai centri sociali guidati dal Leoncavallo di Milano e dalle tute bianche; il blocco blu, e cioè i centri sociali più combattivi come l’Askatasuna di Torino e il Vittoria di Milano; il Blocco nero, quello violento, che si divise in gruppi di 30-40 persone che agivano staccandosi dai cortei principali. Al termine dei giorni del G8, però, non risultò arrestato nessuno del Black bloc.

La preparazione delle forze di polizia
Il documento preparato dall’intelligence, oltre a dare indicazioni sull’arrivo del Black bloc, diffuse ansia e disorientamento. Nel documento venne scritto che i manifestanti avevano intenzione di far rotolare copertoni incendiati verso gli schieramenti delle forze dell’ordine, che era pronto da parte dei manifestanti violenti l’utilizzo di fucili ad acqua molto potenti, che si stavano costruendo catapulte per lanciare pietre e pesce marcio. Ma soprattutto i servizi segreti informavano che c’era la possibilità che venissero lanciati centinaia di palloncini contenenti sangue infetto e utilizzate fionde da caccia in grado, come scrive Mari, di lanciare biglie capaci di perforare le protezioni. Non accadde nulla di tutto questo ma il documento, che circolò tra le forze dell’ordine, agitò gli animi.

Per proteggere il G8 nella notte tra 17 e 18 luglio fu allestita la “zona rossa”: vennero installate grate altre tre metri che crearono un muro di otto chilometri, con 13 varchi a protezione di una cittadella che doveva essere inviolabile. Ai residenti venne consegnato un pass per entrare e uscire. Furono sigillati i tombini, i bus smisero di passare. La notte del 18 luglio una serie enorme di container alti cinque metri venne posizionata sul lungomare e davanti alla stazione Brignole. La zona invalicabile così si allargò, creando restringimenti potenzialmente pericolosi in alcuni punti dove poi sarebbero passati i cortei.

A Genova furono schierate 20.000 unità appartenenti alle forze dell’ordine. Alla maggior parte furono fornite delle nuove tute con protezioni. In dotazione non fu dato il consueto sfollagente ma un tipo nuovo, il cosiddetto tonfa, a forma di T.

Venerdì 20 luglio
Il 19 luglio erano sfilate a Genova 50.000 persone che rivendicavano diritti per i migranti. A parte un breve lancio di bottiglie di plastica verso la polizia, interrotto dal servizio d’ordine del corteo, non accadde nulla. Intanto a Genova erano arrivate migliaia di persone per partecipare alle proteste di venerdì e sabato. Le tute bianche si accamparono allo stadio Carlini. Alla scuola Diaz venne allestito il coordinamento del centro media del Genoa Social Forum.

Il 20 luglio erano previsti vari cortei in diversi punti della città. C’era il corteo della rete Lilliput, quello di Arci, Attac, Rifondazione comunista, Fiom. Ma soprattutto quello più importante, delle tute bianche: circa 25.000 persone che dallo stadio Carlini dovevano arrivare a ridosso della zona rossa. L’intenzione era violare simbolicamente la zona proibita. L’allora questore di Genova Francesco Colucci disse poi che c’era un accordo con Luca Casarini in questo senso: una violazione simbolica della fortezza ci sarebbe stata, poi il corteo sarebbe tornato indietro (Casarini non ha mai confermato questa versione).

Fin dal mattino, centinaia di appartenenti al Blocco nero avevano iniziato a muoversi per la città bruciando auto e cassonetti. L’allora presidente della provincia Marta Vincenzi segnalò che circa 300 persone del gruppo avevano occupato una scuola a Quarto dei Mille. Nessuno intervenne. I Black bloc si infiltrarono nel presidio dei Cobas, in piazza Paolo da Novi, iniziando a sfondare vetrine. I Cobas decisero così di lasciare la piazza, e quando giunsero i carabinieri i manifestanti violenti si erano già dileguati. Alcuni di loro si diressero verso il carcere di Marassi: vennero distrutte le telecamere di sorveglianza e lanciate pietre contro le poche forze dell’ordine presenti.

Il servizio d’ordine di Rifondazione comunista fece scappare i Black bloc, che però continuarono a muoversi, in gruppi di dieci-venti persone. Le forze dell’ordine non le intercettarono mai. Il Blocco nero, fuggendo dal carcere di Marassi, incontrò i manifestanti della rete Lilliput attaccandoli con sassi e bottiglie. Poi si mise di nuovo in fuga. Quando arrivarono i carabinieri, caricarono inspiegabilmente i manifestanti pacifici della Lilliput. Un altro contingente di carabinieri, il Tuscania, si perse per le strade di Genova. Un contingente di carabinieri, a piedi ma appoggiato da blindati, si lanciò alla ricerca del Black bloc. Sbagliò strada. Furono ore estremamente confuse, con ordini sbagliati o ignorati.

Alle 14.30 il corteo dei centri sociali lasciò lo stadio Carlini. C’erano più o meno 25.000 persone, in testa le tute bianche con caschi, ginocchiere, protezioni in gommapiuma, scudi in plexiglass. Nessuno strumento di offesa, secondo i giornalisti presenti. La manifestazione sfilò tranquillamente per oltre un’ora, era autorizzata a raggiungere piazza delle Americhe, a 500 metri dalla zona rossa. L’obiettivo era quello appunto di forzare simbolicamente il blocco per poter così dichiarare “violata” la zona rossa.

In via Tolemaide il corteo si trovò di fronte il contingente dei carabinieri alla disordinata ricerca del Blocco nero. Sembrò una scena da film, manifestanti e carabinieri sorpresi di trovarsi gli uni di fronte agli altri. Ma l’errore peggiore fu quello successivo. I carabinieri, scortati da numerosi blindati, iniziarono a lanciare decine di lacrimogeni verso il corteo. Poi i militari caricarono in massa facendo quello che in qualsiasi manuale dell’ordine pubblico viene assolutamente sconsigliato: attaccare un corteo senza lasciare una via d’uscita.

In una registrazione acquisita dai magistrati si sente chiaramente un funzionario che dalla centrale operativa urla: «Nooooo, che cazzo fanno? Hanno caricato le tute bianche. No, no». Il capitano che aveva guidato la carica spiegò poi di averlo fatto per creare una via di passaggio. Ma ammise anche di non conoscere la topografia della zona e di non sapere quindi che non stava lasciando vie di fuga ai manifestanti. I carabinieri si schiantarono sulle prime linee delle tute bianche che non potevano arretrare. Ma non potevano arretrare nemmeno i carabinieri perché i blindati faticavano a fare manovra.

Fu uno scontro che durò almeno due ore e che continuò nelle vie vicine, con i carabinieri che alla fine si allontanarono precipitosamente e i blindati che si ostacolavano tra loro, in alcuni casi venendo abbandonati dagli autisti. Alcuni blindati vennero bruciati. La controffensiva dei carabinieri fu violentissima: molte testimonianze raccontarono di agenti con la pistola in mano, i giornalisti riferirono di colpi esplosi verso l’alto, ma non solo. I manifestanti che a quel punto tentavano di fuggire vennero circondati e picchiati, mentre i carabinieri si diressero in maniera disordinata verso vie laterali. Vennero picchiati manifestanti pacifici, personale medico, fotografi e giornalisti, videomaker.

Un gruppo di militari finì in piazza Alimonda, mentre le tute bianche decidevano di abbandonare la piazza e rientrare nello stadio Carlini. Per le vie di Genova rimasero gruppi di manifestanti non organizzati.

La morte di Carlo Giuliani
Alle 17.30 i carabinieri del battaglione Sicilia caricarono un gruppo di manifestanti tra via Tolemaide e via Caffa. I militari si spostarono poi velocemente verso piazza Alimonda seguiti da due camionette Defender. Una di queste rimase incastrata in piazza contro un cassonetto dei rifiuti. A bordo c’erano l’autista Filippo Cavataio, Mario Placanica e Dario Raffone. Che cosa ci facessero lì i due mezzi non è mai stato chiarito.

Al processo il capitano dei carabinieri Claudio Cappello, che era in piazza Alimonda, disse che non essendo il Defender un mezzo blindato è improponibile utilizzarlo in operazioni di ordine pubblico, e che secondo lui sarebbe stato “suicida” disporli al seguito del contingente. Fatto sta che i due Defender erano lì e uno, per alcuni secondi, non riuscì a muoversi. A quel punto la camionetta fu circondata da alcuni manifestanti fuggiti da via Caffa.

I carabinieri presenti non intervennero. A Genova in quei giorni vennero sparati 6.000 lacrimogeni, in piazza Alimonda nessuno. Furono lanciati sassi, un manifestante con un asse di legno colpì l’interno della camionetta, un altro colpì il mezzo con un estintore. L’estintore venne poi raccolto da terra da un altro ragazzo che lo issò sopra la testa per lanciarlo verso gli agenti sulla camionetta. A quel punto il carabiniere Mario Placanica estrasse la pistola e sparò due colpi: una famosa foto catturò proprio quegli istanti, mostrando Giuliani con l’estintore sopra la testa e la mano di Placanica che impugnava la pistola, mirando ad altezza d’uomo.

Il primo colpì allo zigomo sinistro il giovane che aveva l’estintore, il secondo si conficcò nel muro della chiesa in fondo alla piazza. A quel punto il Defender riuscì a muoversi passando due volte sopra il ragazzo a terra, prima in retromarcia poi avanzando. Un reparto di polizia prese possesso della piazza circondando il corpo del giovane per sottrarlo alla vista degli altri manifestanti. Un funzionario di polizia raccolse un sasso da terra e urlò verso un manifestante: «L’avete ucciso voi».

Alle 18 l’ANSA diffuse la notizia: «Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo». Alle 21 venne comunicato il nome del ragazzo ucciso: si chiamava Carlo Giuliani, era di Roma, aveva 23 anni.

Negli atti del processo che seguì divenne tristemente famosa una comunicazione tra due funzionari di polizia, in cui si sentiva una voce di donna dire al collega uomo: «uno a zero per noi».

Nel 2005 in piazza Alimonda venne posta una lapide, dopo la decisione del consiglio comunale di Genova che approvò la mozione con soli tre voti di scarto. Nel 2012, durante lo svolgimento del processo per le violenze alla scuola Diaz, la lapide fu prima imbrattata poi distrutta. Nel 2006, nonostante le proteste dei partiti di destra, Rifondazione comunista decise di intitolare la propria aula parlamentare a Carlo Giuliani ponendo una targa. Quando dopo le elezioni del 2008 Rifondazione comunista non fu più rappresentata alla Camera, l’aula cambiò destinazione e la targa venne rimossa.

Sabato 21 luglio
Un grande corteo di 300.000 persone si snodò lungo corso Italia. Lo schema del giorno precedente si ripeté in parte. Dalla manifestazione si staccarono 300-400 appartenenti al Blocco nero che attaccarono con lanci di sassi e bottiglie le forze dell’ordine. Dopo ciò che era accaduto il giorno prima, i carabinieri furono impiegati nelle retrovie. Il servizio fu gestito da poliziotti e agenti della Finanza.

Davanti alla Fiera di Genova un centinaio di Black bloc si scagliò contro la polizia per poi ritirarsi. A un certo punto, in via Casaregis, inspiegabilmente le forze dell’ordine attaccarono il corteo pacifico e che anzi cercava di isolare i provocatori. Poliziotti e finanzieri picchiarono tutti quelli che incontravano. La carica durò 45 minuti, poi dopo una breve sospensione riprese violentemente. Tra chi fu picchiato non c’erano armi né passamontagna, non c’erano le tute nere. Gli ospedali si riempirono di feriti ma anche di poliziotti che impedirono l’ingresso a familiari e amici. Un lacrimogeno venne sparato dentro un’ambulanza.

Quel giorno il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini stette a lungo nella centrale operativa della polizia e poi al comando generale dei carabinieri. Anche altri parlamentari di Alleanza Nazionale visitarono a più riprese la centrale operativa. Il ministro dell’Interno Claudio Scajola era a Roma, al Viminale.

La scuola Diaz
Alle 19 in Questura ci fu una riunione. In due giorni c’erano stati scontri, feriti, violenze. I fermati furono pochissimi, nessuno tra i Black bloc. Il dirigente della polizia Ansoino Andreassi avrebbe poi detto al processo per i fatti della Diaz: «C’era l’esigenza di fare molti arresti per poter recuperare l’immagine delle forze dell’ordine». In Questura quella sera c’erano i massimi dirigenti: il capo della Polizia Giovanni De Gennaro disse però di essere stato informato solo quando l’operazione nella scuola era già avvenuta.

Tre minuti prima di mezzanotte un blindato sfondò il cancello del comprensorio Diaz, nel quartiere Albaro, costituito da due scuole, la Pascoli e la Pertini. Una parte più esigua del contingente di polizia si diresse verso la scuola Pascoli dove c’era il Centro stampa del Genoa social forum. Gli agenti si accanirono sulle cose rompendo tutto ciò che capitava a tiro. Alla Pertini entrarono invece gli uomini dello Sco di Roma (Servizio centrale operativo), del Reparto Mobile sempre di Roma, della Digos di Genova, delle squadre mobili di La Spezia, di Roma, di Napoli e di Nuoro. A capo dell’operazione era Vincenzo Canterini, che comandava circa 350 uomini.

Dentro dormivano ragazze e ragazzi, soprattutto stranieri. La violenza della polizia si scatenò senza ragione e senza freni. Il funzionario di polizia Michelangelo Fournier al processo usò l’espressione “macelleria messicana” (l’aveva usata Ferruccio Parri davanti ai cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi che furono appesi in piazzale Loreto nel 1945). Disse anche che «fu una tonnara».

All’irruzione parteciparono uomini in borghese con la pettorina, che furono tra i più violenti: avevano la bandana sul volto, e nessuno seppe mai a che reparto appartenevano. A un certo punto se ne andarono. Canterini disse di non sapere chi era presente in quella che lui stesso definì la «macedonia della polizia». Alla fine dalla Diaz uscirono 82 feriti con teste, gambe e braccia rotte. Tre persone erano ferite gravemente, una era in coma. Il giornalista inglese Mark Covell ne uscì con otto costole rotte, un polmone bucato, un trauma cranico e cinque denti saltati. Il suo pestaggio venne definito dal pubblico ministero al processo “un martirio”.

Alla conferenza stampa dopo i fatti della Diaz i dirigenti della polizia dissero che in realtà le persone portate in ospedale erano già ferite da prima, dal pomeriggio. Poi venne detto che all’interno della scuola erano tutti Black bloc, e che erano state trovate due bombe molotov. Tutto fu smentito da inchieste, indagini e testimonianze. Le ferite furono riportate durante l’irruzione alla Diaz, e su quelle di molti manifestanti fu sparata la schiuma degli estintori e fu usato spray al pepe. Non fu trovata una sola arma, e le molotov erano state introdotte da un autista della polizia su ordine di un superiore, come lui stesso disse al processo. Furono smentite perché false anche le notizie secondo cui un’auto della polizia era stata attaccata fuori della Diaz, e che un manifestante aveva tentato di accoltellare un agente.

Bolzaneto
La caserma di Bolzaneto dista 15 chilometri dal centro di Genova. Vi furono portati i fermati della manifestazione del 20 e 21 luglio e poi dell’irruzione alla Diaz. Dentro le mura di quella caserma, in quei giorni, lo stato di diritto venne meno. I fermati, almeno 500, vennero sottoposti a tormenti e vessazioni fisiche e psicologiche. Alla polizia si aggiunsero gli uomini del Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, secondo le testimonianze quelli che più si accanirono contro i fermati.

I giovani furono fatti stare in piedi per ore con il volto rivolto contro il muro e le mani alzate, mentre gli agenti facevano suonare a ripetizione la canzone fascista “Faccetta nera” e intonavano il ritornello “un due tre, evviva Pinochet, quattro cinque sei, bruciamo gli ebrei”. I piercing vennero strappati, chi era ferito venne colpito sulle ferite. Un ragazzo venne fatto girare per la caserma a quattro zampe abbaiando. Le donne subirono minacce di stupro, non poterono utilizzare il bagno. Il medico capo dell’infermeria di Bolzaneto insultò i feriti dando loro delle “maledette zecche”, e si rifiutò di mandare in ospedale anche chi stava veramente male.

Un poliziotto in forza alla caserma di Bolzaneto raccontò a Repubblica: «Quella notte il cancello si apriva in continuazione, dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano “Faccetta nera”. Una ragazza vomitava sangue e le agenti dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli». L’allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, visitò la caserma di Bolzaneto il 21 luglio e disse di non essersi accorto di nulla, e che anzi era rimasto colpito dall’ordine e dall’organizzazione.

I processi

Per la morte di Carlo Giuliani il carabiniere Mario Placanica fu indagato per omicidio. Il Gip lo prosciolse per legittima difesa e uso legittimo delle armi. La perizia realizzata durante l’inchiesta stabilì che il colpo che uccise Giuliani fu sparato verso l’alto colpendo un sasso lanciato da un manifestante e deviando così la sua traiettoria. Questa ricostruzione dei fatti è sempre stata contestata dalla famiglia Giuliani. Placanica fu dimesso nel 2005 dall’Arma dei Carabinieri perché ritenuto “inadatto al servizio”.

Dopo i fatti di piazza Manin del 20 luglio, e cioè la carica della polizia nei confronti dei manifestanti pacifici della rete Lilliput, vennero presentate circa 60 denunce per le lesioni subite. Il ministero dell’Interno dovette risarcire molti manifestanti perché venne appurato l’uso ingiustificato della forza. Nessuno tra i poliziotti che parteciparono alla carica venne individuato e riconosciuto: avevano bandane sul viso e in Italia non era (e non è tuttora) previsto il numero identificativo sul casco.

Tra i manifestanti ci furono 25 condanne: 13 per danneggiamento, una per lesioni, dieci per devastazioni e saccheggio. In tutto furono comminati 110 anni di carcere.

Per i fatti della Diaz ci furono 29 imputati tra dirigenti e funzionari di polizia: in primo grado 16 furono assolti e 13 condannati per falso ideologico, lesioni, lesioni aggravate in concorso, introduzione delle bombe molotov nella scuola e violazione della legge sulle armi. Nel processo d’appello le condanne divennero 25 e le subirono anche i dirigenti che in primo grado erano stati assolti: il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri fu condannato a 4 anni, il comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a 5, Spartaco Mortola, dirigente della Digos di Genova, a 3 anni e 8 mesi. La Corte di Cassazione confermò poi le condanne. Il ministero dell’Interno fu condannato a pagare cifre tra 5.000 e 50.000 euro per ognuna delle parti civili che si erano presentate al processo.

Per i fatti della caserma di Bolzaneto furono imputate 44 persone. Ci furono 15 condanne e 30 assoluzioni. Nelle motivazioni della sentenza venne scritto che era avvenuta «distruzione di oggetti personali, insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne, a quelli razzisti a quelli di contenuto politico e varie minacce, spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle, percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli». Venne anche scritto:

«L’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nei giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria.»

I giudici dovettero però anche rilevare che, «forse per un malinteso spirito di corpo», la maggior parte di coloro che si resero responsabili delle vessazioni era rimasto ignoto. Nessuno tra i dirigenti di polizia coinvolti nei fatti di Genova subì arretramenti di carriera. Chi lasciò la polizia ebbe importanti ruoli in società pubbliche e private.

L’ex capo della polizia Franco Gabrielli, in carica dal 2016 al febbraio scorso, disse: «A Genova, un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. A Bolzaneto, lo dico chiaro, vi fu tortura. Se fossi stato in Gianni De Gennaro, allora capo della Polizia, mi sarei dimesso».

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di Andrea Gallo

Genova, 26 luglio 2001

Dopo l’incontro al Cimitero Monumentale per l’addio commovente a Carlo Giuliani e per abbracciare la famiglia amica, ritengo di aver diritto ad una risposta all’insopportabile orgia di parole dense di animosità e anche di stupidità e di falsità.

Quando si ignorano o non si vogliono vedere le ingiustizie del neoliberismo nel mondo, chi si oppone diventa un incomprensibile pericolo per la tranquilla vita quotidiana.
Ecco il mio diario dal 17 al 22 luglio 2001.

  • Martedì 17 – incontro con Manu Chao per organizzare il concerto. L’incasso andrà a “Città Aperta” e ad altri progetti.
  • Mercoledì 18 – grande musica in piazzale Kennedy, con oltre ventimila giovani, nessun incidente.
  • Giovedì 19 – immenso corteo (cinquantamila persone) con i Migranti. Tutto pacifico. Alla sera, festosa cena con Manu Chao e amici alla “Lanterna”.
  • Venerdì 20 – entrano in scena, dopo la loro rituale danza di guerra con tamburi e sventolio di bandiere nere, due-trecento “tute nere”, perfettamente schierate nei pressi di piazza Alimonda. Li abbiamo filmati senza difficoltà, mentre un elicottero volteggiava sulle nostre teste e la polizia non era lontana. Nello stesso tempo, al Carlini, si preparava il corteo della “disobbedienza civile”. Né contro le persone, né contro le cose. Arrivare al muro di ferro. Ripetute raccomandazioni alla non violenza. Perché, ad un chilometro e mezzo dalla rete, la Forza Pubblica attacca con una valanga di lacrimogeni, approfittando delle scorribande dei violenti non fermati precedentemente? Confusione, paura, disperazione, rabbia, scontri. Una vera “imboscata”. Carlo muore.
  • Sabato 21 – la folla raddoppia. Oltre duecentomila persone per il corteo finale. Si sfila suonando e cantando, ricordando Carlo.
    Perché la polizia e i carabinieri decidono di frantumare il corteo invece di tenerlo unito nel suo procedere pacifico? In quel pomeriggio si dà inizio ad una vera “caccia all’uomo” che perdurerà tutto il giorno e avrà il suo vergognoso termine alla scuola Diaz.
    Perché le tute nere hanno potuto agire quasi indisturbati, danneggiando sistematicamente negozi, banche, auto da Corso Solferino a via Felice Cavallotti?

La ricostruzione del Ministero degli Interni alla Camera è decisamente superficiale. Mancano tante, troppe risposte. Si vuol continuare a dire che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. C’è ormai un libro bianco interminabile. Testimonianze oculari, foto, filmati.

Abbiamo trascorso giornate e nottate “allucinanti” dal principio alla fine, dalla militarizzazione all’umiliazione della nostra Città. Porto chiuso, aeroporto presidiato. Stazioni ferroviarie bloccate. Negozi barricati. E soprattutto è saltata la “legalità” con numerosi e inaspettati episodi di “squadrismo di stato”, culminati nella tortura degli arrestati.

Che cosa è successo nella caserma di Bolzaneto?
Ho tutt’ora tanti amici nelle Forze dell’Ordine. Quanti “servitori” dello Stato di Diritto ho stimato e apprezzato in questi ultimi anni! Abnegazione, sacrificio, senso del dovere. Quanti hanno pagato con la vita, lasciando famiglie nel dolore. Non crederò mai che le Forze dell’Ordine, improvvisamente, siano diventate “scriteriate”.

Cittadini in divisa hanno sperimentato il potere puro, l’arbitrio assoluto. Hanno potuto far passare e non far passare, perquisire, sfottere, insultare, minacciare, infiltrare, provocare, picchiare, torturare, uccidere. Lo hanno fatto mentre il mondo li stava filmando e fotografando e non hanno avuto paura.

Signor Ministro, c’è una vera responsabilità politica.
Ho chiesto ad un agente, a bruciapelo, nel giorno di sabato: «Che stai facendo?» Mi ha risposto duramente e altezzosamente: «Sono un numero in uno schema che mi piace». Hanno provato l’ebbrezza della libertà armata.

Mi sento vicino a tutte le ragazze e i ragazzi della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri presenti a Genova. Ragazzi, vi diranno che è stato solo un esperimento.

Il risveglio sarà molto amaro.
Soprattutto sono col carabiniere ferito, con i contusi, e con il giovane autista della camionetta, coinvolto anche lui ingiustamente in un meccanismo perverso.
Signor Presidente del Consiglio, ci vogliono risposte chiare, trasparenti. Perché non attivare anche la Commissione Parlamentare Affari Costituzionali? Questa sarebbe democrazia?
L’Europa attende perplessa. Mai come in questo momento si rende necessario l’intervento intelligente e rapido della Magistratura per qualunque illegalità commessa.
Tanti cittadini ripongono nel potere giudiziario profonda fiducia.
E’ davvero puerile “scaricare” sul Genoa Social Forum accuse di connivenza, se non addirittura di complicità con le frange violente. Ho subìto in questi giorni attacchi personali. La Comunità San Benedetto ha aderito al Genoa Social Forum sin dall’inizio. Personalmente non ho mai fatto parte del gruppo dirigente, ma non voglio prendere per questo le distanze. Hanno tutti la mia solidarietà. In pochi mesi hanno fatto un miracolo di organizzazione, da Agnoletto a tutti gli altri. Pur abbandonati dal governo Amato, dal finto dialogo con il governo Berlusconi, dall’Autorità di Pubblica Sicurezza del Viminale, dai Sindacati, dalla direzione dei Democratici di Sinistra, dalle perplessità della Margherita, sono rimasti fino all’ultimo per la migliore gestione possibile.
Conoscendoli, sono certamente disponibili, nell’approfondita indagine della Magistratura, ad assumersi tutte le eventuali responsabilità.
Cessino le denigrazioni, il ricatto, i distinguo, gli insulti, la demonizzazione, le ritorsioni.
Anche molti commentatori e cronisti non conoscono la realtà dell’attuale globalizzazione. E’ per questo che tranciano giudizi a sproposito anche sul Movimento. Lo sforzo di approfondimento del Public Forum con esperti di tutto il mondo è caduto nel dimenticatoio.

A Genova, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, possiamo ripartire da piazza Carlo Giuliani. Per i numerosi credenti del Movimento ricordo che lì c’ è la chiesa di Nostra Signora del Rimedio.
Chirac e Jospin, al termine del summit hanno ammesso: «E’ indispensabile il dialogo con tutto il Movimento». A questo proposito mi associo a Don Balletto nel ringraziare l’Arcivescovo, che nel difendere i più poveri e i più deboli del mondo intero, per settimane ci ha appunto parlato del “Dialogo”, della necessità dell’incontro, dell’approfondimento, della preghiera per riuscire ad isolare sempre i violenti e a convincere gli indifferenti. Che tristezza aver letto certe fuorvianti interpretazioni delle parole del Cardinale Tettamanzi. E’ sconcertante!

Ripartiamo da questa piazza infiorata. Sono certo che avremo al fianco il Sindaco e il Consiglio Comunale. Ciascuno si impegni in un esame di coscienza.
La mia porta rimane aperta anche per la correzione fraterna reciproca. Vivo, da tempo, in mezzo ai giovani, nelle comunità, negli ospedali, nelle carceri, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle strade e nelle piazze.

Essi attendono, sperano, lottano, soffrono troppo delle ingiustizie. Vogliono un mondo migliore. Non accettano più l’assenza di futuro.
Chi vorrà deluderli?

 

E giochiamo un po’, via….

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di Piero Murineddu

Nel collage sopra ho messo alcuni dei tanti nomi legati, per nascita e credo solo uno per morte, all’ odierna data del 18 luglio. Persone che, A MIO PARERE E SENZA UN MINIMO DUBBIO, con la loro vita e col loro operato hanno contribuito a migliorare il mondo oppure tutto il contrario. Qualora qualcuno delle mie amiche e amici, di FB sopratutto, dissentisse dal mio giudizio specialmente riguardo ai due figuri chiaramente FASCISTI che mi fanno vergognare di essere loro connazionale, mi cancellino pure dalle loro amicizie. Evidentemente ci siamo sbaglati entrambi ad entrare in contatto…

Ma guarda quanto mi sento democratico e tollerante quest’oggi!