Messaggio più recente

Azione Diretta Nonviolenta

gandhi

Mahatma Gandhi

Martin_Luther_King,_Jr.

Martin Luther King

aldo_capitini_con_le_parole_giuste~2

Aldo Capitini

1200px-Dolci-1992

Danilo Dolci

Polish_20201019_161507849

Thomas Merton

Lanza-Del-Vasto-Fondateur-communaute-Arche_2_206_213

Lanza Del Vasto

Polish_20201019_102720048

Lev Tolstoj

Polish_20201019_102907897

Tonino Bello

image

Jean Vanier

nelson_mandela_hero-2

Nelson Mandela

19718_oscar-romero

Oscar Romero

download

Tiziano Terzani

unnamed (3)

don Milani….

Sono alcuni dei tanti nella storia dell’umanità che hanno tentato e sperimentato vie diverse dalla violenza nella soluzione dei conflitti, siano essi letteralmente armati o presenti nella normalità quotidiana fra individui e gruppi.

Figure che è necessario conoscere oggi  più che mai, per capire che la ragione non sta mai da una sola parte e che quindi un dialogo è quasi sempre possibile.

L ‘uomo ha delle risorse efficaci per affrontare le inevitabili situazioni conflittuali che non sia la forza brutta e l’uso delle armi per incutere timore nell’avversario, o peggio, per eliminarlo. 

Nel tempo, facendo tesoro degli insegnamenti nati dall’esperienza, il grande movimento nonviolento mondiale ha messo a punto delle strategie per attuare l‘Azione Diretta Nonviolenta, con la convinzione che sia un mezzo efficace per superare le ingiustizie e lavorare per la pace.

Di seguito i punti salienti di un Nuovo e realizzabile Modo di rapportarsi, tra gli esseri umani e tra questi con la Natura.

(Piero Murineddu)

Nanni-Salio-Kailash

QUATTRO PRINCIPI

 

DEFINITE I VOSTRI OBIETTIVI

  • Ingiustizia e violenza sono dappertutto intorno a noi. Si deve cominciare col focalizzare un’ingiustizia specifica.

SIATE ONESTI E ASCOLTATE BENE

  • Parte del vostro obiettivo è conquistare il rispetto dei vostri oppositori. Comportatevi in modo da favorire quel rispetto, mostrando la vostra cura scrupolosa per la verità e la giustizia.

  • Nessuno ha la completa verità: ascoltare con apertura ciò che i vostri oppositori hanno da dire è molto importante nella vostra ricerca della verità.

 

AMATE I VOSTRI AVVERSARI

  • Per quanto alcune persone siano profondamente implicate in sistemi ingiusti e violenti,il vostro obiettivo è di rompere quei sistemi, non di punire gli altri per ciò che fanno di sbagliato. La giustizia vera è stabilità quando la gente si rifiuta di mantenere sistemi oppressivi, non quando la gente in quei sistemi è distrutta.

 DATE UNA VIA DI USCITA AI VOSTRI  AVVERSARI

  • Trovate il modo di farli partecipare alla ricerca di una soluzione. Date loro la possibilità di rispondere e non fatte richieste non negoziabili.

SEI PASSI STRATEGICI

1. INVESTIGARE

  • Oggi la complessità della società richiede un’investigazione paziente per determinare accuratamente la responsabilità per una particolare ingiustizia

2. NEGOZIARE

  • Incontratevi con gli oppositori ed esponete loro il caso:

  • Se nessuna soluzione è possibile, fate sapere ai vostri oppositori che voi intendete essere fermi nel proposito di stabilire la giustizia.

  • Comunque, fatte loro sapere che siete sempre disposti a negoziare ulteriormente.

3. EDUCARE

  • Mantenete i partecipanti alla campagna e i sostenitori bene informati dei motivi e spargete la parola tra il pubblico.

  • Rimanete sempre ai fatti, evitate esagerazioni, siate brevi e mostrate buona volontà.

4. DIMOSTRARE

  • Protestate, vigilate, organizzate raduni di massa, distribuite volantini.

  • Siate informati, calmi, capaci di sopportare possibili interruzioni e di essere presenti a possibili violenze senza panico e senza ricorrere alla violenza per risposta.

5. RESISTETE

  • La resistenza nonviolenta è il passo finale.                                                                                                                                                                                                                                                                                              Può consistere in

 

– un boicottaggio

– un digiuno

– uno sciopero

– un blocco nonviolento

– non pagare le tasse

– altre forme di disobbedienza civile.

  • L’addestramento alla nonviolenza è essenziale.

  • Una parte cruciale della resistenza nonviolenta è la disponibilità a subirne le conseguenze. Voi in effetti state dicendo:”Io sono così determinato a correggere questa ingiustizia che sono disposto a soffrire per apportare un cambiamento”

6. ESSERE PAZIENTI

Un cambiamento significativo non si può compiere in una notte. Come la costruzione di una cattedrale richiede anni di lavoro

Thomas Merton consigliò di concentrarsi sul valore,la giustezza,la verità del lavoro stesso, non sui risultati. Abbiamo bisogno dell’aiuto l’uno dell’altro, del perdono, di una buona disposizione d’animo reciproca per lottare per amore.

fucile

Ho voluto bene e stimato Norberto Bobbio

 Polish_20201018_072126883

 

di Enrico Peyretti (*)

Norberto Bobbio è un testimone della spiritualità laica: non negatrice di ciò che ci trascende, ma agnostica, perplessa. Non indifferente né insensibile al mistero che ci avvolge, ma impegnato a pensarlo con una ragione umile e seria: un «lumicino», l’unico che abbiamo.

Bobbio non era “persuaso” della nonviolenza, ma sicuramente attento e consapevole della decisiva importanza di questa ricerca per la sopravvivenza del mondo attuale.

Negli ultimi anni, Bobbio ha scritto cose esplicite e interessanti sulla sua «religiosità, non religione» (fino al suo testamento morale, in cui accenna tuttavia alla «religione dei padri»). Egfli scrive: «Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi. Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che sono più vicini, il silenzio».

Egli sente le grandi domande di senso, specialmente il pesante interrogativo sul male. Egli non abbandona mai quelle domande, anche se inclina alla riposta negativa che in qualche momento gli esce: non c’è alcun senso! Ma ha stima e interesse per le persone seriamente religiose, e specialmente per chi vede mettere in pratica, nell’aiuto concreto al prossimo, l’amore cristiano (mi disse di avere tenuto corrispondenza con alcuni missionari).

Ammira l’essenziale della morale cristiana, che è amore pratico e giustizia verso il prossimo. Quando la confronta con la morale laica, ne valuta, da filosofo del diritto, soprattutto l’efficacia, perché pensa che, in essa, il giudizio e la sanzione divina sono ritenuti infallibili. Riconosce lui stesso che la sua conoscenza del cristianesimo è piuttosto elementare, non è pari alla sua cultura generale; egli dice che è rimasta allo stadio della sua lontana educazione infantile. Perciò non considera che, per il cristiano, Dio, ben prima e più che giudice delle nostre azioni, è Spirito vivo e intimo, ispiratore di vita buona. Il rapporto non è giuridico ma vitale.

Ho sempre sentito Bobbio parlare di Cristo con grande rispetto, pur senza la speranza che egli abbia dato all’umanità la possibilità, la grazia, la forza salvifica di un cammino nuovo nella vita giusta e buona. Il famoso pessimismo di Bobbio è anche, in profondità, il suo dolore e scandalo per il male cosmico. Egli disse più volte che ci turba non tanto il male che è colpa di Caino, di cui si vede l’origine, ma il male patito da Giobbe innocente, la cui causa ci sfugge, oppure ricade sulla responsabilità di Dio e sul senso della realtà.

Con queste categorie bibliche essenziali, pur senza una cultura biblica sviluppata, Bobbio esprimeva la sua visione sofferta della realtà. Forse nel poema biblico di Qohelet, specialmente in età avanzata, Bobbio avrebbe trovato un’alta espressione classica del suo sentimento. A questo proposito, egli espresse l’opinione che nelle scuole i giovani dovrebbero conoscere la Bibbia come studiano i poemi di Omero, per vedere tutte le basi della nostra cultura.

Non ho difficoltà a dire che, nonostante la differente cultura e visione della vita, ma grazie ad una affinità di senso morale, nella mia lunga relazione con lui, l’ho sentito e mi resta oggi come una delle figure autorevoli e paterne della mia vita, sebbene io fossi in età già matura. Ciò significa, mi sembra, almeno due cose.

La prima è che il valore vitale di una persona, e quindi della relazione con essa, non dipende totalmente dall’accordo intellettuale, ma da fattori morali (anche psicologici, certo). È proprio vero ciò che Bobbio ripeteva da vecchio, e cioè che, con l’età, «valgono più gli affetti che i concetti».

La seconda cosa è quella verità a cui egli arrivò, riguardo all’avere o non avere fede religiosa, detta con parole poi riprese e condivise dal cardinale Carlo Maria Martini: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza».

Io accosterei a questo suo detto quello di Mario Cuminetti (1934-1995, libraio a Milano e scrittore dal pensiero profondo): «La discriminante essenziale che divide gli uomini è quella che passa fra chi, nonostante tutto, crede alla loro dignità, si impegna per gli oppressi, lotta per dar voce e spazio alle speranze più profonde e vere di ogni uomo e chi, invece, non crede sia più possibile questa trasformazione e si consegna, arrendendosi, a quelle forze che tendono, per il loro dominio, a ignorare le diverse situazioni ed esigenze degli uomini. Inutile nascondersi che per il primo caso siamo di fronte a una ‘fede’ che accomuna credenti e non credenti in Dio».

Anche la distinzione tra destra e sinistra, oggetto continuo della riflessione di filosofia politica Bobbio, risale per lui a motivi essenzialmente umani e morali, più che di interessi e di potere.

Egli infatti diceva: «La differenza [fra sinistra e destra] è fra chi prova un senso di sofferenza di fronte alle disuguaglianze e chi invece non lo prova e ritiene, in sostanza, che al contrario esse producano benessere e quindi debbano essere sostenute. In questa contrapposizione vedo il nucleo fondamentale di ciò che è sinistra e di ciò che è destra» .

Giustizia, democrazia, diritti umani, eguaglianza: sono questi per Bobbio gli elementi e i valori per la pace possibile, difficile ma possibile.

Insomma, dal rapporto che ho avuto con Norberto Bobbio, come allievo con un maestro, io imparo che si possono dare risposte diverse alle stesse serie domande, e possono essere le domande più delle risposte che uniscono umanamente e intellettualmente. Ciò dimostra che si possono avere idee diverse, e discutere, e tuttavia stimarsi e volersi bene.

Infatti, proprio di questo si tratta: molti suoi allievi non hanno solo imparato da Bobbio, ma gli hanno voluto bene. Io lo affermo per parte mia. Credo che questo fatto sia – e lo è certamente per me – un piccolo esempio reale di come è possibile e fecondo non solo il rispetto e l’ascolto tra persone di visioni e culture diverse entro una stessa società e storia, ma anche, nei modi proporzionati, fra le culture e le civiltà umane, oggi a rischio di conflitto distruttivo, eppure poste davanti alla nuova grande opportunità di unificazione dell’umanità nel rispetto delle preziose differenze.

Polish_20201018_070533659

(*) Enrico Peyretti, intellettuale impegnato nel movimento per la nonviolenza. Presidente  della FUCI dal 1959 al 1961. Ordinato presbitero nel 1964 e ritornato laico nel 1974. Nel periodo del post Concilio animò a Torino alcune realtà ecclesiali di base. A Torino, dov’é nato e vissuto, fondò nel 1971 e diresse fino al 2001 la rivista mensile “il foglio” (www.ilfoglio.info), ancora oggi strumento di riflessione su tematiche religiose e politiche da parte del Cristianesino di base.

Il sogno realistico di Mimmo e della sua gente

Polish_20201017_091033209

di Piero Murineddu

Nel titolo, per “sua gente” intendo le tante persone che ancora credono che costruire un modo di vivere DIVERSO sia ancora possibile.

É stato fatto di tutto per distruggere questa gioiosa utopia, cercando anche di  usare e cavillando strumentalmente  anche su certe leggi che servono a tuttaltro che per accrescere il senso di solidarietá umana.

Esiliato dal paesetto calabrese destinato allo spopolamento e fatto rivivere dalla presenza di persone che sono fuggite da diversificate situazioni, tutte accomunate dall’impossibilitá di condurvi un’esistenza dignitosa.

Un paese che nel mentre ha ceduto alle lusighe di essere amministrato da un’illegale sindaco manovrato da quel partito che, nato per staccarsi egoisticamente dall’Italia e accusando chi la governava una massa di ladri, ha finito incredibilmente e per chiara dabbenaggine di chi l’ha votato, ad allargare i suoi maligni tentacoli sull’intero Stivale e rivelandosi molto più ladro di quanto voleva apparire.

Da qualche giorno la Legge ha dato un calcione a quella maionetta di primo cittadino, che tra le prime cose fatte appena eletto ha fatto sostituire, in questo benedetto da un’indefinibile clero locale, il cartello che indicava Riace paese dell’Accoglienza. É possibile che d’ora in poi, con la presenza di un Commissario prefettizio, le iniziative di Mimmo e della sua associazione non vengano osteggiate, com’é avvenuto in questo troppo lungo periodo.

Riporto un articolo dello stesso Mimmo, che per sua stessa definizione si ritiene ” ex tutto”, da leggere con estrema attenzione. Attraverso le sue parole veniamo aggiornati sui fermenti di una nuova e calda umanità che si stanno sviluppando in questo piccolo e prezioso paesino della Calabria.

Al termine l’ intervista fattagli l’anno scorso all’interno di una trasmissione televisiva, dove si vede un uomo sinceramente impegnato a dare significato alla sua vita aiutando persone in difficoltà a migliorare la propria. Anche questa da seguire col necessario e doveroso rispetto, come ho fatto io stamattina con le lacrime agli occhi, pensando a come potremmo essere e a come purtroppo siamo.

 Polish_20201017_101038651

Un messaggio di solidarietà e di speranza per l’alba di una nuova umanità

 

di Domenico Lucano

Nel villaggio globale, a Riace, luogo simbolo dell’accoglienza nel mondo, tra vicoli e stradine del vecchio centro storico, sopravvive la mission dell’accoglienza ai rifugiati politici, esseri umani in fuga dalle guerre, dalla miseria e dalle persecuzioni. 

Ancora oggi nonostante le controversie affrontate e subite, vivono circa cento rifugiati in case recuperate dall’abbandono lasciate vuote e mai più abitate dagli emigranti del luogo. Famiglie con bambini a volte nuclei monoparentali, donne con minori a seguito, rimaste a Riace perché non hanno un altro posto dove andare, perché a Riace sono state accolte “senza che si sentissero stranieri” per crescere i propri figli, per costruire insieme agli abitanti del luogo la “poleis” dell’accoglienza globale.

Polish_20201017_090542071

Sono rimaste nonostante le difficoltà economiche specie negli ultimi anni nei quali sono stati azzerati i fondi per via di vicende inverosimili con la sola finalità di contrastare il messaggio politico e di umanità che Riace ha rappresentato. I cittadini immigrati che sono rimasti fanno parte di una piccola comunità invisibile che stiamo cercando con ogni mezzo di portare avanti attraverso il sostegno spontaneo di una solidarietà diffusa.

Uno strano destino ha interessato la nostra terra: da luogo delle partenze a luogo di arrivi di una moltitudine di persone provenienti da ogni dove, che hanno dissolto i confini di un mondo che spesso ha alzato barriere, chiuso i porti, costruito lager in cui rinchiudere le speranze di una umanità in cammino verso un sogno di liberazione e di una vita degna di questo nome.

800px-Riace_panorama

In questi giorni abbiamo riaperto l’asilo per i bambini e le bambine dai due ai cinque anni, che ancora non frequentano la scuola dell’obbligo, a cui garantiamo anche il servizio mensa con i prodotti del banco alimentare. Abbiamo riattivato il dopo-scuola per i ragazzi della scuola elementare e media. Nei mesi scorsi avevamo riattivato l’ambulatorio medico Jimuel grazie al contributo volontario e solidale di alcuni medici.

Le motivazioni che ci spingono ad andare avanti sono perché non vogliamo che il sogno di un’altra umanità possibile diventi un sogno infranto, non rimanga un’opera incompiuta e il contributo per la causa degli ultimi, di tutte le persone che hanno subito torture, decisioni di guerre, povertà, gravi ingiustizie e discriminazioni non venga mai meno, che continui anche solo nell’illusione dell’utopia di una nuova umanità.

b1155c4a52f8e1cd8f1ec570bf57825f

Nelle prossime settimane saremo impegnati in alcune iniziative di cooperazione sociale e solidale per realizzare all’interno del villaggio globale un forno sociale in collaborazione con il Comune di Nichelino (Torino): il pane nella tradizione popolare della nostra terra ha un valore simbolico molto importante di pace e solidarietà tra i poveri). Vorremo riproporre questa esperienza anche nei nostri giorni integrandola con i valori della multiculturalità. Così come siamo impegnati a riqualificare un’antica bottega di un fabbro ferraio per fare dei corsi professionali sulla lavorazione manuale dei metalli poveri per farli diventare gioielli. Infine, un’iniziativa alla quale siamo fortemente interessati è una piccola biblioteca per l’infanzia e per i ragazzi del luogo e per i bambini di tutto il mondo che sono a Riace, “la biblioteca parlante di Riace” che nasce nel segno di una collaborazione con Carla Kirsten (una donna innamorata della letteratura, che vive tra Riace e Berlino) Erri De Luca e Raimondo Di Maio.

images (1)

Il senso di questa nostra comunicazione vuole essere un appello alla sensibilità individuale e collettiva per fare in modo che la storia di una piccola comunità multietnica della Calabria jonica non vada perduta, ma continui a vivere, a trasmettere messaggi di solidarietà, di speranza per l’alba di una nuova umanità.

16 Ottobre 1943: la grande razzia degli Ebrei di Roma



di Ritalaura DelConte

Ricorre oggi l’anniversario della strage conosciuta passata alla storia come quella del “16 Ottobre ‘43” in cui la popolazione ebrea Italiana fu duramente e tragicamente colpita dalla deportazione nei campi di sterminio. Narra la storia che ne furono più di 1500, ma i dati riguardati successivamente parlano di 1022 persone. Ne tornarono soltanto 16, 15 uomini e una sola donna. L’ex Ghetto della Capitale sorge in una zona molto suggestiva, chiunque abbia avuto la fortuna di visitarlo ha potuto avvertire sulla pelle una strana sensazione che le parole difficilmente e miseramente potrebbero spiegare.

Ogni vicolo del quartiere ebraico è intriso di storia, dalle antiche botteghe di oggetti usati ai panifici, fino ai ristoranti kosher e ai negozi di tessuti, poi si staglia imponente la sinagoga e poco prima su di un lato, il Portico d’Ottavia, antica pescheria e alzando appena lo sguardo, su un muro che lo costeggia appare una lapide commemorativa che recita così: “Il 16 ottobre 1943, qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei e duemila novantuno ebrei di Roma furono avviati a feroce morte nei campi di sterminio nazisti dove furono raggiunti da oltre seimila italiani vittima dell’infame odio di razza. I pochi scampati alla strage e i molti solidali invocano dagli uomini amore e pace, invocano da Dio perdono e speranza”.

6e433ea69fe51636520f52a8f1a8b14c_XL

Un lieve brivido si impossessa sulla pelle di chi legge e bastano pochi secondi per tornare indietro nel tempo, a quella mattina placida d’autunno in cui le persone si aspettavano di vivere un altro giorno normale, un ennesimo tentativo di sopravvivere a quelle sporche leggi raziali che li avevano privati di troppe cose ma che comunque non avevano tolto loro la speranza, quella che li spingeva ad aprire gli occhi e cominciare comunque a vivere, ogni giorno. Ma il 16 ottobre non è un giorno come un altro.

Alle cinque della mattina arrivano dei camion delle forze armate tedesche, giunte a Roma solo poche ore prima, circondano il quartiere, poi prendono in mano le liste con gli ebrei censiti a dovere e si dividono le zone, bussano alla porta con i fucili, gridano, lasciano un biglietto pieno di inganno, facendo credere alle persone che sarebbero andate a lavorare e che avrebbero avuto cibo, assistenza sanitaria ma soprattutto raccontandogli l’infama beffa che sarebbero tornati.

Il biglietto recita così: insieme alla vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla casa sarete trasferiti; bisogna portare con sé viveri per otto giorni, tessere annonarie, carta d’identità, bicchieri; si può portare via: valigie con biancheria, denaro e gioielli; chiudere a chiave la casa e portare chiave; ammalati anche gravissimi non possono in nessun modo rimanere indietro, infermeria si trova sul campo; venti minuti dopo presentazione di questo biglietto la famiglia deve essere pronta per la partenza. Venti minuti per portare via la propria vita, venti minuti per lasciare quello che si ha il coraggio di non portare con sé, venti minuti per prepararsi a partire per il viaggio senza ritorno.

Tanti sono coloro che riescono a scappare, a rifugiarsi nei conventi, ma moltissimi sono coloro che vengono salvati da altri romani, magari cattolici o disposti a offrire loro un semplice rifugio, un nome falso, una via di fuga, tanto che l’Italia passò alla storia per essere stata l’unica Nazione con un numero maggiore di scampati grazie ad altri esseri umani e non grazie a istituzioni religiose. Due giorni dopo, in diciotto vagoni piombati, dalla stazione Tiburtina, gli ebrei di Roma furono trasferiti ad Auschwitz e morirono tutti nelle camere a gas, tutti compresi i duecento bambini catturati quella tragica mattina.

Oggi, passeggiando per le vie del ghetto, si vedono delle piccole lastre, poste quasi tutte in corrispondenza delle porte d’entrata delle abitazioni, lasciate in memoria nel punto esatto in cui un ebreo fu catturato, il 16 ottobre 1943, quel giorno in cui “Non c’era più nessuno, né mia moglie, né i miei figli, qualcuno mi disse che erano stati portati via, così mi misi a correre, non so neppure in che direzione, in via Lugara vidi tutti quelli che erano stati catturati, mi gettai contro le porte, ma un agente mi disse di andar via, altrimenti avrebbero preso anche me. Ma io non capivo più niente, continuavo a spingermi avanti ostinatamente, feci ancora qualche passo, poi mi sedetti per terra e cominciai a piangere” (Settimio Calò, scampato alla retata).

https://www.raiplayradio.it/playlist/2020/10/Un-giorno-nella-storia-16-ottobre-1943-La-razzia-nel-Ghetto-0eed8bda-e3a0-4951-bbc6-be8e1ecdd034.html

Razze e razzismo

Polish_20201015_073106170

di Vanessa Vu

C’è un disegno del primo XIX secolo che mostra la schiava brasiliana Anastácia. Intorno al collo porta un anello di metallo a guisa di collare per cani. Sulla sua bocca è fissato un pezzo di latta saldamente legato all’occipite da cordini che passano sopra le guance e la fronte. Il pezzo di latta prosegue all’interno della bocca, tra la lingua e la mascella. È la máscara de flandres, uno strumento di tortura: impediva agli schiavi di mangiare, bere e parlare gli uni con gli altri. Questa maschera fu adoperata per più di 300 anni.

Per la psicanalista e artista Grada Kilomba, nessun altro simbolo come la máscara de flandres allude al progetto coloniale e al funzionamento del razzismo: il potere da una parte, l’impotenza dall’altra, e tra questi il silenzio. Cosa gli schiavisti bianchi sarebbero stati costretti ad ascoltare se gli schiavi neri avessero potuto parlare?

Sensi di colpa e vergogna

Oggi i colonizzatori non ci sono più, gli schiavi sono liberi. Questi, però, seguitano a indossare la maschera, sostiene Kilomba. Le maschere sono solo divenute invisibili. Fino a oggi, quelli che portano questa maschera restano muti e impotenti. Giacché quelli che gliela impongono continuano a temere le loro parole. E sono tormentati dai sensi di colpa e dalla vergogna.

Di fatto, il razzismo non deve esistere. La Legge fondamentale tedesca e tutte le altre Costituzioni liberali lo proibiscono. “In Germania, come altrove, la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo non devono avere spazio”, ha affermato la cancelliera federale al 25esimo anniversario dell’attacco incendiario di matrice razzista di Solingen.

Ma la realtà appare in modo diverso. “Quando le persone mi apprezzano, sostengono che lo fanno malgrado il mio colore. Quando non gli piaccio, sottolineano che non è a causa del mio colore.” Così si espresse nel 1952 il teorico Frantz Fanon, che nacque nella Martinica un tempo colonia francese e che qui, da nero, a dispetto dell’equiparazione giuridica, fu trattato con condiscendenza. È l’esperienza di molti anche oggi, incluso in Germania: è il caso per esempio di Amaniel, il cui collega gli ha messo delle banane sulla sua postazione di lavoro e contemporaneamente imitava il verso delle scimmie, di Burak, che deve scrivere molte più domande di assunzione rispetto a Bernd, oppure di Ismail, che deve cercare un appartamento più a lungo di Hanna, e la polizia controlla senza motivo più spesso un Pakka che un Paul.

Il razzismo è forse l’ideologia silenziosa e più potente della storia dell’umanità. Com’è potuto accadere?

Dal punto di vista biologico, oggi gli scienziati concordano sul fatto che non esistano razze umane differenti, delimitabili. Si tratta anzi di una “fantasticheria ideologica”, scrive il sociologo Wulf D. Hund. Che vide la luce con la violenza coloniale e fu sistematizzata ed elevata al fallace rango di dato di fatto dimostrabile dall’Illuminismo del XVIII secolo.

Per secoli le persone sono riuscite a vivere senza il razzismo. L’esigenza, tuttavia, di mettere in risalto se stessi e il proprio gruppo sminuendo altri è sempre esistita. In molte lingue la parola “io” è identica alla parola “persona”. Nella logica della lingua tutti gli altri non sono neppure persone. E da sempre gli uomini si combattono, dopo le guerre i vincitori impongono la loro cultura ai vinti o li riducono in schiavitù. Ma a decidere chi era il vincitore e chi lo sconfitto non era nessuna differenza fisica. A lungo furono irrilevanti.

La svolta arrivò col Medioevo

Nell’Europa antica, per esempio, le persone colsero certamente delle differenze tra le loro carnagioni, ma la diversità non regolava la loro convivenza. Il confine, secondo lo storico Christian Geulen, correva altrove, per esempio tra gli Elleni all’interno della sfera d’influenza greca e i barbari al di là della stessa. Sia gli uni che gli altri appartenevano alla società del mondo antico, benché Aristotele definisse i barbari schiavi per natura e Alessandro Magno fosse del parere che andassero trattati come animali. Erano pregiudizi, tuttavia non immutabili: i barbari potevano diventare Elleni “e né ad Aristotele e non a un greco sarebbe passato per la mente che senza i barbari il mondo sarebbe stato migliore”, scrive Geulen. In modo simile la pensavano anche i Romani, che più tardi conquistarono gli stati ellenistici.

Le cose non mutarono neppure quando quest’ultimi estesero il loro raggio d’azione fino al Reno e sulle cui sponde si imbatterono nei Germani. Li sottomisero al pari dei Galli e dei Celti – ma non perché i Germani si differenziassero da loro fisicamente, bensì perché i Romani li reputavano sciocchi e selvaggi.

La svolta ebbe inizio col Medioevo cristiano. Nell’ordinamento del mondo di Aristotele c’era posto per tutti, sebbene non con gli stessi diritti. I cristiani del Medioevo, invece, pretesero per la prima volta che la loro religione fosse l’unica vera religione per tutti. Chi non intendeva farvi parte, era denigrato e, dalla prospettiva dei cristiani, minacciava di infiltrarsi nel loro gruppo e perciò di annichilirlo. Al nuovo pensiero, Agostino, altri eruditi e scolastici procurarono un fondamento teologico. La convivenza tra gruppi diversi, che fino a quel momento era stata ovvia, da costoro fu dichiarata un pericolo.

La questione del sangue puro

Questa concezione fu importante per ciò che a partire dall’Età moderna si sarebbe sviluppata in un’ideologia di nome razzismo. A quest’altezza cronologica prendono avvio gli sforzi di stabilire una differenza essenziale tra sé e i presunti diversi, al fine di motivare la propria superiorità e ricavarne un diritto esclusivo a esercitare il potere e a disporre delle risorse.

C’è un anno che spicca particolarmente, il 1492. Il decreto dell’Alhambra dispose la conversione forzata degli ebrei che vivevano nell’odierno territorio spagnolo. Con questo atto i cristiani portarono a termine la Reconquista, la riappropriazione del Paese in cui, precedentemente, cristiani, ebrei e musulmani avevano per secoli convissuto perlopiù in modo pacifico.

Ciò nonostante, i cristiani non prestarono fede alle loro regole, il timore degli intrusi, che nel frattempo aveva trovato una spiegazione teologica, era troppo forte. Essi sospettavano che gli ebrei convertiti avessero aderito solo superficialmente al cristianesimo e continuassero a vivere in segreto il loro giudaismo. Il battesimo e la confessione di fede da soli non ebbero più valore. La questione della “fede pura” divenne una questione di “purezza di sangue”, di limpieza de sangre. Il sospetto di sangue impuro poteva cadere su chiunque, dalla popolazione rurale fino alla nobiltà. La conseguenza spesso era l’annientamento sul patibolo. A quel tempo affiorò per la prima volta anche il concetto di razza.

La diversità come minaccia

Quanto ebbe inizio in Spagna proseguì in ogni luogo d’Europa e con l’espansione europea. All’epoca, con tre religioni mondiali e grandi navigazioni oceaniche, la Spagna era un importante centro ed esportava di buon grado le sue idee. Specularmente, gli altri Paesi erano interessati alle strategie spagnole. L’Europa si stava ridisegnando, la Chiesa si disgregava. Si voleva pertanto sapere come in mezzo al caos agisse la Spagna. E ivi la diversità era considerata una minaccia per la propria sopravvivenza – tanto più che, dopo la circumnavigazione del globo intrapresa da Ferdinando Magellano nel XVI secolo, gli spagnoli avevano compreso che la terra era una sfera sulla quale c’era posto solo per pochi. Erano costretti a condividere il pianeta – e non ne avevano intenzione.

Allora la concezione in fase di maturazione di diverse razze umane giunse a proposito. Con quest’idea essi poterono giustificare le brutali annessioni in patria e la schiavitù e lo sfruttamento nelle altre parti del mondo. Ben presto si ritenne che gli uomini di altre presunte razze non soltanto fossero impuri e pericolosi, bensì anche pigri e governati dagli istinti. Agli altri, soprattutto agli schiavi neri, si imputò tutto ciò che non si voleva o non si doveva essere in prima persona. Le caricature e le storie inventate sui cannibali infiorettarono quest’immagine. È vero che la vera e propria dottrina delle razze fu enunciata soltanto più tardi, tuttavia, già allora, i suoi tratti precipui legittimarono un efficientissimo sistema di potere con una tratta degli schiavi mondiale.

La ricerca di qualcosa che non poteva esserci
L’idea che gli altri fossero fondamentalmente diversi da sé si insinuò così a fondo nelle coscienze che alcuni europei arrivarono a considerare l’educazione e la civilizzazione degli schiavi come un loro dovere morale. Altri ancora iniziarono a studiare i presunti primitivi. Furono i primordi dell’etnologia. Non di rado gli etnologi svolsero ricerche su incarico dei colonizzatori, che intendevano meglio comprendere la loro zona d’influenza allo scopo di assoggettare più efficacemente le persone al suo interno.

Nel XVIII secolo fu la volta degli illuministi, che chiesero libertà, uguaglianza e fraternità per tutti gli uomini. Il che non minò il nascente razzismo. Iniziò, invece, la ricerca di qualcosa che non poteva esserci: le prove scientifiche dell’esistenza e la disparità delle razze.

La ricerca cominciò con le apparenze. “L’umanità è al suo grado maggiore di perfezione nella razza dei bianchi”, asserì Immanuel Kant. “I gialli”, così il filosofo, possiedono scarso talento e i neri non hanno “per natura sentimenti che non siano puerili”. Taluni crederono di aver trovato la spiegazione nel clima: quello temperato dell’Europa, sostenevano, favorisce la nascita di civiltà progredite, mentre il caldo rende pigri e il freddo insensibili. Talaltri crearono la figura del buon selvaggio che vive in una sorta di stato primitivo naturale. Per contro, gli europei sono moralmente corrotti. Più tardi gli antropologi incominciarono a voler dimostrare la differenza nei corpi. Cranio, mascella, forma del naso – tutto passò sotto i righelli dei ricercatori e in lunghe tabelle che in seguito sarebbero finite nei manuali del nazionalsocialismo.

Che nessuna di queste argomentazioni fosse attendibile, in nessun momento dissuase i fruitori della ricerca dal prenderle sul serio. Ciò che non era adatto, veniva adattato, le discrepanze erano tralasciate. E quando, come negli ebrei, nella vita di tutti i giorni ed esteriormente non si riuscì a individuare delle differenze, nei disegni della propaganda nazista gli furono affibbiati nasi adunchi, volti rabbiosi e, nella vita reale dal 1939 in poi, la stella di Davide. Affinché fossero pur sempre distinguibili alla vista.

Nuove aspettative furono suscitate dalla scoperta dei geni, dallo sguardo nelle profondità più recondite dell’uomo: è forse qui, nel componente più piccolo, che si potrebbe dimostrare un’inoppugnabile diversità delle razze? La paranoia della Reconquista spagnola è a tutt’oggi viva. Nella sua forma più estrema dà origine all'”ipocondria sociale”, come la definisce lo psicanalista e antropologo francese Pierre-Yves Gaudard: alla radicata paura che i tratti caratterizzanti di razze diverse e peggiori rispetto alla propria siano in qualche modo trasmissibili. È così che si spiega l’impeto del razzismo nel XX secolo, che condusse a genocidi perpetrati contro milioni di ebrei, rom, sinti, neri e molti altri.

Tuttavia, neppure la genetica procacciò ai pregiudizi la conferma sperata, il genoma umano si rivelò troppo complesso. Gli esseri umani si sono sempre e ovunque spostati da un continente a quello contiguo e hanno procreato con persone di altri gruppi. Questa eterogeneità si riflette nel Dna dei discendenti. Se confrontassimo il Dna di tutte le persone che i bianchi definiscono neri o che definiscono se stesse in tal modo, non riusciremmo a trovare alcuna differenza significativa con, per esempio, i bianchi o gli asiatici. Ciò malgrado, al fine di identificare e categorizzare, le persone hanno imparato a privilegiare una manciata di caratteristiche esteriori e a trascurare altre, per esempio la forma del piede o il tono della voce.

Il razzismo può essere sconfitto

Il razzismo era e rimane un’ideologia. Un modo di vedere il mondo trasmesso dalla società. Da secoli esiste l’ideologia secondo cui a giustificare lo status nel mondo ci sono alcune differenze fondamentali tra le persone. Tali differenze vengono ricondotte talvolta alle apparenze, talaltra al sangue o ai geni, o anche alle presunte origini, cultura o religione. La conseguenza è la stessa del Medioevo: gli altri mettono a repentaglio il proprio gruppo e devono andarsene.

In definitiva il razzismo, dunque, scaturisce dalla ricerca stessa delle differenze. Dal proposito di voler vedere una disparità che colloca costantemente il proprio gruppo al di sopra dell’altro. In realtà, si è sempre trattato del potere e del suo abuso. Denaro, lavoro, spazi abitativi, partecipazione culturale e politica sono preziosi. Il razzismo contribuisce a decidere a chi spetta cosa.

Ne consegue però che il razzismo non è un difetto dell’essere umano, una malattia incurabile. È un’invenzione degli uomini. Ecco perché questi possono anche sconfiggerlo.

Breve considerazione in margine

Nel secondo video che propongo, Guido Barbujani, genetista, docente universitario e autore del saggio “L’invenzione delle razze”, in un’ interessantissima relazione tenuta tre anni fa, ci aiuta a capire l’evoluzione delle popolazioni umane. Colgo l’occasione per rimarcare l’importanza di quanto le moderne tecnologie possano aiutare il progresso, ma che é necessario fare delle scelte accurate, e questo sia per non sprecare le opportunità che offrono, sia per non confonderci ulteriormente le idee, rischio sempre presente quando ci sono diversificate fonti informative.

(Piero)

 

 

Grazie, Leonard

Polish_20201014_062947881

di Piero Murineddu

Di  buon mattino – sbirciando i siti sulle biografie riferibili a questo giorno di un metá ottobre in cui stiamo cercando di capire se questa benedetta e giustamenre necessaria mascherina dobbiamo indossarla solo nelle situazioni effettivamente a rischio oppure ventiquattr’ore su ventiquattro, e concentrandomi più su coloro che hanno o stanno  arricchendo quest’umanitá e meno su quelli che l’hanno o continuano ad impoverirla – fermo l’attenzione su un personaggio che per leggere l’intero curriculum ho impiegato un’oretra buona del mio ancora assonnato tempo. Riassumerlo ammetto che sarebbe un tantino faticoso, per cui ci rinuncio volentieri.

Diciamo che, in mezzo a tante altre motivazioni, mi ha colpito sia perché é nato lo stesso anno di mio padre e sia perché il suo cuore si é fermato nello stesso anno in cui invece é nato il mio figliolone Giuseppe, trent’anni fa, che in un certo qual modo e nonostante la laurea in psicologia, continua ad essere maggiormente assorbito dalla stessa arte alla quale il personaggio in questione ha dedicato praticamente l’intera sua vita, cioé la musica: per il mio primogenito quella vocale e in polifonia, per il signore in questione maggiormente quella orchestrale.

Nonostante mammá e papá gl’imposero il nome di Louis, lui, non ho capito quando e perché, se ne scelse un altro e con quello tirò avanti fino a 72 anni, ovvero quanto durò su questa malmessa Terra. Credo che ancora adesso, in qualsiasi dimensione si trovi la sua Essenza, continui ad essere riconosciuto col nome che si é liberamente dato. Però, bella questa possibilità di cambiarselo a proprio piacimento il nome. Io ho tentato di farlo qualche tempo fa, ma nonostante le mie insistenze, continuavo ad essere chiamato col solito avuto alla nascita, per cui ho rinunciato e col Piero tiro avanti, credo fino a Quel giorno e anche oltre.

Appena a dieci anni Louis iniziò a pestare sul pianoforte e da allora non smise più. Lo usó non solo come strumento col quale intraprese quest’alta arte sonora, ma anche come chiave interpretativa della vita e di comunicazione con la stessa vita, quella sua personalissima interiore e quella circostante. Nota dopo nota riempì pentagramma su pentagramma con infinite semibrevi, minime e semiminima, crome e semicrome legate tra loro, con appropriate pause e anticipando le cinque righe con le due Chiavi, giusto per entrarci dentro e seguirne l’evoluzione…

 

Polish_20201014_072609653

 

Da giovanotto, casualmente si ritrovò a dirigere un’orchestrona e da quella volta non smise più, arrivando ad essere considerato da chi di queste cose s’intende, uno dei maggiori direttori mai esistiti, calcando i podi di mezzo mondo e anche più.

Tra una composizione e una direzione, trovò anche il modo, attraverso la divulgazione televisiva, di aiutare i profani a capirla la musica, oltre che ad ascoltarla. Quello che anch’ io chiedevo ad un amico jazzista quando avevo l’occasione e la voglia di andare ai concerti in cui, con diverse formazioni, percuoteva i diversi componenti della sua batteria: ” Anto’, santiddio, ma perché prima di eseguire uno di quei brani, “free” al massimo, che pochi, in mezzo a tanti che fingono, riescono veramente a capirne la dinamica, non date un minimo di spiegazione interpretativa?”

Insomma, se é vero com’é vero che nessuno é nato “imparato”, si ha bisogno di avere opportuni strumenti per capire cosa ci succede intorno, e se ormai vige la moda di presentarsi in pubblico tuttologi, in realtá siamo di un’ignoranza che dovrebbe spaventare principalmente noi stessi, se non tendessimo continuamente a fingere…

In ambito musicale, siamo spesso o addirittura esclusivamente attratti dalle canzonettine che guai se non hanno il ritornellino orecchiabile. Se poni caso ci troviamo davanti ad un brano di musica classica, rimaniamo disorientati e sbuffando cerchiamo subito altro. Solitamenre é così che avviene. Diciamocelo e cerchiamo nel possibile di darci una mossettina.

Tornando a Louis, in seguito Leonard, usò la musica anche per scopi diciamo sociali, come quella volta che diresse un concerto per raccogliere fondi in favore del movimento afroamericano delle “Pantere Nere”, quell’organizzazione d’ispirazione marxista che, davanti a certi modi poco gentili coi quali  la polizia trattava i neri, decise di tirar fuori la grinta ( e le armi!) per farsi rispettare. Ai giorni d’oggi, quel povero demente che negli Stati Uniti rischia di far scoppiare una guerra civile, probabilmente avrebbe fatto meno il Bullo. Almeno credo, avendo bene in mente purtroppo che per la pazzia non vi sono limiti.

Rimanendo in ambito musicale, Lenny, come leggo veniva chiamato confidenzialmente dai suoi ammiratori, aveva la tendenza ad identificarsi col compositore di una partitura. Come? Studiandola talmente a fondo fin quasi a sentendosene lui l’autore. Leggiamo cosa disse in proposito:

” Ogni partitura è nuova tutte le volte che ci si accinge a studiarla. Così, quando presi a rileggere la Nona sinfonia di Beethoven per la cinquantesima volta, dissi a me stesso che le avrei dedicato al massimo un’ora dopo cena, giusto il tempo di dare un’occhiata e di rinfrescarmi la memoria prima di andare a letto. Ahimè! Dopo mezz’ora, ero ancora a pagina due. Ed ero ancora alle prese col sacro testo alle due del mattino, e non certo vicino al Finale! Ero ancora fermo all’Adagio, rapito in mezzo alle stelle, perché vi stavo trovando un’infinità di cose nuove. Era come se non l’avessi mai vista prima. Naturalmente, ricordavo tutte le note, come pure tutte le idee, la struttura, perfino il suo mistero. Ma c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e non appena trovi una cosa nuova, ecco che le altre ti appaiono come sotto una luce diversa, perché la novità altera la relazione con tutto il resto. È impossibile immaginare quante cose nuove ci sono da scoprire, specialmente in Beethoven, che fu particolarmente vicino a Dio e uno dei compositori dalla personalità più ricca che siano mai esistiti…

Beethoven. Ormai totalmente sordo e qualche anno prima della morte a 56 anni, compose quest’ultima Sinfonia, appunto la nona, all’interno della quale é contenuta la parte che ha ispirato il poeta Friedrich Schiller a comporre l’Inno alla gioia, attuale inno europeo che tutti gli Stati che compongono questo vecchio continente dovrebbero onorare anche nella pratica del comportamento, sia nella relazione tra loro e sia con chi proviene da altri luoghi. Grande riconoscimento, il testo, anche per chi, quando iniziò a capire i sintomi della sorditá, pensò anche al suicidio, non vedendo possibilitá di continuare l’attività di compositore. E invece la Musica ha fatto il miracolo, ridandogli la speranza che stava perdendo. E noi che la musica ci limitiamo ad usarla il più delle volte solo come ” sottofondo” alle altre attività, mortificandone così l’immenso valore che ha in sé!

Due video

Nel primo l’esecuzione appunto della nona sinfonia beethoveniana. Nel secondo una lezione concerto, la prima di una serie tutta da seguire, tenuta da

LEONARD BERNSTEIN

 

a cui ci dovremmo tutti sentire grati.

 

 

 

 

 

A Ghedi si prepara la nuova base per gli F-35 nucleari

 Polish_20201012_062922831

di Manlio Dinucci.   (“Il manifesto”)

 

Nell’aeroporto militare di Ghedi,Brescia (*), stanno iniziando i lavori per realizzare la principale base operativa dei caccia F35A dell’Aeronautica italiana armati di bombe nucleari.

 La Matarrese spa di Bari, che si è aggiudicata l’appalto con un’offerta di 91 milioni di euro, costruirà un grande hangar per la manutenzione dei caccia (oltre 6000 m2) e una palazzina che ospiterà il comando e i simulatori di volo, dotata di un perfetto isolamento termoacustico «al fine di evitare rivelazioni di conversazioni».

 Verranno realizzate due linee di volo, ciascuna con 15 hangaretti al cui interno vi saranno i caccia pronti al decollo.

Ciò conferma quanto pubblicammo tre anni fa (il manifesto, 28 novembre 2017), ossia che il progetto (varato dall’allora ministra della Difesa Pinotti) prevedeva lo schieramento di almeno 30 caccia F-35A.

L’area in cui verranno dislocati gli F-35, recintata e sorvegliata, sarà separata dal resto dell’aeroporto e top secret. Il perché è chiaro: accanto ai nuovi caccia saranno dislocate a Ghedi, in un deposito segreto che non compare nell’appalto, le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12.

Come le attuali B-61 di cui sono armati i Tornado PA-200 del 6° Stormo, le B61-12 saranno controllate dalla speciale unità statunitense (704th Munitions Support Squadron della U.S. Air Force), «responsabile del ricevimento, stoccaggio e mantenimento delle armi della riserva bellica Usa destinate al 6° Stormo Nato dell’Aeronautica italiana».

 La stessa unità dell’Aeronautica Usa ha il compito di «sostenere direttamente la missione di attacco» del 6° Stormo. Piloti italiani vengono già addestrati, nelle basi aeree di Luke in Arizona e Eglin in Florida, all’uso degli F-35A anche per missioni di attacco nucleare sotto comando Usa.

 Caccia dello stesso tipo, armati o comunque armabili con le B61-12, sono dislocati nella base di Amendola (Foggia), dove hanno già superato le 5000 ore di volo.

 Vi saranno, oltre a questi, gli F-35 della U.S. Air Force schierati ad Aviano con le B61-12. Il nuovo caccia F-35A e la nuova bomba nucleare B61-12 costituiscono un sistema d’arma integrato: l’uso dell’aereo comporta l’uso della bomba.

 Il ministro della Difesa Guerini (Pd) ha confermato che l’Italia mantiene l’impegno ad acquistare 90 caccia F-35, di cui 60 di modello A a capacità nucleare.

 La partecipazione al programma dell’F35, quale partner di secondo livello, rafforza l’ancoraggio dell’Italia agli Stati uniti.

 L’industria bellica italiana, capeggiata dalla Leonardo che gestisce l’impianto degli F-35 a Cameri (Novara), viene ancor più integrata nel gigantesco complesso militare-industriale Usa capeggiato dalla Lockheed Martin, la maggiore industria bellica del mondo, costruttrice dell’F-35.

 Allo stesso tempo l’Italia – Stato non-nucleare aderente al Trattato di non proliferazione che gli vieta di avere armi nucleari sul proprio territorio – svolge la sempre più pericolosa funzione di base avanzata della strategia nucleare Usa/Nato contro la Russia e altri paesi.

 Dato che ciascun aereo può trasportare nella stiva interna 2 B61-12, solo i 30 F-35A di Ghedi avranno una capacità di almeno 60 bombe nucleari.

 Secondo la Federazione degli scienziati americani, la nuova bomba «tattica» B61-12 per gli F-35, che gli Usa schiereranno in Italia e altri paesi europei dal 2022, essendo più precisa e in posizione ravvicinata agli obiettivi, «avrà la stessa capacità militare delle bombe strategiche dislocate negli Stati uniti».

 Vi è infine la questione, ancora indefinita, dei costi. Il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati uniti, nel maggio 2020, stima il prezzo medio di un F-35 in 108 milioni di dollari, precisando però che è «il prezzo dell’aereo senza motore», il cui costo è di circa 22 milioni.

 Una volta acquistato un F-35, anche a prezzo minore come promette per il futuro la Lockheed Martin, inizia la spesa per il suo continuo ammodernamento, per la formazione degli equipaggi e per il suo uso.

 Un’ora di volo di un F-35A – documenta la US Air Force – costa oltre 42000 dollari. Ciò significa che solo le 5000 ore di volo effettuate dagli F-35 di Amendola sono costate, alle nostre casse pubbliche 180 milioni di euro.

Polish_20201012_065119053

(*) L’aeroporto Luigi Olivari  di Ghedi, dal quale  dista 5 km, è gestito dall’Aeronautica Militare ed in base al Decreto ministeriale del 25 gennaio 2008 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 marzo 2008, è classificato come MOB (Main Operating Base) del primo gruppo e come tale effettua esclusivamente attività militari, non essendo aperto al traffico commerciale. Attualmente è sede del 6º Stormo dell’Aeronautica Militare con il 102º Gruppo (Paperi), il 154º Gruppo (Diavoli Rossi) e il 155º Gruppo (Le pantere) equipaggiati con Tornado IDS e ECR. Secondo il programma NATO di condivisione nucleare, a Ghedi sono conservate 20-40 bombe atomiche B61-3, B61-4 e B61-7, di potenza variabile e massima di 340 chilotoni.

( da Wikipedia)

L’infanzia rubata e violentata di Liliana, di Janine, di……

di Lucia Bellaspiga (“Avvenire”)

Non è la solita Liliana Segre grintosa, quella che commossa e quasi intimidita taglia il nastro della “Arena di Janine”, idealmente inaugurata in un prato di Rondine Cittadella della Pace, laddove entro due anni sorgerà la vera arena. Intorno a lei l’abbraccio di una folla di ragazzi giunti da 25 Paesi per imparare la pace, materia extracurricolare nelle scuole del mondo, ma tra loro anche le massime autorità dello Stato. L’occasione è terribilmente importante, persino “definitiva”: L’ultima testimonianza pubblica di Liliana Segre, scrivono locandine e maxischermo, ma a quella parola, ultima, non crede nessuno. “Perché continueremo noi, è venuta qui a consegnarci il testimone e noi lo raccogliamo”, è la promessa solenne dei giovani di Rondine, ragazzi arrivati dai Paesi di conflitto per vivere l’esperienza della riconciliazione insieme ad altri ragazzi, i “nemici”, e uscirne dopo due anni di alta formazione come leader di pace e agenti del cambiamento.

“Ci impegniamo noi”, le promette una studentessa bosniaca, “la tua testimonianza continuerà a costruire pace tra gli uomini attraverso le nostre vite”. Anche lei ha vissuto l’esperienza della guerra e del sentirsi “diversa” perché appartenente a un’etnia diventata da un giorno all’altro estranea.

Poi Noam, israeliano, ringrazia Liliana – così oggi la chiamano tutti – e attraverso lei anche i nonni sopravvissuti alla Shoah, “vi ringrazio per aver scelto la vita dopo aver visto il peggior volto dell’essere umano. Qui siamo tutti ragazzi che hanno scelto di abitare il conflitto trasformandolo in un messaggio di speranza”.

E’ stata la stessa Segre a scegliere la Cittadella della Pace come luogo da cui iniziare “a riposare, dopo 30 anni di testimonianze nelle scuole, nelle parrocchie, nei circoli: a 90 anni è tempo di non voler più ricordare, di non voler più soffrire”. Le parole che seguiranno tra poco saranno macigni indelebili, meravigliose e atroci insieme, un contrasto vivido tra la calma con cui le pronuncerà e l’orrore che contengono. Ma per ora c’è la Liliana intimidita che taglia il nastro insieme all’amico Franco Vaccari, il fondatore di Rondine, la più visionaria delle utopie diventata realtà. Sono passati più di venti anni da quando i due si conobbero a Camaldoli, a due passi da quella che poi sarebbe stata la Cittadella della Pace nata in un intero borgo medievale alle porte di Arezzo: “Non ho mai scordato l’effetto che mi fece Rondine, allora era solo il sogno di persone di buona volontà, ma mi prese come un incantamento…”.

“Fu amore a prima, anche se sei una ragazza del ’30”, scherza per un momento Vaccari. “Ti sei messa nel fondo della coscienza e non sei uscita più”. Lo stesso effetto che a breve, con un’ora e mezza di testimonianza, susciterà in migliaia di ragazzi che la seguono in presenza o in streaming dalle scuole di tutta Italia e dall’estero. Sembra uno di loro anche Ferruccio De Bortoli, presidente del Memoriale della Shoah di Milano e moderatore dell’evento: “Da ragazzo milanese non sapevo cosa fosse accaduto in quel sotterraneo del Binario 21, dove oggi grazie a Liliana sorge il museo, perché fino alla fine del secolo scorso, il ’900, Milano non aveva sentito la responsabilità di ricordare quello che era stato l’unico luogo della deportazione: migliaia di nostri concittadini, arrivati a quella soglia, diventarono pezzi di scarto. E noi ragazzi, in un Paese che non aveva memoria, non sapevamo”.

Dove nascerà l’Arena di Janine sul terreno è dipinta l’ombra di un cancello che nella realtà non c’è. “Perché i cancelli esistono – spiega Vaccaro – ma si possono rendere ombre”.

Ma chi è Janine?

 

Era una ragazzina francese ebrea, internata con Liliana ad Auschwitz. Una mattina, mentre le ragazze nude venivano passate in rassegna per decidere chi fosse utile al lavoro e chi dovesse andare ai forni, Janine fu scartata perché aveva due dita ferite e Liliana non ebbe il coraggio di dirle almeno una parola di commiato, “nemmeno il suo nome”. Janine è il senso di colpa di una vita. Janine è la restituzione. Janine sarà il nome della lotta ad ogni indifferenza.

small_170102-182916_To020117PA_0511-kTIH-U11011991727657iZD-1024x576@LaStampa.it

cover-segre-e1572334608730

 

“Da domani non potrai più andare a scuola”

 

Aveva 8 anni e sedeva a tavola con il papà e i nonni, quando le leggi razziali irruppero nella sua “piccola vita” e lei diventò “l’altra”. Un destino che la insegue ancora oggi,

“perché tuttora sono l’ebrea, non più detto con disprezzo, certo”,

ma resta quella distinzione che continua a fare di lei “l’altra”…

“Chiesi subito: perché?”

E’ solo il primo di tanti perché, tutti senza risposta.

“Ricordo gli sguardi mentre cercavano di spiegarmi che eravamo ebrei e per gli ebrei c’erano nuove leggi”.

Di fronte alla platea sterminata di ragazzi venuti alla Cittadella della Pace di Arezzo per ascoltare la sua ultima testimonianza pubblica, Liliana Segre è “altra” pure a se stessa, sdoppiata nel suo ruolo di vittima e testimone:

“Nel mio racconto c’è la pena, l’amore, la pietà, il ricordo struggente di quella che ero allora, e di cui oggi sono la nonna. Una nonna incredula, senza lacrime ormai, vicina a quella ragazzina che ero io”. Leggetevi quelle leggi razziali, la cosa più crudele è far sentire i bambini invisibili”. Il suo banco resta vuoto, ma i compagni non si accorgono della sua assenza, salvo chiederle – decenni dopo – “dov’eri finita, Segre?”.

Il silenzio dei sopravvissuti alla Shoah è la risposta più frequente, come trovare le parole? La paura si insinua nelle famiglie come la sua, parenti e conoscenti iniziano a partire per l’estero e si salvano,

noi, più semplici, pensavamo che in Italia non ci sarebbe successo niente e restammo”.

L’8 settembre del ’43 l’Italia firma l’armistizio e la Germania invade il Paese.

“Fino ad allora le leggi razziali ci avevano umiliati ma nessuno aveva mai parlato di deportazione  invece ora vigevano le leggi naziste, e noi con due nonni vecchi e malati potevamo scappare? Siamo italiani – dicevamo – non ci faranno del male”.

In un silenzio denso di emozioni, i ragazzi ascoltano visibilmente impressionati. Tra di loro siedono il primo ministro Conte, la presidente del Senato Casellati, il presidente della Camera Fico, il presidente della Cei cardinale Bassetti, ministri e autorità, eppure, sarà la mascherina, ma si confondono tra i ragazzi, tutti hanno la stessa espressione. Il suo racconto è un crescendo che lascia senza fiato, a partire dalla fuga verso la Svizzera – Liliana e suo padre per mano – a piedi tra le montagne fino a passare la rete di confine:

“Eravamo salvi. Ma lì incontrammo l’uomo che obbediva agli ordini”.

Non c’è niente di più pericoloso di un uomo che obbedisce alla legge iniqua. Inutile supplicare,

“con le armi ci ricondusse a quella rete che tra tanto pericolo avevamo raggiunto. Io sono stata clandestina, sono stata richiedente asilo, sono stata respinta. Io so cosa significa”.

Ripassata quella rete, padre e figlia vengono arrestati da finanzieri italiani in camicia nera, “disperati di doverlo fare” ma anche loro obbedienti. Così a 13 anni Liliana entra nel carcere di Varese, dove le prendono le impronte.

Perché?”.

Poi l’arrivo al carcere di San Vittore a Milano, 40 giorni nella cella 202 con il padre, e qui l’appello ai giovani si fa accorato,

“ragazzi, non pensiate che i genitori siano sempre fortissimi, non siate avari di abbracci, a volte siete voi i più forti, io desideravo proteggere mio papà”.

Vedovo da tempo, a 43 anni vive la tragedia di un padre che non sa salvare la sua bambina.

“Quando lo interrogavano, aspettavo ore in cella e diventavo vecchia: lui tornava ed era mio figlio, io lo abbracciavo”.

Binario 21, partenza verso “destinazione sconosciuta”. Partono in 605, torneranno in 22. Passa il lento corteo muto e Liliana vede per l’ultima volta la pietà degli uomini con un cuore:

“Erano i detenuti comuni, ci benedivano. Poi avrei dovuto attendere due anni per rivedere la compassione, in mezzo solo mostri”.

Difficile immaginare lo straniamento dell’arrivo, il 6 febbraio 1944, ad Auschwitz,

“la spianata di neve, una babele di lingue che non capivo, donne scheletro rasate che scavavano buche e portavano sassi sulle spalle… Non avevo ancora studiato Dante, ma poi in futuro ho capito che eravamo i dannati. Pensai di essere impazzita, che luogo era quello? Non era l’effetto di un momento di rabbia, era un luogo pensato a tavolino, ingegneri, muratori, artigiani lo avevano organizzato così…”.

Da lontano un saluto al padre da cui l’hanno separata, l’ultimo.

Sono le ragazzine francesi, arrivate da settimane, a indicarle la ciminiera, “la vedi? Quelli che avete lasciato alla stazione sono nel fumo”… Di nuovo il dubbio della pazzia,

“non capivo, ero ancora calda del suo abbraccio, non era credibile quello che mi raccontavano. Per una mente normale non lo era”.

Ha perso tutto nel lager, Liliana, soprattutto l’umanità,

“diventavo l’orrore che volevano loro”.

C’è un oscuro senso di colpa nei suoi occhi, ma è una colpa non sua.

“Volevano che fossi disumana e io non mi voltavo a guardare i mucchi di cadaveri, né le bambine ungheresi arrivate dopo di me e andate direttamente al gas. Ero lì col mio corpo sempre più orribile, non più donna, senza mestruazioni, senza più seno, e allora se si vuol vivere bisogna astrarsi”.

Tre volte supera l’esame di Mengele, il “medico” criminale, e tre volte è scelta tra chi può ancora vivere. C’è del mostruoso anche nella gioia grata di quel momento,

“che meraviglia, io ce l’ho fatta”,

e non ti importa più se l’amica invece è mandata a morire perché ha due falangi ferite. E’ quella Janine che Liliana non si volta nemmeno a salutare e cui oggi, nella Cittadella della Pace, dedica la futura Arena…

Seguono le marce della morte, centinaia di chilometri a piedi perché russi e americani si avvicinano e gli aguzzini scappano.

“Ci buttavamo sopra i letamai a frugare con le bocche sporche”,

e allora ecco un altro appello ai ragazzi di oggi,

“non buttate il cibo, non scegliete nei vostri frigoriferi stracolmi ciò che vi piace ma ciò che scade… perché oggi sul cibo c’è persino la data, potete avere anche le fragole in inverno”.

Alla fine i criminali hanno paura. Uno dei più crudeli si mette in borghese, butta la divisa e la pistola…

“Io, che lasciando la mano sacra di mio padre mi ero nutrita di vendetta, pensai di prenderla e ucciderlo. Fu un attimo decisivo nella mia vita…”.

La platea trattiene il respiro. Liliana è al traguardo, si coglie che non ce la fa più.

“Capii che mai, per nessun motivo, sarei stata come il mio assassino. Da quel momento sono diventata quella donna libera e di pace con cui ho convissuto fino adesso”.

 

Per ascoltare l’intero discorso

https://podcasts.google.com/?feed=aHR0cHM6Ly93d3cuc3ByZWFrZXIuY29tL3Nob3cvNDUyOTUzMC9lcGlzb2Rlcy9mZWVk&ep=14&episode=aHR0cHM6Ly9hcGkuc3ByZWFrZXIuY29tL2VwaXNvZGUvNDEzODg4NDk

Mito e attualitá del “Che”

Polish_20201009_145959082

di Piero Murineddu

Il  signore insciarpettato della foto, cresciuto in varie parti del mondo a motivo dell’attivitá dei genitori, scrittore, autore di biografie e corrispondente da zone ultra “calde” del pianeta, é autore anche dell’articolo che ho scelto per ricordare il “Che”, realizzato in realtá nel 2017 in occasione del cinquantesimo anniversario dell’uccisione di Ernesto Guevara, ma che, con qualche ritocco qua e lá, l’ho reso come scritto ieri, considerando l’attualitá del contenuto.

Appena quattro giorni più “giovane” di me Jon Lee, essendo nato il 15 gennaio del sempre più lontano 1957 e magari, chissá, é anche per questo motivo che, nel giudizio di ció che é rimasto oggi del guerrigliero argentino, mi ritrovo molto, specialmente nella parte in cui viene affermato che una persona non può essere etichettata solo per un aspetto particolare della sua vita, ma per il suo insieme, considerando con obiettivitá i momenti contigenti in cui certi fatti sono accaduti. E poi senza dimenticare che, in fondo, la vita di ciascuno é fatta spesso di contraddizioni. Per esempio, se ci si concentra su un aspetto non del tutto positivo di un qualsiasi santo, ci sarebbe da avviare una causa “ecclesiogiudiziaria” per togliergli l’ aureola che gli é stata posta in testa per l’eternitá.

Così nel caso del giovane asmatico, che invece di starsene col camice bianco a godersi l’agiatezza dovuta alla professione di medico, ha scelto la dura vita del guerrigliero per tentare di eliminare le infinite giustizie di questo mondaccio.

Il pensare principalmente agli altri dunque, molto più che a se stesso, e non standosene comodamente al sicuro e distante da qualsiasi rischio. Sará per questo che in molte magliette e pareti di casa continua ad essere esposto il suo volto barbuto? Sará!

 

che-guevara1

La sua “ereditá”

di Jon Lee Anderson

Il 9 ottobre 1967, quando i militari boliviani e gli agenti della Cia decisero di uccidere Ernesto “Che” Guevara de la Serna nel villaggio di La Higuera, nel dipartimento di Santa Cruz, erano convinti che la sua morte sarebbe stata la prova del fallimento dell’impresa comunista in America Latina. Non andò così. Contrariamente alle loro aspettative, la scomparsa di Guevara diventò il mito fondativo per le generazioni successive di rivoluzionari, che s’ispirarono al guerrigliero e cercarono d’imitarlo.

“Come possono andare dietro a un fallito?”, è la domanda che si fanno sempre gli oppositori di Guevara, di Fidel Castro, della rivoluzione cubana e di tutti quelli che hanno cercato di promuovere una rivoluzione socialista in America Latina negli ultimi cinquant’anni. Escono dai gangheri quando vedono giovani di altri paesi, anche del più potente e capitalista del mondo, gli Stati Uniti, indossare magliette con il volto del Che e, peggio ancora, manifestare la loro simpatia per il “guerrigliero eroico”, com’è ricordato ufficialmente a Cuba.

Non capiscono e non hanno mai capito che Guevara diventò un eroe per il modo in cui visse e, soprattutto, in cui morì. Poche altre figure pubbliche contemporanee hanno uguagliato il suo lascito, soprattutto in ambito socialista. Non ci sono magliette con il volto del leader sovietico Leonid Brežnev, dell’albanese Enver Hoxha o del cambogiano Pol Pot.

La faccia del Che è di per sé un marchio e il simbolo globale della ribellione pura.

La creazione del mito di Guevara non è il semplice risultato di una campagna pubblicitaria alla Mad men. Se fosse così, anche “gli altri” avrebbero consolidato alcuni dei loro eroi nell’immaginario popolare, perché in fin dei conti furono loro a vincere la grande battaglia della guerra fredda.

Per una serie di ragioni, tra cui l’essere coerente con i propri ideali e pronto a morire per quelle idee, buone o cattive che fossero, Guevara andò oltre la cerchia dei suoi seguaci e diventò il guerrigliero per antonomasia. Una metamorfosi che trasformò il suo innegabile fallimento in Bolivia in una fonte d’ispirazione.

Il fatto che Guevara fosse giovane e bello quando morì ha alimentato la sua leggenda. E il fatto che il suo corpo senza vita ricordasse quello di Gesù facilitò la costruzione del mito postumo.

Polish_20201009_065615518

Le idee di Guevara, espresse nel saggio Il socialismo e l’uomo a Cuba, probabilmente oggi sono molto meno note ai suoi giovani seguaci rispetto al celebre ritratto di Alberto Korda.

che guevara

La faccia del “Che” è di per sé un marchio e il simbolo globale di una sfida allo status quo, della ribellione pura, soprattutto giovanile, contro le ingiustizie. È il volto dell’indignazione contro un mondo pieno di disuguaglianze in cui – dicono il volto e l’eredità del guerrigliero – bisogna prendere posizione e, se serve, combattere fino alle estreme conseguenze. Ci sono pochi altri volti in grado di esprimere un messaggio simile.

In parte è per questo che il mito di Guevara è ancora vivo. Si consolidò nell’epoca in cui la tv sostituiva la radio come mezzo di comunicazione di massa, e nascevano la cultura pop e quella del consumismo, in cui “sei quello che indossi” e non necessariamente quello che fai.
Eccoci qui, decenni dopo, in un mondo in cui il brand è tutto: nel Regno Unito se porti vestiti Burberry sei quasi sicuramente un conservatore; negli Stati Uniti se guidi un’auto Subaru sei un elettore del Partito democratico, forse vegano o quantomeno attratto dal cibo biologico. La maglietta di Guevara dice che hai un atteggiamento di sfida nei confronti del mondo, che non comporta un impegno concreto ma presuppone una presa di posizione. C’è di più. In quest’epoca in cui tutti hanno uno smartphone e passano ore sui social network, Guevara rappresenta un paradosso: è il legame con un mondo reale passato, la dimostrazione concreta che due generazioni fa migliaia di uomini e donne, soprattutto giovani, fecero cose reali per esprimere il loro dissenso. Quella generazione forse ha fallito, ma oggi il suo sacrificio ha qualcosa di romantico.

Negli ultimi anni alcuni rappresentanti della nuova generazione, chiamiamola generazione smartphone, si sono posti nuove domande su Guevara. Sono attratti dalla sua figura, ma sono preoccupati da tre cose: vogliono sapere se era omofobo, se era razzista e se è vero che fosse “un assassino”.

Vent’anni fa quasi nessuno mi faceva domande simili, a riprova del fatto che la politica identitaria si è impossessata del dibattito pubblico, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Il cambiamento di prospettiva nei confronti della figura di Guevara m’interessa e mi preoccupa, per l’innocenza espressa da queste nuove inquietudini.

Guevara non era razzista né, che io sappia, omofobo. E se lo fosse stato? Il suo atteggiamento verso la sessualità o l’etnia sono gli elementi più importanti per decidere se ammirarlo o disprezzarlo? Cosa dovremmo pensare di Malcolm X? Lo ammiriamo per il suo coraggio contro il razzismo bianco o lo condanniamo per le sue espressioni di odio verso il “diavolo bianco”? Cosa dovremmo dire dell’epoca che precedette il suo impegno, quando era un delinquente e obbligava le donne a prostituirsi?

La preoccupazione più grande espressa dai giovani è quella di “Guevara assassino”. È una domanda che mi è stata fatta molte volte e quindi ho dovuto spiegare che Guevara, per quanto fichi fossero il suo basco e la sua barba, era un guerrigliero. Non era un marchio o un attore che recitava la parte del combattente. Ho spiegato che in quel mondo reale i guerriglieri come lui combattevano davvero e avevano delle armi. Che uccisero, e a volte morirono, per le loro idee. Ho anche spiegato che, secondo me, c’è una differenza tra essere un “assassino” ed essere un guerrigliero. A prescindere da quello che penso io, è vero che Guevara processò e condannò a morte delle persone, sulla Sierra Maestra e all’Avana durante i processi sommari contro i sostenitori di Fulgencio Batista, dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959.

Che io sappia, le persone condannate a morte e fucilate sulla Sierra erano assassini, stupratori o traditori. I nemici catturati e uccisi all’Avana facevano parte degli squadroni della morte dei servizi segreti di Batista o erano militari che avevano compiuto atti feroci. Che i giovani lo accettino o meno, la dissonanza cognitiva che alcuni di loro vivono nei confronti di un’icona della cultura pop mi sembra indicativa e dimostra che ogni generazione impone le sue definizioni alle figure storiche.

Cosa dobbiamo pensare di Guevara oggi, in un mondo in cui gli Stati Uniti sono mal governati da un miliardario razzista e incompetente come Donald Trump, l’Unione Sovietica non esiste più, ma c’è Vladimir Putin che è a capo di una Russia ultranazionalista, autoritaria ed estremamente corrotta? La Cina non è più il paese di Mao Zedong e ancora meno quella dei battaglioni di contadini e lavoratori, che Guevara ammirava molto. È un paese che vive un capitalismo sfrenato.

Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda, o almeno la battaglia economica. Ventinove anni dopo il crollo del comunismo, i paesi in cui ci furono guerriglie ispirate da Guevara oggi sono quasi tutti capitalistici. In America Latina le eccezioni sono il Venezuela e Cuba, che ancora ostentano il loro socialismo. In Nicaragua c’è il vecchio sandinista Daniel Ortega,  ma di “rivoluzionario” cos’è rimasto?

Invece di nascondersi sulle montagne dei loro paesi per inseguire un ideale rivoluzionario, oggi le nuove generazioni di poveri ed emarginati latinoamericani emigrano verso nord per fare il lavoro sporco al posto degli statunitensi. Altri entrano nelle gang criminali. La criminalità organizzata e il narcotraffico sono cresciuti fino a dominare interi territori dell’emisfero. Le battaglie si combattono per questioni di denaro e non più per seguire l’ideale di “un mondo migliore”.

In Bolivia, dove fu ucciso Guevara, fino al 10 novembre 2019 Evo Morales era presidente, e non solo il primo indigeno a coprire tale carica in cinquecento anni in un paese a maggioranza indigena, ma anche un fervente ammiratore del guerrigliero argentino. Forse in questo lungo periodo trascorso dalla sua morte, qualcosa è davvero cambiato grazie alla presenza di Ernesto “Che” Guevara in America Latina.

Cosa sappiamo di loro?

di Piero Murineddu

Definiti genericamente “zingari”, termine a cui abbiamo dato una valenza dispregiativa e che deriva da “athinganoi”, cioé esperti nella lavorazione dei metalli. Molti continuano a temerli, ma pochi conoscono la loro storia e la loro cultura, tramandate in prevalenza oralmente.

Nei tempi passati, non potendo fare a meno della loro ingombrante e sgradita presenza, si son costruiti dei campi a loro destinati, possibilmente lontani dai centri abitati o perlomeno periferici. Veri e propri campi di concentramento, quindi. Col tempo, divenuti non degni di farci vivere degli esseri umani, le autoritá europee hanno dato indicazioni per l’integrazione di queste famiglie nel contesto civile. Nonostante i ritardi, diverse amministrazioni locali si sono attivate in questo senso. Le difficoltà non sono mancate e continuano a non mancare. Le più diverse motivazioni, non ultime le resistenze da entrambi le parti, dovute anche alla mancanza di conoscenza e all’accettazione della sensibilitá “culturale” altrui. Come solitamente succede, insomma.

Ho cercato nella Rete notizie sull’argomento, in particolare elementi che possono aiutarci a conoscere meglio la cultura di queste persone, la maggior parte delle quali sono italiani a tutti gli effetti.

In conclusione, due video. Uno realizzato oltre dieci anni fa, indicativo del clima che spesso si crea nei rapporti tra “zingari” e “gagé”. Il secondo dedicato alla storia di Giuseppe Lavakovich, istriano divenuto italiano, lavoratore in terra africana occupata dall’Arrogante col petto in fuori e ben mascellato, tessera fascista unicamente per necessitá di sopravvivenza e partigiano per liberarci dal giogo nazifascista, che solo quest’ultima particolare vicenda basterebbe ad avere massimo rispetto per questo  popolo.

Mi scuso con chi legge e con gli autori per la mancanza d’indicazione delle fonti.

Polish_20201008_061415020

Chi sono i Rom e gli altri? Da dove arrivano?

(autori vari)

Preferiscono essere chiamati Rom, che nella loro lingua, il romanes, significa “uomo”. E definiscono gagè, “gli altri”, il resto del mondo, cioè i non Rom. Il gagio (singolare di gagè) è per loro un credulone, superstizioso, troppo attaccato alle cose, talvolta violento. I gagè, dal canto loro, li chiamano zingari e pensano che siano trasandati, infidi, ladri, senza cultura. Ma generalizzare è sbagliato: nell’Est europeo, e in molti casi anche in Italia, vivono in normali case, lavorano, studiano e la convivenza coi gagè è tranquilla.

I Rom bosniaci chiamano l’Italia “il Paese dei campi”, intendendo i campi nomadi, recintati. Da noi fanno spesso la questua, a volte furti. Le baracche fatiscenti prendono fuoco. Politici e cittadini fanno manifestazioni. I sindaci sono preoccupati.

Ma i Rom sono sempre stati nomadi? È vero che non hanno cultura? Perché sono visti come accattoni? Chi sono?

Discendono da una popolazione che parlava una forma volgare di sanscrito, il praclito. Nel 1000 d. C. circa, lasciò il delta dell’Indo, fra l’India e il Pakistan. Vi erano esperti nella lavorazione dei metalli, chiamati athinganoi, da qui “zingari”. In 4 secoli i Rom si insediarono in molti Paesi europei, a partire dai Balcani. Giá da allora i Rom non si comportavano tutti allo stesso modo, cambiavano economia e ritmi di vita secondo le opportunità offerte dai Paesi ospitanti.

Li si poteva suddividere in 3 aree geografiche. La prima, quella Balcanica, durante l’impero Ottomano li vide sviluppare un gran numero di professioni, soprattutto artigianali. Alla fine del XVI secolo erano tutti censiti, abitavano in dimore fisse e pagavano le tasse. Erano insomma ottimi contribuenti, divisi in corporazioni: lautari (musicisti e costruttori di strumenti musicali), fabbri, orefici, sarti, macellai, venditori di cavalli, “veterinari”, contadini liberi.

La seconda area, che corrispondeva ai principati di Valacchia e di Moldavia (oggi parte della Romania), li vide invece nello scomodo ruolo di schiavi. Erano proprietà del principe, e lui poteva permettere loro l’esercizio di mestieri itineranti (acrobati, addestratori di orsi, giocolieri), lingurari (costruttori di utensili di legno), calderai e ramai, a patto che gli pagassero i tributi. Salvo venire donati, con l’intera famiglia, a un monastero ortodosso a saldo dei peccati del principe. Spesso i Rom erano schiavi di feudatari e monasteri che li utilizzavano nei campi. E rimasero tali fino alla metà dell’800 (altro che nomadi…), quando, con le rivoluzioni liberali, fu abolito lo schiavismo nella regione.

Queste prime due aree, la Balcanica e la Rumena, oggi ospitano il 90% dei Rom europei. E non per caso sono sedentari, vivono in vere case con bagno e cucina, sanno fare i mestieri più diversi, coltivano la terra. In Romania, i furti da loro commessi sono vicini allo zero. Lo afferma l’Interpol.

Ma c’è una terza area, conflittuale: è l’Europa occidentale.Come sono arrivati?

Polish_20201008_061253284

Fra il 1417 e il 1430 furono notate, dall’Italia all’Olanda, compagnie di pellegrini che si dicevano “egiziani”. Erano condotte da presunti conti e duchi, composte da uomini, donne, bambini, cavalli e cani. I cronisti del tempo raccoglievano sempre la stessa versione: “Siamo egiziani, ma cristiani, dobbiamo espiare una penitenza per un peccato di apostasia che ci condanna a un pellegrinaggio di 7 anni. Per favore aiutateci”. Le lettere erano firmate da Sigismondo, imperatore del Sacro Romano Impero, dal papa o da altri grandi. Alcune erano vere, molte altre false. Risultato: molte città fecero cospicue donazioni ai sedicenti “egiziani”, da cui vengono alcuni nomi che oggi indicano i Rom, come gipsy o gitani. Ma un pellegrinaggio credibile non poteva durare in eterno.

Si diffusero così bandi per cacciare i Rom. Erano repressi di pari passo con la nascita dell’industria nell’Europa occidentale, che richiedeva mano d’opera salariata e non consentiva forme di accattonaggio o mestieri da girovaghi. Nonostante la repressione (in alcune fasi chi uccideva uno zingaro aveva diritto ai suoi beni), i Rom si legarono a vari territori, da cui presero il nome, come i Sinti piemontesi, i Sinti lombardi, i Kalè andalusi, i Manouche francesi, i Romanichals gallesi.

Il 50% della loro lingua rimase quella delle origini, per il resto acquisirono termini delle lingue locali. In questa parte d’Europa, dove tanti popoli avevano dovuto lottare per la loro identitá, i Rom si mossero molto cautamente. Non fecero mai guerre e per non essere cancellati, si sparpagliarono in piccole unità, famiglie allargate che ogni tanto si riunivano, ma dovevano essere mobili e sfuggenti ai controlli. Il nomadismo fu quindi un adattamento di fronte alla repressione, non una condizione etnica.

Poi arrivarono le persecuzioni di Hitler: 500 mila Rom eliminati nei campi di concentramento. Si occupò di loro anche il fascismo, deportandoli dalla Slovenia italiana nel campo di Tosci (Te) e rinchiudendo i Sinti abruzzesi a Boiano (Cb).

Alcune circostanze accomunano Rom ed ebrei: essere stati entrambi schiavi. I primi accusati di essere della stirpe maledetta di Caino, i secondi di deicidio. Ariani degradati gli uni, razza inferiore gli altri. Dai nazisti gli ebrei subirono la shoàh (distruzione), i Rom il porrajmos (divoramento). Ma se ai primi la Germania ha riconosciuto i danni, ai secondi nessun rimborso. Il motivo è che i Rom non sarebbero un popolo, un’unità culturale, ma una condizione. È vero?

Polish_20201008_062031714

Un giornalista del National Geographic organizzò un lungo viaggio con un romanichal, Rom gallese, e dimostrò che egli poteva comunicare, a parole, a gesti e con le canzoni, con i Rom di diverse parti del mondo. Se gli ebrei hanno avuto la Bibbia, come scrigno d’identità culturale, i Rom hanno sempre avuto la musica. «Che ha influenzato e arricchito compositori come Johannes Brahms, Franz Schubert, Maurice Ravel, Igor Strawinsky, Peter Ciaikowski» spiega Santino Spinelli, rom abruzzese, 2 lauree (in musicologia, lingue e letterature moderne) e docente all’Università di Trieste. «Per arrivare a Goran Bregovic, che utilizza a piene mani la musica dei Rom macedoni. La musica rom ha fondato il jazz europeo. È un modo per comunicare. Nella musica c’è la lingua, l’etica, la filosofia di vita, la narrazione, la nostra memoria».

C’è poi un altro nocciolo duro della cultura rom: i riti funebri. A volte, quando una persona muore, vengono bruciati tutti i suoi beni, roulotte compresa, a garanzia che l’eredità non crei dissidi fra i parenti e dislivelli sociali nel gruppo. Soprattutto nei Paesi dell’Est, le sepolture sono ampie: trovano posto il letto, il comò, i quadri, modellini di moto e macchine di lusso. Ricordano quelle degli Egizi, per cui gli oggetti si animavano a beneficio del morto quando la tomba veniva chiusa.

Altra tradizione, la legge rom. Non si sovrappone a quella dello Stato, ma i Rom la rispettano alla lettera; regolamenta liti, danneggiamenti, controversie matrimoniali. Se il fatto è grave, i giudici vengono da altre comunità, a garanzia di equità. La pena è sempre un risarcimento. «Sia chi vince sia chi perde deve poi pagare una festa a tutta la comunità, una forma di riconciliazione collettiva.

Polish_20201008_061549738

Altri tratti culturali dei Rom emergono dalle accuse loro rivolte. Sono sporchi? Quando non c’è elettricità o acqua calda è difficile lavarsi in 200, d’inverno, magari con un solo rubinetto. I Rom hanno paura dell’impurità, come gli indiani e gli ebrei. Hanno 14 contenitori diversi in cui lavare le loro cose: non devono entrare in contatto le pentole con piatti, i vestiti dei maschi con quelli delle femmine, gli indumenti intimi con gli altri e così via. Le nostre tradizioni di camping e barbecue sono copiate dai Rom. Ma loro trovano disgustoso tenere la toilette nella roulotte, come fanno i gagè…

Le donne rom sono disponibili? Favole. Evitano il contatto con i gagè, per paura delle impurità. Quasi sempre si sposano vergini e talvolta espongono il panno insanguinato come prova. Vivono in una società maschilista, dove però è severamente censurato l’uomo che non osserva i doveri familiari.

Polish_20201008_062124767

I Rom predicono il futuro? «Noi per primi non ci crediamo» spiega il leader di un campo a Milano. Le donne confermano: «è un mestiere, facciamo finta». La chiaroveggenza è un modo di trasformare la loro diversità agli occhi dei gagè, insicuri e superstiziosi, a proprio vantaggio.

I Rom rubano, sono violenti? Nei processi interni le sentenze sono severe nei casi di violenza, anche verso un gagè. «Ma se un rom ha rubato con destrezza e per necessità» spiega un giudice rom «per noi non c’è reato».

Perché chiedono la carità? Erano commercianti porta a porta. Tornavano negli stessi luoghi a vendere oggetti per la casa e l’agricoltura. Se non vendevano, chiedevano da mangiare o qualche spicciolo. Il manghel, che significa sia vendere sia elemosinare, era accettato un tempo nelle campagne. Con il potenziamento della distribuzione commerciale, i Rom hanno perso questo ruolo. Rimane la questua. Inoltre, migliaia di Rom che lavoravano con le giostre e i circhi, a causa della crisi di questo settore, sono rimasti disoccupati senza gli aiuti sociali che spettano ai gagè.

Polish_20201008_061911619

In Italia vive una percentuale più bassa dell’intera Europa. Metà dei Rom che abitano nel paese è di nazionalità italiana, solo il 3% è nomade, mentre la maggior parte della popolazione rom è stanziale.

Le regioni d’Italia dove la presenza Rom è più significativa sono il Lazio, la Campania, la Lombardia e la Calabria.

In Italia vivono due grandi gruppi “zingari”, i sinti e i rom. Il primo nome deriva da Sindh, una regione del Pakistan da dove provengono, il secondo significa “uomo libero” e viene usato per designare l’intera comunità nomade. I sinti sono di provenienza mitteleuropea mentre i rom abruzzesi, la più nutrita comunità italiana, arrivarono da Grecia e Albania. Dopo la guerra iugoslava abbiamo avuto una forte immigrazione di rom khorakhana (musulmani) e kanjarja (ortodossi), quelli che più ci capita di incontrare per strada mentre chiedono l’elemosina.

Polish_20201008_061738006

Le 11 tribù principali presenti in Italia

 

■ ROM DEL MERIDIONE

In Italia dalla fine del 1300, si stabilirono in Abruzzo ma anche in Campania, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria.

■ SINTI

Zingari di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna: giostrai e proprietari di circhi.

■ ROM LOVARI E KALDERASA

In Italia dai primi del Novecento. I lovari (“lob”, cavallo in ungherese) allevano equini, mentre i kalderasa sono stagnini e doratori di rame. Vivono in roulotte.

■ ROM RUDARI

Romeni, in Italia dagli anni Sessanta. Musicanti e artisti di strada, lavorano anche il rame e vivono in accampamenti lungo la via Tiburtina, a Roma.

■ ROM KHORAKHANA E KANJARJA

Ultimi arrivati dopo la guerra in Iugoslavia. Musulmani e ortodossi, vivono in accampamenti.

■ KAULJA

Poverissimi, sono di origine algerina ma provengono dalla Francia e sono di religione musulmana.

■ SUFI

Piccola comunità derviscia del Pontonaccio (Firenze). Vengono dai Balcani, sono musulmani.

■ CÄRNER

Piccola comunità della Val Venosta. Vivono e si spostano sui carri, da cui prendono il nome.

■ CAMMINANTI

Risiedono a Noto, in Sicilia, si mantengono vendendo ceci abbrustoliti e palloncini.