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Una realtà desiderata ma in buona parte rimasta spesso nei cassetti dei sogni

di Piero Murineddu

Anni settanta, anni della nostra adolescenza, delle crisi continue, dei timidi approcci con l’altro sesso, di scoperte a non finire, del bisogno vitale di stare in compagnia, delle stravaganze ostentate, dei “bastian contrari” a prescindere….Dei sogni.Oh, quanto si sognava allora !

E poi la musica. Anzi, con prioritá assoluta e al di sopra di tutto il resto, la musica. Era il periodo in cui si ascoltavano i “complessi” stranieri (Pink Floyd, Genesis, Deep Purple, Dire Straits,Tangerine Dream,Jethro Tull…..), ma certi italiani non erano male. Io non disdegnavo i New Trolls, sopratutto per la ben riuscita polifonia vocale, aspetto a cui son stato sempre particolarmente attento. Non tutti, ma una buona parte di noialtri si aveva un’attenzione particolare per chi sperimentava modi nuovi di creare musica.

L’uscita dell’LP “Aria“, dell’ancora sconosciuto Alan Sorrenti, era stata una piacevolissima e inaspettata sorpresa. Un modo di usare la voce come un vero e proprio strumento musicale. Indubbie capacità vocali questo giovanissimo studente napoletano. Per l’Italia era una novità assoluta e ancora le straordinarie capacitá di Demetrio Stratos mi erano del tutto sconosciute.

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Ore ed ore con questa musica riprodotta dal giradischi comprato a rate. Rifare con la chitarra il lungo brano che dava il nome al disco non era cosa fattibile, ma “Vorrei incontrarti“, presente nello stesso LP, era più abbordabile. Ancora oggi, che la metá “del cammin di mia vita” l’ ho oltrepassato da un pezzo, capita di suonarmela e cantarmela.

Ma le cose “complicate”, non orecchiabili, difficilmente portano al successo. Fu forse questo il motivo per cui, crescendo in età, il giovanotto avrebbe composto “Figli delle stelle” e a seguire altre schifezze. Molti che l’ avevano seguito ed apprezzato dagli esordi gridarono al tradimento. Io  ho sempre evitato di gridare, anche se non sempre mi é riuscito, ma molta delusione ricordo di averla provata.

Come sappiamo, le cose belle son destinate a durare poco. E’ la vita. Un po’ come avviene solitamente ed è avvenuto per molti. Fin quando si è giovani bei propositi di vita alternativa, di impegno per la pace, di proponimenti sinceri di condivisione, di coraggio di denunciare le ingiustizie, di non massificarsi, di avere un’opinione propria senza paura dei giudizi altrui, di desiderio di uguaglianza……

Ad un certo punto, ti accorgi che secondo le circostanze, il tuo pensiero è meglio non esprimerlo: potresti perdere amicizie, alleanze, e di conseguenza, crearti  il vuoto intorno. Ecco allora che ci si accoda, che si ride per non essere considerati dei musoni, che ci si trattiene anche se al tipo che ha fatto quella battuta sul ragazzino zingaro o sul negro scontatamente parassita vorresti spaccare il muso…

Una volta che si procede negli anni, pare inevitabile che i propositi, convintamente sinceri, spesso diventano ricordi di un passato sempre più lontano, talmente lontano che sembra sia stato un sogno. Bello sicuramente, ma tristemenre solo un sogno. Come tutta la magica atmosfera onirica che caratterizzava quell’ “Aria” dell’ancora giovane Alan.

Anzi, faccio così: mi rituffo in quella quella magica atmosfera e metto da parte la malinconia…

https://youtu.be/JnD5-oXkaCE

Ricordo indelebile di Antoninu, babbu meu

di Piero Murineddu

 

Allora a Sorso, mio paese, ci vivevano poche migliaia di persone. A differenza dell’entroterra sarda, dove la gente viveva sopratutto di pastorizia, qui era il lavorare la terra che dava sostentamento e la vicinanza al mare non ne aveva mai fatto un paese di pescatori.

Si era nel pieno del terribile e inaudito conflitto che, a causa della non rara e colpevole stupidità di chi governa la vita altrui, si era propagato in ogni dove della terra senza che le normalissime genti del popolo, quelle che nella storia conosciuta e non, hanno sempre subìto le decisioni dall’alto, ne avessero capito precisamente le cause e che ancora non immaginavano lontanamente le catastrofiche conseguenze.

I giovanotti “abili” furono obbligatoriamente chiamati a lasciare la propria famiglia, indossare una divisa ed andare chissà dove ad ammazzare altri giovani, anche loro all’oscuro di tutto, se non di quanto era stato fatto loro credere.

Giuanninu, quello che sarebbe diventato giaiu meu (mio nonno), in quel periodo era già marito e padre. Imbracciando un fucile, pativa situazioni non volute, temendo giorno e notte per la sua vita e col pensiero rivolto sempre alla sua amata Maria Franzischa e ai suoi adorati figlioli che aveva dovuto lasciare nel lontanissimo paesino della “Romangia”, nome che svela l’antica presenza di quell’Impero là, più arraffone che benefattore.

Eccome se Giuanninu ricordava la dura fatica in campagna per mandare avanti la famiglia, ma pur di rivederla, era disposto a lavorare anche di notte.

Finalmente riuscì ad ottenere una breve licenza, dovuta al fatto che un familiare stretto si trovava in pericolo di vita.

Durante il tragitto in nave, assaporava con impazienza il caldo tepore dell’amata giovane moglie che non vedeva l’ora di riabbracciare

La stagione fredda indugiava prepotentemente in quel 1917, ma nei primi giorni di maggio, forse per dargli il giusto e meritato benvenuto, Sorso si era fatta trovare da lui in tutta la sua splendente e fiorita bellezza primaverile.

La notte tanta attesa era così divenuta realtà, e tra le braccia della dolce Maria Franzischa, il giovane aveva trascorso diverse ore che sembrava non dovessero mai finire, tra momenti di sfrenata passione e delicatissima tenerezza.

Ed è proprio durante quell’intenso paradiso d’amore che venne concepito colui che sarebbe diventato mio padre.

Dopo l’avvenuto funerale del congiunto, Giuanninu dovette riprendere a malincuore la strada del ritorno in zona di guerra, lasciando in lacrime l’amata moglie, incinta e a doversi occupare da sola degli altri figli.

Andeddi a ciamà Giuannica, la masthra di parthu…”

– gridò Firumena, dirimpettaia i la carrera di lu campusantu, sempre attenta a tutto e umbé ma umbé pettegolona –

Maria Franzischa è accosth’ a liarassi….”.

Era una fredda sera di gennaio, precisamente il 17, e dalla vicinissima periferia provenivano le voci e i canti di chi festeggiava Sant’Antonio Abate intorno ad un grande falò.

Altri sorsesi, coi carri trainati da buoi, a dorso di asini e persino a piedi, si erano recati nella vicina Castelsardo, dove la festa era più sentita e meglio festeggiata.

Il parto andò più che bene, e probabilmente la giovane ed energica partoriente se la sarebbe cavata anche senza l’intervento di ra mastrha di barthu, la levatrice, che in realtà tale non era, ma aveva talmente esperienza nell’assistere le donne a sgravidare che era da tutti cercata al momento del bisogno, e lei non si faceva pregare, essendo di una generosità tale che solo le persone semplici sanno essere.

Conclusa l’Immane Carneficina, giaiu Giuanninu, a differenza di molti altri, fece ritorno a casa e potè così riprendere in mano la sua vita, che seppur sempre dura, come dura ed estremamente faticosa è stata sempre per la povera gente, era sicuramenre meglio che ritrovarsi a trascorrere notti all’addiaccio dentro delle trincee, temendo per la propria vita e augurandosi di non trovarsi nella necessità di dover uccidere altri giovani sconosciuti, che qualcun altro, chissà perchè, aveva stabilito che dovevano essere considerati nemici, quindi da eliminare.

Man mano che cresceva, i fratelli maggiori insegnavano al piccolo Antoninu, futuro mio babbo, i modi migliori per affrontare la vita e sapersi difendere dai bulletti del tempo.

Un giorno, mentre giocava con una palla fatta di stracci insieme ad alcuni amichetti nei pressi di lu muntinaggiu (discarica), dove attualmente sorge la onnipresente (e sempre imbronciata!) statua di San Pio, tre ragazzotti più grandicelli si misero in mezzo, appropriandosi del prezioso oggetto da prendere a calci, sferico ma non troppo.

Al sentire le urla del fratellino minore e dei suoi compagnetti di gioco, accorsero i miei zii Giuanni e Giomaria, i due maggiori della famiglia.

Ne nacque una sonora scazzottata, alla fine della quale i tre se ne scapparono a gambe levate, uno con l’occhio gonfio e un altro vistosamente zoppicante.

Un’altra volta, mentre nonno Giuanninu si era recato in campagna portandosi dietro mio padre e suo fratello maggiore Giuanni, seduti allegramente sopra l’asino, il più prezioso bene che allora i poveri possedevano, per un movimento brusco dell’animale mio padre era ruzzolato per terra, procurandosi delle escoriazioni alle gambe e alle braccia.

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Immediatamente Giuanni, non esitò a urinargli sul graffio più grosso della gamba destra per disinfettare la ferita, mentre nonno Giuanninu raccolse delle erbe spontanee che conosceva e che avevano la proprietà di lenire il dolore e di accelerarne la cicatrizzazione, insieme all’urina che intanto aveva iniziato a fare effetto.

Sono tanti i racconti che mio padre Antoninu mi faceva, almeno quelle volte che non era troppo stanco dalle lunghe ore trascorse a lavorare in campagna. Seduti a scaldarci davanti al caminetto oppure mentre insieme preparavamo il forno per cucinare il pane impastato da mia madre e le mie due sorelle maggiori. La legna veniva portata sulle spalle dai fratelli più grandi, a qualche chilometro di distanza dove c’era la nostra campagna.

Tornando indietro nel tempo, aveva forse diciott’anni, un pomeriggio si era appostato all’inizio della discesa che portava giù alla storica fontana del paese. Si era invaghito di una bellissima ragazza e voleva tentare l’approccio.

Come si usava, vistala salire cu lu caddinu ( recipiente) colmo d’acqua che teneva in equilibrio sulla testa poggiato i lu tiddìri (cercine), si era fatto coraggio e le aveva chiesto di dargliene un l’upu (mestolino) per dissetarsi dalla terribile arsura di quelle giornate d’agosto.

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La ragazza, Giuanna Maria, era fortemente tentata di accontentarlo, in quanto il giovanotto aveva un discreto fascino ed era di modi estremamente gentili, ma all’ultimo momento ci ripensò, ricordando che già aveva fatto una mezza promessa ad un altro pretendente.

Quella giovane e bellissima ragazza infatti si sposò ed ebbe dei figli, ma purtroppo rimase vedova dopo pochi anni dal matrimonio. Non passò molto tempo che Antoninu, fattosi coraggio, un bel giorno le chiese di sposarlo. Ella non esitò. Fu così che Giuanna Maria divenne mia madre.

Babbo era una persona molto pacifica e andava d’accordo pressochè con tutti, salvo gl’immancabili coi quali accordo non ci potrà mai essere.

I suoi modi garbati e allegri lo rendevano simpatico. Nei pochi ritrovi che al tempo vi erano in paese e dove gli uomini andavano a trascorrere qualche ora dopo le dure fatiche della settimana trascorsa nei campi, i suoi canti in “RE”, eseguiti con una voce molto melodiosa e potente, rallegravano gli altri presenti.

Una fredda serata invernale, il troppo vino ingurgitato aveva alterato gli animi di due clienti di ru buttighinu, notoriamente affarradòri (attaccabrighe), fino ad arrivare alle mani, come alcune volte precedenti, rovinando la piacevole atmosfera che si era creata.

Uno dei due aveva addirittura tolto di tasca una rasóggia (tipico coltello sardo pieghevole e molto affilato), e l’alterco rischiava di finire in tragedia.

Mentre tutti gli altri si erano allontanati, mio padre, pur non essendo grosso di corporatura, facendosi coraggio si frammise tra i due, riuscendo a calmarli e a separarli. E questo non con la forza. Erano bastate la sua autorevolezza e simpatia, da tutti riconosciute.

Calmati gli animi e messa via la pericolosa arma, mio padre li accompagnò ormai riappacificati nelle loro case, trovando le due rispettive mogli in ansiosa attesa, perchè la voce del litigio si era già sparsa per tutto il paese.

Persona non tanto in salute per delle malattie non ben curate durante gli anni preadolescenziali, ma di carattere gradevolissimo, disponibile con tutti e molto “di compagnia” mio padre.

Bassa scolarità, come la maggior parte delle povere famiglie, ma di una intelligenza viva e acuta. Di lui mi son rimasti bellissimi ricordi e un esempio di vita che ancora mi sostiene e mi fa affrontare con fiducia le normali avversità che nella vita non mancano mai.

La sera di quel freddo e sempre più lontano 2 dicembre del 1987 aveva una leggera sensazione di malessere che gl’impediva di prendere sonno. Per tranquillizzarlo, gli preparai una camomilla col miele come piaceva a lui e aspettai seduto vicino al letto finché non si addormentò.

La mattina presto del giorno dopo fui svegliato dall’agitato richiamo di mia madre. Quando mi precipitai in cucina, vidi babbo che, accortosi della mia presenza, cercava con molta difficoltà di dirmi qualcosa. Il suo sguardo fisso sul mio sostituì quelle parole che non riuscì più a pronunciare. Uno sguardo che mi accompagna e che non mi lascerà mai, e non solo per il resto dei miei giorni su questa terra.

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Primo piesse

Oltre che non mancare mai alle sagre paesane, in quei tempi che oggi sembrano lontanissimi e che erano allietate da vere e proprie gare di canto eseguito sopra palchi di fortuna, davanti ai quali la gente si assiepava estasiata seduta i li banchitti o caddreièddhi portati da casa, mio babbo non mancava di far risuonare la sua potente voce nei pochi ritrovi serali del paese.

Quello che segue è un recente esempio di questo tipo di esibizione, sempre più rara, registrata nell’estate credo del 2019, quando la vita aveva ancora più …. sembianze umane.

https://youtu.be/_26jd6zJQj0

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Secondo piesse ( eia, post scriptum)

E dato che ci sono, riporto anche una paginetta tratta dal volume ” Ammenti” ( Ricordi) del mio amico e compaesano prof Andrea Pilo, messosi in Viaggio qualche annetto fa, ultranovantenne. Vi si narra del grande falò che in giorno d’ oggi veniva fatto per festeggiare sant’ Antonio, quello del porcellino, e ch’era l’ occassione per rinsaldare vecchie amicizie e farne nascere di nuove, cosa che questi cupi tempi stanno mettendo a grosso rischio. Per mio babbo era un evento tanto atteso e, figuriamoci, irrinunciabile….

 

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Padova. Due modi di essere prete

Invito i pochi che usano ( osano?) di tanto in tanto  curiosare in questo mio modestissimo diario, a leggere il seguente articolo, pubblicato ben 6 anni, dopodiché mi butto a fare alcune mie considerazioni, naturalmente tuttaltro che “equidistanti”, manifestando così tutta la mia spudorata partigianeria! (Piero)

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Il “MANGANELLO” DEL PARROCO NOSTALGICO

 

di Ingrid Colanicchia ( Gennaio 2014)

 

Da neanche un mese p. Federico Lauretta, monaco benedettino di 39 anni, guida l’importante e centralissima basilica di Santa Giustina, a Padova, e già si è guadagnato le prime pagine dei giornali. Non per la sua omelia di Natale, non per una iniziativa caritatevole in favore dei più bisognosi in questi giorni di festa, ma per aver sostenuto che la città è diventata un farwest e che di conseguenza non ci si debba stupire se poi «la gente usa le pistole» (Il Mattino di Padova, 29/12).

Per p. Lauretta la situazione, a Padova, si è fatta «intollerabile»: «Furti e prepotenze d’ogni genere sono ormai all’ordine del giorno» e la colpa è «di tutti quei politici che continuano a riempirsi la bocca di belle parole, tipo accoglienza ed integrazione».

«Io non sono razzista e non mi interessa la nazionalità di chi delinque», dice il monaco, «ma credo che prima dell’accoglienza e dell’integrazione, vengano il rispetto delle regole ed il vivere in maniera civile. Fortunatamente – prosegue p. Lauretta – poliziotti, carabinieri e finanzieri, nonostante più di qualcuno si diverta a denigrare il loro lavoro, fanno il massimo per garantire l’ordine nel nostro territorio. Poi, però, chi si macchia di reati, anche gravi, sta qualche mese in galera e dopo viene subito scarcerato: così facendo, non si fa altro che alimentare la sensazione, purtroppo concreta, di impunità» (Corriere Veneto, 30/12).

Non è dunque un caso che per la sua prima uscita pubblica p. Lauretta abbia deciso di partecipare al sit in di protesta contro il decreto svuota-carceri organizzato da “Fratelli d’Italia”  il 28 dicembre scorso davanti al palazzo della Prefettura di Padova.

Presente, oltre a una decina di militanti, l’assessore provinciale alla Sicurezza, Enrico Pavanetto. Una compagnia che p. Lauretta, tra l’altro cappellano della Polizia provinciale e della Guardia di Finanza, non disdegna affatto. «Condivido in pieno la posizione del mio amico Pavanetto sul problema della sicurezza in città», dice. «Io sono un monaco e ho delle regole di vita molto rigide. Perché se io le rispetto, gli altri non le devono rispettare? Ormai vengono a rubarti in casa», «se la prendono con i deboli, con gli anziani»: «Io sono un uomo di Chiesa ma non posso giustificare un ladro. Mai» (Il Mattino di Padova, 28/12).

«Pavanetto – dice ancora p. Lauretta – è un amico, siamo stati compagni di leva e siamo della stessa fede politica». E se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, specifica: «Ho militato nel Fronte della Gioventù, sono di destra, mica è cosa antievangelica» (Il Mattino di Padova, 29/12).

D’altronde fino a pochi giorni fa sul suo profilo Facebook, alla voce orientamento politico, si dichiarava nostalgicamente aderente al (da un bel pezzo disciolto) Partito nazionale fascista. E tuttora vi campeggia una foto che lo ritrae insieme a Ignazio La Russa del quale dice di condividere politicamente le stesse idee: «Difendiamo i valori tradizionali della famiglia, della fede e della patria».

A rispondergli, dalla pagine del Mattino di Padova (30/12), ci pensa don Marco Pozza, cappellano presso il carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova:

«Parole come quelle del parroco di Santa Giustina, sono il preludio di narrazioni devastanti. Parole pericolose che stonano tremendamente. Nessuno è ingenuo: l’esasperazione della città è sotto gli occhi di tutti, la fatica della convivenza è sfida ardua, l’accordo di misericordia e giustizia è un’avventura disumana. È lo sproloquio e il pressapochismo, però, a destare il sospetto di un pensiero inquieto e affrettato: l’evocazione della galera, le urla e il megafono, gli strali e gli slogan non hanno mai risolto il problema di una convivenza. Piacerebbe aprire le porta della parrocchia del carcere a questo confraello. Probabilmente quello sprezzante “prendiamo e sbattiamo in galera” non uscirebbe più tanto facile dalle labbra. La galera non risolve il problema di una città: a Padova ci sono due carceri zeppe, eppure la città è ancor più insicura. È un’equazione che non quadra. Ecco perché l’evocazione delle pistole e delle armi suona come una sorprendente stonatura nella bocca di un uomo di Dio. Lasciamoli ad altri certi linguaggi da “uomini dell’osteria”, certe assonanze che stridono con lo splendido paradosso liturgico: “L’amore vince l’odio e la vendetta è disarmata dal perdono”. Non è buonismo e nemmeno qualunquismo: è l’imbarazzante stile di chi, credente e credibile, nel mezzo dell’oscurità non smette di tenere accesa la luce, senza perdere il senno e la saggezza». «Nel mentre della vostra manifestazione altri uomini e donne stavano nei dormitori pubblici, nelle strade della prostituzione, nel ventre delle galere e nelle frontiere dell’accoglienza a proporre altre soluzioni, a vivere meno populisticamente il loro sogno di un’umanità civile: per loro aspersorio e manganello non sono la traduzione moderna del “lupo che dimora con l’agnello”. A Babele regnava il caos, qualche giorno dopo capirono il perché: c’era gente che si pensava Dio e aveva iniziato i lavori senza un progetto. Cioè era gente confusa, che confondeva. Rimase un pugno di polvere e di urla».

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Vediam vediamo…

di Piero Murineddu

E quindi il geometra mancato Federico non é razzista, come solitamente ci si affanna a precisare, aggiungendo subitissimamente il ” ma” di rito. E poi, ci mancherebbe, mica é antievangelico avere certe “nostalgie” e, in mancanza del Dux appeso a testa in giù e in attesa del suo erede, ci si “accontenti” di simpatizzare per “Fratelli d’ Italia” e destraglia varia.

Nelle sue note autobiografiche vedo che ci tiene a precisare che da giovinotto e da leale e buon cittadino,  oltre ad aver militato nel movimento Fronte della Gioventù per un anno ha “espletato  servizio militare – parole sue, non mie – presso Brigata Alpina Cadore, 12° rgt “Cadore”, 68° btg “Val Cismon”, 75° compagnia “Camoscio”.

Iiiihh, che bravo servitore della Patria! Clap clap clap e ancora clap….

Dopo l’ entrata in monastero, nel 2004 é diventato diacono e due anni dopo presbitero. Prima di essere nominato parroco nell’ ottobre 2013 della basilica padovana, tra gli altri incarichi é stato anche assistente Gruppo Scout. Devo ammettere che la cosa mi preoccupa assai per l’ equilibrata e sana crescita dei ragazzi e ragazze a lui affidati.

Anticipavo all’inizio che avrei fatto alcune considerazioni, pensandone in realtá parecchie ma, per sopraggiunti ed inaspettati impegni, non ho il tempo e la voglia di esplicitarle. Mi limito a farne giusto tre:

1. Abbastanza scontato che nei conventi e monasteri vivono moltissimi nostalgici dei tempi che furono e intransigenti osservanti dell’ intoccabile e sacra Tradizione, mi chiedo comunque come abbia fatto l’abate  ad acconsentire che una basilica così importante fosse ” guidata” da tal cervello. A meno che, appunto….

2. Sono dispiaciuto che nella terra dove ha deciso di vivere mio figlio Giuseppe risuoni la voce di un tal presbitero, megafonata dal pulpito parrocchiale e dagli organi d’ informazione.

3. Son contento che questa notizia, letta casualmente vagando in Rete, mi abbia dato la felice opportunitá di conoscere il giovane don Marco Pozza. D’ ora in poi seguirò con attenzione il suo pensiero che, a differenza di quell’ altro, ritengo realmente edificante.

Ecco, adesso posso dedicarmi agli affari miei…

Mahalia, indiscussa regina del gospel (con inopportuna divagazione finale)

di Piero Murineddu

Pressapoco cinque ottave di estensione vocale  e un pathos unico quello provocato da Mahalia Jackson, definita a piena ragione regina del gospel, nato sulla base degli antichi canti spontanei senza accompagnamento musicale che alleviavano le dure giornate di lavoro nei campi sopratutto di cotone dei ricchi proprietari terrieri nel Sud degli Stati Uniti. Il canto di un solista si alternava con la risposta di tutti, che nei momenti in cui potevano raddrizzare la schiena, aggiungevano il battito delle mani. In una fase successiva il canto venne arricchito da strumentazione e l’ andamento generalmente lento e quasi trascinato delle origini animò maggiormente il ritmo, riscontrando piu facilmente l’apprezzamento di chi viveva nelle cittá, riuscendo così anche a varcare l’oceano e con testi non unicamente su tematiche tratte dalla Bibbia. Mahalia, al contrario, nei sessant’ anni di vita vi rimase sempre fedele, in questo sicuramente influenzata dalla severitá della zia a cui é stata affidata ad appena cinque anni dopo la morte di mamma Charity Clark, cameriera e lavandaia. Guai permetterle di interessarsi al altro che non fosse il cantare nella chiesa del babbo vedovo John, pastore battista che si guadagnava da vivere facendo lo scaricatore di porto e pure il barbiere. Tuttavia e in diversa misura, assorbì ugualmente anche le atmosfere create dal jazz, dai gruppetti bandistici di strada e dal blues, e le tante registrazioni che si trovano in Rete lo dimostrano.

Da adolescente, andata a vivere da New Orleans a Chicago, insieme a vari lavoretti e affinate le capacitá come componente di alcuni cori, riuscì ad avviare la carriera solista coi risultati  ben conosciuti e che a tutt’oggi continuano ad essere annoverati tra le migliori produzioni mondiali dell’ arte canora.

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Come per buona parte degli artisti afroamericani di successo, anche in Mahalia non é mancato l’impegno attivo per favorire i diritti civili dei discendenti degli antichi schiavi che finalmente, grazie anche alla guida di figure carismatiche, non sopportarono più le inaccettabili discriminazioni con cui la prepotenza di molti bianchi e la stessa legislazione li faceva oggetto. Non a caso la sua voce introdusse lo storico discorso del “Sogno” di Martin Luther King davanti a 250.000 persone e in precedenza aveva cantato anche per l’inaugurazione della presidenza Kennedy.

Mahalia Jackson morì per un attacco cardiaco il 27 gennaio del 1972.

Forse a sproposito,          una piccola divagazione

 

Di tanto in tanto, specialmente in certi momenti in cui sento forte il bisogno di farmi trasportare da uno spirito di preghiera che non abbia bisogno né di parole né tantomeno di formule, ascolto la sua versione del “Padre nostro” che riporto di seguito.

https://youtu.be/VlFka2VrXQc

A questo proposito, apro una piccola parentesi.

Chi é sensibile a certe tematiche sa sicuramente della variazione alla storica traduzione della preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, in cui sino all’ altro ieri si indicava un Dio che “induceva” in tentazione. Grazie anche ad una “diversa” teologia che continua ad insistere (spesso inascoltata) sul fatto che il Messaggio ha sempre presentato un Padre che se é Misericordioso e Amorevole non può divertirsi a tentare la fragilitá dei suoi figli, finalmente i liturgisti della Chiesa Cattolica hanno decretato ufficialmente: ” non ci indurre in tentazione”  sostituito con  “non abbandonarci alla tentazione“, particolare importantissimo che a suo tempo aveva ben compreso il caro don Antonio Sanna che nella parrocchia che guidava a Porto Torres, e secondo me ancora più precisamente, l’ aveva sostituito con “non abbandonarci NELLA tentazione“. Non cosettine da poco, insomma, dal momento che c’ é in gioco che ” tipo” di Dio si vuole credere.

Ora, nel canto eseguito da Mahalia Jackson vi é la vecchia dicitura del “Dio tentatore”, ma allora si era nel 1958. Cosa meno comprensibile, e per me meno accettabile, é che nella giornata dello scorso 25 dicembre, dalla Basilica superiore di Assisi si senta cantare un Andrea Bocelli che ancora insiste sul “non ci indurre in tentazione”, con un’affascinante violinista in primo piano svolazzante, tutto ad uso e consumo dello spettacolo televisivo.

Mi chiedo: costava molto che padre Marco Moroni, Custode del ” sacro convento”, o anche padre Enzo Fortunato, quest’ ultimo prontissimo a giustificare lo scorso 4 ottobre il sorvolo delle Frecce Tricolori su Assisi, a suo dire per “solennizzare” la festa del pacifico e pacifista Francesco, suggerissero allo stesso Bocelli e alla sacra regia RAI di apportare una modifica al testo cantato, tutt’ altro che leggera?

Ho finito. E adesso, chi vuole, si goda pure lo spettacolare “Padre Nostro” di Bocelli dello scorso Natale….

https://youtu.be/1u9G_-CCVWs

Triste e Meravigliosa Nina!

 

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di Piero Murineddu

Lezioni al piano avute da una vecchia signora (di cui aveva paura) e pagate dalla comunitá nera che assisteva alle sue esibizioni parrocchiali fatte insieme a due sorelle. Da subito si era capito che la piccola Eunice Kathleen Waymon aveva grandi doti, e praticamente tutti si erano sentiti in dovere di dare una mano per darle la possibilitá d’ affinare l’innato talento.

Nativa della Carolina del Nord ( Tryon, 21 febbraio 1933) e sesta di otto fratelli, nonostante il grande impegno per entrare nei segreti più nascosti della musica classica, bisogno natole grazie anche al fascino provocato in lei dall’immortale Beethoven,  nella sua vita non poté mai vivere in pienezza la gioia del dedicarsi all’ infinita e fantasiosa disposizione delle sette note coi relativi diesis, e in questo ha sicuramente influito il pesante pregiudizio razziale degli anni quaranta di certi Stati americani  più a Sud.

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Quando ne ebbe soddisfacente padronanza, iniziò a guadagnarsi da vivere con contratto di suonare il pianoforte in vari club. Non tardò molto a far risuonare nei locali anche la sua voce, cantando di sua iniziativa tutto ciò che le passava per la testa. Da quel momento in poi cantare, oltre che suonare, divenne condizione obbligata per ottenere contratti.

Interprete di soul, gospel, blues e folk , con qualche capatina nel repertorio francese, in onore dell’ attrice Simone Signoret. A motivo della grande ammirazione, ne assunse il nome Simone e Nina per la sua bassa statura fisica. In seguito diventa un’icona del jazz.

Alll’album di debutto nel 1958 seguono diverse pubblicazioni. Alcune delle sue canzoni più incisive diventano man mano inni per i diritti civili, in favore dei quali sfruttò il suo successo e diventando amica e alleata di Malcolm X e di Martin Luther King, le due carismatiche figure che, con metodi e riferimenti diversi, sacrificarono la vita per la Causa. Il suo attivismo si é sempre maggiormente riconosciuto nel primo,  e in alcuni spettacoli non sono mancati inviti, e non solo sotto forma di metafore, alla rappresaglia contro il razzismo.

Accusando l’FBI e la CIA di scarso interesse nel risolvere i problemi degli afroamericani e fattosi pesante il clima per lei con l’accrescere di un coinvolgimento sempre più attivo per il riscatto dei neri, cosa che la rendeva agitata e anche poco tollerante coi suoi stessi musicisti, ad un certo punto lascia gli Stati Uniti e va a vivere girovagando in diversi luoghi, ad iniziare significatamente dalla Liberia, Paese fondato da schiavi afroamericani liberati. Soggiornò anche in alcuni Paesi europei, dove ha portato avanti la sua vita in modo trasandato e con episodi di manifesto disagio psichico.

Risentite per questa decisione,  le case discografiche degli States snobbano i suoi album,  che non smette tuttavia di produrre. Per un lungo periodo di lei non si hanno notizie. Riappare improvvisamente grazie al successo in Europa di un suo brano di ben trent’anni prima. É il momento della ristampa di vari suoi album prodotti in precedenza e passati inosservati.

Relazioni sentimentali problematiche Nina, con uno dei due mariti, ex poliziotto divenuto suo manager, che ricorreva spesso alle percosse. L’ unica figlia, di nome anch’essa Simone, continua ancora l’ attivitá della madre, morta il 21 aprile 2003 per le complicanze di un tumore.

Grande rimpianto di Nina Simone é stato quello di non potersi dedicare completamente, per il suo essere donna “di colore”,  alla musica classica come lei avrebbe voluto, e l’ imposizione di questo limite ha sicuramente influito non poco nella sua vita.

Chi ha l’opportunitá, non manchi di cercarsi su Netflix il docufilm a lei dedicato, visione del quale mi ha dato lo spunto per scrivere queste poche note biografiche sulla grande artista qual’è stata Eunice Kathleen Waymon.

In questo video che la vede in due differenti concerti,  sono chiarissime le grandi doti musicali, l’ eccellente uso della voce, l’indiscussa padronanza del palcoscenico e la capacità di relazionarsi col pubblico, anche grazie ad un inaspettato umorismo che credo molto improbabile, nella vita di tutti i giorni della triste e meravigliosa Nina….

https://youtu.be/ZxkMb-tp3Bk

Isolare Trump é una condizione necessaria

di Agostino Giovagnoli

( Avvenire del 10 gennaio 2021)
«Una persona che pensa di fare i muri non è cristiano. Questo non è il Vangelo». Papa Francesco lo disse nel 2016, prima che Donald Trump fosse eletto presidente degli Stati Uniti d’America. E venne criticato per questo da chi, condividendo l’«agenda» di Trump, sentenziò: «Un Papa non fa politica». Ma non era politica: era Vangelo.

Eletto presidente, Trump non si è limitato a costruire muri:

ha anche strappato figli ai genitori immigrati dal Messico (ed è oggi molto difficile ricongiungerli);

ha lasciato che tanti malati di Covid fossero abbandonati a se stessi;

ha ostentato dichiarazioni e scelte pro-life, ma sempre inneggiando alla pena capitale e riattivandola a livello federale (e vuole far morire così anche una donna con problemi psichici);

ha denigrato gli avversari,

ha mentito,

ha inquinato i social network sino a esserne sospeso per incitamento all’odio…

Da ultimo ha cercato di sovvertire il risultato delle elezioni in cui è stato sconfitto, ha incitato all’insurrezione, ha spinto ad aggredire il Parlamento degli Stati Uniti. Ha dato un colpo tremendo alla democrazia, in America e nel mondo. Ora è chiaro a (quasi) tutti, anche alla maggioranza dei parlamentari repubblicani, che bisognava fermarlo prima.

Papa Francesco, insomma, aveva ragione. Il metro del Vangelo ha ragione. Riconoscerlo, però, pone interrogativi scomodi.

Perché non pochi hanno criticato aspramente il Papa e troppi altri hanno taciuto?

Lo hanno fatto perché non hanno riconosciuto le motivazioni evangeliche e umane che lo hanno costantemente ispirato. E hanno pensato e detto che prendere posizione nei confronti di un uomo politico potente non è compito dei cristiani.

Già, farlo non è mai facile: significa abbandonare una comoda equidistanza, rischiare di essere confusi con compagni di strada con cui non si vorrebbe avere a che fare, attirarsi critiche o guai…

Ma ci sono momenti e situazioni in cui i cristiani, come tutte le donne e gli uomini onesti, devono prendere posizione anche su questioni politiche. Non per motivi politici, ma proprio perché cristiani.

È accaduto, ad esempio, nell’Europa fra le due grandi guerre novecentesche. Negli ultimi anni, Francesco ha più volte ricordato quelle vicende, richiamando il nazionalismo esasperato, la sindrome 1933, i discorsi di Hitler…

Prendere posizione non significa demonizzare. Molti oggi spiegano Trump in termini di personalità disturbata, «narcisismo maligno» (Fromm), mancanza di empatia, situazione psicopatologica ecc.

Il punto è un altro: è l’enorme potere nelle sue mani, anche quando non sarà più presidente. Ovviamente, il trumpismo non si riduce a Trump, gli oltre 74 milioni di voti per lui non possono essere né ignorati né criminalizzati.

Ma senza Trump, il trumpismo non esisterebbe.

È stato lui a coagulare fenomeni e tendenze diversi, che altrimenti sarebbero rimasti distinti.

È lui che ha dato forma a un amalgama di paure, smarrimenti, disagi – che hanno radici reali e che devono essere ascoltati – avvelenandolo con estremismo, odio, violenza.

Isolare Trump significa restituire ogni cosa alla sua autenticità. È una condizione necessaria per poter dialogare davvero con i tanti verso cui è giusto avere grande attenzione.

Ciò che è accaduto a Washington mostra il grave pericolo che corre oggi la democrazia. C’è chi risponde contrapponendo tout court al populismo lo Stato di diritto. Ma rischia di essere una risposta debole: la crisi c’è perché si è consumato un divorzio tra il popolo – o una sua larga parte – e la democrazia, e lo Stato di diritto è forte solo se poggia su un largo consenso. Il populismo spinge il popolo contro la democrazia. Salvarla significa riconnetterla con il popolo.

In tale contesto, il ruolo dei cristiani è tutt’altro che irrilevante: la spinta della fraternità ne fa amici veri del popolo, mentre il «populismo irresponsabile», come ha detto papa Francesco lo strumentalizza.

I cristiani perciò, come e più di altri, possono e devono contribuire a salvare la democrazia. Soprattutto – come ha annotato su queste pagine Giorgio Ferrari – dopo il 6 gennaio dell’emblematica caduta, al cospetto del mondo intero, di quel «faro» della democrazia rappresentato dagli Stati Uniti. Lo devono fare non perché stanno dalla parte dell’Occidente, ma per aiutare tutti i popoli, soprattutto quelli non occidentali.

Il ” Caro Faber” di don Andrea e quell’ultima agenda

Don Andrea Gallo e gli ospiti della Comunità  “San Benedetto al Porto” di Genova 

 

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.

Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua.

Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.

E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.

Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza del potere, l’indifferenza.

Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, nella Comunità ” San Benedetto” bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera ..

«Ma tu che vai, ma tu rimani, anche la neve morirà domani, l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino…».

È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.

Caro Faber, grazie!

 

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi.

Grazie

 

“E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.”

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.

Grazie

 

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Quell’ ultima agenda e la mole di volumi consultati per scrivere un brano di pochi minuti

 

di Marco Ansaldo
( La Repubblica, 4 Dicembre, 2015)

 

Un’agenda di colore marrone. La pelle consunta, gli angoli arrotondati dall’uso. Si nota subito, infilata in un fascicolo preso da un ripiano in basso di questi scaffali colmi di nastri, di dischi, ma soprattutto di libri. I libri personali di Fabrizio De André. Sulla copertina è scritto: Agenda Casa 1997 della Banca popolare di Novara. La apro. È stata scritta, in realtà, l’anno successivo. Le date, cancellate e ricorrette, rimandano infatti tutte al 1998, a partire da settembre. Il mese successivo a quando Faber si era sentito male interrompendo il tour estivo. Sono i mesi finali della sua vita. E il documento che ho in mano è l’ultimo diario che il grande cantautore genovese ha adoperato e portato con sé prima di morire.

Siena, Facoltà di Lettere dell’Università, Centro interdipartimentale di studi Fabrizio De André. Un archivio che custodisce un tesoro, perché qui confluisce – con periodici nuovi arrivi – tutto il materiale dell’artista scomparso l’11 gennaio 1999. E poi l’agenda. Ci sono fogli sparsi, minute di lettere scritte da Dori Ghezzi, sua moglie, dopo la morte di Fabrizio. La prima pagina si apre con il nome e i riferimenti di uno pneumologo. Dietro, la simbolica fotografia di tre uomini che tirano a forza una corda, con molta fatica. Poi conti, appunti, recapiti telefonici. E ancora: disegni, annotazioni di carattere gastronomico e agricolo. Le sue passioni. Quindi citazioni di sue nuove composizioni, alle quali Fabrizio stava lavorando. Titoli di libri che potevano servire come spunti. Continuo a sfogliare. Ci sono le medicine da prendere, annotate una per una. Frasi sparse. “Ecco”, fa notare Vera Vecchiarelli, l’archivista che fa da guida nel Centro studi senese, “qui la scrittura a un certo punto diventa più incerta”.

C’è una sua poesia su San Francesco. Quasi non ci si crede: proprio il santo fonte di ispirazione per il nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio. È in stampatello. Un testo che arriva all’improvviso a confermare la consonanza di temi fra De André e il Pontefice. Perché proprio gli ultimi, i diseredati, sono i protagonisti della poetica di Fabrizio prima che il Papa Francesco ne facesse il suo campo di battaglia. Si prosegue. Altre frasi rapide, una, due righe. Poi, un lungo spazio bianco, pagine non scritte. Solo in fondo c’è un appunto più lungo. È quello finale. Il suo ultimo pensiero scritto. “Noi cantastorie andiamo in giro sollevando la polvere dai fatti memorabili, cerchiamo di farne mito o leggenda (abbiamo, a differenza dei giornalisti, la licenza di stravolgere) e se ci riusciamo davvero possiamo diventare OMERO, se non ci riusciamo per niente andiamo a comprare i giornali nelle edicole”. Tipicamente deandreiano. Nella commistione fra alto e basso, nella chiusa finale: amara ma ironica. Ecco: in quello che è il suo ultimo appunto, Fabrizio ha riflettuto sul proprio mestiere. Ne ha difeso l’approccio e i modi. Si è riallacciato ai classici. E ha concluso con una frase spiazzante. Da Milano la Fondazione Fabrizio De André, presieduta da Dori Ghezzi, conferma: sì, questi pensieri sono scritti da Faber di suo pugno.

Su uno scaffale si intravede un altro quaderno. Ha un colore verde chiaro, un nome – Outport Land – in stile marinaro. È di qualche anno precedente. Dentro c’è una poesia, bellissima e terribile. Il titolo è Il testamento.

Accomuna la morte del padre Giuseppe, per anni amministratore delegato di Eridania, e del fratello maggiore di Fabrizio, Mauro, notissimo avvocato a Genova. Vera Vecchiarelli mostra nel dettaglio come De André operava nella stesura delle sue canzoni: “Fabrizio aveva la mania di annotare tutto quello che faceva, anche nelle cose quotidiane: da come prepararsi per i concerti ai concetti da esprimere fra una canzone all’altra, dagli alimenti da assumere quando voleva fare dieta alle formazioni della squadra del Genoa la domenica. A volte ho l’impressione che scrivesse tutto come per farsi leggere, un giorno, da chi avrebbe aperto i suoi quaderni. E tutto ciò che faceva, lo faceva molto seriamente, in maniera meticolosa, strutturata”.

Il Centro studi di Siena custodisce in realtà il metodo di De André. Lo stesso che la studiosa Marianna Marrucci, che ha collaborato all’archivio, definisce come una “poetica del “saccheggio””. E cioè, “un riuso originalissimo delle proprie letture: idee, temi, immagini, versi, sintagmi migrano dalla pagina alla voce in un impasto tanto più eterogeneo quanto più coerente e originale”. Una visita qui permette di capire come Fabrizio studiasse i testi e li annotasse per poi riutilizzarli nelle bozze di lavoro. E la mole di volumi consultati per scrivere un brano di pochi minuti poteva essere impressionante. Segnati ovunque: sul frontespizio, nelle pagine bianche, in cima, in fondo, ai lati come se fossero glosse, su fogli che prendeva e accludeva. Il “saccheggio” consisteva poi nell’individuazione di un termine, una frase, un concetto, che venivano cerchiati, prelevati e incastonati nel nuovo lavoro, quindi rielaborati in modo magari molto diverso rispetto alla fonte originaria.

Allora, il termine più corretto è forse la parola “contaminazione”. Nascevano così, fra i testi assimilati e la collaborazione successiva con artisti del calibro di De Gregori, Fossati, Pagani, Bubola, Piovani, Mannerini, quelle perle immortali che conosciamo tutti, nei tredici album considerati capolavori assoluti della canzone italiana d’autore.

Per aspera ad astra

 

di Nicoletta Tancredi (*)

 

Cari ragazzi, non è un anno sprecato.

Non piangiamoci addosso!

Basta fare le vittime!

Chi si lamenta ha sempre ottenuto un solo risultato: la lagna.

Siate più capaci di chi dovrebbe e non sa decidere per voi.

Siate scaltri. Fatevi furbi!

Non credete a chi dice che questo è un anno perso, che non vale niente. Dimostrate il contrario: di saper far tesoro dal poco.

E tra l’altro non scoprireste nulla di nuovo:

“per aspera ad astra” (attraverso le asperità alle stelle) non sono parole di oggi.

Rimbalzate al mittente l’ansia dei dpcm e delle ordinanze da ultim’ora, con tutta l’energia della vostra età.

Rispondete con ottimismo.

Sfidate voi stessi di riuscire ad imparare in qualsiasi circostanza.

Condite i vostri pensieri di entusiasmo.

Sognate la più bella delle prospettive e nutrite il vostro sogno: la realtà si cambia immaginandola.

Vi ritrovate a fare gli studenti universitari al liceo. Siete soli, se i vostri parenti sono così intelligenti da non volersi sostituire a voi. Non ci sono i prof che girano tra i banchi, mentre fate un compito in classe, a farvi domande senza che possiate disattivare il microfono, o sparire dietro l’iniziale del vostro cognome sul desk.

E’ il momento di intendere quello che i vostri insegnanti vi hanno sempre detto e che poteva sembrare retorico: non si studia per un voto, ma per sé stessi.

Siete costretti all’autodisciplina, all’impegno deciso da voi.

E dovete essere ancora più bravi che in classe, perché non sempre i docenti riescono a motivarvi a distanza.

Non sempre gli atteggiamenti del vostro corpo, il cosiddetto linguaggio non verbale, è visibile in una videochiamata.

Siete soli, ma con l’appoggio motivazionale dei vostri parenti, se si rendono conto che, in questo e solo in questo, devono coadiuvare gli insegnanti.

E poi è così facile ‘imbrogliare’ che non c’è neanche lo sfizio di farlo!

Se ci riuscite, nulla di straordinario.

Solo banale, oltre che vile, simulare difficoltà di connessione.

Teniamoci pronti in ogni caso: a tornare in classe, con altissimo senso di responsabilità e rispetto per le normative anti-Covid, oppure a restare a casa, per quanto si possa essere stanchi e demotivati.

Avete tutte le ragioni del mondo: vi manca la vita sociale, dei sorrisi, delle pacche sulla spalle, degli abbracci. Ma questo vi è toccato di vivere.

Stringete i denti!

Sentitevi, parlate, non abbandonatevi!

E’ l’occasione di fare i conti con chi volete essere davvero nella vita.

Concentratevi sullo studio!

Quale migliore occasione?

Fissate come obiettivo il sapere. E puntate a quello.

Sappiamoci adattare!

E i prof., quelli meno ‘tecnologici’, aiutateli!

Fate vedere loro quante cose sapete e si possono fare online. E avrete tirato dalla vostra, nel vostro mondo, i docenti.

Quando vi ricapita?

 

(*) Nicoletta Tancredi é professoressa di latino e greco in un liceo classico della Campania

 

 

E se ciascuno provasse a far valere l’invito anche per sè, in qualsiasi stato si trova?

Farebbe certamente un grande passo avanti nella Scuola permanente della Vita !

Omaggio a Joan

di Piero Murineddu

Dos kelbl” é stata concepita nel 1935 dal cervello di tal Sholom Secunda, che a sua volta aveva rielaborato una canzone popolare polacca.

Il testo invece, originariamente in yiddish, fu scritto da Aaron Zeitlin.

Il ritornello della canzone, in yiddish Dona dona, è ritenuto da alcuni un’invocazione ebraica a Dio, in ebraico Adonay, mio Signore, e la cosa non dispiace.

Ecco l’adattamento che ne aveva fatto Herbert Pagani, anch’egli ebreo:

 

Un capretto su un carretto va al macello del giovedì
non s´è ancora rassegnato a finire proprio così
Chiede ad una rondine Salvami se puoi..

Lei lo guarda un attimo fa un bel giro in cielo e poi risponde:

Siete tutti nati apposta io non c´entro credi a me,

c’è chi paga in ogni festa, questa volta tocca a te…

Un bambino su un vagone va al macello del giovedì
non s’è ancora rassegnato a morire proprio così
chiede ad un soldato salvami se puoi
e lui con la mano lo rimette in fila e poi risponde:
Siete in tanti sulla terra io non c’entro credi a me
c’è chi paga in ogni guerra e questa volta tocca a te…

Ora dormi caro figlio sta tranquillo che resto qui,
non è detto che la storia debba sempre finire così.
Il mio bel capretto è nato in libertà
finché sono in vita mai nessuno lo toccherà.
La storia te l´ho raccontata apposta perché un giorno pure tu dovrai fare l´impossibile perché non succeda più.

Siamo madri e siamo figli tutti nati in libertà
ma saremo i responsabili se uno solo pagherà….

 

Riporto la spiegazione del testo che ho trovato in Rete, precisamente nel sito “Canzoni contro la guerra”, affidabilissimo riferimento per gli amanti del cantare non solo per passare il tempo, ma anche per trarne qualche utile insegnamento

Vediamo…

(…) Un capretto, l’immagine sacrificale per eccellenza (anche se di solito è l’agnello), che va al macello.Lo stesso rituale si ripete per un bambino avviato verso uno dei tanti lager ancora oggi tristemente presenti nel mondo, con le stesse, atroci modalità. Un riferimento forte ed un disperato omaggio a tutte le piccole vittime di tutte le guerre che sono state massacrate da assassini. In nome di tutto il mare di dolore che la guerra degli uomini fa scorrere tra i suoi stessi piccoli figli deboli ed indifesi, prime vittime di tutti i conflitti, un mare che travolge, distrugge e uccide vite e futuro, in tanti, troppi luoghi sulla Terra e che – qualche volta – riesce a lambire anche le nostre coscienze di “uomini liberi” e riesce a farci alzare, indignare, impegnare, gridare “No alla guerra!” (…)

Per l’impegno che ha sempre portato avanti nella sua carriera, per Joan Baez era impossibile non inserirla nel suo fornitissimo repertorio.

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Dietro suggerimento dell’amico Luca, considero molto opportuno proporre questo brano – eseguito nel luglio di due anni fa a Berlino – il giorno che una delle folksinger più conosciute e probabilmente più apprezzate, in pubblico sempre sorridente come ci auguriamo in privato, compie il suo

80esimo compleanno

 

https://www.youtube.com/watch?v=dQrsSvms8Kw&feature=share&fbclid=IwAR0bs01cnJ8clA3raxO5_aDptInT9ijGm7sU-2FW3mNpl36d4jrut0Ep3x4

 

La Musica, quella sublime Arte che aiuta a vivere meglio

di Piero Murineddu

An die Freude, inno alla gioia. L’ autore del testo, datato 1785, é il poeta e drammaturgo tedesco Friedrich Schiller. Ludwig van Beethoven ne usò alcune parti nella parte corale del quarto e ultimo movimento della sua Nona Sinfonia. L’ intero inno descrive l’ideale di una società dove le persone son legati tra loro da vincoli di gioia e amicizia.

Il “palco” dell’inaspettato concerto molto live svoltosi nel maggio del 2012 é una piazza di Sabadell, in Spagna. Io, a distanza di oltre otto anni e in pieno inverno, mi ci sono intrufolato col pensiero e col desiderio, oltre che con le lacrime agli occhi per la bellezza delle immagini e il contesto umano dove viene eseguito. In attesa che il “cielo” si schiarisca, possiamo intanto iniziare sussurrandolo a fior di labbra….

https://m.youtube.com/watch?v=dr71do558bo&feature=youtu.be