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Facebook, mia “croce” e mia delizia

 

di Piero Murineddu

Nel giugno 2020 facevo queste considerazioni. Oggi ci ritorno, magari con qualche ripetizione ma sicuramente con un necessario  aggiornamento, dovuto anche al particolarissimo anno, e non solo per me, trascorso.

La Comunicazione interpersonale, la Grande Assente, accentuata dal distacco fisico a cui questa pandemia ci ha prepotentemente costretti, e continuerà a farlo chissá per quanto ancora nonostante i “colori” stiano allontanandosi con più decisione dal temuto rosso.

È diverso tempo, trascinato anche dalla tendenza comune di chi ha un minimo di confidenza con pc e smartphone, che il mio indice preme sulla cartella di Facebook per vedere cosa esprime il cervello altrui e per aggiornare la pagina col mio nome in testata.

Inizialmente l’ avevo preso come un’ opportunità di concretizzare quella comunicazione che dicevo sopra, e quindi per allargare le conoscenze con persone distanti fisicamente si, ma vicini nel sentire. Come nella vita reale, nelle amicizie la qualità l’ ho sempre anteposta alla quantità: pochi ma che aiutino nella crescita, dal momento che di crescere non si smette mai, sempre che lo si voglia. Quindi, attraverso questa piattaforma, intreccio di “amicizie” per tentare il dialogo anche con chi ha giudizi diversi riguardo alla vita e agli accadimenti, ma questo, come  ben sappiamo, rimane spesso un desiderio difficilissimo da tradurre in pratica per i motivi più disparati.

Dell’ entrata in contatto con certi, anche se pochi, sono felicissimo avendone constatato la loro ricchezza; per la maggior parte ho visto l’impossibilità di andare aldilà, ma forse non era questo l’ intendimento di chi ha creato questa piattaforma sociale.

Nella mia ultra decennale presenza, ho assistito all’espandersi esagerato di questi simboli (emoticon) che vorrebbero manifestare la reazione momentanea di chi li usa, e devo ammettere la mia contrarietà e anche fastidio per l’ essersi sostituiti alla parole, molto più …umane. Ho sperato nella loro sparizione, ma così purtroppo finora non é stato, e anzi, al numero già lungo potrebbero aggiungersene ancora di nuovi.

Un anno fa circa, rassegnato all’ idea che vero confronto con parole scritte che vadino oltre le poche e rare  battute ad effetto,  é pressoché impossibile riuscire ad  attuarlo, avevo deciso di continuare a starci ma a modo mio, come del resto penso di aver sempre fatto nella vita e in tutti gli ambiti in cui mi son trovato.

Prima di modificarne l’ uso di questo strabenedetto “social”, avevo posto proprio qui il “problema”.

Quelle che seguono sono le reazioni che ci son state:

Gavina Contini

Su FB se non si sente senza usare l’udito è inutile e frustrante starci. Io ho iniziato nel 2011 e da allora entro e esco con molta disinvoltura. Ci sono periodi in cui mi affaccio alla porta, giusto per vedere chi c’è al bancone della mescita, e me ne allontano velocemente. In altri momenti persone e argomenti mi stimolano a trattenermi un po di più. Fb mi ha regalato conoscenze che si sono rivelate , a distanza di 10 anni, amicizie vere, discrete e presenti e altre spero di riceverne. Questa cosa dell’algoritmo io non l’avevo capita, perciò se una persona mi colpisce per i contenuti dei suoi post metto un like così fb me la ripropone e non la perdo. Un’altra cosa che ho imparato da fb è che non sempre si può e si deve parlare e per me questo è stato difficile da capire. Amo la libertà in tutte le sue forme. Ho anche avuto piacevoli e spiacevoli sorprese e persone che conosciute nella vita reale, tanti anni fa, in quella virtuale appaiono esattamente uguali.

Caterina Stefanoni

La voglia di uscire è tanta e personalmente ci ho provato più volte, ma poi…

Davide Bernardi

Buongiorno Piero, volevo scriverti tanto, ma non ne ho il gusto adesso ne l’ ispirazione dal cuore. Un abbraccio, questo sì col cuore

Mirka Muccini

Per me è come stare sul treno. Puoi parlare cortesemente del tempo e non andare oltre, puoi nemmeno parlare se non ne hai voglia con qualcuno, e puoi rovesciare tutta la tua vita e la tua anima, con chi senti “affine”.

Luciana Vincenzi

Questa di fb e dei social in generale é una faccenda complessa. Io mi ci sono affacciata un certo numero di anni fa (ho perso il conto) quando hanno iniziato a frequentarlo i miei figli, a partire dalla grande, che ora ha 29 anni ma che allora era adolescente. Bisognava pure che io capissi “dove andava e con chi”, ti pare? Non era intenzione di controllarla, la mia, ma essendo allora i social argomento piuttosto nuovo, sentii la necessità di conoscerlo. Col tempo fb è diventato per me diverse cose: la possibilità di mantenere i contatti con amici lontani, coi quali ci si vede poco, l’opportunità di riprenderli con una parte della mia sterminata famiglia, soprattutto di quella parte che vive ancora nei miei luoghi di origine, Salerno.  Poi, col tempo, l’occasione di conoscere persone che diversamente non avrei mai incrociato.
Sono sicura di aver fatto ricorso anche io a pollicioni e cuoricini, anche se ultimamente mi astengo, non perché io non avessi il tempo o la voglia di aggiungere qualcosa, ma perché mi pareva che qualunque cosa io avessi potuto aggiungere non avrebbe aggiunto nulla a quanto da te espresso. E non certo perché mi mancasse la voglia o il tempo di dire la mia, ma per non guastare quanto letto con commenti inopportuni
Nelle amicizie è importante esserci, dire ma anche (e a volte soprattutto) ascoltare. Di persona è facile esprimere presenza e vicinanza senza grandi discorsi. Ecco, il pollicione o il cuoricino per me sono questo: un dire ci sono, ti ascolto, ti comprendo, o ci provo.

Rita Clemente

Per me FB é come avere un’auto: se la guidi bene, ti porta dove vuoi, se la guidi male, puoi andare a sbattere e puoi anche fare molto male agli altri.  FB mi ha anche dato l’opportunità di rimanere in contatto con molte persone che hanno fatto parte della mia vita  che altrimenti avrei perso di vista. E questa è una bellissima cosa! Riguardo ai polliccioni e altro, io li uso parsimoniosamente, ma li uso. E’ un modo per dire “ci sono, ti ho letto” anche quando non si ha voglia di “sproloquiare”, come spesso faccio io.

Sin qui le reazioni scritte.

A suo tempo, avevo a mia volta commentato, come solitamente faccio, anche con un semplice saluto. A ciascuno di questi interventi, evidentemente sinceri e rispettabilissimi, dò il massimo valore e posso dire che mi hanno aiutato ad essere meno intransigente, un dono che mi ritrovo e che spesso peró mi appesantisce e limita le persone che mi vivono accanto…

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In ogni caso, oggi mi ritrovo ad aggiornare la pagina FB più di quanto facessi prima, cambiando quotidianamenre la “copertina” e l’ immagine del profilo secondo una delle tante  ricorrenze che accompagnano lo scorrere del tempo, a volte completate da un richiamo che rimanda al blog, a cui presto sicuramente maggiore attenzione ma non con frequenza quotidiana. In questo momento penso che sia il modo a me più congeniale.

Anche se non manco di visitare le pagine delle amiche e amici coi quali c’ é maggior contatto, se non ho niente da commentare evito comunque di laikare, e questo anche se son consapevole che agli autori del post fa piacere veder un segno di presenza in più. Anzi, certi, e parlo in generale senza nessun riferimento agli amici, per questi segni di approvazione ci vivono proprio, e spesso non perdono tempo neanche a rispondere ai commenti. Comunque,  per quanto mi riguarda per ora tiro avanti con la mia testardaggine, in seguito si vedrà….

Come detto e in ogni caso, la parola riflettuta e non istintiva la ritengo sempre più segno di rispetto reciproco, molto ma molto più degli sbrigativi… pollicciottoni.

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Oggi, 13 giugno, memoria di Antonio, non mio padre bensì il santo nato a Lisbona

di Piero Murineddu

Non sono nato e tanto meno cresciuto per la devozione ai santi. Se poi si crea mercato che ne strumentalizza il nome, allora mi si girano proprio. Qualche esempio? Lasciamo stare ché la giornata è festiva ed é appena iniziata.

Quindichè oggi è Sant’Antonio, che non è quello del fuoco e porcellino, ma quello del giglio e Gesù eternamente bambino.

Mamma Maria e babbo Martino Alfonso, quando lo avviarono alla vita quel remotissimo e roventissimo 15 agosto del 1195, decisero di chiamarlo Fernando e il cognome non era certamente “Di Padova”. Dalla città vicino alla quale ha preso casa mio figlio Giuseppe è partito per l’Aldilà nel 1231, in giorno d’oggi.

Grandicello, decise di andarsene in giro. Durante il suo girovagare s’imbatté in Francesco, d’Assisi non il simpaticissimo argentino che in molti, specialmente tra certi ” strani” cattolici, detestano perché dice pane al pane ecc ecc, nel senso che provoca molto fastidio quando si fa portavoce del Maestrone, che non é il Guccio da Pavana ma quel Gesù che per il suo parlar chiaro, é stato addirittura fatto fuori nel modo atroce che sappiamo.

Anche l’Antonio che si ricorda oggi le cose non le mandava a dire, specialmente rivolto ai soliti potenti che maltrattavano il solito popolo.

Babbo Martino avrebbe voluto che si dedicasse al mestiere delle Armi, ma lui se n’impipò della volontà paterna e l’arma che usò nella sua breve vita fu quella della cultura e della parola ben assestata. Ecco, questo me lo rende simpatico. Per quanto riguarda i presunti miracoli, vabbè, quest’ è un’altra storia.

Due annetti quindi da quando dedicai questo mio pensiero (allora leggermente più….più, via) . Nel mentre, precisamente un anno fa, per tentare di sconfiggere il coronavirus che oggi finalmente fa meno paura, le autoritá (religiose, “civili” e militari in pienissimo accordo, si capisce…) decisero di portare in giro con l’ elicottero (dell’ esercito!) la statua di Antonio, che come chiarito nel titolo non é mio padre, ma il figlio di Maria e di Martino Alfonso. Non so cosa ne pensino le mie amiche e amici in proposito, ma io preferisco non pronunciarmi per non rischiare di peggiorare l’ umore …festivo.

Auguri a tutti gli Antonio, Antonietta e derivati vari, esclusi i leghisti, i fascisti e i vigliacconi e patetici razzisti.

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Giuliana Martirani e il suo impegno per un mondo Pacificato e Giusto

di Piero Murineddu

Grande donna Giuliana, e per darne conferma basterebbero le sue pubblicazioni, in parte elencati alla fine di questa pagina. Argomenti che solo una persona che possiede dentro certi sentimenti puó affrontare, e farlo da un’ angolatura che puó aiutarci a prendere consapevolezza che il mondo può umanizzarsi, e quindi essere Giusto e realmente Vivibile,  se tutti ci si alza le maniche e lavorare sodo. Tutti, nessuno escluso. Sono incappato in diverse sue attualizzazioni di passi biblici, prova di chi é completamente immerso nella storia umana, a iniziare di quella di chi fa maggior fatica. Su youtube l’ ho vista e ascoltata in diversi dibattiti pubblici, sempre impegnata in quanto detto sopra. Nel video che propongo, registrazione di sette anni fa a Ragusa in occasione della Giornata del Rifugiato, ci presenta dei numeri riguardanti le migrazioni ben lontani dalle comuni e limitate conoscenze. Le considerazioni che li accompagnano sono da ascoltare con attenzione, in particolare il riferimento al commercio delle armi, In questo senso, le cose continuano a non mutare..

A seguire questa mia breve introduzione, Giuliana tenta di tracciare il suo percorso di vita, descrivendo l’ aspetto sociale più che quello strettamente privato. Vengo così a sapere che l’imput per iniziare una nuova impostazione della sua esistenza l’ ha avuto da una settimana estiva trascorsa comunitariamente presso i Piccoli Fratelli di Spello, seguaci di Charles De Foucauld. Insomma, peccato non esserci incontrati perché anche per me in quegli anni é iniziata la mia frequentazione, in realtà molto saltuaria, di quelle particolari convivenze che hanno il potere di stravolgere quanto si é vissuto sino ad allora. D’ ora in poi sentirò questa donna ancora più vicina di quanto lo sia stata sinora.

Grazie per la tua testimonianza, Giuliana, e oggi, 12 giugno,

Buon Compleanno

 

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Il mio percorso

di Giuliana Martirani
Tutto é nato dalla “Chiesa domestica” iniziata a casa mia alla fine degli anni ’70 dopo una settimana a Spello.

Al ritorno, ai compagni di Ritiro, che si dispiacevano che fosse finita l’esperienza, proposi casa mia per incontri settimanali (compresa l’agape!) preparati da noi stessi su temi determinati da noi, con l’aiuto della Bibbia di Gerusalemme (poi anche con quella di Chouraqui) e con le Concordanze bibliche e il Dizionario biblico. Il missionario comboniano che veniva, spezzava il pane con noi. E poi una bella cena finale!

Diventammo Associazione Oscar Romero (e furono quelli di Pax Christi Napoli a denominarci cosi) perché aiutavamo il vescovo e Marianela Garcia per il loro Socorro Juridico, (insieme al Gruppo Pax Christi di Napoli, e così si conobbero la nostra Liliana con il loro Filippo Severino e poi si sposarono).

E fu deciso nella nostra comunità domestica anche l’invio di alcuni del nostro gruppo a s.Gregorio Armeno (a Spaccanapoli, la via dei presepi per creare un gruppo di preghiera a casa di una famiglia amica di presepiai che con il terremoto dell’ 80 perse la casa e quindi li aiutammo ad andare a Scampia nelle case appena costruite (non le vele) e lì continuammo gli incontri di preghiera prima che diventasse famosa per Gomorra!

Continuando contemporaneamente ad aiutare il Salvador anche con la nostra fatica fisica in campi-lavoro coi Comboniani e l’invio in Salvador dei soldi del nostro lavoro condiviso con altri bracciati “a nero” a Manduria, raccogliendo l’uva.

Tutto prima che uccidessero Romero e Marianela. E poi continuammo dopo coi Comitati Romero e andammo nella Nicaragua liberata insieme ai vari Comitati (tra cui quelli di Torino: Fredo Olivero, Elio Taretti, Mariella Tapella…) organizzati dal vescovo messicano Sergio Mendes Arceo.

Dopo la mia Chiesa domestica c’è stato tutto il mio percorso creando associazioni e Case per la pace. E così conobbi personalmente don Tonino Bello, appena nominato a Molfetta e non ancora Presidente di Pax Christi, ma con cui già condividevamo su Nigrizia, diretta allora da Alex Zanotelli, le Rubriche, lui La Croce del Sud e io Nord e Sud.

Poi le Campagne nonviolente, lui presidente di Pax Christi, io del Movimento Internazionale di Riconciliazione e Pasini della Caritas per la creazione delle Obiezioni di coscienza al servizio militare, alle spese militari, e all’interesse bancario, nata a Reggio Emilia mentre ero Presidente del Mir e la creazione di Banca Etica.
E poi l’impegno con Istituti religiosi, diocesi e Conferenze episcopali …

Oltre all’impegno politico: la creazione dei Verdi, la Rete, i Comitati Prodi. con cui mi presentai contro Alessandra Mussolini.

Non credo proprio che io potessi essere tipologia da parrocchia. Credo che i più folli e bizzarri matureranno esperienze importanti in questo provvidenziale periodo di catacombe domestiche. Non delegando più a parroci e perdendo non solo il facile “si dovrebbe fare” ma anche il loro complesso di eterni fanciulli minorenni
senza capacità di intendere e di volere.

Ulteriore contributo per conoscere questa grande donna

 

da “Ildialogo.com” e a cura di ” Non violenza in Cammino”

 

Giuliana Martirani é nata a Napoli il 12 giugno 1945. Meridionalista, docente universitaria di geografia politica ed economica e di politica dell’ambiente, membro del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra), di Pax Christi e del Mir, collabora con numerose altre esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietá nonviolente.

Dal sito www.giulianamartirani.it abbiamo ripreso tempo addietro la seguente piu’ ampia notizia: “Giuliana Martirani e’ docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Universitá di Napoli ‘Federico II’. Docente alla Lumsa di Palermo, dell’Istituto interfamiliare della Famiglia Francescana di Nola e dell’Istituto pastorale calabro Pastor Bonus di Lamezia Terme.

Ha insegnato alla Ottawa University (Canada) ed e’ stata direttrice del Corso di Educazione alla Pace, dell’International Peace Research Association (Ipra) all’Interuniversity Centre, Universitá di Dubrovnik, Jugoslavia. È stata delegata ufficiale alle Conferenze Onu sulla criminalitá organizzata transnazionale (1994) e alla IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla donna (Pechino, settembre 1995). Esperta per il V Programma Quadro della Commissione Europea relativamente agli “Aspetti socio-economici dello sviluppo sostenibile in ordine a cambiamenti globali, clima e biodiversita’”. Analista di scenario ed esperta per lo sviluppo sostenibile del Progetto Posidonia della Provincia di Napoli nell’ambito del Programma Terra della Commissione Europea.

Ha collaborato con gli Istituti Regionali di Ricerca Sperimentazione e Aggiornamento Educativo (Irrsae) di Veneto, Campania, Toscana, Lombardia. E’ delegata della Commissione Giustizia Pace Salvaguardia del Creato della Conferenza Episcopale Campana, ha animato un gruppo su Impegno sociale e politico al III Convegno della Chiesa Italiana (Palermo 1995) e sull’Interculturalismo alle Settimane Sociali (Napoli, 1999).

Membro del Progetto Policoro e l’Imprenditoria Giovanile nel Mezzogiorno. Docente di Giustizia pace salvaguardia del creato e Pace e nonviolenza alla Facoltá di teologia della famiglia Francescana di S. Angelo in Palco (Nola). É stata presidente dell’International Fellowship of Reconciliation – sezione italiana – Movimento Internazionale della Riconciliazione (Ifor-Mir, con stato consultivo presso Unesco ed Ecosoc). Come membro del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra, con stato consultivo presso le Nazioni Unite) ha creato molte “Universitá verdi”, “Scuole popolari”, “Istituti per la Pace”, accompagnandole con conferenze, seminari nonviolenti, e l’organizzazione di numerosi convegni nazionali. Collaboratrice alla formazione per Caritas italiana e Caritas Internationalis, Unione Superiore Maggiori d’Italia (Usmi), Unicef, Agesci, Azione Cattolica, Federazioni italiane di Organismi Non Governativi (Focsiv, Cipsi, Cocis), Legambiente, Pax Christi, Fondazione G. Serio, Commissione francescana Giustizia Pace e Integritá del Creato, Terzo Ordine Francescano, Gifra. Comunita’ di Vita Cristiana (CVX) ed altri. Ha scritto numerosi libri su sviluppo, pace, ambiente, nonviolenza, mondialitá interculturalismo per le edizioni Paoline, Dehoniane, Cittadella, Emi, Qualevita, Gruppo Abele…

Collabora a molte riviste tra cui la Rivista della Conferenza Episcopale Italiana, Affari sociali e lavoro, Consacrazione e servizio, Segno Sette (Azione Cattolica), Horeb, Rassegna di Teologia, Cem Mondialitá Nord Sud (di Francesco Compagna), Azione nonviolenta, Italia Caritas, Mosaico di pace, Arcobaleno di pace, Il tetto, Qualevita, Qualeducazione, Nigrizia, Scuola viva, Ecole, Gandhi Marg…”.

Tra le opere di Giuliana Martirani:

La geografia come educazione allo sviluppo e alla pace, Dehoniane;

A scuola dai poveri, Cittadella, Assisi;

La geografia della pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino;

Sviluppo, ambiente, pace, Emi, Bologna 1988;

Gea. Un pianeta da amare, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1989;

Progetto Terra, Emi, Bologna 1989;

Facciamo pace? Lavori di gruppo e progetti nonviolenti per lo sviluppo, l’ambiente, la pace, Qualevita,1992;

Giona, Qualevita, 1994;

Facciamo politica!, Qualevita, 1995;

(con Carola Fluto, Vittoria Primack), Miriam. Un sogno di pace, giustizia e salvaguardia del creato, La Meridiana, Molfetta 1995;

Maria Romero. Contempl-attiva al servizio degli ultimi, Paoline, 2002;

La civilta’ della tenerezza. Nuovi stili di vita per il terzo millennio, Paoline, 1997;

Il drago e l’agnello. Dal mercato globale alla giustizia universale, Paoline, 2001;

(con Antonio Bello), Fotografie del futuro. Le beatitudini come stile di vita, Paoline, 2003;

AA. VV., Pace! Voci a confronto sulla Lettera enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, Paoline, 2003;

(con Antonio Moroni, P. Francesco Ghetti), Acqua e aria per la vita, Istituto Rezzara, 2004;

La danza della pace. Dalla competizione alla cooperazione, Paoline, 2004;

Viandante maestoso. La via della bellezza, Paoline, 2006

 

Ricordando Enrico

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(Piero M.)

Tre video per ricordare oggi, anniversario della sua morte, il compianto segretario del Partito Comunista Italiano

Padova 7 giugno 1984, Piazza dei Frutti. Il drammatico finale del comizio mostra le espressioni di fatica del segretario comunista per riuscire a concludere. Quattro giorni dopo, l’ ictus da cui era stato colpito lo porterá alla morte.

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Il secondo é una trasmissione Rai del ’76. Alla domanda del conduttore su come avesse trascorso i giorni precedenti in cui era rimasto a casa con l’ influenza, Enrico risponde che aveva riletto gli scritti giovanili di Marx, svelando così che più che affrontare letture nuove, l’allora 54enne politico sassarese amava tornare ad approfondire gli scritti ritenuti da lui importanti, sicuramente per coglierne meglio il significato. Invece, nella prima domanda posta dai tre giornalisti presenti in cui viene toccato l’ argomento della finale di coppa Davis di tennis che doveva svolgersi in Cile, Berlinguer risponde che il suo partito stava premendo sul governo democristiano per la non partecipazione dell’ Italia, per non dare così riconoscimento al potere di Pinochet ottenuto con un violento golpe l’ 11 settembre di tre anni prima.

Nel terzo video, tratto dal fornito archivio Rai, finalmente un’opportunità per conoscere meglio Enrico e le sue origini. Nato nell’ atmosfera resa cupa dall’ avvento di Benitone Mascellone al potere, nel pieno della sua arrogante spavalderia e impegnato ad illudere gli italiani di aver trovato il salvatore della patria in declino, il giovinetto cresce in un clima famigliare convintamente antifascista, ancora del tutto ignaro di quanto gli avrebbe riservato il futuro.

 

 

Banca della Memoria

 

di Piero Murineddu

Tempo fa un articoletto apparso su La Nuova parlava di un’ iniziativa nata da un gruppo di un paesino che aveva lo scopo di mettere insieme dei ricordi che aiutassero a costruire la memoria locale. Come esposizione una pagina FB creata appositamente. Un luogo di raccolta di memorie scritte e visive, seppur virtuale, sia per conoscere quello che si era e sia capire meglio quello che si è diventati. Anche questo mi ha spinto a metter su qualcosa di simile.  Altra spinta l’ ho ricevuta entrando in contatto col sito “Memoro – Banca della memoria“, pensato e curato da quattro giovani piemontesi con la passione delle brevi interviste alle persone anziane. In particolare, questa intuizione mi aveva invogliato a filmare diversi racconti di nostri anziani concittadini, che attraverso i fatti da loro vissuti, hanno aiutato anche a capire le tante trasformazioni di Sorso, mio paese del nord Sardegna, e della vicina Sennori, due località accomunate inevitabilmente da tanti aspetti.

La prima registrazione, quasi casuale, la feci durante una visita a casa di  Petronio Pani e della carissima moglie Gavina, una coppia purtroppo scomparsa a cui saró sempre grato e che a tutti gli effetti posso considerare amici seppur frequentati specialmente negli ultimi anni della loro vita.

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Il  prof Andrea Pilo mi ha incoraggiato e quasi obbligato a dare il mio seppur modesto contributo a tener ferma la memoria di ciò che siamo stati. E detta la cosa da lui, autore di alcuni libri sulla questione, non poteva cadere nel vuoto.

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Dal momento che diversamente NON POTEVA essere, il lavoro era e continua ad essere dedicato alla memoria dei miei genitori Giovanna Maria e Antonino. Rimanendo fissa la copertina, volta per volta ho sempre cambiato la foto del “profilo”, legandola magari a una persona deceduta che mi é stata cara.

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I primi tempi insistevo in ogni occasione per far capire che questo poteva essere uno spazio comune aperto all’ arricchimento di tutti e non riservato al mio solo sforzo. Salvo qualche rara eccezione, i richiami si son rivelati del tutto inutili. Tante visualizzazioni ma commenti di una superficialità da far venire la voglia di mandare tutto all’aria. Praticamente quello che normalmente accade sul “social” che va per la maggiore qual’ é FB, dove ciascuno ha la libertà di esprimere e manifestare quel che si é, spesso, e le prove sono infinite, ben poca cosa.

Nel tempo, l’ esperienza ha subito varie trasformazioni, nate perlopiù e purtroppo dai miei soli gusti, che mi hanno portato anche a varcare gli stretti confini locali, e non solamente in senso fisico. Riconosco che probabilmente l’obiettivo posto inizialmente é stato un po’ tradito, nel senso che più che far Memoria, stava diventando uno spazio dove esprimevo il mio sentire del momento, anche se a volte veicolato da un evento o un ricordo  legato al  territorio.

Attualmente, causa la quasi assenza del contributo attivo, la pagina non gode di aggiornamento continuo. Di tanto in tanto carico qualcosa, ma con scarsissimo entusiasmo. Diciamo che la porta é socchiusa, in attesa di una nuova e rigenerante aria che dia rinnovata motivazione…

Andiamo a fare un giretto in bici ?

di Piero Murineddu

Ormai non si contano i giorni dell’ anno dedicati a fare Memoria e a concentrare l’ attenzione su qualcosa di specifico, e della cosa son ben contento. Per esempio per oggi 3 giugno, il 12 aprile 2018 le Nazioni Unite, ad unanimità, hanno deciso di mettere la bicicletta nel pensiero di chi ritiene utili queste Giornate, che hanno anche lo scopo di stimolare le istituzioni, pubbliche specialmente, ad attivarsi affinché si creino le condizioni, come in questo caso, per invogliarne il più possibile l’ uso.

Superfluo ricordare i benefici di questo mezzo di trasporto, conosciuti si ma ugualmente snobbati, che poi é quanto si fa negl’nfiniti ámbiti del vivere, a dimostrazione del diffuso moto “si, lo so, ma non é per me”. E quindi via, tutti a sedersi in macchina appena si esce dalla porta di casa, testardamente intenzionati a raggiungere il massimo livello di… autodistruzione, vedi lo stress. Andare in bici allunga la vita? Ma a occi a ga l’ hai…Intanto – ed é il mantra continuo – “si no mori di troni mori di rai”, da non intendere come televisione, ma nel senso che se non muori per un motivo muori ugualmente per un altro.

Ah, la “stranezza” del cervello umano!

Comunque sia, chissà che l’aver pensato quest’oggi a scrivere due righe sull’ argomento, non m’invogli a rimettere in sesto quelle due biciclettine che aspettano silenti e pazienti in quell’ angolo lì non ricordo più da quanto tempo. Per la terza sarebbe parecchio più dura dal momento che l’ ho lasciata fuori tutto l’ inverno a intristirsi ed infreddolirsi sotto la pioggia, mentre la quarta, in realtà un triciclone, a tutti gli effetti funge ormai da porta fiori. In ogni caso, se leggo con attenzione e applico quanto riporto sotto, forse qualcosa ancora si può fare.

Intanto mi fisso in mente i nomi dei vari componenti come riportati in questa figura, poi si vedrá…

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Manutenzione della bicicletta

da viaggiareinbici.it

Una conoscenza base di come mettere le mani sulla bicicletta è molto utile per aumentare la sicurezza del mezzo e poter risolvere spiacevoli inconvenienti che possono capitare durante un’uscita o dei viaggi in bicicletta. La manutenzione della bicicletta, la pulizia delle parti meccaniche, il controllo e la pulizia del telaio, dei freni e del cambio, non hanno il solo scopo di fare risplendere il vostro mezzo ma soprattutto quello di renderlo più sicuro e funzionale. Un buon cicloamatore dovrebbe essere capace di riparare quasi ogni pezzo della sua bici: cambiare i fili dei freni, del cambio, regolare i rapporti, cambiare la catena ecc. Tuttavia la bicicletta è un mezzo delicato e alcune riparazioni se non si possiede la giusta competenza rischiano di peggiorare la situazione. Il nostro consiglio è quello di acquisire le competenze minime che vi permettano quantomeno di risolvere i problemi che possono capitarvi durante un’uscita in bici e di rendervi conto, tramite una manutenzione preventiva quando ci sia qualche componente della bici che presenta dei problemi così da portarla da un meccanico prima che sia troppo tardi. Una buona manutenzione preventiva inizia dalla pulizia della bici  pratica, anche questa, non finalizzata al solo miglioramento estetico della bici ma a garantirne maggiore efficienza soprattutto nella pedalata e nel cambio.

Pulizia della bici

Nafta e pennello La pulizia della bici comincia dalle parti meccaniche che vanno liberate da polvere e sudicio: un buon pennello e un barattolo di nafta possono essere più che sufficienti per un’ottima pulizia delle parti meccaniche della vostra bicicletta. Imbevuto il pennello di nafta, passatelo innanzitutto attraverso la catena togliendo morchia ed altre impurità. Aiutatevi facendo girare i pedali nel senso contrario della pedalata in modo da passare la nafta su tutta la catena e all’interno delle maglie. Pulita la catena passate alle altre componenti meccaniche: freni, pedali ma soprattutto dedicate attenzione alla pulizia del deragliatore e del cambio.

Spugna e sapone Passata le nafta sulle parti meccaniche è il momento di togliere sporco e unto. Se ne avete la possibilità utilizzate una sistola per sciacquare velocemente la bici altrimenti passate subito all’uso di spugna e sapone. Non siate restii o timorosi nell’utilizzo di acqua e sapone (ideale lo shampoo per auto), non ci sono rischi di rovinare in nessun modo né il telaio né le parti meccaniche della vostra bicicletta.

 Oliatura e… partenza! Ultimo passaggio, ma non per questo meno importante, da effettuare una volta asciugata la vostra bici è l’ oliatura della catena: a questo punto siete davvero pronti per partire, con una bici perfettamente funzionale e risplendente!

Manutenzione preventiva

Una volta pulita la bici è consigliabile eseguire alcuni controlli che possano mettere in luce eventuali problemi presenti sul mezzo. Effettuare piccoli controlli prima di iniziare il vostro allenamento in bici è una pratica che, se resa abituale, vi permetterà di prevenire molti fastidiosi guasti e renderà molto più sicure la vostra girate.

 Manubrio Bloccando la ruota anteriore della vostra bici con le gambe, controllate che il manubrio sia perfettamente simmetrico al telaio e alla ruota e al tempo stesso assicuratevi, forzando il manubrio, che non vi sia movimento di rotazione. Se facendo forza il manubrio dovesse muoversi è assolutamente necessario che stringiate i bulloni che lo collegano al telaio.

 Freni Fondamentali per la vostra sicurezza: appuratevi che siano ben tirati e che possano garantirvi una buona risposta alla frenata. Azionate entrambi i freni e provate a spingere avanti la bicicletta. La bici dovrebbe arrestarsi prima che le leve dei freni tocchino il manubrio. Se dovesse essere necessario tirare completamenti le leve dei freni prima che il mezzo si arresti è consigliabile regolare la corsa delle leve freno o cambiare i pattini.

 Cambio Alzando la ruota posteriore e girando i pedali, provate a inserire i vari rapporti assicurandovi che entrino tutti senza produrre tensioni o strani rumori. Nel caso vi fossero problemi con l’innesto dei rapporti provate a oliare le parti meccaniche del cambio, se il problema persiste portate la vostra bici a fare controllare da un meccanico.

 Copertone Sulle bici da corsa con copertoni molto sottili il rischio di forare è sempre dietro l’angolo. Tuttavia con una certa attenzione allo stato del copertone potete ridurre notevolmente il rischio di ritrovarvi una ruota a terra mentre state pedalando. Fate girare la ruota posteriore e anteriore della bici e controllate che non vi siano punti del copertone che presentino rigonfiamenti, abrasioni o piccoli tagli. In tal caso sostituite il copertone preventivamente poiché il rischio di forare sarebbe molto alto. In ogni caso portatevi sempre almeno una camera d’aria di scorta dietro e tutti gli strumenti necessari per riparare una foratura.

Ruote: cambio camere d’aria e tubolari

Nelle biciclette moderne l’uso della camera d’aria fra il cerchio e il copertone ha ormai sostituito l’utilizzo dei tubolari; tuttavia, essendo ancora molto diffuse a livello amatoriale, cerchiamo di vedere in caso di foratura come risolvere il problema sia in caso di copertoni con camera d’aria sia in caso di bici con ruote tubolari.

 Tubolari Per prima cosa stendete il mastice sul cerchio; mentre lasciate qualche minuto il mastice a seccare preparate il tubolare da mettere ammorbidendolo in modo da rendere più semplice l’applicazione. Per fare questo fissate il tubolare con un piede e stiratelo facendo forza verso l’alto. Eseguita questa procedura infilate la valvola del tubolare nel foro del cerchio e da li stendere tutto il tubolare all’interno del cerchio (l’ultima parte farà maggiore resistenza), facendo attenzione a mantenere diritta la valvola.

 Camera d’aria La procedura è molto simile a quella sopra descritta: per prima cosa togliere il copertone usando le appostiti chiavette. Sfilate la camera presente e inserite la nuova iniziando dalla valvola. È consigliabile controllare il copertone prima di inserire la nuova camera d’aria in modo da poter eliminare eventuali chiodini, spilli o quant’altro possa avere causato la precedente foratura. Una volta adagiata la nuova camera d’aria sul cerchio prima di procedere alla chiusura del copertone date una piccola gonfiata alla camera d’aria in modo da evitare “pizzicotti” in fase di chiusura. Procedete poi alla chiusura del copertone. Inizialmente sarà molto morbido e potrete procedere usando solo le mani. Più che vi avvicinate alla chiusura più che sarà faticoso procedere senza l’ausilio delle appositi chiavi. L’ultima parte è la più delicata, fate attenzione a non “pizzicare” la camera d’aria con la chiave, altrimenti vi troverete nuovamente con la ruota a terra senza avere avuto nemmeno il tempo di rimontare sulla bici. Meccanici e ciclisti professionisti riescono a fare tutto senza l’ausilio di nessuna chiave, a noi risulta impossibile e siamo ancora alla ricerca del trucco.

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Il suicidio di Moussa Balde e i CPR, molto peggio del carcere

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La morte di un giovane  di 23 anni all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi a Torino pone pesanti interrogativi sulle condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione italiani. È la sesta morte avvenuta in un Cpr dal 2019 ed è particolarmente scandalosa perché Moussa Balde era stato vittima di un violento pestaggio solo qualche settimana prima a Ventimiglia. Il giovane, accusato di aver rubato un telefono, era stato aggredito da tre italiani all’uscita di un supermercato con tubi di plastica e spranghe. L’aggressione era stata ripresa da una passante con lo smartphone. La donna gridava: “Lo ammazzano, lo stanno ammazzando”. Il video ha permesso di identificare gli aggressori e incriminarli per lesioni. Balde è stato ricoverato all’ospedale di Bordighera ma una volta dimesso, invece di essere curato, è stato trasferito nel Cpr di Torino e messo in isolamento. Il giovane aveva infatti il permesso di soggiorno scaduto e un decreto di espulsione. Secondo la rete di attivisti No Cpr, a Balde non sarebbero state fornite cure adeguate. L’avvocato Gianluca Vitale ha raccontato che le sue ultime riflessioni erano di sbigottimento: “Non riesco più a stare rinchiuso qui dentro: quanto manca per farmi uscire? Perché sono stato rinchiuso?”, diceva. Due giorni dopo si è tolto la vita annodandosi un lenzuolo al collo.

La sesta morte in un Cpr
Il volto e la storia di Moussa Balde li racconta un video girato nel 2017 da Sanremonews in una delle strutture di accoglienza di Imperia che si erano occupate di lui dopo il suo arrivo in Italia dalla Libia nel 2016. Raccontava di essere scappato da una situazione difficile nel suo paese e diceva di voler studiare e di voler trovare un lavoro. In Italia aveva preso la licenza di terza media. Ma il suo suicidio è solo la punta dell’iceberg di un sistema detentivo che presenta gravi problemi strutturali fin dalla sua creazione nel 1998.

Il garante nazionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale Mauro Palma ha pubblicato un rapporto in cui rende note le condizioni dei Centri di permanenza per il rimpatrio in Italia dopo un anno di visite (2019-2020). Nel rapporto il garante ha evidenziato l’inutilità e l’inadeguatezza di questi centri: innanzitutto meno del 50 per cento delle persone trattenute nei Cpr sono state effettivamente rimpatriate nel corso dell’ultimo anno, a fronte di una notevole sofferenza registrata da parte di chi è privato della libertà personale senza aver commesso alcun reato.

“La detenzione amministrativa assume nella prassi prevalentemente i tratti di un meccanismo di marginalità sociale, confino e sottrazione temporanea allo sguardo della collettività di persone che le autorità non intendono includere, ma che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare”, sottolinea il rapporto. Il garante ha evidenziato inoltre come i problemi strutturali che riguardavano le vecchie strutture non siano stati risolti nel corso degli anni.

Tra il giugno del 2019 e il dicembre del 2020, altri cinque migranti erano morti mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa. Nei centri sono state riscontrate gravi carenze: la privacy dei migranti non è rispettata, i bagni per esempio non sono provvisti di porte, la polizia è presente durante le visite mediche, non è garantita la possibilità di ricevere materiale per scrivere, elementi di arredo, gli spazi dedicati all’attività fisica o gli spazi condivisi sono chiusi o non funzionanti, le strutture sanitarie non funzionano o non sono in condizioni accettabili, il riscaldamento non funziona, i telefoni sono sequestrati. Durante la pandemia, le condizioni dei centri sono addirittura peggiorate, anche perché sono stati sospesi i voli di rimpatrio e dunque per chi era all’interno dei centri la detenzione è diventata ancora più insensata.

“Per proteggere la salute di migranti e comunità locali, lo scorso maggio le Nazioni Unite hanno chiesto alla comunità internazionale di sospendere i rimpatri forzati. Ciò nonostante, le autorità italiane hanno continuato a chiudere cittadini stranieri in strutture simili a prigioni, pensate per trattenere e deportare i migranti in situazione di irregolarità. Isolati dalla società e in precarie condizioni fisiche e mentali, i cittadini stranieri che si trovano reclusi nei Cpr sono sprovvisti delle protezioni riservate ai detenuti del sistema carcerario. Rivolte, autolesionismo e aggressioni sono frequenti e la trasparenza dei privati che gestiscono le strutture è scarsa”, denuncia l’inchiesta sui Cpr italiani del sito d’informazione Frontierenews.

“Le persone restano in questo luogo senza uno statuto giuridico, diversamente dal carcere. L’amministrazione del Cpr quindi non è tenuta a scrivere un provvedimento formale che spieghi l’adozione dell’isolamento, non c’è l’obbligo di indicare la durata del provvedimento, che quindi può essere arbitrariamente estesa. Inoltre la persona non ha il diritto di opporsi, per esempio proponendo un ricorso. Quindi la gestione delle modalità dell’isolamento è rimessa all’arbitrarietà dell’amministrazione del Cpr”, spiega Veglio.

Nel 2019 si era già verificata una morte nel Cpr di Torino: anche in quel caso si trattava di una persona che presumibilmente aveva un disagio psichico, che era stata tenuta in isolamento per cinque mesi. “In isolamento non c’è il diritto nemmeno di chiedere l’ora d’aria, che invece in carcere è permessa, non c’è la possibilità di usare il telefono, tutti i telefoni sono sequestrati all’interno del centro”, continua Veglio.

“Di fatto è un istituto carcerario di massima sicurezza senza che le persone recluse abbiano commesso alcun reato”, continua l’avvocato, che sta organizzando una manifestazione di protesta il 4 giugno davanti alla prefettura di Torino.

Al momento nel centro di detenzione della città sono rinchiuse circa cento persone a cui è garantita tra l’altro una scarsa assistenza medica: c’è un solo medico per sei ore al giorno. “Sembra però che questa questione non interessi nessuno e che sia accettabile che qualcuno che non ha commesso reati sia recluso in una struttura del genere senza avere il diritto di comunicare con l’esterno”, conclude. “In questo momento quello che avviene all’interno dei Cpr è completamente invisibile”.

Cpr di Torino. Credits: Agora, periodico del Consiglio comunale di Torino

Cpr di Torino

Sulla morte di Moussa Balde e sui CPR

di Rosita Rijtano

” lavialibera”, 26 maggio 2021

 

Lo chiamano ospedaletto, ma non ha nulla di un luogo di cura. Le immagini satellitari di Google restituiscono la fotografia di un casermone dove l’unico spazio esterno concesso per prendere un po’ d’aria è un piccolo cortile al di fuori di ogni stanza, coperto da un’inferriata: una gabbia. È qui che vengono confinate alcune persone trattenute nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dei migranti  di Torino. Ed è qui che si è tolto la vita Moussa Balde, un 23enne del Gambia che agli inizi di maggio era stato vittima di un pestaggio da parte di tre ragazzi italiani, ora indagati a piede libero.

Per il giovane, privo dei documenti in regola, l’aggressione ha aperto le porte del Cpr. “Non riesco più a stare rinchiuso qui dentro: quanto manca a farmi uscire? Perché sono stato rinchiuso?”, chiedeva il ragazzo al suo avvocato, Gianluca Vitale, due giorni prima di annodarsi un lenzuolo intorno al collo.

Da giugno 2019 a oggi, Balde è la sesta persona morta nei Centri per il rimpatrio dei migranti (Cpr). La seconda solo a Torino, dove sempre nella zona dell’ospedaletto nel luglio del 2019 ha perso la vita Hossain Faisal: un bengalese di 32 anni, ufficialmente morto per arresto cardiaco. Se ha chiesto aiuto, nessuno l’ha sentito: l’area è lontana dall’edificio principale e priva di sistemi per richiamare l’attenzione, come un campanello. Ma, secondo molte associazioni a tutela dei diritti umani, il problema va oltre Torino ed è strutturale.

Alda Re, attivista di LasciateCIEntrare, campagna nazionale contro la detenzione amministrativa dei migranti, definisce i centri “un’aberrazione”. “Al loro interno – dice – ci sono persone che spesso non sanno perché sono finite lì né conoscono le tutele legali cui hanno diritto. La società civile non se ne occupa. Oggi siamo indignati, ma domani la vicenda sarà dimenticata e tutto tornerà come prima, fino alla prossima tragedia”.

Tragedie che, come ha notato il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, è difficile non considerare il sintomo di luoghi “non sempre in grado di proteggere e tutelare la vita delle persone”. La morte di Balde è la dimostrazione del fallimento di un sistema che non solo criminalizza le migrazioni, causando sofferenze a chi lo subisce, ma è anche inefficiente e costoso.

Cosa sono i Cpr

La creazione dei Centri per il rimpatrio risale al 1998, quando il Testo unico sull’immigrazione voluto da Livia Turco e Giorgio Napolitano, ha introdotto il trattenimento delle persone in attesa di espulsione. Il tempo massimo di permanenza era fissato a 30 giorni: periodo poi raddoppiato con la Bossi-Fini e allungato ancora di più dal primo decreto sicurezza a firma di M.S. che l’ha alzato a 18 mesi, ridotti poi a 90 giorni dall’attuale ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Nati come Centri di permanenza temporanea e assistenza, i Cpr hanno assunto il nome attuale con la legge Minniti-Orlando del 2017 che prevedeva di ampliarne l’utilizzo e aprirne uno in ogni regione. I Centri di permanenza per il rimpatrio si andavano così a configurare come l’ultimo anello di una politica migratoria che punta a una esternalizzazione dei confini attraverso accordi con i Paesi d’origine e transito dei migranti, negando di fatto il diritto alla mobilità.

Non esistono informazioni pubbliche che permettano un monitoraggio dei Cpr. L’ultimo elenco disponibile sul sito del Ministero dell’interno ne conta dieci. Al momento, però, quelli in funzione sembrano otto, collocati in altrettante città: Gradisca d’Isonzo (Gorizia), Milano, Torino, Roma, Palazzo San Gervasio (Potenza), Bari, Brindisi, e Macomer (Nuoro). Mentre le persone presenti, al 30 aprile 2021, erano 229.

La legge stabilisce la reclusione al loro interno, quando non è possibile “eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento”.

Previsti come estrema ratio, i centri sono diventati “luogo di privazione della libertà per ex detenuti che avevano già scontato la propria pena, persone che avevano perso il lavoro e con esso il diritto a restare in Italia o persone che vivevano di lavoro nero, richiedenti asilo e vittime di tratta”, scrive sulla rivista Left Stefano Galieni, concludendo che queste strutture “per come sono pensate, per la funzione che svolgono, per l’assenza di garanzie reali, dal diritto alla difesa alla difficoltà per gli operatori dell’informazione di entrarvi e verificare le condizioni di vita, sono irriformabili e vanno chiuse”.

Quattro ragioni per chiudere i Cpr

Le principali ragioni per cui i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) andrebbero chiusi sono quattro:

  • inefficacia;
  • costi;
  • condizioni di vita disumane;
  • la discrezionalità lasciata alla polizia nel decidere il trattenimento dei cittadini stranieri all’interno di questi luoghi.

1. L’inefficacia

L’obiettivo ufficiale dei Cpr è il ritorno nel Paese d’origine delle persone trovate sul territorio italiano senza un valido permesso di soggiorno. Valutando quanto riescono a farlo è evidente il primo paradosso: l’inefficacia del sistema.

Maurizio Veglio, avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), parla di “un fallimento che va avanti da oltre venti anni”. Analizzando i dati si nota che la quota di migranti transitati nei centri, e poi effettivamente rimpatriati, non ha mai superato il 50 per cento. Nel 2018, su 4092 persone trattenute ne sono tornate in patria 1768. Nel 2019, sono state 2992 su 6172.

“La percentuale è rimasta più o meno invariata nel corso degli anni, indipendentemente dal tempo massimo di permanenza all’interno delle strutture stabilito dai vari governi – assicura Veglio –. L’altra metà dei migranti ha riottenuto la libertà dopo un periodo di sofferenze terribili e inutili“.

Una situazione diventata paradossale durante la prima ondata di contagi da Covid-19, quando “il governo ha scelto di mantenere attivi i centri nonostante la chiusura delle frontiere e, quindi, il blocco dei rimpatri a cui la detenzione amministrativa dovrebbe essere finalizzata”, denuncia Gennaro Santoro, consulente della Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili.

La scelta ha reso il trattenimento illegittimo, come hanno scritto diverse associazioni in una lettera aperta indirizzata ai Giudici di pace, cui spetta il compito di convalidare o rinnovare le misure restrittive, dimostrando che la funzione dei Cpr va oltre il rimpatrio della popolazione irregolare.

2. I costi

Legati a doppio filo all’inefficacia ci sono i costi di gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), che viene affidata dalle prefetture ai privati. Anche in questo caso un monitoraggio è difficile: non esistono dati pubblici per conoscere le spese complessive, ma un’idea la possono dare alcuni bandi pubblicati. L’ultimo riguarda il Cpr di via Corelli, a Milano: per un anno è previsto un corrispettivo di un milione e 400mila euro (iva esclusa): circa 42 al giorno per ospite.

Ai soldi spesi per far funzionare le strutture si aggiungono i costi per i lavori di riparazione dei danni causati dalle frequenti rivolte delle persone trattenute e i costi per i rimpatri. L’importo più recente fissato in un decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso marzo quantifica in 1.905 euro la cifra media prevista per il trasferimento di ogni straniero nel suo Paese d’origine per il 2021. Tariffa in aumento del 30 per cento rispetto ai 1.398 euro previsti l’anno precedente.

3. Condizioni di vita inumane

Un quadro delle condizioni di vita all’interno del Cpr lo dà l’ultimo rapporto del Garante nazionale, che ha visitato le strutture tra il 2019 e il 2021. In molti casi, si legge nel documento, le condizioni degli edifici non sono accettabili: mancano spazi, luce, riscaldamento, mobili. I trattenuti non hanno vestiti, dormono su materassi vecchi e senza lenzuola.

Anche le condizioni igieniche sono spesso carenti, con bagni fuori uso e finestre rotte. Per esempio, nel Cpr di Pian del Lago, a Caltanissetta, sulle otto docce presenti al momento della visita ne funzionavano due: una per padiglione. Pesa, poi, la totale assenza di attività. A differenza delle carceri, “le persone sono costrette a un ozio forzato e soggette a una serie di regole che variano di struttura in struttura. Non esiste una legge organica che regola la vita all’interno dei centri e definisce le modalità di trattenimento”, spiega Massimiliano Bagaglini, responsabile dell’unità Migranti e privazione della libertà del Garante.
Così ogni istituto fa da sé, adottando a volte misure in aperta violazione dei diritti delle persone trattenute. Un esempio è il telefonino. Quasi tutti i centri ne hanno disposto il sequestro all’ingresso, soprattutto dopo che i cittadini stranieri hanno iniziato a inviare video e foto all’esterno per denunciare le condizioni di vita nelle strutture. Peccato non esista nessuna legge che vieti l’utilizzo degli smartphone, tanto che il tribunale di Milano ha accolto il ricorso presentato da un giovane tunisino, cui era stato impedito di poter usare il proprio dispositivo.

Un altro problema è l’assistenza sanitaria, affidata a chi gestisce i Cpr e non al servizio sanitario nazionale. La presenza di molti tossicodipendenti e malati psichici richiederebbe un forte coinvolgimento dei servizi sanitari locali, sottolinea l’autorità. Al servizio sanitario nazionale spetta solo di valutare le condizioni di salute del migrante prima dell’ingresso nel centro. Ma nei fatti, in molti casi, il certificato di idoneità alla vita all’interno della struttura viene rilasciato dal medico dell’ente gestore. Un mancato controllo che non solo è “contro la legge”, ma toglie al cittadino straniero la garanzia di essere valutato da un soggetto imparziale.

4. La discrezionalità della Polizia

La detenzione amministrativa pone anche un problema di compatibilità costituzionale del Testo unico sull’immigrazione. La norma attribuisce il potere di decidere il trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio alla polizia: una discrezionalità che va oltre i casi eccezionali e urgenti previsti dall’articolo 13 della Costituzione italiana. La misura deve essere poi confermata da un giudice di pace. Ma “in quasi tutti i casi – conclude Veglio – i giudici convalidano il provvedimento dopo udienze molto brevi e senza adeguate indagini, delegando di fatto alla polizia il ruolo di assoluta protagonista”.

Il metaforico John Lennon di Pier Luigi, medico sassarese

di Piero Murineddu

In rete, e gratuitamente, ho trovato questo bel libro di Pier Luigi Cherchi, un medico sassarese che oltre mettere massima cura e passione nel lavoro che svolge, si diletta anche a scrivere, e mi sembra che lo faccia anche ottimamente, in modo scorrevole e avvincente, anche per l’argomento trattato in questo lavoro. Essendo Sassari capoluogo di provincia, inevitabilmente il modo di vivere dei suoi abitanti, e quindi evoluzioni e a volte anche le inevitabili involuzioni, ha influenzato i paesi e le località che si trovano nelle sue immediate vicinanze. Sorso e Sennori sono tra questi.. Dalla Prefazione dell’Autore e dall’Introduzione del giornalista de “La Nuova Sardegna” Pasquale Porcu, si capisce da subito che il volume ruota principalmente intorno alla musica, ma anche narrando di vari gruppi teatrali che hanno operato, e in parte continuano a farlo, negli ultimi decenni. Parla di cultura giovanile, insomma, e l’aspetto artistico rimane per forza di cose parte determinante in questa fase della vita e non solo negli anni della giovinezza. Ho detto che anche le località del territorio sono rimaste condizionate da ciò che si muoveva nel capoluogo di riferimento, anche perchè è specialmente in quegli anni che, in numero progressivamente maggiore, i ragazzi dei paesi hanno iniziato a frequentare le scuole superiori. Anche nei paesi hanno iniziato a nascere le “salette” dove strimpellare, ascoltare musica e fare “altro”, e pure negli angoli delle strade ci si ritrovava intorno ad una chitarra, dove, oltre che cantarsi gli inni dei primi cantautori e dei “complessi” più in voga, azzardando pure canzoni in una lingua inglese molto ma molto approssimativa, i più invogliati iniziavano ad apprendere faticosamente la posizione dei primi accordi dall’ “esperto” di turno, solitamente circondato dalle ragazze della “greffa”. Allo stesso modo che nella città, anche nei paesini e nei paesotti sono nati diversi complessini armati di chitarre d’ “accompagnamento” e lasciando il ruolo di chitarra “solista” ai più esperti, basso e batteria. Assicuro che in molti ci ritroveremo nello spirito che aleggia tra le pagine di ru duttori sassaresu “John Lennon si è fermato a Sassari “, e non solo a Sossu e a Sennaru.

Non ho ancora letto l’intero volume, anche perchè quest’attività è meglio farla davanti a pagine di vera carta che puoi toccare ed eventualmente, perchè no, anche stropicciare, se non addirittura sbattere per terra …..nei momenti d’incazzatura.

Comunque, per chi fosse interessato, l’intero libro lo trova in rete in formato Pdf e in cartaceo naturalmente in libreria.

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di Pier Luigi Cherchi

John Lennon si è fermato a Sassari?” Così esclamò sorpresa una mia amica all’annuncio in anteprima del titolo del mio ultimo libro sulla storiografia della società contemporanea. “Ma io pensavo che John Lennon non fosse mai venuto a Sassari!”. “Ma no, è un’allegoria, una metafora” – risposi – “per far capire che una città di provincia come Sassari più di altre ha recepito la creatività della rivoluzione beat, di cui John Lennon è l’elemento trainante, anche nell’immaginario collettivo, e ha avviato una scuola di strada che non si è fermata agli Anni ’60, ma ha continuato la sua attività, con un fermento artistico inimmaginabile anche per città più grandi ed economicamente più avvantaggiate, fino agli Anni ’90”. Spero di non dover ripetere questo concetto a tutti quelli che, incontrandomi per strada o in un luogo pubblico, dovessero farmi questa domanda. Forse anche Carlo Levi, mi domando, avrà dovuto rispondere a chi gli chiedeva: “Ma Gesù Cristo è veramente passato ad Eboli?” con una dovuta argomentazione o solo con un’alzata di spalle stizzita. Trent’anni di forme di creatività, dalla musica al teatro, alla fotografia, alla poesia ed alla letteratura attraversano una incredibile evoluzione della società, che pare trasformarsi in una miriade di aspetti di sottocultura che disegnano un mondo variegato, dove c’è spazio  per tutto e il contrario di tutto. Basti pensare agli anni di piombo della metà degli Anni ’70, e, dopo pochi anni alla vita dorata degli yuppies, agli indiani metropolitani del 1977 ed ai giovani professionisti urbani del 1986, alle femministe del 1978, l’anno della legge sull’aborto, acconciate in maniera grottesca e dopo neanche un decennio alle “donne in carriera”, tutte griffate, con minigonne vertiginose e tacchi a spillo, con cambiamenti che riguardano profondamente anche l’arte, in tutti i suoi aspetti. Sassari, in questo percorso, non è mai ferma, ma si evolve profondamente: finita l’avventura beat delle cantine e dei capelloni si va verso le Scuole di musica, dove non c’è più spazio per l’autodidattica e i suoni distorti da una tecnica approssimativa, verso i laboratori teatrali, dove si impara a recitare e a creare spettacoli di grande rilievo, alle Scuole di fotografia dove le tecniche di sviluppo e stampa dei fotogrammi si associano all’utilizzo dei tempi di posa e dei diaframmi, allo studio dei primi piani, dei panorami e delle dissolvenze, alla pittura, che si completa di giovani artisti emergenti dediti allo studio di nuove espressioni artistiche etc. Questo fermento artistico e culturale della nostra città sembra fermarsi, nella sua esplosività, alla metà degli Anni ’90, complice probabilmente la crisi economica planetaria – in particolare l’Italia post-Tangentopoli e della seconda Repubblica – che limita la creatività e l’estro delle nuove realtà giovanili alle prese con problemi di sopravvivenza, dove l’arte diventa quasi un bene voluttuario e da far passare giocoforza in secondo piano.

ANTOLOGIA DI UNA RIVOLUZIONE CULTURALE

di Pasquale Porcu
Ma davvero John Lennon si è fermato a Sassari? Certo che no. L’autore, già nella prefazione a questa sua ultima opera, dice che si tratta di una metafora. Pier Luigi Cherchi nel volume racconta che ha inteso spiegare come una città piccola e, tutto sommato, di provincia, sia stata animata da una ventata di creatività che l’ha messa in sintonia col resto del mondo già dagli anni Sessanta. Quel mondo dove nascevano e da dove si diffondevano progetti culturali e comportamenti che facilmente venivano imitati nei diversi continenti. In questo senso la mente più creativa e trasgressiva dei Beatles, eletto da Cherchi a profeta e leader morale del beat, è passato per Sassari. Le idee, la lezione di Lennon hanno influenzato anche la gioventù sassarese alimentando una sorta di rivoluzione culturale che ha fatto sentire i suoi effetti non solo negli anni Sessanta ma anche nei due decenni successivi. E per dimostrare la sua tesi, Cherchi, passa ai raggi X gran parte delle attività culturali che hanno animato una città sonnolenta e cristallizzata nei suoi strati sociali. Certo si è trattato di una serie di fenomeni complessi che hanno fatto germogliare gli stessi semi che hanno trasformato anche i giovani delle capitali occidentali. Un ruolo importante l’hanno giocato i movimenti politici e studenteschi. Ma alla base di quei fenomeni di massa, dice l’autore, c’è il movimento beat , le sue musiche, la sua filosofia ingenua ma che ha generato una gran voglia di libertà e di emancipazione. Col beat, insomma, i giovani diventano per la prima volta (si direbbe oggi) soggetto politico importante che vuole dire la sua nella scuola, nelle università e soprattutto nella società. Finalmente i giovani non si vestono più come i loro genitori, possono indossare abiti sgargianti a fiori, ci si può far crescere le basette o i capelli, si può indossare la minigonna e gli stivali, si può andare ai concerti e ballare senza reggiseno o a torso nudo. Si può cominciare a invocare parità di diritti tra ragazzi e ragazze, tra giovani e adulti. Si può vivere e ci si può comportare senza chiedere permesso né ai genitori, né alle autorità scolastiche o religiose. Si può girare il mondo con l’autostop. E soprattutto ragazzi e ragazze possono stare insieme senza più tabù sessuali. La musica, insomma, comincia a cambiare. In tutti i sensi. La melodia lascia spazio a ritmi e suoni più in sintonia con i movimenti pelvici originati dalle tempeste ormonali giovanili. E soprattutto la musica la possono fare direttamente i giovani, con una chitarra, un basso e una batteria. E’ davvero una rivoluzione senza precedenti. E Sassari è in prima linea in questa battaglia di emancipazione: in città nascono gruppi musicali in grande quantità. E non si contano le salette, le cantine trasformate in club dove stare insieme e ascoltare musica. Non c’è strada o vicolo del centro storico che non abbia i suoi ritrovi e i suoi punti di riferimento per una gioventù che comincia a uscire di casa abbandonando i tristi pomeriggi domenicali domestici sotto l’occhio vigile di babbo e mamma. Pier Luigi Cherchi, in questo libro, documenta tutto il fermento che anima la città negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. E contemporaneamente descrive i fenomeni che animano la scena nazionale e internazionale in campo musicale ma anche in quello teatrale. I Beatles ma anche il jazz e i Bertas, Bon Jovi ma anche I Boba, il Coro degli Angeli, i Tazenda e il teatro di strada di Puccio Savioli e Michelle Kramers, la riscoperta della commedia in sassarese di Gian Piero Cubeddu e la nascita delle radio libere a cominciare da Radio Nord Ovest (che diventerà Radio Sassari Centrale, la prima emittente a dotarsi di una vera redazione giornalistica e della capacità tecnica di fare delle “dirette” dalla città). Sullo sfondo, Cherchi segnala i fermenti politici, i “monumenteros”, gli scontri tra fazioni politiche opposte, gli “anni di piombo” e il riflusso. E da questo punto di vista il libro è una grande antologia che raccoglie e mette insieme interviste e punti di vista differenti che aiutano il lettore a farsi un’idea dei fermenti che hanno animato la città dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Qualcuno dei personaggi citati ha fatto il balzo nella politica, nel cinema o nella musica a livello nazionale. Qualcun altro continua ad operare. Altri si sono ritirati a vita privata o non ci sono più. Tutti insieme, comunque, hanno creato la situazione culturale, sociale e di costume che conosciamo oggi. Un mondo che questo libro di Pier Luigi Cherchi, oggi, ci aiuta a capire.

La Doverosa Ribellione di Andrea Gallo

di Piero Murineddu

“Nella realtà in cui siamo immersi – complessa e triste, impaurita e militarizzata, con una politica allo sbando – sarà la poesia a salvarci.“

La Poesia, così apparentemente distante dall’immaginario di Ribelle per antonomasia che un po’ tutti abbiamo in testa del pretaccio comunistone che cantava “O bella ciao” ad ogni ora delle sue pienissime giornate ed eternamente col puzzolente sigaro appoggiato sulle labbra mezzo giallognole e ben tenuto dall’indice e medio anch’essi ingialliti dalla nicotina.

Indole lontanissima da ogni forma di coercizione il vecchio Andrea, e la Poesia per l’appunto, anche se non credo praticata da lui direttamente, é una delle massime espressioni della libertá di pensiero. Da qui il suo riconoscimento a quest’arte comunicativa non alla portata di tutti e non sempre immediatamente comprensibile, a me per primo.

Otto anni fa, prima ancora che un prete – Disturbatore di ogni “ordine (!) costituito” e quindi sempre guardato con diffidenza da ogni forma di Potere – ci lasciava un uomo per cui era impossibile non prendersi cura delle innumerevoli vittime di questa societá emarginante e violenta.

Dopo diversi ámbiti dove svolgeva il ministero ecclesiale, a modo suo si capisce, in una parrocchia della Genova portuale trovó la sua Casa, accogliente per lui e in cui per lunghi anni fece accoglienza a tanti altri.

É proprio dal sito della Comunitá di San Benedetto che riporto la sua biografia

https://sanbenedetto.org/chi-siamo/don-gallo/

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Se proprio il Ribellone per amore (e a volte anche per giusta rabbia, che non guasta!) non é riuscito totalmente ad incarnare in sé la visione del Dio fattoci conoscere dal Nazareno, parecchio scomodo per i benpensanti (tra le fila delle quali può capitare di esserci anche noi!), sicuramente l’ha desiderato intimamente, oltre che proclamarlo in ogni occasione e infischiandosene del giudizio logicamente negativo dei bellini e delle belline, coloro che si distinguono per il loro ipocrita atteggiamento susseguoso.

Non c’è fretta. Leggiamocelo con tranquillità questo suo splendido e fulminante testo suggeritomi dall’amico Luca Teofilo.

Se….

di Andre Gallo, prete

Se il tuo Dio è bambino di strada umiliato, maltrattato, assassinato, bambina, ragazza, donna violentata, venduta, usata, omosessuale che si dà fuoco senza diritto di esistere, handicappato fisico, mentale, compatito,
prostituta dell’Africa, dei Paesi dell’est, che tenta di sfuggire la fame e la miseria creata dai nostri stessi Paesi, transessuale deriso e perseguitato,
emigrato sfruttato e senza diritti, barbone senza casa né considerazione, popolo del Terzo mondo al di sotto della soglia di povertà, ragazza mai baciata, giovane senza amore, donna e uomo cancellati in carcere, prigioniero politico che non svende i suoi ideali, ammalato di Aids accantonato, vittima di sacre inquisizioni, roghi, guerre, intolleranze religiose, indigeno sterminato dall’invasione cattolica dell’America, africano venduto come schiavo a padroni cristiani, ebreo, rom, omosessuale o altro dissidente sterminato ad Auschwitz e negli altri lager nazisti o nei gulag sovietici, morto sul lavoro sacrificato alla produzione, palestinese, maya o indigeno derubato della sua terra, vittima della globalizzazione,se il tuo Dio ti spinge a condividere con loro ciò che hai e ciò che sei, a difendere i diritti degli omosessuali e degli handicappati, a rispettare quelli che hanno o religioni e opinioni, a stare dalla parte degli ultimi a preferire loro all’oppressore che vive nei fasti di palazzi profani o sacri; viaggia con aerei privati, viene ricevuto con gli onori militari e osannato dalle folle;

se egli considera la terra e i beni non come privilegio di alcuni, ma come proprietà di tutti, se ama ricchi e oppressori strappando loro le ingiustizie che li divorano come cancro togliendo il superfluo rubato e rovesciando i potenti dai loro troni sacri o profani;

se non gli piacciono le armi, le guerre e le gerarchie, se non fa gravare, come i farisei, pesi sugli altri che lui stesso non può portare,
se non proibisce il preservativo che ostacola la diffusione dell’Aids, se ha rispetto per chi vive
delle gravidanze non desiderate, se non impone alle donne le sue convinzioni sull’aborto
ma sta loro vicino con amore e solidarietà;

se non è maschilista e non discrimina le donne,
se non toglie alle persone non sposate il diritto di amare, se non consacra la loro subordinazione,
se non impone nulla ma favorisce la libertà di coscienza;

se non pensa di essere il solo vero Dio, se non è convinto di avere la verità in tasca e cerca con gli altri;

se è umile, tenero, dolce, a volte smarrito e incerto, se si arrabbia quando è necessario e butta fuori dal tempio commercianti e sacri banchieri;

se ama madre terra, piante, animali, fiori e stelle;
se è povero tra i poveri, se annuncia a tutti il vangelo di liberazione degli oppressi e ci libera da tutte le religioni degli oppressori;

allora qualunque sia il suo nome, il suo sesso, la sua etnia il colore della pelle, nera, gialla, rossa o pallida, qualunque sia la sua religione non m’importa…

Egli sarà anche il mio Dio perché manifestandosi negli ultimi è Amore con l’universo delle donne
e degli uomini, nello spazio e nel tempo e con la totalità dell’essere, amore cosmico che era, sta e viene nell’amore di tutte le donne e di tutti gli uomini, nei loro sforzi per la giustizia, la libertà, la felicità e la pace.

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E per completare…

…alcune perle di saggezza dedotte dalla sua lunga e impegnatissima vita spesa nelle strade del mondo, spesso quelle più malfamate,direttamente dallla cucina della Comunità di San Benedetto a Genova…

I sessant’anni della sempre meravigliosa Enya

di Piero Murineddu

Buongiorno Eithne, perché é questo nome che i tuoi genitori hanno voluto per te, anche se poi ciascuno  decide giustamente come si vuolessere riconosciuti. Sai, ascoltare oggi la tua musica mi sta aiutando ad iniziare rilassato e abbastanza bene questa nuova settimana, e di questo ti ringrazio. Si sente proprio che sei vissuta in un ambiente in cui creare sonorità musicali era tra le attività principali. D’importanza vitale, tutt’altro di quanto avviene dalle nostre parti, dove dedicarsi ad imparare uno strumento è considerato un semplice passatempo o poco più.

Gradevolissima la musica irlandese, e lo si sente bene in questo recente concerto dei “Clannad” di cui facevi parte tempo fa..

A proposito di nuova settimana che inizia, non so se anche tu hai la sensazione che il tempo stia correndo talmente tanto che sembra sfuggire. Non da molto era Pasqua ed è come se per Natale non manchi molto. Ma forse è così solo per noialtri che abbiamo superata da poco o da molto la sessantina. Oggi questa tappa l’hai raggiunta. Mi chiedo se inizierai a provarlo d’ora in poi, oppure, chissà, hai già iniziato…

Cerca di tenerti in buona salute, Eithne, e continua a mantenere la splendida voce che ti ritrovi e a creare la bellissima musica che non mi stanco mai di ascoltare. Ancora grazie.

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