Messaggio più recente

I ricordi di Antonio sulla sua primissima infanzia

Sono nato a Pendio Grande in via Gialeto, più che una via era un vicolo, una traversa alla periferia sud della strada principale che percorre tutto il paese e prosegue verso Cagliari. I ricordi qua descritti fanno parte della mia prima infanzia (dai 3 ai 9 anni), e risalgono a prima degli anni ‘60 e sono legati al quartiere o al vicolo dove sono nato, ai ragazzi con cui ho condiviso le mie prime esperienze e i miei primi giochi e agli adulti che ruotavano attorno a quel microcosmo che caratterizzava la nostra comunità ed economia. Allora i ragazzini non mancavano e le famiglie erano più numerose di oggi, la mia era composta da sei figli, cinque femmine e io il più piccolo e unico maschio. Le esperienze di vita avvenivano in famiglia e poi per strada tra i ragazzi dello stesso circondario e possibilmente con i propri coetanei.
I racconti vogliono essere una testimonianza della vita sociale e culturale del tempo, nel rispetto delle tradizioni, con la percezione e la coscienza dei cambiamenti avvenuti negli anni successivi……..(Antonio Ledda)

Cop Ledda Esec

 

I racconti narrati da Antonio Ledda in questo libro acquistano un valore particolare perché sono ambientati in un periodo di grande trasformazione – gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso – quando la Sardegna intera si trasforma radicalmente e si avvia verso la “modernità”. Dopo quegli anni, nulla sarà come prima: tutte le realtà grandi e piccole subiranno una trasformazione profonda.
.
L’Autore sceglie di non nominare direttamente il luogo dove è nato e ha trascorso la sua infanzia, forse proprio perché quel paese, quella precisa comunità, non esiste più se non nei suoi ricordi. In realtà quel luogo potrebbe essere ovunque in Sardegna e non solo, e molte persone – almeno quelle di una certa età – potrebbero riconoscersi nelle atmosfere e nelle vicende qui sagacemente descritte.

Anche molti dei personaggi del resto sono figure universali che, mutando le circostanze, potrebbero trovarsi ovunque. Quello che invece fissa inesorabilmente lo spazio geografico e culturale sono le parole tratte dalla lingua locale che vengono abbondantemente utilizzate nel testo per assegnare nomi e descrizioni precise, inequivocabili, rendendo uniche le storie qui riportate. (note dell’editore)

nanif

 

Dalla Prefazione di Maria Grazia Cossu al volume di Antonio

“..…Ripercorrere a ritroso gli avvenimenti importanti del pro­prio vissuto è un’operazione complessa e di profondo  signi­ficato personale. Infatti non si tratta solo di ravvivare la me­moria di fatti e persone che quasi sempre non esistono più, ma costringe a ripensare alla propria esistenza, per riordinare e dare un senso ai ricordi, lieti e dolorosi, facendoli riaffiorare dalla mente e dal cuore, pienamente consapevoli che ciò potrebbe costare fatica e suscitare rimpianti.Raccontare esperienze autobiografiche e frammenti di vita può eccitare la curiosità dei lettori ma crea talvolta dubbio e imbarazzo in chi scrive, perché si finisce per fare anche un bilancio di sé e del proprio esistere. E poi si parla anche degli altri, i protagonisti e i testimoni della storia, quelli che prendono vita attraverso la scrittura e che perciò possono trarre da queste parole, vere o inventate, aspetti inconsueti della loro fragile umanità“.

Non ti scorderò mai……

di Piero Murineddu
        Per quanto ci sforziamo, noi uomini non potremo mai capire quel misterioso legame  che lega una madre alla creatura che giorno dopo giorno ha sentito formarsi e che ha tenuto custodita dentro di essa per nove mesi. E quest’indissolubilità son certo che sia destinata a durare per sempre, nonostante le vicissitudini di ogni tipo della vita.
       Sono molto affezionato a questa canzone musicata dall’ottimo maestro di organetto Ambrogio Sparagna. Il riferimento è qui ad una forzata separazione, specialmente per quelle innumerevoli famiglie che hanno dovuto subìre la partenza di un proprio figlio o figlia in terre lontane a motivo di mancanza di prospettive di guadagnarsi da vivere nel luogo in cui si è nati. Oggi, per quanto il progresso agevoli gli spostamenti e la conoscenza del luoghi più remoti, il dolore rimane, anche se fa parte della vita che ognuno cerchi dove desidera la realizzazione delle sue aspettative.
       Questo vale per me, con esperienza diretta di un figlio andato a vivere altrove e con l’altra figlia con prospettiva simile, ma egualmente per chiunque. Inevitabile il riferimento alle migliaia di giovani che ogni giorno vediamo camminarci accanto, provenienti da Paesi lontanissimi, quei Paesi che una volta si definivano appartenenti al terzo o quarto “mondo”. No, nessuna voglia di fare riferimento al diffuso clima di fastidio che normalmente si prova nei loro confronti. Di questo ne sono piene le cronache quotidiane e le bocche e gli atteggiamenti di certi politici.
      Volevo solo pensare a quelle madri rimaste nella loro terra, le cui ansie ed apprensioni nel vedere i propri figli partire sono sicuramente maggiori di quelle provate da me e specialmente da mia moglie, per quel particolare legame che noialtri maschiettoni, nonostante l’amore verso chi abbiamo aiutato a crescere, non riusciremo mai a provare sino in fondo.
      Tutto qui. Quel ritornello finale della canzone me lo sento risuonare insistentemente, e ancora di più lo sento arrivare  dai più svariati e lontani luoghi, ripetuto dal cuore ferito ma pieno di speranza delle mamme di questi giovani che giustamente si sentono di diritto appartenenti ad un unico mondo e unica razza, quella umana…..

Non ti scorderò mai……Non ti scorderò mai……

Non ti scorderò mai……Non ti scorderò mai……

No, mai !

 

 

*********************************************************************************

 L A   M A D R E
   E prima di lasciarmi fammi un sorriso
ho preparato il pane per la cena
più tardi partirai, dopo la luna
maligno ingiusto il colpo della sorte
guardati sempre attorno nel cammino
rimani onesto non farti mai sporcare
    ma dove dove sarai domani questo io non lo so
i gironi mi bruceranno il cuore non li vorrò contare
e dimmi come sarà domani oltre quelle città
se il grano avrà lo stesso colore che qui veste l’estate
    Quando sarai lontano, scorda il mio viso
e questo mio pianto che non so trattenere
promettimi, di sicuro lo farai
dovrai pensare a crescere un’altra vita
quella che qui tu lasci non ti ha voluto
matrigna la terra che t’ha cacciato
    ma dove dove sarai domani questo io non lo so
i gironi mi bruceranno il cuore non li vorrò contare
e dimmi come sarà domani oltre quelle città
se il grano avrà lo stesso colore che qui veste l’estate

Non ti scorderò mai

Non ti scorderò mai
Non ti scorderò mai
No mai

Non ti scorderò mai
Non ti scorderò mai
Non ti scorderò mai
No mai

Non ti scorderò mai
Non ti scorderò mai
Non ti scorderò mai

No mai

 Per ascoltare la canzone, copia – incolla il seguente link
 https://youtu.be/N1yNeDU2mmk?list=RDN1yNeDU2mmk

Quella “carica” rivolta a ciascuno

 

di Piero Murineddu

Testuale da Wikipedia: “ Emerson, Lake è Palmer è stato un gruppo musicale rock progressivo britannico nato nel 1970 per iniziativa di Keith Emerson (pianoforte, organo e sintetizzatori), Greg Lake (basso, chitarre e voce) e Carl Palmer (batteria e percussioni). Il gruppo fu attivo dal 1970 al 1978, si riunì tra il 1991 e il 1998 e celebrò infine il proprio quarantennale con un ultimo concerto nel 2010.Emerson e Lake morirono entrambi nel 2016, a distanza di nove mesi l’uno dall’altro“.

Un brano eseguito all’interno di uno stadio completamente vuoto, con la condensa dell’alito e i pellicciotti indossati che svelano il gran freddo del giorno di registrazione.
Una “fanfara per l’uomo comune” che vorrebbe forse nelle intenzioni “dare la carica” per uscir fuori dall’anonimato in cui il più delle volte è relegata la gente, specie quella che conta esclusivamente come numero, quella che il più delle volte delega ad altri le sorti del proprio destino.

La gente. Spesso facilmente manovrabile, tendente ad ammassarsi e pronta a seguire il “pifferaio magico” di turno, illusa di essere condotta chissà a quale destinazione, risolutiva dei tanti malesseri da cui è affitta, non di rado complice, consapevole o meno che sia.

La “carica” suonata allora dagli ancora giovani ELP la vedo meglio rivolta a ciascuno di noi e alla individuale potenzialità, quella sottovalutata e messa da parte, poco apprezzata e a volte neanche conosciuta, quindi non coltivata ed alimentata come meriterebbe. Ma non bisogna disperare. C’è ancora tempo per prenderne coscienza.

Potremmo, ed invece….

di Piero Murineddu

Esistenza oppressa da disturbi mentali quella dell’olandese Vincent Willem van Gogh. Quasi duemila tra dipinti e disegni, realizzati negli ultimi 10 anni e mai apprezzati in vita, conclusasi neanche quarantenne per sua volontà. Nei primi anni settanta Don Mclean gli dedicò questa bella canzone, di cui in seguito Roberto Vecchioni ne fece una versione in italiano.

Nel sito che commenta questo brano (https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=45516&lang=it), leggo:

“…..noi esseri umani spesso facciamo fatica o resistenza a comprendere la bellezza, altrettanto spesso ci abbandoniamo agli orrori… ”

Non c’è cosa più vera. Uno spreco di opportunità che la vita offre, distratti ed attratti dal nulla delle tante ed inutili vanità in cui ci gongoliamo.

L’inspiegabile grandezza delle persone umili e semplici ci può ancora aiutare a ritornare sui nostri passi, quelli realmente umani, quelli che possono condurci in stretti camminamenti di pace, serenità e fors’anche felicità, o almeno avvicinarci ad assaporarne il gusto.

50 anni di padre Alberto a Montefano

49596096_1987805851257163_3405990682991525888_n

di Piero Murineddu

Mezzo secolo da quando due giovani preti, mossi da grande entusiasmo, decisero di avviare un Centro Studi Biblici in un piccolo paese delle Marche, Montefano, ristrutturando una parte di un vecchio convento in disuso.

Un Centro Studi sottintende che l’attività primaria che vi si svolge è appunto lo studiare, in questo caso sacre scritture, e se lo si fa con impegno e meticolosità, mi sembra normale che non ci si possa limitare ad essere semplici divulgatori di una tradizione statica e intoccabile. Si approfondisce, si confronta. Immagino fatto tutto con grande fatica, mentale sopratutto.

Spulciando nel web, vengo a conoscenza che una decina di anni fa, il modo “diverso” con cui si presentavano le Scritture, specialmente nelle omelie domenicali e nei vari convegni che nel Centro comunitario continuano ad esserci, attirando gente da ogni parte e non solo i pochi “praticanti” del paesino marchigiano, ha fatto storcere il naso al titolare della vicina parrocchia, certo don André, e di seguito richiamando l’attenzione del vescovo di Macerata Carlo Giuliodori, 61 anni compiuti proprio ieri, strimpellatore di chitarra che la cosa fa sempre piacere.

Come succede, l’intervento di un vescovo serve solitamente a richiamare l’ordodossia dell’insegnamento e a mettere i “paletti”, oltre i quali non bisogna andare.

Adesso come sia andata a finire la vicenda di allora non mi è dato di saperlo. Quello che so è che il buon Alberto Maggi la divulgazione del Messaggio cristiano continua a farla ottimamente, come ritiene opportuno di farla una persona libera e matura, nello specifico principalmente nella fede; i libri che sforna hanno un buon successo e spesso necessitano di ristampa; ai convegni a cui è invitato o che organizza lui direttamente insieme al confratello, anche lui dei Servi di Maria Ricardo Perez Marquez sono frequentatissimi; molti, grazie alla loro “predicazione” attualizzata ai giorni nostri, riprendono ad interessarsi alla fede, intesa come Cose di Lassù senza tralasciare ASSOLUTAMENTE quelle di quaggiù.
Cosa si vuole di più?

Auguri quindi al buon Alberto, a Ricardo e a Carlo vescovo per il suo compleanno. Su don André non so niente. Mi auguro che in dieci anni, ammesso che si trovi ancora a Montefano e che sia vivo e vegeto, abbia cambiato opinione e si sia rasserenato riguardo alla presenza nella parrocchia di questi due (grazieaddio) rompiballe. Tra l’altro, ricorre subito l’anniversario della morte di un altro (De) André, Fabrizio di nome, e dato che ci sono, auguro miglior salute a me, che nello stesso giorno della sua dipartita, accumulo un anno in più sulle.mie indolenzite ossa.

Nella foto, padre Alberto ancora giovincello

Un nonviolento calcio in mezzo a li cojoni

di Piero Murineddu

Il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, in Russia, fu la residenza ufficiale degli Zar di Russia. Il palazzo divenne durante la rivoluzione russa del 1917 uno dei simboli più importanti dell’oppressione del regime assolutistico zarista. Sappiamo che ad un regime assolutistico n’è seguito un altro totalitario, con tutte le catastrofi che ha causato. Sembra proprio impossibile costruire una società dove un’uguaglianza effettiva tra le persone si possa realizzare. La tentazione di prevalere sull’altro è una realtà sempre presente, a meno che non si decida di vivere in piccole comunità autogestite, e gli esempi non mancano.

Gli ideali giovanili sembra impossibili realizzarli man mano che si entra nel meccanismo sociale. Da adulti ci si ritrova, integrati in un sistema di vita collettiva dove l’uguaglianza rimane di fatto pura utopia. Molti per libera scelta, altri forzatamente, rimpiangendo forse un desiderio di tempi passati. Questo per quanto riguarda le scelte individuali. Le leggi poi fanno la loro grossa parte perchè l’uguaglianza rimanga perennemente un pio desiderio dei più sensibili.

E’ a questo che mi ha fatto pensare ascoltare questa canzone che non conoscevo della Banda Bassotti, scritta diversi anni fa.
Oggi il testo sarebbe ancora più duro. Rimane la speranza che quel calcio in mezzo a li cojoni lo possiamo ancora e sempre assestare. Per quanto mi riguarda, metaforico, in quanto rimango testardamente nonviolento, anche secondo l’esempio di Danilo Dolci, di cui oggi ricade l’anniversario della sua morte: impegno a conoscere le leggi e lottare per cambiarle se sono discriminatorie, denuncia delle ingiustizie e pronti a stare al fianco di ogni individuo oppresso e messo ai margini da ogni tipo di potere….

****************************************************************

Il palazzo d’inverno a Piazza del Gesù
dove c’hanno rinchiuso i sogni più belli della gioventù.
Mentre Berta filava sul cavallo a motore,
l’anima sua ribelle entrava nei panni di un muratore.

Respiravamo forte senza fare rumore
e nel buio le mani parlavano meglio di tante parole.
E ritornava ottobre col suo solito odore:
dalle fabbriche esce l’esercito di chi vuole cambiare.

Assalto al cielo,
si muove in P2 il cavaliere nero.
Presto con le bombe nei vagoni,
più presto, ripulire le città
fare presto, riempire le prigioni,
l’ondata ribelle si fermerà…

…e invece siamo ancora qua
pronti a rompere i coglioni;
con i sciacalli come voi
come si fa a stare buoni?
C’è chi non ha più da magnà
e c’è chi fa l’indigestione,
chi sta in cantiere a faticà
e chi fa solo autogestione.

Anche sciacalli sempre là
coi culi sopra le poltrone,
in faccia tanta umanità
dietro le mani con il bastone.
La notte quanti sogni fai?
Chalet in montagna e macchinoni.
La realtà ti porterà
un calcio in mezzo a li cojoni.

 

Ascolta questa triste storia, don Tonì……

di Piero Murineddu

Ciao don Tonì.

don sanna

E allora? Son certo che in quell’Altrove dove ti trovi và tutto ottimamente, come son sicuro che sai bene che qui da noi, al contrario, le cose già da un bel po’ si son messe maluccio, con tutta quest’aria di  diffidenza  reciproca che abbiamo creato, e ciascuno c’ha messo del suo. Pensa che ormai siamo arrivati al punto di temere che se qualche conoscente, se non addirittura amico che siamo un po’ che non ci si vede, si fa avanti per un qualsiasi motivo, siamo portati subito a pensare che in qualche modo ci vuole fregare o perlomeno spillare qualcosa. Immaginati se a farlo è uno dei tanti immigrati che si ritrova in questa nostra  presunta civilizzata società, costretto ad abbandonare la sua terra d’origine sicuramente non a cuor leggero. La paura dilaga, e questi politici che ultimamente hanno preso in mano le redini del comando è fin troppo evidente che fanno tutt’altro che operare per infondere nella gente benevolenza e accoglienza reciproca. La “legge” prima di tutto, e non l’uomo. Tutto il contrario di quel che  diceva quel Tale duemila anni fa circa che ora, presumo, tu conosca meglio di quanto ti sei sforzato di farlo in quegli ottanta e passa anni che hai trascorso in questa terra.

A proposito, ma sai che mi stava sfuggendo il fatto che lo scorso 18 di questo mese ricadeva il biennio dalla tua Partenza? No, non cercarmi delle attenuanti com’è stato sempre il tuo solito. Imperdonabile e boh mi sento! Come, è la ricorrenza di un evento così importante per un caro amico, ed io continuo a distrarmi con le solite cazzatelle quotidiane? Imperdonabile sono. Va be’ che ormai per te il tempo ha un valore del tutto relativo e sei oltre le ricorrenze di noialtri ancora “mortali”, ma intanto il mio lo considero un atto d’indelicatezza nei tuoi confronti e di questo ti chiedo scusa.

Allora, vediamo di cosa ti posso parlare…….

Gli argomenti sarebbero tanti e ho solo l’indecisione sulla scelta. Facciamo così, rimaniamo nell’ambito in cui hai operato tu fin da giovanissimo. No, non quello della musica, attività che sicuramente assorbiva grossa parte del tuoi giorni e che allietava il tuo cammino terreno. Chiesa, ambito della Chiesa intendo. Argomento vastissimo, lo so, ma volevo più che altro concentrarmi su un particolare aspetto. Precisamente quello che riguarda la conduzione di una parrocchia all’interno della Chiesa Cattolica. Il rapporto del prete che è riferimento e dovrebbe essere “guida” per diverse persone che in questa “confessione” cristiana si riconoscono. In particolare voglio riferirmi ad un fatto recente, avvenuto a valle di quel promontorio che ospita un monastero che tu conosci bene, e non solo per averlo periodicamente impreziosito facendo risuonare all’interno di quella bellissima e raccolta chiesa  le melodiose voci del coro che dirigevi, oppure facendo scerrere le tue esperti dita sulle tastiere dell’organo.

Come ben sai, Tonino caro, lì sotto, separati da un breve tratto con nel bel mezzo un cimitero in comproprietà, sorgono due paeselli, che visto l’esiguo numero di abitanti, credo siano stati  “retti” sempre da un unico parroco. Alla fine dell’estate scorsa c’è stato un avvicendamento, cosa non presa proprio bene da chi vi aveva soggiornato per una tredicina d’anni, cercando nel miglior modo possibile d’instaurare un buon rapporto con tutti, non solo con i frequentatori delle Messe domenicali. Carattere gioviale e gentile,  amante della compagnia e pronto a fare amicizia con tutti. Non l’aveva presa bene sia perchè è stata una decisione inaspettata da parte del responsabile della Diocesi, sia perchè, per me cosa comprensibile, dover reiniziare daccapo in diverso ambiente umano, e non più giovanissimo,  un ruolo che è sempre impegnativo, comporta inevitabilmente molta fatica, e se sono presenti problemi di salute la cosa diventa ancora più dura. Son venuto a sapere che lo stesso aveva in programma il restauro conservativo di una delle due parrocchie, progetto che la Curia aveva messo in lista per un finanziamento. Aveva aperto un mutuo per rinnovare l’impianto di amplificazione della parrocchiale, e in  buona parte aveva restituito il prestito.

«Diciamo grazie a Dio per don …….. Dimostrate a questo ministro di Dio che gli volete bene e diteglielo ogni giorno»

Queste parole son state pronunciate nel 2013, quando il vicario generale diocesano aveva presentato il nuovo parroco alla comunità di una località del territorio. Non so se al nuovo incaricato sia stata dimostrata benevolenza, tanto meno se gliel’abbiano detto quotidianamente. Si sa che per sentirsi dire  cose così impegnative, bisogna meritarsele, per cui lascio la cosa in sospeso.

Non so se quest’assegnazione fosse provvisoria, fatto sta’ che l’anno dopo, 2014, lo stesso prete prese il posto come cappellano al Santissima Annunziata di Sassari dell’ottantacinquenne e buon don Orlando Ragaglia, che dal lontano 1974 nei vari reparti ospedalieri aveva dato attenzione e amicizia ai ricoverati e accompagnato con la sua presenza discreta e orante tanti che il letto d’ospedale l’hanno lasciato per raggiungere l’Ultima Dimora.

“Bisogna cambiare questo andazzo, altrimenti consegno le chiavi al vescovo” avrebbe tuonato con aspri toni il parroco davanti a una ristretta cerchia di attoniti fedeli durante un’omelia”.

L’ “andazzo” è che i parrocchiani contribuiscono volentieri alle varie questue per organizzare le feste paesane, ma non a quella “di chiesa”.

Questo è quanto lo scorso 17 dicembre Daniela Deriu scriveva sulle pagine de La Nuova Sardegna. Parole attribuite al nuovo parroco di questi due bei paeselli, posti ai piedi dell’ancor più bello monastero benedettino. “Avrebbe tuonato”, dice l’articolo. Ha tuonato, dico io, avendo avuto la possibilità di ascoltare la registrazione di questa vera e propria filippica pronunciata con tono estremamente intimidatorio nel mezzo della parte introduttiva di una celebrazione liturgica. Aggressività verbale di uno che probabilmente non ha capito bene cosa comporta il ruolo che comporta.

Ma l’articolo omette altre parti dell’intervento “edificante”  del borioso prete, rivestito dei paramenti “sacri”.

Eccone una parte:

il parroco comanda.……”

perchè

nella Chiesa cattolica è il sacerdote che comanda…. (comanda, che non vuol dire guidare)

.”quando parla il sacerdote è Cristo che parla (ohibò!)

“domani non voglio sentire critiche, altrimenti mi arrabbio veramente...”  (iiihhhhh, che paura!)

voi avete capito tutto, cioè niente…”  (cioè, praticamente siete degli imbecilli..)

No, non sorridere come al solito don Tonì. Per te, dalla tua Attuale Visuale, della cosa si potrebbero fare spallucce, ma a me, che ancora mi preme il massimo rispetto che si deve alle persone, specialmente che si riconoscono nell’insegnamento rivoluzionario del Maestro, mi si stragirano, e molto anche.

Ma come, individui adulti e consapevoli decidono di recarsi in chiesa per rafforzare la loro fede da tradurre in pratica (almeno così mi auguro!), e si ritrovano bachettati dal prete – padrone come se fossero stati colti rubando la marmellata? “Padrone”, certo. Obbedienza alla chiesa vuol dire obbedienza al parroco“, ha detto tra l’altro. E di conseguenza, obbedienza al parroco vuol dire obbedienza al Maestro? Ma che stai a dire, prete!? Ma la notte precedente sei stato disturbato da incubi causati da quel popò di cibo che hai ingurgitato? Oppure l’andropausa ti sta creando particolari problemi? Ah no, questo non è possibile, dal momento che hai appena superato la quarantina da qualche anno. E allora? Indispettito dal debito che avrebbe lasciato il tuo predecessore? A parte che la cosa sarebbe tutta da dimostrare, ma ti sembra il modo di rivolgerti ad altre persone, specialmente in tale circostanza?

Ah, vedo che hai cambiato espressione don Tonì. Qundi convieni con me che certuni dovrebbero fare tutt’altro “mestiere”? Certo, una parrocchia, intesa come edificio, ha bisogno di spese. La cosa è del tutto comprensibile, e non solo per la corrente elettrica e per manutenzione varia. Ma intimare che nel cesto del questuante (“mandato dal parroco!”) devono per forza essere messi i soldini ( possibilmente soldoni) dei presenti, mi sembra indelicato, anzi, decisamente del tutto fuori luogo.

Diciamolo chiaramente, don Tonì. Anche la chiesa del “Cristo Risorto”, da te fondata nel 1970, dopo qualche anno dal tuo arrivo a Porto Torres, aveva bisogno di dinà. Di quelli se ne ha sempre bisogno. Ma sicuramente, essendotene sempre infischiato di puntare a costruire chissà quale chiesona, in quanto la parrocchia sono principalmente le persone e non l’edificio, a te è bastato avere una sala capiente dove le persone, per essere comunità, potessero riunirsi. E le persone, sentendosi membri attivi di una comunità, capivano che dovevano contribuire economicamente, senza bisogno del cestino passato durante le celebrazioni.

Ho sempre pensato che il tuo ministero lo svolgevi per quello che il termine indica, cioè servire gli altri, con umiltà ed estrema attenzione alle persone.Se questo spirito nelle guida c’è, si crea vera, vivace e calda comunità. Non posso essere certamente io a dire a te che il prete deve uscire, andare nelle case e nei luoghi della convivenza , intrecciare relazioni con chi non si ritiene membro del “gregge” che gli è stato affidato dal pastore locale, cioè il vescovo. L’aspetto “amministrativo” può e deve essere affidato a persone disposte ad assumersi certi compiti. In molte parrocchie avviene e molti laici vorrebbero assolvere a tale compito. Ricordo, don Tonì,quando alle tue esequie, in quel giorno di dicembre di due anni fa, il tuo successore aveva raccontato che quando ti fu affiancato nella conduzione della parrocchia, gli avevi chiarito da subito che a te non piaceva comandare, e lui, evidentemente nella tua stessa lunghezza d’onda, aveva risposto che a lui non piaceva obbedire. E quale altra botta e risposta poteva esserci tra persone mature, responsabili ed intelligenti? Ma ci vuole così tanto a capire che una parrocchia non è una caserma?

Per tornare all’articolo di Daniela, vengo a sapere che il nuovo parroco –  che a mio parere, se nel frattempo non ha cambiato “testa”, ha bisogno di un luuuungo ritiro, spirituale e specialmente umano – avrebbe replicato nel paesello vicino, trovando però delle persone che, evidentemente preparate, hanno pensato di non subìre passivamente l’atteggiamento intimidatorio microfonato (ah, il potere di avere un microfono a portata di bocca!). Qualche giorno dopo c’è stato un incontro pubblico, mediato dall’abate del monastero. Presenti i componenti dei comitati, coi quali sembra che la diatriba sia sorta. Voleva essere un momento di confronto. Indovinate chi mancava? Appunto. E’ la testa che questo giovanotto dovrebbe cambiare, e ammettendo che ciò sia ancora possibile, nel frattempo potrebbe fare altro, per esempio l’eremita e vivere coi prodotti dell’orticello curato con la sua fatica.

Scusami, Tonino, ma sai come son fatto. Se una cosa mi frulla dentro, ho bisogno di esternarla, e parlarne con te mi ha risollevato.

Ti lascio con un forte abbraccio, don Tonì, e stai tranquillo che so bene cosa pensi, anche se non ti sei sprecato in parole. Quel sorrisino che hai è più che sufficiente.

dn antonio 2

 

Quel “dolore” che produce perle preziose

Dedicata a mia figlia Marta, splendida perla che impreziosisce la nostra vita, nel giorno del suo compleanno,  (Piero Murineddu)

48406063_1965366343501114_6778945826161950720_n

di Rubem Alves

Le ostriche sono molluschi, animali senza scheletro, morbidi, che rappresentano le delizie dei gastronomi. Possono essere mangiate crude, con alcune gocce di limone, assieme a riso, paella, minestre. Senza alcuna difesa – sono animali docili -, potrebbero essere una cattura facile per i predatori. Perché questo non avvenga, la loro saggezza ha insegnato loro a fare delle case, conchiglie dure, dentro le quali vivono.

Così, c’era sul fondo del mare una colonia di ostriche, molte ostriche. Erano ostriche felici. Si sapeva che erano ostriche felici perché da dentro le loro conchiglie usciva una delicata melodia, musica acquatica, come se fosse un canto gregoriano, cantando tutte la stessa musica. Con un’eccezione: quella di un’ostrica solitaria che riposava in un luogo solitario.

Diversamente dall’allegra musica acquatica, essa cantava una melodia assai triste. Le ostriche felici ridevano di lei e dicevano: “Non esce dalla sua depressione…”. Non era depressione. Era dolore. Infatti, un grano di sabbia era entrato dentro la sua carne e faceva male, male, male. Ed essa non sapeva come liberarsi di esso, del grano di sabbia. Ma era impossibile liberarsi dal dolore. Il suo corpo sapeva che, per liberarsi dal dolore che il grano di sabbia le provocava, grazie alla sua asperità, ai bordi e alle punte, bastava avvolgerlo con una sostanza liscia, brillante e rotonda.

Così, mentre cantava il suo triste canto, il suo corpo faceva questo lavoro a motivo del dolore che il grano di sabbia le stava provocando. Un giorno passò di lì un pescatore con la sua barca. Lanciò la rete e tutta la colonia di ostriche, inclusa la sofferente, finì pescata. Il pescatore era felice, le portò quindi a casa e sua moglie fece una deliziosa minestra di ostriche.

Mentre si godeva le ostriche, all’improvviso i suoi denti sbatterono contro un oggetto duro che era dentro un’ostrica. Egli allora lo prese tra le dita e sorrise di felicità: era una perla, una bella perla. Solo l’ostrica sofferente aveva fatto una perla. Egli la prese e la diede in regalo a sua moglie.

Questo è vero per le ostriche. Ed è vero anche per gli esseri umani. Nel suo saggio La nascita della tragedia Nietzsche ha osservato che i greci, contrariamente ai cristiani, prendevano la tragedia sul serio. Tragedia era tragedia. Per loro non esisteva, come esisteva invece per i cristiani, un cielo dove la tragedia si sarebbe trasformata in commedia.

Egli allora si è chiesto circa le ragioni per cui i greci, dal momento che erano dominati da questo sentimento tragico della vita, non si siano lasciati soccombere dal pessimismo.

La risposta che ha trovato è la stessa dell’ostrica che ha fatto la perla: essi non si lasciarono soccombere dal pessimismo perché furono capaci di trasformare la tragedia in bellezza. La bellezza non elimina la tragedia, ma la rende sopportabile. La felicità è un dono che deve essere semplicemente goduto. Essa si basta. Ma essa non crea. Non produce perle.

Sono coloro che soffrono che producono la bellezza, per smettere di soffrire. Questi sono gli artisti. Beethoven: come è possibile che un uomo completamente sordo, alla fine della vita, abbia prodotto un’opera che canta l’allegria? Van Gogh, Cecilia Meireles, Fernando Pessoa…

Non c’è più limite alla decenza

http://www.lanuovasardegna.it/cagliari/cronaca/2018/12/22/news/salvini-un-campione-come-gigi-riva-si-merita-la-statua-1.17588093?fbclid=IwAR1n8vn6N303_c30Alz57XKsSv79ygWFflID6TrRDNb-lQMrrtjadYzk234

Cattura

di Piero Murineddu

Va bene che la vanità umana è, scusate, imbecillamente sconfinata, ma arrivare a questo punto mi sembra che si voglia buttare in mezzo al fango la propria dignità, ammesso che le si dia ancora valore.

Voler erigere una statua, eccezionalmente perché ancora in vita e tra l’altro pure gigante, ad una persona perché ha dimostrato doti particolari nell’inseguire e calciare un pallone.

Gia questo basterebbe per pensare che il livello mentale dei proponenti non è molto elevato, ma che poi si venga a sapere che lo Spargitore di Odio Nazionale sarebbe “possibilista” in proposito, essendo lui che deve dare l’autorizzazione, sopratutto per garantirsi il voto dei tanti sardi, smemorati ed oggi con infinita pena ossequianti, che considerano evidentemente un eroe nazionale questo calciatore…….boh, non so più cosa pensare. Ma possibile che non esista più un limite alla decenza?

Benedetto sei tu…….

Breve premessa

di Piero Murineddu

Pochi accordi, melodia scorrevole, assoluta assenza di fronzoli di nessun tipo. Giuseppe è fatto così. Ogni tanto mi manda attraverso whatsapp una sua composizione. “Embè, cosa ne pensi, Pie’….”. “Non male… Magari quel passaggio cerca di modificarlo leggermente….“. Quando ci si vede, scopro che di brani ne produce a gettito quasi continuo. Di questo, vista la sua ritrosia a mettersi davanti alla videocamera, ho cercato una immagine fissa, ci ho digitato sopra le parole, e questo è il risultato. Sul ritornello, volendo, si potrebbero aggiungere diverse voci senza particolare difficoltà, ma il cantarsela così com’è aiuta ad entrare in un atteggiamento di preghiera, ed è quello che faccio, specialmente in certe ore della notte in cui il sonno tarda ad arrivare. Quel silenzio lo “riempio” con tutte le povertà che vedo in giro, ma specialmente dentro me stesso. Grazie Giuseppe, amico mio

 

BENEDETTO SEI TU

di Giuseppe Scanu

Benedetto sei tu, o Signore
Benedetto sei tu, o Signore
Benedetto sei tu, o Signore
Benedetto sei tu, o Signore

Quando io prego sento la tua bontà
Quando t’invoco, cerco il tuo perdono
So che mi ascolti e mi saprai amare
Ho bisogno di te, ho bisogno di te

Benedetto sei tu, o Signore…

La tua Parola infonde la grazia nel cuor
Il tuo amore è un dono prezioso per noi
Ti voglio vicino a me per proseguire il cammino
Ho bisogno di te, ho bisogno di te

Benedetto sei tu, o Signore…