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Arturo, Carlo e la Fraternitá Universale, da loro realizzata e da noi ancora da costruire…

di Piero Murineddu

Un’amicizia, quella tra Arturo Paoli e Carlo Carretto, nata negli anni giovanili grazie all’impegno di entrambi nell’associazionismo cattolico, salvo allontanarsene per divergenze di vedute con l’allora presidenza nazionale dell’AC.

In seguito, a motivo dell’incontro in tempi diversi con la spiritualità di Charles De Foucauld, verranno accomunati dalla medesima esperienza nel deserto africano del Sahara, com’è richiesto a chi vuole intraprendere il cammino iniziato dal prete eremita francese.

Arturo e Carlo hanno in comune anche l’aver vissuto nella nostra amata terra sarda: il primo, insieme a due altri confratelli, vivendo a stretto contatto coi minatori e le loro famiglie nel territorio dell’iglesiente, a sud ovest dell’isola, il secondo come direttore didattico a Bono, paese interno della provincia di Sassari.

Ciascuno dei due, sempre a motivo dell’ assoluta fedeltà al Messaggio del Maestro e quindi per il “profetismo” che ciò comporta, ovvero lo sbugiardare apertamente e coraggiosamente l’ipocrisia dei Sepolcri imbiancati, sono stati sempre guardati con diffidenza dal potere, fascista per il periodo storico ma anche delle gerarchie ecclesiastiche del tempo, per cui sono stati costretti all’ allontanamento. Inutile dire che in entrambe le località hanno lasciato un Segno indelebile della loro opera.

Due modi apparentemente  diversi di vivere la fede Arturo e Carlo, anche dovuto alle vicissitudini che hanno accompagnato la loro vita. Per la permanenza in Paesi del sud America, sopratutto in periodi di dittatura essendo inevitabilmente molto vicino alle sofferenze patite dalla povera gente, Arturo, si è trovato addirittura ad essere minacciato di morte. Per Carlo questo reale rischio per la vita non c’ é stato, ma il suo “misticismo” era tutt’altro che disinteressato alle vicende concrete della vita, e questo aspetto lo vado a specificare di seguito.

Rovistando tra la montagnetta di video e audiocassette che testardamente mi ostino a conservare in casa e decidendo di dar loro l’attenzione che meritano, mi son ritrovate le registrazioni di alcune omelie tenute da Arturo negli anni in cui specialmente nel periodo estivo faceva rientro dal Brasile a Spello, accolto ben volentieri dai suoi amici Piccoli Fratelli da cui a ben ragione era considerato il fratellone maggiore saggio, da ascoltare con estrema attenzione e in un certo qual senso da coccolare data l’ età avanzata. Anche i frequentatori della Fraternità, io tra loro, hanno goduto di questa preziosa presenza.

La riflessione sotto riportata é riferita all’estate del ’94, fatta durante l’ Eucarestia che apriva la settimana oppure a quella del giovedì ad inizio del “deserto” della notte e del giorno successivo. Il tema dell’ anno é “Fratello Universale“, argomento evidentemente molto caro ai seguaci di De Foucauld, un uomo che ha voluto farsi fratello di chiunque decidesse di andare a trovarlo nel suo povero eremo del deserto.

Nel dicembre di quel 1994 a Spello, per iniziativa del Comune in stretta collaborazione con la Fraternità che ancora aveva sede nel convento di San Girolamo, si era svolta la terza edizione del convegno dedicato alla figura di Carlo Carretto, e anche in questa occasione il tema riprendeva quello sviluppato durante l’ estate. Tra i relatori vi era stato anche il vaticanista Giancarlo Zizola, che nella sua esposizione, riprendendolo dal volume autobiografico “Innamorato di Dio”, riportava un passaggio che indica bene l’ attenzione avuta da Carretto per il vivere concreto, politico e sociale.

Se lo si legge con attenzione, riusciamo a coglierne l’ estrema attualità di questi giorni, e non solo riferita al nostro Paese:

C’è una categoria di gente che non è capace di avere spirito democratico, che altro non significa se non spirito di un uomo che rispetta un altro uomo. Sono i prepotenti, i fascisti dell’anima, i paternalisti: i veri disastri dell’umanità. Lavorano come se tutto dipendesse da loro. si sentono direttamente investiti da Dio nel compito di salvare il mondo e pensano che tutto ruoti intorno a loro come perno della salvezza, ma in fondo sono dei violenti anche se non adoperano i pugni e non oserebbero sparare. Nella comunità diventano in poco tempo i padroni e liquidati tutti coloro che non la pensano come loro, costruiscono un sistema in cui diventano gli indispensabili. Ma appena scompaiono da quell’ambiente, da quella istituzione, tutto crolla. Essi non avevano educato gli uomini, avevano educato delle pecore: erano dei prepotenti e la prepotenza nel migliore dei casi lascia dietro di sé nulla“.

Personalmente, chissà perché, in queste parole trovo attinenza perfetta al testo zeppo di boriosa ipocrisia col quale l’ auto candidatosi alla Presidenza della Repubblica che conosciamo e di cui ancora l’Italia non riesce a liberarsi, coi metodi a lui sempre congeniali del ricatto e delle minacce, ha rinunciato.

Qui l’articolo

Temo, e lo dico provando dispiacere per lui, che l’ interessato, sino all’ ultimo istante della sua vita continuerá a perseverare nella sua illusoria… onnipotenza.

 

Quell’ossitocina prodotta dallo spettegolamento

 

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di Piero Murineddu

A pensarci bene, la cosa non dovrebbe impressionarmi più di tanto.

A pensarci bene, quando si sta con gli altri, generalmente si tende a parlare e preferibilmente sparlare di altre persone o di fatti che riguardano degli assenti, più che di sé stessi.

A pensarci bene, nei piccoli capannelli che si creano, poni caso, nei posti di lavoro, soprattutto negli uffici pubblici, l’argomentare rimane allegro, spensierato e “leggero”, quando si spettegola. Idem nei bar, nelle serate in pizzeria, tra vicini di casa.

Ma, a pensarci bene, non ho ancora detto cosa mi ha portato a fare queste considerazioni.

Sulle pagine de “La Repubblica” di non so più quanto tempo fa, ho letto che spettegolare rilascia ossitocina, l’ormone dell’amicizia e dell’affiatamento.

In pratica, più si spettegola e più si rimane allegramente  “complici” con gli altri.

Un gruppetto di psichiatri di Pavia ha fatto un esperimento all’interno di un collegio femminile. Prima di far effettuare alle ragazze un test sulla saliva, con l’aiuto di amiche complici le hanno stimolate a parlare di una collegiale rimasta incinta e un secondo gruppo di un incidente sportivo.

Risultato? Col pettegolezzo sulla gravidanza il livello di ossitocina nella saliva è salito del 50%, mentre con la storia dell’incidente di un misero 2%. Nello stesso momento, i due gruppi hanno parlato di un argomento neutro, provocando il calo di questo ormone.

La sorpresa, ma fino ad un certo punto, è che in tutti e tre i casi si è abbassato il livello del cortisolo, l’ormone dello stress, concludendo quindi, che in ogni caso parlare tranquillizza.

Ma, SantIddiobenedetto, non sarà per questo motivo che mi ritrovo continuamente immerso in un mare di cortisolo!? Parlo poco e non mi piace spettegolare.

Ho sempre considerato lu ciarameddhu deleterio per se stessi e irrispettoso nei confronti di chi malauguratamente e senza volerlo fa da bersaglio.

Ma quelli che mi conoscono lo sanno, e anche mia mamma lo diceva: ”Piero no ni bo’ sabbè di ghisthi gosi….”.

E che devo fare, a sessantacinque appena compiuti, devo stravolgere il mio modo di essere e cambiare  completamente quello che sono stato finora?

No no no, pa cariddai ! Non fa proprio per me. Lasciatemi la mia amata taciturnità, non cercate di coinvolgermi nei vostri pettegolezzi e ingozzatevi pure della vostra allegra ossitocina.Io continuerò a parlare quando lo riterrò opportuno e possibilmente con una persona per volta, che sappia anche tacere per ascoltare e non abbia l’ansia di parlare parlare parlare. Ascoltare per pensare, rinunciare a mettersi al centro, che come me non ami fare comunella per fare a sottilissime fettine la vittima di turno.

Insomma, chiunque avesse intenzione di fare buona scorta di ossitocina, io per lui non sono per niente la persona adatta. E mi si giri pure a largo. Non sentirò per niente la  mancanza di siffatta vicinanza, ma anzi,

VOGLIO DECISAMENTE FARNE A MENO. Punto

Lu fuggaroni di sant’ Antoni, ma anche la giusta reazione di un popolo stanco

 

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di Piero Murineddu

Sempre dovuta riconoscenza nei confronti di Andrea Pilo per i suoi preziosi racconti, e naturalmente anche verso Peppino Manzoni per il suo contributo nello scrivere in modo più corretto possibile in sussincu.

Se si é riusciti ad aguzzare bene la vista, il raccontino su riportato viene concluso col termine  “Aggabannìra”, ovvero finirla, smetterla, parola pressoché sconosciuta alle nuove generazioni e, temo, alle meno recenti. Vengo gentilmente informato che il termine deriva dal castigliano “acabar“, finire.

Che piacere provavo quando, andato a trovare il caro Andrea Pilo, ormai vecchio e tutto acciaccato, la nostra conversazione si svolgeva esclusivamente in sussincu. O meglio, lui in vero sussincu, mentre io ci provavo ma, a volte, ero tentato di prendermi a schiaffotti di quanto sentivo ridicolo il mio, al suo cospetto, completamente ….italianizzato.

Quando di bocca gli usciva un termine per me sconosciuto, lo fermavo, glielo facevo ripetere, gli chiedevo spiegazioni, e lui, orgogliosamente, era contentissimo che io volessi soffermarmi per approfondire.

E quindi veniamo a sapere che lu fuggaroni di Sant’Antoni a Sorso si faceva nel piazzale di Cabuzzini, e quando la fiamma si abbassava, ci si teneva per mano e si saltava, diventando cummàri e cumpàri, per l’ appunto, di foggaroni.

Tutto raccontato dal padre di Andrea, morto quasi centenario. I conti del prof lo portano a dedurre che ai primi dell’Ottocento a Sorso vi erano tremila abitanti, naturalmente oppressi da un parassita in quel caso  barone che , come si sa, viveva dalla fatica del popolino. Ma li sussinchi erani zirriosu e isthraffutenti e una volta si erano permessi di non sganciare lu terratiggu, tanto da portare il baronazzo ad avvertire il governatore di Sassari. Costui avverte il sindaco romangino che, tramite lu bandidori, fa avvertire la popolazione, intimandole di sganciare, altrimenti non so cosa sarebbe successo. Cosa fanno i sorsinchi? Si passano la voce e la stessa sera fanno cucinare dalle mogli dei bei padelloni di pasta e faglioli, per caricarsi per bene l’intestino di aria. L’indomani mattina, invece di recarsi a triburà in campagna, si presentano sotto il palazzaccio del signorotto, e fattolo acciarare, al via dato da Franzischinu Maria Jelithon, discendente diretto dei primi abitanti del luogo, tirano su la gamba destra e fanno uscire tutti insieme l’aria creatasi abbondantemente e generosamente nottetempo nell’intestino di ciascuno, il cui incredibile “tuono” si sentì fino a Viddaeccia e anche più in lá. Lo spostamento dell’aria fu tale che il palazzo “nobiliare” rischiò di crollare. Il barone e signora hanno immediatamente chiuso le finestre, ma il tremendo e vendicativo accumolo di aria intestinale sussinca s’inoltrò ugualmente nelle loro stanze, rimanendovi giorni, giorni e giorni ancora, a monito che quando al popolo glieli fai proprio girare, ne piangi le amare conseguenze.

Vista la mia cronica ignoranza in tutto, ho chiesto ad un amico, esperto in storia locale, del modo in cui il barone sparì da Sorso. Mi ha risposto che lo decise spontaneamente e in pieno accordo con la consorte. Io sono piu propenso a credere che le valige le feccero perché costretti, in quanto del Provvidenziale Odore Intestinale di li sussinchi, macchi si fa per dire,  se n’erano impregnate le pareti del palazzaccio, e viverci era diventato praticamente impossibile. I battaglieri sorsinchi nonviolenti avevano finalmente lasciato un potente e indelebile mascharoni al signorotto  parassita, ed é questo che conta.

Raccomandazione? Molto spesso fa rima con sottomissione

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di Piero Murineddu

Eppure si continua a credere che la raccomandazione sia moralmente accettabile.

Eppure il politico che ha fatto carriera dispensando raccomandazioni a piene mani, si sente un benefattore dell’umanità.

Eppure il beneficiato dalla raccomandazione si sente giustificato.

Eppure la gente continua a pensare che il politico che ha “sistemato” molti suoi concittadini (elettori!), abbia fatto …..solo del bene al prossimo

Eppure il religioso (frate, suora,prete, vescovo…) che ha chiesto l’intercessione del politico per riparare la chiesa e che lo presenta ai fedeli come esempio positivo (e quindi da votare!), si sente a posto con la coscienza.

Eppure si continua a giustificare qualunque nefandezza del politico, perchè “comunque ha fatto lavorare mio figlio, mia cugina, mio nipote…..”

Eppure……….

 

Di seguito, le parole del Papa in un breve filmato del lontano gennaio 2016

Le scelte di Tom

Voler vedere Oltre

di Piero Murineddu

Oggi Tommaso ne dovrebbe avere 82 o forse 83 e probabilmente, temo, quei problemi alla vista che giá aveva l’ultima volta che insieme ci cantammo a Spello “Chi ci separerá” si saranno acuiti. In ogni caso, il deficit dell’organo non diminuisce quell’altra Visione di cui son dotate quelle persone che della vita si son sforzate a coglierne l’Essenziale, e in questo, più che occhi a dieci decimi, conta avere un cuore e un’intelligenza che non si perdono in banalità di scarsa importanza.

Della vita eremitica che Tommaso Bogliacino porta avanti da oltre dieci anni  nei pressi del lago di Garda, ho trovato il resoconto giornalistico di una visita del dicembre 2016.

Di Tom – preferisce essere chiamato così, libero da qualsiasi identificazione, compreso il “fratel”, che lo possa distinguere dagli altri –  ho già raccontato in questo diario quando, non ricordo più quanto tempo fa ma sicuramente molto, ebbi l’occasione di conoscerlo a Ottana nei sette anni da lui trascorsi nel centro Sardegna, dove mi ci recai insieme al mio amico Gavino che più volte lo incontró a Spello quando da giovane “figlio dei fiori” sempre amante della libertá come valore primo, fu costretto a patire lo strano “servizio alla patria” reso con la naja, durante il quale “si diventava uomini” difendendosi dai soprusi e forse, infliggendoli in seguito (forse) ad altri.

Ebbi modo di ritrovarlo a Spello, frequentazione che portò ad avere con lui uno scambio epistolare dal quale presi lo spunto per creare una canzone che presento e riporto qui

Un articolo che ci aiuta a conoscere l’esperienza di essenzialitá e di accoglienza portata avanti in un luogo, denominato “Eremo di Betania”, ottenuto in comodato d’uso.

Spero tra non troppo tempo di avere l’opportunitá di poter riabbracciare il mio carissimo amico Tom, anche per sapere come va la vista, dato che é un problema che abbiamo in comune.

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Visita all’eremo

di Stefano Filippi

A volte basta poco per isolarsi dal mondo: qualcosa come una stradina in salita che a stento fa passare un’auto. Desenzano con il lago e le discoteche è a 10 minuti, sull’altro versante della collina sorge un resort con golf club esclusivo. Campagna, boscaglie, sentieri, agriturismi. E una vecchia cascina da cui esce odore di minestrone. Fratel Tommaso Bogliacino è sulla porta accanto al cartello «Pace e gioia»: l’eremitaggio è una dimensione dello spirito prima che dello spazio-tempo. All’interno è tutto come cinquant’anni fa: una stufa in ogni locale, la cucina economica a legna, le perline di abete fino a metà parete. Regna un silenzio rustico e severo che non mette a disagio. «Siamo in comodato», dice l’eremita. Non paga l’affitto ma l’accordo ha una scadenza. «Siamo provvisori, come tutti in questo mondo. È un bene, ci permette di essere più liberi nei rapporti. Il possesso lega sempre le mani, la struttura è nemica». Eccolo, l’eremo: significa trovarsi anni luce dalla mentalità dominante.

Bogliacino, 77 anni, è un prete dei Piccoli fratelli del Vangelo di Charles de Foucauld, nobile francese beatificato da Benedetto XVI che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento nel Sahara algerino secondo lo «stile di Nazaret»: preghiera, silenzio, lavoro manuale, assistenza ai poveri.

L’eremo è il luogo naturale di questa esperienza. Fratel Tommaso ci è arrivato attraverso un percorso tortuoso. Cuneese di Alba, era prete in una parrocchia quando conobbe Carlo Carretto, che a Spello in Umbria aveva trasportato la spiritualità di de Foucauld. «Ho scoperto un rapporto con Dio libero, direi laico. Un rapporto da uomo prima che da prete».

Lasciò la diocesi e si unì ai Piccoli fratelli, preti lavoratori senza parrocchia che vivono la realtà di tutti: «Anche Gesù fece l’operaio. Rimasi a lungo a Spello fra moltissimi giovani: in certi periodi gli eremi aperti erano una ventina. Poi andai sette anni in Sardegna, ero dipendente comunale: facevo il becchino». Quindi la Tanzania, 12 anni, lavoro da contadino e da falegname in villaggi miseri abitati da malati di Aids e fuggitivi della guerra civile ruandese. «Un anno sabbatico in India dove entrai in contatto con l’induismo, una profonda esperienza di spiritualità, quasi mistica. La religione dovrebbe aiutare a diventare mistici, a non fare le cose per dovere ma per amore. È la bellezza che salverà il mondo». Antiche verità riprendono corpo in questo mondo a parte.

Dopo l’Africa Bogliacino è volato in Francia per due anni in una comunità dei Piccoli fratelli: gli altri lavoravano, lui si occupava dell’accoglienza. Ma quello che cercava era un luogo separato, un’enclave di «silenzio condiviso», un nucleo minimo con alcuni laici (al momento c’è solo una persona fissa, un’anziana consacrata alla Fraternità) e la possibilità di ospitare per brevi periodi chi ha bisogno di ritrovare se stesso: un punto d’appoggio nelle crisi in attesa di sbocchi più stabili. Nemmeno per fratel Tommaso l’eremo di Padenghe è una soluzione definitiva.

Nella corte sono parcheggiate alcune auto. Nei ricoveri agricoli qualche macchinario. Ulivi nei campi terrazzati alle spalle della cascina e una serra per coltivare frutta e verdura. Una stanza al pianterreno è adibita a cappella per le messe e la preghiera. Per terra tappeti, panche lungo i muri, sgabelli di legno, piccoli inginocchiatoi sparsi, libri di spiritualità e bibbie, l’immancabile stufa. C’è qualche coperta ripiegata, evidentemente qualcuno vi resta a lungo. Un’icona appesa dietro il tavolo che funge da altare.

«La nostra è una realtà semplice», racconta nella sala delle riunioni, un fienile riadattato con un tavolone lungo, libri sugli scaffali, la stufa, la bandiera arcobaleno della pace, lo split di un condizionatore. «Diamo la possibilità a Dio e all’uomo di riposare assieme. Il clima è familiare, gli orari sono comuni, c’è il lavoro nei campi, la preghiera, la messa: alla domenica celebro alle 11 e quando c’è bel tempo la chiesetta più bella è all’aperto, sotto l’albero della corte. Il giovedì pomeriggio o il martedì sera leggiamo il Vangelo. Partiamo da lì, non dal catechismo, dalle regole». In realtà qui nulla è obbligatorio, non c’è una legge da rispettare con rigore, tutto è proposto alla libertà. «Nessuno si salva da se stesso, ma nessuno può essere salvato se non vuole. Ospitiamo gente di ogni religione. Viviamo un rapporto diretto con l’ambiente che ci circonda. Spesso ci alziamo presto per vedere l’alba, camminiamo nel silenzio, respiriamo nella natura. Nella vita quotidiana siamo chiamati a coltivare e custodire, non a dominare, nello spirito dell’enciclica Laudato si’. Il nostro compito è cogliere la presenza di Dio in tutto il reale, negli esseri viventi come nelle pietre dei deserti e delle montagne».

Ma che cosa aggiunge l’eremitaggio? Non si può vivere con distacco interiore anche in mezzo alla gente?

Fratel Tommaso sorride, lui ha girato il mondo e conosce la differenza: «Occorre dare spazio e tempo per incontrare se stessi. Una delle cose importanti è fermarsi ogni tanto. Siamo fatti per camminare, tutto il mondo è in movimento, ma bisogna fermarsi. Lo dico a chi capita qui e lo ripeterei ai grandi del mondo: férmati. Mezz’ora al giorno prega, rifletti, fa yoga, medita. Ascolta te stesso nel profondo. Il silenzio del non parlare è importante e noi lo curiamo molto, ma il tacere dev’essere un ascolto interiore per insegnarci che il parlare non deve mai essere vuoto, un chiacchiericcio. La parola serve se aiuta la relazione con l’altro». Il silenzio si rompe a ora di pranzo. È il momento in cui chi si trova a Betania si ritrova. Gli sconosciuti si presentano, raccontano da dove vengono compresi gli ospiti: «L’inizio di una fraternità, il Vangelo dice che Gesù ha fatto a tavola gli incontri più belli», spiega l’eremita. Il cibo arriva in gran parte dalla generosità dei vicini e degli amici della fraternità. Verdure, pastasciutta, frittata fatta da fratel Tommaso; niente carne. Dialoghi semplici ma profondi. Si parla quando si ha qualcosa da dire, senza sovrapporsi né dialettizzare, si bada a che cosa si dice non a chi lo dice. È un’esperienza strana ma affascinante nell’epoca dei battibecchi sui social. La televisione non c’è e neppure la radio. I rapporti con il mondo sono tenuti con un vecchio computer acceso una mezzora prima di andare a dormire. All’eremo sono arrivati immigrati, divorziati, poveri, disabili, adulti con disagi. Le nuove marginalità. «Accogliamo tutti ma per brevi periodi. Dev’essere chiaro per chi arriva. Non si arriva qui per sistemarsi nemmeno in affitto ma per riposare, riflettere, possibilmente recuperare il rapporto con Dio. La regola, la struttura è nemica. Anche se è lontano dal mondo, questo non è un rifugio ma un luogo di sosta, dove dirci che è bene che ciascuno di noi esista. E nel silenzio si capisce che Dio è la mia vera identità».

Quella pizza casalinga…prima della “fine del mondo”

di Piero Murineddu

In quell’ iniziale settimana decembrina del 2012, ma giá da mooooolto prima, buona parte del mondo – a parte me, chi testardamente persiste nel dubitare di tutto e naturalmente gli animali che di queste umane paure intelligentemente se ne strafottono – teneva il fiato sospeso in attesa dell’ imminente 12/12/12, giorno in cui ci sarebbe stata la fine del mondo, e questo secondo le solite  catastrofiche previsioni del popolo dei Maya, quella brava gente vissuta nell’attuale Messico meridionale all’incirca 4000 anni fa, che per ingannare il tempo si divertiva a mettere a punto fantasiose teorie giusto per far passare l’appetito e il sonno ai posteri.

Quattro giorni prima della fatidica data, 121212, con muglier’al seguito mi trovavo  “irresponsabilmente” e molto spensieratamente nella casa campagnola di mia sorella Maria per pranzare non coi soliti

ravioli,

ciggioni bagnosi bagnosi,

agnoni e puscheddhuzzu cotti in forru,

past’in forno ai carciofi e

su cocoi ripieni come solo mia moglie e qualche altra sinnaresa sa fare,

gamberoni slurp slurp…

o meglio ancora con

un padellone fumante di pasta e fagioli,

 

ma eccezionalmente, indovina, indovina un po’,

con

piiiiizzaaaaa….

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Èia, pizza! Ma non quella da asporto ordinata standosene comodamente spamparazzati nel divanone davanti al caminetto scoppiettante o, per i meno fortunati, appiciccati al termosifone (o alla stufetta elettrica a due elementi!) e la tivu eternamente accesa per farsi passivamente instupidire da quello strapagato imbuffa pall…oncini di Amedeus, ma pizza fatt’ in casa, con la guida (tutt’ altro che magistrale) dello chef Giorgio, mio cognato che intanto pian pianino se la sta invecchiando, come sta capitando a me e ad altri …fortunati.

Il forno sprigionò quel giorno un calore che aveva tenuto su i nostri spiriti, e ancor di più aveva triplicato l’appetito, anche se, per dirla tutta tutta e lasciando da parte inutili vanterie,

la pasta, oltre che non lievitata bene non era stata pure sufficientemente lavorata,

il condimento era scarsino e

la cottura non era stata fatta arrivare al punto giusto,

e questo per la solita fottuta fretta di magná, o temendo forse che la fine del mondo, giusto per far dispetto agli umani, avesse deciso di anticiparsi di quattro giorni.

Ad ogni modo, ben lievitata, ben cotta e ben condita o meno, il tutto era precipitato nei nostri stomaci impazienti

achì la fami

era umbé

ma umbé

ma umbé …..

 

Comunque sia, l’ evento era stata l’occasione per sentire dal mancato chef i racconti infantili di quando il pane, quello si buoniiiissimo, veniva preparato e ben cotto nel forno di casa da mamma Nicolina,  espertissima nel campo come lo erano tutte le nostre mamme. Che sia anche questo il motivo per cui DioSantissimo le tiene ben strette al Suo Cuore, straimpipandosene dei catastrofismi dei Maya e dell’ infinita schiera degli attuali cristianucci sifaperdire alla padrelivio e compagnia..infernale?

 

Nessuno sceglie di soffrire

di Rita Clemente

Io non amo il dolore. Non amo soffrire. Né nella carne né nello spirito.

Amo sentirmi bene, al caldo quando fa freddo, al sicuro, con la possiilità di essere curata se qualcosa non va, di essere aiutata se da sola non ce la dovessi fare.

Sì, io amo stare bene.

E’ ben per questo, per questa semplice ragione che non sopporto sentire notizie di sofferenze incredibili e indicibili patite da esseri umani che hanno la mia stessa carne, i miei stessi nervi, le mie stesse esigenze fisiche e psicologiche.

Ma come si fa ad accettare l’idea che migliaia di persone, giovani, anziani, bambni, possano stare male, soffrire le pene dell’inferno semplicemente perché nessuno si rende conto che esistono e che hanno bisogno di aiuto?

Che patiscono per il freddo, la fame, la sporcizia, lo sradicamento, le ferite nell’anima e nel corpo?

Come si fa a sopportare tutto questo? A me non interessa che lingua parlano, che religione seguono, da che Paese provengono, io non sopporto l’idea che debbano soffrire così atrocemente in mezzo all’indifferenza, se non all’ostilità di chi li ritiene semplicemente degli “invasori”.

Eppure no, nessuno sceglie di soffrire.

Nessuno sceglie di lasciare le sue sicurezze, se davvero si sente al sicuro.

No, nessuno !


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Petronio e quella Benevolenza che superava ogni steccato ideologico

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di Piero Murineddu

Non esagero affatto nell’affermare che Petronio é una di quelle Persone che più ho voluto bene, ma del resto, e questo lo potrebbe dire chiunque lo abbia conosciuto e sopratutto abbia avuto la fortuna di frequentarlo, non volergliene era praticamente impossibile. Una persona che nei suoi 82 anni di vita é riuscita sempre a far prevalere l’interesse di accumulare Valori Umani piú che beni materiali, ragion per cui penso proprio che i principali sentimenti che abbia provocato in chiunque siano stati appunto la Benevolenza e la conseguente Riconoscenza per l’Esempio ricevuto da questa persona realmente Mite e Generosa.

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Tanti gli ambiti e le attivitá di promozione umana e culturale, molte delle quali da lui stesse avviate, che hanno visto la sua appassionata ed intelligente presenza, ma era il suo animo privo minimamente di cattiveria che portava a volergli bene. Cosa certa é che siamo sicuramente in tanti ad aver beneficiato della Ricchezza Umana di Petronio, e venendo a sapere di lui e della sua vita, saranno ancora molti coloro che possono ancora beneficiarne.

A questo scopo, ho messo insieme i cinque video di testimonianze a lui dedicati, con un’appendice di altri due, montati quasi casualmente e in cui é lo stesso Petronio e sua moglie Gavina a raccontarsi.

Inoltre, sia in questa pagina che in altre di questo mio diario si possono trovare ancora tante notizie del mio e nostro carissimo Amico Petronio.

 

 

 

 

 

Dicevo che i due video che seguono sono nati casualmente, quasi per scherzo.

Quel giorno avevo acquistato una nuova videocamera e non vedevo l’ ora di capirne il funzionamento. In confronto alla precedente era molto più piccola, per cui occorreva imparare sopratutto a tenerla ben ferma per ottenere dei filmati un tantino decenti. Con mia moglie, prima del rientro a casa passammo a far visita ai nostri amici Petronio e Gavina. Durante la conversazione chiesi se potevo riprendere e avuto il loro consenso avviai la registrazione con Giovanna che si ritrova a fare l’intervistatrice ed io impegnato a tener ferma la mano, con risultati, pa cariddái, non proprio da…. cameraman.

Riguardando la stessa sera i vari spezzoni, più che dalla resa tecnica, alquanto scadente, la mia attenzione rimaneva colpita dalla spontaneità della conversazione e dagli elementi che permettevano di conoscere parte della vita di questa Bellissima Coppia. É lì che mi venne l’idea di filmare racconti dei nostri anziani, sia per sapere qualcosa del nostro passato locale e sia per condividere le tante ricchezze umane da cui siamo circondati o che ci hanno preceduti. Parlatone con Gavina e Petronio, furono ben felici di essere i primi ad avviare questo progetto. Piero

 

La Vita e il suo Inarrestabile Divenire

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di Piero Murineddu

Gli anni trascorsi dallo scatto superano sicuramente i quaranta.

Il giovanotto occhialuto, Tonino Secchi, da qualche anno ha raggiunto il Mistero, quel Momento che non interrompe ma che trasforma la Vita, Unica e Senza Fine. Sino al definitivo respiro ha continuato a coltivare la sua appassionata missione, cioè quella di entrare nel cuore delle persone. Nessun discorso troppo “elevato” né tantomeno cultura ed oratoria esibita ma, questa si, grande capacità di stare a fianco di chi ha percorso tratti di strada insieme a lui, e sono rari quelli che si son scordati della sua piacevole vicinanza, breve o lunga che sia stata.

Il barbuto che sta’ nel mezzo sono io. Diciamo che con l’ avanzare degli anni la sensibilità di allora si é addirittura centuplicata. Tutt’altro che indifferente davanti alle ingiustizie, parecchio infastidito nell’assistere a sproloqui e per niente a proprio agio nelle caciare. Ma l’intransigenza che lo ha da sempre contraddistinto, principalmente verso se stesso, col tempo si é finalmente attenuata, dandogli la libertà di prendere la vita con più Leggerezza, seppur con l’immutata serietà che richiede, e sforzandosi di cogliere tutte le opportunità di Crescita che essa offre, anche quelle apparentemente insignificanti.

La ragazza che ingentilisce il terzetto é Giovanna Stella. Senza dubbio alcuno é diventata insostituibile un po’ per tutti, specialmente per l’ormai ex giovanotto che le sta vicino nella foto. Mai sazia d’apprendere modi nuovi di sviluppare l’innata creativitá. Negli anni sono molti quelli che si son portati appresso un pezzettino del suo Grande Cuore, ma tuttavia l’organo che pulsa vita a tutto l’organismo, non solo e neanche sopratutto quello fisico, è rimasto integro, pronto ad accelerare il ritmo vicino a qualsiasi persona che necessita di attenzione e di essere sorretta, e questo nonostante i momenti di particolare fatica vissuti che hanno inevitabilmente rallentato ma anche rinforzato il procedere del suo Cammino.

Sempre gratitudine per lei e per l’ amico di sempre Tonino, che quest’ oggi festeggia in quell’ Altra Dimensione il momento in cui mamma Nicolina e babbo Giovanni lo regalarono per sempre alla Vita.

A proposito, auguri a te,Toni’, ma auguri ancor di più a tutti noi che continuiamo a vivercela qui in questo mondaccio, che come sai bene vene non se la passa, tra guerre, disuguaglianze e ingiustizie, lotte politiche oltremodo e unicamente interessate al proprio tornaconto e virus che variano in continuazione, giusto per non farci trascorrere notti e giorni tranquilli.

Sei rimasto nel Cuore e nel Ricordo dei tantissimi a cui hai voluto bene, Toni’, e dai quali eri ricambiato, e io, mia moglie Giovanna e i nostri figli Marta e Giuseppe siamo e continueremo per sempre ad essere tra questi.

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Quattro gennaio 2006. Ricordando Vittorio “di Spello”

di Piero Murineddu

Come iho accennato in altre pagine di questo mio diario digitale, in diversi anni giovanili partecipavo alle settimane estive comunitarie presso i Piccoli Fratelli di Spello, condividendo le giornate con persone provenienti da ogni parte e con le quali, grazie alle motivazioni simili che ci avevano condotto in quella porzione di terra umbra, l’entrare in relazione reciproca non comportava nessuna fatica né tantomeno forzatura.

Ancora vivente Carlo Carretto, che a quella fraternità prevalentemenre d’accoglienza diede avvio dopo il suo rientro dal deserto, vi convenivano sopratutto singoli o gruppi di amici. Anche famiglie con bambini, ma comprensibilmente, seguire i diversi momenti di confronto, di riflessione e di preghiera qualche problema lo comportava, sia per i genitori e sia per i figli, specialmente se questi secondi nell’età in cui è massima la loro esuberanza.

VITTORIO e ANNA MARIA, molto legati alla comunità, decisero di acquistare e ristrutturare una delle tante case sparse in quelle che Carlo definiva le Colline della Speranza, alle pendici del monte Subasio. Nasceva così la “Madre del Verbo“, destinata ad ospitare durante il giorno i bambini e gli adolescenti e permetter loro di fare un percorso parallelo a quello degli adulti, vivendo il tema deciso per ciascun anno con attivitá specialmente ludiche.

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Vittorio, di cui non ho mai saputo il cognome e indicato nella nostra famiglia semplicemente come “Vittorio di Spello”, e sua moglie Annamaria Fineschi, senesi, man mano che il numero dei bambini aumentava iniziarono a farsi affiancare volta per volta da giovanissimi animatori e da alcuni adulti fissi, come GabrieleEnrico e sua moglie, divenute col tempo figure di riferimento immancabili e particolarmente amate dai ragazzi.

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Nella foto Enrico, laziale di Latina, insieme alla nostra Marta

 

Nel 2006, in giorno d’ oggi, 4 gennaio, il grande cuore di Vittorio smise di battere per sempre, lasciando un incolmabile vuoto nei tantissimi che lo avevano conosciuto ed apprezzato, non solo per la vasta cultura e simpatia, ma ancor più per le grandi doti umane che aveva sempre messo a disposizione degli altri, e in questo caso dei bambini, che considerava come propri figli, diventando lui stesso bambino quando stava in mezzo a loro, capacità non comune che solo le persone semplici nell’animo possiedono e che svelano la loro grandezza umana.

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Al tempo, una settimana di agosto era dedicata principalmente alle famiglie. Nei mesi precedenti Annamaria e Vittorio si trovavano col gruppo di giovani che si erano resi disponibili ed insieme preparavano le varie attività a partire dal tema proposto dai Piccoli Fratelli per l’anno in corso, per cui credo che anche per questi animatori l’esperienza – nella fase preparatoria e ancor più in quella esecutiva al contatto coi bambini che di lì a poco avrebbero conosciuto e ai quali son certo si sarebbero affezionati – sia servita per la loro formazione e crescita umana, incluso l’aspetto spirituale.

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Solo gratitudine per queste Bellissime Persone che col loro prezioso e generoso  apporto hanno completato, seppur in un tempo assai limitato, il non facile compito di togliere il meglio e di sviluppare le grandi potenzialità che tutti i bambini possiedono.

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Con la mia vecchia videocamera ho fermato numerosi momenti delle settimane trascorse in Umbria, e in molti di questi non poteva mancare questo grande uomo. Non avendo capacità di fare montaggi, spedii ad un amico napoletano alcuni filmati per onorarne la figura. Il video che segue é il risultato…

Tre anni dopo il decesso di Vittorio, tra i miei appunti trovai un testo, presumibilmente attribuibile a Charles De Foucauld, che copiai in occasione di una di queste settimane trascorse a Spello, visto incorniciato su una parete del chiostro del convento di San Girolamo, centro della Fraternità, almeno sino a quando il terremoto, causando gravi danni strutturali all’antico edificio, costrinse i Piccoli Fratelli a trasferirsi all’Eremo “Beni Abbés”, più a monte. Pensando a Vittorio e a come l’avevo conosciuto anche grazie alle conversazioni avute con lui, decisi di metterlo in musica, variando qualche passaggio per renderlo più cantabile. Quella che segue é la registrazione effettuata il 3 gennaio 2009, proprio per onorarne la memoria.

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Veramente un uomo di Pace Vittorio, di quelle persone particolari che ci aiutano a diventare migliori e il testo rispecchia fedelmente quanto ha cercato di realizzare nella sua vita.

LA PACE VERRÀ

Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma,

Se tu credi alla forza di una mano tesa,

Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,

Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,

Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,

Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l’altro, allora…

LA PACE VERRÀ

Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,

Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,

Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,

Se per te lo straniero che incontri è un fratello,

Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore,

Se tu sai accettare che un altro, ti renda un servizio,

Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora…

LA PACE VERRÀ

Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,

Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,

Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,

Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo,

Se tu credi che la pace è possibile, allora…

LA PACE VERRÀ