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Le ultime dell’orso Luciano

di Piero Murineddu

Di lui, oltre che si ritrova un figlio di una certa notorietà che le cose le dice pubblicamente papali papali attraverso vari canali, so che gli piace andarsene in giro cavalcando moto e fotografando quanto ritiene di fotografare, è appassionato di musica senza essere musicista, ha una pagina FB dove riporta quanto scrive sul  blog personale (in cui si identifica con un simpatico animale di una certa stazza, di colore e probabilmente d’umore sul grigio) riguardo ai fattacci che accadono, in Italia soprattutto ma anche all’estero. Seguendo questo suo blog, spesso lo sento parecchio incazzato e non credo che lo sia perché, com’è successo a me questa notte, privato del rigenerante riposo a causa della violenza subita da musica sparata con grossissimi amplificatori nella parte opposta della cittadina dove vivo fino alle prime ore di questa domenica che prevedo molto fiacca, e non solo per il caldo. Diciamo che non riesce proprio, come per troppi, a rifugiarsi nella comoda indifferenza per non rovinarsi il fegato  e condurre un’esistenza il più pacifica possibile. Vuoi vedere, dato che più o meno abbiamo sul groppone gli stessi anni, che entrambi non riusciamo a strafregarcene del mondaccio che abbiamo intorno e che per questo motivo il buon umore non accompagni le nostre giornate? È possibile.
Comunque sia, eccole di seguito le sue ultimissime considerazioni. La mezza faccia occhialuta della foto è sua, di Luciano l’incazzoso assai, e purtroppo a ragione.

Per quanto mi riguarda, auguro una buona domenica, sempreché siate riusciti a riposare senza essere stati costretti a sentire,senza assolutamente volerlo, della pessima musica provenire dall’altra parte dell’abitato sparata a tutto volume sin oltre l’una di notte.

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VEDIAMO COME VA IL MONDACCIO

di Luciano Scanzi
(….) La rai aggiunge gli applausi a Sangiuliano e gli toglie i fischi, una roba che nemmeno l’Istituto Luce originale. Quando gli allievi superano i maestri insomma.
Tuttavia, come ho già detto in altre occasioni, nessuno stupore. Chi ci governa è perché ci rappresenta alla grande e questo signore, in grado financo di indossare occhiali che da soli dicono tutto di lui, è il ministro perfetto per noi, piccolo popolo di ignoranti. In quel ruolo una figura culturalmente troppo elevata sarebbe parsa inadeguata, incomprensibile, del tutto fuori luogo. E la rai ha perfino sbagliato a censurare i fischi. Non serviva, più lo fischiano, più rimedia figure da concorrente dell’Eredità e più la gente lo amerà.Magari, quando sarà morto, ci sarà anche per lui l’intitolazione di qualcosa. Un’aula magna, una sala a suo nome al MoMA di Ciggiano, un’Università, una bettola, i cessi di un autogrill.

L’ AEROPORTO milanese intitolato a Luidefunto apre tutto un mondo di possibilità.

È stato ABOLITO L’ABUSO D’UFFICIO, una misura di cui tutti sentivamo l’impellente bisogno e del tutto prioritaria per i bisogni dei cittadini.E anche qui nordio appare del tutto perfetto. Del resto se chiami Orietta Berti alla Sagra della Ranocchia Sgusciata poi non è che puoi pretendere che faccia blues.

In FRANCIA hanno finalmente rimesso i coperchi ai tombini delle fogne, ma cambierà poco lo stesso. Ci sono tre formazioni che dovranno mettersi d’accordo e la vedo piuttosto complicata. Certi fenomeni nostrani consigliano governi tecnici sull’esperienza dei disastri Monti e di Draghi.Io non ho grande simpatia per i francesi, confesso che quando la Spagna li ha buttati fuori ho goduto come un cercopiteco, ma nonostante non li ami affatto è un male che non gli auguro. I tecnici appartengono a un altro mondo, delle vite e dei bisogni delle persone normali non sanno un c…. di niente, e quello che sanno non lo vivono, non lo capiscono e comunque non gli interessa. Se proprio vi serve un tecnico chiamatelo quando si rompe la lavatrice.
Per il resto evitateli come i ricci dentro le mutande.

MELONI, donna madre italiana cristiana, una di voi però con la villa milionaria e outfit che avrebbero umiliato la ferragni dei tempi d’oro, insomma lei, promette più fondi da destinare alle spese militari. Non alla Sanità, agli ultimi, alle pensioni, alla scuola… no: alle spese militari. In questa fregola guerrafondaia giura amore eterno a zelenski al quale fornisce allegramente armi non si sa di quale tipo e non si sa in quali quantità. Ora, che lei tenga tutto segreto potrebbe avere anche un senso, hai visto mai che la sfanculino anche i suoi se conoscessero la realtà delle cose. Quello che però non esiste proprio è il SILENZIO DELLE OPPOSIZIONI. E visto che in politica chi tace acconsente, e non sta solo zitto come rifletteva il grande Nuti in quel capolavoro che è “Madonna che silenzio c’è stasera”, è inaccettabile che nessuno le chieda conto di questo traffico di morte che avviene senza alcun passaggio parlamentare. Evidentemente questa sorta di eccitazione guerrafondaia è piuttosto trasversale.A tutti consiglierei orgasmi diversi.

Sempre in tema di morte c’è stato l’ OSPEDALE COLPITO dai russi, o da Kiev, o da una meteora fuori controllo, o forse un botto di capodanno fuori stagione. La notizia ha avuto un risalto enorme, giustamente.Io non amo fare benaltrismo, certe cose hanno un senso ben definito già in sé e senza bisogno di ridimensionarle o amplificarle confrontandole con altre, e non voglio nemmeno fare classifiche statistiche del dolore, che lascio volentieri ai bravi giornalisti. Tuttavia farò un po’ un’eccezione e voglio ricordare che in IN PALESTINA È IN ATTO UN GENOCIDIO sotto gli occhi e il silenzio complice di tutti, e su quelle terre martoriate muoiono ogni giorno, dilaniati dalle bombe e dalla miseria, e sono quasi tutti bambini, ma non vedo per questa tragedia la stessa attenzione, non sento lo stesso dolore, non leggo titoli cubitali su Repubblica. L’evidenza delle cose è che della Palestina non frega una sega a nessuno, A NESSUNO, mentre per l’Ucraina si spendono miliardi e buoni sentimenti e si riservano a quella sciagura umana di zelensky attenzioni che appaiono perfino perverse, innaturali. La realtà di quella guerra è ben più complessa e se il dittatore Putin ha le sue colpe, che non sarò certo io a negare, il rintronato e fintamente democratico Biden e quelli prima di lui, ne hanno altrettante, e altrettanto gravi.È l’America che impone la sua visione e la sua volontà imperialista a cui ci dobbiamo tutti assoggettare, senza fiatare, senza obiettare, da servi quali siamo. Una Alleanza piuttosto dispotica, quella atlantica, perché loro sono i buoni e i giusti, possiedono qualsiasi verità e quindi si fa come dicono loro senza rompere le palle.E il PENSIERO UNICO DEI NOSTRI MEDIA si adegua con grande disciplina e nessuna dignità.

A proposito di Biden il mondo continua a chiedersi se sia o meno in grado di intendere e di volere.Ora, se uno chiunque di noi avesse un paren… no, ho fatto l’esempio sbagliato, se avesse un amico in quelle condizioni gli consiglierebbe una visita da uno bravo, ce lo porterebbe lui, e comunque gli impedirebbe di svolgere attività che possano danneggiare lui stesso e pure chi gli sta vicino, tipo guidare o anche solo camminare visto che non si regge in piedi. Magari lo accompagnerebbe amorevolmente ai giardinetti, gli comprerebbe un gelato, gli metterebbe un cappello di paglia per il sole e finirebbe lì, in attesa che si liberi un posto alla casa di riposo. Nel suo caso, invece di ricoverarlo, ci si pone ancora il dubbio, tanto che vuoi che succeda a parte farci saltare tutti per aria, e gli si chiede perfino se si senta in grado di continuare. Ho finito.

La suonatrice d’arpa

Due parole introduttive

di Piero Murineddu

Un titolo, quello del volume dell’orunese Zizi, che richiama le due omonime tragedie greche, una di Eschilo e l’altra di Euripide, ossia “Le Supplici” . Come per i due antichi drammaturghi, che mettono le donne al centro delle vicende narrate, anche in questo racconto vi è una giovane musicista che va ad abitare in un condominio, dove, come in quasi tutte le ravvicinate convivenze umane, i rapporti si limitano a un freddo formalismo e non raramente alla tendenza più o meno esplicitata di far vedere agli altri che si è …superiori. Giá la presenza del particolare strumento musicale, qual’è l’arpa, contribuisce da subito a portare un’atmosfera nuova. Se poi si ha la pazienza di arrivare alla fine del testo, verso la nuova arrivata, a cui non manca dolcezza femminile si ma nel contempo grinta e determinazione, pregi che gli altri condómini evidentemente da troppo tempo hanno messo da parte facendo prevalere servile rassegnazione e rabbia repressa per triste quieto vivere, si crea un profondo rispetto e gratitudine. Un insegnamento utilissimo per qualsiasi ambiente umano.

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di Bachisio Zizi

Sembrava una formichina alle prese col suo faticoso fuscello tanto era esile e delicata rispetto allo smisurato oggetto che tentava d’introdurre nell’unica anta aperta del portoncino d’ingresso; doveva trattarsi di un arredo di pregio, come suggerivano la custodia di pelle nera che lo proteggeva, le sinuose geometrie della forma e la cautela con cui veniva sollevato dalla soglia che doveva varcare.

Chiamato al citofono, mi ero precipitato dal mio appartamento come detentore temporaneo della chiave dell’altra anta, pronto a offrire il mio aluto all’impacciata formichina, che ringraziò aprendosi a un sorriso che le dava la grazia di un angelo caduto da chissà quale cielo. Quando il portoncino fu spalancato in entrambi i battenti, sollevando senza sforzo il suo cimelio, l’angelo-formichina varcò finalmente la sospirata soglia, osservando con divertita sorpresa che c’era dissonanza tra l’angustia dell’ingresso e la maestosità dello stabile con i suoi quindici piani, i poggioli e i vertiginosi superattici.

— È la mia arpa, — disse compiaciuta, mentre percorreva con passi misurati l’androne che conduceva all’ascensore, — l’ho voluta scaricare con le mie mani dal furgone… non mi sono curata degli altri mobili, ci penseranno quelli del trasloco.

Seguivo stupito i suoi movimenti e non capivo s’era lei che portava l’arpa o viceversa. Sembrava che l’una fosse la proiezione dell’altra.

— Come le dicevo al citofono, sono la nuova condomina, in notevole ritardo rispetto alla data che avevo preannunciato… Siamo vicini di piano, — disse ancora mentre deponeva con mani leggere l’arpa nel vano dell’ascensore… Le consegnai la chiave del portoncino per le altre eventuali occorrenze e prima di congedarmi le chiesi quando avremmo potuto ascoltare i suoi arpeggi.

— Spero presto, — rispose rattristandosi, — ho un indolenzimento al polso… attendo che passi, per evitare ricadute… L’intelligenza musicale di noi arpisti risiede nel polso, — continuò con la sua voce di canto.

— Le è molto affezionata, vedo… — dissi indicando l’arpa che appariva più massiccia nel ristretto spazio dell’ascensore. Lei sorrise e col dito puntato sul pulsante numero sei rispose che non riusciva a separarsene neppure la notte, se la portava in camera da letto per meglio figurarsi i difficili passaggi che mentalmente era solita suonare nel dormiveglia.

— Temo le vostre insofferenze, — disse alla fine, mentre calcava il pulsante, — prometto che sarò discreta nelle mie esercitazioni…

Le feci un cenno di saluto e lei continuò a sorridere posando le mani sull’arpa, quasi volesse proteggerla dallo sballottio dell’ascensore, che tuttavia sembrava muoversi con insolita lentezza…

L’arrivo della suonatrice d’arpa c’era stato preannunciato qualche mese prima, durante l’assemblea condominiale che doveva discutere un argomento spinoso: la ristrutturazione dello stabile. L’amministratore, che ormai aveva un dominio pressoché totale sulle cose del condominio, non si era perso in preamboli, aveva dato notizia della nuova condomina, acquirente dell’appartamento al sesto piano, liberatosi col trasferimento dell’antico proprietario, e aveva parlato dell’urgenza di por mano all’intero stabile, che stava cadendo a pezzi; collegando i due fatti, che a suo dire erano un portato della modernità, il perspicace amministratore aveva concentrato in una sola parola quello che sembrava un implacabile monito del destino: “svecchiamento”.

Si era parlato altre volte del malinconico declino del nostro condominio, ma la vaghezza di quegli accenni non era riuscita a scalfire l’orgoglio dell’appartenenza ancora saldamente radicato in ciascuno di noi. Le motivazioni di quello che poteva apparire un accecamento venivano da lontano, dato che il nostro più che un condominio era stato una sorta di cittadella aperta solo a chi deteneva potere e sapere. E lo stabile o “grattacielo”, come con malcelata invidia veniva allora chiamato, aveva la stessa supponenza dei generali, giudici, avvocati, costruttori e dirigenti che vi dimoravano: maestoso, al centro degli spazi che lo isolavano, dava l’idea di una torre infuocata con i bagliori che mandavano le tessere a mosaico dei rivestimenti, soprattutto all’ora del tramonto. Uguali scintillii riflettevano le austere figure dei condomini, soprattutto durante il breve tragitto dal portoncino alle auto che attendevano, splendenti anch’esse come i galloni degli autisti che le conducevano.

Il sussiego era stampato sui nostri volti, che non conoscevano il sorriso stravolti com’erano dal peso della “funzione” che dovevano recitare; neppure nei casuali incontri in ascensore, quando ci scambiavamo i gelidi saluti imposti dalla vicinanza, riuscivamo a superare la durezza di quella maschera che imprigionava ogni nostro gesto. Avendo ciascuno il fermo convincimento di valere più degli altri condomini, e non solo per dignità di funzione, attendevamo che il giusto riconoscimento ci venisse anche nelle piccole cose, sì trattasse della precedenza all’entrata e all’uscita dall’ascensore, del formale saluto o di altre insignificanti sfumature; ma era nelle assemblee condominiali che le attese diventavano pretese, gridate con un’alterigia che scavava abissi d’incomprensione e intolleranza fra di noi.

Gli amministratori di turno, allora, non riuscivano neppure a fiatare di fronte alla sentenziosità con cui ogni condomino faceva valere le sue ragioni. Raramente si raggiungevano intese in quelle assemblee dominate dalla logica delle forme che non riusciva a sfiorare nessuna delle questioni all’ordine del giorno. Solo il ‘rinvio?’ proposto come estremo rimedio dal povero amministratore riusciva ad arginare i torrenti d’eloquenza di cui ciascuno faceva sfoggio. Pur essendo entrato nel condominio quando quelle pratiche di vita erano già consolidate, temo di non essere riuscito ad evitarne il contagio

Siamo stati guariti dal tempo che, aprendoci alla vecchiaia, ci ha condotto a penetrare meglio il carattere delle cose e della vita. In quell’ultima assemblea condominiale, davanti all’amministratore che parlava di svecchiamento, non avevamo niente dell’altezzosità che ci portavamo dietro nelle passate riunioni. Con l’uscita dalla ‘‘funzione’, lentamente era venuta fuori la vera indole di ognuno, che ora si poteva leggere nelle rughe distese che solcavano i nostri volti, nello sguardo distaccato e nell’eloquio lento e persino solenne.

Il sussulto avvertito alla “‘notifica’ di quella ineluttabile ristrutturazione non riguardava tanto la vistosa spesa scandita dall’amministratore, quanto la manomissione dello stabile che, guarito anch’esso, aveva assunto il nostro stesso malinconico distacco, con quella patina di antico che ci penetrava come un linguaggio dell’anima. Le nostre preoccupazioni, tuttavia, sembravano concentrate sull’arrivo della suonatrice d’arpa che si temeva potesse turbare la pace che ogni condomino riteneva di aver trovato nei silenzi dell’antico stabile; ma, con un’impennata repentina, senza che ci fossimo consultati, decidemmo di rinviare ad altra data l’esame della ristrutturazione, gettando nello sconforto l’amministratore che a ragione agitava le sue carte, con le relazioni tecniche, i preventivi di spesa e le bozze del contratto d’appalto già predisposte.

L’arpa della bella condomina incominciò a vibrare in un pomeriggio di sole, proprio nell’ora del sopore quando tutto sembra condurre a quella prossimità con se stessi che sfiora l’essenza delle cose; i suoni, sfumando in sussurri, sembravano promettere l’esistenza di qualcosa d’altro che non fosse il rumore che distrugge la carne e confonde la mente. Nessuno si stupì di quel dono, che sembrava giungere come risarcimento dei silenzi che accompagnavano le nostre attese fatte di niente, ma i condomini che avevano protestato temendo l’invadenza della suonatrice, provarono un senso di vergogna per quel gesto ostile che li allontanava dallo stato di saggezza in cui l’età li aveva collocati. Ero turbato anch’io, ma i miei rimpianti salivano da altre lontananze. Quegli accordi insistiti mi davano la stessa inquietudine e lo stesso incanto che provavo quando mia figlia, al pianoforte, con i suoi ritmi mi riconduceva vagamente a un improbabile inizio del tempo. Mia figlia vive in un’altra città ormai, le parole che ci scambiamo al telefono non hanno nessuna vicinanza con quell’incessante battere e levare che nelle passate stagioni scandiva il ritmo del mio vivere. Anche i figli e i nipoti degli altri condomini sono andati via.

Dopo il debutto, passarono due lunghissimi giorni prima che i suoni dell’arpa ci raggiungessero nelle nostre ombrose dimore; la suonatrice aveva atteso con apprensione le nostre proteste, poi si era rinfrancata e aveva ripreso a suonare sorprendendoci ancora una volta e non per la ricchezza dei temi musicali, ma per l’imprevedibilità delle sue comparse: guidata dall’intelligenza del cuore, la formichina riusciva a entrare nelle curvature del tempo, sollevandoci dalle nostre solitudini. Dolcemente, il condominio finì per diventare il vero spartito della suonatrice, sul quale le nostre povere esistenze, come note alla deriva, tentavano di ricomporsi in armonia.

L’amministratore del condominio non riusciva a rassegnarsi, quel rinvio inatteso deciso nella precedente assemblea, scompigliava i suoi programmi che non ammettevano rimandi. Invocando le leggi e i regolamenti aveva convocato una nuova assemblea con lo stesso ordine del giorno, drammatizzato da una perentoria chiamata di responsabilità per lo stato di abbandono in cui giaceva lo stabile. Dopo tanto esitare la riunione ebbe luogo, affollata come non mai. Intervenne anche la suonatrice d’arpa, che sapeva tutto del condominio, dello zelo dell’amministratore e delle nostre incurie.

Nelle precedenti assemblee, il momento più penoso era la designazione del presidente di turno che scatenava un infantile gioco del volere e non volere, con la rinuncia che ciascuno affettatamente dichiarava, salvo le dissimulate recriminazioni del dopo, per la presunta indegnità del prescelto. Questa volta l’incarico di presidente dell’assemblea fu conferito senza alcun indugio, con sorpresa dell’amministratore per la scelta caduta sull’ultima arrivata, la suonatrice d’arpa, voluta con inusitata coralità da tutti i condomini.

L’amministratore, con la sicurezza di sempre, illustrò il tema all’ordine del giorno, parlando del decoro che occorreva restituire allo stabile, dei rischi incombenti, delle spese che dovevano sostenersi e delle trattative in corso con le imprese che avevano presentato i preventivi.

— Lei mi comprende, vero? — concluse rivolto alla suonatrice la quale, dopo aver inutilmente tentato di fare breccia nel silenzio risentito di noi condomini, prese lei la parola con la stessa sicurezza e disinvoltura che doveva avere quando pizzicava le quarantasette corde della sua arpa.

— Comprendo le sue intenzioni e preoccupazioni, ma non le condivido, — rispose all’insinuante domanda dell’amministratore. — Sono l’ultima arrivata in questo condominio, non sono animata da pregiudizi, né ho interessi particolari da difendere… Centinaia e centinaia di condomini potevano allettare le mie scelte in questa città, eppure tutto mi spingeva verso questo stabile che lei forse non ama, signor amministratore: la prego, non parli a sproposito di decoro. Dietro la canizie dello stabile e dei suoi condomini c’è un inestimabile patrimonio di saggezza e di esperienze, che io intendo difendere… Non vedo pericoli, il caseggiato è solido e ha una sua distinzione. Se qualche intervento si renderà necessario, lo faremo con amorevole cura. Propongo di respingere la richiesta di una ristrutturazione così radicale. Chi è d’accordo alzi la mano…

Nessuna delle nostre mani levate mostrava i segni dei tremori che spesso le scuotevano, qualcuno agitava il pugno chiuso, per dare più forza al gesto.

— Ma qui crolla tutto, — si lasciò sfuggire l’amministratore, che sentiva su di sé il peso delle macerie inutilmente paventate.

— Non ci sono crolli — disse implacabile la suonatrice — ci sono dissonanze tra lei e noi che tendono a diventare stridori. Le sue fughe l’allontanano sempre più da noi. Le diamo atto che ha supplito con senso di responsabilità alle nostre distrazioni, ma si è prodotta un’irreversibile rottura di sintonia che fa male a tutti. Se i condomini sono d’accordo, chiudiamo la riunione con un invito alla riflessione su questo stato di disagio, che turba più di quanto non traspaia dal nostro apparente distacco.

Si levarono ancora le nostre mani, tutte chiuse a pugno, ma non era un gesto minaccioso e neppure spavaldo, volevamo solo esprimere la contentezza per la ricomposizione dell’armonia. La suonatrice rimase con l’amministratore per la compilazione e la firma del verbale, noi altri condomini uscimmo insieme, ma ci separammo nella strada del rientro a casa, forse per il bisogno di placare in solitudine i tumulti dell’anima che sembravano travolgerci.

Il condomino più anziano non era potuto intervenire all’assemblea: era solito disertare le nostre riunioni, ma questa volta c’era una motivazione seria: stava male, molto male. Era il condomino più discreto e anche il più rispettoso delle forme, non alzava mai la voce, e guardava tutto con distacco, perfino il rigore dell’amministratore del condominio. Forse aveva lo stesso tratto gentile anche quando era investito della “funzione”, che doveva avere “peso”. Nei giorni che seguirono di lui non sapemmo più niente; dai suoi familiari non filtrava alcuna informazione, e nessuno più parlò dell’anziano condomino. Accadeva così per tutte le vicende del condominio, liete o tristi che fossero, la riservatezza o pudore dei sentimenti era lo scudo impenetrabile che ci metteva al riparo dalle inutili chiacchiere. Volevamo uscire di scena in dissolvenza.

Il nostro condominio era attorniato da chiese, se ne contavano sette, ciascuna col suo campanile e le sue campane, la cui voce però non si udiva più, soffocata com’era dai frastuoni che si levavano da ogni angolo di strada. Le campane della chiesa a noi più vicina dovevano aver suonato anche in quel grigio pomeriggio invernale, ma nessuno aveva udito i rintocchi che inutilmente avevano tentato di penetrare nella pietosa riservatezza che aveva accompagnato il decesso del condomino gentile.

La notizia di quella dignitosa separazione l’apprendemmo di sera, quando dall’arpa della suonatrice si levarono suoni gravi e distesi allo stesso tempo che rendevano dolce il dolore della partenza. Con quegli accordi intervallati da lunghe pause l’immagine dignitosa dell’anziano condomino manteneva una struggente vitalità; era come se la morte che scioglie il corpo e libera l’anima avesse visitato anche ciascuno di noi. Quando dall’arpa si staccò l’ultimo accordo, il più dolente, le luci dei singoli appartamenti si spensero una dopo l’altra, e nell’oscurità acquistò un senso anche il silenzio che seguì. Andando a tentoni nel buio della mia casa, raggiunsi il telefono e riuscii a comporre il numero della suonatrice. Rispose una voce calda e delicata simile al flebile lamento che aveva dato il viatico all’anziano condomino. — Grazie… — sussurrai… Lei capì e col suo silenzio luminoso riuscì a rendere intimamente presente ogni lontananza.

* Racconto tratto da “I Supplici”, Edizioni Cosarda, 2002

Come sarebbe che usa metodi da regime chi fa giornalismo!?

di Piero Murineddu

Riguardo ai canti, frasi, saluti di chiaro stampo fascista nelle sedi/fogne di Cdl (camerati d’Italia), presenti deputati che si salutano stringendosi l’avambraccio, dichiara Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia:

” Nessuno spazio in Fratelli d’Italia per razzisti, estremisti e antisemiti. Sono inaccettabili, nonostante le modalità con cui sono state carpite e divulgate, le frasi che si sentono in filmati diffusi oggi che riprendono militanti del nostro partito usare un linguaggio incompatibile con i valori di riferimento del nostro movimento politico. Fratelli d’Italia interverrà con grande fermezza nei confronti dei responsabili”.

Prima sottolineatura

Tali parole le vedo solo una conferma che per Questiquá l’INFORMAZIONE deve essere controllata e approvata da loro

Seconda sottolineatura

In questo particolare periodo storico, oltre che smemorato sono pure parecchio confuso, per cui verrebbe da chiedermi quali sarebbero i valori di riferimento a cui si ispira questa gentaglia. Diciamo che potrei anche immaginarlo, e per la verità non mi sembrano proprio valori su cui si potrebbe costruire una convivenza libera, pacifica e di accoglienza reciproca.

Dopo due settimane dalla pubblicazione della prima parte dell’ inchiesta, anche Sua Signoria Dettagiorgia fa la sua solenne dichiarazione, insistendo che intrufolarsi sotto falsa identità all’interno di partiti per “spiare” lo si fa nei re – gi – mi. Quindi, secondo l’attuale quarta carica dello Stato pro tempore, informare senza museruola e guinzaglio, cioè svolgere liberamente e dignitosamente la professione del giornalista equivarrebbe a:

1. Essere sleali?

2. Non rispettare la vita “privata” altrui?

3. Tradire lo scopo del proprio lavoro?

Decida e ci faccia sapere.

Ed entrando in merito alla questione? Praticamente zero o quasi.

Manco a dirlo, l’esplosiva inchiesta filmata di fanpage non viene trasmessa dalla TV pubblica, a riprova che in Rai lavorano esclusivamente giornalisti CON guinzaglio e museruola. E quindi? E quindi….

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….evidenzia il seguente link, aprilo e possibilmente divulgalo coi mezzi che hai shttps://www.youtube.com/live/HDOFqHyn73c?si=CEgvzFGEOF87d1-9

Nel dettaglio, le reazioni alla vicenda

https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/politica/2024/06/28/meloni-infiltrarsi-nei-partiti-e-un-metodo-da-regime_2e3c8a15-29de-4339-bd31-e1a9d6027a11.html

E ancora, la reazione di Andrea Scanzi sull’infantile e patetica dichiarazione della, è bene ripeterlo, quarta carica dello Stato. Andrea sarà ultra narcisistico e superlativamente sicuro di sé, ma le cose le dice papali papali. Come il precedente, evidenzia il link ecc….

https://www.youtube.com/live/oDmMqZvIuvQ?si=DBj-CYgwzg-IyuGQ

E se non ti sei stufato dell’argomento, vedi e senti anche la reazione dei militanti in proposito, tutti assolutamente d’accordo con quanto detto dalla loro capabionda

Lorenzo Milani, uomo e prete di grande spessore


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di Piero Murineddu

Fra i tanti scritti che giustamente non mancano in occasione dell’ anniversario di nascita o, come in questo caso, di morte del priore di Barbiana, quest’ oggi mi sono piacevolmente imbattuto in questo che segue in cui, tra le altre cose, viene messo in rilievo il rapporto conflittuale – sicuramente sofferto almeno da parte di Lorenzo – col suo diretto “superiore”, essendo il prete secolare rappresentante locale del proprio vescovo. Questo della “rappresentanza” comporta inevitabilmente svariati problemi, specialmente nei non pochi casi in cui le sensibilità e le “letture” del Messaggio, che alla fine é quel che conta, non siano proprio in perfetta sintonia.

Vecchia questione questa e tutt’ altro di facile soluzione, sopratutto quando ci si arrocca nelle proprie vedute. Il Dialogo fraterno, più che “paterno”, é auspicabile, come dovrebbe essere tra persone equilibrate e mature,umanamente e nella Fede, ma non sempre é così, e la tentazione di far prevalere il rapporto di potere figuriamoci se manca. Esempi? A non finire. Così é avvenuto nel caso Milani – Florit. Con la sua (mal vissuta) “paternità” quest’ ultimo voleva probabilmente far ravvedere il suo “figliuolo” che ai suoi occhi appariva bisognoso di essere incanalato nella “retta via”, ma é chiaro che non aveva fatto bene i conti sia con l’ intelligenza e sia con la sacrosanta “ribellione” di un convertito, questi sempre di …difficile gestione, come ebbe a dire il confessore e consigliere di Lorenzo don Raffaele Bensi, che non nascondeva anche la tentazione di volerlo prendere a schiaffoni per la cocciutaggine mostrata dal giovanotto. Mi fermo qui e a ciascuno la sua opinione, non rinunciando a rilevare però che l’ obiettivo di voler ridurre al silenzio uno Spirito Libero ha provocato al contrario il risultato che a distanza di mezzo secolo di Ermenegildo é rimasta ben poca cosa, mentre di Lorenzo…. Questo, qualcosa vorrà pur dire, mi sembra.

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Le mie creature” e non “i miei alunni”

di Anselmo Pagani

Cinquant’anni sono tanti se rapportati alla vita di un uomo, ma pochi, anzi pochissimi se considerati dal punto di vista di un’istituzione bimillenaria sospettosa d’ogni cambiamento e gelosa delle proprie tradizioni: la Chiesa cattolica.

Eppure “solo” mezzo secolo è trascorso dalla morte di don Lorenzo Milani, avvenuta il 26 giugno del 1967 all’età di soli 44 anni, e la storica visita compiuta nel 2017 da Papa Francesco alla sua tomba nel piccolo cimitero del borgo di Barbiana, arroccato sull’Appennino toscano.

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C’è dunque voluto un Papa speciale per riconoscere finalmente il valore dell’opera e del lascito di un uomo eccezionale, al tempo stesso sacerdote, maestro e “padre” dei suoi ragazzi.

La Chiesa dell’epoca invece lo lasciò morire nell’indifferenza, circondato solo dall’affetto dei suoi numerosi “figlioli”, senza che monsignor Ermenegildo Florit, a quei tempi cardinale Arcivescovo di Firenze, si fosse mosso per celebrarne le esequie funebri, come invece avrebbe imposto la prassi in caso di decesso di un sacerdote della sua diocesi.

Certo i rapporti fra quel prete scomodo, affamato di verità ed assetato di giustizia, ma pur sempre obbediente, ed il suo Vescovo non erano mai stati facili.

Il primo infatti era testardamente fedele allo spirito del Vangelo, a costo di essere considerato quasi alla stregua di un pericoloso rivoluzionario dal secondo, conservatore e di corte vedute.

Però anche da un Vescovo come lui sarebbe stato lecito attendersi un gesto di riconciliazione nei confronti di un giovane prete ormai in fin di vita, diverso comunque dalla gelida lettera inviatagli nel gennaio del 1966 in cui fra l’altro gli rinfacciava lo “spirito classista e parziale” che l’aveva condotto ad intraprendere “la battaglia contro ogni altro metodo pastorale che non fosse la scuola” col risultato di farlo apparire “un po’ illuminista”.

Conseguentemente, continuava il card. Florit, “il fatto che sei rimasto parroco di Barbiana credo sia dipeso da questo: i tuoi superiori hanno creduto di non riconoscere in te la necessaria predisposizione alla carità pastorale, ma piuttosto lo zelo fustigatore che ti fa apparire dominatore delle coscienze prima che padre”.

Alla lettura di queste parole don Lorenzo scoppiò in lacrime per la prima ed unica volta di fronte ai suoi ragazzi, perché il non riconoscimento della sua “paternità” era la peggior cattiveria che un Vescovo potesse scrivere ad un prete come lui, che per quasi 13 anni aveva vissuto come un eremita a Barbiana consacrando il suo sacerdozio ad un gruppo di ragazzi che ardeva dalla voglia di vedere crescere e camminare come uomini liberi sui sentieri del mondo.

Quando parlava di loro infatti non li chiamava “i miei alunni”, ma “le mie creature”, amandoli tanto che in punto di morte si preoccupò di aver forse voluto più bene a loro che a al Signore, sentendo pertanto il bisogno di giustificarsi nel suo testamento col dire: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze”.

Nato da madre ebrea e padre anticlericale, don Lorenzo proveniva da una famiglia fiorentina più che agiata, tanto che delle 15 automobili che negli anni ’20 del secolo scorso circolavano a Firenze due erano di loro proprietà, così come una serie di case e tenute.

Dopo un’adolescenza spensierata, un’improvvisa crisi di coscienza allo scoccare dei vent’anni lo portò ad una conversione piena e radicale che sconvolse la sua famiglia e lo indusse ad entrare in seminario, dove si distinse subito per la sua indipendenza di pensiero, tanto “da far molto confondere”, come scrisse di lui il rettore, gli altri seminaristi.

A Barbiana, minuscolo borgo appenninico arrampicato sul Mugello con nemmeno cento abitanti, don Lorenzo fu trasferito a scopo punitivo nel 1954 dalla precedente parrocchia di San Donato di Calenzano, da cui erano partite lamentele perché lui “faceva il gioco delle sinistre”.

Si pensava che lassù, in quella specie di “Siberia ecclesiastica” dove si arrivava solo a piedi, si sarebbe calmato, ma proprio a Barbiana don Lorenzo ritrovò il senso della propria vita nel salvare, con gli altri, se stesso nella fede in Dio, e tutto ciò a mezzo dell’educazione basata sull’espressione “I care” (“mi interessa”) volutamente contrapposta allo squallido “me ne frego” fascista.

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Secondo lui i figli semi-analfabeti di quei montanari soltanto interessandosi alla lettura quotidiana dei giornali, allo studio delle lingue moderne, della storia, della geopolitica, del diritto e dell’educazione civica, oltreché imparando ad esprimersi in un italiano formalmente impeccabile, avrebbero potuto colmare il divario che li separava dai loro coetanei appartenenti alle classi sociali più agiate, “perché la povertà non si misura a pane, casa e caldo, ma sul grado di cultura”, come purtroppo dobbiamo ancora amaramente constatare ai giorni nostri.

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Primo corollario del suo sistema educativo fu il saper reagire all’ingiustizia non con la violenza, ma con le armi pacifiche costituite dal voto e dall’esercizio del diritto di sciopero.

Un particolare tipo di sciopero era costituito dall’obiezione di coscienza, perché “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, di cui i giovani non credano di potersi fare scudo né davanti agli uomini, né tanto meno davanti a Dio”.

In altre parole don Milani per primo osò sostenere il dovere di disobbedire a ordini ritenuti sbagliati (come bombardamenti di civili, rappresaglie, decimazioni, fucilazioni o comunque punizioni riservate ai disertori, guerre d’aggressione…) non solo in base al comandamento del “non uccidere”, ma anche all’art. 11 della nostra Costituzione Repubblicana, che ripudia la guerra come strumento d’offesa.

Idee, metodi ed intuizioni decisamente in anticipo sui tempi, quelle di don Milani, che in uno degli ultimi incontri col suo Vescovo gli si rivolse così: “Sa, Eminenza, quale è la differenza fra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni!”

Affermazione fondatissima, come testimoniato dalle foto del Papa raccolto in preghiera davanti alla sua tomba a distanza di mezzo secolo preciso.

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Fascismo praticato nelle loro tane e non solo

 

 

Questo video mi era sfuggito, ma stamattina ho rimediato: IL FASCISMO in via di riabilitazione e PRATICATO NELLE SEDI DI FdI, il partito del presidente del Consiglio, quarta carica dello Stato. Si, quella dei toni studiati ed espressioni “simpatiche”, ancora più preparate la mattina davanti allo specchio prima di aprire l’ armadione per scegliere il vestito adatto alla giornata, naturalmente pagato da noi. Nel contempo trovo conferma anche sul perché Saviano è tanto osteggiato da certi giornalisti e dai loro PADRONI di riferimento. E noi a pensare e a illuderci che certi aggressivi TOPI se ne stiano puzzolentemente rinchiusi nelle loro FOGNE a rimpiangere i loro bei TEMPI CRIMINALI andati. Canti ritmati con le mani destre alzate, saluti con gli avambracci tra aderenti a questo governaccio che COMANDA CON PREPOTENZA e addirittura europarlamentari eletti non sicuramente da te e tanto meno da me….

Sull’Amicizia con Giovanni Agostino Cattari

 

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di Piero Murineddu

La nostra conoscenza, trasformatasi ben presto in Amicizia piena d’ Affetto, era iniziata quella volta che, con grande suo entusiasmo e ancor più grande mio piacere, accettò l’ invito di raccontarsi davanti alla mia videocamera e dietro sollecito delle mie domande di cui in verità, questa cordialissima, mite e simpatica persona da subito dimostrò di non aver bisogno.

Una memoria e lucidità invidiabili il caro Giovanni Agostino. Facile alla commozione, come capita a molti vecchi, ma d’altronde quando si rivivono particolari momenti e ci si ritrova a parlare di persone care che non ci sono più, le lacrime sono inequivocabile prova che nel petto batte un Cuore che non si limita ad irrorare di sangue le arterie.

Dopo quel primo appuntamento, riscaldato non tanto  dal caminetto di casa, in realtà rimasto spento, quanto dalla sua graditissima presenza, ci furono altri incontri, sempre lieti ed arricchenti specialmente per me. Con la sua panda rossa, guidata sino a qualche mese prima della sua dipartita, almeno fino a quando un fastidiosissimo problema alle gambe non gliel’hanno definitivamente impedito, veniva a trovarmi nella mia campagnetta ai piedi di un rilievo chiamato impropriamente monte che si affaccia davanti al golfo dell’Asinara.

Le volte che si fermava da me nella campagna di “Tre monti”, si entusiasmava quando gli chiedevo suggerimenti per la cura delle poche piante e m’incoraggiava a procurarmene altre, suggerimento da me sempre messo da parte, dal momento che ho sempre considerato lo “Shalom”  un eremo/rifugio rigenerante per Qualcosa che va Oltre la normale mente più che luogo di produzione agricola.

Su di lui realizzai tre video. Il primo nel 2011, dove tra le altre cose racconta dell’esperienza di infermiere presso l’ospedale psichiatrico e del rapporto con i pazienti, persone da lui trattate col massimo rispetto.

Il secondo, del 2015,  lo ascoltiamo presso la storica fontana “Sa Conza” del suo paese, dove Giovanni Agostino ha finalmente la libertà di parlare nel suo idioma locale, variante del logudorese, completamente diverso dal mio seppure le due località della Romangia sono distanti tra loro appena un paio di chilometri.

Il terzo video,  dove viene riportato il racconto del primo bacio quasi “rubato” alla ragazza che da lì a poco sarebbe diventata sua moglie, é uno spezzone del primo.

Prima di ascoltare le sue parole, riporto un pensiero che gli dedicai qualche tempo dopo il suo decesso.

Giovanni Agostino

 

Sempre Grato per la tua sincera Benevolenza, caro Giovanni Agostino. In quel silenzio assoluto che aveva preceduto l’alba all’indomani del tuo decesso, i miei occhi si erano inondati di lacrime. È sempre difficile doversi staccare dalle persone con le quali c’è  stato un grande volersi bene reciproco, per poco o molto tempo che sia.

Ci vedevamo di tanto in tanto, ma quei momenti erano pieni, di affetto e di stima vicendevole.

Ho letto di questa medaglia che gli amministratori del tuo paese ti hanno conferito per aver partecipato a dei conflitti armati. Scusami, ma sai com’è il tuo amico Piero, un pochetto strano e lontano dai luoghi comuni. La cosa mi ha leggermente infastidito. Mi è parso dare un contentino per far felice un vecchio, legato a quella fastidiosissima retorica di “servire” la Patria in armi.

Non me ne volere, caro amico. Probabilmente a te avrà fatto anche piacere. Anzi, sicuramente. È sempre un segno che i vecchi non sono completamente messi da parte e abbandonati nel dimenticatoio comune, soli nei loro ricordi e incompresi nei loro reali mille acciacchi e nelle loro continue lamentele, cose che ai giovani ma anche ad anzianotti come me  che ancora conservano un po’ di efficienza, provocano continua insofferenza. Come son certo immagini, anche se la reciproca conoscenza é abbastanza recente, a me però ha dato fastidio, come mi ha infastidito la foto in cui ti ho visto insieme ad alcuni amministratori locali, più in posa di te.

Una medaglia, di qualunque materiale sia fatta, sarà sempre inadeguata per riconoscere la grande passione che hai avuto per la vita, e non tanto per quegli anni che hai trascorso in guerre volute sempre da chi sta in alto e da chi manda gli altri in prima linea a rischiare la propria vita e a toglierla ad altri esseri umani.

Il tuo valore è stato nell’impegno che hai profuso continuamente per rendere il mondo più umano, più realmente fraterno, più accogliente gli uni verso gli altri. La tua benevolenza l’hai dimostrata nei lunghi anni in cui hai usato massima delicatezza, pazienza e comprensione verso i malati mentali che assistevi nell’ospedale psichiatrico sassarese. Me ne hai parlato tanto. Sempre massimo rispetto verso l’essere umano, specialmente quello più sofferente.

Medaglie per questo? Raramente l’ipocrita retorica della nostra organizzazione sociale lo prevede, presi come siamo a dare importanza all’apparire invece che all’ “essere”.

Ma di questo parleremo quando ci rivedremo, caro Giovanni Agostino.

Scusami se non sono stato presente al tuo funerale. So che tu sei già in un Oltre di cui stai iniziando a gioire. E poi, come ti avevo detto, sai quanto mi diano fastidio le frasi fatte e le parole di circostanza.

Un abbraccio, caro Giovanni Agostino, e perdona ancora la ribelle franchezza del tuo amico Piero.

 

 

Gli avventurosi racconti di Paolo Fois

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di Piero Murineddu

Aveva festeggiato da qualche mese il suo 94esimo compleanno quando nel maggio di dieci anni fa mi decisi e andai a registrare i preziosissimi racconti di Paolo Fois, primogenito di sei figli,  trovatosi a 14 anni a fare da babbo ai suoi due fratelli e tre sorelle, tra le quali mia suocera, l’unica tutt’ora in vita. Per capire meglio l’origine del forte e allegro carattere di questo che è stato un vero e proprio personaggio, cosa utile è andare a leggere in questa pagina quanto scrive mia moglie Giovanna riguardo a Maria Canu, mamma di Paolo.

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Una vita avventurosa nel senso più ampio del termine, in buona parte trascorsa girando quasi completamente la Sardegna al seguito del nonno Franzischu Canu vendendo  ozzu e ischobulo de paimma.

Il carattere estremamente scherzoso Paolo non l’ha perso neanche nell’ultimo scorcio della sua lunga vita, nonostante i malesseri della vecchiaia l’avevano costretto all’allettamento.

Ascoltarlo quel lontano giorno era stato per me un continuo e piacevolissimo divertimento, ad iniziare da quando diceva che vedendo appese le salcicce (la prima C non è un mio errore) si mise a piangere pensando al povero maiale ammazzato per ottenerle. E ancora, fatto prigioniero in guerra e lavorando alle dipendenze di un tenente, si era invaghito di sua figlia, quella Maria Paternoster di cui ha in seguito continuato a parlare per anni, anni e ancora anni, non provocando mai la gelosia della moglie Maria Fara, sennorese come lui. Dato per disperso, grande festa dopo che Titina Seu, comare della mamma che viveva a Ozieri,  aveva sentito alla radio che il giovanotto era vivo. In un baleno la lieta notizia si era sparsa per tutto il paese. Intelligenza acuta Paolo, ma la scuola italiana gli era andata troppo stretta, anche a motivo della sua esagerata “esuberanza” in condotta. Le lettere prima del ritorno a Sennori se le faceva compilare da altri, al che un suo superiore lo incoraggiò ad imparare a leggere e a scrivere, cosa che apprese senza difficoltà.

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Un uomo dotato di particolare forza fisica zio Paolo. Per darne dimostrazione, da  giovane si faceva legare per il collo da qualche suo amico con una corda  e lo invitava a tirare con tutta la forza che poteva. Facendo resistenza, riusciva a non farsi spostare neanche di un millimetro. Ma la forza di zio Paolo non si limitava a quella fisica, che indubbiamente era necessaria per poter fare i tanti lavori, per lo più di fatica, nella sua lunga vita. Lui era soprattutto persona forte di carattere e la propensione all’allegrezza e al buon umore lo portava a non drammatizzare le normali avversità della vita che sicuramente non sono mancate neanche per lui.

Nei tre video ci regala una valanga di ricordi, piacevoli in ogni caso per come li sentiamo raccontare da lui, quasi gridati per la sua marcata sordità. Le riprese, per mia “colpa” e limitate capacità, oltre per gli scarsissimi mezzi tecnici, non sono granché, ma rimangono una preziosissima testimonianza per capire gli immani sacrifici fatti dai nostri anziani per riuscire a tirare avanti in modo  dignitoso.

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Grazie a Paolo e a tutte le persone che, seppur inconsapevolmente e spesso non vedendo riconosciuto il loro valore, ci hanno aiutati ad essere quello che siamo.

 

Ancora suicidi in carcere

(polpenuil.it)

Si è impiccato con le lenzuola nel servizio di assistenza intensificata del carcere di Bancali (Sassari) il 44esimo detenuto suicida nel corso dell’anno, il quarto in poco più di 24 ore. Numeri pazzeschi, indegni di un paese civile”.

Lo dichiara Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA Polizia Penitenziaria, che continua:

“Non abbiamo più parole per commentare e appellarci alla sensibilità della politica (???). A fronte di tutto ciò, infatti, si notano due grandi essenti, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il Governo Meloni. Suicidi, omicidi, risse, aggressioni, stupri, traffici illeciti, ma cos’altro deve accadere affinché l’esecutivo prenda atto dell’emergenza in essere e vari misure consequenziali? Urge un decreto-legge per consentire il deflazionamento della densità detentiva, sono oltre 14mila i detenuti in più rispetto alla capienza utile, assunzioni straordinarie e accelerate nel Corpo di polizia penitenziaria, mancante di almeno 18mila unità, e il potenziamento dell’assistenza sanitaria, soprattutto psichiatrica, in crisi profondissima. Parallelamente, vanno avviate riforme strutturali. Siamo dentro un’ecatombe”

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Camera dei deputati, molto peggio di un’aula scolastica

di Piero Murineddu

Ma quale rissa, ma quale scazzottata! Semplicemente e drammaticamente una vigliacca aggressione fascioleghista. E poi prova a osservare l’ “eroico” sforzo del tipo con la giacca chiara che facendosi largo tra i suoi complici e commessi tenta, riuscendoci, di raggiungere il malcapitato che, senza minimamente prevedere le botte che da lì a poco gli sarebbero piovute addosso, voleva regalare al Calderozzo Delle Autonomie un Tricolore, patetico simbolo ormai di un

P A E S E   A L L O.  S F A S C I O

Provvedimenti da parte della presidenza? Qualche giorno di sospensione, compresa la vittima. Questo avviene in un’aula parlamentare, mentre in una normalissima aula scolastica, per una cosa di tale gravità, il dirigente scolastico avrebbe bocciato tutti i protagonisti o addirittura li avrebbe espulsi per sempre da quella scuola.

Maggioranza? Non sempre fa rima con buon senso, anzi…

di Piero Murineddu

E quindi, PACE TERRA DIGNITÀ – il nuovissimo movimento nato sulla tragica e sempre più grossa onda delle guerre che imperversano e che rischiano oggettivamente di fare saltare il pianeta, nonostante continuiamo ad illuderci che il bottone degli ordigni nucleari non verrà mai premuto – per la soglia di sbarramento, l’assurda regola che impedisce alle minoranze ogni voce in capitolo, non avrà nessun rappresentante nel Parlamento Europeo. In compenso gli euronorevoli saranno costretti a sentire le “pacifiche e umanissime” argomentazioni dell’ex generale Vaf….Vannacci, a meno che durante i suoi interventi non si distrarranno con le parole crociate, giocherellando col telefonino o scarabocchiando, cosa molto probabile.

A me quello che dispiace è che gli stessi parlamentari non avranno il privilegio di ascoltare il pensiero estremamente saggio del 93enne Raniero La Valle, pensiero formatosi in una vita accompagnata da frequentazioni di grande valore umano e civile. Occasione persa e segno dei bruttissimi tempi che stiamo vivendo. Troppo avanti nell’età? Indubbiamente, e quindi – augurando a Raniero ancora tanti anni di vita per aiutarci ad elevarci culturalmente e umanamente – certezza di non fare lunga carriera pagata dalle tasche dei contribuenti, sospetto che viene per molti altri. Ma questo aspetto per troppi elettori ha scarsissima importanza.

Nella mia cittadina sarda di 14400 abitanti l’unico a votarlo sono stato io, mentre il suo movimento ha preso complessivamente 142 voti. Mi “consola” che nella città di 22800 abitanti poco lontano da Padova dove vive mio figlio Giuseppe, al suo voto per Raniero se n’è aggiunto un altro, mentre per l’intera lista i voti sono stati 256.

Si, il buon senso è stato sempre minoranza. Noi non abbiamo mai fatto parte di quelle maggioranze che, per esempio, hanno dato una valanga di voti alla siora detta Giorgia, NON sapendo che il suo sempre più nero culettino non poggerà su una poltrona di Strasburgo o Bruxelles, stessa cosa dicasi per la graziosa Elly.

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Commento di Michele Santoro sui risultati elettorali

A Raniero e a tutti gli “utopici”, i Mercanti di liquore…