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Riforma costituzionale: fuori i cittadini dai piedi del potere !

di Tomaso Montanari

La “riforma” costituzionale approvata dal Governo Meloni è la progettata spallata finale al progetto politico della Costituzione. È la rancorosa vendetta di un manipolo di reduci ideologici del fascismo contro lo spirito del 1948: il tentativo di liquidare l’impianto partecipativo che, enunciato nell’articolo 3, permea tutta la Carta.

Fuori i cittadini dai piedi del potere: in un clamoroso ritorno al rapporto diretto tra il capo e la folla che, ogni cinque anni, lo elegge. È la riduzione dell’aula parlamentare, vista ancora come sorda e grigia, a un bivacco di manipoli: i manipoli di chi, magari con il 20% dei voti o nemmeno, se ne prenderà il 55%, rendendola semplicemente inutile. Una claque del capo.

Inutile come i consigli comunali e quelli regionali svuotati dalle leggi presidenzialiste che hanno aperto la breccia culturale da cui sono passate tutte le tentate riforme che volevano, e ora di nuovo vogliono, il “sindaco d’Italia”. È in questi perversi meccanismi locali, oltre che nella parentesi nazionale (presto chiusa) dello Stato di Israele, che si trovano i veri antecedenti di questa mostruosa idea del premierato elettivo.

Perché è questa che va detto: non è presidenzialismo, è un mostruoso “capismo”. Tornano folgorantemente attuali le parole di Lorenza Carlassare: «il presidenzialismo all’americana in Italia non lo vogliono, perché i poteri del presidente sono davvero limitati dal Parlamento e dal potere giurisdizionale, e allora vedono l’idea del semi-presidenzialismo, come un filone che può portare la concentrazione dei poteri in una persona sola. Questa è l’aspirazione».

Un’aspirazione che qua, nel progetto dell’unico governo occidentale guidato da un partito di matrice fascista, si fa scoperta e anzi sfacciata nella formula del premier eletto: un unicum mondiale.

Nei suoi “appunti di Giorgia” (un abominio che solo la sfasciata informazione italiana poteva tollerare) la (anzi, il, virilissimo) presidente del Consiglio si aggira nella stanza di Palazzo Chigi che contiene i ritratti dei predecessori. Col ditino alzato stigmatizza la scarsa durata di ognuno dei presidenti «della Repubblica»: già, perché c’è un enorme non detto. In quella stessa sala, ma la telecamera si guarda bene dall’inquadrarlo, c’è anche (vergognosamente) il ritratto di Benito Mussolini: lui, sì, che è durato vent’anni!

Quel ritratto andrebbe rimosso (e al suo posto affisso un duro monito) non solo per i crimini atroci e devastanti di Mussolini e del suo totalitarismo omicida, ma anche perché quel governo fu illegittimo perché incostituzionale:

«Sotto questa finzione della monarchia di cui il fascismo ha mantenuto fino al crollo l’etichetta, da molto tempo non c’era rimasto niente di vivo: il re costituzionale non solo aveva cessato di essere costituzionale da quando aveva tradito il patto statutario, ma da quando aveva deferito al capo del governo tutti i poteri regi, aveva cessato di essere re. Di solito il colpo di Stato serve ad un sovrano costituzionale per rinnegare la costituzione … ma il monarca sabaudo ha fatto un colpo di Stato per conto altrui» (Piero Calamandrei).

Ed è qui che il precedente, purtroppo, calza perfettamente per descrivere la riforma della nipotina (via Almirante) di un così orrendo nonno: anche il governo che dovesse formarsi dopo l’approvazione (quod Deus avertat) della “riforma” Meloni sarebbe incostituzionale: perché incostituzionale, cioè eversivo della lettera e dello spirito della Carta sarebbe la riforma, ancorché formalmente ineccepibile nei conteggi dei voti.

Mai come e quanto oggi un governo della Repubblica ordisce, di fatto e nella legalità delle procedure, un attentato alla Costituzione: anzi, un colpo mortale.

È dunque il momento di una resistenza che usi ogni mezzo: ogni mezzo purché pacifico, incruento, costituzionale, legale. Ai cittadini, che nella mistificazione di Meloni dovrebbero avere più potere, dovremo chiedere: pensate di averlo avuto nei vostri comuni, nelle vostre regioni? La sanità della vostra regione, il cui capo eleggete direttamente, obbedisce ai vostri bisogni? Ebbene no, care cittadine e cari cittadini, questa è l’ultima rapina della vostra voce, l’ultimo borseggio della vostra sovranità. Se dovesse passare, votereste (ma in quanti?) una volta ogni cinque anni, e nel mezzo verrebbe buttata via la chiave della democrazia: sareste prigionieri impotenti, molto peggio di oggi, nella galera dell’irrilevanza assoluta.

La parola, dunque, al popolo sovrano: in un REFERENDUM in vista del quale il fronte del No deve costruirsi fin da ora nel modo più ampio, fattivo e capace di prendere parola su ogni telefono, in ogni piazza, in ogni televisione.

Come canta Vinicio Capossela in uno splendido brano che invoca le staffette partigiane («Voi che passate il testimone /Perché arrivi più avanti, perché arrivi fino a noi / Che ancora abbiamo da resistere / Al mostro e alle sue fauci sepolte ai nostri piedi), «questa è la libertà: azione e responsabilità».

In margine all’ articolo

di Piero Murineddu

Per accompagnare il pensiero dell’ottimo Montanari – acutissimo 52enne fiorentino, storico che in tutte le occasioni lega intelligentemente tutte le sfaccettature dell’Arte alle vicende della vita passata e odierna – come faccio solitamente avevo intenzione di rilevare qualche passaggio centrale del suo ragionamento e insieme un minimo di dati biografici. Questa volta però faccio diversamente, dato più che chi vuole avere sue notizie sa dove andare a scovarle. L’ ho deciso dopo aver visto un breve video del campione di Italico Leccaculismo, sport molto in voga nell’ “informazione” di questo Paese, malmesso per quanto riguarda la democrazia. Si, quel tipo che apre e chiude le serate nel primo canale televisivo statale, giusto per rendere insonni le notti di chi si ostina in modo masochistico a seguirlo. Costui, ben pagato anche grazie ai nostri soldi estorti col canone obbligatorio, fa uno sfacciato spot governativo riguardo sia all’ argomento trattato da Montanari e sia all’ accordo tra il signor Giorgia e il premier albanese per “incarcerare” i migranti oltre Adriatico. Vederlo e ascoltarlo mi ha confermato il punto estremamente basso di servilismo a cui può arrivare uno che ha perso qualsiasi rispetto di se stesso. Oltre al volto, e di questo mi scuso, ti riporto il link in proposito di seguito…

https://youtu.be/-IjuWFdO4Fk?si=hRyqLZN7_lVHxalr

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Le italiche leggi razziali

17 novembre1938
PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA ITALIANA

Capo I
Provvedimenti relativi ai matrimoni

Articolo 1

Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

Articolo 2

Fermo il divieto di cui all’Art. 1, il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo consenso del Ministero per l’Interno. I trasgressori sono puniti con l’arresto fino a tre mesi e con l’ammenda fino a lire diecimila.

Articolo 3

Fermo il divieto di cui all’Art. 1, i dipendenti delle Amministrazioni civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito Nazionale Fascista o da esso controllate, delle Amministrazioni delle Provincie, dei Comuni, degli Enti parastatali e delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali non possono contrarre matrimonio con persone di nazionalità straniera. Salva l’applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, delle sanzioni previste dall’Art. 2, la trasgressione del predetto divieto importa la perdita dell’impiego e del grado.

Articolo 4

Ai fini dell’applicazione degli Articoli 2 e 3, gli italiani non regnicoli non sono considerati stranieri.

Articolo 5

L’ufficiale dello stato civile, richiesto di pubblicazioni di matrimonio, è obbligato ad accertare, indipendentemente dalle dichiarazioni delle parti, la razza e lo stato di cittadinanza di entrambi i richiedenti. Nel caso previsto dall’Art. 1, non procederà nè alle pubblicazioni nè alla celebrazione del matrimonio. L’ufficiale dello stato civile che trasgredisce al disposto del presente articolo è punito con l’ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

Articolo 6

Non può produrre effetti civili e non deve, quindi, essere trascritto nei registri dello stato civile, a norma dell’Art.5 della legge 27 Maggio 1929-VII, n. 847, il matrimonio celebrato in violazione dell’Art.1. Al ministro del culto, davanti al quale sia celebrato tale matrimonio, è vietato l’adempimento di quanto disposto dal primo comma dell’Art.8 della predetta legge. I trasgressori sono puniti con l’ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

Articolo 7

L’ufficiale dello stato civile che ha proceduto alla trascrizione degli atti relativi a matrimoni celebrati senza l’osservanza del disposto dell’Art. 2 è tenuto a farne immediata denunzia all’autorità competente.

Capo II
Degli appartenenti alla razza ebraica

Articolo 8

Agli effetti di legge:

a) È di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;

b) È considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera;

c) È considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre;

d) È considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1°Ottobre 1938-XVI, apparteneva a religioni diversa da quella ebraica.

Articolo 9

L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione. Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa menzione di tale annotazione.Uguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessione o autorizzazioni della pubblica autorità. I contravventori alle disposizioni del presente articolo sono puniti con l’ammenda fino a lire duemila.

Articolo 10

I cittadini italiani di razza ebraica non possono:

a) prestare servizio militare in pace e in guerra;

b) esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica

c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’Art. 1 del Regio decreto-legge 18 Novembre 1929-VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l’ufficio di amministrazione o di sindaco;

d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila;

e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al Regio decreto-legge 5 Ottobre 1936-XIV, n. 1743. Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le Finanze, di concerto coi Ministri per l’Interno, per la Grazia e Giustizia, per le Corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l’attuazione delle disposizioni di cui alle lettere c), 4), e).

Articolo 11

Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengono a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali.

Articolo 12

Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana. I trasgressori sono puniti con l’ammenda da lire mille a lire cinquemila.

Articolo 13

Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica:

a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato;

b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate;

c) le Amministrazioni delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e degli Enti, Istituti ed Aziende, comprese quelle dei trasporti in gestione diretta, amministrate o mantenute col concorso delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza o dei loro Consorzi;

d) le Amministrazioni delle Aziende Municipalizzate;

e) le Amministrazioni degli Enti parastatali, comunque costituiti e denominati, delle Opere nazionali, delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali e, in genere, di tutti gli Enti ed Istituti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato, o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere continuativo;

f) le Amministrazioni delle aziende annesse o direttamente dipendenti dagli Enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi, in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fini, nonché delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del suo importo, con la partecipazione dello Stato;

g) le Amministrazioni delle banche di interesse nazionale;

h) le Amministrazioni delle imprese private di assicurazione.

Articolo 14

Il Ministro per l’Interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni dell’Art 10, nonché dell’Art. 13, lett. h):

a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista;

b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:

1) mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola;

2) combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra;

3) mutilati, invalidi, feriti della causa fascista;

4) iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924;

5) legionari fiumani;

6) abbiano acquisito eccezionali benemerenze, da valutarsi a termini dell’Art.16.

Nei casi preveduti alla lett. b), il beneficio può essere esteso ai componenti la famiglia delle persone ivi elencate, anche se queste siano premorte. Gli interessati possono richiedere l’annotazione del provvedimento del Ministro per l’Interno nei registri di stato civile e di popolazione. Il provvedimento del Ministro per l’Interno non è soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale.

Articolo 15

Ai fini dell’applicazione dell’Art. 14, sono considerati componenti della famiglia, oltre il coniuge, gli ascendenti e i discendenti fino al secondo grado.

Articolo 16

Per la valutazione delle speciali benemerenze di cui all’Art. 14 lett. b), n. 6, è istituita, presso il Ministero dell’Interno, una Commissione composta del Sottosegretario di Stato all’Interno, che la presiede, di un Vice Segretario del Partito Nazionale Fascista e del Capo di Stato Maggiore della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

Articolo 17

È vietato agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo.

Capo III
Disposizioni transitorie e finali

Articolo 18

Per il periodo di tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, è data facoltà al Ministro per l’interno, sentita l’Amministrazione interessata, di dispensare, in casi speciali, dal divieto di cui all’Art. 3, gli impiegati che intendono contrarre matrimonio con persona straniera di razza ariana.

Articolo 19

Ai fini dell’applicazione dell’Art. 9, tutti coloro che si trovano nelle condizioni di cui all’Art.8, devono farne denunzia all’ufficio di stato civile del Comune di residenza, entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Coloro che non adempiono a tale obbligo entro il termine prescritto o forniscono dati inesatti o incompleti sono puniti con l’arresto fino ad un mese e con l’ammenda fino a lire tremila.

Articolo 20

I dipendenti degli Enti indicati nell’Art.13, che appartengono alla razza ebraica, saranno dispensati dal servizio nel termine di tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Articolo 21

I dipendenti dello Stato in pianta stabile, dispensati dal servizio a norma dell’Art.20, sono ammessi a far valere il diritto al trattamento di quiescenza loro spettante a termini di legge. In deroga alle vigenti disposizioni, a coloro che non hanno maturato il periodo di tempo prescritto è concesso il trattamento minimo di pensione se hanno compiuto almeno dieci anni di servizio; negli altri casi è concessa una indennità pari a tanti dodicesimi dell’ultimo stipendio quanti sono gli anni di servizio compiuti.

Articolo 22

Le disposizioni di cui all’Art.21 sono estese, in quanto applicabili, agli Enti indicati alle lettere b),c),d),e),f),g),h), dell’Art.13. Gli Enti, nei cui confronti non sono applicabili le disposizioni dell’Art.21, liquideranno, ai dipendenti dispensati dal servizio, gli assegni o le indennità previste dai propri ordinamenti o dalle norme che regolano il rapporto di impiego per i casi di dispensa o licenziamento per motivi estranei alla volontà dei dipendenti.

Articolo 23

Le concessioni di cittadinanza 6 comunque fatte ad ebrei stranieri posteriormente al 1° Gennaio 1919 si intendono ad ogni effetto revocate.

Articolo 24

Gli ebrei stranieri e quelli nei cui confronti si applichi l’Art.23, i quali abbiano iniziato il loro soggiorno nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo posteriormente al 1° Gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei possedimenti dell’Egeo entro il 12 Marzo 1939-XVII. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno puniti con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire 5.000 e saranno espulsi a norma dell’Art.150 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con Regio decreto 18 Giugno 1931-IX, n. 773.

Articolo 25

La disposizione dell’Art.24 non si applica agli ebrei di nazionalità straniera i quali, anteriormente al 1° Ottobre l938-XVI:

a) abbiano compiuto il 65° anno di età;

b) abbiano contratto matrimonio con persone di cittadinanza italiana. Ai fini dell’applicazione del presente articolo, gli interessati dovranno far pervenire documentata istanza al Ministero dell’Interno entra trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Articolo 26

Le questioni relative all’applicazione del presente decreto saranno risolte, caso per caso, dal Ministro per l’Interno, sentiti i Ministri eventualmente interessati, e previo parere di una Commissione da lui nominata. Il provvedimento non è soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale.

Articolo 27

Nulla è innovato per quanto riguarda il pubblico esercizio del culto e la attività delle comunità israelitiche, secondo le leggi vigenti, salvo le modificazioni eventualmente necessarie per coordinare tali leggi con le disposizioni del presente decreto.

Articolo 28

È abrogata ogni disposizione contraria o, comunque, incompatibile con quella del presente decreto.

Articolo 29

Il Governo del Re è autorizzato ad emanare le norme necessarie per l’attuazione del presente decreto. Il presente decreto sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Duce, Ministro per l’Interno, proponente, è autorizzato a presentare relativo disegno di legge.

Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e farlo osservare.

Roma, addì 17 Novembre 1938 – XVII
Vittorio Emanuele, Mussolini, Ciano, Solmi, De Revel, Lantini

Uguaglianza? In che senso?

di Piero Murineddu

Lasciamo adesso che le leggi se le fanno secondo una ben studiata strategia con la quale vorrebbero far credere che finalmente, col loro avvento in Italia ci sono dei politici cazzuti. A loro dire, s’intende.

Più che altro voglio riferirmi al “nomale” politico, locale, regionale o nazionale che sia, che quando veniva o viene ancora colto con le mani nel sacco, giammai ammette responsabilità e meno ancora si affretta a dare le dimissioni in attesa di essere giudicato colpevole o innocente. Se qualche fretta c’è, è quella di dire, con una faccia da culo più grande del globo terrestre, che è sereno e che ha piena fiducia nell’operato della Magistratura. Insomma, il politico è sempre infinitamente puro, casto e innocentissimo. Se poi, col procedere delle indagini, s’inizia ad intravedere qualche macchiolina, allora i magistrati sono tutti di parte e sicuramente – orrore degli orrori – “comunisti”, termine oggi considerato la peggiore delle parolacce.

Mi chiedo: ma questi benefattori e missionari che decidono di “mettersi” in politica, si considerano cittadini normali o che altro?

Ho parlato di politici, cioè quelli più vicini alle leve del comando, ma la cosa riguarda pure quelli che maneggiano parecchi soldoni,, le gerarchie militari ed anche religiose, i dirigentoni di diverso ambito….Tutta gente “alta”, insomma.

Va be’ che ormai la normalità, l’uguaglianza (orrore!!) e via dicendo è diventato tutto estremamente soggettivo, con la tendenza diffusa di girarsela e rigirarsela a proprio piacimento con la massima disinvoltura, ma un limite alla decenza bisogna che prima o poi ce lo mettiamo. O no?

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Il balletto dello sciopero non fa ridere

di Giulio Cavalli (left.it)

Qualche settimana fa incautamente sono rimasto coinvolto in una discussione sugli scioperi. Ero all’interno di un bar, di mattina, quando gli avventori sono particolarmente inclini a vergare ognuno il proprio editoriale verbale sui fatti del giorno. Tra i presenti, manco a dirlo, andava molto forte l teoria che «questi scioperano sempre il venerdì così hanno il week end lungo». La strampalata teoria (cresciuta con cura del fu ministro Brunetta) è talmente stupida che non poteva non diventare immediatamente popolare.

Ho spiegato, per quel poco che so per il lavoro che faccio, che la scelta del venerdì come giorno di sciopero è funzionale alla sua partecipazione. «Ma crea disagi», dice uno di loro. Lo sciopero che non crea disagio è un altro mito di questa epoca che in nome della “normalizzazione” vuole eliminare il diritto al conflitto. Lo sciopero omeopatico senza disagi è l’invenzione di chi vorrebbe i lavoratori buoni, i sindacati a cuccia, il popolo silente e concentrato a non piangere perché le sue lacrime fanno male al Re.

Sullo sciopero da qualche tempo il ministro EmmeEsse ha deciso di allenarsi a fare l’uomo forte, parte che lo rende spesso ridicolo e fuori dalle regole. Così mentre aspetta di posare la prima pietra del Ponte che vorrebbe come suo mausoleo ha deciso di intestarsi la guerra agli scioperi e ai sindacati. Anzi, lui indica loro due come obiettivi ma non ci vuole troppo a capire che i suoi veri nemici siano i lavoratori non addomesticati.

Per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero generale viene considerato illegittimo. Detto così può fare sorridere ma in questa storia c’è un germe nerissimo.

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Cadono bombe

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di Ricky Farina

Sorseggio un caffè guardando fuori dalla finestra.
Cadono bombe.

Faccio una doccia luminosa.
Cadono bombe.

Allargo un buco nel calzino. Per disperazione.
Cadono bombe.

Mi profumo le parti intime.
Cadono bombe.

Prendo un cedro, lo taglio a fette, lo immergo nel Cointreau,
ci metto zucchero di canna e sale del Madagascar.
Cadono bombe.

Vado sui Navigli a mangiare un filetto Tournedos Rossini.
Cadono bombe.

Compro delle mutandine di pizzo per Ethel.

Cadono bombe.

Leggo David Foster Wallace a letto.
Cadono bombe.

Mi compro delle scarpe per la pioggia.
Cadono bombe.

Guardo su Netflix un film con Ethel.
Cadono bombe.

Sogno trionfi.
Cadono bombe.

Seguo il carro funebre di uno sconosciuto.
Cadono bombe.

Slaccio le scarpe dei morti nelle bare. Un passatempo.
Cadono bombe.

Unisco i nei della pelle di Ethel con un pennarello rosso.
Cadono bombe.

Cerco di risolvere un rebus celeste.
Cadono bombe.

Invento enigmi di vetro per un Dio trasparente.
Cadono bombe.

Accarezzo il volto di un bambino.
Cadono bombe.
Tante bombe.

Cadono bambini sotto le bombe che cadono sui bambini.

Macerie.
Meteoriti di morte e di odio.
L’odio si gonfia.
L’odio inestricabile.
L’odio rigoglioso.
L’odio ricopre il mondo
come muschio nero.
Cadono bombe.

Chi fa inciampare le bombe?
Cado io.
Cadiamo tutti.

Perché le bombe non imparano a volare?

Perché tutto questo cadere?

Perché l’odio?

Tu uccidi. Io uccido.
Tu muori. Io muoio.
Cadono bombe.

Nelle serre le rose
vomitano l’amore.
Cadono bombe.

Sulle rose.
Sui bambini che cadono.
Sui volti appena nati.
Sui corpi.
Sugli occhi.
Sulle ciglia.
Sulle mani.
Sulle unghie.
Sul cuoio capelluto.
Sui confetti.
Cadono bombe.

Perché le bombe
non imparano a volare?

Sarà colpa della forza di gravità?

Big Bang su Gaza.

Dio, il primo terrorista della storia.

Cade l’universo.
Cade tutto.
Crollano bombe.

Nelle serre le rose vomitano l’amore.

E se tutto fosse amore?

Amore, il tradimento.
Amore, la bestemmia.
Amore, la morte.
Amore, il trionfo.
Amore, l’odio.
Amore, l’amore.

E se tutto fosse odio?

Odio, i fiori.
Odio, le speranze.
Odio, il trionfo.
Odio, il candore.
Odio, l’amore.
Odio, l’odio.
Odi et amo.
Dammi mille bombe
e ancora mille.

Cadono i poeti.
Cadono gli amanti.
Cade questa poesia.
Tutto è un cadere
e un accadere.
Accadono le bombe.

Nelle serre le rose vomitano l’amore.

Dopo che sono cadute
le bombe non si rialzano più.
Come i bambini.

Come i bambini che cadono sotto le bombe che cadono sui bambini di Gaza.

La guerra, la barbarie, le parole…

di Giovanna Lo Presti

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In questi giorni drammatici, in cui la violenza nella sua forma estrema insanguina terre dove da anni si convive con una violenza quotidiana meno clamorosa – per noi che viviamo lontano – ma non per questo più tollerabile, ho ripensato spesso alle due guerre del Golfo, alle veline del Pentagono spacciate come verità storica, alle notizie false sulle terribili armi di distruzione di massa in possesso di Saddam, all’idiozia delle armi intelligenti.

Mi è parso chiaro che l’ultimo trentennio, che mi piace definire “il trentennio inglorioso”, ha determinato uno scivolamento collettivo, nei fatti e nel modo di pensare, verso la messa tra parentesi di quei “due o tre principi fondamentali” che, come dice Nanni Moretti nel suo ultimo film, bisognerebbe possedere. Il primo principio dimenticato, su cui poggiano tutti gli altri, è quello di UGUAGLIANZA.

Torno al 1991. Allora facevo, come mestiere, l’insegnante. Non sono mai stata turbata dall’incubo di tanti docenti: essere indietro con il programma. Per questo motivo nella classe quinta ho inserito spesso argomenti che non erano obbligatori, se non per me. I ragazzi di un istituto tecnico non sempre hanno occasione di incontrare fuori dall’aula grandi testimonianze del pensiero umano o di riflettere su temi, quali quello della guerra, confrontandosi con capolavori assoluti dell’arte. Così, pensando che potesse essere utile per loro, proponevo almeno due film che fanno parte del mio “canone pacifista”: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick e La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

Orizzonti di gloria: non conosco una denuncia più netta e convincente dell’orrenda carneficina che fu la prima guerra mondiale. Né mi verrebbe in mente esempio migliore del processo-farsa che porta alla condanna a morte di tre soldati innocenti, presunti disertori, per far comprendere quanta ipocrisia e ingiustizia si possa celare nella legge in quanto puro esercizio di potere.

Pari rigore stilistico, pari forza visiva, pari complessità di contenuto ha La battaglia di Algeri. Come sappiamo, il film, ambientato in Algeria nel 1957 parla della lotta del popolo algerino, che si concluderà nel 1962 con la dichiarazione di indipendenza dalla Francia.

La scena iniziale si svolge in un sordido interno: un algerino del FLN ha appena confessato, sotto tortura, dove si trova il rifugio di Alì La Pointe, uno dei capi della rivolta. L’uomo, con i segni della tortura sul corpo, è sconvolto: il suo torturatore gli dice: «Non potevi deciderti prima? Era meglio per te». I soldati gli porgono una tazza di caffè, poi una tuta mimetica, in modo che possa confondersi con loro mentre li guida al rifugio di Alì. Gli assicurano che non gli succederà più nulla di male; il disgraziato, vestito ormai come i suoi torturatori, gli occhi pieni di lacrime, con un grido selvaggio si slancia verso la finestra. I militari lo trattengono.

Altra scena: l’FLN organizza attentati che colpiranno i civili. Tre giovani donne hanno l’incarico di collocare gli ordigni nella parte europea della città: una di esse, vestita all’occidentale, spinge, guardinga, la sua borsa con la bomba sotto il bancone e dà un’occhiata all’orologio sulla parete, che fra poco segnerà l’ora dell’esplosione.

Altra scena ancora: il capo dei paracadutisti inviati a sedare la rivolta, Mathieu, spiega ai suoi sottoposti che la base del loro lavoro è l’informazione, il metodo è l’interrogatorio e l’interrogatorio diventa metodo se condotto in modo tale da ottenere sempre una risposta. Risposta che si ottiene con la tortura. Scorrono immagini di violenza omicida, cadono algerini, europei, militari, civili – la tensione è fortissima, accentuata da una regia e da una fotografia magistrali.

Bene, questo film eccezionale, schierato con la lotta di liberazione algerina ma non incurante delle ragioni delle altre vittime, appassionato e privo di retorica, ottima introduzione a una lezione sulla decolonizzazione, da un certo punto in avanti ho deciso di non farlo più vedere. Deve essere stato dopo l’11 settembre 2001, o dopo la seconda guerra del Golfo. Capivo che il percorso per condurre ragazzi diciottenni a comprendere il senso di quel racconto, di quelle immagini era ormai troppo accidentato e che avrei rischiato di forzare la mano. Capivo che le parole di Alì La Pointe, pronunciate mentre i parà francesi si apprestano a far saltare in aria l’edificio in cui egli si nasconde, sarebbero state fraintese da molti studenti e avrebbero generato una discussione arruffata. E io non volevo riprodurre le superficiali zuffe da talk show televisivo in una classe di scuola superiore. Come avrebbero reagito gli studenti di fronte ad Alì, che prima di saltare in aria con i suoi compagni di lotta dice: «Sì, fate saltare, fate saltare, avanti. Con voi non tratto: solo una cosa vorrei fare con voi, ammazzarvi tutti, come mosche, come mosche, come facevate voi allora, quando iniziò la nostra battaglia»?

Mi sembrava, e mi sembra tuttora, che anche menti giovani fossero già intossicate da parole che spingevano a identificare nel diverso da noi il nemico principale per la nostra tranquillità. Mi pareva, e oggi lo verifico per l’ennesima volta di fronte al dramma dei palestinesi, che la corrente che spinge all’identificazione con il più forte (e fa, implicitamente, del più forte il più giusto) fosse molto più impetuosa e trascinante dell’altra, che porta invece a identificarsi con il più debole, con il soccombente. Avevo la netta impressione che fosse sparita (per sempre?) la pietas, quel senso di dovere verso altri che si ancora nella sacralità della vita e che spinge a dare soccorso e a soffrire con chi soffre.

Come spiegare, mi chiedevo, ad adolescenti colonizzati dagli idola tribus del nostro tempo quella frase così cruda, «ammazzarvi tutti, come mosche, come mosche, come facevate voi allora», quel desiderio di vendetta nato dall’altro desiderio, quello di ripristinare la giustizia? Capire una rabbia violenta che non ci appartiene implica la volontà di comprendere il terreno storico in cui si radica quella vendetta collettiva.

D’un colpo sentivo schierarsi contro di me tutti i discorsi lividi, meschini, falsi di troppi nostri indegni politici che vedono nell’extracomunitario (mi si scusi la parola) non una persona ma l’incarnazione della minaccia alla nostra sicurezza. Mi pareva che per contrastare i pregiudizi già ben sedimentati in quelle giovani menti, la visione della Battaglia di Algeri fosse una medicina troppo forte, destinata forse a sortire un effetto- paradosso.

Così, il grande film di Gillo Pontecorvo l’ho accantonato. Per non farlo, avrei dovuto agire d’autorità per imporre il mio punto di vista, avrei parlato ai pochi che, per loro sensibilità, erano pronti a capire – invece un insegnante deve parlare a tutti e non indottrinare nessuno. E quindi ho cercato, appunto, di parlare a tutti di come la guerra sia l’effetto più tragico della disuguaglianza, del fatto che il nostro mondo opulento viva e prosperi grazie alla disuguaglianza planetaria, di quanto la disuguaglianza stia crescendo in questi anni, sia in senso formale sia in senso sostanziale, minando alla base quell’idea di cui il nostro Occidente va fiero, pur calpestandola a ogni pie’ sospinto – e cioè l’idea di democrazia.

Oggi, di fronte all’ipocrisia dei nostri politici, di fronte ai numeri dei morti che parlano chiaro – in questo momento circa 1400 morti israeliani, oltre 9400 morti palestinesi – mi sento di nuovo privata della libertà di parola, sento di subire una censura. Non colpisce direttamente me (che non ho voce in capitolo) – ma colpisce, ad esempio, il segretario generale dell’ONU nel momento in cui fa notare che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione», che gli attacchi di Hamas non arrivano dal nulla, che «la punizione collettiva del popolo palestinese» è ingiustificabile.

Subito il rappresentante israeliano ne chiede le dimissioni! Il Governo israeliano si arroga il diritto di sterminare civili in nome del fatto che altri civili sono morti – e va ben oltre il Levitico, che ordina «frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione ch’egli ha fatta all’altro».

Guai a criticare Israele, che ha diritto di esistere e di difendersi, mentre gli Altri questi diritti non se li sono, evidentemente, conquistati. Assistiamo oggi sconvolti al bombardamento delle autoambulanze a Gaza, che gli israeliani giustificano affermando che Hamas le usa per spostarsi – e di nuovo, non abbiamo più parole.

Oltre alle vittime inermi, questa carneficina sta producendo un indurimento delle coscienze intollerabile. E, per dirla con René Girard, la voce della realtà resta inascoltata; “restiamo umani” sembra ormai uno slogan d’altri tempi, di quelli che si trovano nei biglietti di certi cioccolatini.

Dobbiamo concludere che l’atroce persecuzione degli ebrei durante il secondo conflitto mondiale non abbia insegnato nulla e che i perseguitati di allora siano pronti a farsi persecutori senza scrupoli?

Dobbiamo concordare con il manzoniano «loco a gentile, / ad innocente opra non v’è; non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce forza / il mondo possiede, e fa nomarsi / dritto»?

In questo momento le parole di Giulio Andreotti, che nel 2006 affermò che ognuno di noi, se fosse nato e vissuto in un campo profughi, senza speranza per sé e per i propri figli, sarebbe un terrorista, sembrano le parole di un antropologo illuminato e non di un politico abile che non ha mai messo da parte la ragion di Stato.

La domanda fondamentale: «Che merito abbiamo noi per essere nati qui e non là?» ci deve toccare nel profondo. Allora non potremo che schierarci dalla parte degli inermi, riconoscere le ragioni degli ultimi e condannare, in primo luogo, la violenza dei più forti.

Ognuno di noi ha diritto a lottare contro soprusi, grandi o piccoli che siano. In queste righe si incrociano un piccolo sopruso, quello che ho subito io come insegnante nel momento in cui il pensiero mainstream, impetuoso nel suo procedere, mi ha obbligato, in base al principio di ragionevolezza, a mettere da parte un film tanto bello quanto equivocabile e il sopruso, enorme, che patiscono tutti i “dannati della Terra” per mano di altri esseri umani che si credono migliori di loro ma che, in verità, sono soltanto i più forti.

Ora c’è una sola richiesta che deve salire dalle nostre piazze: “cessate il fuoco”. Poi si vedrà, ed auguro ai palestinesi e agli israeliani che non condividono la politica assassina del loro Governo di poter vivere lontano dalla barbarie, che purtroppo avanza anche nel “pacifico” Occidente, i cui Governi dovrebbero arrossire al pensiero dell’osceno mercato delle armi che continuano a favorire in ogni modo. Spero che diventi realtà l’ultima, incantevole scena de La battaglia di Algeri, nella quale una giovane donna balla e festeggia la fine imminente del dominio francese: è bella, sorridente, vera e propria immagine della vita contro la morte e della Libertà, che non può accettare né dominatori né integralismi religiosi.

(volerelaluna.it)

I diritti degli ebrei dei palestinesi vanno di pari passo

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(Firme in calce)

Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano contestare la narrazione diffusa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita. Israele e i suoi difensori hanno a lungo usato questo espediente retorico per mettere Israele al riparo dalle sue responsabilità, per dare copertura morale agli investimenti miliardari degli Stati Uniti a sostegno dell’esercito israeliano, per oscurare la realtà mortale dell’occupazione e per negare la sovranità palestinese.

Ora questo insidioso bavaglio alla libertà di parola viene utilizzato per giustificare i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza e per delegittimare le critiche della comunità internazionale.

Noi condanniamo tutti i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi e piangiamo la perdita di vite umane. E siamo addolorati e inorriditi nel vedere la lotta all’antisemitismo usata come pretesto per crimini di guerra dal dichiarato intento genocida.

L’antisemitismo è una parte dolorosa del passato e del presente della nostra comunità. Le nostre famiglie sono sfuggite a guerre, molestie, pogrom e campi di concentramento. Abbiamo studiato la lunga storia di persecuzione e violenza contro gli ebrei e prendiamo sul serio l’antisemitismo attuale che mette a rischio la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo.

Lo scorso ottobre è stato il quinto anniversario del peggior attacco antisemita mai commesso negli Stati Uniti: l’assassinio, nella sinagoga di Tree of Life – Or L’Simcha a Pittsburgh, di 11 fedeli da parte di un uomo armato che sosteneva teorie complottiste sulle colpe degli ebrei per l’arrivo dei migranti centroamericani, disumanizzando così entrambi i gruppi.

Rifiutiamo l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quando si maschera da critica al sionismo o alle politiche di Israele. Ma rileviamo che, come ha scritto il giornalista Peter Beinart nel 2019, «l’antisionismo non è intrinsecamente antisemita, e sostenere che lo sia sfrutta la sofferenza ebraica per cancellare l’esperienza palestinese».

Troviamo questo espediente retorico antitetico ai valori ebraici, che ci insegnano a riparare il mondo, a mettere in discussione l’autorità e a difendere gli oppressi dagli oppressori. È proprio a causa della dolorosa storia dell’antisemitismo e delle lezioni dei testi ebraici che sosteniamo la dignità e la sovranità del popolo palestinese.

Rifiutiamo la falsa alternativa tra la sicurezza degli ebrei e la libertà dei palestinesi, tra l’identità ebraica e la fine dell’oppressione dei palestinesi. Crediamo, infatti, che i diritti degli ebrei e dei palestinesi vadano di pari passo. La sicurezza di ciascuno dei due popoli dipende dall’altro. Non siamo certamente i primi a dirlo, e ammiriamo coloro che hanno dato forma a questa linea di pensiero pur in presenza di tanta violenza.

La confusione tra l’antisemitismo e la critica di Israele o del sionismo ha delle ragioni precise. Per anni, decine di paesi hanno sostenuto la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. La maggior parte degli 11 esempi di antisemitismo in essa contenuti riguarda giudizi sullo Stato di Israele e alcuni di essi limitano di fatto l’ambito delle critiche accettabili. Inoltre, la Lega Anti-Defamation classifica l’antisionismo come antisemitismo, nonostante i dubbi di molti dei suoi stessi esperti.

Queste definizioni hanno favorito l’intensificarsi delle relazioni del Governo israeliano con forze politiche di estrema destra e antisemite, dall’Ungheria alla Polonia agli Stati Uniti e oltre, mettendo in pericolo gli ebrei della diaspora.

Per contrastare queste definizioni generiche, un gruppo di studiosi dell’antisemitismo ha pubblicato, nel 2020, la Dichiarazione di Gerusalemme, che offre linee guida più specifiche per identificare l’antisemitismo e distinguerlo dalla critica e dal dibattito su Israele e sul sionismo.

Le accuse di antisemitismo di fronte alla minima obiezione alla politica israeliana hanno a lungo permesso a Israele di mantenere in vita un regime che organizzazioni per i diritti umani, studiosi, giuristi e associazioni palestinesi e israeliane hanno definito di apartheid. Queste accuse hanno un effetto spaventoso sulla nostra politica.

Ciò ha comportato la soppressione politica dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, dove il Governo israeliano confonde l’esistenza stessa del popolo palestinese con l’odio per gli ebrei di tutto il mondo. Nella propaganda interna rivolta ai propri cittadini e in quella esterna rivolta all’Occidente, il Governo israeliano afferma che le rivendicazioni dei palestinesi non riguardano la terra, la mobilità, i diritti o la libertà, ma piuttosto l’antisemitismo.

Nelle ultime settimane, i leader israeliani hanno continuato a strumentalizzare la storia del trauma ebraico per disumanizzare i palestinesi. Nel frattempo, degli israeliani vengono arrestati o sospesi dal lavoro per post sui social media in difesa di Gaza e giornalisti israeliani temono conseguenze per aver criticato il loro governo.

Definire tutte le critiche a Israele come antisemite, inoltre, schiaccia, nell’immaginario collettivo, il popolo ebraico su Israele. Nelle ultime due settimane negli Stati Uniti, abbiamo visto sia democratici che repubblicani difendere l’identità ebraica sulla base del sostegno a Israele. Una lettera molto vaga firmata da decine di personalità e pubblicata il 23 ottobre ha riproposto il Presidente Biden come sostenitore del popolo ebraico sulla base del suo appoggio a Israele.

La 92NY, nel rinviare un evento con l’autore Viet Thanh Nguyen, che aveva firmato una lettera in cui chiedeva la fine degli attacchi di Israele a Gaza, ha sottolineato la propria identità di “istituzione ebraica”. Come altri hanno osservato, i tentativi di contestualizzare gli attacchi del 7 ottobre sono visti come negazione della sofferenza ebraica piuttosto che come necessari strumenti per comprendere e porre fine alla violenza.

L’idea che tutte le critiche a Israele siano antisemite diffonde la visione che palestinesi, arabi e musulmani siano intrinsecamente sospetti, agenti dell’antisemitismo finché non affermano esplicitamente il contrario. Dal 7 ottobre, i giornalisti palestinesi hanno dovuto affrontare una repressione senza precedenti.

Un cittadino palestinese di Israele è stato licenziato dal lavoro in un ospedale israeliano per un post su Facebook del 2022 che citava il primo pilastro dell’Islam.

I leader europei hanno vietato proteste a favore della Palestina e criminalizzato l’esposizione della bandiera palestinese.

A Londra, un ospedale ha tolto dei disegni realizzati da bambini di Gaza dopo che un gruppo pro-Israele ha affermato che essi facevano sentire i pazienti ebrei «vulnerabili, molestati e vittimizzati». Persino dei disegni di bambini palestinesi vengono associati a un’allucinazione di violenza.

I leader statunitensi alimentano ulteriormente la confusione schiacciando la tutela della sicurezza degli ebrei sul finanziamento militare incondizionato e costante di Israele, senza alcuna intenzione di fare la pace.

Il 13 ottobre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha diffuso una nota interna per esortare i funzionari a non utilizzare espressioni come “de-escalation/cessate il fuoco”, “fine della violenza/spargimento di sangue” o “ripristino della calma”.

Il 25 ottobre, Biden ha messo in dubbio il numero di morti palestinesi e lo ha definito il “prezzo” della guerra di Israele.

Questa logica crudele continuerà a favorire l’antisemitismo e l’islamofobia. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale si sta preparando a fronteggiare un aumento dei crimini d’odio contro ebrei e musulmani, che è già iniziato.

Per ciascuno di noi, l’identità ebraica non è un’arma da brandire nella lotta per il potere dello Stato, ma una fonte di saggezza che dice: “Giustizia, giustizia, perseguirai” (Tzedek, tzedek, tirdof). Ci opponiamo allo sfruttamento del nostro dolore e al silenzio dei nostri alleati.

Chiediamo un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi trattenuti a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione israeliana. Chiediamo inoltre ai governi e alla società civile degli Stati Uniti e dell’Occidente di opporsi alla repressione del sostegno alla Palestina. E ci rifiutiamo di permettere che tale sostegno, urgente e necessario, vengano represso in nostro nome. Quando diciamo “mai più”, lo diciamo sul serio.

2 novembre 2023

Leah Abrams, scrittore
Tavi Gevinson, scrittore e attore
Rebecca Zweig, scrittrice e regista
Nan Goldin, artista e attivista
Naomi Klein
Tony Kushner, scrittore
Deborah Eisenberg, scrittrice
Sarah Schulman, scrittrice
Vivian Gornick
Annie Baker, drammaturgo e regista
Hari NeIf, attore e scrittore
Judith Butler, scrittrice
seguono centinaia di altre firme.

Numeri da catastrofe umanitaria a Gaza

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da left.it

1. A Gaza milioni di civili sono allo stremo e stanno subendo una punizione collettiva

2. In media un bambino rimane ucciso ogni 10 minuti e interi quartieri sono ridotti in macerie.

3. Tre quarti della popolazione è stata costretta a fuggire dalle proprie case, circa 1,5 milioni di persone.

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4. Sono oltre 10.800 le vittime, tra cui più di 7.080 donne e bambini.

5. 2.450 persone, di cui 1.350 bambini, risultano disperse e potrebbero essere ancora intrappolate o morte sotto le macerie.

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E per oggi NON È purtroppo tutto

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https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/08/israele-muoia-sansone/

Ebrei e palestinesi: stessi diritti

(Firme in calce)

Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano contestare la narrazione diffusa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita. Israele e i suoi difensori hanno a lungo usato questo espediente retorico per mettere Israele al riparo dalle sue responsabilità, per dare copertura morale agli investimenti miliardari degli Stati Uniti a sostegno dell’esercito israeliano, per oscurare la realtà mortale dell’occupazione e per negare la sovranità palestinese.

Ora questo insidioso bavaglio alla libertà di parola viene utilizzato per giustificare i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza e per delegittimare le critiche della comunità internazionale.

Noi condanniamo tutti i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi e piangiamo la perdita di vite umane. E siamo addolorati e inorriditi nel vedere la lotta all’antisemitismo usata come pretesto per crimini di guerra dal dichiarato intento genocida.

L’antisemitismo è una parte dolorosa del passato e del presente della nostra comunità. Le nostre famiglie sono sfuggite a guerre, molestie, pogrom e campi di concentramento. Abbiamo studiato la lunga storia di persecuzione e violenza contro gli ebrei e prendiamo sul serio l’antisemitismo attuale che mette a rischio la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo.

Lo scorso ottobre è stato il quinto anniversario del peggior attacco antisemita mai commesso negli Stati Uniti: l’assassinio, nella sinagoga di Tree of Life – Or L’Simcha a Pittsburgh, di 11 fedeli da parte di un uomo armato che sosteneva teorie complottiste sulle colpe degli ebrei per l’arrivo dei migranti centroamericani, disumanizzando così entrambi i gruppi.

Rifiutiamo l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quando si maschera da critica al sionismo o alle politiche di Israele. Ma rileviamo che, come ha scritto il giornalista Peter Beinart nel 2019, «l’antisionismo non è intrinsecamente antisemita, e sostenere che lo sia sfrutta la sofferenza ebraica per cancellare l’esperienza palestinese».

Troviamo questo espediente retorico antitetico ai valori ebraici, che ci insegnano a riparare il mondo, a mettere in discussione l’autorità e a difendere gli oppressi dagli oppressori. È proprio a causa della dolorosa storia dell’antisemitismo e delle lezioni dei testi ebraici che sosteniamo la dignità e la sovranità del popolo palestinese.

Rifiutiamo la falsa alternativa tra la sicurezza degli ebrei e la libertà dei palestinesi, tra l’identità ebraica e la fine dell’oppressione dei palestinesi. Crediamo, infatti, che i diritti degli ebrei e dei palestinesi vadano di pari passo. La sicurezza di ciascuno dei due popoli dipende dall’altro. Non siamo certamente i primi a dirlo, e ammiriamo coloro che hanno dato forma a questa linea di pensiero pur in presenza di tanta violenza.

La confusione tra l’antisemitismo e la critica di Israele o del sionismo ha delle ragioni precise. Per anni, decine di paesi hanno sostenuto la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. La maggior parte degli 11 esempi di antisemitismo in essa contenuti riguarda giudizi sullo Stato di Israele e alcuni di essi limitano di fatto l’ambito delle critiche accettabili. Inoltre, la Lega Anti-Defamation classifica l’antisionismo come antisemitismo, nonostante i dubbi di molti dei suoi stessi esperti.

Queste definizioni hanno favorito l’intensificarsi delle relazioni del Governo israeliano con forze politiche di estrema destra e antisemite, dall’Ungheria alla Polonia agli Stati Uniti e oltre, mettendo in pericolo gli ebrei della diaspora.

Per contrastare queste definizioni generiche, un gruppo di studiosi dell’antisemitismo ha pubblicato, nel 2020, la Dichiarazione di Gerusalemme, che offre linee guida più specifiche per identificare l’antisemitismo e distinguerlo dalla critica e dal dibattito su Israele e sul sionismo.

Le accuse di antisemitismo di fronte alla minima obiezione alla politica israeliana hanno a lungo permesso a Israele di mantenere in vita un regime che organizzazioni per i diritti umani, studiosi, giuristi e associazioni palestinesi e israeliane hanno definito di apartheid. Queste accuse hanno un effetto spaventoso sulla nostra politica.

Ciò ha comportato la soppressione politica dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, dove il Governo israeliano confonde l’esistenza stessa del popolo palestinese con l’odio per gli ebrei di tutto il mondo. Nella propaganda interna rivolta ai propri cittadini e in quella esterna rivolta all’Occidente, il Governo israeliano afferma che le rivendicazioni dei palestinesi non riguardano la terra, la mobilità, i diritti o la libertà, ma piuttosto l’antisemitismo.

Nelle ultime settimane, i leader israeliani hanno continuato a strumentalizzare la storia del trauma ebraico per disumanizzare i palestinesi. Nel frattempo, degli israeliani vengono arrestati o sospesi dal lavoro per post sui social media in difesa di Gaza e giornalisti israeliani temono conseguenze per aver criticato il loro governo.

Definire tutte le critiche a Israele come antisemite, inoltre, schiaccia, nell’immaginario collettivo, il popolo ebraico su Israele. Nelle ultime due settimane negli Stati Uniti, abbiamo visto sia democratici che repubblicani difendere l’identità ebraica sulla base del sostegno a Israele. Una lettera molto vaga firmata da decine di personalità e pubblicata il 23 ottobre ha riproposto il Presidente Biden come sostenitore del popolo ebraico sulla base del suo appoggio a Israele.

La 92NY, nel rinviare un evento con l’autore Viet Thanh Nguyen, che aveva firmato una lettera in cui chiedeva la fine degli attacchi di Israele a Gaza, ha sottolineato la propria identità di “istituzione ebraica”. Come altri hanno osservato, i tentativi di contestualizzare gli attacchi del 7 ottobre sono visti come negazione della sofferenza ebraica piuttosto che come necessari strumenti per comprendere e porre fine alla violenza.

L’idea che tutte le critiche a Israele siano antisemite diffonde la visione che palestinesi, arabi e musulmani siano intrinsecamente sospetti, agenti dell’antisemitismo finché non affermano esplicitamente il contrario. Dal 7 ottobre, i giornalisti palestinesi hanno dovuto affrontare una repressione senza precedenti.

Un cittadino palestinese di Israele è stato licenziato dal lavoro in un ospedale israeliano per un post su Facebook del 2022 che citava il primo pilastro dell’Islam.

I leader europei hanno vietato proteste a favore della Palestina e criminalizzato l’esposizione della bandiera palestinese.

A Londra, un ospedale ha tolto dei disegni realizzati da bambini di Gaza dopo che un gruppo pro-Israele ha affermato che essi facevano sentire i pazienti ebrei «vulnerabili, molestati e vittimizzati». Persino dei disegni di bambini palestinesi vengono associati a un’allucinazione di violenza.

I leader statunitensi alimentano ulteriormente la confusione schiacciando la tutela della sicurezza degli ebrei sul finanziamento militare incondizionato e costante di Israele, senza alcuna intenzione di fare la pace.

Il 13 ottobre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha diffuso una nota interna per esortare i funzionari a non utilizzare espressioni come “de-escalation/cessate il fuoco”, “fine della violenza/spargimento di sangue” o “ripristino della calma”.

Il 25 ottobre, Biden ha messo in dubbio il numero di morti palestinesi e lo ha definito il “prezzo” della guerra di Israele.

Questa logica crudele continuerà a favorire l’antisemitismo e l’islamofobia. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale si sta preparando a fronteggiare un aumento dei crimini d’odio contro ebrei e musulmani, che è già iniziato.

Per ciascuno di noi, l’identità ebraica non è un’arma da brandire nella lotta per il potere dello Stato, ma una fonte di saggezza che dice: “Giustizia, giustizia, perseguirai” (Tzedek, tzedek, tirdof). Ci opponiamo allo sfruttamento del nostro dolore e al silenzio dei nostri alleati.

Chiediamo un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi trattenuti a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione israeliana. Chiediamo inoltre ai governi e alla società civile degli Stati Uniti e dell’Occidente di opporsi alla repressione del sostegno alla Palestina. E ci rifiutiamo di permettere che tale sostegno, urgente e necessario, vengano represso in nostro nome. Quando diciamo “mai più”, lo diciamo sul serio.

2 novembre 2023

Leah Abrams, scrittore
Tavi Gevinson, scrittore e attore
Rebecca Zweig, scrittrice e regista
Nan Goldin, artista e attivista
Naomi Klein
Tony Kushner, scrittore
Deborah Eisenberg, scrittrice
Sarah Schulman, scrittrice
Vivian Gornick
Annie Baker, drammaturgo e regista
Hari NeIf, attore e scrittore
Judith Butler, scrittrice
seguono centinaia di altre firme.

Mentre Guterres parla, Mattarella tace

di Alessandro Marescotti      (da peacelink del 7/11/23)

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“Gaza sta diventando un immenso cimitero per bambini”. Questa è l’accusa pesantissima avanzata dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres. Ha sottolineato che centinaia di bambini sono uccisi o feriti ogni giorno. Inoltre, durante le ultime quattro settimane, il numero di giornalisti morti è maggiore rispetto a qualsiasi altro conflitto degli ultimi 30 anni. Guterres ha rimarcato che non è mai stato registrato un così alto numero di operatori umanitari delle Nazioni Unite uccisi in un periodo di tempo simile nella storia dell’organizzazione.

E il nostro Presidente della Repubblica interverrà per sostenere il segretario generale dell’ONU Guterres? Fino a ora è rimasto in silenzio. Per difendere i bambini ucraini per Mattarella era giusto mandare perfino le armi. Per difendere invece i bambini palestinesi fino a ora Mattarella non ha mandato neppure qualche aggettivo di riprovazione, chessò, a scelta fra: terribile, ripugnante, riprovevole, disumano. Quello che accade ai bambini palestinesi non è terribile, ripugnante, riprovevole, disumano? Ma attenzione: se Mattarella lo dicesse sarebbe subito rimproverato dall’ambasciatore israeliano (“vergogna”, ha gridato l’ambasciatore israeliano a Guterres). E quindi Mattarella non ha ritenuto necessario neppure fare un discorso di circostanza.

Chiariamo subito: sicuramente è indignato per i bambini palestinesi che muoiono, ma si indigna in silenzio. Pensa che Guterres ha fatto bene, ma non lo dice. Perché Mattarella è nato in quella scuola di pensiero che si chiamava Democrazia Cristiana: piena di buoni sentimenti manzoniani. Coltivati in silenzio, però, quando diventavano “divisivi”.

In questo contesto è veramente imbarazzante notare la differenza significativa tra la reazione schietta del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres e quella del presidente della Repubblica Italiana.

Questa disparità di reazioni solleva infatti interrogativi sul doppio standard che talvolta sembra emergere nelle relazioni internazionali. Mentre il segretario generale dell’ONU si è pronunciato in difesa dei diritti umani e della protezione dei civili, il presidente italiano è rimasto in silenzio mentre in altre occasioni ha dimostrato grande indignazione in solenni discorsi quando i bambini erano biondi e con gli occhi azzurri.

Questa doppiezza solleva interrogativi sulla coerenza e l’equità nelle risposte dei leader mondiali di fronte a situazioni di crisi. La mancanza di una presa di posizione da parte del presidente Mattarella in un momento così delicato da una parte indebolisce l’ONU e dall’altra aumenta i dubbi sulla sua coerenza.