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Mettiamci al lavoro!

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di Tony Robinson

Per oltre 200 giorni, dal 7 ottobre scorso, la popolazione occidentale, precedentemente ignara, ha assistito alla brutale oppressione dei palestinesi nella loro patria. I disperati tentativi da parte dei governi occidentali di sostenere i leader genocidi di Israele hanno contribuito a rivelare le loro tendenze autoritarie e fasciste.Le sofferenze del popolo palestinese sono l’emblema di un sistema globale che pone il denaro come valore primario della società.

In questo contesto si inserisce la necessità di rafforzare un movimento nonviolento per il cambiamento sociale e personale.
La stragrande maggioranza della popolazione mondiale – coloro che non erano ancora a conoscenza della terribile condizione del popolo palestinese, da quando la LORO TERRAl è stata palesemente sottratta con un accordo mediato da uomini bianchi e cristiani in terre straniere, al fine di promuovere il proprio antisemitismo, credendo di placare così il senso di colpa collettivo per l’Olocausto durante il regno omicida nazista negli anni ’30 e ’40 – oggi assiste con orrore alla campagna di Israele per lo sterminio dei palestinesi e di ciò che rimane delle loro terre, che prosegue senza sosta.

A nulla valgono gli appelli rivolti a Israele dalla Corte Internazionale di Giustizia a fermare le sue azioni assassine e malvagie: Israele continua per la sua strada, finanziato e rifornito di armi da tutti quei Paesi occidentali che contemporaneamente, in tutta serietà e nella completa incoscienza, invocano il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

L’inganno è a dir poco sconcertante, così come lo sono i profitti dei produttori di armi. Sempre più persone stanno iniziando a sperimentare la scomoda sensazione di dissonanza cognitiva nella propria testa, quando tutti i fatti vengono messi in evidenza, sono davanti agli occhi e ci si rende conto che in effetti qualcun altro ci sta vendendo un mucchio di fandonie.

“Non posso credere che il governo israeliano ci abbia mentito”. “Non posso credere che il mio governo ci stia mentendo”. “Non posso credere che i media distorcano la verità in questo modo”. “Non posso…”

E naturalmente, quando si scopre che il proprio governo e i media sono eccome in grado di mentire, una sensazione ancora più spiacevole attanaglia la bocca dello stomaco, poiché ci si rende conto che tutto ciò che abbiamo imparato nella vita ci è stato insegnato per lo più da persone che hanno appositamente curato le informazioni nella nostra testa, proprio per farci credere all’incredibile.

George Orwell aveva ragione in 1984 quando scrisse: “Il partito vi diceva di rifiutare l’evidenza dei vostri occhi e delle vostre orecchie. Era il suo ultimo, essenziale comando”.

Oggi sembriamo essere vicini a un punto di svolta, forse come alla fine del periodo delle rivolte sociali degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Settanta, o come nella Primavera Araba del 2011, eventi che hanno avuto eco in tutto il mondo: è in corso un nuovo risveglio sociale e chi governa il mondo è terrorizzato di perdere il controllo.

In questo momento storico, però, è importante fare un breve passo indietro rispetto alla fonte dell’attuale dissonanza cognitiva, per identificare le origini di questo problema globale – senza nulla togliere alla verità sullo sterminio sistematico della popolazione palestinese di Gaza – altrimenti qualsiasi proposta per cambiare la situazione sarebbe destinata a fallire.

Credere che i massacri a Gaza e in Cisgiordania finiranno ad esempio con l’eliminazione di Hamas, la restituzione degli ostaggi, la rimozione di Netanyahu dal potere e così via significa fallire ancora una volta nel tentativo di raggiungere qualsiasi tipo di pace duratura.

Il 4 maggio 2024 ricorreva il 55° anniversario della nascita del Movimento Umanista. Silo, il suo fondatore, disse saggiamente: “Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro ultima radice, non quando li vorrai risolvere”.

È tempo di aprire gli occhi e capire che tutto ciò che sta accadendo oggi nel mondo, ogni singolo conflitto, dalle guerre, alla distruzione ecologica, al cambiamento climatico, alla povertà, al femminicidio è il risultato di un sistema che pone il denaro come valore centrale e ci incoraggia ad applaudire e a desiderare di sperimentare lo stile di vita dei miliardari. Questo è il problema nella sua ultima radice.

Questa immagine di “successo” che ci viene costantemente propinata in Occidente è la fonte del male assoluto; ci permette e addirittura ci incoraggia a disumanizzare gli altri esseri umani, a vedere gli altri come inferiori, ad “alterarli” fino a perdere ogni empatia e solidarietà nei loro confronti.

Questo nascente movimento di solidarietà con il popolo palestinese che sta risvegliando il mondo intero deve fermarsi un momento per collegare i puntini tra questo conflitto e tutti gli altri e capire che qualsiasi sistema che non sia basato sulla vita umana come valore centrale, in un rapporto sostenibile con il pianeta, è semplicemente destinato a una morte violenta.

È giunto il momento di rafforzare un movimento nonviolento per il cambiamento sociale e personale. Tuttavia, affinché questo movimento abbia successo, deve essere d’accordo sui seguenti concetti:

– La vita umana è sacra e deve essere ritenuta tale.

– Nessun essere umano, né gruppo, si deve arrogare il diritto di uccidere un altro essere umano.

– Il denaro deve essere uno strumento per lo sviluppo umano e non per la schiavitù e l’impoverimento.

– Ogni aspetto della nostra società deve essere visto attraverso la lente della protezione dell’ambiente, nella sua funzione di sostegno di tutte le forme di vita per milioni di anni a venire, non solo per i prossimi 4 anni del ciclo elettorale.

– Gli Stati sono linee astratte, tracciate sulle mappe con nessun diritto intrinseco di esistere.

– Gli esseri umani hanno il diritto di vivere in pace e in condizioni di vita dignitose ovunque scelgano di farlo. Abbiamo le risorse come specie e come pianeta per soddisfare i bisogni dell’intera popolazione globale.

– I conflitti vanno risolti senza l’uso della violenza, in nessuna delle sue forme.

Inoltre, questo movimento comprenderà che la violenza esiste intorno a noi e dentro di noi e che è importante che tutti studino questa violenza e l’impatto che ha sul nostro comportamento, perché solo con questa profonda riflessione e cambiamento a livello personale potremo vincere contro la disumanizzazione che ci circonda e creare un mondo adatto all’esistenza umana.

Quel 4 maggio 1969, Silo parlò a un piccolo raduno a Punta de Vacas, sulle Ande, al confine tra Argentina e Cile, sorvegliato dalla polizia armata e terminò il suo discorso alla folla dicendo:

“PORTA LA PACE DENTRO DI TE E PORTALA AGLI ALTRI”.

Se da questi giorni devastanti uscirà un movimento in grado di muoversi in questa direzione, potremo permetterci di sperare che un mondo migliore sia davvero possibile su questo pianeta.

Guerre armate dai Paesi “civili”, deportazioni di migranti…

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Domenico Gallo
Gli atti di genocidio che si susseguono senza soluzione di continuità a Gaza e il massacro infinito sul fronte russo ucraino (dove è passata sotto silenzio la notizia che LE PERDITE UCRAINE AMMONTANO A 500 Mila uomini!), più che provocare indignazione o ripudio, stanno creando assuefazione e rientrano nella normalità degli eventi che l’informazione ci propina ogni giorno mescolandoli alle cronache più banali. Ma la corsa alla disumanizzazione nelle relazioni internazionali non si arresta agli eventi estremi del genocidio e della guerra. Ci sono molti fronti sui quali si sperimentano pratiche disumane, inconcepibili fino a qualche tempo fa.

LA PERSECUZIONE DEL POPOLO DEI MIGRANTI e richiedenti asilo ha superato una soglia che ci fa fare un balzo all’indietro di secoli. Il 25 marzo 1807 il Parlamento inglese approvò lo Slave Trade Act, vietando il commercio e la tratta degli schiavi: nel corso di pochi anni anche le altre potenze coloniali abolirono la tratta degli schiavi e nell’atto finale del Congresso di Vienna (8 febbraio 1815) venne sottoscritta una Dichiarazione contro la Tratta dei negri. Il 23 aprile 2024 il Parlamento britannico ha chiuso il ciclo storico iniziato con l’abolizione della tratta degli schiavi, approvando il Safety Rwanda Bill con il quale viene disposta la DEPORTAZIONE IN RWANDA DEGLI IMMIGRATI sbarcati irregolarmente sulle coste inglesi. Per quanto calata in un differente contesto storico, l’operazione di deportazione in Rwanda di circa 52.000 immigrati (secondo la BBC), quasi tutti di origine africana o asiatica, nella sostanza non differisce dalla Tratta degli schiavi praticata dalle potenze coloniali fino agli albori dell’Ottocento.

Ora come allora un potere di coercizione si impadronisce dei corpi di un numero indefinito di persone e li trasporta a 10mila chilometri di distanza, scaricandoli in un territorio nel quale non erano diretti quando hanno intrapreso il viaggio della speranza che li ha portati in Gran Bretagna; un territorio, il Rwanda, col quale non hanno alcun rapporto e nel quale non hanno alcuna possibilità di vivere una vita degna. Da un punto di vista pratico si tratta di un SEQUESTRO DI PERSONA COLLETTIVO, ma in realtà è qualcosa di più, è la riduzione di queste persone nella stessa condizione degli schiavi che, dopo la cattura, venivano imbarcati sulle navi negriere per essere deportati in terre lontane. L’unica differenza è la diversa rotta, non più dall’Africa all’Europa ma dall’Europa all’Africa.

Con il Safety Rwanda Bill Il processo di degrado dell’ordine internazionale, costruito a partire dal 1945 e fondato sui principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, ha subito un altro irrimediabile affronto. Dopo la rilegittimazione della guerra come strumento ordinario della politica per risolvere le controversie internazionali, adesso assistiamo a una ribellione aperta contro quegli strumenti internazionali di protezione dei diritti umani che costituiscono – secondo il filosofo Italo Mancini – la gloria del Novecento, il patrimonio morale che l’Occidente ha elaborato per l’umanità intera.

Le associazioni per i diritti dei rifugiati hanno annunciato ricorsi alla Corte Europea per i diritti dell’uomo e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto al premier inglese di “riconsiderare il piano” ma il leader inglese Rishi Sunak non ha alcuna intenzione di ripensarci e non ha alcuno scrupolo a fare strame – fra l’altro – delle regole della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, che vieta espressamente le espulsioni collettive di stranieri (art. 4 del Protocollo 4), e a ribellarsi alla giurisdizione della Corte di Strasburgo e delle Corti inglesi. Infatti ha promesso che «nessun tribunale fermerà i trasferimenti».

Qui non si pone soltanto un problema astratto di rispetto del diritto internazionale. Le norme del diritto internazionale dei diritti umani traducono in vincoli giuridici delle esigenze etiche poste a base della vita civile poiché – come recita il Preambolo della Dichiarazione Universale – «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

È assurdo che una scelta così scandalosamente disumana venga fatta passare nell’opinione pubblica senza neanche un fremito di indignazione da parte del sistema politico e dei media. Probabilmente ciò deriva dal fatto che questa scelta si inserisce nel solco delle politiche disumane praticate dall’Italia e dalla stessa Unione Europea nei confronti del fenomeno dell’immigrazione attraverso l’omissione di soccorso in alto mare, i respingimenti (indiretti) in Libia, l’esternalizzazione delle frontiere attraverso concordati con regimi autoritari.

Come ha fatto con la guerra in Ucraina, istigando Zelensky a proseguire il conflitto incurante dei costi umani, adesso la Gran Bretagna tira la volata all’Europa sul fronte della persecuzione dei rifugiati, fino al punto da ripristinare pratiche che sembravano definitivamente ripudiate dalla storia dell’umanità. Non è un caso che la scelta di Sunak sia stata apprezzata dalla Meloni che, alla luce della sua cultura politica, la considera un modello di riferimento. Un modello, tuttavia, non applicabile in Italia perché c’è la Costituzione e qualche volta i giudici si ostinano ad applicarla, incuranti dell’indirizzo politico del Governo.

Primo Maggio

FESTA DEI LAVORATORI

(repubblica.it)

Quando ci si chiede perché il Primo Maggio è la Festa dei Lavoratori, la prima data che da tenere a mente è il 1 maggio del 1866. A Chicago infatti, proprio in questo giorno fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore. La protesta durò 3 giorni e culminò, il 4 maggio, col massacro di Haymarket, una vera e propria battaglia in cui morirono 11 persone: tra questi alcuni agenti, colpiti dal “fuoco amico”. Furono uccisi anche lavoratori scesi in piazza a protestare. Ma alla fine fu legge l’orario di lavoro di 8 ore. Una conquista importantissima che segnò un giorno di vera festa per quanti erano stati, fino a quel momento sfruttati. Le tappe che hanno portato a quello che ancora oggi in Italia è l’emblema della Festa, ovvero il Concertone del 1 maggio, sono tante.

Al Congresso di Parigi del 1889, che diede il via alla Seconda Internazionale (fondata nel 1889 a Parigi dai partiti socialisti e laburisti europei e scioltasi nel 1916) il Primo Maggio fu dichiarato ufficialmente come la Festa Internazionale dei Lavoratori, proprio in ricordo del massacro dei lavoratori di Haymarket. E fu adottata da molti paesi nel mondo.

Quando in Italia diventa festa nazionale
In Italia arrivò due anni dopo. Durante il fascismo però la festa venne soppressa, in favore della “Festa del lavoro italiano” il 21 aprile. Nel 1945, tre giorni dopo la morte per fucilazione di Mussolini in fuga, il Primo Maggio sarà teatro di una rinnovata partecipazione di massa dei lavoratori di ogni condizione ed età. Con le “Disposizioni in materia di ricorrenze festive” del 1946, la Festa del Lavoro viene riconosciuta festività nazionale, e con ciò istituzionalizzata e definitivamente ricollocata nella data del 1 maggio. Appena concluso il secondo conflitto mondiale, il Primo Maggio smette di essere una giornata di manifestazione delle istanze dei lavoratori tollerata oppure osteggiata apertamente – a seconda delle alterne vicende storiche – dallo Stato, e diviene una festività nazionale in cui si riconosce la Repubblica che, proprio tra il 1946 e il 1947, i Padri costituenti vorranno “fondata sul lavoro”.

Ma la prima Festa del lavoro del dopoguerra, nel 1947, si trasformò in un bagno di sangue, la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Il bandito Salvatore Giuliano e la sua banda aprirono il fuoco su un corteo di circa duemila lavoratori, soprattutto contadini, che protestavano contro le condizioni di lavoro nelle campagne siciliane. Sotto il fuoco di Giuliano e dei suoi killer, inviati a reprimere il corteo dai grandi latifondisti alleati alla mafia, rimasero i corpi di undici contadini, più decine di feriti.

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SE IL LAVORO NON SI TROVA……

di Rita Clemente

Se i giovani non trovano lavoro, la colpa non è dei pensionati. Anzi, i pensionati costituiscono l’ultimo baluardo di uno straccio di welfare.

Il problema non è ridurre l’erogazione di trattamenti di quiescenza a chi ha lavorato una vita, ma dare lavoro a chi deve farsi una vita. Che se i giovani avessero un lavoro, come è giusto che sia, ci sarebbero anche le risorse per pagare i pensionati.

Se i giovani italiani non trovano lavoro, la colpa non è degli immigrati. Gli immigrati non “scippano” ai giovani italiani lavori che essi ambiscono a fare. Perché nessun italiano/a ambisce a fare il/la badante 24 ore su 24 a una persona anziana fuori di testa. Oppure il bracciante agricolo a 3 euro l’ora. Questo è quello che fa la grande maggioranza dei lavoratori stranieri, anche laureati.

Se i giovani italiani non trovano lavoro, è anche perché i famosi “investitori” puntano a profitti generati più da una finanza speculativa che da un’economia produttiva, finalizzata a soddisfare bisogni reali.

In sintesi, il cosiddetto “mercato del lavoro” è diventato instabile e predatorio. Punta a profitti alti da ottenere in brevissimo tempo, non al soddisfacimento di bisogni sociali. Anche a costo di rovinare irrimediabilmente l’ambiente e di creare incertezza e precarietà esistenziale.

Però è anche vero che il “modello di sviluppo” non può più essere basato su una crescita esponenziale di consumi più o meno indispensabili.

Che occorre contenere gli scarti e i rifiuti.

Che bisogna gestire le fonti energetiche in modo oculato e responsabile, privilegiando quelle rinnovabili.

Che occorre far durare i “beni” più a lungo.

Riparare di più e gettare via di meno. Ridare dignità e spazio agli “aggiustatori” che una volta erano benemeriti.

Si sfrutterebbero più competenze e più occasioni lavorative. Insomma, consentire a ciascuno di avere un lavoro e di vivere dignitosamente, ma a nessuno di accumulare ricchezze stratosferiche e inutili.

La “rivoluzione del lavoro” (posto che sia possibile e realizzabile) non può che essere anche un profondo cambiamento dello “stile di vita”.

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Il racconto del mulino in omaggio al ricordo di Maria Carta

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Piero Murineddu

Piacevolissimo conoscenza quella con  Maria avvenuta in quel lontano fine inverno del 2012. Essendo stato da sempre attratto da quel piccolo borgo all’interno del Comune di Osilo, in provincia di Sassari, e incuriosito dalla  grande ruota all’entrata dell’abitato, l’unica rimasta dei tanti mulini ad acqua che abbondavano in quella lussureggiante e distensiva valle attraversata dal fiume Silis, volevo incontrare qualcuno del posto che mi parlasse dell’attività di mugnaio, attività comune a molte famiglie tra San Lorenzo Valle e l’altro omonimo borgo che si trova a qualche chilometro più in altura. In questa cordialissima e accogliente donna avevo trovato la persona giusta, disponibilissima a raccontarmi del lavoro che svolgeva con la famiglia dell’uomo che aveva sposato e motivo per cui aveva lasciato Tergu, altro paesino non distante da Castelsardo.

Qualche giorno fa, anche per far godere di un’oasi di pace a mia figlia Marta che vive nei pressi di Milano svolgendo una professione di grande responsabilità dovendosi occupare di persone spesso messe ai margini da questa società sempre più competitiva, vi ho fatto ritorno e ho bussato alla porta adiacente al vecchio mulino, con la speranza che ad aprirmi, come quel giorno, fosse la cara Maria. In chi si affaccia riconosco subito il genero Sebastiano, conosciuto allora e che m’informa subito che Maria, dopo un periodo di malattia, ci ha lasciati nel novembre del 2021.

Da qui la decisione di riguardare il video ascoltando la meticolosa e competente descrizione dei vari passaggi della lavorazione delle olive fatta dall’indimenticabile Maria Carta, originaria di Tergu e vissuta nella bellissima e verde San Lorenzo Valle.

https://youtu.be/3Gl9vg8NEzE?si=hvzSlKX74SpA1eW0

Fiducia, politica …

QUALCHE GIORNO FA, RIGUARDO ALLA FIDUCIA .

Conoscente:

– Boh, io di questa politica non ci capisco più nulla. E poi queste guerre… chissà cosa ci attende…

Piero:

A proposito di politica e di guerra, adesso si è creata una nuova Lista che ha tra i primi obiettivi quello di lottare per la Pace e contro gli armamenti..Bisogna firmare per darle la possibilità di presentarsi alle prossime elezioni per il parlamento europeo…

Amico:

– E chi sono questi? C’è qualcuno che si conosce?

Piero:

– Beh, uno degli iniziatori è Raniero La Valle, già giornalista e intellettuale ultra novantenne con un cervello così…

Amico:

E chi sarebbe questo..non ne ho mai sentito parlare…

Piero:

– Ah, vabbè, se guardi la tivù, specialmente la Rai, è comprensibile che non sai chi è. E Michele Santoro lo conosci, quello che faceva Samarcanda e che è stato sbattuto fuori con arrogante prepotenza dalla Rai da berluscazz perché era un giornalista troppo libero?

Amico:

– Quello? La persona più subdola che conosca…

Piero:

– Ma guaaarda…e perché?

Amico:

– Mah, così…non mi ha mai ispirato fiducia..

Piero:

– Ah, ecco: la FIDUCIA! Per me invece, con tutto il finimondo che sta succedendo dappertutto e in mezzo a tutta la vecchia ma anche nuova politicaglia che circola, è uno dei pochi personaggi pubblici di cui mi fido di più… chissà perché….

Conoscente:

– Quasi quasi la firma ce la metto…

Piero:

–  Bravo. Metti la firma, poi decidi tu a chi votare…

Amico:

– Boh boh….

Piero:

– E gosa boi chi ti tighia…dibessi semmu, e umbè puru…. E daboi no vendu lu botu achì mi prumittini gasche cosa, ghi sia una bombura di gasu o un posthu di drabagliu pa’ me viglioru, gumenti suzzedi in Sossu e in troppi logghi. Andeddi in bon’ora, andeddi.. e ghi Deu e ra Libasthai v’accumpagniani sempri…

Traduzione per i “continentali”:

Cosa vuoi che ti dica, siamo diversi, moooolto diversi. E poi il voto non lo vendo perché mi promettono qualcosa, come una bombola di gas o un posto di lavoro per mio figlio, come succede a Sorso e in troppi altri posti. Andate e che Dio e la Libertà vi accompagnino sempre

In conclusione

Quello che segue è un video registrato qualche giorno fa a Catania. Diciotto minuti di vere e sensate parole che mi confermano a chi affidare il mio voto l’8 giugno 2024

 

L’ultimo giorno di Mussolini Benito

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Il 28 aprile 1945 intorno alle 4 del pomeriggio Benito Mussolini – catturato nei giorni precedenti dalla 52ma Brigata Garibaldi Luigi Clerici a Dongo, piccolo comune sulla costa nord-occidentale del lago di Como – e Claretta Petacci vengono uccisi da un commando partigiano di cui fanno certamente parte Walter Audisio (il colonnello Valerio, unico dei tre a disporre di un mandato ad operare da parte del Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia ed ufficialmente esecutore materiale della sentenza di morte), Aldo Lampredi (Guido) e Michele Moretti (Pietro). Walter Audisio racconterà:

Sull’auto lo feci sedere a destra la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt. Dissi di aver udito dei rumori sospetti e mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando mi volsi la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura (…) Feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro ed il pilastro del cancello. Obbedì docile come un canetto. Non credeva ancora di morire: non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà, preferiscono ignorarla (…). Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito. Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontario della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui (…) Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra si era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro ma l’arma non spara. Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a Guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna, aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamo a voce alta il Commissario della 52ma che viene di corsa a portarmi il suo Mas. Adesso gli sono di fronte, come prima: egli non si è mosso, continua il suo balbettio di invocazione. Vuol salvare solo quel grosso corpo tremante. E su quel corpo scarico cinque colpi. Il criminale si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto, gli tirai una seconda raffica di quattro colpi. La Petacci (ndr la condanna, eseguita senza plotone, non includeva Claretta Petacci), fuori di sé, stordita, si mosse confusamente, fu colpita e cadde di quarto a terra. Mussolini respirava ancora e gli diressi, sempre col Mas, un ultimo colpo al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva troncato netto l’aorta. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramerà un comunicato in cui affermerà che “La fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il Clnai non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia”.

La salma di Mussolini sarà seppellita anonima nel cimitero Maggiore di Milano. Sebbene non vi fosse stato apposto alcun nome, proprio per evitare di far identificare il cadavere, ben presto la gente individuò il posto, che divenne meta di molti curiosi e di qualche commosso nostalgico. Nella notte tra il 22 aprile e il 23 aprile 1946, all’approssimarsi del primo anniversario della morte, la salma sarà trafugata. Nel valzer delle voci quella più fantasiosa sarà quella che secondo la quale Mussolini sarebbe addirittura risorto, complice anche il cadere della Pasqua il 21 aprile di quell’anno.

L’ipotesi della resurrezione sarà invalidata da due lettere a l’Avanti! e a l’Unità attraverso le quali i ‘rapitori’ comunicheranno che il partito fascista, non avendo ottenuto risposta alle richieste di una sepoltura di Mussolini, aveva deciso di prendere in custodia le mortali spoglie del duce.

Solo nell’agosto del 1946 si arriverà a una soluzione anche grazie all’interessamento di Alcide De Gasperi e del Papa (nell’imboscamento della salma erano coinvolti anche alcuni religiosi) ed il 30 agosto 1957, durante il governo Zoli, la salma di Mussolini, segretamente conservata nel convento dei Cappuccini di Cerro Maggiore, verrà riconsegnata alla vedova e i resti seppelliti nel cimitero monumentale di San Cassiano in Pennino, vicino a Predappio, dove tuttora si trovano. Da allora il “pellegrinaggio nero” a Predappio avrà un flusso abbastanza continuo che correrà in parallelo al fiorire del merchandising fascista.

Scriveva qualche tempo fa Wu Ming 1 in un lungo reportage:

A distanza di giorni io e Jadel avremo ancora l’impronta di questo cerchio alla testa, e i postumi di questa nausea. Bisogna andare a Predappio in una mattina infrasettimanale qualsiasi, sgombra da ricorrenze. Solo così si può capire non tanto la banalità del male, quanto il male della banalità (…) Viale Matteotti è deserto. Baretti tristi, con dentro un’umanità rarefatta e attempata, china sui gratta-e-vinci. Negozi senza un’anima viva, tranne i negozi dei souvenir fascisti. Lì devono esserci clienti sempre, se arrivano anche in un giorno così smorto. (…) Viale Matteotti. Chiamarlo così doveva essere un contrappasso, o almeno un contrappeso al fatto che qui tutto essudava Ventennio. E invece il contrappasso lo subisce Matteotti, poveretto, come lo subisce Gramsci, del cui nome si fregia una traversa. «Viale Matteotti» sulle borse di tela coi loghi dei negozi di ciarpame fascista, “Viale Matteotti” sui biglietti da visita, sulla carta intestata… Matteotti oltraggiato ogni istante di ogni ora d’ogni giorno. Jadel mi convince ed entriamo nel negozio Ferlandia (…) Affabile, la ragazza – “ragazza” come lo si è in Italia: in realtà ha trent’anni – circondata da adesivi con il grugno di Hitler, tazze con Hitler che saluta, ciondoli con la svastica, pagliaccetti per neonati con motti squadristi, album di rock band neonazi, “capsule compatibili Nespresso” con l’effigie del duce, e goliardia ovunque: “MORIREMO MA NON DI SETE”, “AMICI MIEI QUI SI TROMBA”… C’è una maglietta con la scritta “THOR MIT UNS”, ma il Thor raffigurato è quello della Marvel. Cuscini da sofà della X Mas. Ciabatte, ciabatte infradito con il motto “ME NE FREGO”, pantofole, ancora cuscini… I fascisti ostentano audacia, millantano il culto del vivere pericolosamente, ma il loro merchandising titilla il poltronismo, la voglia di comfort, di una vita piccolo-borghese e ciabattara, col pericolo contemplato a debita distanza. Memento audere semper, ma intanto facciamoci un po’ di coccole. C’è pure Hello Kitty in versione nazista.

Ancora un altro 25 aprile

di Francesco Canu (*)

Come ogni 25 Aprile immancabilmente si assiste a inutili discussioni su chi fossero “i buoni” e “i cattivi”, su chi ha ucciso chi, su chi abbia commesso più atrocità e su chi sia stato “liberato”. In questi scontri, sia da una parte che dall’altra ci si dimentica di cosa sia davvero il 25 Aprile, perché c’è una tendenza a ignorare la memoria storica dei quel periodo.

Innanzitutto, i motivi per i quali l’Italia era ridotta a un cumulo di rovine. L’ITALIA era uno dei paesi AGGRESSORI della seconda guerra mondiale. Questo particolare spesso viene volutamente taciuto. L’Italia fascista era alleata della Germania nazista e del Giappone imperialista. Io non so se voi che perdete tempo a dire cose inutili sapete di quali atrocità si macchiarono i tedeschi e i giapponesi, ma vi consiglio di documentarvi per darvi una seppur pallida idea. E l’Italia fascista ERA LORO ALLEATA.

Il Partito Fascista, l’unico organo politico “costituzionale”, poiché l’Italia si trovava in una dittatura, APRI’ su più fronti una serie di conflitti che non poteva sostenere, con un paio di bagnarole e un paio di moschetti e tanta buona volontà che però non ti fa scudo dalle bombe. Con queste azioni mandò a morire milioni di italiani, i quali prima di morire uccisero altri milioni di esseri umani, caduti nella follia collettiva di una guerra atroce INIZIATA dall’ASSE, ASSE del quale l’ITALIA faceva parte.

Ormai stritolata e ridotta ai minimi termini, l’Italia negoziò la resa, che era la cosa più logica da fare, subendo però poi l’invasione dei tedeschi, che cominciarono a farci assaggiare un po’ della medicina che fino a quel momento avevano riservato senza pietà agli altri stati occupati, con rastrellamenti di civili ed esecuzioni sommarie.

Il 25 Aprile non si festeggia il comunismo e non si festeggia la morte di Mussolini, il 25 Aprile si festeggia la fine di tutta questa follia. Le conseguenze diplomatiche che l’Italia subì dai trattati di pace sono diretta conseguenza dell’essere il paese che ha dichiarato guerra e aggredito deliberatamente i paesi vicini.

Poi magari continuate a giocare a chi è più fascista o chi è più comunista.

 

(*) Francesco è nativo di Sorso, Sossu per i locali,e residente a Laerru da diverso tempo. Queste due considerazioni risalgono a cinque anni fa, ma con gli appropriati e drammatici aggiornamenti riferibili alla situazione italiana e mondiale, va bene anche per l’oggi.

A proposito, riferendomi a quanto scrivo sotto, e lavoro culturale per conoscere, capire e giudicare quanto siamo stati, a Sorso e nel ventennio fascista soprattutto? Niente di niente, salvo una Messa e scarsissimo coinvolgimento popolare…(Piero)

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Festa della Liberazione, ma anche…

 

Rita Clemente ba nome del Comitato Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Chieri

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Ogni anno il 25 aprile noi cerchiamo di dare alla parola Liberazione un significato nuovo e attuale, tenendo ben presente il grande valore della Liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista, compiuta in gran parte dalla Resistenza partigiana e dalla collaborazione attiva della popolazione civile, con una grande partecipazione delle donne.

Non possiamo dimenticare però che quella sciagurata guerra mondiale non si concluse con la liberazione del 25 aprile, ma conobbe un’altra pagina funesta: quella dello sganciamento delle due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki da parte degli USA. Questo evento ha aperto una altra pericolosa ipoteca sulle sorti del mondo.

Oggi sono troppe le nazioni di grande e di media potenza che si fronteggiano con le armi nucleari. La chiamano “deterrenza”. Ma se l’éscalation bellica dovesse arrivare a livelli imprevedibili, non si può escludere l’uso dell’arma nucleare. E allora le conseguenze sarebbero catastrofiche sia a livello di costi in vite umane sia come distruzione degli ecosistemi naturali e durerebbero decenni.

Siamo davvero sicuri di voler correre questo rischio? Guardate in viso i vostri figli, i vostri nipoti. Siamo davvero sicuri di volerli lasciare vivere con questa spada di Damocle sul capo? Allora, oggi Liberazione significa anche, e soprattutto, LIBERAZIONE DAL RISCHIO NUCLEARE.

La campagna ICAN promossa da diversi gruppi pacifisti cui hanno aderito diversi Stati dell’ONU, per la messa al bando delle armi nucleari, ha visto la vergognosa assenza dello Stato italiano alle conferenze in cui gli Stati hanno dibattuto sul problema del disarmo globale.

L’altra parola chiave che vogliamo ricordare oggi è violazione. Le guerre contemporanee sono una chiara VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, secondo il quale l conflitto dovrebbe essere limitato ai combattenti, si dovrebbero attaccare solo obiettivi militari, non strutture abitate da civili e non si dovrebbero usare armi particolarmente insidiose e micidiali. Invece vengono colpiti ospedali, mercati, persino scuole e università senza alcuno scrupolo. Le vittime civili sono il 90%.

Si usano armi pericolose come bombe all’uranio impoverito i cui effetti micidiali sulla salute umana durano per anni. Pertanto è inesatto dire che vi sono “crimini di guerra”, è la guerra stessa, di per sé, a essere un crimine contro l’umanità!

Infine, l’altra parola – chiave che oggi vogliamo ricordare è la parola OBIEZIONE DI COSCIENZA, intesa come rifiuto deciso e consapevole di aderire a operazioni militari o di collaborare con esse. Da testimonianza individuale dovrebbe diventare prassi collettiva! E già lo stanno dimostrando diversi obiettori che, pagando di persona, si rifiutano di prendere le armi in Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele. Oggi i veri eroi sono gli obiettori e i disertori!

Concludiamo con una frase del compianto Gino Strada:

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola “utopia”; preferisco parlare di “progetto non ancora realizzato”. Credo che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell’umanità.

Se il 25 aprile rappresenta la liberazione dell’Italia (avvenuta anche in altri Paesi d’Europa, compresa la Russia) dalla barbarie nazifascista, oggi la liberazione deve andare nel senso di una liberazione totale dell’umanità dall’incubo della guerra.

È un’utopia? Noi preferiamo definirlo “progetto non ancora realizzato!”

Un 25 aprile di rinnovata Resistenza

di Tomaso Montanari

Giorno dopo giorno, la matrice fascista del partito di maggioranza relativa e della cultura politica della presidente del Consiglio diventa più chiara. Perché sempre meno dissimulabile: ma anche sempre meno dissimulata, via via che la permanenza al potere costruisce sicurezza, e senso di impunità.

Sono profondamente persuaso che, dopo un eventuale approvazione della riforma costituzionale, Meloni e i suoi getterebbero progressivamente la maschera, facendoci svegliare in una situazione ungherese. Di lì in poi, nessuno è oggi in grado di prevedere cosa succederebbe.

Questo 25 aprile 2024 appare dunque rivolto al futuro almeno quanto lo è al passato. È un 25 aprile di rinnovata resistenza, innanzitutto sul piano intellettuale e culturale.

A questo servono egregiamente due libri recenti che connettono, come in un tramando generazionale, due figure di intellettuali antifascisti.

Il primo è di LUCA CASAROTTI, giurista universitario: un libro urgente, scritto meravigliosamente e venato di amara ironia. Urgente perché se la seconda carica dello Stato, il cui secondo nome è Benito, dice serissimo che la Costituzione non è antifascista, è davvero necessario spiegare cosa sia l’antifascismo: così spiegando anche perché chi non riesce ad aderirvi lo fa per una sola ragione, e cioè per una intramontabile affezione al suo contrario.

Casarotti non si dedica all’anti-antifascismo di chi è oggi al potere: che non ha bisogno di analisi, ma solo di un buon udito e di onestà intellettuale. Si occupa invece di quella paludosa zona grigia che – in nome di una caricatura del liberalismo, di un anticomunismo viscerale, di un programmatico disimpegno, della tutela dello stato delle cose – da anni scredita la Resistenza, ne contesta il ruolo di fondamento della Repubblica, nega un diritto di agibilità politica attuale all’antifascismo e difende il diritto dei fascisti di dirsi fascisti (per sempre invece negato dalla Costituzione).

Casarotti analizza, con grande finezza, gli scritti di più o meno fortunati esponenti di quella zona grigia, a partire da quelli del professor Ernesto Galli della Loggia, la cui «fascinazione ultima per il patriottismo di Giorgia Meloni è un esito di impeccabile logica», perché «il punto di caduta di tutta la sua critica all’antifascismo» è che esso «non va accolto come un patto di mutuo riconoscimento – esteriore quanto si vuole – tra forze pure in reciproca competizione, ma va rigettato perché rappresenta il lasciapassare per il comunismo nell’Italia democratica».

L’antidoto proposto da Casarotti a questa retorica ormai mainstream è la capacità di tenere in tensione il discorso pubblico di oggi con una conoscenza diffusa della storia: «L’inquinamento del discorso pubblico si misura dal livello di riduzione della storia a mito. Nazismo, Liberazione, Resistenza sono luoghi retorici a cui spesso attingono le propagande, in cerca d’una esasperazione dell’emotività: restituire alla Resistenza la sua materialità storica, insieme di nessi causali e dunque processo pluridecennale, è il modo di sottrarla agli usi propagandistici che di volta in volta se ne vogliono fare».

Ma che rapporto c’è tra la ricerca storica e la coscienza di massa nelle nostre società democratiche? Viene in mente la terribile profezia di Johan Huizinga nel 1929: «Una scienza storica che si appoggia esclusivamente su un’associazione esoterica di eruditi non è sicura; deve invece affondare le sue radici in una cultura storica posseduta da tutte le persone civili».

In un intreccio commovente, accanto al libro di uno studioso trentacinquenne che riflette sul nostro rapporto con la storia, compare quello di uno studioso che ci ha lasciato a novantanove anni, quattro mesi fa: GASTONE COTTINO, partigiano protagonista della Liberazione di Torino, anche lui giurista, accademico dei Lincei.

Avendo combattuto per riconquistarsela, Cottino non temeva di usarla, la sua libertà: «La presidente del Consiglio e il suo partito – scrive – sono gli eredi diretti del fascismo di ieri. Lo sono per esplicite rivendicazioni, per i simboli a cui fanno riferimento, per la cultura che esprimono, per il linguaggio che usano, per le immagini del passato che portano con sé. Non ingannino le prese di distanza di maniera né l’inevitabile condanna delle leggi razziali, che avvengono in assenza di una lettura seria e approfondita del fascismo nei suoi fondamenti e nelle sue pratiche: di quel fascismo che è stato la stella polare del Movimento sociale e che continua a esserlo nella fiamma del simbolo di Fratelli d’Italia. E non ingannino neppure le diverse modalità con cui il fascismo di oggi si presenta rispetto a quello di ieri, anch’esse inevitabili, dato il mutare dei tempi».

Come in un ideale passaggio di testimone, Luca si pone il problema del rapporto col passato, Gastone di quello con il futuro.

Scrive quest’ultimo: «Non basta guardare al passato. Bisogna guardare anche al presente. Un antifascismo vero deve estendere il suo impegno a realizzare una società opposta a quella che il nuovo fascismo – in continuità con il vecchio – ci propone: una società in cui si persegua la partecipazione e non il culto del capo, in cui si metta al centro il pubblico e non gli interessi privati, che concentri i suoi sforzi sulla salute e sull’istruzione, che persegua l’uguaglianza e condizioni di vita accettabili per tutti e tutte “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, come vuole l’articolo 3 della Costituzione». Che è poi il più urgente augurio per questo 25 aprile, così terribilmente decisivo.

Un nuovo 25 aprile per rafforzare la Resistenza

Insieme alle tantissime, coraggiose e forti donne di oggi a cui DOBBIAMO ESSERE GRATI (Piero)

CATERINA E LA SUA BICICLETTA

di Giorgia Satta (*)

Caterina,

veloce in bicicletta senza cantare,

e quella borsa da portare piena di batticuore

e di pane di carta.

Caterina,

le forcine perse lungo la salita

vita senza tempo per pettinarsi i capelli…

attenta agli sguardi diversi che vogliono vedere i pensieri.

Caterina,

non c’è modo di godersi la luna,

meglio se non c’è per fare la strada,

punge il vento della sera, e bagna gli occhi il coraggio

Caterina,

veloce in bicicletta senza farsi sentire,

senza capire tutto solo voglia di andare,

che la vita non è niente se c’è un solo colore

se un altro decide per te di chi è il sole

e la canzone che puoi fischiare e il Dio che puoi pregare

Caterina,

non temere non è niente la vita

se non te la puoi giocare.. libera.

(*) Il mio grazie a Caterina,una mia zia acquisita,staffetta partigiana che su quella bicicletta ha ”pedalato” la libertà per regalarla a noi,come migliaia di donne e di uomini, che mai dobbiamo dimenticare. Amo i partigiani!

 

 

Il pensiero del vecchio saggio Andrea Camilleri, morto nel 2019, con riferimento al fascismo mutante impersonato da un ignobile esserino che oggi, 2024, ci ritroviamo ancora addirittura come vice premier (Piero)

https://youtu.be/2Yvvf9LnVHE?si=mH03VvAhCk_Zxrpz

Alessandro Barbero sulla Resistenza