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In ricordo di Pietro

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di Giovanna Stella

Otto anni di scuola trascorsi insieme, godendo della sua intelligenza e della sua bontà d’animo. Si, Pietro aveva un grande cuore. Durante gli anni d’ elementari dimostrava la sua generosità aiutando noi compagnetti a superare le difficoltà che incontravamo nelle diverse materie scolastiche. Irene Sanna,la maestra che insegnava la matematica e la geometria scrivendo nel pavimento, voleva bene a tutti noi, ma di lui, vedendolo così disponibile verso gli altri, era quasi innamorata.

Durante le medie la sua bellezza fisica non passava inosservata davanti alle ragazze, e la professoressa Pellegrini, quella che ogni giorno mangiava una merendina all’inizio delle lezioni e una a fine mattinata, lasciando noi studenti col languorino in bocca, per Pietro aveva un occhio di riguardo.

Spesso andavamo a casa sua per fare i compiti, e oltre essere ben accolti dalla mamma Maria Francesca, lui non mancava mai di prepararci il tè coi biscotti. Mi ricordo quella volta che abbiamo trascorso l’intera serata a ridere, tra un esercizio di matematica e l’imitazione dei nostri compagni di classe e delle bidelle. Spesso, durante la scuola di catechismo, anche la simpatia e l’affetto di Nicoletta Calvia ci dava spunti per ridere.

Per tanti anni ci siamo persi di vista, ma quando capitava di rivederci, la gioia era sempre reciproca. L’ultima volta è stata in occasione di una festa di compleanno di mio fratello Mario, dove abbiamo parlato di lui, di me, della vita, e anche della nonna tata Fara, di quando venivo portata da mia madre nel suo negozio di abbigliamento per acquistare i vestiti per la domenica.

La sua perdita aveva lasciato un grande vuoto in tutte le persone che gli volevano bene e apprezzavano le sue doti umane.

Zimbonia, l’ ipagliosumini sussincu ed altro ancora

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Presentazione

di Piero Murineddu 

Scrive Andrea Pilo nelle prime pagine del suo volume pubblicato nel 1999: ” Non è certo la Brunelleschiana Fiorentina o la Michelangelesca VatIcana ma è “La nostra cupola” attraverso la quale identifichiamo il nostro mondo, il nostro tempo di ieri e di oggi, le nostre storie felici o tristi. Tutto, nel bene e nel male, è stato vissuto e si vive dentro o fuori della “Zimbonia” ed è per questo che è, e resterà, oltre all’identificazione religiosa (….)”

Esagerato? Mah! Certo che da sempre per Andrea, appassionato d’arte e, per quanto so io, anche esperto in questo  campo, Giesgia Manna col suo cupolone ha avuto sempre particolare e alto significato, e il compianto studioso Nicola Tanda nella presentazione del volume, assicura che anche  tutti li sussinchi sentono l’importanza e “vicinanza” affettiva per questo luogo “simbolico”, come lui stesso afferma qui sotto. Il docente universitario, rischiando di urtare la suscettibilità di quelli tra i sorsinchi di “poco spirito”, ne dice di tutti i colori, mettendo anche in rilievo certo nostro “ipagliosumini” sia esso vero o presunto, simboleggiato appunto da la boccia manna di la zimbonia.

C’è da conoscere, imparare, riflettere, da ridere  e d’abbascià la crestha  leggendo il pensiero di uno dei fratelli Tanda, e se vogliamo, rilassarsi  “sgonfiando il petto”. Dei maschi soprattutto, in quanto quello delle donne…vanno bene così.

Al termine della sua presentazione, il Prof rileva che una delle 28 tele tra quelle realizzate dai pittori “continentali” dopo aver ricevuto una foto da Andrea, il romano Franco Fortunato“l’ha interpretata come una nuova Arca di Noè, consapevole che quei valori comunitari che essa rappresenta e che hanno caratterizzato nel passato il paese, non possono andare dispersi, poiché costituiscono la speranza di una continuità tra passato e futuro”

Sempre il “solito” e importante auspicio: non disperdere i valori comunitari, quelli che creano continuità nel tempo che passa. Cosa condivisibile da chi ha buon senso e da chi considera fondamentale avere una propria identità personale e collettiva. “Identità collettiva”: mi chiedo spesso se ai nostri giorni ciò sia ancora possibile, considerando l’estrema e spesso esasperata soggettivazione dilagante sotto tutti i punti di vista. Ma naturalmente questo è un mio chiodo fisso, che probabilmente mi porterò dietro fino all’ultimo dei miei giorni.

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La Zimbonia secondo Franco Fortunato

Scrive Andrea su questa tela: “L‘Arca, immensa, ancorata su una spiaggia con la parte centrale coperta da tre velari che cadono dall’alto di un traliccio, ma che non impediscono di vedere in tutta la sua grandezza la chiesa con la sua caratteristica zimbonia. La composizione bellissima, è giocata tutta sul colore brunobruciato, che rende maggiormente poetico questo incredibile “coro” che l’artista ha voluto innalzare in onore di Santu Pantareu e della sua zimbonia”.

Introduzione al volume

di Nicola Tanda

Il termine zimbònia deriva dal catalano cimbori, e dallo spagnolo cimborio. Il Dizionario Etimologico Sardo del Wagner reca: “in logudorese settentrionale tsinbòina (sassarese zinbònia)..; anche zimbònia. In logudorese si usa anche per “cotta”, ”sbornia” (ha leadu una zimbòina), secondo il Casu.

Le due eccezioni di zimbònia, o meglio con metatesi della “i”, zimbònia, quella del linguaggio architettonico, relativa alla cupola e quella figurata e metaforica, relativa alla sbornia, si addicono entrambe alla cupola di San Pantaleo che, come tutti sanno, è un monumento neoclassico, progettato e costruito dal padre Antonio Cano agli inizi dell’Ottocento.

La chiesa parrocchiale è concepita secondo lo stesso schema e modulo impiegato nella costruzione della cattedrale di Nuoro ed è sorta sulla pianta della precedente chiesa in stile romanico di San Pantaleo. Non erano tanti i paesi che avevano titolo per vantare una chiesa tanto imponente, la quale doveva rispondere anzitutto al ruolo e al prestigio, più che di paese, di cittadina che Sorso aveva avuto nel medioevo, come capoluogo della Curatoria della Romangia, e corrispondere così, di conseguenza, all’alto concetto che di sé gli abitanti hanno sempre avuto.

Direi che nel passato, forse oggi un po’ meno, il prestigio derivava loro dal ruolo economico che svolgevano nel settore primario, quello agricolo. Un’attività che ora svolgono in misura, rispetto ad allora, assai ridotta. Non più frutta, non più ortaggi, non vino, non olio, che possano, come una volta, competere, dal punto di vista commerciale, con la produzione di altri paesi sardi, soprattutto del Campidano, che oggi risultano al passo con la produzione agricola moderna.

Non investono molto, nonostante la scolarizzazione di massa, o forse manca un pubblico adeguatamente consapevole, nemmeno in materia grigia, che costituiva, in altri tempi, una risorsa primaria sia nella cultura che nella politica. Neanche svolgono un ruolo adeguato ed appropriato nel turismo, per il quale hanno le risorse naturali ma non quelle culturali. Necessita, per questo settore, una cultura e una vocazione che non si addice all’orgoglio, alla superbia e, diciamo pure, alla megalomania dei Sorsensi.

Megalomania proverbiale, da ispanta carrela, di cui conviene ricordare almeno un esempio, neanche molto remoto. Durante la seconda guerra mondiale, anzi proprio alla fine, quando gli Alleati angloamericani erano sbarcati in Sardegna, tra le truppe di occupazione, che avevano stanza intorno a Sorso, vi erano alcuni giocatori della squadra nazionale di calcio inglese, che erano stati mandati nelle retrovie, proprio per salvaguardare alla nazione un patrimonio così prezioso. I giovani sorsensi di allora avevano una straordinaria passione per il calcio e, nel campo sportivo, che era stato ridotto dai militari ad una specie di campo trincerato, si allenavano con loro. Non fu difficile familiarizzare e venne organizzata con i giocatori inglesi una partita, come si dice oggi, amichevole. Per dare più risalto all’avvenimento, del tutto insolito, venn fatto stampare e affiggere a Sassari, a Portotorres, ad Alghero e dovunque fu possibile, un manifesto dove spiccava a grandi caratteri la dicitura: “Incontro di calcio Sorso-Gran Bretagna”. Un fatto e un gesto che è rimasto memorabile, certo in qualche misura veritiero, ma non al punto da contrapporre il Sorso alla Gran Bretagna. Ma di questa sostanza un po’ enfatica, certo “transfottente”, e un bel po’ megalomane, erano fatti gli abitanti che hanno in San Pantaleo il loro santo patrono!

Ebbene, la zimbònia di Santu Pantareu era, in qualche modo, il segno e il simbolo di tutto questo. Anche delle sbornie, grandi anch’esse come una zimbònia, le sbornie degli amici affezionati al vino, di quello buono, che oggi molti, troppi disdegnano preferendogli, fin dall’adolescenza, i prodotti dei narcotrafficanti. Dunque addio alle solenni sbornie, ai soliloqui o ai dialoghi degli ubriachi sotto i lampioni, alle loro epiche ebbrezze, di quelli chi faziani vinu bonu e davano alle feste ed alle lunghe notti estive una nota di allegria e di baldoria, e di quelli chi faziani vinu maru e che provocavano risse, scazzottature da film western, e sassaiole di triddie che rompevano il silenzio notturno delle strade deserte, suscitando un muidu, un sibilo, ad ogni rimbalzo, finché l’eco si spegneva lontano in fondo alla strada o con fragore contro un muro.

La festa del santo patrono veniva festeggiata solennemente, e quindi con grandi abbuffate che si consumavano al mare e che ogni anno si concludevano almeno con un morto i lu fossu di la Foza, per una sincope più che per annegamento. La sera, nella piazza di San Pantaleo, il pubblico assisteva alle gare che i poeti estemporanei, i cantadores, improvvisavano dal palco cantando in logudorese, a turno, le loro ottave che celebravano le virtù o i vizi corrispondenti, amati con eguale passione, gli uni e gli altri, dagli astanti.

Amati quanto le corse dei cavalli che Sorso allora allevava, a gara, e che costituivano un vanto, specie nel Logudoro e nell’Anglona. Come del resto i fantini, che allenavano i cavalli lungo i litorali della marina, irrobustendone i garretti nelle corse al galoppo sulla sabbia delle amenissime spiagge. Tutto questo sempre all’ombra della zimbònia.

Perciò dire la zimbònia era come dire Sorso, una figura metaforica di questa oltranza, di una megalomania che sapeva tuttavia a tratti fare conti con la realtà. Di questa capacità di adattamento a situazioni concrete si può raccontare, a proposito, un aneddoto rimasto memorabile, quello del vignatiere durante una delle guerre di successione spagnola.

I Francesi erano sbarcati dal mare e c’era, in corso, un aspro confronto a Marritza tra loro e gli Spagnoli, un vignateri, in chistu indunca, duvia allistrhì li fondi, e li dì passabani. Era antzianu, no abia più anchi boni pa divintzassi currendi. Ha ciamaddu lu figlioru:”mè figliò, eu sogu antzianu e no possu currì. Tu sei giobanu, sei lestrhu e hai anchi boni. Giompi tu a la vigna e datti cuidaddu pa allistrhì li fondi. Ma, attintzioni! Affaccu a mari sò isbarchaddi li Frantzesi e v’è un cumbattimentu tra eddi e l’Ipagnori. Li Frantzesi hani la dibisa ruja, l’Ispagnori la dibisa bianca. Si vedi chi ill’utturinu sò atzendi chiddi visthuddi di ruju, li Frantzesi, debi tzichirrià forthi: “Viva la Francia”. Si inveci vedi chi atzani chiddi vistuddi di biancu, l’Ipagnori, devi tzichirrià: “Viva la Spagna”… Attentu a no ibbaglià.

Il succo dell’aneddoto è tutto in quel “Attentu a no ibbaglià”, in quell’avvertimento a badare al sottilissimo discrimine che separa, in ogni rischio, il successo dall’insuccesso, la sfida o la scommessa nella quale si cimenta l’intelligenza o la saggezza, oppure, se volete, l’astuzia o il cinismo dei sorsensi. Machiavelli userebbe la parola “virtù”, in relazione con quella di “fortuna”, per indicare la capacità di realizzare un proprio intento mediante il corto circuito di una analisi rapida di una situazione scabrosa (“la fortuna”) per venirne a capo evitando di uscirne schiacciati.

Si potrebbe anche parlare di capacità di mettere d’accordo il principio del desiderio con quello di realtà, ma è cosa che non sempre riescono a fare, poiché spesso si abbandonano anche all’estro e alla fantasia. Si potrebbe invece teorizzare una loro impermeabilità alle lotte di potere, che passano sulla testa delle persone, e dalle quali preferiscono tirarsi fuori, sia per spirito d’indipendenza, sia per pragmatismo, portati come sono a privilegiare la onesta ed eroica lotta quotidiana per la sopravvivenza. O forse la privilegiavano allora, quando, radunati intorno alla cupola, alla zimbònia, avevano un senso fortissimo della comunità. Ed erano orgogliosi che, mentre nelle chiese romanico o gotico-catalane di altri paesi, svettavano quasi sempre un campanile isolato, in San Pantaleo, invece, affiancata al campanile, una cupola, voltata sopra un tamburo, come una enorme semisfera grigio-azzurra che si poteva riconoscere dalle lontananze dei luoghi circostanti.

Non mi sorprende perciò che Andrea Pilo si sia innamorato di questo simbolo e, da vero sorsense qual è, pieno di risorse e di ingegno, istrhavaganti che lu poipu, abbia voluto fare un monumento al suo paese, chiedendo a tanti pittori qualificati sardi e non sardi, che ha potuto incontrare, e giudicare di ingegno, una interpretazione della zimbònia.

Devo ammettere che questo simbolo così calato nell’immaginario popolare ha trovato, anche presso di loro, consensi e riscontri davvero interessanti. I pittori, si sa, come tutti gli artisti, per mestiere operano sull’immaginario e sui simboli e non hanno difficoltà a crearli o  reinterpretarli

Aveva cominciato un grande pittore sorsense, forse il massimo che abbiamo avuto, Pietro Antonio Manca, con una sua minuscola zimbònia che svapora azzurra nel cielo. Ma, Andrea ha voluto coinvolgere, a più riprese, mio fratello Ausonio, che dei sorsensi aveva assimilato virtù e difetti, in misura considerevole, e pochi hanno potuto eguagliare la sua capacità di mitizzare. È stato sempre desideroso di comunicare, di sedurre, di lasciare un segno di sé, della sua presenza, e ancora continua a parlarci, ad affascinarci coi suoi quadri, colle sue nature morte. le sue marine, le sue stazioni, i suoi pescatori. Continua insomma ad esercitare quella sua arte della seduzione, insomma, quella capacità di coinvolgere l’osservatore o il suo interlocutore, con l’energia persuasiva della fantasia. Quale si può percepire in queste sue interpretazioni della zimbònia che testimoniano una memoria appassionata di questo simbolo archetipico del suo paese di origine.

Con questa simbolica cupola si sono confrontati inoltre gli altri pittori, sardi e non sardi. Tutti ne hanno avvertito la magia e l’imponenza e sono riusciti a darne una rappresentazione, o mitica o favolosa, nel rilevarne lo slancio ascensionale, A quell’ansia, propria del monumento, di ricondurre verso l’alto lo sguardo dell’osservatore, di voler richiamare la comunità dei fedeli, quella interna alla chiesa, verso la simulata volta del cielo, e quella esterna verso quei nobili valori di cui la cupola era e resta il simbolo. Alcuni l’hanno vista sospesa al cielo con fili e tirata su da un coro di angeli, altri, come in una favola delle Mille e una notte, con una mezzaluna incombente che ne accentua il carattere orientale, quasi una moschea. Qualcuno l’ha circondata di nastri e di fiocchi che corrono, portati dal vento sulle strade dandogli l’aspetto festoso di un pacco natalizio. Qualcun altro è riuscito a conferirgli un alone quasi metafisico, o l’ha incendiata di rosso acceso, degno di Scipione, o l’ha evocata dalle nebbie dei ricordi. Ancora, qualcuno ne ha tracciato un disegno delicato e leggero smaterializzandone la possanza, oppure isolata e sospesa su un drappo di porpora ornandola con un ramo d’ulivo. C’è stato perfino chi, giustamente, l’ha interpretata come una nuova arca di Noè, consapevole che quei valori comunitari, che essa rappresenta e che hanno caratterizzato nel passato il paese, non possono andare dispersi, poiché costituiscono, come ci auguriamo davvero, la speranza di una continuità tra passato e futuro.

 

Di seguito la postfazione al volume di Gianfranco Sias

“La Zimbonia” e l’invito di Gianfranco Sias a recuperare un’identità che va perdendosi

Gioventù andata

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di Piero Murineddu

L’anno è il 1984, 23 settembre. A specificare addirittura l’ ora, tra le 17, 17 e trenta, è la fervida memoria di Piero Canu, rimasto baldo giovanotto anche oggi dopo quasi quarant’ anni.

Foto di gruppo in quella che era la casa estiva delle suore vincenziane di Sorso, presso Pedras de Fogu, sulla strada per Castelsardo, rimasta in seguito abbandonata per decenni.

Era qualche giorno dopo un’esperienza comunitaria fatta a “La Madonnina”, tra San Leonardo e Cuglieri, insieme a Pietro Faedda, al tempo aiuto parroco di Giovanni Manca a Sorso. Ricordo che in quei giorni estivi trascorsi in montagna si alzava di buon mattino per sbattere uova su uova per la colazione della compagnia ancora a letto. Nelle due volte che si era fatta la vacanza in quel bellissimo posto, con noi era venuto anche zio Antonino Petretto, il factotum della parrocchia di allora. Una sera erano venuti anche i monaci del monastero benedettino di San Pietro di Sorres, che non si erano fatti scrupolo a seguire le indicazioni giocose che dava mia moglie Giovanna, in prima fila nella foto.

Ai-cichiciai-cichiciai-popof” era il canto minato, e loro, i monaci, con la nera tonaca d’ordinanza, a muovere il sederone e a ridere senza contenersi, quella espressione umana che aiuta ad allietare la vita e a renderla più leggera, nonostante i tempacci attuali.

Nella foto è presente anche la mite suor Anna, donna semplice, discreta e di pochissime parole. In alto a destra il sempre presente e sempre orante Franco Pilo, amico di una vita.

Per il resto, faccia pure chi si riconosce…

La Memoria volutamente di comodo dell’ attuale Governo

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di Marinella Salvi (il manifesto)

Ci si son messi in tanti, tranne quelli che hanno sfogliato un atlante storico o hanno un minimo di memoria del fatto che chi ha dato il là a una serie infinita di tragedie ha nome Mussolini, quello che esportava la civiltà italica a colpi di cannone.

Gli svarioni storici, politici, di senso comune addirittura, sono assiepati invece come nulla fosse nel treno storico che è partito da Trieste, binario 1 della Stazione Centrale (nata Südbahnhof per la cronaca).

Il Treno del Ricordo 2024 è promosso dal ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e messo a disposizione da Fondazione Fs: ci sono una mostra multimediale, l’annullo filatelico e le masserizie degli esuli da uno dei magazzini del vecchio porto di Trieste.

Nato da una risoluzione della Commissione Cultura della Camera dei deputati, è realizzato dalla Presidenza del Consiglio in collaborazione con il ministeri della Cultura, dell’Istruzione e della Difesa nonché la Rai, l’Archivio Luce e Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata. Il treno girerà l’Italia per arrivare il 27 febbraio a Taranto.

Stupisce che nessuno dei tanti collaboratori abbia avuto un momento di perplessità davanti alle belle immagini di Istria e Dalmazia ritenute di provata appartenenza all’Italia essendo state romane fin da un paio di secoli prima di Cristo. Con questa logica si potevano rinverdire «ricordi» di un gran pezzo di Europa e di Nord-Africa ma forse si è pensato fosse fuori tema.

Fuori tema alla grande, invece, questo treno delle baggianate revansciste ci va quando accomuna gli esuli ai militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi. L’intento? La confusione massima evidentemente. I nostri militari mandati nei Balcani per occupare terre altrui che, dopo l’8 settembre 1943, in decine di migliaia si rifiutarono di servire i nazisti e preferirono l’internamento sono semmai un chiaro esempio di antifascismo e, non a caso, vengono ricordati il 27 gennaio con tutte le vittime del nazifascismo (pesa però la damnatio memoriae dei 10mila partigiani italiani morti combattendo in Jugoslavia). Ma forse mescolare foibe e Shoah aiuta a cassare pezzi di storia per dare enfasi solo a quanto fa comodo.

La presenza, nella mostra, dei militari internati ha fatto sbigottire la loro Associazione – come tutto il Forum delle associazioni antifasciste e della Resistenza – che sottolineano come il richiamo insistente all’italianità, ancora una volta, non faccia che evocare l’esproprio dell’identità di sloveni e croati perseguita dal fascismo e dall’occupazione di quelle terre nel 1941.

Ma questo treno che porta a spasso vergognose falsità di Stato è anche una provocazione che sembra smentire la flebile voce  del presidente Mattarella sulla «rinnovata amicizia tra Italia e Slovenia».

«Ricordiamo le vittime delle foibe e quanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, ma caliamo quelle tragiche vicende nel corretto contesto storico – ha commentato l’Anei – non per favorire il proprio nazionalismo».

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Tacciano le armi !

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Appello di un gruppo di lavoratori dello spettacolo e della musica

L’ offensiva militare dello stato d’Israele contro il popolo palestinese prosegue con un sistematica e crudele ostinazione. Governi e istituzioni balbettano indecisi la loro indignazione e il loro stupore di fronte alla tragedia in corso, quasi non fossero essi stessi responsabili di ciò che sta avvenendo.

In questi giorni, tuttavia, siamo tutte e tutti testimoni di una catastrofe che è umanitaria, politica, etica, e non possiamo né vogliamo rimanere silenti di fronte a una sciagura di tali dimensioni. Stiamo assistendo ad un genocidio.

Il silenzio, l’indifferenza, il disinteresse nei confronti degli eventi in corso da parte del mondo della canzone, della musica, dello spettacolo, sono intollerabili. Abbiamo il dovere di dire basta, una volta per tutte, al genocidio del popolo palestinese.

Lo vogliamo dire nel segno della pace fra i popoli, della democrazia e dei suoi valori, della giustizia e del diritto internazionale, e lo vogliamo dire rifuggendo, senza se e senza ma, da qualsivoglia sentimento antisemita, che non ci è mai appartenuto, non ci appartiene e non ci apparterrà mai.

Siamo convinti che la pace fra Palestina e Israele sia possibile, necessaria e, oggi più che mai, urgente, per il bene del popolo palestinese, di quello israeliano, di tutti i popoli. Oggi, adesso, ora o mai più. Disconosciamo la guerra, cancro della storia, e imploriamo la pace, che è l’unica cura, l’unica soluzione possibile del conflitto in corso, di tutti i conflitti che insanguinano la comunità umana.

Non possiamo né vogliamo più rimanere inermi testimoni dell’annientamento del popolo palestinese. Dobbiamo e vogliamo tornare protagonisti del processo storico, perché è nel processo storico che insistono le nostre vite e quelle dei nostri figli, che non meritano un mondo governato dalla legge del più forte.

Tacciano, una volta per sempre, le armi, e parlino l’amore, la pietà, la compassione e la fratellanza, che sono la ragione stessa delle nostre canzoni, della musica, dei palcoscenici, dello stare insieme, dei nostri abbracci e dei nostri baci, del nostro insopprimibile desiderio di accogliere e di amare, del nostro essere partecipi dei destini del mondo. Perché il mondo non appartiene a qualcuno, il mondo è di tutti, perché tutte e tutti siamo membri di un’unica avventurosa famiglia, la Pace.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/02/07/i-soldati-israeliani-esultano-per-le-distruzioni-a-gaza-i-video-analizzati-dal-nyt-che-potrebbero-rivelare-violazioni-alle-convenzioni-di-ginevra/7437144/?fbclid=IwAR0Od67FDUxmqHpBuTnhpltuRHD2TxvqbXnVBMusxqBdG7q_VUfcBbJBGE4

Alle armi?

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di Michele Lucivero

(osservatorionomilscuola.com)

Anche davanti a ciò che è accaduto a Gioia del Colle, in provincia di Bari, è evidente che quella che noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università conduciamo contro le forze armate, Leonardo SpA, che cerca di finanziare scuole e ospedali, la Fondazione Med-Or, che entra nelle università con progetti di ricerca dual-use, e contro tutto il complesso militar-industriale è, per definizione, una battaglia ad armi impari, soprattutto perché noi, pacifisti, nonviolenti e antimilitaristi, le armi non le abbiamo, anzi le rifiutiamo, anteponendo l’urgenza di educare le ragazze e i ragazzi alla PACE, non alle guerre.

Non solo, soprattutto al sud, noi dell’Osservatorio siamo impotenti, perchè resiste, dopo decenni di indottrinamento, un preoccupante retaggio per cui i militari godono di un certo rispetto, godono dell’onore che si deve tributare a chi si è sacrificato per la Patria e, soprattutto, le forze armate costituiscono un importante bacino lavorativo di posti fissi e discretamente retribuiti, nonostante si tratti di imbracciare le armi e sparare.

E così, può accadere che da noi, al sud, passi come manifestazione istituzionale, con la presenza delle autorità del Comune, la presentazione di un calendario, il CalendEsercito 2024, smaccatamente fascista, fortemente voluto da Isabella Rauti, figlia del più noto fascista della storia recente, Pino Rauti, e che tale manifestazione veda coinvolte le studentesse e gli studenti di una scuola, senza che la loro partecipazione sia stata condivisa dal Consiglio di classe o dal Collegio docenti, come dovrebbe essere, ma solo perchè non si possono rifiutare gli inviti dei militari!

Ma ciò che ci turba maggiormente, nelle more di questa faccenda che potrebbe essere solo formale, è che, nella sostanza, quel calendario è stato presentato per celebrare «l’Italia sempre……prima e dopo l’8 settembre 1943», adobrando un lugubre riferimento volto ad esaltare una Italia che prima dell’8 settembre 1943 era palesemente una dittatura fascista e, in quanto tale, era pienamente coinvolta nel rastrellamento di quegli ebrei e di quegli oppositori che solo qualche giorno fa abbiamo cercato di commemorare, accanto ad altri esseri umani che vengono trucidati, nella più surreale edizione della Giornata della Memoria.

Ci colpiscono profondamente, dunque, e ci addolorano queste immagini, dopo quella che avevamo già segnalato tempo fa, proveniente da Trani, in cui una bambina, una ingenua e innocente bambina, a Gioia del Colle, viene cinta da un giubbotto antischeggia per andare a fare la guerra. Rimaniamo disarmati, non solo metaforicamente, davanti alle immagini di bambini e bambine che vengono condott* nei carri armati, quelli che servono per uccidere o ferire a morte altri esseri umani.

E ci addolora, soprattutto, perchè tutto ciò accade, nella più totale indifferenza della società civile, nella nostra Puglia, la Puglia di don Tonino Bello, la terra di don Giovanni Ricchiuti, il presidente nazionale di Pax Christi, sostenitore dalla prima ora dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la Puglia in cui sono partite le prima marce della pace con Altamura e Gravina in testa.

Rimaniamo sempre più sconcertati da queste immagini, che vedeno bambini e bambine coinvolt* in devastanti operazioni retoriche e propagandistiche finalizzate alla familiarizzazione con la guerra, per cui, mentre è già partita una interrogazione parlamentare da parte dell’on. Elisabetta Piccolotti, che ci ha segnalato l’episodio sgradevole, chiediamo a genitori, docenti, educatori di non rimanere indifferenti e di sottrarsi a questa logica attraverso mozioni e documenti che l’Osservatorio ha predisposto con il Vademecum (*).

Peraltro, questa logica mortifera, per chi avesse un po’ di memoria storica, obbedisce ad un canovaccio già visto circa un secolo fa. Si tratta di una successione di nefaste iniziative che hanno portato ad aumentare, come vuole il ministro della difesa Guido Crosetto, la dotazione di difesa del nostro Paese, ma poi ci ha portati direttamente in una Prima e una Seconda guerra mondiale.

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(*) Per scaricare il Vademecum

Archivio mozioni e documenti

Sui movimenti ecclesiali ma non solo

 

di Piero Murineddu

A volte, aderire ad un gruppo particolare o ad una associazione, diventa una cosa quasi totalizzante, che facilmente porta a rinchiudersi dentro per avere quel rassicurante senso di appartenenza e sicurezza introvabili altrimenti. Non è impossibile però, entrare inconsapevolmente in un vortice integralista, nel senso che “la verità più vera e completa ce l’abbiamo noi”, per cui si guardano tutte le altre realtà con sufficienza, se non addirittura con sospetto.

Credo che questo non sia un atteggiamento che aiuti realmente a crescere e, per dirla cristianamente, a riuscire a vedere l’azione dello Spirito ovunque, anche nelle persone e nelle realtà apparentemente “distanti”.

Qualche giorno fa Francesco ha ricevuto in udienza il gruppo ristretto che guida il movimento dei Neocatecumenali e lo stesso Kiko Arguello, pittore, che lo ha fondato negli anni 60. Naturalmente sono stati snocciolati al vecchio papa i numeri delle loro iniziative e successi in non so quanti Paesi nel mondo.

Io riporto non quanto Francesco ha detto loro in questa occasione, ma le sue parole nei loro confronti pronunciate dieci anni fa, sempre validissime e non solo per questo movimento che ama farsi le sue lunghe liturgie coi suoi canti accompagnati dal battito delle mani e gli accordi spagnoleggianti in LAm SOL FA MI creati dallo stesso Arguello…

Vedi tu se quanto dice Francesco si può applicare ad altre realtà associative, partiti politici e simili:

Vi esorto ad avere cura con amore gli uni degli altri, in particolar modo dei più deboli. Il Cammino neocatecumenale, in quanto itinerario di scoperta del proprio battesimo, è una strada esigente, lungo la quale un fratello o una sorella possono trovare delle difficoltà impreviste. In questi casi l’esercizio della pazienza e della misericordia da parte della comunità è segno di maturità nella fede. La libertà di ciascuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal “Cammino”, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore”

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Ricordo di Egidio Guidubaldi

QUANDO “BRACCOBALDO” COMBATTEVA L’ OTTUSITÀ DEL POTERE CON LA CULTURA

di Sergio Naitza

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Sotto il nero cespuglio increspato delle sopracciglia, che contrastava col bianco candido dei capelli, si muovevano due pozze d’acqua chiara: occhioni dolci e imploranti, l’arma segreta con la quale riusciva a convincere i più scettici della bontà delle sue mirabolanti operazioni culturali. Arrivava in redazione a piedi, sudando e sbuffando nel clergyman, trascinando la sua mole di pachiderma ferito. Ti guardava sottecchi, sollevava il mento inquisitorio e disegnava con parole forbite la nuova avventura di organizzatore di spettacolo disponendo sul tavolo carte stropicciate, fotografie unte, fotocopie illeggibili che gonfiavano il suo fedele marsupio, una borsa impiegatizia di pelle lucida. E alla fine puntava bonario l’indice, ammonendo contro qualcuno e tutti, ma si capiva che lui testardamente voleva andare fino in fondo. Dove? Al cuore delle sue sfide-utopie, progetti diventati più grandi di lui, che riassumeva in titoli meravigliosamente colti e astrusi, lunghi come un film della Wertmüller.

Vulcanico, questo era padre Egidio Guidubaldi, che per un ventennio ha smosso lo stagno paludoso della cultura in Sardegna. Quanti debiti abbiamo, e Cagliari in particolare, con questo omone paziente per spirito cristiano ma brusco nelle decisioni e nell’imperio del comando verso i suoi giovani collaboratori. Mal sopportato dal vertice della compagnia gesuita che borbottava a ogni sua scapestrata intrapresa, scacciato come una mosca molesta dai politici dispensatori di pecunia pubblica che lo associavano a un saltimbanco, Guidubaldi tirava dritto nella granitica convinzione d’essere nel giusto. E lo era anche quando, negli anni prima della morte, si era infatuato della cultura russa, viaggiava oltrecortina, aveva stretto alleanza con l’Accademia delle Scienze di Mosca, studiava un parallelismo tra Dante e Aleksandr Blok, poeta dell’Ottobre sovietico, coltivato in quattro libri, di impervia lettura e complesse teorie, ma spesso – a parere di illustri critici – ci azzeccava pure.

Allora, però, nessuno gli dava ascolto. E questo era il suo cruccio. Uscito di scena come organizzatore, in pensione dall’Università (insegnava Letteratura italiana a Sassari) impiegava il suo tempo con cocciutaggine sulla connection sovietica, che frequentava già nelle more del crollo comunista e nei vagiti della perestrojka. Sembrava, e lo era, un Don Chisciotte: i suoi mulini a vento erano l’ottusità del potere, la sua Dulcinea la cultura, e Sancio Panza i suoi fedeli spettatori.
Però Braccobaldo, così era amichevolmente soprannominato, macinava idee, dibattiti, spettacoli: andava controcorrente, non aveva paura del suo anticonformismo che gli procurò rimbrotti dai superiori. Non venne mai sospeso ma poco ci mancò quando difese a spada tratta Je vous salue Marie di Godard che rileggeva l’Immacolata in chiave moderna. Il Papa condannava il film, orde di cattolici s’accodavano al monito e lui, nientemeno, organizzava a Roma l’anteprima nazionale, facendo accorrere la polizia per sequestrare la pellicola. E due giorni dopo, a Cagliari, promuoveva in un salone dell’Hotel Mediterraneo (nessuno gli aveva concesso una sala) una serata spettacolo pro Godard.

La sua foto finì in prima pagina sull’Unione Sarda, sopra quella di Papa Wojtyla: protestò con l’incolpevole giornalista per la mancanza di rispetto che gli avrebbe procurato guai ma sotto sotto si sentiva orgoglioso della sua “marachella”.Era il 1985, l’apice della popolarità e del turbinìo organizzativo. Ma già nei dieci anni precedenti Guidubaldi aveva segnato la storia cagliaritana dello spettacolo. Iniziò col teatro guidando la messinscena “domenicale” di testi come Antonio e Cleopatra di Shakespeare, Aulularia di Plauto, affidati all’anziano regista Aldo Ancis, arruolato con pacche sulla spalla.

Il cavallo di battaglia fu il cinema: nella saletta di via Ospedale a Cagliari, dure sedie di legno cigolanti, il suo cineforum calamitò e educò al piacere del film molti giovani. Si vedeva Nashville di Altman e tanto cinema della Hollywood di sinistra (Scorsese, Rafelson, Penn), si proiettava Jesus Christ superstar per dimostrare l’apertura mentale dei cattolici (e subito dopo L’esorcista ), si scuoteva la platea con L’altra faccia dell’amore di Ken Russell e soprattutto con La montagna sacra e El topo di Jodorowsky, film carichi di violenza surreale e allora vietatissimi ai minori di 18 anni. Gli fu fatto notare che aveva censurato una sequenza in cui si vedevano dei genitali maschili e lui, lapidario: «Meglio che li tagli io, prima che li taglino a me», riferendosi al minculpop gesuitico.

Ben prima che Nanni Moretti inventasse la battuta «No, il dibattito no», Guidubaldi l’aveva messa in pratica: a fine proiezione, presidiava il centro della sala e microfono in mano dava vita alle sue elucubrazioni cine-letterarie, già annunciate dalla scheda ciclostilata consegnata alla cassa. Il pubblico scappava alla chetichella, oppure rumoreggiava insolente e lui sollevava il tono baritonale. Più di una volta fece sprangare le porte, intrappolando tutti nella sacra discussione.

La sua poliedrica attività non si fermava qui: scrisse un musical sindacal-politico, Lama star , organizzò spettacoli di ballo a Sassari con Carla Fracci, convinse il medagliato regista Orazio Costa Giovangigli, allora ottantenne, a dirigere una messinscena dell’Inferno dantesco, prima all’anfiteatro, poi al Colosseo: aveva tutto pronto, scene e bozzetti, pure articoli sul Messaggero ma la soprintendenza di Roma gli negò il permesso.

Intanto scovava nuovi spazi: una rassegna di cinema sullo sfondo del nuraghe di Barumini, una sulla piazza grande di Fertilia, montò uno schermo nel cortile del Conservatorio di Cagliari, affittava l’Astoria, votato alle luci rosse, per proiettare Pasolini creando un cortocircuito con l’abituale pubblico di sbavatori.Quando non aveva uditori, s’inventava l’evento. Un giorno disse di aver istituito il premio Mediterraneo e decise che sarebbe andato al regista greco Theo Angelopoulos. Come fare? Guidubaldi prese l’elenco telefonico di Atene, chiamò tutti i Theo Angelopoulos: prima incappò in un omonimo violinista (che stava incautamente per invitare) poi finalmente scovò il regista. «Venga a Cagliari, c’è un grande premio per lei».

Non sapeva neppure che faccia avesse, chiese al solito giornalista (stavolta esterrefatto, non perplesso né incolpevole) di indicarglielo nello sciame di turisti sbarcati all’aeroporto di Elmas. In un francese da venditore di souvenir Guidubaldi si scusò dicendo che il premio non era ancora pronto, lo portò all’anfiteatro dove, sotto il flash di un fotografo raccattato all’ultimo momento, gli mise in mano due volumi su Cagliari. Poi sul cortile sconnesso di Sant’Eulalia per la proiezione su un lenzuolo stiracchiato di Alessandro il Grande. Il piccoletto, educatissimo Angelopoulos dall’aria sempre più smarrita lo seguiva come ipnotizzato, fino a quando la notte, prima di chiudere la porta della camera d’albergo, gli chiese: «Scusi, ma lei cosa vuole da me?». Guidubaldi non disse niente, sorrise tra l’ebete e il sornione, e si congedò.

Questo era Braccobaldo, uno show continuo. Nonostante la flebite, il diabete, un infarto non chiudeva mai la sua personale fucina di cultura. Memorabile l’impegno per l’anfiteatro abbandonato all’incuria: fece irruzione durante un consiglio comunale brandendo il suo bastone contro il sindaco Ferrara, una volta con un gruppo di giovani scavalcò la cancellata e occupò simbolicamente i graniti soffocati dalle erbacce. Un’altra ancora chiese al giornalista (di nuovo perplesso) di accompagnarlo all’anfiteatro dove lui, per protesta, avrebbe dormito sotto un canalone. Era una notte di luglio. Guidubaldi sgusciò dentro, in una mano una coperta, nell’altra una pila. La figura claudicante scomparve inghiottita dal buio, insieme alla luce sempre più fioca. Sembrava il finale de L’albero degli zoccoli , col lanternino contadino che si spegne nella nebbia. La fine di un’epoca, di un modo di far cultura, di una geniale follia che vien voglia di rimpiangere.

La sentenza del CIG contro Israele

di Micaela Frulli (*)

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja è il più importante organo giudiziario delle Nazioni Unite e ha competenza a dirimere le controversie tra Stati.

NON VA CONFUSA con la Corte Penale Internazionale (CPI), anch’essa con sede all’Aia, che invece persegue gli individui sospettati di aver compiuto crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e aggressione.

I giudici della CIG sono 15 e sono eletti dall’Assemblea generale e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, secondo il criterio dell’equa distribuzione geografica (al collegio per questa controversia sono aggiunti due giudici cosiddetti ad hoc, uno indicato dal Sudafrica e uno da Israele).

Le sentenze e le ordinanze della Corte SONO VINCOLANTI PER GLI STATI IN CAUSA.

Nella storia della CIG, prima del recentissimo ricorso del Sudafrica contro Israele, ci sono state altre controversie tra Stati relativamente alla violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. Due di questi casi sono ancora pendenti (Gambia c. Myanmar e Ucraina c. Russia) mentre, tra i casi meno recenti, il più importante è sicuramente quello che ha visto contrapposte la Bosnia-Erzegovina e la Serbia (all’epoca Serbia-Montenegro), nel quale la CIG nel 2007 ha condannato la Serbia per mancata prevenzione del genocidio di Srebrenica.

Nel ricorso presentato il 29 dicembre 2023, il Sudafrica ha citato in giudizio lo Stato di Israele per una serie di atti compiuti nel contesto delle operazioni militari condotte nella striscia di Gaza a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

In particolare, gli atti contestati a Israele nel ricorso rientrano tra le condotte proibite dalla Convenzione del 1948. Il ricorso si sofferma non soltanto sul numero esorbitante di civili palestinesi uccisi nelle operazioni militari successive al 7 ottobre (oltre 20.000 persone in poco più di tre mesi, tra i quali moltissimi bambini), ma anche sulle condizioni di vita in cui è costretta la popolazione civile di Gaza e che vengono descritte come volte a causare la distruzione dei palestinesi di Gaza come gruppo.

Tali condizioni, che vengono ricostruite in larga parte sulla base dei rapporti delle agenzie umanitarie dell’ONU e del Comitato internazionale della Croce Rossa, includono:

– espulsioni e sfollamenti di massa;

– distruzione su larga scala di case e aree residenziali;

– privazione dell’accesso a cibo e acqua adeguati e a cure mediche adeguate e altre ancora.

Inoltre, il Sudafrica sostiene che le condotte contestate a Israele siano state accompagnate da intento genocidario, come richiesto dalla Convenzione: la definizione del crimine di genocidio prevede infatti che gli atti proibiti siano stati commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un determinato gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

Per sostenere l’esistenza di questa intenzione, il Sudafrica ha raccolto decine di dichiarazioni di organi di Stato israeliani, a cominciare dai vertici dello Stato fino ai militari sul campo, nelle quali si deumanizzano i palestinesi e si afferma di volerli eradicare da Gaza.

Al termine di una lunga e dettagliata esposizione dei fatti e della catastrofe umanitaria in corso a Gaza, il Sudafrica contesta a Israele la violazione di vari articoli della Convenzione del 1948.

Oltre ad accusare Israele di atti di genocidio, il Sudafrica contesta anche

– la violazione dell’obbligo di prevenire atti di genocidio;

– la violazione delle norme che vietano la cospirazione per commettere genocidio;

– l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;

– il tentativo di compiere il genocidio;

– la complicità nel genocidio;

– la mancata punizione degli individui implicati in questi crimini

– gli ostacoli posti a indagini indipendenti e imparziali.

Alla luce del quadro drammatico descritto nel ricorso, il Sudafrica ha chiesto alla CIG di emettere un’ordinanza cautelare chiedendo una serie di misure che vanno dalla cessazione delle operazioni militari nella striscia di Gaza alla garanzia di forniture adeguate di aiuti umanitari.

Vista l’urgenza della situazione, la CIG ha convocato le parti per le udienze preliminari che si sono svolte nei giorni 11 e 12 gennaio e ha reso l’Ordinanza cautelare il 26 gennaio 2024.

Durante le udienze il Sudafrica ha illustrato nel dettaglio quanto già contenuto nel ricorso.

Israele ha risposto sostenendo che non vi era alcuna disputa relativa alla Convenzione sul genocidio – cercando di portare la Corte a dichiarare un difetto di giurisdizione e a non pronunciarsi neanche sulle misure cautelari – per poi sostenere che le accuse di aver violato la Convenzione sono false e diffamatorie.

Israele ha sostenuto che le proprie azioni sono conformi al diritto internazionale e miranti esclusivamente a difendere la propria popolazione dagli attacchi di Hamas.

L’ordinanza della Corte ha accolto la richiesta di misure cautelari e la portata di questa decisione è molto significativa. I giudici hanno affermato chiaramente che non soltanto la Corte è competente a dirimere la controversia tra i due Stati relativamente alla violazione della Convenzione sul genocidio, ma che le presunte violazioni contestate a Israele dal Sudafrica sono plausibili.

Alla luce del rischio incombente di violazione della Convenzione, della gravità della situazione e dell’urgenza, ha ordinato una lunga serie di misure cautelari, accogliendo quasi tutte le richieste del Sudafrica. Assai significativo è anche il fatto che la CIG ha adottato la maggioranza delle misure cautelari con una maggioranza schiacciante di 15 a 2 (voto contrario del giudice israeliano e della giudice ugandese) e alcune di queste addirittura con maggioranza di 16 a 1 (contraria la giudice ugandese).

Tra le misure adottate dalla Corte non vi è la richiesta di cessazione delle operazioni militari, ma a ben guardare questo non deve sorprendere. La Corte è competente a dirimere la controversia relativa alla violazione della Convenzione sul genocidio tra i due Stati, Hamas invece è parte nel conflitto, ma non parte di questa disputa giuridica e sarebbe stato difficile per i giudici giustificare una misura di cessazione delle operazioni militari diretta a una sola delle parti in conflitto.

Tuttavia, leggendo tutte le misure che sono state ordinate, si capisce che l’indicazione va nella direzione quantomeno della sospensione delle operazioni militari. La Corte, infatti, impone a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per evitare il rischio di genocidio, gli impone anche di assicurarsi che le sue forze militari non stiano compiendo nessuno degli atti vietati dalla Convenzione, intima a Israele di prevenire gli atti di genocidio e di punire coloro che incitano al genocidio contro i palestinesi nella striscia di Gaza.

I giudici inoltre impongono a Israele di adottare misure immediate ed efficaci per garantire la fornitura degli aiuti umanitari e per rispondere alla necessità primarie e sanitarie dei palestinesi nella striscia di Gaza e ordinano a Israele di impedire la distruzione delle prove di eventuali atti di genocidio e anzi lo obbligano a garantirne la conservazione.

L’ordinanza infine obbliga Israele a presentare un rapporto su tutte le misure cautelari adottate in risposta all’ordinanza entro un mese dalla data del 26 gennaio. Si tratta di una lunga serie di misure che è praticamente impossibile attuare senza sospendere le operazioni militari.

La decisione è storica perché si tratta della prima volta che Israele viene messo davanti all’obbligo di rispettare alcuni principi del diritto internazionale da parte del massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite.

L’importanza di questo caso sta anche nel fatto che il ricorso è stato presentato non dalla parte direttamente lesa, ma da uno Stato terzo rispetto a quanto sta avvenendo a Gaza. Questo è possibile perché la Convenzione sul genocidio contiene norme che tutelano valori fondamentali per la comunità internazionale (si parla di norme imperative, cogenti) e ogni sua violazione dà titolo a tutti gli Stati che hanno sottoscritto il trattato di lamentarne la violazione di fronte alla CIG (art. IX).

Ogni Stato ha un interesse giuridico a che la Convenzione non sia violata, a che non si commetta un genocidio in nessuna parte del mondo e per di più ogni Stato che ha sottoscritto la Convenzione, ha in prima persona l’obbligo di prevenire atti di genocidio. In altre parole, ogni Stato membro di questo trattato, inclusa l’Italia, alla luce del rischio paventato dalla CIG e delle misure indicate, dovrebbe far pressione su Israele perché faccia tutto quanto in suo potere evitare il genocidio dei palestinesi di Gaza.

Se è vero che l’ordinanza è vincolante soltanto per le due parti della controversia, è vero anche che ogni sostegno dato dagli altri Stati a Israele, in particolare se questo non intendesse rispettare le misure deliberate dalla Corte, potrebbe configurarsi come violazione dell’obbligo di mancata prevenzione del genocidio. Se poi il sostegno a Israele fosse particolarmente significativo, ad esempio attraverso la fornitura di armi, gli Stati terzi si esporrebbero anche ad essere accusati di complicità in atti di genocidio.

Queste, ad esempio, sono le accuse che il Center for Constitutional Rights (storica organizzazione che opera in USA nel campo della tutela dei diritti umani, sin dagli anni ‘60 con il movimento statunitense per diritti civili) ha mosso al Presidente Biden di fronte a un tribunale della California contestando agli Stati Uniti di aver violato i propri obblighi di prevenzione di un genocidio ed esponendosi al rischio di complicità con Israele in atti di genocidio.

Proprio perché l’ordinanza sulle misure cautelari manda un messaggio che non può essere ignorato anche a tutti gli Stati parte della Convenzione, appare particolarmente grave la notizia che 9 Stati, fra cui l’Italia, hanno tagliato i fondi a UNWRA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), agenzia dell’ONU che svolge un ruolo chiave nel garantire la distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La sospensione dei finanziamenti è dovuta alle accuse mosse da Israele che ha sostenuto di avere prove che mostrano che 12 funzionari di questa organizzazione (su uno staff di 13.000 persone) sarebbero coinvolti negli attacchi del 7 ottobre.

Naturalmente si tratterebbe di responsabilità gravissime, se provate. Tuttavia l’ONU ha già in via cautelativa interrotto il rapporto di lavoro con queste persone e avviato le indagini per verificare le loro responsabilità.

Pare completamente sproporzionato sanzionare un’intera organizzazione per il presunto comportamento di pochi impiegati e pare ancor più ingiustificata l’interruzione del sostegno a un’agenzia che è cruciale per garantire l’assistenza umanitaria alla popolazione civile di Gaza dopo quanto ordinato nella decisione della Corte. Il Commissario generale di UNWRA ha dichiarato che non sarà possibile continuare a prestare assistenza alla popolazione civile a Gaza oltre la fine di febbraio se non verranno ripristinati i finanziamenti. Nel rendere più difficile la fornitura di aiuti umanitari, gli Stati che hanno tagliato i fondi a UNRWA dopo l’ordinanza della Corte, si espongono alla violazione del proprio obbligo di prevenire atti di genocidio.

da volerelaluna.it

 

(*) Micaela Frulli è docente di Diritto internazionale dell’Università di Firenze. Ha scritto, tra l’altro, “Immunità e crimini internazionali. L’esercizio della giurisdizione penale e civile nei confronti degli organi statali sospettati di gravi crimini internazionali” (Giappichelli)

La passione civile di Franca

  • A cura di Enrico Spaccini      (fanpage.it)

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Franca Caffa ha 94 anni, ma ancora oggi, dopo anni di vita politica, riesce a far parlare di sé per il suo impegno civico. Lo scorso sabato 27 gennaio era in via Padova a Milano, in testa al corteo organizzato a sostegno del popolo palestinese.

La donna, però, non si è accontentata di essere una delle oltre mille persone che si sono radunate per manifestare nonostante la disposizione contraria della Procura: era in prima fila, tra i carabinieri in tenuta antisommossa e i giovani che avevano già subito una carica dei militari. Ed è proprio rivolgendosi a uno degli uomini in divisa che la 94enne ha ricordato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Mai più uno Stato razzista”, che in un certo senso raccontano anche quella che è stata la carriera politica di Caffa.

I primi passi da attivista Caffa li ha mossi nel suo quartiere, il Molise-Calvairate-Ponti. Nel 1979 ha fondato il Comitato Inquilini, con l’obiettivo di difendere i diritti di una comunità che già a quel tempo era vasta ed eterogenea. Con il passare degli anni è diventato un collettivo solidale autonomo, che si è occupato di organizzare corsi di italiano per i cittadini stranieri alla ricerca di un lavoro, doposcuola per i bambini che non avevano altri posti dove andare, ma anche di garantire assistenza legale per chi non poteva permettersi un avvocato.

Successivamente la “comunista originaria di Genova”, come lei stessa si definisce, è entrata nel Consiglio comunale di Milano candidandosi con Rifondazione Comunista diventando a tutti gli effetti uno dei volti storici della sinistra milanese. Caffa ha sempre improntato la sua vita nella ricerca di un modello di cittadinanza attiva e di impegno sociale per la centralità dei quartieri popolari, senza mai perdere la fiducia nella possibilità di cambiamento e riscatto.

Alle elezioni comunali del 2021, nonostante i 92 anni di età, Caffa si era candidata per un posto a Palazzo Marino con la lista Milano in Comune – Sinistra Costituzione, senza riuscire, però, a superare la soglia di sbarramento.

Nel 2023, poi, Caffa ha ricevuto l’attestato di civica Benemerenza. Tra le motivazioni che hanno portato a questa decisione, c’è appunto l’impegno politico, ma anche il suo “carattere rivoluzionario, critico, controcorrente, a volte spigoloso”. Insomma, “dedizione e passione” che dal 1929 caratterizzano Caffa.

Prima degli eventi dello scorso 27 gennaio, Franca Caffa era entrata in polemica lo scorso ottobre con il Comune di Milano. La storica attivista, infatti, ha chiesto che il suo ritratto venga rimosso dal Murale dei Diritti realizzato nel quartiere Ortica: “La difesa dei diritti è incompatibile con questa amministrazione”.

https://youtu.be/Wwobp9_KhF0?si=5LmIMa56RtCh3w-i

La gigante e i burattini

di Piero Murineddu

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Fino a ieri sera non sapevo niente di Franca e dei suoi trascorsi di impegno nel sociale. Come credo per molti, mi ha colpito la forza oltremodo civile di questa donna di 94 anni, da sempre in prima fila per salvaguardare i diritti di chi bene non se la passa e contro l’ arroganza dei tanti  che vivono alle spalle di troppi. Una gigante davanti agli uomini schierati in divisa, certo, ma ancor di più davanti ai numerosi politici e politicanti che ci ritroviamo, a livello nazionale, regionale o locale che siano, o ad altri esserini di scarsissimo valore che si apprestano, questa volta pure a livello europeo, a voler rappresentare altri nelle sedi decisionali unicamente per fare strada a se stessi.

Il riferimento al generale “scrittore” è naturalmente voluto. Prova ad andare nel link a cui rimando qui sotto e sentire il suo “pensiero”, oltre alle cose che già sappiamo scritte da questo “personaggio” tuttobell’instellettato.

https://www.fanpage.it/politica/ho-ascoltato-un-intero-comizio-del-generale-vannacci-e-queste-sono-tutte-le-bugie-che-ha-detto/