Messaggio più recente

Termini moderni

 

di Piero Murineddu

Risatona questa mattina (o notte?) alle quattro e un quarto a fatica soffocata per non svegliare i vicini, quando ho letto un commento fatto due anni fa dall’amica Rita come reazione a una mia spazientita considerazione riguardo a Mattarella presidente che, davanti ad un pseudo ministro dell’ interno che continuava a cospargere d’ odio l’italico stivalone, persisteva in un silenzio per me insopportabile.

Il link in cui vengono evidenziate le prerogative del capo dello Stato

https://www.camera.it/parlam/bicam/rifcost/docapp/all0603.htm

era stato preceduto da due termini, truzzo e tamarro, che nonostante nel frattempo abbia indossato la cravatta e il vestito nuovo, ben si adattano al tipotto sempre bullotto su indicato, ministro pa modu di dì.

Io ho sempre pensato che da quando la mia amica Rita decise di emigrare chissá dove e chissá perché, Sossu, il mio paesotto sardo, si é umbé ma umbé impoverito. Per cui, implorante, son qui a ripetere:

ritorna
ritornaaaa
ritornaaaaaaaaaaaaaaa….

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Alle amiche e amici feisbuchini dei tempi recenti

di Piero Murineddu

Puta caso qualcun* fosse interessato a conoscere qualcosina in più sul Piero Scrivens, ovvero me, può andare a leggere il serrato confronto avvenuto otto anni fa  nella mia pagina FB. Un dialogo a distanza stimolato da una lettera mandata a La Nuova riguardante la laurea del mio figliottone Giuse’ e in generale la forzata emigrazione di tanti nostri giovani alla ricerca di lidi più vivibili. Nonostante il tempo trascorso, l’ aspetto d’ attualità non manca di sicuro.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=543308539040242&id=100000833018586

Mauricio Silva, testimone di coerenza e libertá evangelica

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(fraternitaspello.it)

Piccolo fratello del Vangelo, “fatto sparire” dalla dittatura argentina il 14 giugno 1977.

Mauricio nasce in Uruguay il 20 settembre del 1925, e viene ordinato sacerdote, nella congregazione dei Salesiani di don Bosco, il 2 dicembre 1951. Anche suo fratello Jesus condivise la stessa scelta e fu ordinato sacerdote nel 1954.

Dopo alcuni anni di intensa missione in Patagonia, Mauricio, per restare vicino alla mamma malata, tornò a Montevideo come sacerdote diocesano.

Negli anni del fermento che seguì al Concilio Vaticano II , Mauricio fu affascinato dalla figura di Charles de Foucauld e conobbe i Piccoli Fratelli del Vangelo, che, sebbene fossero stati fondati già da qualche hanno (1956), erano sentiti come un’autentica novità nel panorama della vita religiosa dell’epoca.

Nel 1970 parte per l’Argentina, per vivere con i fratelli: entra in noviziato nel 1971; qualche anno dopo anche suo fratello Jesus lo raggiungerà. Dal 1973 vivrà a Buenos Aires.

In una lettera ai Fratelli, parla del suo percorso come di un reale cammino di “conversione” che lo chiama a rivedere il suo modo di vivere la vocazione sacerdotale e di intendere l’evangelizzazione.

“SE NON SEI CAPACE DI ESSERE AMICO DELLE PERSONE NON PUOI RITENERTI IN DIRITTO DI ESSERE IL LORO SACERDOTE”: l’ordinazione sacramentale rischia di rimanere “senza frutto”, se non è vissuta attraverso una reale condivisione delle condizioni dei poveri ai quali si è inviati.

Anche la “comunione istituzionale” con la Chiesa gerarchica è sentita da Mauricio come una comunione “imperfetta”, se non è “resa efficace” dall’amicizia con i poveri.

In questa ricerca di comunione Mauricio sceglie di vivere fra i netturbini: una categoria povera e disprezzata.

L’ambiente umano dei poveri diventa il “luogo” concreto del suo cammino di fede: “La contemplazione, dono del Signore, è resa possibile da un impegno reale di adorazione, vita di Nazareth, silenzio, inserimento nella vita dei poveri…”.

La scelta radicale del Signore, la scoperta progressiva del suo Volto, si realizza in una unità fondamentale di vita che unisce la dimensione personale della contemplazione e quella comunitaria della solidarietà: “COME UNO DI LORO
PER LORO
CERCANDO CON LORO
PER POTER ANNUNCIARE A LORO”

Mauricio insiste sulla dimensione ecclesiale, attraverso la presenza di una piccola comunità, la fraternità, che vive uno stile di condivisione: “mettendo tutto in comune e vivendo in una casa senza comodità, come quelle dei vicini, condividendo tutto, e in particolare, la ricerca della fede, tanto da offrire, solo attraverso questa realtà, un nuovo volto di Chiesa”.

A Buenos Aires Mauricio aprì la sua casa ad un giovane sacerdote e a suo fratello Jesus, che poco dopo iniziò il noviziato. Va sottolineata anche l’importanza della presenza di Marta e Carmen, due giovani donne che vivevano nel quartiere e che cercavano di realizzare una “consacrazione” a Dio in legame con la Fraternità.

Queste scelte innovatrici sottolineano l’impegno dei fratelli per la costruzione di una vita religiosa e di una Chiesa dal volto realmente conciliare e latinoamericano, nella linea di Medellin.

Per quanto riguarda l’impegno politico Mauricio spiega, nella stessa lettera, che non si trattò di una presa di posizione ideologica, chiara fin dall’inizio.

La fedeltà ai suoi compagni di lavoro e ai poveri del quartiere lo portò a partecipare, insieme a loro, agli sforzi, per trovare mezzi efficaci per affermare i propri diritti.

All’inizio si trattò di partecipare a qualche riunione sindacale, poi, insieme, ci si rese conto che occorreva pensare a riforme strutturali più profonde, cambiamenti di società che rendessero i poveri realmente protagonisti.

Mauricio è molto chiaro nell’affermare che ciò che è primario per i fratelli è la loro vita religiosa: è importante appoggiare gli sforzi di liberazione dei poveri, senza “appartenenze” o “affiliazioni” ad organizzazioni propriamente politiche.

Le sue scelte sono una testimonianza del Regno: la solidarietà fino al martirio, in un atteggiamento di nonviolenza “esistenziale”, prima che ideologica, mostra, in modo chiaro, una profonda comunione con l’atteggiamento del Cristo davanti alla Passione.

Pur potendo rifiutò di fuggire, volendo essere fino in fondo vicino ai poveri che non potevano rifugiarsi all’estero.

La fedeltà alla vita del Cristo trovò la sua mediazione concreta nella fedeltà ai poveri. L’impegno politico è una conseguenza di questa fedeltà unica al Cristo e ai poveri o, meglio, al Cristo nei poveri.

La fede nel Dio Trinitario implica l’offerta della propria vita perché il Regno si realizzi e, allo stesso tempo, le situazioni della vita sono il “luogo” concreto dell’incontro con Dio.

La preghiera di Mauricio testimonia questa ricerca costante del Volto di Dio nella realtà quotidiana: una realtà fatta di piccole gioie e di tante fatiche, di momenti di crisi, di morte e di speranza di Resurrezione.

Come Gesù, Mauricio ha assunto la realtà fino in fondo, senza cercare rischi inutili, ma rifiutandosi di fuggire.

Fedele al popolo nella routine quotidiana, accetta di condividere con i suoi amici anche il tempo della persecuzione.

Ogni credente è chiamato a riconoscere il Cristo, sofferente nella sofferenza del suo popolo. Se subisce la persecuzione e il martirio, il cristiano è associato alla passione e morte del Cristo ed è introdotto nella sua stessa Vita.

La vita di Mauricio è un esempio concreto di fede trinitaria vissuta fino al dono totale di se: anche se i suoi uccisori non negavano le “formulazioni dottrinali”, considerando il suo modo di vivere “sovversivo”, si opponevano, nei fatti, alla fede cristiana.

Più profondamente, nell’oppressione di un popolo innocente, calpestavano la Presenza di Dio nell’essere umano, sua Unica Immagine, realmente Sacra.

L’unità di vita che Mauricio ha cercato di realizzare, il legame indissolubile tra contemplazione e condivisione della vita dei poveri, tra costruzione della comunità cristiana e impegno per una società più giusta, resta un invito ad entrare oggi nella stessa dinamica.

Questa storia è segnata dalla conversione, in quanto Mauricio ha saputo uscire da una certa idea della vita e della fede per lasciarsi interrogare da un “nuovo” volto di Cristo, scoperto tra i “netturbini”.

Anche noi siamo chiamati a rendere ragione di come la nostra fede cambia la nostra vita e di come l’esperienza concreta interroga la nostra fede.

Lo Spirito Santo è continuamente all’opera, nella storia, affinché cresciamo nella conoscenza e nella relazione con il Padre e con il Figlio.

Muricio fu fatto sparire il 14 giugno del 1977. In una fredda mattina, mentre era al lavoro, fu fatto salire a forza su una Ford Falcon bianca e di lui non si ebbero più notizie.

Gli ultimi giorni di Mauricio l’hanno fatto entrare drammaticamente nel mistero della Passione del Cristo, un mistero che ci chiama ad una grandissima discrezione: il male rimane un enigma oscuro e, spesso, il nostro discorso sulla croce manca di profondità.

Di fronte alla violenza vi è il dovere della denuncia, la necessità di opporsi al male e l’impegno concreto affinché le situazioni di oppressione non si verifichino più.

La storia di Mauricio, degli altri scomparsi e dei sopravvissuti è un appello per noi, oggi. Oggi, mentre l’impegno politico sembra essere passato di moda e si fa strada un nuovo “spiritualismo” tinto di psicologia, interessato del “benessere spirituale” , dello “sviluppo del proprio potenziale” e della “realizzazione di sé stessi”, i martiri latinoamericani ci chiamano alla fedeltà integrale al Vangelo di Gesù Cristo, al rifiuto ad ogni idolatria e alla ricerca del volto di Dio che si rivela negli ultimi.

I poveri, a livello mondiale, sono aumentati negli ultimi decenni, mentre la precarietà minaccia anche i Paesi industrializzati. Uno sfrenato liberismo economico, già condannato dal Concilio e da Paolo VI, si impone oggi come ideologia totalizzante a tutto il pianeta, mentre in molti Paesi non esiste il più elementare rispetto dei diritti umani.

Davanti ad una tale situazione globale il richiamo di Medellin all’opzione preferenziale per gli ultimi risuona quanto mai attuale e urgente. Occorre tornare a pensare la necessità di strade possibili per superare il sistema di sfruttamento.

Sull’acquisire Consapevolezza della vita, in Arturo Paoli e in ciascuno di noi

A sei anni dal suo Passaggio alla Gioia Senza fine, tra le tante possibilitá, ho scelto di proporre questo testo nato dal pensiero di Arturo, pubblicato nell’ottobre del 2006.

Come sempre é stato, gli scritti di questo Grande Uomo offrono vari  spunti di riflessione, segno che nella sua lunga vita aveva ben sondato quei profondi aspetti che continuano e continueranno ad avvolgere in un alone di Sacro Mistero l’immensitá dell’Esistenza umana.

Specialmente in etá avanzata, Arturo amava passeggiarsela molto lentamente col bastone tenuto dietro il collo con entrambi le mani. Pensando a lui, a volte uso farlo anch’io, e veramente ne scopro i benefici non solamente e non sopratutto fisici. É come se si procedesse entrando nel Ritmo Naturale del tempo, in quella Lentezza che, fermandoti per esempio ad osservare il lavorìo al contrario frenetico delle formiche che senza pausa sono impegnate a riempire i magazzini della loro sussistenza, agevola la Consapevolezza di sè. Facendolo poi, quando possibile, a piedi nudi,  l’unitá col Tutto é ancora maggiore. Provare per credere.

Credo che per mettere pace nel cuore non basta perdonare come spesso viene consigliato. Bisogna elaborare, chiarire, sciogliere il nodo”. 

É uno dei passaggi che si trovano qui sotto, e se siamo realisti, é difficile dare torto alla indiscutibile saggezza di Arturo. Sappiamo che nelle relazioni interpersonali, questo non sempre é attuabile, per cui si ha l’impressione di non essere completamente pacificati. E allora?

Beh, intanto leggiamo quanto ci dice il nostro Amico, frutto si di elaborazione mentale, ma ancor prima di esperienza vissuta….

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Io sono pace? Il difficile cammino per abbattere muri

di Arturo Paoli

Essere pace è la condizione necessaria per essere costruttori di pace. Tutti i trattati, le convocazioni per parlare della pace, tutte le iniziative falliscono o perché non arrivano ad essere efficaci nella realtà o perché i loro protagonisti non sono esseri pacificati.

Io credo che questa sia la spiegazione per cui la pace resta generalmente un desiderio.

Confesso che mi faccio spesso la domanda:

io sono pace?

Sono tra quelli che hanno raggiunto l’identità del discepolo e diffondono la pace con la sola presenza?

Entrano in una casa, si presentano a un convegno di amici, e in tutte le occasioni portano pace?

Premetto che a mettere guerra nel nostro cuore sono i desideri e le relazioni. La società attuale non è pacifica, è in stato di guerra perché il suo metodo di suscitare i desideri per vendere e consumare è un metodo violento. Mette in agitazione i cuori e non permette loro di riposare in se stessi finché non posseggono l’oggetto desiderato che potrebbe anche essere una persona. L’oggetto una volta ottenuto non è pacificatore perché porta in sé il vuoto dell’altro generando scontento e delusione.

D’altra parte come è possibile non accogliere quei desideri se l’uomo è essenzialmente desiderio e relazione? E’ possibile seguendo il metodo francescano che è quello di trasformare le relazioni con le cose da relazione concupiscente (voglio possedere, devo possedere l’oggetto del desiderio) in relazione contemplativa (mi fermo a contemplare la bellezza, la perfezione, l’armonia dell’oggetto del desiderio). La prima trasmette tristezza e noia, la seconda gioia e libertà. Ma questo vuol dire essere poveri e santi. Francesco segue povero e scalzo Gesù che ha scoperto sulla strada povero e scalzo. E parlando delle relazioni umane è impossibile che non mettano guerra nel nostro cuore, a cominciare da quelle nella famiglia. Tutte le persone in qualche momento si sono credute vittime di ingiustizie e spesso non è un’esagerazione della fantasia, ma invece di elaborare questa convinzione ricorrono ad “attacchi psicologici come la maldicenza e l’ostracismo sociale e lo spostamento che consiste nello sfogare la propria rabbia su una persona diversa da quella che l’ha provocata che non si ha il coraggio di affrontare”

Credo che per mettere pace nel cuore non basta perdonare come spesso viene consigliato. Bisogna elaborare, chiarire, sciogliere il nodo. Nessuno dimentica un torto ricevuto specialmente quando questo ha avuto un rilievo importante nella piccola storia della nostra vita. Bisogna che questi torti da memorie avvelenate diventino carezzevoli, liete come il ricordo di una passeggiata sulle montagne con una compagna di scuola che vi affascinava. Ma possono diventare liete le memorie di fatti tanto duri che hanno sconvolto la nostra vita e messa su un’altra rotta? Prima di tutto avendo chiaro che noi non siamo e non saremo mai vittime innocenti, qualunque sia il torto ricevuto. Pensiamo a fondo alla storia di Gesù che è il modello più trasparente della vittima. Pensiamo alle sue continue provocazioni di violare la legge, lavorare di sabato, anche se il lavoro era dare la vita, mettersi a tavola con i peccatori e gli stranieri, offendere la sacralità del tempio con invettive e violenza contro quelli che avevano messo banchetti e tendaggi nella zona permessa loro. La reazione dei sacerdoti non poteva che essere la condanna a morte perché questo agire non rappresentava altro che empietà, un rifiuto di obbedire alla legge così come suona. Per questo nel racconto dell’esecuzione del Figlio dell’uomo si fa ricordo di una morte volontariamente accettata. I veri martiri non cadono in un tranello, sanno fin da principio di entrare in un cammino pericoloso, vogliono abbattere un muro, aprire un varco, interrompere la continuità dell’universo, prevedono di non ricevere offerte floreali, ammirazione e gratitudine. E i persecutori non sono assetati di sangue ma fedeli servitori di ciò che credono essere la verità e addirittura si sentono i salvatori del popolo. Si tratta qui di fatti grandiosi ed eroici; ma in tutti i casi solo sciogliendo il nodo la pace entra nell’intimo della persona e fuga l’amarezza nascosta nelle piaghe più remote del cuore.

Appare sempre più evidente il bisogno dell’uomo di essere toccato, ferito dall’altro che soffre o che esige da lui di essere guardato e capito in tutte le sue esigenze vere. Questa corsa alla guerra attraverso le armi e l’economia può essere arrestata solamente se si fermano quelli che sono travolti nella corsa, e si aiutano a recuperare quella capacità essenziale che è stata lasciata sui bordi della strada per entrare nella corsa folle. Bisogna che precedano in questo recupero quelli che sono abituati a pensare e a scrivere senza il fine di servire il sistema. Bisogna che vincano un certo pudore molto diffuso tra gli intellettuali dell’occidente: che non si vergognino di essere umani e capaci di ascoltare quei racconti troppo terreni di coloro che hanno lo stomaco vuoto, che non hanno lavoro e si sentono più numeri che persone. Che non si vergognino ad ascoltare la donna diventata unicamente oggetto erotico, quando un piccolo barlume di luce la sveglia dal sonno e pensa che oltre alla possibilità di diventare una ‘executive’ (cioè da oggetto scartabile oggetto di lusso) ha la possibilità di diventare costruttrice di amore, capace di mettere nel mondo dinamiche di amore senza il quale la pace resta un’utopia sempre più lontana.

“La morte é un episodio della vita, e l’ episodio più bello”

É quanto dice Arturo nell’ audio che segue. Un  concetto per noi sempre così difficile da capire e specialmente da accettare (Piero)

Molto interessante l’ intervista che segue, realizzata poco tempo prima che ad Arturo fosse stato concesso di immergersi definitivamente nel Mistero.

Oltre spiegare le motivazioni che ha spinto certi, compreso lui stesso, ad aderire alla cosiddetta Telogia della Liberazione, da sempre guardata con sospetto, nonostante il Maestro abbia dato chiaramente l’indicazione di cercare ( leggi Costruire) il Regno di Dio e la sua Giustizia, Arturo riporta una preghiera suggeritagli  allora da Montini: “concedimi di NON diventare vescovo”. Perché? Non hai che da ascoltare il saggio Arturo.

Suggerisco inoltre di ascoltare con attenzione quanto viene risposto alla domanda sulla negazione della comunione sacramentale ai divorziati. Qui le parole del vecchio Arturo mi hanno provocato molta, molta tenerezza. Perché? Anche qui, ascolta e vedi tu la tua reazione….

La vita

 

Arturo Paoli nasce a Lucca in via Santa Lucia il 30 novembre 1912, si laurea in Lettere a Pisa nel 1936, entra in seminario l’anno successivo e viene ordinato sacerdote nel giugno 1940.

Partecipa tra il 1943 e il 1944 alla Resistenza e svolge la sua missione sacerdotale a Lucca fino al 1949, quando viene chiamato a Roma come vice assistente della Gioventù di Azione Cattolica, su richiesta di Mons. Montini, poi papa Paolo VI. Qui si scontra con i metodi e l’ideologia di Luigi Gedda, presidente generale dell’Azione Cattolica e all’inizio del 1954 riceve l’ordine di lasciare Roma per imbarcarsi come cappellano sulla nave argentina “Corrientes”, destinata al trasporto degli emigranti.

Arturo compie solo due viaggi. Sulla nave incontra un Piccolo fratello della Fraternità di Lima, Jean Saphores, che Arturo assisterà in punto di morte. A seguito di questo incontro decide di entrare nella congregazione religiosa ispirata a Charles de Foucauld e vive il periodo di noviziato a El Abiodh, al limite del deserto, in Algeria. Poi passa ad Orano dove, negli anni della lotta di liberazione algerina, svolge mansioni di magazziniere in un deposito del porto. Nel 1957 viene incaricato di fondare una nuova Fraternità a Bindua, zona mineraria della Sardegna, dove lavora manualmente: ma il suo rientro in Italia non viene ben visto dalle autorità vaticane.

Decide allora di trasferirsi stabilmente in America Latina e si trasferisce in Argentina a Fortin Olmos, tra i boscaioli – hacheros – che lavorano per una compagnia inglese del legname. Sarà questo uno dei periodi più duri dell’esperienza latino-americana. Quando la compagnia decide di abbandonare la zona ormai impoverita del prezioso legno quebracho, Arturo organizza una cooperativa per permettere ai boscaioli di continuare a vivere sul posto.

Nel 1969 viene scelto come superiore regionale della comunità latinoamericana dei Piccoli Fratelli, trasferendosi vicino a Buenos Aires. Qui vivono i novizi della fraternità e si comincia a delineare una teologia comprometida, preludio dell’adesione alla teologia della Liberazione. In questo periodo pubblica il suo secondo libro, “Dialogo della liberazione”.

Nel 1971 nasce un nuovo noviziato a Suriyaco, nella diocesi di La Rioja, una zona semidesertica, poverissima, dove Arturo si trasferisce e incontra un vescovo a cui sarà legato da una forte amicizia, Enrique Angelelli, la voce più profetica della Chiesa argentina nei trementi anni della dittatura militare: un prelato che doveva morire tragicamente nel 1976 in uno strano incidente stradale che oggi nessuno dubita di qualificare come assassinio e su cui nessuno svolgerà inchieste, malgrado l’espressa richiesta di Paolo VI.

Con il ritorno di Peron in Argentina il clima politico si fa pesante e Arturo viene accusato di esercitare un traffico d’armi con il Cile. In quel momento in Cile governava Allende, destituito nell’apocalittica giornata dell’11 settembre 1973 dal colpo di stato di Pinochet. Nel 1974 appare sui muri di Santiago un manifesto con una lista di persone da eliminare da parte di “chiunque le incontri”: il nome di Arturo è al secondo posto. Alcuni Piccoli fratelli vengono incarcerati e cinque di loro figureranno tra le migliaia di desaparecidos. Arturo in questo momento si trova in Venezuela, come responsabile dell’area latinoamericana dell’Ordine: avvertito da amici di non rientrare in Argentina perché ricercato, vi tornerà solo nel 1985.

Inizia così l’esperienza venezuelana, prima a Monte Carmelo, poi alla periferia di Caracas, continuando, anzi intensificando, la sua produzione libraria: “Il presente non basta a nessuno”, “Il grido della terra” e tanti, tanti altri…

Con l’allentarsi della dittatura militare, Arturo intensifica le sue missioni in Brasile, risiedendo dal 1983 a Sao Leopoldo ed entrando in contatto con la realtà delle prostitute, numerose nel suo quartiere.

Nel 1987 si trasferisce su richiesta del vescovo locale a Foz do Iguaçu: qui va a vivere nel barrio di Boa Esperança dove costituisce una comunità. Ma, ricorda fratel Arturo, “la condizione di estrema povertà della gente del quartiere mi tormentava e da questa angoscia nacque l’idea di creare l’Associazione Fraternità e Alleanza”, un ente filantropico, senza fini di lucro, con progetti sociali rivolti al bene della comunità.

Sono seguiti 13 anni di duro e intenso lavoro per dare dignità a questa popolazione emarginata. Oggi AFA è una bella realtà, cui si è aggiunta nel 2000 la Fondazione Charles de Foucauld rivolta in maniera specifica ai giovani del proletariato e del sottoproletariato di Boa Esperança. Insieme i due enti portano avanti numerosi mini-progetti che coinvolgono direttamente oltre 2000 persone fra adulti, adolescenti e bambini: ludoteca, ambulatorio, doposcuola (raggruppati nel progetto denominato “bambini denutriti”), casa della donna, mensa, corale, corsi di musica, di informatica, attività sportive… Progetti mirati alla formazione umana e resi possibili dall’aiuto di tanti, tanti amici italiani che li finanziano nella loro quasi totalità.

Arturo dal 2004 con don Mario De Maio, presidente di Oreundici, ha lanciato il progetto “Madre Terra”: una fattoria didattica (dell’estensione di circa 40 ettari), sempre nella periferia di Foz do Iguaçu, dove alcuni giovani (provenienti dalle case-famiglia già seguite e finanziate da “Oreundici”), hanno trovato un posto di lavoro, una “famiglia allargata”, lo spazio e la possibilità per crescere e confrontarsi anche con i tanti amici italiani che seguono questo progetto e curano l’amicizia tra questi due popoli, sotto lo sguardo amirevole e paterno di Arturo. Oggi il progetto “Madre Terra” permette di accrescere questa amicizia, con il vivificante e salutare contatto con la bellezza aspra e affascinante della natura brasiliana.

Lontano ma presente, l’impegno religioso e sociale nel sud del mondo non ha impedito a fratel Arturo di vivere appassionatamente gli avvenimenti italiani e lucchesi. Nell’agosto 1995 interviene su “La Repubblica” dopo aver letto la corrispondenza fra Eugenio Scalfari, allora direttore del giornale, e lo scrittore Pietro Citati. A Scalfari scrive una lettera che viene pubblicata con il titolo “Fede ed Utopia del Regno di Dio”: “Mi ha colpito il suo mettere in evidenza il mercato come elevato a divinità, perché da anni denunzio l’idolatria del mercato. Ciò mi è stato spesso rinfacciato come prova di ignoranza delle dottrine economiche. Sono cosciente della mia ignoranza, ma guardando l’idolatria del mercato nella prospettiva del Regno non vedo altro che milioni di persone stritolate sotto le ruote del mercato. Questa visione per me è quotidiana quando, all’alba, apro la porta della mia casa e trovo subito nei vicoli della favela le persone che gemono sotto le ruote del mercato, e sono la mia famiglia…”

A Lucca nel 1995 il sindaco Giulio Lazzaroni gli consegna il Diploma di partigiano. In quell’occasione fratel Arturo pronuncia queste parole: “… la Resistenza non si è chiusa nell’ambito del 1945 e se noi non soffriamo fortemente di appartenere ad una famiglia che fabbrica le armi, che manda le mine che straziano i corpi dei bambini, se noi non pensiamo che il nostro benessere lo pagano milioni di affamati, se noi non pensiamo che mandiamo bastimenti carichi di armi nell’Africa, nella vicina Jugoslavia, ecc… e se noi non soffriamo nella nostra carne per questo scandalo vuol dire che la Resistenza è stata un’azione valorosa, generosa o forse anche una manifestazione di coraggio, ma non è stato qualcosa che ha aderito profondamente alla nostra anima, che è diventata legge della nostra vita… e perché questa celebrazione non sia retorica…  forse oggi più di ieri c’è bisogno di resistere”.

Questo atteggiamento lo spinge a rifiutare la medaglia d’oro che annualmente la Camera di Commercio assegna ai lucchesi che hanno onorato la città nel mondo. La lettera pubblicata suscitò non poche polemiche:
“Conosco personalmente alcuni di voi per non dubitare della vostra nobilissima intenzione, ma pemettetemi di rifiutare un premio come missionario cattolico. A parte il fatto di sapere che il solo suggello che posso mettere sui quarant’anni di vita in America Latina è quello suggeritomi dal Vangelo “sono un servo inutile”, mi tormenta un’altra considerazione. Appartengo per nascita e formazione all’occidente che globalmente si dice cristiano, dalle Montagne Rocciose agli Urali, ed è incontestabile che questo mondo cristiano che si definisce Primo Mondo è al centro delle ingiustizie che sono la causa della fame di milioni di esseri che il catechismo ci ha insegnato a chiamare fratello: io torno in Brasile e non posso tornarvi ostentando sul petto una medaglia che premia la mia attività di ‘missionario’, rappresentante di una civiltà cristiana che spoglia della terra esseri umani che vi vivono da secoli prima di Cristo. E questa spoliazione dura dal 1492″.

Il 29 novembre 1999 a Brasilia, l’ambasciatore d’Israele gli consegna il più alto riconoscimento attribuito a cittadini non ebrei: ‘Giusto tra le nazioni’, per aver salvato nel 1944 a Lucca la vita di Zvi Yacov Gerstel, allora giovane ebreo tedesco, oggi tra i più noti studiosi del Talmud, e sua moglie. Il nome di fratel Arturo, “salvatore non solo della vita di una persona, ma anche della dignità dell’umanità intera”, sarà inciso nel Muro d’Onore dei Giusti a Yad Vashem.

Il 9 febbraio 2000 a Firenze la Regione Toscana, su iniziativa del suo Presidente Vannino Chiti, alla presenza del Cardinale di Firenze Silvano Piovanelli e del rabbino di Firenze Yoseph Levi, festeggia il sessantesimo anniversario di fratel Arturo. In questa circostanza fratel Arturo dirà:
“Tutta la nostra cultura è una cultura di morte, l’occidente cristiano è il centro che ha organizzato la guerra, la carestia, l’accumulazione delle ricchezze nelle mani di pochi”.

Il cardinale Piovanelli, dopo aver ricordato che Paoli è stato un punto di riferimento importante nella sua formazione religiosa, sottolineerà: “Siamo sempre rimasti colpiti dalle sue parole, dai suoi libri, ma soprattutto abbiamo ammirato il coraggio di una vita compromessa per stare dalla parte dei più deboli”.

Il 25 aprile 2006, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la Medaglia d’oro al valor civile. L’alto riconoscimento, andato ad Arturo e ad altri tre sacerdoti lucchesi (don Renzo Tambellini, e gli scomparsi don Guido Staderini e don Sirio Niccolai), è riferito all’impegno profuso nel salvare la vita ai perseguitati dai nazifascisti, in particolare ebrei, con la seguente motivazione:
«Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò alla costruzione di una struttura clandestina, che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa 800 cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà»

Arturo torna stabilmente in Italia dal 2006 e risiede nella Casa “Beato Charles de Foucauld” a san Martino in Vignale, sulle colline di Lucca, dove accoglie le persone in un clima di amicizia, fraternità ed accoglienza, partecipando comunque a convegni e incontri, pubblicando nuovi libri, continuando la consueta collaborazione con giornali e periodici, tra i quali i Quaderni mensili di Oreundici.

Il 3 dicembre 2011 è stato inaugurato il “fondo documentazione Arturo Paoli”, una raccolta di immagini, video, scritti a testimonianze della sua vita. Il fondo ha sede nella Fondazione Banca del Monte di Lucca in piazza San Martino a Lucca è aperto al pubblico su prenotazione

(info nella pagina http://www.fondazionebmlucca.it/attivita/propri/fap/fondopaoli.html).

Arturo Paoli ci ha lasciati il 13 luglio 2015. Il suo corpo è stato seppellito presso il cimitero annesso alla Chiesa di San Martino in Vignale a Lucca.

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Ascoltando Francesco, così, giusto per distrarmi dal…tifo di massa

di Piero Murineddu

Cioè, dai, mi si cerchi di capire:

ma se un uomo che ha oltrepassato da un bel po’ la mezza età, con tutti gli annessi, connessi e pure sconnessi che ció comporta, e in un pomeriggio domenicale in cui mezzo mondo –  esclusi quelli, la maggior parte, che se la passano tutt’altro che bene e di queste distrazioni di massa se ne strafottono altamente – si prepara a star dietro ad una sfera di gomma inseguita da ragazzotti che se la giocano strapagati come sempre…

…questo poverin d’uomo, dicevo, nello specifico lo scrivente, le cui passioni, diciam così, son ben altre, come per esempio trovarsi un posticino strategico di fronte al mare almeno due orettine prima per gioire dei colori che si creeranno nel tramonto del giorno, unico&irripetibile, che volge al termine…

…ecco, appunto: cosa deve fare, dato che pure la mugliera si é piazzata giá dalle 14,16 davanti alla scassata tivù, con nocciolinepatatinegassosa&birrettina e guai a chi la disturba?

Una, una solissima cosa può far il poverino:

andare su youtube e cercare consolazione nell’ amico che mai lo tradirebbe: Francescone detto il Guccio, cantastorie per una vita e in vecchiaia messosi a scrivere….della giovinezza andata e sempre più lontana.

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Cerca qui e cerca lá, il pover’uomo, cioé lobscrivente, s’imbatte in una canzoncina, pensate un po’, mai, mai e ancora mai sentita. L’ osteria dei poeti é il titolo, forse il primo covo degli avvinazzati bolognesi che l’ ancor giovinotto nativo di Modena e andato ad invecchiare a Pàvana, ha iniziato a frequentare. Motivo? Per bere, come dicevo, stare con gli amici a sprecazzare tempo giocando a carte e sopratutto a rimorchiar donzelle, possibilmente dell’ altro sesso e non di ambiguo genere come più spesso può capitare ai nostri giorni.

Un valzerino composto in due ore, forse per far cambiare idea alla giovin bonazzona che aveva deciso di lasciare il giovanettone strimpellatore per tornare a pomiciare col precedente ganzo. Quando ebbe a sentirla, la ragazza esitò nella decisione presa, ma due giorni dopo telefonò, confermando che pomiciar con quell’altro, sicuramente meno famoso, era molto più…molto più…molto più divertente, via.

Inutile star qui ad evidenziare la disperata disperazione del giovanettone, allora probabilmente ancora sbarbato per far più colpo sul gentil sesso. Così é stato e amici come prima.

Mentre son qui ad ascoltare l’amico canterino che mi butta impietosamente addosso le sue angosce sentimentali, la mia amica Irene mi manda su whatsapp una “Passata Saggia”, che generosamente passo ai lettori di queste strapalate righe che sto scrivendo, con la speranza che ne facciano buon uso. In realtà, il regalo ricevuto mi ha fatto completamente stravolgere il senso di quanto volevo scrivere, ma va bene ugualmente.

Ecco la “Saggia Passata“, seguita dalla canzoncina valzerata che dicevo su. Il tutto ben musicato unicamente dall’ottimo Flaco, che da solo basta e avanza per supportare più che degnamente l’amico che canta&parla senza mai stancarsi, distribuendo Buon Umore, cotillon e rompi coglion sotto il palco e due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto file più in là&lailalalà…

Primo Ps

Dal momento che gli inglesi mi sono umbé antipatici, ad iniziare dal loro premier inrossacchiato in capa e pure scemotello, mentre gli italiani immagino ultraricompensati oltre che tatuaggiati da far schifo, non mi rimane che tifare per i nigeriani. Quelli si che la vita se la sudano!

Secondo Ps

Domani mattina vado alle Poste e spedisco la “Passata Saggia” al vecchierel France’ che se la sta umbé godendo lassù sull’ Appennino pistoiese. Chissá, chissà come la prenderà…

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Rom e vaccinazioni anti covid. Bulgaria, Ungheria, Romania, Slovacchia……

di Kitti Fodi

Kistarcsa, Ungheria, 12 maggio 2021. Rom si registrano per la vaccinazione contro il covid-19. - Peter Kohalmi, Afp

 

Secondo Jonathan Lee, del Centro europeo per i diritti dei rom (Errc), la volontà di farsi vaccinare delle popolazioni romanì è molto bassa in tutta Europa e la maggior parte dei governi non sembra preoccuparsi molto di loro. In Slovacchia sono state create unità mobili per raggiungere comunità isolate, ma altri paesi non hanno prestato molta attenzione ai rom.

Questo nonostante le linee guida della Commissione europea invitino gli stati membri a dare la priorità ai gruppi vulnerabili sul piano socioeconomico, una categoria che include le popolazioni rom di ogni paese europeo. Come dice Lee: “All’interno e all’esterno dell’Ue, è sconfortante vedere a che punto i rom siano trascurati nella campagna vaccinale, un po’ come sono stati trascurati durante tutta la pandemia. Le autorità europee hanno inoltre ignorato i rom quando sono state introdotte misure d’emergenza”.

Sono state adottate misure finanziarie per sostenere alcuni gruppi sociali e il mercato del lavoro, ma i rom europei e le persone che vivono in condizioni di profonda povertà non hanno ricevuto aiuti o sovvenzioni. Inoltre, ci sono state azioni esplicitamente discriminatorie contro i rom in Bulgaria, Slovacchia e Romania, dove sono diventati capri espiatori e stigmatizzati come un rischio per la salute pubblica.

Germicidi dagli elicotteri
Gli attivisti bulgari, per esempio, hanno riferito all’ Associated Press un caso in cui villaggi a maggioranza rom sono stati irrorati da elicotteri e aerei con migliaia di litri di germicida usato per le piante. Radoslov Stoyanov, rappresentante del Comitato Helsinki per i diritti umani in Bulgaria, sostiene che questi episodi sono stati ovviamente motivati dal razzismo, poiché solo i villaggi con una numerosa popolazione rom sono stati “disinfettati” con simili metodi.

A maggio due esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera aperta al governo bulgaro chiedendogli di cessare le operazioni di polizia legate alla pandemia nei villaggi e negli insediamenti rom, e di porre fine alla pratica dei discorsi di odio contro di loro, dopo che il leader di uno dei partiti nazionalisti aveva definito le comunità rom nidi di infezione. Quel che conta di più è che i rom sono sostanzialmente esclusi dai servizi sociali.

La Bulgaria, tuttavia, non è l’unico paese a incolpare i rom della pandemia. Anche un sindaco della Moldavia orientale ha dichiarato che le comunità rom diffondono il virus, mentre un funzionario ucraino ha ordinato alla polizia di allontanare tutti i rom dalla città. Pure l’Europa occidentale ha avuto la sua dose di razzismo: il sindaco di un paese francese ha chiesto alla popolazione di contattare il governo se avesse visto “una roulotte che vaga dalle vostre parti” (una frase che contiene un riferimento ai rom).

Nel 2020 il rapporto autunnale del Centro europeo per i diritti dei rom ha documentato venti casi, in cinque paesi, di uso sproporzionato della forza applicata contro i rom per non aver rispettato le norme sanitarie pubbliche.

Jonathan Lee ricorda che l’accessibilità è solo uno dei tanti problemi per le comunità rom. Quel che conta di più è che i rom sono sostanzialmente esclusi dai servizi sociali. Sono accolti con atteggiamenti razzisti nelle istituzioni sanitarie; molti di loro non hanno nemmeno diritto all’assistenza sanitaria; e le comunità, confinate, tendono a vivere isolate in aree remote, lontane dagli ospedali o perfino dai medici di base. In alcuni paesi, come Ucraina, Macedonia del Nord e Moldavia, molti di loro non hanno documenti come la carta d’identità, quindi il loro accesso ai servizi pubblici e all’assistenza sanitaria è limitato.

Leccezione slovacca
La Slovacchia è l’unico paese ad aver designato i rom come gruppo ad alta priorità nella campagna di vaccinazione, a causa dell’alta presenza di problemi sanitari preesistenti in questa popolazione, come malattie cardiovascolari, gravi disabilità, malattie respiratorie, diabete, asma, bronchite, polmonite e malattie legate all’obesità.

I rom costituiscono una delle più grandi minoranze in Slovacchia – secondo i dati del censimento ufficiale sono il 2 per cento della popolazione, ma a causa dell’alta latenza delle indagini centralizzate, tutti gli esperti ritengono che siano molti di più. Secondo le stime della Commissione europea circa mezzo milione di persone, il 9 per cento della popolazione slovacca, sarebbe rom.

Sebbene l’esitazione vaccinale fosse molto alta anche in Slovacchia – secondo un sondaggio di dicembre il 75 per cento della popolazione non era disposta a farsi inoculare il vaccino in quel momento – il governo slovacco ha compiuto sforzi supplementari per convincere specificamente i rom. Con l’aiuto di attivisti civili, sono state create delle unità mobili che hanno visitato gli insediamenti rom.

Distorsione dei dati
L’Ungheria se l’è cavata relativamente bene nella prima e nella seconda ondata della pandemia, ma dalla fine di gennaio le nuove infezioni e le morti per covid-19 sono aumentate così velocemente che ad aprile il tasso di mortalità dell’Ungheria era il più alto al mondo. Il governo è stato riluttante a riconoscere la rapida diffusione delle nuove varianti nei paesi vicini perfino a febbraio, e così non sono state prese misure specificate e non sono stati fatti abbastanza test. Il governo ha inoltre avviato una “consultazione nazionale” sulla riapertura: un altro tassello della distintiva campagna propagandistica del partito Fidesz.

Nonostante le crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica, le scuole non sono state chiuse, e centri commerciali e casinò sono rimasti in funzione mentre ogni giorno il covid-19 provocava centinaia di decessi. Il governo ha introdotto delle restrizioni solo a marzo, e questo ritardo di un mese e mezzo ha portato a picchi di oltre undicimila nuove infezioni e 311 decessi al giorno durante la terza ondata. Più di trentamila persone hanno perso la vita finora a causa della pandemia in Ungheria, un paese con meno di dieci milioni di abitanti.

Il governo di Fidesz non ha mai ammesso i suoi errori, e ha deciso di distogliere l’attenzione durante la terza ondata con una campagna di vaccinazione frenetica, ignorando a volte i protocolli o le procedure scientifiche. Invece di aspettare i vaccini ottenuti e approvati dall’Ue, hanno firmato contratti con la Cina per il vaccino Sinopharm e con la Russia per il vaccino Sputnik V.

Entrambi sono stati lanciati in Ungheria proprio mentre molti altri paesi trovavano inquietante il fatto che non fosse ancora stata resa disponibile la documentazione completa relativa a questi prodotti. Eppure le autorità ungheresi ne hanno approvato velocemente l’uso di emergenza  e molti anziani hanno ricevuto il vaccino cinese, nonostante questo in Cina fosse stato usato solo per persone con meno di 65 anni.

Gli abitanti dei villaggi isolati e le persone poco istruite sono molto più vulnerabili alle notizie false e alle teorie del complotto.

Inizialmente gli ungheresi diffidavano dei vaccini cinesi e russi, ma il governo ha fatto tutto il possibile per convincere la gente della loro sicurezza, anche a costo di danneggiare la reputazione dei vaccini occidentali. Il governo, per esempio, ha pubblicato dati confusi sull’efficacia dei vaccini, il che suggeriva che il russo e il cinese fossero più efficaci di quello della Pfizer-Biontech perché un numero minore di persone si ammalava o moriva dopo essere stata vaccinata. Questo confronto tuttavia ignorava il fatto che, in quel momento, le persone che avevano ricevuto il vaccino della Pfizer erano molte più di quelle che avevano ricevuto qualsiasi altro vaccino. E che il prodotto Pfizer era quello scelto anche per i gruppi più vulnerabili al virus: personale sanitario e dei servizi sociali, e il segmento più anziano della società.

Sfiducia nel sistema sanitario
Anche se la velocità di vaccinazione è stata effettivamente più alta in Ungheria che nella maggior parte degli altri paesi (a lungo solo Malta ha fatto meglio), l’organizzazione della vaccinazione non è stata priva d’intoppi, poiché il governo ha scaricato sui medici di base i compiti organizzativi della campagna, compresi quelli burocratici. I medici di base hanno dovuto chiamare i loro pazienti uno a uno, per fargli sapere che potevano ottenere il vaccino, spesso cercando anche di convincere il paziente ad accettare il tipo d’iniezione disponibile.

Una procedura di per sé problematica per le comunità rom, dato che non tutti al loro interno hanno telefoni cellulari su cui possono essere contattati, e tanto meno relazioni consolidate con i medici di base.

Alla fine di maggio, più di cinque milioni di persone sono state vaccinate, ma l’adesione è diminuita a giugno. Nonostante il governo abbia deciso che numerose strutture possono essere usate solo da coloro che hanno ricevuto un certificato di vaccinazione, si allontana l’obiettivo di vaccinare più di due terzi della popolazione, all’incirca sei milioni di persone.

Nel mese di gennaio, solo il 9 per cento dei rom ungheresi aveva voluto vaccinarsi contro il covid-19, secondo una ricerca dell’università di Pécs. Ernő Kadét del Roma press centre ricorda che lo scetticismo verso il virus e le posizioni anti-vaccino sono presenti anche tra i rom. Gli abitanti dei villaggi isolati e le persone poco istruite sono molto più vulnerabili alle notizie false e alle teorie del complotto. Per le persone non istruite è “difficile farsi strada nella giungla delle notizie false”, spiega Kadét.

I rom tendono anche a non fidarsi del sistema sanitario ungherese, anche perché hanno sperimentato discriminazioni al suo interno. Chi vive in villaggi isolati o unicamente rom non vede quasi mai un medico di base, un incarico che spesso rimane vacante in queste zone povere. Non è raro che un medico sia disponibile solo per poche ore alla settimana.

Esitazione e diffidenza
Un ulteriore problema è la distanza. I siti di vaccinazione sono spesso lontani cinquanta, sessanta o anche cento chilometri, e le persone che vivono in condizioni d’estrema povertà non possono permettersi biglietti dell’autobus o del treno.

Ernő Kadét ritiene possibile che molti rom siano contrari alle misure di limitazione del virus e ai vaccini perché gli effetti economici delle restrizioni li hanno colpiti maggiormente, facendogli perdere opportunità di lavoro occasionale.

Secondo Gábor Tamás Koronczi, un medico generico di Osztopán, la registrazione online nelle liste di assistenza è l’ostacolo principale: “Ci sono pochissimi computer, e anche quelli che ne hanno uno potrebbero non essere in grado di creare nuovi indirizzi di posta elettronica per tutta la loro famiglia. Per la registrazione, infatti, a ogni numero di previdenza sociale deve corrispondere un diverso indirizzo email. Anche contattare le persone al telefono è difficile, dato che anche chi ha un cellulare non può necessariamente usarlo sempre, perché spesso non ha i soldi per le carte prepagate: ma questo è soprattutto un problema di organizzazione della vaccinazione”.

Le autorità locali cercano di aiutare a effettuare la registrazione, ma Koronczi racconta che molte persone vengono nel suo ambulatorio per registrarsi, perché gli sembra la cosa più logica, e preferiscono ricevere lì il vaccino, perché sono riluttanti a raggiungere i siti di vaccinazione. Il minibus dell’autorità locale serve per accompagnare le persone anziane o disabili all’ambulatorio medico o ai siti di vaccinazione.

Koronczi fa notare che la maggior parte degli anziani della comunità rom locale di cui si occupa è già stata convinta e vaccinata, e che ci sono sempre più rom lavoratori che si registrano di settimana in settimana, grazie all’assistenza che gli viene fornita.

Pubblicità inutili
Da dicembre, il governo ungherese ha speso quasi ottanta milioni di euro in comunicazioni e pubblicità relative al covid-19, compresa una campagna in cui appaiono celebrità che affermano che i vaccini salvano la vita. Tuttavia, Ernő Kadét pensa che tali iniziative non possano convincere la gente più povera, che tende a credere che le persone famose partecipano alla campagna solo per soldi.

Secondo Kadét, la registrazione online rende l’accesso alla vaccinazione molto difficile per i rom. Sarebbe più utile offrire delle vaccinazioni a chi si presenta ai medici di base, senza registrazione. Le ultime regole relative alle riaperture impongono un certificato di vaccinazione per accedere ai ristoranti al chiuso e ad altri spazi pubblici, ma questo non è l’incentivo ideale per i rom: le persone che vivono in estrema povertà non hanno infatti i soldi per frequentare i luoghi pubblici di divertimento.

La campagna Oltass, hogy élhess (Vaccinarsi per vivere) è stata lanciata per alleviare questi problemi attraverso la cooperazione di numerose ong e gruppi civici (che comprendono aHang, Dikh tv, RomNet, Roma press centre, The system level – National community organizing workshop, Civil college foundation, 1 Hungary initiative, e National roma council). I loro volontari visitano gli insediamenti rom, cercando di vincere lo scetticismo e li aiutano nella registrazione. Condividono meme sui social network, coinvolgendo nella loro campagna professionisti sanitari e celebrità rom.

La prima fase della campagna si è appena conclusa, ed Ernő Kadét crede che i suoi effetti siano notevoli, ma che ci sia ancora molto da fare. Ricorda che nelle comunità in cui il contagio si è diffuso e ha causato dei morti, la maggior parte delle persone è pronta ad accettare il vaccino, mentre è molto più difficile convincere i residenti degli insediamenti in cui la gente ha sentito parlare di covid-19 solo dai mezzi d’informazione.

Ritorno a Spello – Il “Getsemani”

di Piero Murineddu

Settimane indimenticabili quelle trascorse presso i Piccoli Fratelli a Spello, di cui in diverse occasioni ho avuto modo di parlare in questo blog, a partire da colui che questa Fraternità ha voluto dopo il rientro in Italia dall’Algeria, dove vi si era recato per conoscere meglio e vivere lo spirito di Charles De Foucauld dopo un lungo attivismo all’ interno  dell’associazionismo cattolico. Questi era Carlo Carretto.

Come sanno bene molti dei frequentatori, sicuramente più assidui di me, i proprietari di varie case del territorio posto ai piedi del monte Subasio molto volentieri le concessero in comodato d’uso per farle diventare, come nelle intenzioni di Carlo, “eremi” che potessero ospitare persone e gruppi desiderosi di approfondire la fede ricevuta in famiglia o parrocchia e magari alleggerirla dai tanti sensi di colpa che inutilmente l’appesantiscono, ridonandone l’ Essenziale Lucentezza proposta duemila anni fa dal Maestro.

Ad una di queste costruzioni venne dato il nome “Getsemani”, antico monastero la cui storia ho trovato narrata nell’articolo che segue.

Proprio al “Getsemani” trascorsi una di queste settimane  e  in quell’ anno proposi al gruppo di famiglie del mio paese sardo che al tempo frequentavo di seguirmi, certo che l’esperienza avrebbe giovato alla crescita personale nella fede e nel senso comunitario di ciascuno, adulto o bambino che fosse.

Ci sarebbe tanto da raccontare di quei giorni e non solo, cosa che non escludo di fare in altra occasione.

Per ora mi limito a ” ritornare”, almeno col pensiero e col desiderio, in quella terra, ricca tra le altre cose di olivi che anche in quei giorni abbiamo contribuito a curare, trascinati piacevolmente da Giuseppe Morotti che, capellino ben piantato in testa per proteggersi dal sole, non si faceva certo pregare quando si trattava di alzarsi le maniche per…sudare sodo.

Per chi é interessato all’ argomento, alla prossima dunque. Per ora conosciamo le vicissitudini di questo prezioso scrigno di storia…

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Eremo di sant’Onofrio e la sua storia

da ” iluoghidelsilenzio.it

Posto sulle pendici orientali del Monte Subasio, inizialmente eremo benedettino, divenne in proprietà del Capitolo di San Lorenzo che, nel 1551, lo concesse all’eremita frate Nicola Spadaccini e nel 1559 al frate Valentino Giocoso da Terni, che vi fondò il primitivo convento dei Cappuccini e ne divenne il Padre Guardiano nel 1561; nel 1591 si ricorda il Padre Guardiano Lattantio da Terni Cappuccino.

Secondo il Donnola erano presenti quindici persone tra sacerdoti e laici e anche le stanze piccole e d’estate soffrissero il caldo, vi soggiornavano bene sia “per l’aria bona“ che per il “buon pane, vino et olio” e vi rimasero fino al 1622.

Ricevuti in dono dalla famiglia Venanzi la chiesa e l’orto di San Severino in contrada Castello, i frati iniziarono la costruzione del nuovo convento in città, ma per le difficoltà economiche chiesero al vescovo di Spoleto l’ autorizzazione “di vendere Sant’Onofrio e demolire la chiesa per recuperare il materiale”.

Dopo la demolizione dell’edificio, l’orto fu venduto a don Alessandro Bocci, il quale donò l’eremo alla Collegiata di San Lorenzo.

Dalla visita pastorale del 1773 si apprende che l’eremo, supra Torrentem Clonam Fulginiam versus, presentava solo un altare, sormontato da una tavola in cui vi erano raffigurati la Beata Vergine, Sant’Onofrio e San Francesco d’Assisi, e due candelabri; questo dipinto che poi è risultata una tela ad olio è stata ritrovata da Mariano Guardabassi ai primi del 1900 nella sacrestia della chiesa di San Severino e l’attribuì a Durante dal Borgo.

L’orto, secondo Fausto Gentile Donnola fu ottenuto estraendo le “pietre vive” da una cava dietro l’eremo, grazie alla collaborazione di Sellani e Folignati attirati dalla devozione del Santo.

Attualmente presenta le caratteristiche di una casa colonica, e dagli anni Settanta è stato concesso gratuitamente dal proprietario ai Piccoli Fratelli del Vangelo di Carlo Carretto, che lo hanno ribattezzato “ Eremo del Getsemani“.

Attualmente un muro di contenimento e una recinzione cingono l’orto del convento a valle; sul lato nord-orientale si apre l’ingresso originario che immette nella contigua selva di Sant’Onofrio.

Il lato a monte è costituito da una balza rocciosa di pietra calcarea, alla cui base si aprono piccole grotte, alcune con banchine ai lati. In una di queste, quella detta di padre Paolo da Terni, è stato eretto un piccolo altare sormontato da un crocefisso.

 

Repetita iuvant…in tutti casi

di Piero Murineddu

Spesso i giorni e gli avvenimenti che li riempiono, belli o brutti ch’ essi siano, possono scivolarci via, lasciando a volte tracce che incidono sulla nostra vita, oppure al contrario che si annullano nel dimenticatoio più assoluto.

Sarà forse questo tentativo di fermare le cose valide che ella mia presenza feisbuchiana mi piace (!) andare a ritroso e rinfrescare post pubblicati anni prima, siano essi di mia produzione o di altre persone che generalmente stimo. Lo faccio anche cambiando pressoché quotidianamente la copertina e la foto del profilo, impippandomene completamente di esibire la mia brutta faccia in atteggiamenti ed espressioni… ruffiani. Veramente, a volte mi pare di navigare nella Fiera della Vanità. A questo proposito, so per certo che amiche e amici se ne sono allontanati proprio per questo motivo, ma questo é un argomento che richiede il suo spazio, cosa che DOVEROSAMENTE farò più in là.

Comunque, per quanto riguarda il rispolverare cose Valide, é il caso di quanto riportato sotto, concetto elaborato dal vignettista impizzetato Giovanni, ottima persona oltre che prete e parroco di cui, in questi tempi pandemici, qualche domenica ho seguito le Messe trasmesse online.

É un post del 2018. Il mio commento, allora come oggi, era ed é il seguente:

“Ci sarà sempre qualcuno pronto a rinfacciarti che non sei coerente, che se ti indigni per il “si, badrone” in cerca di riscatto ti devi indignare anche per il senza tetto e disoccupato locale, se…..
E allora, che si fa? Come, “che si fa”? Li si manda a c….., che tra l’altro è cosa salutare”

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Onorando Louis e la sua Musica

di Piero Murineddu

Infanzia travagliata quella di Louis Daniel (New Orleans, 4 agosto 1901 – New York, 6 luglio 1971).

Genitori separati poco prima che nascesse e una mamma che probabilmente era dedita alla prostituzione. Duro per la gioventù nera del tempo riuscire a star fuori dall’ambiente delinquenziale di New Orleans e lui finisce al riformatorio perché sorpreso a festeggiare l’anno nuovo sparando con la pistola di un frequentatore della mamma. Propro qui inizia ad avvicinarsi alla Musica, la sua salvezza. Inizia a suonare il tamburo con la banda e nel contempo a prendere lezioni di strumenti a fiato, fino ad arrivare più tardi alla sua vera passione che lo ha fatto conoscere al mondo intero, cioé la tromba. Ancora prima, in diversi gruppi aveva avuto modo di esibire il suo particolare timbro vocale e a spaziare nell’ improvvisazione, tipico del Jazz, genere di cui diviene ben presto icona. Durante le lunghe traversate del Mississipi lavorando nei battelli che lo percorrono, ha l’ opportunità d’apprendere la lettura deglli spartiti musicali. La luminosa carriera gli da’ occasione di collaborare coi migliori musicisti, l’ amica Ella Fitzgerald in primis.

Un infarto pone fine ai suoi giorni neanche 70enne. Al funerale, diversamente da come avveniva nella sua New Orleans dove solitamente si partecipava con balli e canti accompagnati da bande musicali, alla mesta, piangente e immensa folla di New Work mancano i grandi nomi della musica, e certi presenti, non rinunciarono a usare l’ occasione per fare meschina passerella. Ah, la stranezza del mondo dello spettacolo!

Per capire il diverso modo di concepire il successo di Armstrong, propongo di assistere a questo concerto del ’64 durante il quale il trombettista leader da’ largo spazio ai suoi compagni musicisti, veramente eccezionali, durante le cui performances soliste, lui se ne sta discretamente in secondo piano, magari asciugandosi il copioso sudore prodotto dal faticoso soffiare nella sua preziosa tromba

Onore eterno a Louis e alla sua musica

 

“Ziá Peppi’ ” si n’é andadda

di Piero Murineddu

Quando una decina d’ anni fa circa pensai d’ intervistarla, lo stimolo l’ ebbi inizialmente dal fatto che era una delle pochissime che continuava a circolare per le strade di Sorso con la tipica mantella che nei tempi passati ricopriva la testa delle donne, chiamata “fasdhetta cuvacadda” in quanto, oltre la testa, ricopriva buona parte del corpo.

Andato per farle la proposta, la comprensibile diffidenza verso chi non si conosce, accompagnata dallo sguardo di chi vuol capire bene le intenzioni  dell’ interlucutore, lasció subito il posto ad una calororosa affabilità allorché le dissi che ero lu figlioru di Iuanna Maria di Monti, a sua volta figlia di Raimondo e Rosa Mura.

– ah, figlioru di Iuanna Maria sei…entra, entra a drentu e tanca be’ la ianna. A ti lu preparu lu caffè…

Da lì capii che la cosa era fatta.

Man mano che la conversazione procedeva, introdotta dal tipico gorgoglìo della piccola moka davanti alla quale le moderne macchinette con le cialde si vergognano di esistere, iniziai a vedermi davanti non solamente il personaggio legato alla “fasdhetta”, ma una donna ricchissima di esperienza – e non solo perché in etá avanzata – e di inaspettata grinta. Una donna “con le palle”, insomma, proprio di quelle persone che piacciono a me. Da quel momento in poi smisi il mio atteggiamento di freddo e staccato “intervistatore”, e sistemati più comodamente i gomiti sul tavolo di cucina, iniziai ad arricchirmi piacevolmente dei  racconti di “zia” Peppina Fiori

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Buona parte di quanto avevo con molto piacere ascoltato dalla carissima Peppina é documentato nei video che riporto sotto, nell’ultimo dei quali l’ ho voluta accoppiare col fratello Salvatore, chiddh’ommu che camminava a passo spedito e cu lu sumbreri sempri beddh’ acconzu in cabbu.

Che nostalgia del caro Salvatore!

” A zent’ anni”, si augura da queste parti. Peppina il secolo di vita lo ha raggiunto bello tondo, e ieri l’altro ha deciso “serenamente” che poteva benissimo bastare così. É molto probabile anche che era impaziente di riabbracciare il suo Saivadoricu, Masia di cugnommu,  Perso di Vista una trentina d’anni orsono.

Dal manifesto mortuario letto ieri sera, segnalatomi dalla sempre ben informata Stella di casa mia che mi ha dato notizia del triste evento, vengo a sapere dell’ esistenza in vita della sorella Annita, che spero in buona salute e di conoscere quanto prima.

Un abbraccio di cordoglio alle figlie Maria, Anna Pina, al figlio Antonico, rispettiv* consorti e nipoti.

Ps

Vengo a sapere che la sorella minore Annita si trova in buona salute e vive a Cantù. Oggi ha 94 anni. Ringrazio la gentile interlocutrice Anna, presumo una delle figlie.