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Ufffhhh…era oooora!

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Ma non solo in “Prima pagina” su Radio Tre, ma anche il commentino su “Il giorno e la storia, programma che cerco di seguire quotidianamente per colmare la mia sempre troppa ignoranza e sapere cosa caspita é avvenuto nel mondo, specialmente ancor prima che nascessi. Ma finalmente, FINALMENTE, il suo turno si é concluso con questa beatissima domenica d’ inizio luglio in cui gli americani ringraziano…per esser diventati i padroni del pianeta, almeno fino a quando i cinesi non hanno iniziato a tirar su gli occhietti a mandorla… (Piero)

Alex, uomo oltre i confini che dividono

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di Simone Zoppellaro

( da Gariwo.net, 3 luglio 2020)

Alcune piccole pietre, secondo l’uso ebraico, poggiano alla base della croce posta sulla tomba di Alexander Langer e dei suoi genitori, Artur e Elisabeth, nel piccolo cimitero di Telves, in Sudtirolo.

Ci arrivo insieme ad alcuni amici, Giovanna, Gerhard e Luca, partendo dalla cittadina natale del più europeo dei nostri politici del Novecento, che ha il doppio toponimo di Sterzing e Vipiteno. Qui si rinnova, in questa terra di confine ricca di suggestioni naturalistiche, culturali e storiche, la memoria di un uomo che i confini li ha voluti e saputi abbattere.

Per giungere qui, affrontiamo un breve percorso in auto a tratti un po’ comico (ci perdiamo in un paio d’occasioni) in cui si mischiano la stanchezza per il lungo viaggio appena concluso e, soprattutto, una grande emozione, taciuta con leggerezza. In questo giorno il politico e attivista sudtirolese, di cui fra pochi mesi ricorreranno i 25 anni dalla morte, avrebbe compiuto 74 anni.

Per chi, come Giovanna e Gerhard, ha avuto il privilegio della sua amicizia, ma anche per coloro che, al pari di me e Luca, sono troppo giovani per averlo conosciuto, Langer rappresenta ancora oggi un riferimento umano e politico (come scindere questi aspetti, in lui?) imprescindibile, che ha pochi eguali nella recente storia italiana. Un “esile mito”, come scriveva Fortini di Sereni, capace ancora oggi di incidere, motivare e far riflettere generazioni anche molte lontane, per età e appartenenza geografica.

Torniamo un po’ tardi, con la lieve vergogna tipica degli scolaretti in ritardo (cui si unisce, nel mio caso, quell’ansia congenita da immigrato italiano in Germania che mi fa arrivare in scandaloso anticipo a quasi tutti i miei appuntamenti), alla prosecuzione dei lavori della Fondazione Langer, ente che porta avanti, grazie all’impegno di molte persone di valore, la sua memoria.

Vipiteno è un luogo magico, non solo per le memorie langeriane che racchiude, per la bellezza delle sue vie e del paesaggio che la circonda. Situata a appena una decina di chilometri dal Brennero, nei due giorni che vi trascorro sento parlare attorno a me tedesco, italiano e persino ladino, in un’armonia che – in un’epoca segnata dall’avanzare di un falso neologismo, il sovranismo, che richiama memorie assai dolorose – è ancora più apprezzabile. Pochi luoghi in Italia, in fondo, sono così intimamente europei come la piccola Vipiteno e quel Sudtirolo che tanto Langer e il suo impegno hanno contributo a trasformare e plasmare, superando l’odio e la violenza.

Festeggiare il compleanno di Alex nella sua cittadina natale per inaugurare il venticinquennale della sua scomparsa è un’idea toccante, poetica e – a giudicare dal grande successo dell’iniziativa pubblica a lui dedicata a Vipiteno – assai efficace, che si deve in primo luogo a una persona, Edi Rabini, amico e collaboratore storico di Langer. Edi è, per chi non ha potuto conoscere Langer di persona, la prova vivente della sua umanità straordinaria, della sua capacità di prendersi cura e, insieme, motivare chi gli è intorno. Cosa per nulla scontata in questi tempi in cui persino l’attivismo, a volte, si riduce a un semplice dispiegarsi di narcisismo, a una sfilata di solitudini parallele.

Tratto ancora meno scontato, a ben guardare, per un personaggio di rottura come Langer, che con le sue azioni e i suoi scritti, assai poco accomodanti, ha sempre – nei luoghi e i contesti più diversi – perseguito con determinazione cambiamenti sociali, politici e culturali radicali. Niente di più lontano dal santino, buono per tutte le stagioni, in cui cercano invano di inquadrarlo alcuni in tempi recenti, come si fa sovente con personaggi scomodi del nostro passato (basti pensare a un Pasolini). Nulla di più lontano, infine, dalla furia ideologica dei tanti che, ieri come oggi, vorrebbero somministrarci verità asfittiche, come merci confezionate e pronte per l’uso.

Perché Langer, a ben guardare, si muove in tutt’altra direzione: un (esile) mito dell’età dell’ermeneutica, lo definivo tempo fa in un articolo, che non smette mai di interrogare se stesso e noi, senza timore di affrontare nel modo più immediato e diretto la complessità del suo e del nostro mondo. Il filosofo Mauro Bozzetti, autore di un notevole saggio su di lui, ha ben ragione a evocare Socrate e la maieutica. Per questo, e per lo spirito profetico con cui ha anticipato le questioni fondamentali del nostro tempo (dall’ecologia alla convivenza, dal pericolo dei nuovi nazionalismi alla imprescindibile necessità dell’Europa), Alexander Langer è ancora fra noi. Sulle sue spalle, al pari di quelle di quel San Cristoforo in cui ha intuito un simbolo della conversione ecologica, abbiamo attraversato il guado che ci ha condotti al nuovo millennio.

Langer vive anche nell’opera instancabile della Fondazione che porta il suo nome. Dalle migrazioni alla scuola, dalla cultura alle iniziative editoriali, dalla cura del suo archivio fino al premio Alexander Langer, sono tantissimi gli ambiti in cui questa rete di volontari è impegnata. Una rete che si estende anche fuori dall’Italia, con particolare attenzione a quello spazio balcanico che fu al centro dell’impegno di Langer nell’ultima fase della sua esistenza.

Non dimenticare Langer significa forse, in primo luogo, proprio questo: proseguire, come fanno Edi e i suoi sodali, sulle tante orme tracciate – da Vipiteno al mondo – dal politico sudtirolese. Senza mai farsi abbattere: contro quel “rompiscatole” di Alex usarono di tutto, anche l’antisemitismo, data l’origine famigliare (il padre era un medico ebreo nato e cresciuto a Vienna). Rileggere Langer oggi, sforzarsi di declinarlo nel nostro presente, conoscere e interrogare chi ha fatto un tratto di strada con lui – breve o lungo che sia – è un’esperienza che non ha prezzo.

Langer, questo Giusto che ha anticipato forse più di chiunque altro il mondo in cui viviamo – con la sua umanità e il suo esempio, ma anche con le sue domande sempre pregnanti e le tante sfide aperte – è ancora qui accanto a noi, un nostro compagno di cammino.

Sssssssssssssssss….

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ovvero

quando a suonare é..l’ambiente

 

John Cage?
Eccolo…

https://it.m.wikipedia.org/wiki/John_Cage

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4’33” ?

In questo senso….

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..ma vai al collegamento e leggi che é meglio….
https://it.m.wikipedia.org/wiki/4%2733%22

4’33” versione classica

 

4’33” versione metallara

4’33” versione orchestrale

4’33” secondo Paolo Fresu da Berchidda

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=360297872118520&id=100044149313845

 

In Memoria di Franco

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di Piero Murineddu

Era bastato mangiare insieme una pizza nella casa sennorese dell’ amico comune, omonimo di mio figlio, per capire che dietro le sue poche parole e la sua tutt’ altro che estrosità, mi trovavo davanti ad una persona di grande valore umano, oltre che intellettuale.

Per tanti anni aveva insegnato lettere alle superiori e la passione di cercare tracce dei trascorsi storici del paesino collinare sardo in cui era nato e vissuto, Osilo, non l’ aveva mai abbandonato.

Sono poche le notizie che ho di Franco, e la telefonata stamattina a Giuseppe, l’amico che ci aveva ospitato per la pizza, in parte ha rimediato, confermandomi sopratutto che quella avuta da me quella sempre più lontana e piacevole serata, era un’ impressione molto ben fondata.

Per approfondire la conoscenza del carissimo Franco che nelle scorse ore ha varcato la Definitiva Soglia, quanto prima spero di poter prendere la nave fino a Livorno. Potrò così ascoltarne i racconti dalla viva voce della moglie Stella e magari sará anche l’occasione per conoscere da vicino la comunità che li accolse quando deciseró di lasciare Osilo per raggiungere i propri famigliari in “continente”. In questa pagina ne avevo parlato, stimolato anche da una preghiera composta da Franco che svela il suo grande Desiderio di vedere realizzato un mondo migliore, testo leggibile anche nella vecchia basilica restaurata dove i comunitari  si ritrovano intorno alla figura del giovane prete trentino Cristian per recuperare le Forze ed imparare a volersi sempre piú bene. Vengo a sapere che nei pressi del tempio  verranno conservate le spoglie mortali del defunto.

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Parco di parole, ma di grande cuore e di svariati interessi culturali Franco.

Con la moglie Stella erano state presenze assidue e particolarmente attive nelle attivitá portate avanti nel periodo giovanile insieme proprio a Giuseppe, allora prete e vice parroco a Osilo, quando ancora era del tutto ignaro della tremenda esperienza che l’ avrebbe segnato a vita e che l’attendeva come missionario in Cile, arrivato col suo amico Tore proprio nei giorni in cui Pinochet faceva uccidere nel modo tipico dei Vigliacchi il legittimo presidente Allende e instaurava nel Paese sudamericano una dittatura che avrebbe causato una moltitudine di morti violente e sparizioni di giovani che avevano avuto il coraggio di opporsi, in modo pacifico e non violento, all’Arroganza del bastone. Bastava solo essere sospettati per subire gravi conseguenze, ed é quanto in seguito hanno rischiato i due giovani preti sardi, imprigionati con false accuse e riusciti dopo interminabili giorni a tornare miracolosamente in Italia.

Qualora qualcuno fosse interessato, ne ho parlato e in seguito continueró a parlarne qui.

Questa mattina ho voluto ascoltare più volte una canzone che vuole essere una preghiera, col pensiero fisso al dolore di Stella e della famiglia e che credo ben si adatti a questa circostanza, triste si ma sorretta dalla Speranza. In un primo momento sono rimasto indeciso se condividere questa o un’ altra nel cui testo, composto dall’ amico Giuseppe che a suo tempo mi aveva chiesto di musicare, oltre alla moglie e a un amico di paese artista, deceduti entrambi da poco, si parla anche del fratello di Franco, Piero, missionario per tanti anni in Congo e venuto a mancare anche lui in quello stesso periodo.

Avendo molte riserve per la resa tecnica del brano – spero di riuscire quanto prima a riprenderlo in mano dopo ben dodici anni – preferisco condividere quest’altro di Sergio Cammariere, accompagnandolo con

un affettuoso abbraccio alla carissima Stella, ai figli e agli affezionati nipoti di nonno Franco.

Padre della notte

che voli insieme al vento

togli dal mio cuore

la rabbia ed il tormento

e fammi ritornare

agli occhi di chi ho amato

quando è poca la speranza

che resta nel mio cuore

Padre della notte

che le stelle fai brillare

Tu che porti vento e sabbia

dalle onde del mare

Tu che accendi i nostri sogni

e li mandi più lontano

come barche nella notte

che da terra salutiamo

E fammi ritornare

tra le braccia di chi ho amato

quando è vana la speranza

che resta nel mio cuore

quando è poca la speranza

che resta nel mio cuore

dammi una pace limpida

come un limpido amore

Padre della notte

ovunque è il Tuo mistero

dentro ogni secondo

come in ogni giorno intero

Tu che hai dato a noi la fede

come agli uccellini il volo

Padre della terra

Padre di ogni uomo

Padre della notte

della musica e dei fiori

Padre dell′arcobaleno

dei fulmini e dei tuoni

Tu che ascolti i nostri cuori

quando soli poi restiamo

nel silenzio della notte

solo in Te noi confidiamo

e fammi ritornare

tra le braccia di chi ho amato

fammi ritrovare un giorno

l’amore che ho aspettato

quando è poca la speranza

che resta nel mio cuore

dammi una pace limpida

come un limpido amore

Padre della notte

che voli insieme al vento

togli dal mio cuore

la rabbia ed il tormento

e quando un giorno sta finendo

quando scende giù la sera

fa′ che questa mia canzone

diventi una preghiera.

Lettera dei Piccoli Fratelli di Spello

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Giugno 2021

Care amiche ed amici,

 

ci scusiamo con voi per il ritardo di questa lettera prolungatosi a causa di problemi tecnici al nostro sito che ora finalmente è stato sbloccato.

In questi mesi siamo rimasti come tutti voi coinvolti dalla situazione legata alla pandemia e abbiamo cercato di viverla in comunione con chi è stato maggiormente provato dalla provvisorietà e dalla sofferenza, soprattutto con chi è stato colpito dalla malattia o dal lutto.

Vi raggiungiamo ora con qualche estratto delle lettere circolari che ogni mese mandiamo agli altri fratelli,  per condividere  un po’ del nostro vissuto di questo periodo.

 

Partiamo dal luglio dell’anno scorso

 

Ci fa strano vivere un’estate così diversa dal solito.

La chiusura delle settimane di accoglienza per l’estate ci dà un altro ritmo. La giornata inizia più lentamente.

L’uno o l’altro approfitta del fresco del mattino per fare una passeggiata o del tempo disponibile per una colazione più ampia.

Dopo la preghiera comune, il primo a scaldare i motori è Alberto che parte per Assisi.

Noi, Gabriele Franco e Yves, ci organizziamo per i vari lavori: cucina, uliveti, manutenzione di eremi.

In assenza di ospiti, non dobbiamo preoccuparci di organizzare momenti di comunità, preparare e monitorare il lavoro, visitare gli eremi.

Quindi, anche se dobbiamo comunque fare i lavori agricoli e le faccende domestiche, la testa è più libera e possiamo organizzare diversamente la mattinata.

I pomeriggi soleggiati ci invitano invece a restare in casa.

Le sere restiamo tra di noi, tranne il lunedì sera quando abbiamo l’Eucaristia con la partecipazione di due o tre persone della zona e a volte qualcuno di passaggio per una visita.

Giorgio è un nostro fratello che ha vissuto parecchi anni a New York, poi in Messico e dalla primavera scorsa è rientrato in Italia stabilendosi a Foligno per vivere nelle vicinanze della nostra fraternità.

Ecco come esprime la sua scelta: 

“L’invito che i responsabili ci hanno rivolto a valutare il ritorno in Europa mi ha orientato abbastanza naturalmente verso Spello. Inoltre per molto tempo ho sentito il desiderio di vivere alcuni anni di vita solitaria, dopo un’intera vita segnata da un forte coinvolgimento nella condivisione di vita con persone ai margini.

Dapprima pensavo di stabilirmi a Spello, più prossimo ai fratelli, ma è sembrato meglio che mi trasferissi a Foligno, per via della vicinanza dei servizi, soprattutto medici. Affitto un piccolo appartamento in centro. Ho creato un piccolo angolo per la preghiera e  i vari momenti di meditazione silenziosa. Il resto del tempo lo passo a studiare le Scritture (specialmente il testo ebraico), a leggere o scrivere.

Ovviamente c’è spazio per camminare o andare in bicicletta. Ogni mattina prendo parte all’Eucaristia della mia parrocchia e visito periodicamente i fratelli di Spello e Sassovivo. Sono molto contento di questo dono che mi hanno fatto Dio e la Fraternità: l’opportunità di vivere il Settimo Giorno della mia vita libero e il più “centrato” possibile”.

 

In occasione del suo compleanno abbiamo festeggiato con un buon pranzo e una torta il suo ingresso ufficiale nella nostra Regione (struttura che collega le fraternità situate in paesi di una certa zona geografica).  La nostra Regione, chiamata Mediterranea, comprende la fraternità di Beni-Abbes (Algeria), quella di Roquetas (Spagna) e l’Italia.

 

Agosto

Questo mese mi ha portato un piacevole regalo di 3 settimane di ferie, apprezzato più che mai dopo mesi di lavoro particolarmente intenso in questo tempo di covid. Ho lavorato sempre con il gruppo dei più piccoli ai quali è impossibile non affezionarsi nonostante o forse proprio per le loro disabilità multiple, ma sono anche piuttosto impegnativi a livello energetico a causa della loro iperattività e delle loro crisi.

Il 10 agosto sono partito in direzione della Polonia, dove sono stato meravigliosamente accolto dai fratelli che vivono nella capitale. L’occasione era data da un incontro dei giovani fratelli europei. Sulla via del ritorno, la sera del 20, sono atterrato all’aeroporto di Bologna, per passare questo secondo tempo della mia vacanza in famiglia. Ho trovato mio padre e gli altri membri della famiglia in forma. Con mio padre abbiamo parlato insieme per ore e ore di mia madre e tutta la loro storia.

Mi sembra che il lutto sia abbastanza ben digerito e lo stesso, oserei dire, per quello che mi riguarda personalmente; in effetti mi chiedevo cosa avrei provato a ritornare in famiglia per la prima volta dopo la morte di mia madre.

Settembre

Non ci sono stati grandi eventi al di fuori della nostra routine quotidiana. Due piccole sorelle di Assisi sono venute a turno per alcuni giorni all’eremo Beata Angela che è vicino alla nostra casa. Da questo incontro è nato un invito ad Assisi per un pranzo. L’ultima volta che ci eravamo incontrati fu per una cena, risalente ai primi di dicembre 2019.

Una domenica siamo stati, assieme a Giorgio, al monastero di Sassovivo  dove risiedono i fratelli Jesus Caritas.

Giancarlo, ora ex priore, da tempo voleva invitarci ma diverse situazioni legate alla sua salute e a quella di Giorgio non lo aveva fino ad ora permesso. Questo per dire come l’età e le malattie segnano ora i calendari e i programmi di molti fratelli e fraternità.

Da una settimana ormai abbiamo di nuovo la compagnia degli amici muratori di Gubbio che hanno costruito e rinnovato la nostra casa, ex eremo S.Chiara, ed ora sono venuti per migliorare l’eremo di Sant’Elia. Questo ci  ha immersi in un clima di vicinato che avevamo dimenticato.

Pochi giorni fa abbiamo accolto per una notte un pellegrino che porta un nome particolare: si chiama Foucauld ed è il figlio di un ex fratello.

Ottobre

E’ tempo di raccolta delle olive e quest’anno abbiamo un ospite inaspettato: non la mosca dell’olivo ma il covid-19 che non ci permette di fare la raccolta con gli ospiti come facciamo normalmente per questo periodo. Perciò trascorriamo queste settimane con 2 o 3 aiuti esterni e prendendo le precauzioni del caso.

 

Da un contributo di Tommaso: “ Pace e gioia in questo inizio del tempo sabbatico particolare, sbocciato anche dal Covid-19, che non deve essere preso come intermezzo per riprendere come prima, ma suggerisce un rinnovamento, una rinascita.

Il mio tempo sabbatico sarà segnato in particolare da una ricerca concreta, senza affanni, di un eventuale luogo e persone con cui passare l’ultimo periodo di vita terrena. Si tratta di tenere delle porte aperte…..Cosa che mi è sempre piaciuta!!               

Un tempo dai miei parenti, un tempo a Spello, un tempo a Lodi in comunità di famiglie, un breve tempo di eremo-deserto, qualche visita qua e là ad amici… questo il mio programma di 7 mesi in vista di ritornare a Betania in situazione rinnovata.

Novembre

Con una buona quantità  di olive e nonostante il numero ridotto di lavoratori,  la raccolta è già terminata a metà mese. Il sole ci ha fatto fedele compagnia, a volte con vista magnifica sul “mare” di nebbia al di sotto.

Yves ha preso rapidamente il controllo dell’abbacchiatore a batteria, che abbiamo comprato in previsione della situazione creata dalla pandemia.

Quest’anno il dolore alla spalla di Franco non è peggiorato e questo gli ha permesso di esserci a metà-tempo dopo aver organizzato la cucina e la casa.

Io sono riuscito a prendere quasi due settimane intere di ferie e Gabri pieno di energia è sempre stato alle reti.

Brutta notizia di questo mese: il Serafico (il mio posto di lavoro) è diventato “rosso”: il virus è entrato in 3 residenze e purtroppo tra queste c’è anche quella con gli ospiti dalla salute più fragile. Nel giro di alcuni giorni tre dei residenti sono già stati ricoverati in urgenza.

Da sabato scorso il personale a diretto contatto con i pazienti deve indossare la tuta protettiva integrale. Inutile dire che la tensione è ben palpabile e per alcuni il lavoro è diventato davvero molto difficile.

Dicembre

Vari incontri online hanno scandito il corso del mese.

La vigilia del 1 dicembre, abbiamo avuto uno zoom meeting con le piccole sorelle di Gesù di Assisi e i fratelli Jesus Caritas di Sassovivo. Invece, il giorno dopo, l’incontro con Giorgio è stato in presenza. Abbiamo preso il tempo per vivere insieme l’Eucaristia, una buona cena e poi per condividere più a lungo, perché Giorgio è tornato a casa solo il giorno seguente.

L’apice delle nostre prodezze in comunicazione virtuale resta senza dubbio il nostro incontro di regione on-line: dopo una prima prova confusa, alla fine siamo riusciti a ritrovarci tutti.

Altrimenti, la nostra vita quotidiana va avanti molto regolarmente.

In questi giorni abbiamo raccolto e piegato le reti che avevamo steso sul prato, dopo la raccolta, per lavarsi. Questa è l’operazione che completa il ciclo della raccolta.

Luigino è appena venuto a trovarci; il tempo di un pasto insieme e di scaricare uno scatolone pieno di cibo e buon vino …

È venuto accompagnato da un cagnolino, Leo, che ci ricorda i tempi di una volta. Il cagnolino di  allora, si chiamava Fischio.

Gennaio

Tutto corre così veloce che mi sembra lontana la serata dell’ultimo dell’anno quando con Franco e Yves abbiamo brindato un po’ prima di mezzanotte, nel clima da lockdown che ha caratterizzato tutto il periodo natalizio. Alberto aveva approfittato di qualche giorno di ferie per andare in eremo.

In questi giorni, grazie anche al tempo piuttosto mite, abbiamo potuto fare delle camminate nella vallata o sul Subasio visto che non possiamo uscire dal nostro comune.

I contatti con i vicini sono ridotti; con alcuni della nostra vallata ci ritroviamo per la messa domenicale a Collepino.

Abbiamo comunque delle presenze che animano questo mese.

C’è quella del nostro fratello Giorgio che sfida vento e pioggia per salire i pendii del Subasio e bussare alla porta per l’appuntamento quasi settimanale attorno alla tavola.

Quella dei tre venditori ambulanti marocchini che in questo periodo passano più spesso del solito.

Infine quella di Sandro, un meccanico di Spello che ha comprato un oliveto vicino e non ha ancora terminato la raccolta. Siccome parcheggia il suo trattore sul piazzale della fraternità, ogni tanto si ferma a chiacchierare; ormai “ fa parte del paesaggio”.

In questo periodo le nostre attività all’esterno seguono il meteo che, per essere in inverno, non è male. Yves, non appena riesce a liberarsi dagli impegni in quanto priore, va negli oliveti per la potatura, mentre io continuo a raccogliere e bruciare i rami e se piove prendo in mano l’amministrazione.

Franco ci prepara dei buoni pranzetti ed ora è in veste di correttore di bozze per un libretto che uscirà in vista della canonizzazione di Charles De Foucauld e raccoglie le testimonianze di vari fratelli. Alberto trova ogni giorno le sue gioie e le sue pene con i ragazzi dell’Istituto e i colleghi di lavoro.

Febbraio

Dopo quasi 9 mesi consecutivi di permanenza a Spello,  a metà di questo mese, Yves è partito per Bruxelles: ha scelto la città per la sua Quaresima. Ci auguriamo di rivederlo da queste parti, intorno alla Pasqua, per assaporare i segni della risurrezione che la bellissima natura della campagna sta già cominciando a manifestare in “germe”. In questi giorni c’è un sole e delle temperature diurne già degne della primavera mentre, poco più di una settimana fa, avevamo per 2/3 giorni  le colline bianche di neve. Ma il colore che ha prevalso nelle ultime settimane in Umbria è stato il rosso e si può facilmente immaginare che mi riferisca alla diffusione del virus; siamo nelle posizioni leader in Italia. Questo vuol dire che non dobbiamo muoverci e così anche il nostro fratello di Foligno non osa più prendere la sua bicicletta per unirsi a noi per un pasto; né Laura, una delle fedeli partecipanti alla preghiera del lunedì sera.

Al Serafico la presidente ha combattuto una lunga battaglia per ottenere l’inclusione dei disabili e degli operatori che lavorano a stretto contatto con loro tra le priorità del piano di immunizzazione e alla fine ha vinto; proprio stamattina sono riuscito ad avere un appuntamento e dopodomani riceverò la prima dose di vaccino.

Marzo

Ci sono eventi e persone che nella routine quotidiana ci toccano di più e segnano anche una parte della nostra storia.

In questo mese è stata la partenza per il paradiso di Pierina, la moglie di Vittorio. Molti dei fratelli la conoscevano. Sono una coppia che dall’inizio della fraternità di Spello è stata  amica dei fratelli a cominciare da Carlo Carretto che, quando voleva vivere una serata di relax fuori dall’accoglienza, si invitava a cena da loro.

Pierina è morta poco dopo aver compiuto 90 anni. Ha vissuto quarant’anni con il morbo di Parkinson e alla fine è stato il covid a portarla via. Arrivando a Spello 17 anni fa, l’ho conosciuta già molto colpita dalla sua malattia che la teneva bloccata per ore durante il giorno, in alternanza con altri momenti in cui era dominata da movimenti involontari.

Ma tra questi due estremi, quando possibile,  sapeva bene come usare il suo tempo per fare cose belle: lavorare a maglia, dipingere con l’acquerello, e anche darsi alla cucina, come quella volta in cui ci aveva preparato un buon coniglio alle erbe di campagna.

In tutto questo, ciò che colpiva è la dignità con cui ha portato la malattia e i suoi limiti, senza lamentarsi ma sfruttando al meglio i pochi momenti di autonomia che questa gli concedeva, attraverso l’accoglienza, la relazione e le piccole attività.

La progressione della sua malattia è stata lunga e continua. Alberto negli ultimi anni andava da lei due volte a settimana per aiutarla con la fisioterapia. Ora a causa del covid nessuno di noi la vedeva da un anno, ma alla notizia della sua morte è come se qualcuno della famiglia se ne fosse andato.

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Cari amici,

ci siamo interrotti a marzo perché questa lettera secondo le nostre intenzioni originarie doveva raggiungervi per Pasqua.

Ora potremmo aggiungere anche gli altri mesi, ma non vogliamo appesantirvi troppo!

Quindi passiamo direttamente alle notizie riguardo alla ripresa dell’accoglienza:

Finalmente la situazione sanitaria sta migliorando e quindi abbiamo deciso di aprire l’accoglienza estiva  a partire da domenica 18 luglio fino a domenica 15 agosto. Ci dovremo purtroppo fermare già a metà agosto in quanto dopo saremo impegnati in una riunione dei fratelli d’Europa che era in programma l’anno scorso e per la quale si è trovato possibile solo questo periodo.

Naturalmente le modalità di accoglienza saranno altre rispetto a quelle pre-covid.

Innanzitutto chiediamo a chi farà la settimana di venire con il Green Pass; da parte nostra metteremo in una stessa stanza solo persone già conviventi.

Inoltre l’accoglienza sarà assai limitata poiché purtroppo su quattro eremi che normalmente abbiamo a disposizione solo due saranno utilizzabili.

Sicuramente ci mancherà il Beni-Abbes dove si svolgevano tutti i momenti di preghiera o condivisione, e anche i pasti condivisi tra i vari eremi (che quest’anno non potranno aver luogo).

Per la preghiera e le condivisioni ci sistemeremo all’esterno dell’eremo Santa Chiara dove noi abitiamo.

Per quanto riguarda la data della canonizzazione di Charles De Foucauld, non ci sono ad oggi novità.

Sul sito che già vi avevamo indicato (www.charlesdefoucauld.it) trovate vari contributi e aggiornamenti.

Nella speranza di poterci presto rincontrare, vi mandiamo un abbraccio fraterno

I vostri fratelli Alberto, Franco, Gabriele ed Yves

Lorenzo Milani, uomo e prete di grande spessore

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di Piero Murineddu

Fra i tanti scritti che giustamente non mancano in occasione dell’ anniversario di nascita o, come in questo caso, di morte del priore di Barbiana, quest’ oggi mi sono piacevolmente imbattuto in questo che segue in cui, tra le altre cose, viene messo in rilievo il rapporto conflittuale – sicuramente sofferto almeno da parte di Lorenzo – col suo diretto “superiore”, essendo il prete secolare rappresentante locale del proprio vescovo. Questo della “rappresentanza” comporta inevitabilmente svariati problemi, specialnente nei non pochi casi in cui le sensibilità e le “letture” del Messaggio, che alla fine é quel che conta, non siano proprio in perfetta sintonia.

Vecchia questione questa e tutt’ altro di facile soluzione, sopratutto quando ci si arroca nelle proprie vedute. Il Dialogo fraterno, più che “paterno”, é auspicabile, come dovrebbe essere tra persone equilibrate e mature,umanamente e nella Fede, ma non sempre é così, e la tentazione di far prevalere il rapporto di potere figuriamiloci se manca. Esempi? A non finire. Così é avvenuto nel caso Milani – Florit. Con la sua (mal vissuta) “paternità” quest’ ultimo voleva probabilmente far ravvedere il suo “figliuolo” che ai suoi occhi appariva bisognoso di essere incanalato nella “retta via”, ma é chiaro che non aveva fatto bene i conti sia con l’ intelligenza e sia con la sacrosanta “ribellione” di un convertito, questi sempre di …difficile gestione, come ebbe a dire il confessore e consigliere di Lorenzo don Raffaele Bensi, che non nascondeva anche la tentazione di volerlo prendere a schiaffoni per la cocciutaggine mostrata dal giovanotto. Mi fermo qui e a ciascuno la sua opinione, non rinunciando a rilevare peró che l’ obiettivo di voler ridurre al silenzio uno Spirito Libero ha provocato al contrario il risultato che a distanza di mezzo secolo di Ermenegildo é rimasta ben poca cosa, mentre di Lorenzo…. Questo qualcosa vorràConsiderava i suoi ragazzi pur dire, a me sembra.

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 “Le mie creature” e non ” i miei alunni”

di Anselmo Pagani

Cinquant’anni sono tanti se rapportati alla vita di un uomo, ma pochi, anzi pochissimi se considerati dal punto di vista di un’istituzione bimillenaria sospettosa d’ogni cambiamento e gelosa delle proprie tradizioni: la Chiesa cattolica.

Eppure “solo” mezzo secolo è trascorso dalla morte di don Lorenzo Milani, avvenuta il 26 giugno del 1967 all’età di soli 44 anni, e la storica visita compiuta nel 2017 da Papa Francesco alla sua tomba nel piccolo cimitero del borgo di Barbiana, arroccato sull’Appennino toscano.

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C’è dunque voluto un Papa speciale per riconoscere finalmente il valore dell’opera e del lascito di un uomo eccezionale, al tempo stesso sacerdote, maestro e “padre” dei suoi ragazzi.

La Chiesa dell’epoca invece lo lasciò morire nell’indifferenza, circondato solo dall’affetto dei suoi numerosi “figlioli”, senza che monsignor Ermenegildo Florit, a quei tempi cardinale Arcivescovo di Firenze, si fosse mosso per celebrarne le esequie funebri, come invece avrebbe imposto la prassi in caso di decesso di un sacerdote della sua diocesi.

Certo i rapporti fra quel prete scomodo, affamato di verità ed assetato di giustizia, ma pur sempre obbediente, ed il suo Vescovo non erano mai stati facili.

Il primo infatti era testardamente fedele allo spirito del Vangelo, a costo di essere considerato quasi alla stregua di un pericoloso rivoluzionario dal secondo, conservatore e di corte vedute.

Però anche da un Vescovo come lui sarebbe stato lecito attendersi un gesto di riconciliazione nei confronti di un giovane prete ormai in fin di vita, diverso comunque dalla gelida lettera inviatagli nel gennaio del 1966 in cui fra l’altro gli rinfacciava lo “spirito classista e parziale” che l’aveva condotto ad intraprendere “la battaglia contro ogni altro metodo pastorale che non fosse la scuola” col risultato di farlo apparire “un po’ illuminista”.

Conseguentemente, continuava il card. Florit, “il fatto che sei rimasto parroco di Barbiana credo sia dipeso da questo: i tuoi superiori hanno creduto di non riconoscere in te la necessaria predisposizione alla carità pastorale, ma piuttosto lo zelo fustigatore che ti fa apparire dominatore delle coscienze prima che padre”.

Alla lettura di queste parole don Lorenzo scoppiò in lacrime per la prima ed unica volta di fronte ai suoi ragazzi, perché il non riconoscimento della sua “paternità” era la peggior cattiveria che un Vescovo potesse scrivere ad un prete come lui, che per quasi 13 anni aveva vissuto come un eremita a Barbiana consacrando il suo sacerdozio ad un gruppo di ragazzi che ardeva dalla voglia di vedere crescere e camminare come uomini liberi sui sentieri del mondo.

Quando parlava di loro infatti non li chiamava “i miei alunni”, ma “le mie creature”, amandoli tanto che in punto di morte si preoccupò di aver forse voluto più bene a loro che a al Signore, sentendo pertanto il bisogno di giustificarsi nel suo testamento col dire: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze”.

Nato da madre ebrea e padre anticlericale, don Lorenzo proveniva da una famiglia fiorentina più che agiata, tanto che delle 15 automobili che negli anni ’20 del secolo scorso circolavano a Firenze due erano di loro proprietà, così come una serie di case e tenute.

Dopo un’adolescenza spensierata, un’improvvisa crisi di coscienza allo scoccare dei vent’anni lo portò ad una conversione piena e radicale che sconvolse la sua famiglia e lo indusse ad entrare in seminario, dove si distinse subito per la sua indipendenza di pensiero, tanto “da far molto confondere”, come scrisse di lui il rettore, gli altri seminaristi.

A Barbiana, minuscolo borgo appenninico arrampicato sul Mugello con nemmeno cento abitanti, don Lorenzo fu trasferito a scopo punitivo nel 1954 dalla precedente parrocchia di San Donato di Calenzano, da cui erano partite lamentele perché lui “faceva il gioco delle sinistre”.

Si pensava che lassù, in quella specie di “Siberia ecclesiastica” dove si arrivava solo a piedi, si sarebbe calmato, ma proprio a Barbiana don Lorenzo ritrovò il senso della propria vita nel salvare, con gli altri, se stesso nella fede in Dio, e tutto ciò a mezzo dell’educazione basata sull’espressione “I care” (“mi interessa”) volutamente contrapposta allo squallido “me ne frego” fascista.

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Secondo lui i figli semi-analfabeti di quei montanari soltanto interessandosi alla lettura quotidiana dei giornali, allo studio delle lingue moderne, della storia, della geopolitica, del diritto e dell’educazione civica, oltreché imparando ad esprimersi in un italiano formalmente impeccabile, avrebbero potuto colmare il divario che li separava dai loro coetanei appartenenti alle classi sociali più agiate, “perché la povertà non si misura a pane, casa e caldo, ma sul grado di cultura”, come purtroppo dobbiamo ancora amaramente constatare ai giorni nostri.

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Primo corollario del suo sistema educativo fu il saper reagire all’ingiustizia non con la violenza, ma con le armi pacifiche costituite dal voto e dall’esercizio del diritto di sciopero.

Un particolare tipo di sciopero era costituito dall’obiezione di coscienza, perché “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, di cui i giovani non credano di potersi fare scudo né davanti agli uomini, né tanto meno davanti a Dio”.

In altre parole don Milani per primo osò sostenere il dovere di disobbedire a ordini ritenuti sbagliati (come bombardamenti di civili, rappresaglie, decimazioni, fucilazioni o comunque punizioni riservate ai disertori, guerre d’aggressione…) non solo in base al comandamento del “non uccidere”, ma anche all’art. 11 della nostra Costituzione Repubblicana, che ripudia la guerra come strumento d’offesa.

Idee, metodi ed intuizioni decisamente in anticipo sui tempi, quelle di don Milani, che in uno degli ultimi incontri col suo Vescovo gli si rivolse così: “Sa, Eminenza, quale è la differenza fra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni!”

Affermazione fondatissima, come testimoniato dalle foto del Papa raccolto in preghiera davanti alla sua tomba a distanza di mezzo secolo preciso.

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Giovanni Agostino Cattari. Ricordo di un’amicizia piena d’affetto

 

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di Piero Murineddu

La nostra conoscenza, trasformatasi ben presto in  Amicizia piena d’ Affetto, era iniziata quella volta che, con grande suo entusiasmo e ancor più grande mio piacere, accettó l’ invito di raccontarsi davanti alla mia videocamera e dietro sollecito delle mie domande di cui in veritá, questa cordialissima, mite e simpatica persona da subito dimostrò di non aver bisogno.

Una memoria e luciditá invidiabili il caro Giovanni Agostino. Facile alla commozione, come capita a molti vecchi, ma d’altronde quando si rivivono particolari momenti e ci si ritrova a parlare di persone care che non ci sono più, le lacrime sono inequivocabile prova che nel petto batte un Cuore che non si limita ad irrorare di sangue le arterie.

Dopo quel primo appuntamento, riscaldato non tanto  dal caminetto di casa rimasto spento quanto dalla sua graditissima presenza, ci furono altri incontri, sempre lieti ed arricchenti specialmente per me. Con la sua panda rossa, guidata sino a qualche mese prima della sua dipartita, almeno fino a quando un fastidiosissimo problema alle gambe non gliel’hanno definitivamente impedito, veniva a trovarmi nella mia campagnetta ai piedi di un rilievo chiamato impropriamente monte che si affaccia davanti al golfo dell’Asinara.

Si entusiasmava quando gli chiedevo suggerimenti per la cura delle poche piante e m’incoraggiava a procurarmene altre, suggerimento da me sempre messo da parte, dal momento che ho sempre considerato lo “Shalom”  un eremo rienergetico più che luogo di produzione agricola. Diciamo qualche pomodoro, giusto per non dovermi avvelenare sempre da quelli in commercio. Chissá comunque che a vicciddái inoltrata, ossa permettendo, non mi faccia accompagnare anche da …sorella zappa.

Su di lui realizzai tre video. Il primo nel 2011, dove tra le altre cose racconta dell’esperienza di infermiere presso l’ospedale psichiatrico e del rapporto con i pazienti, sempre all’insegna del massimo rispetto.

Il secondo, del 2015,  ci vede nel sito della storica fontana “Sa Conza” del suo paese, dove Giovanni Agostino ha finalmente la libertá di parlare nella sua lingua locale, variante del logudorese, completamente diversa dalla mia, una variante del sassarese, e questo pur essendo distanti i due paesi poco più di due chilometri.

Il terzo video,  dove viene riportato il racconto del primo bacio quasi “rubato” alla ragazza che da lì a poco sarebbe diventata sua moglie, é uno spezzone del primo.

Prima dei tre video che lo vedono protagonista, riporto un pensiero che gli dedicai qualche giorno dopo il suo decesso, avvenuto il 25 giugno del 2018.

Al mio caro amico Giovanni Agostino

 

Appena sveglio, questa mattina molto presto il pensiero è andato direttamente a te, caro Giovanni Agostino.

Grato a Dio che mi ha donato la tua amicizia e la tua benevolenza. Nel silenzio assoluto di quello spazio che ha preceduto l’alba i miei occhi si sono inondati di lacrime. È sempre difficile doversi staccare dalle persone con le quali c’è sempre stato un grande volersi bene reciproco.

Ci vedevamo di tanto in tanto, ma quei momenti erano pieni, di affetto e di stima vicendevole.

Ho letto di questa medaglia che gli amministratori del tuo paese ti hanno conferito per aver partecipato a dei conflitti armati. Scusami, ma sai com’è il tuo amico Piero, un pochetto strano e lontano dai luoghi comuni. La cosa mi ha leggermente infastidito. Mi è parso dare un contentino per far felice un vecchio, legato a quella fastidiosissima retorica di “servire” la Patria in armi.

Non me ne volere, caro amico. Probabilmente a te avrà fatto anche piacere. Anzi, sicuramente. È sempre un segno che i vecchi non sono completamente messi da parte e abbandonati nel dimenticatoio comune, soli nei loro ricordi e incompresi nei loro reali mille acciacchi e nelle loro continue lamentele, cose che ai giovani ma anche ad anzianotti come me  che ancora conservano un po’ di efficienza, provocano continua insofferenza. Come son certo immagini, anche se la reciproca conoscenza é abbastanza recente, a me però ha dato fastidio, come mi ha infastidito la foto in cui ti ho visto insieme ad alcuni amministratori locali, più in posa di te.

Una medaglia, di qualunque materiale sia fatta, sarà sempre inadeguata per riconoscere la grande passione che hai avuto per la vita, e non tanto per quegli anni che hai trascorso in guerre volute sempre da chi sta in alto e da chi manda gli altri in prima linea a rischiare la propria vita e a toglierla ad altri esseri umani.

Il tuo valore è stato nell’impegno che hai profuso continuamente a rendere il mondo più umano, più realmente fraterno, più acogliente gli uni verso gli altri. La tua benevolenza l’hai dimostrata nei lunghi anni in cui hai usato massima delicatezza, pazienza e comprensione verso i malati mentali che assistevi nell’ospedale psichiatrico sassarese. Me ne hai parlato tanto. Sempre massimo rispetto verso l’essere umano, specialmente quello più sofferente.

Medaglie per questo? Raramente l’ipocrita retorica della nostra organizzazione sociale lo prevede, presi come siamo a dare importanza all’apparire invece che all’ “essere”.

Ma di questo parleremo quando ci rivedremo, caro Giovanni Agostino.

Scusami se oggi non sarò presente al tuo funerale. So che tu sei già in un Oltre di cui stai iniziando a gioire. E poi lo sai quanto mi diano fastidio le frasi fatte e le parole di circostanza.

Un abbraccio, caro Giovanni Agostino, e scusa ancora la ribelle franchezza del tuo amico Piero.

 

 

San Frate Alberto Anconetano Aggiustaumore

di Piero Murineddu

La radice quadrata? Non più di una portaerei per giocare a battaglia navale;

2+2 fa 22, perbacco;

e ancora,

per mammá il 77 della tombolata festiva erano unicamente le gambe delle donne, ma solo di quelle umbé bone.

 

Se si va a controllare nella Rete, vi si trovano vari passaggi tratti da ” Due in condotta” di Alberto Maggi, titolo azzeccatissimo con tutto quello che combinava da scolaro, ma di questa storia dei numeri trasformati in pupazzi di neve, cavallucci marini, gatti e quant’ altro nessuna traccia.

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Dal momento che non é da me presentarmi per quel che non sono, devo dire che in vita mia non ho mai “divorato” libri. O meglio, i libri da me letti vengono solitamente stropicciati, con pagine piegazzate e a volte unte pure. Quindi divoratore perché li faccio “invecchiare” per come li (mal)tratto, questo si, ma non certamente perché ne leggo uno al mese o peggio che mai uno alla settimana o addirittura in una o due notti d’insonnia. Diciamo che la filosofia della “lentezza” l’applico anche in questo campo. Santa Vista Scarseggiante poi ci mette del suo: ad oggi sono arrivato al secondo rischio di rigetto della cornea trapiantata mentre l’ altra “sana”… lasciamo perdere. Per cui la lettura, sopratutto quella impegnata e in ogni caso impegnativa per i poveri occhietti, me la riservo all’Aldilà, quando il corpazzo non sará più un limite e vi sarà infinita assenza di distrazioni…mondane.

É questo il motivo per cui, dopo averlo acquistato l’11 dicembre del 2019, ancora non ho completato il volume di Alberto in cui racconta dei genitori e parenti, della sia nascita, crescita e credo pure invecchiamento…Della sua vita, insomma.

Tutto interessante e ben scritto come é solito fare il frate, ereticone per “grazia” voluta, lavorata&conquistata,  e nel contempo, oh quanto sanissimo divertimento! Sanissimo anche perché mi aggiusta l’ umore eventualmente giù per le tante cause che la vita comporta, cosa non di poco conto.

Mentre io vado moooooolto lentamente a passeggio con le lumache e a volte mi accompagno pure con qualche tartaruga di passaggio, lui intanto, Alberto, sforna nuovi libri o altri scrivono di lui, come per esempio “Fiducia“, resoconto di una lunga chiaccherata col giornalista accasatosi a Romena Massimo Orlandi. In questo video un estratto…

Che faccio quindi per far risuonare pei monti e valli le fragorose e per niente contenute risate provocatemi dall’ affaticata lettura e farne partecipi coloro, poverini, che non vanno in libreria perché privi di soldini da sborsare? Ne scansiono le due paginette e le appiccico, ecco cosa faccio…Com’é uscito é uscito. D’ altronde é a gratisi…

ah ah ah…ah ah ah…

ah ah ah…ah ah ah…

ah ah ah…ah ah ah…

ah ah ah…ah ah ah…

 

E l’ aritmetica? Vade retro, puttanazza che non sei altra…

Ah, troppo forte Alberto, allegro frate Birichin d’Ancona !

MAGGI

Zia Giuannina z’ha lassáddi

di Piero Murineddu

Ero stravaccato sul fresco pavimento, mezzo addormentato e circondato dai miei preziosi fumetti d’ Alan Ford e Tex Willer quando un’ oretta fa, al rientro dalla spesa, mia moglie mi fa’:

” O Pie’, lo sai chi é morta…”

” E chi é morta… che ne so io chi é morta…e dillo chi é morta, no, santa Madonna!”

“Zia Giovannina Spanu é morta…”

Silenzio…

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Nei giorni scorsi ero venuto a sapere che non stava tanto bene la cara zia Iuannina, ma non pensavo che stesse addirittura per lasciarci. Ma d’altronde é come accade solitamente: sappiamo che si muore, sappiamo che le probabilità aumentano man mano che s’ invecchia, epperò quando avviene sembriamo sempre impreparati. Per zia Iuannina gli anni erano ben 91 compiuti a febbraio ma comprensibilmente si spera sempre che il Momento venga rinviato. Alla fin fine é la sofferenza che dispiace, e se questo é avvenuto per zia Giovannina, il dolore dei familiari lo vivo come fosse il mio.

Sono nato e cresciuto a Sossu nella zona di lu Pultheddhu, dove anche Giovannina Spanu e Baingio Delogu hanno vissuto e cresciuto i loro figli Antonietta, Antonino, Salvatore e Giovanna. Due decenni circa bidella presso le scuole del paese e donna molto energica in tutti i sensi.

In realtà ho pochi ricordi che la riguardano, ma alla mia mancanza ha rimediato direttamente lei,  raccontando davanti alla mia videocamera antiquata fatti e personaggi della Sorso andata. É quanto documentato nelle due registrazioni a lei dedicate e realizzate credo undici anni fa, quand’ero preso dall’entusiasmo di raccogliere testimonianze che aiutassero a ricostruire la nostra Memoria Locale. Probabilmente é stata una delle prime interviste, e lo si vede purtroppo dalla resa tecnica dei video, con tutte le ingenuitá del principiante. Aldilà di questo, rimane il valore del Racconto, prezioso come lo sono quelli dei nostri vecchi con alle spalle un grande Lavorìo Personale e Comunitario che ha contribuito a farci diventare quel che oggi siamo, nel bene sopratutto.

Grande padronanza della parola zia Giuannina, e principalmente di quella pronunciata in sussincu. Se poi, come nel suo caso, le parole sono rafforzate dalle espressioni facciali e dai gesti, beh, allora assicuro che per me l’ ascoltarla in quel lontano giorno era stato un vero piacere…

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Gran bella accoglienza quando mi recai a casa sua, dopo che qualche giorno prima la mia proposta era stata presa con entusiasmo e curiosità da questa dinamica donna, a cui tra l’ altro mi sento grato per la compagnia che non faceva mancare a mia madre quand’era in vita, specialmente le sere estive quando rimanevano al freschetto per chiaccherare del più e del meno.

Pur mancando la piacevolezza dell’ insieme che ci dicemmo durante l’intero incontro, cioé le tante cose non registrate, Giovannina raccontò dei giochi infantili con le amichette, allietati a volte dal passaggio in strada di “Babbu lu vecciu”, un pover’uomo che viveva dell’ aiuto altrui in paese e che nel suo continuo camminare, si fermava per far divertire i bambini; del clima antifascista che si respirava in casa; della lunga e disastrosa nevicata che costrinse le persone a stare mesi e mesi tappati nelle case; delle svariate attività che si svolgevano presso i locali di “don” Ambrogino Cicu in via Piave e tanto altro ancora, compreso l’ accenno a lu buttighinu di lu milesu, persona che, oltre avvinazzare i nostri padri contadini e aiutarli a recuperare il buon umore rubato dal duro lavoro nei campi, preparava anche ottimi piatti e probabilmente era pure di grande…spirito. L’insegna fuori diceva infatti…

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Ebbé, d’ altronde é giusto, mi pare….

Dopo quei giorni dell’ intervista, non sono tante le volte che abbiamo avuto occasione di vederci, ma quando capitava ho ben presente la quasi materna benevolenza che esprimeva quel caloroso ” mi a Piero mi!”

“E cumenti sthai, me figlio’?”

“Cumenti sthoggu…eh, casche acciacareddhu vi l’aggiu eu puru, cumenti tutti chissi chi invecciani…”

“Eh, si sei vecciu tu cosa debu dì eu allòra chi soggu andendi pa li nobanta…”

” Eh, zia Iuanni’! Deu z’assisthia e z’accumpagnia sempri…”

 

Ah, la carissima zia Iuannina!

 

Un Ricordo pieno di Affetto per lei e un abbraccio alle figlie, ai figli e a tutti i familiari.

 

Ps

Vengo a sapere che il decesso é avvenuto serenamente, senza provocare ulteriore turbamento nei congiunti. Di questo tutti ci rallegriamo..