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L’ Eredità Umana, quella che realmente conta, lasciata da “don” Ambrogino Cicu

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di Piero  Murineddu

Dopo qualche tempo, l’accenno fatto recentemente ai vari personaggi di rilievo nati o vissuti nella storica via Farina di Sorso, mi dà lo spunto per riproporre l’articolo riguardante l’ancor poco conosciuto Ambrogino Cicu, pubblicato nell’aprile 1998 su “Orizzonte“, un giornale illustrato locale durato purtroppo il tempo di sfornarne pochissimi numeri. Esperienza editoriale senz’altro apprezzabile voluto da un volenteroso gruppo di giovani amici, che ad un certo punto, per essere confermati nell’impegno, avevano affidato la direzione al già 60enne Gavino Piras, di cui ho parlato in questa pagina, mentre in quest’altra  ho trattato del periodico illustrato rimasto a tre numero 0 e a un numero 1.  Tempo addietro vi era stato il numero unico de “Lu Siazzu” di cui da qualche parte ho scritto in questo blog e che probabilmente riprenderò in considerazione. Altro tentativo editoriale fu “Forza e coraggio“, nato in ambiente calcistico ma che voleva occuparsi anche di altro. A breve riproporrò la pagina scritta nel 2014 grazie alle notizie in proposito avute da Mario Vacca. Mi mancano conferme che a Sorso vi siano state altre iniziative simili, fatta eccezione per alcune pubblicazione nate in ambito parrocchiale o simili. Se qualcuno è più informato di me, mi faccia e ci faccia sapere.

Quindi la vicenda di Ambrogino (perché col diminutivo?). Il “don” che precede è dovuto alle origini nobiliari della famiglia.  Titolo onorifico derivante da dominus, nato per creare distinzione dalla normalissima plebe, considerata evidentemente bassa se non addirittura disprezzabile plebaglia da chi presumeva, per un motivo o per l’altro, di sentirsi superiore, quindi, guarda caso, anche i capi mafia. In seguito l’appellativo è passato ai preti secolari, giusto sempre per mantenere questa per me inaccettabile distinzione che sarebbe ora di mettere da parte.

Comunque sia e fatta questa mia piccola parentesi diciamo pure un tantino polemica, nel sentire comune dei sorsesi si arriva ancora ancora a sapere qualcosina di DON Ambrogino, mentre se si nomina Ambrogio Cicu molti si chiederebbero ” e ga saristhia?”. E va be’, dai. Punto e a capo.

A raccontare  di don Ambrogino fu Gianmario Urgeghe nel giornale che si diceva, evidentemente ben documentato su questa famiglia d’accudiddi a Sorso discendenti di un naufrago salvato dai flutti marini nientemeno che da San Pasquale Baylón, illetterato mistico spagnolo dell’Ordine dei Frati Minori Alcantarini, rimasto a lungo nei conventi addetto ai servizi di portineria. Anche su questo molto presunto salvataggio “miracoloso” attendo naturalmente delucidazioni, sempre gradite.

Un articolo, questo di Urgeghe, molto severo nei confronti di buona parte della popolazione sussinca contemporanea di Ambrogio, tutt’altro riconoscente verso un uomo che aveva speso la sua vita per elevare umanamente e culturalmente la gioventù locale. Questa severità di giudizio si evince  già dall’apertura del testo, dove si dice che di questo vero e proprio filantropo in paese non sia rimasto praticamente niente.  A parte il grande edificio fatiscente – lasciato in eredità all’unica parrocchia di allora e a cui con scarsissimi risultati l’ indimenticato Giovanni Manca aveva tentato di dare nuova vita –  e il saloncino a pianterreno usato e strausato per diverse attività, sicuramente di “roba”, di cose materiali, non è rimasta nessuna traccia, dal momento che certi furbacchioni senza scrupoli avevano fatto man bassa di tutto ciò che di pregio possedeva la famiglia Cicu. Ma la stessa cosa non si può dire dell’insegnamento ricevuto dai giovani di allora dall’unico figlio di Antonio, piemontese, e Maria, originaria di Ploaghe. Prova ne sono i tanti che l’hanno conosciuto e che, avvicinati dal sottoscritto, oltre che parlarmene ottimamente, hanno garantito che l’esempio di  disinteressata umanità ricevuto nel contatto quotidiano attraverso varie attività col generoso e intelligente Ambrogio, l’ hanno fatto proprio nella loro vita, trasmettendolo a loro volta, per quanto possibile, ai propri figli. 

L’ultimo scorcio della sua esistenza e nonostante l’ agiatezza della famiglia, Ambrogio sembra averla trascorsa nella pesante ristrettezza economica, e ancor peggio, almeno così appare nell’articolo, nella tristezza per non aver sentito alcun tipo di gratificazione da parte di chi dal suo impegno era stato beneficiato.

Egli aveva ritenuto più alto e più nobile donare anziché trarre profitto dalle cose“. È uno dei passaggi evidenziato nel testo. Tristezza, si è detto, quel sentimento che in vari modi tutti si cerca, nel possibile, di evitare. Personalmente sono stato sempre convinto che ci sia più gioia nel dare che nel ricevere. Se Ambrogio ha condotto la sua esistenza nel modo descritto, chi può dire che nel suo animo, nonostante le oggettive difficoltà materiali e la non perfetta condizione di salute, abbia prevalso la tristezza? Certo, vedersi probabilmente avversato nonostante le personali motivazioni di benevolenza nei confronti altrui, benevolenza tradotta in fatti concreti, non può provocare grande allegria, ma ciò non per forza toglie la serenità interiore per aver speso bene i propri anni, ed io credo che sia questo che conta. Per Ambrogio come per ciascuno.

Nell’articolo si dice chiaramente che il mancato prete Ambrogio aveva messo su quella che molto probabilmente è stata la prima forma di associazionismo nata in paese, fatta eccezione credo per le squadre di calcio, ma questo è un altro discorso, riconoscendo tuttavia l’importanza di mettersi insieme per interessi puramente sportivi, oggi come forse allora.

Anche questo darebbe lo spunto per valutare  l’interesse che a Sorso ci sia di associarsi per portare avanti obiettivi comuni, siano essi come detto sportivi, di solidarietà e mutuo aiuto, teatrali, politici e in generale culturali. Tema su cui riflettere molto, considerando la diffusa tendenza a rinchiudersi nel proprio protettivo privato. Anche su questo vediamo in seguito di trovare spunti per parlarne.

Comunque sia, sono grato a Gianmario per questa sua passione di ricerca manifestata in questo caso per “don” Ambrogino, ma so anche per altre figure del nostro passato locale. Il valorizzare poi la conoscenza e curare la divulgazione in diverse forme a beneficio delle attuali e future generazioni è compito di ciascuno, comprese le istituzioni pubbliche, a volte, anche se comprensibilmente, prese solo dalle contingenze del presente, seppure urgenti.

Andiamo a leggere del nobile Ambrogino da Sossu, ma nato nella capitale.

La disinteressata presenza filantropica a Sorso di “don” Ambrogino

di Gianmario Urgeghe

Cosa ha insegnato don Ambrogio a Sorso? Verrebbe da rispondere nulla, perché nulla in effetti è rimasto, fatta eccezione, naturalmente, per il suo palazzo che è ancora lì, in via Farina, a sfidare il tempo e gli uomini, quelli che, se fosse stato possibile, l’avrebbero smontato e portato a casa pezzo dopo pezzo.

L’edificio è oggi vuoto e disabitato, testimone di un’epoca forse irripetibile e di un’opera che coinvolse in oltre quaranta anni centinaia di sorsensi, anche se pochi seppero coglierne il significato. Così, nella memoria rimane quest’uomo schivo, generoso e religiosissimo, ma non il suo straordinario insegnamento. E rimane pure, nei cimitero di Sorso, una tomba ormai fatiscente sulla quale, di tanto in tanto, qualcuno si ricorda di deporre dei fiori.

Nelle ultime volontà, contenute nel testamento, don Ambrogio lasciò la sua casa alla parrocchia di San Pantaleo con la clausola di cedere una parte in usufrutto, vita natural durante, ai coniugi Solinas che già vi abitavano.

Con la sua morte. sopraggiunta improvvisamente nel 1958 all’età di 76 anni, svanirono nel nulla la Filodrammatica, le scenografie del pittore Piero Mura e i ricchi costumi di scena, il Circolo cattolico, la sua biblioteca ed il gruppo degli Esploratori. Uguale sorte ebbero mobili, arazzi, tappeti, circa 300 quadri di soggetto sacro – parte di essi donata e consegnata, per volere dello stesso Cicu. alla Curia Arcivescovile di Sassari – numerosi di soggetto profano, ed altri oggetti, anche di un certo valore, in tutta fretta inventariati e subito rivenduti per quattro soldi all’asta, allo scopo di racimolare circa i 3 milioni di lire necessari per poter pagare la tassa di successione. Probabilmente nessuno allora se ne rese conto, ma quel triste epilogo rappresentò per Sorso una sconfitta: più di una persona, oggi, dovrebbe riflettere ed interrogarsi su come si sia potuto dissipare un autentico tesoro nel breve volgere di qualche giorno. Ma molto di quanto accadde subito dopo la morte del Cicu è tuttora avvolto nel mistero, e pare che oscuri personaggi siano entrati nella vicenda vantando presunte parentele e amicizie, al fine di ottenere qualcosa. In realtà, c’era da prendere molto meno di quanto si pensasse, anche perché don Ambrogio, nell’intento di assicurare una vecchiaia economicamente dignitosa, aveva già ceduto – in alcuni casi gratuitamente e in altri per cifre irrisorie – tutti i suoi terreni e il Cineteatro Goldoni. A ciò si aggiunga una quantità imprecisata di oggetti che qualcuno pensò bene di portarsi via quando egli era ancora in vita, approfittando di una progressiva cecità che colpì il poveretto negli ultimi anni.

Ambrogio Cicu D’Escanu nacque a Roma, in via dei Condotti, il 23 Aprile 1881 da Antonio, procuratore generale della Corte di Cassazione, e Maria Sini, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Ploaghe.

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I Cicu D’Escanu erano nobili oriundi della Spagna, e uno di essi giunse nell’Isola in maniera avventurosa. Un antico racconto narra infatti che sarebbe stato San Pasquale Baylòn salvarlo da un naufragio. Già nel 700 un ramo della famiglia fu a Sorso, dove divenne uno dei casati più importanti del paese, stretto da rapporti forse anche di parentela con gli Amat, baroni di Sorso.

Ambrogio crebbe in un ambiente aristocratico denso di personalità appartenenti alla medio-piccola nobiltà romana e al Vaticano; trascorse l’infanzia e la giovinezza in una Roma, quella di fine 800, che usciva da uno stato di torpore secolare e gradatamente si apriva alla cultura, ai caffè, ai salotti. Ma di quella vita mondana che egli intravide. non amò quasi nulla: ad essa preferì la Chiesa e la religione. Deciso a prendere gli ordini sacerdotali, frequentò il collegio Capranica e successivamente proseguì gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana dove si laureò e contemporaneamente studiò musica dal maestro Lorenzo Perosi, all’epoca direttore del Coro della Cappella Sistina. Quasi subito però, per non arrecare dispiacere a suo padre. si convinse a rinunciare ai voti. Fu una scelta travagliata che lo segnò per tutta la vita. In verità don Antonio non ostacolò mai la sua vocazione, sebbene non fece mistero di desiderare per lui, l’unico suo figlio, tutt’altro avvenire. I Cicu tornavano a Sorso di rado e soltanto quando gli impegni di lavoro di don Antonio lo consentivano.

In una di quelle occasioni, nel 1912, don Ambrogio costituì il gruppo degli Esploratori e la squadra sportiva. Più tardi, nel Novembre del ‘14, videro la luce anche il Circolo Cattolico Alessandro Manzoni e la Filodrammatica. Il palazzo dei Cicu divenne così il primo vero punto di aggregazione che Sorso avesse mai avuto, se non si considerano naturalmente i caffè della Piazza. Ma quelle iniziative rappresentavano per molti un’assoluta novità da osservare con distacco e diffidenza.D’altra parte, in un paese dove contavano solo poche cose – la forza fisica. la battuta, il lavoro materiale, la terra. il raccolto – e tutte potenzialmente in grado dì procurare gratificazioni, era pressoché impossibile trovare un posto per uno come don Ambrogio.

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Su di lui si iniziò a gettare fango e a diffondere storie e storielle colme di malignità come solo i sorsensi sanno fare quando si tratta di mettere in ridicolo qualcuno. Poi scoppiò la guerra e il paese si svuotò. A Sorso, così come a Roma, le case dei Cicu ospitarono laboratori per la raccolta della lana e il confezionamento di vestiario per i soldati al fronte, e la Filodrammatica allestì una serie di recite di beneficenza. Chiamato sotto le armi da Ufficiale, don Ambrogio venne assegnato al Comando della seconda armata del generale Capello, persona notoriamente intrattabile e priva di scrupoli. Fu con lui sugli Altopiani, sull’Isonzo e nelle drammatiche giornate di Caporetto, ma sempre fu sconcertato dalle sue follie e dalle inumane punizioni che infliggeva alla truppa.

Un giorno si offrì generosamente al posto di uno dei cucinieri che per punizione stava per essere sepolto sotto la neve. E ciò bastò a placare l’ira del generale e farlo recedere dai suoi propositi. Di quei terribili anni, don Ambrogio conservò una medaglia di bronzo e una piccola menomazione ad un dito della mano, causata da una ferita da guerra.

Congedato alla fine del conflitto, fu collocato nella riserva e aggregato all’ 81° reggimento fanteria di stanza nella Capitale, mantenendo il grado di capitano e raggiungendo successivamente quello di maggiore. Nel Marzo del ‘24 gli fu concessa da Papa Pio XI l’onorificenza di San Gregorio Magno per l’impegno profuso nell’educazione dei giovani: e ancora, nell’Agosto dello stesso anno, il gruppo degli Esploratori ricevette la medaglia d’onore al valor civile per aver contribuito a spegnere un incendio divampato in un mulino a Sassari. Tuttavia, qualche anno dopo il circolo chiudeva.

Le disposizioni sullo scioglimento delle associazioni giovanili non inquadrate nelle organizzazioni del fascismo parlavano chiaro. Alla fine ci volle uno stratagemma per mettere a posto le cose: Cicu iniziò a sbarrare le porte della sede ai soci, mentre contemporaneamente spalancava quelle di casa sua agli ospiti. Cambiava la forma ma la sostanza rimaneva invariata.Il risultato fu che tutte le attività ripresero, e naturalmente in barba alle disposizioni vigenti. Il fascio di Sorso, che ovviamente era al corrente di ogni cosa. chiuse prima un occhio. e poi anche l’altro. Del resto, come si poteva impedire a don Ambrogio di ricevere ospiti?

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Nel corso degli anni 30 prese in affitto un piccolo appartamento in via Cesare Balbo, non lontano da Termini. La casa fu per anni un punto di riferimento per molti sorsensi che si recavano a Roma per i più disparati motivi. È il caso di ricordare tra gli altri lo scultore Giuliano Leonardi, l’allora giovanissimo Telesforo Manca e i fratelli Daniele e Giovannino Sassu, incanalati nello studio della musica dallo stesso Cicu e divenuti in seguito coristi al Teatro dell’Opera. Ma appena poteva, don Ambrogio tornava a Sorso tra i ragazzi del Circolo.

L’altra guerra, quella del ‘40, lo sorprese a Roma. Nell’Estate del 1943, dopo i primi bombardamenti alleati sulla Capitale e la caduta del fascismo, la città era in preda alla confusione più estrema. Per un momento si pensò che finalmente la guerra fosse finita, poi invece arrivarono Badoglio, l’ armistizio, i tedeschi di Kesselring. L’Urbe fu occupata. Don Ambrogio lasciò via Balbo e si rifugio in casa dei Conti Vannutelli che, nel frattempo, erano sfollati.

Qui egli divise tutto quello che c’era da dividere, e cioè fame, angoscia, paure con altri due rifugiati: un tale l’uggetta, funzionario dell’ Azienda dei telefoni, e il generale Durand, reduce dalla disastrosa Campagna di Grecia e tornato a Roma privo di tutto, senza più incarichi né uomini da dirigere. Non aveva più nulla Durand, neppure i vestiti. Il giorno che arrivò al rifugio si presentò vestito da cuoco, perché questo era tutto quello che era riuscito a trovare.

I tre passarono quasi tutto il periodo dell’occupazione germanica chiusi in casa, mentre fuori per le strade i tedeschi, come cani affamati, cercavano praticamente tutti: renitenti alla leva, ufficiali, ebrei, operai da inviare in Germania a lavorare per il Reich, antinazisti, cospiratori, traditori. Dopo la Liberazione don Ambrogio tornò definitivamente a Sorso.

Gli ultimi anni trascorsero tristemente e tra ristrettezze economiche. Don Ambrogio non si era mai curato del patrimonio di famiglia, non ne aveva mai avvertito la necessità. E ciò non perché egli vivesse nello sfarzo più sfrenato, ma semplicemente perché egli aveva ritenuto più alto e più nobile donare anziché trarre profitto dalle cose.

Nel Novembre del 1958 fu ospitato per alcuni giorni dalla Contessa De Lutti nella sua tenuta di Treviso. Subito però, un improvviso attacco d’ulcera di cui soffriva già da diverso tempo, lo costrinse a ripartire. Il viaggio finì all’ospedale Umberto I di Bellano, sul lago dì Como, dove il pomeriggio del 29 Novembre cessò di vivere.

Poi ci fu solo il tempo per compiere l’ultimo affronto: giunta a Porto Torres, la salma fu trasportata a Sorso su un carretto, poiché, per un motivo o per l’altro, non era stato possibile reperire un carro funebre. E quando finalmente il feretro arrivò in via Farina, si scoprì che le porte del palazzo erano state sigillate da chi evidentemente pensava di avere voce in capitolo al momento delle partizioni. Alla fine, il portoncino della Cappella dovette essere forzato per allestire la camera ardente.

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Sono Sandro Artioli, prete operaio

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Sono nato nel 1942. Mio padre ha fatto fino alla quarta elementare, mia madre fino alla terza.Mio padre ha fatto quarant’anni di lavoro operaio alla Breda Siderurgica con due infortuni.Mia madre faceva la lavoratrice in ospedale prima che nascessimo io e le mie due sorelle.
La mia famiglia era quindi gente povera. Io non andavo all’oratorio ma ho iniziato a 8 anni a fare il chierichetto nella parrocchia Santa Francesca Romana, imparando le frasi latine.

Quando ero in quarta elementare avevo un maestro che si dichiarava ateo. Quando si rese conto che facevo il chierichetto mi aggredì. Una volta mi chiuse in un buio armadio e mi gridò “Artioli, se sei un chierichetto perché non chiedi al tuo angelo custode di tirarti fuori?”. Poi mi ha esposto dalla finestra al secondo piano e mi ha detto: “Se ti butto giù il tuo Gesù ti salva?”.

In quinta elementare mi hanno dato un tema da scrivere: “Cosa farai da grande”. Già da quella età c’erano in me alcuni pensieri che cresceranno di più nella vita cammin facendo: scrissi che fin da piccolo volevo fare il prete per andare dai bambini poveri in Cina, India, Africa. Scrissi che avrei voluto abitare nelle capanne con loro o in una roccia che mi scavo io non nelle ricche cattedrali. Non mi sarei lasciato aggredire dal ruggito di qualsiasi leoni. E dichiarai che ero disposto a morire per Gesù.

In seminario ho deciso di andarci io: i miei genitori e i miei preti mi suggerivano di andare dopo la terza media. Io invece sono andato in prima media. I primi mesi mi buttavo a piangere perché non vedevo più i miei genitori e le mie sorelline. Il rettore ha invitato mia madre a venirmi a prendere e riportarmi a casa ben 3 volte. Quando lei arrivava io, nonostante che piangevo, mi nascondevo e non mi lasciavo portare a casa.

Nella mia vita in seminario ho avuto sempre molte divergenze e contrasti sulle cose che mi proponevano e profondamente mi riferivo di più a quello che io sentivo dentro di me, sia quando ero nelle medie e nelle superiori ma anche quando ero in teologia.

Dopo la terza teologia mi sento preso di fare una pausa di vita proletaria prima di arrivare automaticamente dopo 13 anni al sacerdozio.Sono andato in Francia a Saint Priest e ho lavorato in una fabbrica. Il padrone era bestiale e mi affiancai alle delegate. Andando a messa a Natale vidi quel padrone in prima fila in chiesa. E fece comunione. Alla fine della messa andai dal parroco e gli chiesi se sapeva chi era quel personaggio. Lui mi rispose: «Il est un bon catholique mais un mauvais chrétien».
Allora vuol dire che ci possono essere cattolici che sono pessimi cristiani.

Dalla Francia ripresi contatto col mio vescovo: gli scrissi che ero disposto a svolgere il ruolo di prete ma mi sentivo preso a farlo vivendo in basso e condividendo la pesante vita operaia. Lui mi ha mi ha detto che prendeva atto della mia richiesta e che me l’avrebbe rispettata. Ma mi chiedeva di fare inizialmente qualche anno in parrocchia. Io accettai e tornai.

L’ultimo anno di teologia era ormai chiuso e quindi non potevo rientrare in seminario per frequentare il corso che io avevo già fatto nel primo anno.Andai quindi da un mio amico prete, don Vittorio Ferrari, lo aiutai nell’oratorio e studiai da solo il quarto anno di teologia andando a fare gli esami in seminario di volta in volta.

Nel settembre 1967 sono stato ordinato prete. Nelle tabelle annuali con su le foto di tutti i preti ordinati io non ci sono però su nessuna: non mi hanno messo.

Sono stato mandato in una parrocchia a Quarto Oggiaro, uno dei quartieri periferici di Milano peggiormente devastato. Lì mi ha preso molto il disturbo sociale che c’era. E mi ci sono buttato.Tra le tante cose subite ho dovuto ad esempio difendermi dalle denunce alla curia dai ricchi. Preso dalla situazione non ci stetti solo qualche anno, come mi aveva chiesto il vescovo, ma rimasi 8 anni.

Nel settembre 1975, all’età di 33 anni mi sono buttato in Breda. Mi sono presentato dicendo che ho svolto la scuola solo fino alla terza media. Per nascondere sia il mio fare il prete sia il mio livello di alta cultura: per poter essere assunto nella bassa condizione operaia.

Chiesi al Vescovo di rimanere a Quarto Oggiaro e, non potendo fare oratorio, mi sarei dedicato agli operai di tutte le 4 chiese. Invece mi disse di non farmi più vedere a Quarto Oggiaro perché gli altri preti, sapendo che io facevo l’operaio, si sarebbero sentiti agitati dalla gente.

Per due anni sono rimasto solo, poi ci siamo uniti assieme io e don Cesare Sommariva e don Luigi Consonni: anche loro preti operai.

Rimasi in Breda Termomeccanica per 27 anni. Svolgevo il ruolo di fabbro-saldo-carpentiere. Era il ruolo lavorativo più pesante della mia fabbrica.
Dopo un anno, di fronte al disastro del mio reparto, accettai di essere eletto delegato come volevano tutti i miei compagni. Sistemai il tutto ma dopo due anni non mi proposi più come delegato ma convinsi alcuni miei amici giovani a farlo loro: dicendo che li avrei comunque aiutati.
Fare il delegato era per me un ruolo più comodo rispetto a quello dei miei compagni: che dovevano lavorare tutto il giorno senza godere dei rilassanti permessi sindacali.

L’Azienda mi ha più volte proposto di avanzare in forme di lavoro più raffinate: ma io mi sono sempre rifiutato perché volevo condividere sempre la condizione degli operai più pesantemente massacrati.
Nonostante il mio pesante lavoro mi buttai nell’innescare tra i miei compagni la necessità di far nascere una autorganizzazione di base. Affittai un piccolo locale vicino alla fabbrica per riunire molti lavoratori a discutere e decidere.

Il lavoro mi aggredì profondamente. Mi sentivo sempre molto stanco e affaticato.
Ho subito quattro infortuni i cui più gravi furono la rottura della vertebra e il massacro di un ginocchio. Poi, con gli esami che ci hanno fatto per essere stati esposti all’amianto, mi hanno trovato le placche pleuriche ai polmoni. Andai quindi in pensione nel 2002.

La mia vita è stata un collocamento radicale nella stiva dell’umanità. Da questa profonda umiltà io ho sempre più guardato e giudicato criticamente le cose che mi venivano imposte dall’alto: sia dalle gerarchie politiche-padronale sia da quelle religiose-sacrali.Entrambe erano burocraticamente sul ponte della nave dell’umanità mentre io ero con tutti quelli nella stiva.

Una volta andai dal dottore di un mio amico per valutare la sua situazione. Lui mi disse: “Mi scusi il suo amico mi ha detto che lei è un prete. Ma lei è davvero un prete?”. Io gli risposi: “Nessuno “è” un prete. Ognuno è un essere umano”. Si può solo dire che uno svolge la funzione di prete, ma tutti sono essere umani. Al di là dei ruoli funzionali che svolgono è la loro umanità che può essere buona o schifosa. Sono quindi del parere che il sacramento della “consacrazione” dei preti non modifica la loro struttura umana ma affida loro solo un ruolo da svolgere.

Adesso da tre anni ho subito la pesante conseguenza dalla mia vita lavorativa. La cosa peggiore è la mia testa che non capisce più nomi di chiunque e parole di qualsiasi tipo.Sono molto triste.Sono ridotto chiuso nella piccola stanzetta del negozietto in cui facevamo gli incontri con gli operai.Non riesco a fare interventi culturali ma mi dedico a fare azioni umane a coloro che sono poveri e massacrati.
In quella stanzetta alla domenica dico messa con alcuni amici.Abbiate pietà e misericordia di me.

Il coraggio di dissentire, in Russia come ovunque

di Tomaso Montanari

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L’accusa di ‘putinismo’ rivolta a chiunque osi parlare di pace per l’Ucraina e la Russia segna, come un insopportabile riflesso pavloviano, il discorso pubblico occidentale, condizionando ormai azioni e reazioni. Così, appare paradossalmente difficile perfino dire l’ovvio: e cioè che l’immagine di Jorit (*) abbracciato a Putin (un artista abbracciato a un dittatore…) è riprovevole non certo per ‘lesa maestà atlantica’, ma perché è un imperdonabile schiaffo alla Russia che a Putin si ribella: l’unica alla quale dovrebbe andare la fraternità di chi, in Occidente, si schieri dalla parte dei popoli, e non dei governi. Della pace, e non della guerra.

A quella Russia è dedicato il prezioso, piccolo libro di Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese (La Russia che si ribella. Repressione e opposizione nel paese di Putin, Altreconomia, 2024), costruito intorno a cinque testimonianze, e sostenuto da un accurato apparato documentario che offre numeri, nomi e date a chi chiede, con sufficienza colonialista, “perché i russi non si ribellano?”.

Nel 2023, 5.024 soldati russi sono stati processati per diserzione: i veri eroi di questa guerra. È, nota Franceschelli, «un record storico assoluto. Nel 2022 erano stati 1.001 casi, nel 2021 ‘solo’ 615». Dal 2022 al gennaio di quest’anno sono stati aperti procedimenti penali contro 1.082 dissenzienti politici, e nello stesso periodo 509 persone fisiche e organizzazioni sono state classificate come ‘agenti stranieri’: ecco chi dovremmo abbracciare pubblicamente.

Accanto a chi ha il coraggio di farsi arrestare e processare, molte persone praticano una quotidiana resistenza culturale e morale, secondo quella “teoria delle piccole cose” che non è del tutto ignota anche a noi occidentali, alle prese con una (ovviamente diversissima) crisi della democrazia e della rappresentanza politica.

Ogni tanto questo vasto dissenso russo emerge in azioni geniali e coraggiose, come quella dell’artista Aleksandra Skochilenko, «arrestata il 31 marzo 2022 a San Pietroburgo per aver sostituito i cartellini dei prezzi di un supermercato con bigliettini che denunciavano il massacro dell’esercito russo in Ucraina, e per questo condannata a sette anni di carcere».

Una protesta simboleggiata dalla scritta «No alla guerra» comparsa nel marzo 2022 sulla Neva ghiacciata, a San Pietroburgo: clamorosa, ma destinata per sua natura a perdersi nell’acqua (e comunque solo dopo essere stata, altrettanto clamorosamente, cancellata).

Le cinque figure scelte dagli autori sono esemplari, ed esemplarmente diverse: l’ottantenne LJUDMILA, sopravvissuta all’assedio di Leningrado e per questo intoccabile, ma indomita nella sua contestazione dell’uso strumentale e perverso che Putin fa della Seconda guerra mondiale e della vittoria sul nazismo;

padre IOANN, pope ortodosso scomunicato (proprio come Tolstoj), e ora rifugiato in Bulgaria, per aver osato predicare esplicitamente un vangelo di pace, peccato imperdonabile nella chiesa corrotta e serva del potere guidata dal patriarca Kirill;

GRIGORIJ, professore universitario di filosofia politica, elencato tra gli “agenti stranieri” e oggi espatriato a Princeton;

IVAN, attivista politico con una storia di arresti e torture, che dalla Germania continua a organizzare la resistenza attraverso Zona solidarnosti (Zona di solidarietà), un progetto che assiste i prigionieri politici arrestati per aver manifestato contro la guerra;

e infine KATIA, redattrice di Doxa, rivista universitaria della Higher School of Economics di Mosca, che aveva continuato a raccontare e ad alimentare il dissenso nonostante il progressivo tradimento dei vertici accademici, sempre più allineati con il Governo di Putin.

Storie tristemente accomunate, con una sola eccezione, dalla necessità dell’esilio: e che proprio per questo sono pienamente raccontabili. Ma che rinviano a tante altre ancora in corso all’interno della Russia, tra difficoltà e rischi immaginabili. Storie che dimostrano «che l’opposizione a un regime può assumere tante forme diverse.

Siamo abituati a pensare (e a parlare) in maniera superficiale, opponendo consenso e rivoluzione. Ragioniamo in termini di piazze, strade, rivolte, folle e masse. Senza dubbio, molti grandi cambiamenti nella Storia hanno avuto questo aspetto. D’altronde, limitarsi a questa prospettiva ci impedirebbe di cogliere un presente più complesso, in cui questo costrutto binario non trova spazio. Soprattutto, non renderebbe giustizia a un altro tipo di lotte, silenziose, sotterranee ma non meno importanti, che molti cittadini e cittadine intraprendono, nel loro piccolo, ogni giorno, sfidando regimi e violenze. Questo libro indaga ciò che intercorre fra consenso e rivoluzione, fra silenzio e rivolta».

Sono parole importanti, che devono far riflettere anche noi occidentali, incapaci di ribellarci a governi ben meno temibili che, tradendo le nostre costituzioni e i nostri veri valori, condannano violentemente chiunque si azzardi a parlare di negoziato, foss’anche il papa, e ci conducono verso un possibile armageddon nucleare. Sono gli stessi governanti che fino a ieri intrattenevano ottimi rapporti con Vladimir Putin, e che un domani potrebbero tranquillamente ricominciare ad averli.

«Il sangue degli abitanti dell’Ucraina macchierà non solo le mani dei governanti della Federazione Russa e dei soldati che eseguono i loro ordini. Esso macchierà le mani di chi tra noi approva questa guerra, o semplicemente rimane in silenzio»: così aveva detto padre Ioann nel sermone che l’ha costretto all’esilio. Vale anche per noi occidentali, che avanziamo come silenziosi sonnambuli verso una guerra mondiale.

(*) https://tg24.sky.it/cronaca/2024/03/07/jorit-chi-e

Se vis pacem para bellum

di Raffaele Crocco

Siamo tornati al “se vuoi la pace, prepara la guerra”. Sembrava un’idea superata, vecchia e un po’ fascista: è tornata di moda. A pronunciarla alla vigilia del vertice di marzo dell’Unione Europa è stato il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Nel Risiko mondiale fra “filoamericani” e “antagonisti”, l’Unione appare sempre più disperata e spaventata. La guerra in Ucraina è diventata il “motore del futuro” per l’Unione, che vuole trasformarsi in una macchina militare produttiva ed efficiente. La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha incaricato l’ex Presidente finlandese, Sauli Niinisto, di redigere un rapporto su come migliorare la preparazione e la prontezza d’intervento della difesa dell’Ue. Non a caso, la Finlandia: Stato diventato simbolo delle nuove tensioni internazionali con Mosca, dopo l’adesione alla Nato. E la presidente ha rincarato la dose con una frase precisa: «E’ chiaro – ha detto – che non c’è più spazio per le illusioni: il Mondo è diventato più pericoloso e l’Ue si deve svegliare. Sappiamo che le ambizioni di Putin non si fermano all’Ucraina».

Così, mentre scocca il giorno 758 dall’invasione russa dell’Ucraina, la tensione del Risiko mondiale sale, con l’Europa che mette sul tavolo le proprie carte. Dopo le voci – ma forse non sono solo voci – e le ipotesi di soldati francesi e dell’Unione schierati sul campo di battaglia in Ucraina, arrivano le scelte per rafforzare le difese. La paura europea nasce, probabilmente, anche dal timore di una vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, il prossimo novembre. Con il miliardario – ma lo è ancora? – alla presidenza degli Stati Uniti, lo spettro di un indebolimento del ruolo statunitense nella difesa europea assumerebbe contorni di verità e realtà. Quindi, in qualche modo e confusamente, l’Unione si prepara a fare da sé, sfidando apertamente Mosca.

È il segno del caos planetario. Mentre sul fronte militare poco accade e il logoramento dell’esercito ucraino continua, Kiev si muove sul fronte politico. Dallo staff del presidente Zelensky filtra la speranza che la Cina possa partecipare al vertice per la pace in Ucraina, in programma in Svizzera. Vertice che nasce comunque monco: non sarà, infatti, invitata la Russia. Zelensky, per altro, è entrato mani e piedi nella questione del Risiko planetario, spiegando che a suo modo di vedere la leadership degli Stati Uniti dovrebbe «rimanere salda nella protezione dell’ordine internazionale» oggi più che mai. Ha aggiunto che Putin deve perdere la guerra: «È una questione di vita o di morte per il Mondo democratico».

Un’opinione che, evidentemente, non fa arretrare Mosca. Secondo gli analisti internazionali, Putin sta effettivamente lavorando ad un’alleanza sempre più forte con Cina, Iran e Corea del Nord. L’obiettivo è creare una coalizione che sia in grado di controbilanciare quella dell’Occidente, anche sul piano economico. E nell’alleanza entreranno anche molti altri “antagonisti”, pronti a contrastare i “filomaericani”. La partita è sempre più planetaria: il Presidente iraniano Ebrahim Raisi ha avuto contatti con Putin per rilanciare la cooperazione bilaterale e trovare strumenti per stabilizzare il Caucaso meridionale: parliamo di Armenia e Azerbaigian.

Più distante, a Gaza, la strage dei Palestinesi continua. Il diritto umanitario è sospeso, con Israele che continua a bloccare gli aiuti – cibo e medicine – alla popolazione palestinese ammassata in pochissimi chilometri quadrati. A peggiorare il quadro, c’è l’annuncio fatto da Netanyahu di avere dato l’ok ai piani per attaccare Rafah, a sud della Striscia. Li sono ammassate più di un milione e mezzo di persone, che si troverebbero nel mezzo dell’attacco, con nessuna via di fuga sicura. Washington sta cercando di convincere il Premier israeliano a non attaccare e a garantire la sicurezza alimentare ai palestinesi. Il Governo israeliano appare irremovibile e gli osservatori delle Nazioni Unite parlano in modo sempre più esplicito di volontà di “pulizia etnica” da parte di Tel Aviv nei confronti dei palestinesi.

Il dramma si misura, ad oggi, in più di 32mila morti – almeno un terzo sono bambini – e quasi 80mila feriti. Una macelleria che Israele non ha intenzione di fermare. Le conseguenze arrivano sino al mar Rosso. Gli attacchi degli Houthi yemeniti alle navi europee e filoisraeliane continuano, ma si è aggiunto un elemento nuovo. Un missile Houthi a lungo raggio in settimana è caduto vicino alla città israeliana di Eilat, sul Mar Rosso. Il missile è arrivato senza essere avvistato, tracciato e distrutto dalle difese aeree di Tel Aviv o delle tante navi statunitensi, inglesi ed europee delle coalizioni anti-houthi presenti nell’area. Due gli elementi di inquietudine. Il primo è che potrebbe trattarsi di un nuovo modello di missile ipersonico, in grado di superare indenne le difese aeree avversarie. Il secondo motivo è che è stata raggiunta e colpita una città israeliana. La guerra si allarga, insomma. La grande partita del Risiko planetario muove sempre più pedine.

* da atlanteguerre.it

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Tonino Mario Rubattu

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di Piero Murineddu

Instancabile studioso e ricercatore il nostro TONINO MARIO RUBATTU, nato in un paesino nel sud dell’isola greca di Rodi, Lindos, italianizzato Lindo, dove il padre faceva il finanziere.

Grazie all’amico comune Giuseppe, nel periodo in cui era costretto a casa avevo avuto modo di fargli diverse visite, ognuna delle quali arricchente per il piacevole dialogare, dovuto alla sua vasta cultura. In una di queste occasioni, mi aveva fatto dono di una precedente versione del dizionario sardo – italiano multi volume che aveva pubblicato, segno della reciproca stima e simpatia che erano nate tra noi.

L’ incarico di sindaco per otto anni se l’era guadagnato per la piena fiducia che i sennoresi avevano riposto in lui. In questo avevano contribuito anche quei contatti pre elettorali che aveva con la gente in diverse zone del paese, parlando sempre in sardo e stimolando confronto su varie problematiche riguardanti la comunità che desiderava guidare amministrando la Cosa Pubblica.

Eccelso studioso della lingua sarda, in tutte le variazioni territoriali dell’isola. Ricordo che quando avevo qualche dubbio nello scrivere qualche termine nell’idioma locale sussincu, ambito in cui mi ritrovo purtroppo ad avere molte lacune, il consultare il suo sito mi era di grande aiuto.

Da questo sito, nato nel 2013 ad opera del suo amico di Romana Franco Piga ed oggi disattivo, riporto parte di quanto scrisse nella pagina introduttiva. È bilingue, ma per omaggiare il suo lungo ed instancabile lavoro di ricerca, scelgo la versione in sardo.

A seguire un suo testo presente nel volume “In biddas”, raccolta di poesie di autori sennoresi pubblicato nel 1994 a cura dell’amministrazione comunale guidata da Cicitu Morittu, in cui fa un excursus storico del suo paese. A questo proposito, appassionato creatore lui stesso di componimenti poetici, a lungo è stato membro della giuria  Premio di Poesia “Romangia”.

In conclusione uno dei tanti componimenti dedicati alla sua e nostra isola che tanto ha amato, con l’invito a chi vi capita, per poco o per molto non importa, di farlo col massimo rispetto, sforzandosi anche di guardare oltre i soliti luoghi comuni e non fermandosi solo all’apprezzamento dei paesaggi, siano essi marini che dell’entroterra.

Buona lettura

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Lindos, sormontato dall’acropoli e che richiama la nostra Castelsardo, paesino greco in cui era nato Tonino

DELLA MIA VITA E DELLA MIA PASSIONE

di Antoninu Rubattu

A mie, chi puru ch’apo abbertu sos ojos in una ‘iddaredda de sa Grècia, in Lindos in s’ìsula de Rodi, est capitada sa fortuna manna de aer àpidu unu babbu e una mama “sardos”, fieros de l’èssere, a tales de no aer mai sessadu de impreare sa limba insoro, s’est chi l’ana semper faeddada tra issos, forsis finas pro appasigare su dolore de ch’èssere disterrados fora ‘e domo pro chistiones de trabàgliu. Babbu fit finantzieri e in su 1938, annu de sa nàschida mia, fit servende sa pàtria in su Dodecannesu “italianu”, ue che fit bistadu imbiadu.

E dae Lindos, poi de calchi annu, nos ch’agattemis trasferidos a Bagnara, in Calàbria, ue b’istemis finas a sessare de sa 2^ gherra mundiale e ue frecuentei sas iscolas elementares. E sicomente babbu e mama ant sighidu che sempre a allegare in sardu, galu deo dae minoreddu apo suttu su limbazu insoro, chi apo mantesu e pratigadu finas a nde recuire in Sardigna.

Ma in sa terra ‘e sos mannos mios, sighinde in sas iscolas, apo dévidu istudiare e faeddare un’àtera limba, s’italianu, chi apo atzettadu, che tottu, comente una limba “sorre” de sa mea, e chi cun su tempus est finas diventada pius importante e pius appretziada.

E s’est beru chi custa segunda sorre m’at finas giuttu, prima, a unu diploma de mastru ‘e ‘iscola e, pustis, a una làurea in “lettere moderne” e a pratigare sa passione manna chi tenia pro sa poesia e sa litteradura e a su comintzu de s’attividade litterària mia, e finas a meressire maicantos prètzios e riconnoschimentos, beru est però chi mai apo olvidadu o minispretziadu sa limba “mia” prima, sa chi m’at formadu comente ómine de una “terra” ricca de valores umanos, morales, tziviles e sotziales pròprios, chi non sunt mezus de cuddos de àteras zenias, ma nemmancu peus.

Istesit gai chi, intendéndemi prima “sardu” e poi “italianu”, apo leadu s’àtera detzisione de mi dedicare a fàghere calchi cosa chi potterat servire a fagher torrare sa limba nostra a sas làccanas de “connottu”, in sa cumbintzione chi s’identidade de onzunu e de donzi pópulu no est cosa de pagu contu, ma s’indicu primu e pius ladinu de s’èssere “ómines inter ómines”, diversos eppuru cheppare in su consórtziu manu.

Apo comintzadu degai a iscrìer poesias, a imprentare lìbaros, a fàghere “bortaduras in limba” de autores de sa litteradura mondiale, cales Omero (Odissea e Iliade), Federicu Garçia Lorca (Su teatru sou: Bodas de sangre, Yerma, In casa de Bernarda Alba) e maicantas àteras cosigheddas.

A sos primos annos Settanta, finas meravizadu dae sa ricchesa de abberu manna de sa limba sarda, in cadaunu de sos limbazos nostros, cunsiderende chi sos Vocabulàrios chi aimis fint tottu “de parte”, ossiat o logudoresos o campidanesos, nugoresos o tataresos o Gadduresos, mi so cumbintu chi forsis baliat sa pena de chircare de los pònnere tottu a pare, ca sa limba est “una” (ammentàmulu!).

Mi so finas abbizadu chi mai niune aiat pensadu a comente si det iscrìere custa limba, e chi, non connoschende -sa zente- sas régulas de s’iscrittura, si regulaiat iscriende a sigundu de comente pronuntziaìat.sas peràulas.

Aerru mannu! -custu- ca non b’at “limba” in su mundu intreu chi si iscriat comente si faèddat, ca una cosa est su “fonema” (su sonu de una paràula), un’àtera su “grafema” (comente cussa paràula andat iscritta).

Aende deo fattu pro ùndighi annos su direttore de S’Ischiglia, s’ùnica rivista de poesia e Litteradura Sarda, de su 1900, animada e ghiada dae “tiu” Anzeleddu Dettori, e aende toccadu cun manu de comente onzi poeta o iscrittore iscrierat sa matessi paràula a manera pròpria (sosthe, soste, solte, solthe, sorte, sorthe, sorti, sorthi, solti), meravizadu chi mai niune in Sardigna aeret pensadu a “isdighire” custa “chistione”, forsi ca su Sardu serviat solu pro lu faeddare e mai pro essere iscrittu, meravizadu finas chi medas istudiosos e professores de limbìstiga sarda de sas Universidades de Casteddu e de Tàtari no aerent mancu pensadu a fàghere calchi cosa, apo detzisu de mi nd’impignare e, sighinde iscièntzia e bonu sensu, apo cumintzadu a ammanizare su DULS (1991), Dizionàriu Universale de sa Limba Sarda, cun 200.000 vocàbulos, tottu iscrittos a sa matessi manera, in sas chimbe faeddadas sardas (logudoresu, nugoresu, campidanesu, tataresu e gadduresu) e, po andare a passos cun sos tempos noos, aggiunghendebei finas : inglesu, frantzesu, Ispagnolu e tedescu..

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Tonino alla presentazione del dizionario in due volumi distribuito alle famiglie di Sennori

Breve sintesi della storia di Sennori

di Tonino Mario Rubattu

Il territorio di Sennori è cosparso di testimonianze prenuragiche e nuragiche. La Domus de janas dell’orto del Beneficio Parrocchiale, impreziosita da tre ancora nitide protomi taurine i resti, purtroppo malandati, dei nuraghi di Sa Pattada, Iscala de Todde, San Biagio e Chercos, la Tomba dei giganti di Oridda, come pure la vicinanza al recinto megalitico di Monte Cau, “forse fortezza e tempio ad un tempo istesso”, in cui sono stati rinvenuti numerosi reperti di varie epoche ora conservati nei Museo “Sanna” di Sassari, attestano inequivocabilmente la presenza di antichi insediamenti umani.

Alla conquista romana della Sardegna (238 a.C.), Sennori costituito in villa o Civitas, sotto la giurisdizione di un praefectus, che risiedeva certamente a Sassari, legherà il suo sviluppo e buona parte della sua storia futura al vicino e più importante centro di Sorso e a quella dei villaggi della zona (Gelidhon, Taniga, Gennos, Gerito, Uruspa, ecc.).

Fino all’età giudicale non si hanno notizie certe; verso il 1020 risulta aggregato alla Curatoria della Romandia o Romangia del Giudicato di Torres e, dopo il 1300, caduta la repubblica sassarese, andò a far parte di una delle tante baronie costituite dagli aragonesi, denominata “Encontrada de Romangia”, sotto la giurisdizione della famiglia De Senay Pilo Y Castelvì, alla quale nel 1430 subentrò quella di Gonario Gambella.

Al successore di Gonario, Antonello Gambella, e alla maggiore delle sue tre figlie, Rosa, è legata, seppure in maniera mai abbastanza chiarita, la costruzione del Palazzo di Rosa Gambella o “Palattu ‘ezzu” , tuttora esistente ed in discreto stato di conservazione.

Pare che il Palazzo non sia stato mai abitato dall’infelice baronessa, essendo questa divenuta erede del padre e avendo dovuto dimorare, “causa regni”, nel capoluogo dell’Encontrada, cioè a Sorso, se non addirittura a Sassari.

La storia, in buona parte romanzata, dalla nobile signora di Romangia è stata nel secolo scorso ripresa da Enrico Costa nel suo “Rosa Gambella”. Lo scrittore sassarese addebita al secondo marito di Rosa, il vicerè spagnolo Ximen Perez Escriva de Romani, uomo avido e dissoluto, la morte del primo marito della baronessa, il capitano Angelo Marongio, del figlio di questi e della stessa Rosa, al fine di impadronirsi delle proprietà dei Gambella. Sta di fatto che Ximen Perez ereditò comunque tali possedimenti e che, alla fine del suo mandato in Sardegna, vendette l’Encontrada a tale Antonio Cotona, ricco mercante.

Dopo varie peripezie, nel 1723, la Romangia pervenne alla famiglia degli Amat, marchesi di San Filippo, che la tennero fino alla fine del feudalesimo in Sardegna.

Sotto la loro denominazione va ricordata la rivolta del 1795, anno in cui i vassalli di Sorso e di Sennori, esasperati dalla politica fiscale del feudatario, dopo essersi rifiutati di versare i diritti feudali ed aver saccheggiato il palazzo baronale, cacciarono il barone Vincenzo Amat, il quale “veniva avviato sulla strada per Sassari a caval di un somaro”.

Immediata e spietata fu la reazione del Governatore di Sassari, cavalier Meli, che guidò di persona 2.000 cavalieri e una compagnia di dragoni. Sorso si arrese subito, nel timore di essere messa a ferro e a fuoco; Sennori tentò di resistere, ma dovette alla fine arrendersi e subire l’occupazione e il saccheggio.

Da segnalare ancora l’ adesione di Sennori al tentativo antifeudale di Giovanni Maria Angioy. Allorquando l’ex Alternos, irrimediabilmente sconfitto, si dirigeva in fuga verso Sassari, scriveva da Santu Lussurgiu al sorsese Quirico Marongiu, capo dei rivoltosi locali invitandolo a “radunare tutta quella gente che potrà unitamente ai sennoresi ed altri”, per un ultimo tentativo di riscossa.

AI suo arrivo a Sassari, Sennoresi e Sorsesi erano ad attenderlo con le armi in pugno e ad acclamarlo.

La sconfitta dell’ Angioy e della sua causa decretò la restaurazione della prepotenza feudale, prepotenza che doveva finire solo nel 1839.

Negli ultimi anni dell’ 800, sull’esempio trascinatore di quanto seppe fare “un sennorese trapiantato a Sorso”, Antonio Catta, anche Sennori fu scosso da fremiti socialisti, a tendenza repubblicana, il cui vessillo espressivo e organo propulsore fu quella Società Operaia denominata “Popolo Sovrano”, vera erede del pensiero angioyano.

FRÌMMATI, FURISTERI

di Tonino Mario Rubattu

S’ides su nuraghe
in gas alturas
chi dae sempre.
gherrat con su ‘ento,
frimmati, furisteri, unu momentu
ca che ses dadu in sa Terra mia.

Si de barveghes
bélidas t’arrivin,
de su pastore
su tristu lamentu,
s’andare tou,faghe pius lentu
ca sunt feridas de sa Terra mia.

S’àrvures notas
chena fruttu e fozzas,
pàsculos siccos
chena nutrimentu,
s’oju tou faghe pius attentu:
sun sas piaes de sa Terra mia.

Si solitariu
peri sas montagnas
su bandidu incontras
con s’armamentu,
culpa es’ totta de s’isolamentu
che da mill’annos patit Terra mia.

FERMATI, FORESTIERO

Se vedi il nuraghe
sulle alture
che da sempre
lotta con il vento,
fermati, forestiero, per un momento
ché sei capitato nella mia Terra.

Se ti arrivano
belati di pecore
e il triste lamento
del pastore,
rallenta il passo
ché sono le ferite della mia Terra.

Se noti alberi
senza frutto e foglie,
pascoli secchi
senza nutrimento,
aguzza lo sguardo:
sono le piaghe della mia Terra.

Se solitario
per le montagne
incontri il bandito armato,
è tutta colpa dell’isolamento
che da mille anni soffre la mia Terra.

Sempre grati e onorati per avere avuto come nostro conterraneo e amico una bella persona come Antoninu

 

I dati della siora Giorgia? Vediamo…

di Chiara Brusini (Il FQ)

Non solo le iperboli già utilizzate una settimana fa per sostenere che il suo governo ha fatto una lotta all’evasione senza quartiere, anche se sui 24,7 miliardi recuperati ben 5 derivano da rottamazioni e “paci fiscali” che nulla dicono sulla reale capacità di contrastare il nero.

Intervistata ad Agorà su Rai3, Giorgia Meloni ha elencato una lunga serie di presunti successi dell’esecutivo citando però dati incompleti o esagerati. A partire dall’inesistente aumento del reddito reale delle famiglie, passando per un sontuoso aumento dei salari che fa a pugni con l’esperienza dei lavoratori dipendenti ma pure con i dati ufficiali.

IL REDDITO MEDIO REALE NON È AUMENTATO. “L’Ocse dice che in Italia il reddito reale medio delle famiglie nel 2023 è aumentato dell’1,4% quando nella media dei paesi Ocse diminuiva dello 0,2%”, ha detto la premier. In realtà quel dato si riferisce solo al terzo trimestre dello scorso anno. Basta prendere il grafico e la serie storica dell’indice del reddito disponibile pro capite per scoprire che quello italiano nell’ultima rilevazione era a 93,18 punti contro i 93,43 del terzo trimestre 2022: insomma, rispetto al periodo precedente l’arrivo di Meloni a Chigi è diminuito. A differenza di quanto avvenuto in Francia e Spagna. Un calo si è invece registrato in Germania, che come è noto lo scorso anno è andata in recessione.

I SALARI ORARI? Molto sotto il livello pre Covid – “Sempre l’Ocse ci dice che nel 2023 i salari sono aumentati tra le tre e le cinque volte rispetto a quando c’erano i governi precedenti”, afferma Meloni. Non è chiaro a quali dati si riferisca. L’organizzazione parigina, sulla base dei dati Istat, ha rilevato un aumento delle retribuzioni orarie nella manifattura (l’indice nel terzo trimestre ’23 era a 111.8 contro i 106.8 del quarto trimestre 2022) legato al rinnovo di alcuni contratti, quindi senza alcun collegamento con decisioni governative. Ma se si prende come riferimento la fine del 2019, pre Covid e guerra, si scopre che il livello generale dei salari reali in Italia è crollato di quasi il 10%: la performance peggiore di tutta l’area Ocse.

SUI POVERI una mezza verità. “L’Istat ci dice che è diminuito il rischio povertà“, ha continuato la leader di FdI. Questo è vero, stando a un rapporto sul 2023: merito unicamente delle modifiche all’assegno unico e universale per i figli a carico, che è stato adeguato al costo della vita e aumentato per i nuclei più numerosi e per quelli con figli sotto l’anno di età. Ma dal 2024 il governo ha abolito il reddito di cittadinanza, sostituito con due misure non universali che secondo la Banca d’Italia escludono parte importante della platea prima raggiunta dall’aiuto pubblico. Probabile quindi che le future analisi evidenzieranno per quest’anno un aumento dell’indigenza.

SUL PNRR c’è poco da festeggiare – “Siamo il primo paese europeo nell’attuazione del Pnrr“. Meloni rispolvera le esultanze espresse da tutto il centrodestra quando la Commissione Ue ha presentato la revisione intermedia della Recovery and resilience facility, cuore del Next generation Eu. Da cui emergeva che l’Italia è sul podio per numero di milestone e target raggiunti (178 su 527). Ma c’è poco da festeggiare: semplicemente, essendo di gran lunga il Paese destinatario di più risorse, il nostro piano aveva fin dall’inizio molti più obiettivi. In più i primi risultati erano più facili da raggiungere perché si trattava soprattutto di approvare decreti e riforme, mentre ora stanno diventando prevalenti i target quantitativi. Ed è lì tutto si complica, come dimostra l’ultima relazione sull’attuazione.

SULL’INFLAZIONE dimentica il passato. “Abbiamo l’inflazione più bassa tra i paesi G7″. Oggi quel che dice Meloni è vero, ma l’indice dei prezzi al consumo ha solo ripiegato dopo che nell’autunno-inverno 2022-23 è stato in Italia ben più alto che negli altri grandi Paesi industrializzati a causa del peso dell’import di energia. E occorre ricordare che i continui aumenti su base mensile, anche se contenuti, si cumulano con le fiammate del post invasione russa dell’Ucraina mettendo a durissima prova la possibilità di molte famiglie di arrivare a fine mese. Il calo degli ultimi mesi peraltro non dipende in alcun modo dalle misure governative, che anzi sono state fallimentari: il carrello tricolore non è servito a nulla visto che i prezzi di quei beni sono addirittura aumentati.

LA CRESCITA? Sotto quella di Francia e Spagna. “L’Italia lo scorso anno è cresciuta più della media europea, una cosa che non si vedeva da moltissimo tempo”. La capa del governo non rinuncia a sottolineare le performance del pil, nonostante il +0,7% registrato nel 2023 sia tutt’altro che entusiasmante. Se è vero che la media Ue è stata inferiore, la Francia ci ha superati mettendo a segno un +0,9% e la Spagna ci ha più volte doppiati chiudendo a +2,5%. “Vuol dire che le nostre politiche danno risultati migliori di quelle che abbiamo visto prima? Probabilmente sì”, la chiosa della presidente del Consiglio.

IL FONDO SANITARIO è da record, ma c’è stata la maxi inflazione. “Non accetto, come ho sentito, la leader del Pd dire che la sanità è bellissima e che si paga con le tasse, sono d’accordo ma le lezioni anche no, perché è stato questo governo a portare il fondo sanitario al suo massimo storico“. Al netto dell’avversione della premier per le tasse, è vero che con i 3,3 miliardi in più previsti in manovra il Fsn ha raggiunto quest’anno un valore assoluto di 134,1 miliardi, il valore più alto finora, ma in passato altri governi avevano fatto stanziamenti maggiori. Inoltre, se si tiene conto della fortissima inflazione si scopre che i maggiori fondi basteranno a malapena a coprire l’aumento dei costi. E dentro deve starci anche il rinnovo dei contratti del comparto sanitario.

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Auguri, Celestanna

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di Piero Murineddu

Di Celestanna, figlia della coppia sassarese trasferitasi a Sorso per lavoro Teresa Loru, maestra elementare, e Edmondo Lumbau, figura storica tra i medici di Sorso, non si parla molto nel Diario familiare scritto dal figlio Mauro e pubblicato a puntate in questo spazio, salvo i tantissimi momenti in cui la si sorprende, vi si legge, “scompisciarsi dalle risate” che certi atteggiamenti del marito Piero le provocavano. Quattro anni prima del decesso della donna, che ogni qualvolta l’andavo a visitare mi accoglieva col massimo della cordialità di cui era capace, avevo realizzato alcune videointerviste in cui, oltre conoscere altri aspetti della famiglia, si coglie anche l’interesse culturale avuto da questa energica signora, sia per la letteratura e sia per la musica.

Di queste ripropongo il video in cui recita alcune poesie di autori che ha amato.

Oggi, 21 marzo, Giornata in memoria delle vittime di mafia

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DON CIOTTI: “BASTA CON LE POLITICHE CRIMINOGENE !”

di Piero Murineddu

Continuando l’ascolto di persone che aiutano a migliorare la vita collettiva e inevitabilmente quella personale, ieri è stato il turno di Luigi Ciotti, il grande prete a cui Michele Pellegrino,il cardinale con la croce di legno o fatta di corda da ragazzi più o meno sbandati, dopo l’ordinazione, affidò la parrocchia della Strada. Ed è proprio del rapporto filiale che lo legava all’allora cardinale di Torino che Luigi si sofferma nell’ evento che propongo svoltosi nell’ottobre 2022 e che lo vide ospite a Romena, la Fraternità toscana guidata da luigi Verdi.

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Oggi Giornata in memoria delle vittime di mafia. Da sempre prete Ciotti è in prima linea per combatterne le diverse sfaccettature e diramazioni nella società, per cui ascoltarlo ieri sera non è stato casuale, ma voluto.

Un altissimo intervento aperto e chiuso con l’augurio fatto a ciascuno della Solitudine, che è altra cosa dell’isolamento. Solitudine cercata per conoscere e capire l’essenza di noi stessi, per capire cosa realmente vogliamo dalla vita e per non farci travolgere da quanta ci accade intorno.

Nelle sue preziose e accorate parole, non manca di rilevare il grande rispetto per la Sacralità delle Istituzioni, ma nel contempo, insieme al dovere della FERMA DENUNCIA di molti che la rappresentano indegnamente, anche il richiamo fatto a ciascuno del necessario dovere di essere una spina al fianco se chi ha un incarico pubblico che condiziona la vita altrui non opera realmente per il Bene di tutti, di tutti,  di

TU -TTI !

 

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Ancora quel misero ministruncolo che purtroppo ci ritroviamo tra i piedi non aveva manifestato il peggio del suo cervello definendo il nostro amico prete “un signore in tonaca” volgare, ignorante e superficiale perché si era permesso di dire che il Ponte sullo Stretto più che unire due coste unirà due cosche. Un SIGNORE si don Ciotti, di cui la piccolezza mentale di costui non è degno neanche di pronunciarne il nome. Purissima verità quella di Luigi, naturalmente per chi è in grado di capire, possibilità esclusa per questo rozzo individuo.

Fai lo sforzo di dimenticarti dell’esistenza di questo miserello e ascolta con grande attenzione questo gigante della società civile.

Un invito a ogni amico e amica. Presta particolare attenzione all’ultimo scorcio della registrazione, quando Luigi ci augura di ….morire, col suo usuale modo provocatorio che ha di introdurre i grandi concetti. Non anticipo nulla. Lo ripeto: fai moooolta attenzione a quanto dice…

 

Nel link seguente, l’elenco delle persone assassinate dalla mafia, curato da Libera

https://vivi.libera.it/it-ricerca_nomi

E di ga razza sei, me figlio’ ?

Introduzione

di Piero Murineddu

 

Rita Spanu oltre 40 anni fa decise di lasciare la sua Sorso per raggiungere altri lidi. E in questo caso, proprio di “lido” si tratta, in quanto vive a Soverato, una cittadina di poco meno 9000 abitanti sulla costa orientale calabrese, ad una trentina di chilometri da Catanzaro.

Una ragazza che ricordo dai modi gentili, discreti ed estremamente rispettosi, caratteristiche che oggi, raggiunta l’età del “ripensamento”, avrà sicuramente conservato.

Rita, accogliendo il mio invito racconta alcuni suoi ricordi degli anni trascorsi a Sossu, esprimendo sul finale le sue impressioni sulla Sorso attuale.

Rita continua a definirsi sussinca e “billellariana” della prima ora, ma da quello che qualche amico comune mi conferma, gia dai tempi della giovinezza aveva dei modi che si distinguevano dagli aspetti immancabilmente poco positivi che ogni comunità possiede, e il parlare con lieve accento “continentale” evidenziava questa sua piacevole “diversità”.

Nonostante ciò, o forse proprio per questo, dovendo percorrere da piccola il centro storico, dove vi abitavano probabilmente le famiglie meno abbienti e forse anche più numerose, Rita racconta che si sentiva attratta da questo mondo che provocava in lei un certo fascino. Era tra quelle vie strette che si viveva la vera essenza dell’essere sussinchi, coi suoi pregi e difetti.

La famiglia Spanu abitava di fronte all’attuale Biblioteca Comunale, la cui casa occupava uno dei quattro angoli che racchiudono il vasto blocco edilizio includente anche la parrocchiale di San Pantaleo.

Da piccola, dovendosi recare dalla nonna, Rita si trovava a dover percorrere la zona antica del paese, ed è proprio da qui che inizia il suo racconto, che sicuramente non mancherà di portare molti non più giovanissimi a ripensare a quello che si era, nel bene o meno bene.

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“E NON PASSARE DA VIA CORTE ALESSANDRIA”

di Rita Spanu

 

“Ecco, prendi questa busta e portala a nonna. Mi raccomando, vai dritta, non parlare con nessuno, non fermarti a curiosare, se qualcuno ti offre qualcosa rifiuta e corri via e NON passare da via Corte Alessandria”

La mamma di Cappuccetto Rosso faceva meno raccomandazioni!

Camminare per strada senza rischi

Sorso, negli anni ’60, era un paesotto tranquillo i bambini potevano andare ovunque senza che gli adulti li dovessero accompagnare. L’unico problema o pericolo serio era rappresentato dalle (poche) automobili che circolavano condotte da ex contadini e/o carrettieri che avendo ancora poca dimestichezza con questi nuovi mezzi di trasporto rischiavano di travolgere i pedoni con molta facilità.

Ragazzi di oggi e di ieri

Le siringhe si vedevano solo negli ambulatori dei medici di famiglia e se ne aveva un sacro terrore. I ragazzini e le ragazzine non si sognavano di entrare nei bar per prendere birrette da consumare nei marciapiedi antistanti, bevendo e ruttando in faccia ai passanti con serena incoscienza come se fosse la cosa più normale del mondo.

Tutti noi si andava dappertutto, si giocava in strada, e le nostre mamme ci spedivano ovunque per fare i “comandi”, seppure con tutte le raccomandazioni di cui sopra. In ogni caso, il più delle volte, al rientro a casa le genitrici sapevano perfettamente se avevi ubbidito o meno ai dettami impartiti prima di uscire. Infatti, comari, vicine o passanti se notavano qualcosa di strano riferivano immediatamente a chi di dovere. Il controspionaggio dei “ciarameddhi” era sempre in servizio.

Il centro storico, luogo di vita vera

Via Corte Alessandria è il tratto antistante via Jelithon: in quegli anni erano considerati una specie di suburra. Su me quella zona esercitava un fascino incredibile. Passando di lì si osservava un mondo che in altri punti del paese non esisteva. C’erano un paio di famiglie che abitavano al piano terra e vivevano la loro esistenza interamente per strada. Il nucleo che mi incuriosiva di più era la famiglia di uno degli spazzini* del paese. Non ho idea di quanti figli avessero, so solo che erano sempre per strada e la loro madre non taceva un minuto urlando contro di loro delle espressioni che, all’epoca trovavo pittoresche salvo poi capire che la cosa più carina che augurava loro, con mille sadiche varianti, era una lunga e dolorosa agonia senza rimedio e/o la morte:

ti vegghiani tuttu fragassaddu mari

ti n’esciani l’occi

vai che la chisgina

ti vegghia fatt’a pezzi…,

 

Figuratevi la mia curiosità. A parte le cose che capivo o credevo di capire, rimaneva una lunga sequela di parolacce irripetibili delle quali sapevo solo che, per l’appunto, non potevo ripetere né chiederne il significato ad anima viva!

Cantare durante le faccende domestiche

Proseguendo, superato il tratto incriminato, iniziava il “festival della canzone”. Porte e finestre spalancate con le padrone di casa che facendo pulizia (imbarrazzéndi) cantavano a squarciagola “Non ho l’età per amaaartiiii” o “Tu mi fai girar come fossi una bambolaaa” e successi vari del tempo.

Era bello vedere in tempi di pre-lavatrice come le casalinghe si aiutavano con il bucato:

“Me’ surè, véni a aggiuddammi a trippià li linzori”.

Già, strizzare bene le lenzuola per facilitarne l’asciugatura era lavoro da fare in due. Ed ecco che anche il bucato diventava un evento sociale: cosa prepari per pranzo-ancora non lo so – ieri ho fatto il minestrone e oggi lo riscaldo – non parlarmene mio marito non vuole vedere nulla di riscaldato e “li pizzinni” poi non ne parliamo…Hai sentito che la tale ha litigato con la tal’altra e non si parlano più – come sta’ tua suocera,ecc ecc.

Non si passava inosservati

Nel frattempo chi passava di lì e non abitava nei dintorni veniva squadrata/o dalla testa ai piedi e si cercava di intuire di che “razza era”. Niente di discriminante, per carità. Era solo il modo che le persone più anziane avevano per stabilire di chi eri figlio, nipote e individuare così i parenti più o meno prossimi, elemento fondamentale per la loro tranquillità psico-fisica pare, dal momento che la prima domanda che ti rivolgevano era:

“me figliò, e di ga razza sei”?

Ovvero, figliolo/a, chi sono i tuoi parenti, genitori, nonni ?

Non si passava inosservati. Crescendo, però, questo genere di attenzione cominciò a dare fastidio.

Davvero seccante tornare a casa e vedere che le mamme sapevano, con minuzia di particolari, dove eri stato, con chi e per quanto tempo… Eh sì. Le mamme a quei tempi parlavano, osservavano, curiosavano negli affari dei figli, la privacy si debellava, se necessario, con qualche scappellotto e un “stasera non esci” a seconda della gravità dei limiti superati. Attenzione: giudizio materno totalmente inappellabile, ergo, fila dritto e non provarci nemmeno.

Le mariedefilippi avevano ancora da venire e il loro Piano di Rincoglionimento e Appiattimento dell’Attività Neuronale non aveva ancora inficiato il rapporto di gerarchico rispetto presente, fino ad allora, nelle famiglie normali.

Le botteghe “umane” sotto casa

Altro evento sociale era fare la spesa nei negozi di alimentari dove trovavi dalla farina ai lacci per le scarpe, c’era sempre folla, tutto era ritardato dal servizio ad personam (pochissimi i prodotti preconfezionati): mezzo chilo di pasta, due etti di caffè, 3 etti di zucchero ecc.ecc. Per quanto il negoziante fosse veloce ci voleva un sacco di tempo per approntare tutte le richieste e quindi tempo per una “ciaramiddhadda”, scambio di pareri, notizie varie ne rimaneva sempre parecchio. Inutile dire che rimanevo incantata a sentire “i grandi” parlare di fatti per me misteriosi e di persone ancora più misteriose che dimenticavo quasi subito a meno ché non fosse qualche fatto raccontato con atteggiamento da cospiratori. Mi colpiva più il tono della voce che il racconto in sé stesso anche perché il più non capivo la portata dell’evento raccontato. Infatti per lungo tempo non riuscii a spiegarmi (avevo circa 7/8 anni) cosa ci fosse di strano nel fatto che una tale fosse andata a casa del fidanzato rimasto solo a casa perché la madre era in visita alla sorella in un paese vicino, e loro avessero trascorso l’intero pomeriggio insieme lontani da occhi indiscreti.

Feci ridere tutti i presenti affermando che mi sembrava una gran buona azione che la tale avesse fatto buona compagnia al suo fidanzato rimasto solo in casa. Arrivai addirittura a dire che probabilmente lui non sapesse cucinare e lei gli avesse preparato la cena. Beata ingenuità. Mi offese molto comunque, la gran risata di mia madre quando una delle presenti le raccontò l’accaduto e nessuna delle due volle dirmi il perché di tanta ilarità.

Rischio gravidanze …premature

In quegli anni, l’unico rischio per le ragazze era di ritrovarsi incinta e ricorrere a matrimoni riparatori in giovane età. Sia chiaro, lo “scandalo” era sempre notevole, ma dopo qualche tempo tutto finiva nel rientrare nei binari della totale normalità.

Cambiamenti trovati nelle rimpatriate occasionali

A Sorso le cose sono cambiate nel giro di pochissimo tempo. Io sono andata via definitivamente nel 1980. Bene, nel giro di pochi anni (tornavo sempre per le feste comandate e altre occasioni) cominciavo a trovare cambiamenti poco piacevoli. Intanto la desertificazione della “passeggiata” presso la stazione ferroviaria, storico punto d’incontro per tutti, giovani e meno giovani sostituita da bar affollati da ragazzini e ragazzine sbracati e sboccati con precoci facce da tossici.

Poca gente per strada. Portoni sprangati. Finestre ai piani bassi protette da inferriate. Vagabondaggio automobilistico di nullafacenti che ti ritrovi tra i piedi in continuazione.

Purtroppo Sorso non ha più una connotazione, un’identità che possa consentire a chi passa di lì di avvertire un senso di appartenenza propria dei piccoli centri. Ora non è né carne né pesce: diabolicamente presenta i problemi e disagi della grande città (uno per tutti: i parcheggi maledetti, ti ritrovi auto in ogni dove) unendo gli svantaggi dei piccoli centri: niente teatro, cinema, poche occasioni e pochi o nulla centri di aggregazione.

San Giuseppe dimenticato

di Alberto Maggi

L’ebraico Yôsep (Giuseppe), è un nome augurale per chi desidera una famiglia numerosa, infatti significa “il Signore aggiunga” (al bambino nato), tanti altri ancora.

Nome popolare nella Bibbia, è portato da personaggi illustri della storia d’Israele, dal figlio di Giacobbe e Rachele, venduto come schiavo dai suoi fratelli per gelosia, ma divenuto poi governatore d’Egitto (Gen 37-42), al marito di Maria; quel che li accomuna è che entrambi, in situazioni drammatiche, sono stati i salvatori della loro famiglia.

Nel Nuovo Testamento c’è però un’evidente reticenza nel trattare di Giuseppe di Nazaret, marito di Maria e padre di Gesù. Sia nelle lettere di Paolo sia degli altri autori del Nuovo Testamento non si fa alcun accenno a Giuseppe, ma quel che sorprende è il ruolo marginale che sembrano dargli anche gli evangelisti.

Nel vangelo considerato più antico, quello di Marco, non c’è alcun riferimento a lui, e Gesù è ricordato solo come “il figlio di Maria”; vengono nominati i fratelli Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, e anche le sue sorelle (Mc 6,3), ma non c’è alcun cenno al padre.

Anche nel vangelo di Giovanni si parla della madre di Gesù (Gv 2,1; 19,25) e dei suoi fratelli (Gv 7,3-10), ma non si trova alcun indizio su Giuseppe. È solo nei vangeli di Luca, e in particolare di Matteo, che gli evangelisti, in modi diversi, trattano questa singolare figura della quale stranamente non riportano neanche una parola, e del cui mestiere si parla solo in relazione a Gesù, conosciuto come “il figlio del falegname” (Mt 13,55).

La scarsità di notizie riguardo a Giuseppe nei vangeli, ha fatto sì che la Chiesa e la tradizione abbiano attinto abbondantemente dai testi apocrifi, in modo particolare dal Protovangelo di Giacomo, di poco posteriore ai vangeli. È in questo testo che Giuseppe viene presentato già come anziano (“Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza” (9,2), mentre nell’apocrifo “Storia di Giuseppe Falegname” si legge che era vedovo con ben sei figli (quattro maschi e due femmine), quando si sposò con la dodicenne Maria di Nazaret. E quando Giuseppe morì, a ben centoundici anni (15,1), Gesù e Maria erano presenti al suo capezzale insieme a tutti i suoi figli e figlie.

Queste notizie indussero la tradizione cristiana a presentare Giuseppe come una persona molto avanti con gli anni e, in modo particolare dal quindicesimo secolo, il consolidarsi del culto a San Giuseppe, portò a raffigurarlo sempre più come un anziano che sembrava più il nonno che il padre di Gesù, forse per rendere così più sicura la verginità della Madonna, e generazioni  di bambini hanno imparato la dolce filastrocca dedicata a “San Giuseppe vecchierello…”.

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