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Misericordia, cioè reciproca accoglienza fra tutti

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di Raniero La Valle

 

Ci sono delle cose che papa Bergoglio ha detto fin dal principio, che sul momento non vennero capite, ma si sono capite dopo, o si stanno comprendendo solo ora.
Per esempio quando, presentandosi la prima sera al popolo sul balcone di san Pietro aveva detto: “adesso vi benedico, ma prima chiedo a voi di benedirmi” non si poteva capire, come adesso invece è chiaro, che lì c’era già l’idea di una riforma del papato: il papa non solo rientrava tra i vescovi, come aveva detto il Concilio Vaticano II, ma tornava in mezzo al popolo come uno dei fedeli, come un pastore che non solo sta in testa al gregge, ma anche sta in mezzo e dietro al gregge, perché le pecore hanno il fiuto per capire la strada e per indicare il cammino. E così il gregge diventava un popolo, e il papa si riconosceva ministro di questo popolo, insieme agli altri ministri e primo tra loro, un papa non solo uscito dal conclave ma papa benedetto dal popolo.
Un’altra cosa che non si era capita era quella parola “misericordiare”, che non esiste né in italiano né in spagnolo e che il papa usava come un neologismo, tratto dal suo motto episcopale, per definire il suo compito. Sicché alla domanda: “chi è Francesco?”, “che cosa è venuto a fare?” che risuona anche in un mio libro uscito ora per “Ponte alle grazie”, la risposta era: “sono venuto a misericordiare”.
E ora si capisce che cosa volesse dire. Fare misericordia è il programma del suo pontificato. Certo, egli ha intrapreso la riforma del papato, tanto che mai si era visto un papa così. Certo egli ha intrapreso la riforma della Chiesa, che senza cominciare dal papato non si può fare. Certo egli ha posto mano a una revisione e a un ripensamento della Curia a cui ha chiesto di conformarsi a un modello alto di Chiesa, e di non apparire, o essere, l’ultima Corte europea. Ma ancora più importante di tutto ciò è l’intento di rimettere nel mondo, che con la modernità l’ha rimossa, la misericordia di Dio. È Dio infatti, e non la Chiesa, che papa Francesco annuncia, il proselitismo gli sembra “una sciocchezza”, mentre la misericordia gli sembra l’unica e ultima risorsa per la quale il mondo possa salvarsi e vivere. Nella persuasione che se si ritrova la misericordia di Dio, si può far nascere la misericordia anche nostra.
Perciò, a cinquant’anni dal Concilio e come suo prolungamento dopo tanto deserto, egli indice il Giubileo, che vuol dire esattamente il tempo della misericordia, l’anno della misericordia.
Non si tratta di incentivare i pellegrinaggi a Roma. Dove sarebbe la novità? Si tratta di proporre al mondo un nuovo paradigma. Intanto è chiaro che con i paradigmi in atto si va alla rovina, e in tempi brevi (c’è poco tempo, sembra dire il papa anche di sé); proviamo allora con un altro paradigma, quello della misericordia, che significa riconoscere il male, proprio ed altrui, chiedere perdono e perdonare, significa la riconciliazione. Ma la misericordia non sta solo nel perdono e nella remissione dei peccati, sta anche nella remissione dei debiti. Nell’antico Israele il Giubileo voleva dire anche la pacificazione del debitore, il rientrare in possesso delle terre perdute, riscattare beni dati in pegno o espropriati, voleva dire la liberazione degli schiavi.
Nel giudicare il mondo in cui viviamo papa Francesco usa il criterio della misericordia. E per questo lancia il Giubileo. L’economia che uccide, la società dell’esclusione, la globalizzazione dell’indifferenza, i poveri che invece di essere solamente sfruttati ed oppressi, oggi sono anche scartati e messi fuori perfino dalle periferie, sono tutti giudizi che papa Bergoglio dà di un mondo che è senza misericordia.
Se avesse misericordia, rimetterebbe il debito alla Grecia, permettendo alla gente di avere la luce per la notte e il gas per cucinare, e sarebbe restituita alla Grecia la libertà politica usurpata da poteri estranei e non responsabili di fronte a quel popolo.
Se avesse misericordia non lascerebbe che masse intere di uomini e donne, e una generazione intera di giovani, fossero escluse dal lavoro, disoccupati, licenziati, esuberi, precari. Se il lavoro fosse solo il mezzo per guadagnarsi da vivere, anche un minimo di reddito assicurato a tutti potrebbe essere una soluzione. Ma se il lavoro è la dignità stessa della persona, come dice papa Francesco, allora la misericordia oltre a garantire un minimo vitale, dovrebbe mobilitare tutte le risorse, pubbliche e private, perché il lavoro per tutti torni ad essere un’altissima priorità della politica.
Se la misericordia fosse all’opera, il mondo non starebbe a trastullarsi davanti agli eccidi in Medio Oriente e in Africa, sarebbe una priorità mettere fine con tutti i mezzi legittimi, a guerre e stermini sacrificali, magari mistificati con motivazioni religiose, a cui il papa ha definitivamente tolto ogni legittimazione annunciando un Dio nonviolento.
E cosa sarebbe un vero Giubileo della misericordia, un anno di vera liberazione e riconciliazione, di fronte alla tragedia dei migranti, di fronte a un’Europa senile, sterile, come Francesco l’ha definita, che ha finito per accettare di essere sponda di un mare diventato un cimitero?
Qui si potrebbe azzardare una proposta, un sogno, o più ancora un progetto politico perché il Giubileo diventi l’anno di una misericordia reale. È la prospettiva politica di portare a compimento la marcia dei diritti inaugurata dall’illuminismo, e di abolire, a cominciare dall’Europa, l’ultima discriminazione che ancora divide gli esseri umani tra uomini e no: la discriminazione della cittadinanza, Deve finire il tempo in cui i diritti, anche i più “fondamentali” diritti umani, sono diritti del cittadino, gli altri, gli stranieri, gli extracomunitari, i profughi, i migranti, gli scarti ne sono esclusi. Come già avevano intuito i giuristi dopo la “scoperta” dell’America, il diritto di migrare, il diritto di stabilirsi in qualsiasi terra, dovunque si sia nati, è un diritto umano universale. Allora la rivoluzione cominciata da papa Francesco quando per prima cosa è andato a gettare una corona di fiori nel mare di Lampedusa, dovrebbe continuare e giungere fino alla caduta di tutte le frontiere, all’apertura di tutti i confini. Certo, allora andrebbe potenziata l’economia privata e pubblica per mantenere i livelli di vita già raggiunti dai residenti e permettere ai sopraggiunti di trovare spazio e vivere, e in tal modo la politica dovrebbe assumere veramente il compito di far crescere tutta la società.
Ma sarebbe davvero un’altra società, e un altro mondo, se per una scelta di misericordia, cioè di reciproca accoglienza tra tutti, oltre ogni barriera, per l’anno del Giubileo arrivassero a Roma non solo migliaia di pellegrini, ma tutti potessero muoversi da un Paese all’altro, viaggiando non sui barconi della morte e delle mafie, ma su treni, navi e aerei di linea.
Altrimenti la misericordia la togliamo dal mondo e la lasciamo tra i fumi degli incensi.

 

da “Il Manifesto” del 15/03/2015

 

 

Ognuno vada dove vuole andare, invecchi pure come gli pare,ma non dica a me cosa debbo fare

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di Piero Murineddu

Qualcuno mi ha rimproverato, bonariamente manontroppo, che prima di occuparsi degli “zingari”,occorre pensare alle tante situazioni di bisogno che ci sono tra noi. Benissimo, gli rispondo, inizia a occuparti tu di qualche bisogno che conosci e in cui t’imbatti, che siano necesssità materiali o di altra natura. Quell’altro che storce il naso, faccia altrettanto. Quell’altro che “prima di pensare a….bisogna pensare a…..” idem come sopra. Si dimostri di passare dalle parole ( e dalle critiche!) ai fatti concreti. Confesso che ormai a certe cretinate sterili e imbecillotte non dò neanche più ascolto. Rinuncio anzi a cercare di spiegare: stò diventando estremista ed intransigente e tentare di spiegare a qualcuno, testardamente e presuntuosamente radicato nelle sue convinzioni, lo ritengo tempo perso e incazzatura inutile.

Ciascuno faccia (faccia!) ciò che ai suoi occhi ritiene prioritario e non rompa sos cozzones a chi agisce diversamente. Attualmente sto tentando di conoscere meglio la vita delle popolazioni romanì, uno dei popoli più emarginati, a volte criminalizzati a ragione e molto più spesso a torto. Eppoi le responsabilità sono sempre individuali, non collettive, e semmai sarebbe quella persona che ha commesso il reato da perguire, e non usarlo come  pretesto  per confermare che “quelli” sono tutti uguali.Quante nefandezze bisogna che subiscano ancora? Parlando con una ragazza di famiglia Rom, anche nella scuola che frequenta da poco si vede guardata con sospetto. Eppure se è la solita sporcizia che dà così fastidio a noialtri che a volte facciamo la doccia  anche due volte al giorno, ben riscaldati, idromassaggiati, incipriati e ben profumati da far schifo, questa ragazza  si presenta a scuola ben vestita e ben lavata. Ma la vogliamo o no questa bendetta integrazione?! O vogliamo eternamente bearci nel nostro sentirci persone per bene sempre pronti a cabazzinni l’occi (scannarci!) e sempre reciprocamente all’erta per non farcelo mettere dietro dai nostri simili civilizzati? Anch’io mi sento affannato nel cercare di eliminare i miei pregiudizi e paure nei loro confronti, inculcatici  gia da bambini quando ci minacciavano di darci agli zingari se non ci comportavamo bene. Ma ci rendiamo conto quanto danno hanno fatto questi rozzi e terroristici metodi educativi? Ebbene, molti sono rimasti ancora a quelle paure infantili, senza mai esser riusciti ad elaborare con la loro testa certi messaggi distorti. Ripeto, anch’io sto dannatamente faticando a guarire dagli stupidi pregiudizi accumulatisi in questi 58 anni che mi è capitato (non per mio merito e per mia volontà) di vivere nel cosidetto mondo civile, quel mondo che spesso porta a considerarsi meglio degli altri e caratterizzato spesso da ipocrisie, invidie e penoso sgomitamento per “arrivare”. Arrivare a cosa poi, è tutto da vedere. Anzi, ce lo dice la giovane e intelligente Exjna, ricordandomi che in fondo, alla fine siamo tutti semplicemente seduti sul nostro culo, dando così un doloroso seppur metaforico calcione nel bel mezzo dei testicoletti dei vari Salvini, Bonanno e di tutti gli ancora troppi miserabili e penosi razzisti e, perchè no, anche degli alti e importanti Direttori di Enti di Stato  e Amministratori Delegati di  Aziende strapagati, che dei bisogni della povera gente se ne strafottono.

Ognuno faccia quello che ritiene, e smetta di rompere…..

 

 

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Sorso: il Sogno Svanito di una famiglia Rom e il Sogno sempre più lontano di una Nuova Civiltà

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di Piero Murineddu

Ormai la bufera creatasi intorno alla famiglia Rom si è placata. Il desiderio di coltivare il terreno e condurre una vita dignitosa ed integrata nel contesto civile, non è stato considerato ammissibile da buona parte della popolazione. I politici hanno applicato scrupolosamente le leggi, mentre le guide religiose hanno preferito continuare nel loro silenzioso e sacro ufficio “divino”: dover smascherare pubblicamente i tanti sepolcri imbiancati richiede troppo coraggio.

Andati a trovarli con mia moglie Giovanna,la frotta di pargoli ci ha accolti con calore, coinvolgendoci spontaneamente nei ritmi di vita familiare, fatta anche di  normale litigiosità tra fratelli. Eravamo andati con intenzioni “serie”, e in effetti mamma Vesna ci aveva condiviso la sua preoccupazione per l’inaudita aggressione verbale subìta, ma l’incontro provoca una naturale e allegra empatia. A seguito dell’Ordinanza di sgombero, si era tentata la possibilità di cercare un diverso alloggio,ma lo sforzo è stato vanificato dalle persistenti paure degli indigeni: chi mai avrebbe affitato una casa a dei pinghinosi zingari? Insomma, il loro destino DEVE per forza essere quello di vivere da nomadi e distanti dal contesto civile locale, per non avere il tempo di sporcarlo e comprometterlo con la loro presenza.  In questo modo, il nostro perbenismo, spesso solo di facciata, è preservato.

Quancuno scopre che la fedina penale dei due genitori non è immacolata. E’ la conferma, trionfalmente gridata dagli eroici autori dello…. scoop (!), che gli zingari sono tutti uguali! Non serve provare a dire che, trovandoci in necessità, noi, onorati e civilissimi cittadini, saremmo capaci di tutto ed anche di altro ancora. E’ inutile anche ribadire che sbagli ne abbiamo fatto più o meno tutti e che, probabilmente e furbescamente, continuiamo a farne.

Quando la sera prima della loro partenza facciamo ritorno nell’oliveto, il pallone da rugby che ho portato dà lo spunto per buttarci in una partita sfrenata. Un fiatone che non vi dico. Il mio povero cappello me lo ritrovo più tardi miseramente schiacciato. “Un po’ di pausa, vi prego! Ma ditemi, siete contenti di andare a vivere in una casa nuova?” – “A noi piacerebbe rimanere qui in campagna. E poi ci eravamo affezionati ai nostri compagni di scuola… sorsosi”. Zio Piè – mi dice una delle più grandi – sai che qualche insegnante mi ha detto che la nostra presenza l’avrebbe aiutata a svolgere meglio il suo ruolo  d’insegnante, che oltre farci conoscere la matematica, l’italiano, e le altre materie, e anche e sopratutto quello di aiutarci a guardare e capire il mondo, i popoli che vi vivono e le tante ricchezze umane e culturali che hanno ? Che non ci sono razze superiori ad altre ma che facciamo parte tutti della stessa razza umana?” Timidi squarci di civiltà.

Ora il rognoso problema a Sorso non c’è più. Zoran e Vesna hanno dovuto rinunciare al loro sogno ed accettare l’alloggio provvisorio ad Alghero, il cui canone d’affitto è anticipato dal Vescovo, in attesa dei rimborsi stanziati dalla Comunità Europea per favorire l’integrazione.

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E’ proprio qui che andiamo a ritrovare i nostri nuovi amici. Prima di recarci da loro,  e dato che mia moglie li aveva gia conosciuti a Sorso, per  me è l’occasione per conoscere la generosa  insegnante d’inglese Irene che, insieme al marito Giuseppe, oltre che occuparsi del loro unico figlio,  stanno spendendo le loro energie per abbattere le altissime barriere che ci separano da questo pacifico e disagiato popolo. Mossi da forti motivazioni principalmente umanitarie e con l’aiuto di altre persone che insieme a loro vogliono superare i tanti pregiudizi ideologici che rendono gli esseri viventi distanti tra loro e spesso nemici, hanno creato un’associazione che opera nell’ambito dell’integrazione tra immigrati e residenti. Accolti con molta semplicità e cordialità nella loro casa, vi troviamo una coppia di sposi Rom, loro amici da vecchia data. E’ la prima volta che mi trovo a far “salotto”con membri di una popolazione romanì, e la cosa mi è molto gradita. Più tardi  arriva Davide, un giovane della locale comunità Rom, sposato con sei figli (“ma con mia moglie abbiamo deciso di usare la spirale. Non possiamo avere figli ogni volta che facciamo l’amore”. Come voi, anche le nostre generazioni si stanno evolvendo, e non possiamo mettere al mondo tanti figli che poi non riusciamo al allevare come meriterebbero”). Nel mentre contatto telefonicamente i miei amici Bianca e Ignazio che vivono nella città catalana. Senza il minimo indugio acconsentono generosamente di regalare una loro bici di cui necessita  un giovane Rom per recarsi sul posto di lavoro. Il gesto acquista maggior valore, dal momento che tempo addietro avevano subìto un’esperienza negativa da parte di  alcuni rom ancora residenti nel campo nomadi, quella sorta di lager che progressivamente stanno scomparendo. La liberazione dal risentimento aiuta a rimarginare le ferite, oltre che agevolare nuovi incontri e nuovi giudizi.

Come promesso, prima di prendere la strada di ritorno, andiamo a far visita alla famiglia costretta ad allontanarsi contro voglia da Sorso. Assenti i genitori, i ragazzi ci accolgono col muso lungo. Non tardiamo a capire il loro poco entusiasmo di vivere in appartamento. L’aria aperta di campagna in effetti è tutta un’altra cosa. Mentre la sensibile Jennifer esprime a mia moglie il dispiacere di aver dovuto interrompere alcune amicizie nate nella scuola di Sorso, gli scatenati maschietti mi trascinano nel largo terrazzo per tirare qualche calcio al pallone: “ Ma questa volta facciamo piano, pa cariddai! Non vorrei rischiare l’infarto come l’ultima volta”.

Cosa dici, zio Piè, riusciremo ad abitare  a Sorso? Sai, ci stavamo affezionando ai nostri compagni “sorsosi”…..   

” E cosa volete che vi dica, chissà che qualcuno che si distingue e ragiona con la propria testa, non riesca a superare i pregiudizi dominanti e vi dia in affitto una casa in campagna, che sicuramente curerete e dove potrete scorrazzare liberamente senza disturbare i vicini. Ci vediamo presto, comunque.  E tu, ridammi il mio cappello, malandrinozzo che non sei altro!”

Pubblici cagatoi e non solo

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di Piero Murineddu

La lettura del capitolo sui preziosi e purtroppo scomparsi  “vespasiani”, all’interno del volume “Nuovo dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini,inevitabilmente mi ha fatto pensarealle cose di casa nostra, nel senso del paesotto sardo dove vivo, Sorso, in provincia di S assari. Nei tempi passati , quando il bisogno fisiologico  “solido” premeva e nell’ingresso delle povere case di allora vi era solamente una buca (“crosiddu”),  specialmente gli uomini non si facevano scrupolo a recarsi nella zona periferica, lungo la discesa che conduceva alla fontana (“Billellera”) da dove la gente si approvvigionava d’acqua. Qui, prima di espletare l’espletabile ed essersi preventivamente procurato quano necessario per la pulizia post (“pabiru d’istrhazza” o “marraggiu” atti alla bisogna), non ci si vergognava di abbassarsi i pantaloni (con la velocità proporzionata all’urgenza) e via, tranquilli e fischiettanti. Spesso lo si faceva in compagnia, e con gli occasionali vicini di defecazione, si parlava del tempo, delle donne e della vigna.

In seguito, nello stesso luogo, gl’illuminati amministratori dell’epoca pensarono bene di ufficializzare la cosa, facendo costruire un vero e proprio pisciatoio, e con la giusta riservatezza, cagatoio sopratutto. Allorchè il benessere portò nelle case anche comodi e funzionali bagni, il prezioso sito andò in disuso.

Quello che vedete nella foto è ciò che è rimasto, tristemente e squallidamente in stato di abbandono, come abbandonato è tutto ciò che racchiudono due grossi cancelli perennemente chiusi: la famosa fontana, le cui acque hanno reso famosi nel mondo gli indigeni per la pazzia ( lu macchini) provocata bevendole, l’anfiteatro, il boschetto, il mai completato campetto da bocce e gli altri spazi.

Così è, purtroppo, in attesa di tempi e amministratori a venire migliori,  o magari sperando che gli attuali,così incollati alle poltrone, quanto prima….s’illumino d’immenso.

 

ANCHE TU SEI COINVOLTO

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di Piero Murinedu

La lettura del libro di Aimè Duval, prete e cantautore francese che era riuscito a superare l’alcolismo grazie al sostegno avuto al’interno di un gruppo di mutuo aiuto, diversi anno fa mi aveva ispirato questa canzone che trovate in fondo. Erano i tempi in cui prendevo spesso la chitarra in mano e nella tranquillità invernale della mia casetta in campagna, davanti ad una economica  fotocamera – si, fotocamera e non ancora videocamera – registravo canzoni che avevo realizzato tempo prima. La cosa mi dava anche lo stimolo per comporne di nuove, cosa che da molto ho accantonato. Ma chissà, il tempo “infinito” della vecchiaia potrebbe ancora farmi ritornare il chiribizzo. A questa avevo dato  il titolo “Anche tu sei coinvolto“, e se leggete con attenzione il testo che ho riscritto, non vi dovrebbe essere difficile capirne la ragione e il riferimento. Ho sentito sempre la stizza e la sofferenza per la normale tendenza comune di puntare il dito verso i diversi da noi, verso chi sbaglia e non riteniamo degni di viverci accanto. Certo, costoro, quelli che facciamo di tutto per tenere  a debita distanza per non sporcare il nostro essere persone a modo e per bene, spesso cadono nel vittimismo, e a torto  ma anche a ragione, vedono negli altri la causa del loro stato, non raramente di degrado effettivo. A volte ciò è vero, perchè così come l’abbiamo ridotta, questa società è veramente emarginante, e dicendo questo non affermo assurdità: chi non riesce a seguire il passo, chi non si adatta, chi non ha i mezzi (materiali e specialmente culturali), chi fa fatica, viene emarginato o si auto emargina. Da qui le tante tensioni, che spesso diventano drammatiche: a livello personale, familiare e collettivo. La canzone finisce con un invito preciso e accorato: “Almeno tu non mi commiserare, ma dimmi dov’è, dov’è il mio vero male”. Una chiara richiesta di aiuto  e di maggior vicinanza umana, evitando i giudizi, spesso pregiudizi mortificanti. Mortificanti non tanto per chi li subisce, ma per chi li usa, che così facendo mortifica la propria intelligenza.

 

ANCHE TU SEI COINVOLTO

 

Hai ragione, son deviato e son drogato.

Ma tu, dimmi,non hai proprio nessuna colpa?

Un minimo dubbio non ti sfiora?

Dimmi, godi di completa immunità?

Aver coraggio è faticoso e faticare proprio non mi va. Il mestiere che faccio non l’ho scelto e per niente mi appassiona Non parliamo del paese: è un groviglio di pettegolezzi Il prepotente mi umilia e l’assistente sociale mi strapazza A cambiar me stesso non ci riesco, e il mondo, questo sporco mondo che mi disprezza, cambiare vorrei io

Come vedi, son deviato e son drogato,

dai “normali” completamente emarginato,

vizioso, ubriacone e sbandato

e tu mi eviti per non eser contagiato

Ma in qualche modo, in qualche modo sei invischiato,

si, in qualche modo sei invischiato,

in qualche modo sei invischiato pure tu.

 

Sono diventato da cassintegrato, “utile socialmente”, anche se tu credi che io non serva a niente. Il collega mi evita e il vicino mi ossesssiona L’ignoranza mi opprime, vivo in una gabbia di conigli. Per l’Asl sono “paziente”, ovunque “utente” che viene usato. “Consumatore” sono per il Mercato, la nevrosi mi ha ormai del tutto destabilizzato. I “decorati” sui vari campi con superbia umiliano la mia “modestia” I continui rumori di guerra turbano la mia pace apparente I “guerrafondai” di ogni specie mettono in fug tutte le colombe e la Ferrari del vicino continua a sfottere il mio motorino Il mio fragile raziocinio mi confonde. Tutto e subito senza fatica voglio io ed il coraggio ancora non arriva e questo sporco mondo m’illudo di cambiare, e questo mondo ancora vorrei cambiare io

Si, è vero, son deviato e son drogato

Dai “normali” – ci mancherebbe altro – emarginato

Vizioso, ubriacone e sbandato

e tu ancora mi eviti per non esser contagiato

Ma in qualche modo, in qualche modo sei invischiato

Si, è certo, in qualche modo sei invischiato

Sicuramente sei invischiato pure tu

Almeno tu non mi commiserare, ma dimmi dov’è, dov’è il mio vero male

 

Quel forzato caffè per una “inderogabile necessità idraulica”

 

 

di Piero Murineddu

Ma guarda cosa mi fà il caro Francescone adesso che ha messo da parte la sua amata chitarra. No no, non nel senso che non la usa proprio piùpiùpiù, ma nel senso che non ha più voglia di starsene in giro per l’Italia per concerti e far cantare le piazze zeppe di vecchi, meno vecchi, giovani e giovanissimi che conoscono a memoria le sue canzoni. Sono certo anzi, che nella tranquillità della sua Pavana dove si è ritirato a vivere la sua (meno o più?) serena vecchiaia, le sue strimpellatine davanti al caminetto acceso e al fiascotto di quello buono continua a farsele. Dicevo, che mi combina il vecchio Guccione? Si mette a scrivere libri. O meglio, a scrivere si era messo da un bel pò, anche quando concertava. Adesso però mette in scrittura  i ricordi del mondo che fu e non è più ( meno male o purtroppo?). Di questa sorta di “dizionario delle cose andate” ne ha fatto due volumi. L’ha fatto principalmente per la mia gioia, e poi per altri motivi che saprà lui. Comunque – lo giuro e immediatamente lo nego – l’ha fatto sopratutto per me, per impegnarmi quei momenti che trascorro in autobus o in treno per recarmi a lavorare chenonepossopiù, nel senso che beato me che un lavoro ce l’ho, ma adesso che non mi manca molto per i sessanta e la vecchiaia si fa sentire oh quanto, non mi potrebbero far arrivare alla pensione dandomi un lavoretto sotto casa? Ma questo cosa c’entra, dirà qualcuno. In effetti niente, dicevo così per dire. Torno al libro, per la miseriaccia zozzazza! Anzi, la smetto proprio perchè stasera non ho voglia di continuare a scrivere. Volevo fare una presentazione a questo capitolo che vi regalo, ma non so più cosa dire.  Solo una raccomandazione: non andatelo a dire alla Mondadori che vi siete letti gratuitamente queste pagine, se nò chissà che mi fanno. O forse, chissà, mi ringrazierebbero perchè ho fatto  pubblicità al libro. Vi assicuro che se andate a comprarvelo, quei 12 euro sono ben spesi.

Buon divertimento e buon rilassamento,allora: almeno per una frazioncina del vostro tempo vi dimenticherete di tutte le violente stronzate che va dicendo in giro quel pernientesimpaticone di Salvini che stà magnazzando dalla politica dal lontano ’93, tutte le imbecillagini razziste del suo sindaco buffone Bonanno, e magari, ricordando per un attimo il loro antico celodurismo,  i bellissimi termini usati nel suo libro da Francescone, ve lo faranno vedere completamente ammosciato, alla ricerca disperata di una latrinetta  per svuotare la vescica e con le prime gocce che, divertite,  stanno scappando già fuori dall’uretrina.

 

 

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Aggressività verso il “diverso” e ragionevolezza

 

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di Piero Murineddu

Purtroppo,ancora una volta, mi è necessario citare il quadro di Goya per descrivere i troppi segni d’involuzione civile verso cui il mondo, e quello  “occidentale” e modernizzato in modo particolare, si è avviato già da tempo. E adesso, con il radicalismo insensato e violento oltre ogni immaginazione da parte dell’ISIS, la cosa si stà acuendo sempre più. L’argomento che tocco non è roba nata in questi oscuri giorni, ma si trascina da tempi immemorabili. Parlo dell’atteggiamento di rifiuto e di eterna chiusura nei confronti delle popolazioni Romanì, che per ignorante e rozza comodità si continua a definire “zingari”, col chiaro intento dispregiativo. Gente costretta sempre ai margini e spesso portata per questo a compiere degli illeciti. Dai giornali e dalle tivù stiamo ascoltando molti pseudo politicanti intenti rabbiosamente ad alimentare  l’aggressivo fuoco xenofobo, dimenticando che molti componenti di queste popolazioni sono nati e cresciuti in Italia, quell’Italia dalla quale i fondatori di questo movimento nordico e razzista qual’è la Lega volevano staccarsi, considerando gli “altri” zavorra e parassiti per il loro progresso e benessere. Staccarsi almeno prima, adesso non si capisce molto. O meglio, qualcosa si capisce: con la loro presenza di ieri nel tanto odiato Governo Romano ( per arraffare quanto più possibile: Potere principalmente,  ma sicuramente anche altro) e le attuali ripugnanti Marce per raccogliere strumentalmente sotto le loro luride bandiere il diffuso malcontento italico, si ritrovano nella più totale confusione, disposti a tutto pur di riavere consenso.. La cosa più sicura è che stanno seminando odio e stanno aizzando a riportare a galla i più bassi e violenti  istinti finora controllati dal raziocinio individuale. Tutti sono ben accetti tra le loro fila, e più si è arrabbiati e meglio è. Di fatto stanno scatenando una guerra fratricida. Ancora non armata, almeno per adesso.

 

Campi “nomadi” uguale segregazione razziale

Naturalmente quella parte di popolazione Romanì costretta in quei vergognosi campi di segregazione creati dal falso perbenismo dominante e che finalmente l’Autorità Europea stà imponendo di chiudere, è il facile e comodo capro espiatorio delle paure collettive del “diverso”. Il periodo scorso, con la vicenda della famiglia Rom fatta sloggiare dall’agro della cittadina in cui abito e a cui è stato impedito in tutti i modi di coltivare e allevare i propri figli nel terreno acquistato per tale obiettivo, mi ha fatto toccare con mano i gravi pregiudizi e generalizzazioni che ci stanno immeschinendo sempre più. Attratto per indole da tutte le situazioni d’ingiustizia e di emarginazione prodotte dall’ipocrita e diffuso perbenismo, ho avvicinato questa famiglia, e parlando coi suoi componenti, ho avuto solo la conferma che sono persone come me, con sentimenti e aspettative verso la vita come ce li ho io. Persone che gioiscono e s’incazzano come me, che amano e a volte detestano  qualcuno come posso fare io. Individui (e non gruppi!) che sbagliano come umanamente possono fare tutti, specialmente trovandosi nel bisogno e specialmente quando l’ottusa emarginazione da parte del contesto in cui si vuole vivere, provoca esasperazione e rabbia. Senada, Exsna, Ginevra, Elisa e gli altri hanno diritto a crescere serenamente e a volere le cose che vuole qualsiasi essere umano. Yennifer particolarmente soffre perchè ha dovuto interrompere un rapporto d’amicizia che si stava costruendo con le sue coetanee della scuola di Sorso. Alex, nell’appartamento provvisorio il cui affitto è anticipato dal vescovo di Alghero, non può scatenare la sua giovanissima esuberanza  rincorrendo un pallone. La numerosa e simpatica truppa deve fare estrema attenzione al suo fare per non disturbare la famiglia che abita di sotto. Certo, accorgimenti che dobbiamo avere tutti, costretti come siamo a vivere a stretto contatto, ma a questi miei nuovi amici è stato impedito di realizzare un lecito desiderio che più o meno tutti possono avere: vivere in campagna, coltivando la terra e impiantando nuova e produttiva vegetazione. Sono certo che l’intelligenza e la sensibilità di questi ragazzi avrebbe aiutato la comunità scolastica che stavano frequentando a crescere con più consapevolezza delle ricchezze e potenzialità altrui, specialmente di chi proviene da una cultura ricca ( di storia e di sentimenti che noi da molto ci siamo scordati!) qual’è la cultura dei popoli Romanì. Sono certo che la scuola di Alghero beneficerà della loro presenza, sempre che ci siano insegnanti capaci di valorizzare  la ricchezza di questi nuovi scolari.

Tornando al quadro di Goya, sarebbe utile procurarcene una copia e appenderlo nella parete più importante delle nostre case. Sarebbe un forte monito per non rischiare di sprofondare sempre più nella sragionevolezza e un valido aiuto per recuperare l’umanità che stiamo progressivamente perdendo.

 

 

 

Posizione di Hans Küng sul fine vita

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di Hans Küng

 

«Sostenendo strenuamente la responsabilità personale nella morte, lei mette in pericolo tutta la grande opera della sua vita». È più o meno così che si sono espressi molti amici e lettori dopo la pubblicazione del terzo volume delle mie memorie, Erlebte Menschlichkeit (“Umanità vissuta”), nell’ottobre del 2014. Prendo molto sul serio le obiezioni di questo tipo, ma preferirei che nella memoria dei posteri il mio ricordo non fosse legato soprattutto al tema dell’eutanasia. In fin dei conti, la mia posizione nei confronti della morte si può giudicare correttamente solo se si ha almeno una vaga idea del mio interesse costante per argomenti fondamentali come la questione di Dio, l’essere cristiani, la vita eterna, la Chiesa, l’ecumenismo, le religioni mondiali, l’etica mondiale eccetera.

Continuo a professare la prima delle quattro “norme immutabili” dell’etica mondiale, quella sul “dovere di una cultura del rispetto per ogni vita”, proclamata dal Parlamento delle religioni mondiali a Chicago nel 1993: «Dalle grandi tradizioni religiose ed etiche dell’umanità apprendiamo la norma: Non uccidere. O in forma positiva: Rispetta ogni vita. Riflettiamo, dunque, di nuovo sulle conseguenze di questa antichissima norma: ogni uomo ha il diritto alla vita, all’integrità fisica e al libero sviluppo della personalità, nella misura in cui non lede i diritti di altri. Nessun uomo ha il diritto di tormentare fisicamente e psichicamente, di ferire o addirittura uccidere un altro uomo». Tuttavia, proprio perché «la persona umana è infinitamente preziosa e deve essere assolutamente protetta», e questo sino alla fine, occorre riflettere con attenzione sul significato di queste parole nell’epoca della medicina tecnologicamente avanzata, che è in grado di provocare la morte in modo perlopiù indolore ma, in molti casi, anche di protrarla in misura considerevole.

Qui vorrei affrontare questa problematica in tutta franchezza, senza deludere nessuno dei tanti che nel corso dei decenni sono stati, per certi versi, ispirati dalle mie tesi. D’altro canto, ora ricevo adesioni e conferme da persone religiose e non che mi sono grate per aver avuto il coraggio di trattare con la competenza e l’onestà di un teologo cristiano, anzi cattolico, la questione dell’eutanasia.

Nella vita di tutti i giorni, l’individuo può provare la piccola felicità di un istante di soddisfazione, per esempio quella data da una parola gentile, un gesto cordiale o il ringraziamento per una buona azione. A volte può anche conoscere la grande felicità di un’esperienza momentanea esaltante, come il trasporto della musica, il contatto travolgente con la natura o l’estasi dell’amore. C’è solo una cosa che l’uomo non è in grado di fare: prolungare il buonumore. La supplica che Faust rivolge al momento del massimo gaudio – «Fermati, sei così bello!» – non è pronunciata per caso e resta inascoltata.

All’uomo, tuttavia, anziché una felicità perpetua, sembrerebbe possibile un’altra cosa: una serenità di fondo stabile che gli impedisca di perdere la speranza, persino nelle situazioni disperate, e che alimenti la sua fiducia. In altre parole, accettare, in linea di massima, la vita così com’è, ma senza rassegnarsi a ogni cosa. Una serenità di fondo consente pertanto di vivere in armonia, in pace con se stessi. Mi domando allora: un simile atteggiamento non si può conservare anche di fronte alla fragilità e alla caducità umane, fino alla morte?

L’ ars moriendi, l’“arte di morire”, è un argomento che mi affascina sin dagli anni Cinquanta, quando mio fratello Georg soffrì per mesi di un tumore inguaribile al cervello, per poi morire a causa di un accumulo d’acqua nei polmoni. Si è imposta ancora di più alla mia attenzione da quando, a partire dal 2005 circa, il mio caro collega e amico Walter Jens ha iniziato, nonostante le migliori cure, a vegetare nella nebbia della demenza, fino a spegnersi nel 2013. Queste esperienze hanno rafforzato la mia convinzione: non voglio morire così! Allo stesso tempo, tuttavia, mi hanno dimostrato quanto sia difficile cogliere il momento giusto per una morte affidata alla propria responsabilità.

L’intenzione di non protrarre a tempo indeterminato la mia esistenza terrena è un caposaldo della mia arte del vivere e parte integrante della mia fede nella vita eterna. Quando arriva il momento, ho il diritto, qualora ne sia ancora in grado, di scegliere con la mia responsabilità quando e come morire. Se mi venisse concesso, vorrei spegnermi in modo consapevole e dire addio ai miei cari con dignità. Per me, morire felici non significa morire senza malinconia né dolore, bensì andarsene consensualmente, accompagnati da una profonda soddisfazione e dalla pace interiore. Del resto, è questo il significato della parola greca euthanasia , entrata in molte lingue moderne, ma storpiata vergognosamente dai nazisti: “morte felice”, “buona”, “giusta”, “lieve”, “bella”.

Un autentico Requiescat in pace («Riposi in pace»), insomma. Dopo aver sistemato tutto ciò che andava sistemato, con gratitudine e con una preghiera fiduciosa. Per me, questo atteggiamento si fonda in ultima analisi sulla speranza di una vita eterna che è il compimento definitivo dell’esistenza in un’altra dimensione della pace e dell’armonia, dell’amore durevole e della felicità permanente. È questa la mia idea del morire felici, che trae ispirazione dalla Bibbia.

Ciò dovrebbe bastare a chiarire un concetto: questa eutanasia non ha nulla a che vedere con un “auto-assassinio” arbitrario ed empio, pianificato per provocare l’autorità ecclesiastica, come mi accusano alcuni sia sui media sia con lettere personali. Evidentemente, però, certi rappresentanti della “dottrina ecclesiastica”, da cui la mia concezione si dissocia, non hanno ancora capito che anche la nostra visione dell’inizio e della fine della vita umana si trova al centro di un mutamento di paradigma epocale, che non si può penetrare e dominare con l’immaginario e la terminologia della teologia medievale né con quelli della teologia ortodosso-protestante. Oggi è necessario prendere in considerazione il notevole prolungamento della vita consentito dai progressi, prima inimmaginabili, della medicina moderna e dell’igiene, ma bisogna tenere conto anche delle idee successive, che sottolineano i limiti di una medicina basata su argomenti e criteri esclusivi delle scienze naturali e della tecnica. È aumentata la percezione della necessità di dare un fondamento etico a una medicina globale che tuteli l’umanità del paziente. Anche nella Chiesa cattolica esiste, sin dall’insediamento di papa Francesco, la speranza di una maggiore franchezza e di un aiuto caritatevole in questioni che, è risaputo, sono assai complesse. Per il pontefice, il cristianesimo non è un’astratta ideologia dottrinaria, bensì una via che si impara a conoscere percorrendola.

 

Stralciato da “Morire felici?” di Hans Küng (Rizzoli)

 

“la Repubblica” del 25 febbraio 2015

In ricordo di zia Giovanna

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di Giovanna Stella

 

 

Cara zia Giovanna,

è già oltre un mese che hai intrapreso il viaggio verso l’infinito. Desidero manifestarti la mia gratitudine, anche a nome di mia madre, la tua sorella che ti ha voluto tanto bene. Ti assicuro che la tua perdita ha creato in lei un grande vuoto. Ogni giorno rivolge a te e agli altri fratelli un pensiero particolare. Per me sei stata una zia forte,determinata e intelligente, oltre ad avere una creatività da vera artista. Con le tue meravigliose mani hai saputo creare cesti di ogni misura e di vari colori. Come un pittore che usa la tavolozza per esternare la sua vita interiore,tu con l’intreccio di fili colorati manifestavi ciò che custodivi nell’intimo del tuo cuore e della tua mente. Quello che non riuscivi a dire con le parole lo rendevi manifesto attraverso intrecci colorati. I tuoi lavori erano sicuramente espressione di un anelito di gioia e di libertà. Erano anche richiamo alla vita semplice e al voler mettere in rilievo la bellezza e la nobiltà del creare attraverso le proprie mani.

L’intreccio probabilmente era l’espressione dei sentimenti che danzano continuamente nella nostra esistenza,spesso adagiati in un cantuccio del nostro essere, i colori massima espressione della varietà delle emozioni. A volte prevalgono contrasti di nero e bianco che esprimono le contraddizioni della nostra vita, ma ugualmente prendono forma e divengono anch’essi capolavori.

Cara zia Giovanna, tu hai hai saputo comunicare a modo tuo la bellezza della vita, ma anche la sua asprezza. Spesso racchiudevi una malinconia che raramente mettevi in luce. Sei vissuta all’ombra e la tua inquietudine ti ha caratterizzato fino alla fine. Hai saputo contenere nello scrigno dei tuoi sentimenti il dolore che la vita inevitabilmente dà. La tua chiusura. che con il passare del tempo aumentava sempre più imprigionando i tuoi sentimenti più nobili, a volte buttava fuori rabbia e dolore. La tua sofferenza fisica ti ha inchiodata e in qualche modo ti ha anche isolata dal resto del mondo. Era dolce il tuo sguardo e allo stesso tempo sfuggevole, eppure riuscivi ad intercettare raggi ed il tuo ingegno li trasformava in opere d’arte.

I tuoi bellissimi capolavori allietano ancora i vicini ma anche persone che abitano luoghi lontani. Ogni tuo cesto racconta fatica e voglia di vivere, ma la tua vera ricchezza l’hai svelata a pochi,così come la tua generosità d’animo. Molti l’hanno capita ma pochi hanno saputo mostrarti gratitudine e apprezzamento. La tua severità era sopratutto rivolta a te stessa, troppo esigente e scrupolosa fino al punto che soffrivi in silenzio e sapevi dignitosamente andare avanti con il tuo compagno di viaggio qual’era il dolore.

Viene di rassomigliarti ad una farfalla, ma ripiegata su se stessa. Una bella farfalla variopinta alla quale l’estrema fragilità ha impedito di volare per raggiungere la libertà tanto desiderata. In questi ultimi anni della tua vita non solo non hai aperto le ali, ma sei rientrata nel tuo antico bozzolo,incapace di reagire alla vita. Vivevi lentamente e stancamente, forse adirata con la vita ma sopratutto con te stessa per non essere riuscita ad aprirti alla vita stessa.

Nonostante i tentativi, mi viene da pensare che non lasciavi fluire verso di te l’amore che gli altri provavano. Col tempo ti eri costruita una corazza emotiva sempre più spessa che impediva agli altri di raggiungerti. Hai avuto vicino un marito e dei figli che ti hanno amata fino all’ultimo.

I tuoi figli che tu adoravi dal profondo del tuo cuore e che consideravi doni. Quanta sofferenza patita nel non riuscire a comunicare la speranza nella vita. Tuttavia, hai comunicato loro la voglia di lottare e la lotta fa sperare. La tua vita è stata sempre una lotta, con battaglie vinte e altre perse .

Mi confidavi spesso le tue inquietudini, i tuoi limiti che avresti voluto superare,la tua incapacità di manifestarti per quello che eri realmente. Io mi sentivo onorata della fiducia che riponevi in me. Mi sono sempre sentita amata da te,anche quando mi davi le dritte ed eri severa. Avresti voluto urlare la tua voglia di vivere in pienezza, avresti voluto urlare l’amore per i tuoi figli ma lo nascondevi gelosamente nel tuo cuore. Tutti e quattro erano per te preziosi e li custodivi dentro di te.

Ora sono convinta che hai finalmente aperto le ali e voli felice, libera. Tutti i segreti ti sono stati svelati, il Mistero ti è apparso come Amore. Ora le tue paure sono state dissolte così come le tue esagerate angosce. Hai incontrato tuo padre che hai perso quando tu ti affacciavi alla vita. Ora ti sei riconciliata per il tuo affetto mancato e sicuramente hai manifestato a Dio il tuo disappunto per averti privato dell’affetto di tuo padre quando eri in fasce,ma sono convinta che ora hai capito e che nell’abbraccio divino ti sei sentita accolta e perdonata e di conseguenza hai perdonato. Ti piaceva ballare e ora mi piace pensarti mentre balli leggera, priva ormai del tuo corpo che tanto ti faceva soffrire. Ora hai scoperto il vero senso della vita, il tuo respiro è lieve e sorridi a tutti. Persino dentro quel pezzo di legno freddo e lucido parevi sorriderci,sembrava che il tuo volto voleva invitarci a vivere la vita in modo più leggero come non hai fatto tu. E’ come se c’invitassi a comunicarci i veri sentimenti come non sei riuscita a fare tu. Il tuo volto, la tua vita, la tua morte sembrano volerci dire che ci hai amato e ci amerai per tutta l’eternità. Non è mai troppo tardi per riprendere in mano la nostra vita e tu che ti sei spostata solo un po’ più in là, ora puoi finalmente e liberamente gioire, comunicare a noi in un modo tutto nuovo quanto è bella la vita,anche dopo che ci addormentiamo per risvegliarci amati per sempre.

 

Grazie zia Giovanna per tutto quello che tu sei stata.

Grazie per avermi fatto capire che la vita di tutti non è vana.

Grazie perchè continuerai a camminare con noi silenziosa e discreta .

 

                                                        Giovanna, sa fizza de Maria Peppa