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Il SSN vissuto ( leggi: patito) da dentro

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di Elsa Pascalis

Sono qui, ancora viva e piena di sangue, per raccontarvi cosa è, come respira e come muore, il nostro Sistema Sanitario Nazionale.

Alle 4,30 del mattino arrivano a far le pulizie. Accendono le luci al neon della stanza proprio mentre sono in piena fase rem. Sono più o meno le 6 quando senza neanche accorgermene il laccio emostatico stringe il mio braccio sinistro e attraverso un piccolo aghetto mi succhia via 5 boccette di sangue. Lei mi guarda: ha gli occhi che arrivano dalla Transilvania.

Alle 7 mentre sognavo d’essere nella spiaggia di Ko Samui ad idratarmi cosce e chiappe bevendo il succo cocco con la cannuccia arriva un camice verde che mi ricorda che devo prendere una compressa. Lei mi guarda e ha gli occhi della Signorina Rottermeier.

Alle 7,30 aprono il rubinetto della cannula per la prima flebo. Credo che sia il gastroprottetore. Mi riaddormento e non mi accorgo che la provetta me la son ciucciata tutta senza chiudere il rubinetto: flebite! Arriva l’infermiera, toglie la cannula e si mette alla ricerca di una nuova vena: «che brutte vene che ha, signora», mi sussurra, con gli occhi di Grazia Deledda.

Mah, non saprei se son belle o brutte, in ogni caso non è colpa mia, me le ha date la natura e non credo esistano creme per renderle più gradevoli, toglierle le occhiaie ed eliminare i segni dell’età. Mi trova la vena e se la fa andar bene anche se è bruttina. Buca, e alle 8,15 parte la seconda flebo, questa volta di antibiotico. ‘

Azz…!!! si sta facendo tardi, devo assolutamente “lavarmi e levarmi” il “frago” di Istituzione Totale che mi circonda, prima che arrivi il giro di visite. Carico la borsettina con asciugamani, rossetto, fard, ombretto e cose varie e avariate per la toilette della mattina. Mi dirigo nel bagno che divido con altre 5 signore.

Lavarsi con l’asta e la flebo è operazione più complicata di quanto si possa immaginare. Riemergo da quella che sembra più una lotta che un piacevole momento beauty. Mi rimetto a letto dignitosamente pulita e in ordine: emano profumo di Eden, finalmente. Nell’ordine, arrivano una serie di specializzandi che: 1) misurano la pressione, 2) ascoltano il cuore, 3) tamburellano nella schiena, 4) si vogliono sentir dire 33, 5) verificano dal dito la circolazione sanguigna, 6) vorrebbero altro ma non osano.

Altro infermiere, stacca l’antibiotico e ne piazza un altro.

Arriva il Medico Gran Visir insieme ad una decina di studenti ai quali presenta me come un quadro clinico; insomma, mi illustra. Visita approfondita, a tipo lezione accademica: è un po’ essere animale al circo o modella per ritrattista, dipende dai giorni. Oggi è lunedì: mi spetta essere zebra colorata.

In ogni caso, protagonista, oggetto d’attenzione plurima. Uff!

Altra flebo, altro antibiotico. Dal nulla sorge una signorina culo stretto-tutta pepe. Mi deve accompagnare ad un consulto chirurgico in altro reparto. Mi guarda. Stringe gli occhi in fare doloroso e vomita un: «..ma sei Ucraina?» Trattengo lo sputo. Mi esce solo un «No, non sono Ucraina ma potrei essere tua mamma!»

Mi molla nel nuovo reparto, faccio la visita e mi viene a riprendere al calar del sole, come nei western. In camera mi mettono la 4a flebo. Si son fatte le 2 del pomeriggio.

Alle 3 un’altra Oss mi accompagna a fare un’ecografia. Non parla. Ha parlato con la precedente.

Alle 4 di nuovo in camera. Riparte il giro delle flebo che va avanti sino ad oltre l’orario delle visite. Alle 22 vorrei leggere un libro ma la giornata è stata dura, troppo dura. Decido di chiudere la saracinesca e dormire. Non fa. La mia vicina di letto è in vena di chiacchiera e la lascio fare perché lei si che sta male, ma male male, poretta. La vita non le è stata simpatica.

Si è fatta mezzanotte, Cenerentola già dorme e anche io cerco di calare le palpebre. Ma ecco, proprio quando sogni di poter sognare per qualche ora di fila, ecco che parte il vecchio della stanza a fianco che tutti detestano perché tratta di merda chiunque. Urla, si agita, fa un casino nero, dà della puttana all’infermiera e della “troialla” alla dottoressa del turno di notte.

Non lo sopporto più. Mi alzo, lo sputo e gli mollo un urlo che lo fa sobbalzare nel letto: «E BASTAAAA, DEVE SMETTERE DI DAR FASTIDIO A TUTTI O GIURO CHE LA FACCIO STAR MALE IO!!!». Ops, si calma! L’unico al mondo che si mette paura davanti a me e la cosa mi regala certa notevole e imperitura soddisfazione.

Non faccio in tempo a rimettermi a letto che partono altre urla dalla stanza a destra. «Ohi, sto male, ohiamommia sto male, ohi sto morendo». Tutti sappiamo che no, non è vero. Prossima fermata l’indomani per la signora: destinazione psichiatria.

Sono le tre del mattino, sono stremata e se non sta zitta la zittisco io. Alle tre e mezzo la mia personalità è quella di un killer senza pietà: il mostro di Rostok mi fa un baffo. Mi risparmia il truce lavoro e finalmente chiude la bocca sfinita da se stessa.

Mi resta un’ora di sonno prima che riparta il tran tran: dalle pulizie alle flebo, ai lamenti degli altri pazienti. Stare in ospedale è unu traballu, unu film ‘e guerra, un corso estremo di sopravvivenza. Ma sono qui, ancora viva e piena di sangue, per raccontarvi cosa è, come respira e come muore, il nostro Sistema Sanitario Nazionale.

“Basta umiliazioni, siamo tutti migranti”

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Omero Ciai intervista Javier Cercas

 

 

 

«È semplice capire: dovremmo provare a metterci dall’altra parte  –  dice lo scrittore spagnolo Javier Cercas  -, immaginare di essere noi quei ragazzi, quei padri, quelle donne incinte che attraversano il mare. Perché tutti siamo emigranti. Siamo stati migranti o lo sono stati i nostri avi, i nostri genitori, i nostri nonni. Migranti dalla povertà, dalle guerre, alla ricerca di una esistenza migliore. L’ho fatto una volta a Tijuana, l’ultima città messicana di fronte a San Diego, ho immaginato di attraversare la frontiera fra il Messico e gli Stati Uniti. Quella è la più grande linea di confine fra il primo e il terzo mondo. La nostra, quella europea è la seconda. A Tijuana all’improvviso tutto ti diventa chiaro. Il senso di umiliazione per chi si avvicina al Muro che hanno eretto è tremendo, sconvolgente. Ma è anche dove comprendi che la disperazione non si ferma di fronte a nessuna barriera. Che il desiderio di una vita migliore per sé, e soprattutto per i propri figli, è nella nostra natura, lo portiamo nel Dna».

Che impressione le fanno i barconi che solcano il Canale di Sicilia?

«Quello che è accaduto è spaventoso e di fronte ad un fatto orribile come la morte di 900 persone inghiottite dal mare è necessario trovare delle soluzioni. Altrimenti siamo complici. E questo non vuol dire porre la questione in termini sentimentali o emotivi ma in termini reali. Ogni giorno c’è gente che muore cercando di entrare in Europa. Ogni giorno. Nei mezzi di comunicazione, com’è inevitabile, se ne parla soltanto quanto il numero delle vittime diventa mostruoso, inaccettabile. Quando muoiono 5 o 10 non succede nulla».

Cosa dovrebbero fare le istituzioni europee?

«L’Europa non può permetterlo. Non può essere soltanto un mercato, deve essere anche un’idea, un concetto politico, sociale, umano. È un’idea di inclusione, un’idea di dignità. Se non siamo capaci di costruire uno spazio di dignità in questo mondo, non vale neppure la pena perseguire l’idea dell’Europa unita. Non si può solo rattoppare, pensare soluzioni provvisorie e precarie, servono soluzioni definitive».

Aprire le frontiere sarebbe una soluzione?

«Aprire le porte a tutti in modo disordinato è impossibile e ci getterebbe in un caos. Ma è anche falso credere che con politiche di controllo più severe si possa fermare l’onda. C’è un refrain spagnolo che dice: ‘Non si possono mettere le porte a un campo aperto’. E chi non ha nulla non ha nulla da perdere, cantava Bob Dylan. Non puoi fermarlo. Devi accoglierlo. Per quanto dure possano essere le tue misure contro di lui non potrai impedire che arrivi qui. L’unica cosa che puoi fare è regolare questa migrazione, governarla. Vengono e verranno se noi lo vogliamo ma anche se non lo vogliamo».

Come si fa?

«L’emergenza migranti non è un affare aneddotico, è una grande crisi da affrontare e continuerà ad esserlo per molto tempo. Ma come nel caso della Grecia, l’Europa non si prende sul serio: non esiste una politica economica e neppure una politica estera comune. Non può essere un problema dell’Italia oggi, della Spagna domani o di Malta dopodomani. Quante persone devono ancora morire per la nostra incapacità di un agire comune? Nulla può fermare le migrazioni, si possono solo affrontare e gestire con dignità e razionalità».
 
 
(articolo del 24 aprile 2015 su Repubblica )

Vi spiego perché mio marito verrà sempre prima dei miei figli

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di Amber Doty

Meno di un mese dopo il mio matrimonio, ancora prima di spedire i ringraziamenti per i regali, mi sono ritrovata tra le mani un test di gravidanza positivo.

Otto mesi e mezzo dopo, mentre ancora ci stavamo abituando ai nostri ruoli di marito e moglie, siamo diventati mamma e papà. Non posso certo dire che non fosse nei nostri piani, non vedevamo l’ora di costruire una famiglia, ma col senno di poi, ammetto che diventare madre nello stesso anno in cui sei diventata moglie non è per tutte.

Il primo anno di vita di nostro figlio è stato anche il più difficile del matrimonio ed è allora che ho imparato un’importante lezione: mio marito deve sempre avere la priorità sui figli.

Non mi fraintendete, amo i miei ragazzi e farei qualunque cosa per loro. Ma amo di più mio marito.

Quando lo dico alle altre mamme, spesso le reazioni sono di sdegno e stupore. In fin dei conti, questa mia decisione non rispetta la regola aurea della maternità, secondo la quale essere un buon genitore significa sacrificare tutto per la felicità ed il benessere dei figli.

Mettere da parte i nostri bisogni per soddisfare i loro è un requisito indispensabile ma, perdonatemi, non fa per me.

Per alcune persone l’idea che i figli possano passare in secondo piano è assurda. In un’indagine condotta da YourTango, metà degli esperti intervistati suggeriva che le donne dovrebbero dare la priorità al marito, piuttosto che ai figli. Come potete immaginare, i commenti non sono stati entusiasti.

Lo capisco. Non si discute sul legame infrangibile che c’è tra madre e figlio. Ma io ritengo che l’impegno nella relazione con mio marito possa essere di beneficio per l’intera famiglia. Mettere al primo posto le sue necessità, farà diminuire le possibilità di divorzio, facendo in modo che i nostri bambini crescano con entrambi i genitori.

Credo che dare l’esempio di una relazione sana ai nostri figli possa aiutarli nei loro rapporti futuri. Io e mio marito possiamo essere considerati un modello di felicità matrimoniale. Così, i nostri ragazzi capiscono come trattare la loro futura metà (e cosa aspettarsi in cambio), semplicemente osservandoci.

Sono convinta che vivere in una casa dove i genitori si amano e si stimano sia la chiave per una crescita sana. Per me questo significa mettere mio marito al primo posto.

Salvo rare eccezioni, non troverete mai i nostri figli a letto con noi. Se possiamo permetterci solo una vacanza all’anno, ci andiamo da soli e non ci sentiamo in colpa nel chiedere l’aiuto della famiglia quando vogliamo una sera tutta per noi, dove parlare di tutto tranne che di bambini.

Nel giro di qualche anno, nostro figlio e nostra figlia se ne andranno di casa. Quando succederà voglio poter essere felice del lavoro che ho fatto con il mio partner e non restare in una casa silenziosa accanto ad una persona diventata estranea dopo anni passati ad allontanarci.

 

Quanti muri ci sono ancora?

 

​di Cristina Cimicchi e Andrea Contini

Venticinque anni dopo la caduta del Muro di Berlino, noto anche come Muro della vergogna, eretto nel 1961 dal governo della Repubblica Democratica Tedesca per impedire la fuga di tedeschi orientali in Occidente, simbolo della divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi opposti e abbattuto, materialmente e politicamente, nel 1989. Sarebbe bello se non ci fossero più muri a separare le persone, ma la realtà del mondo attuale e un’altra: i muri esistono!

Europa
In Irlanda del Nord, a Belfast e anche a Derry, ci sono le ‘Peace Lines‘, muri di lunghezza variabile (fino a 4 km) separano le zone in cui risiedono i cattolici da quelle in cui risiedono i protestanti. Alti fino a 8 metri, sono fatti di metallo, cemento e con reticolati di filo spinato, hanno dei cancelli sorvegliati dalla polizia che vengono chiusi di notte.
Anche in Spagna esistono dei muri: Ceuta è una città autonoma spagnola che si trova in Nord Africa, circondata dal Marocco, e si affaccia sul Mediterraneo vicino allo stretto di Gibilterra. Melilla anch’essa città autonoma spagnola è situata sulla costa orientale del Marocco, è un porto franco e la sua attività principale è la pesca. In entrambe le città sorge, per dividerle dal Marocco, un muro composto da: barriere parallele di tre metri, cavi sul terreno, sensori elettronici , telecamere ed illuminazione notturna. E’ costato 30 milioni di Euro dati dalla Comunità Europea nel 1999.
Cipro un muro separa la parte Nord (Turchia) dalla parte Sud (Grecia). La linea di separazione (green line) fu tracciata nel 1964 dal generale britannico Young con una linea verde sulla mappa di Nicosia dopo sanguinosi scontri fra la comunità Turco Cipriota e Greco Cipriota.

Africa
La grande muraglia del Marocco, nota con il nome di ‘cintura di sicurezza‘ è un muro di sabbia lungo 2.720 km costruito a partire dal 1982 nel deserto al confine fra Mauritania e Marocco per proteggerlo dalle intenzioni ostili del Fronte Polisario, impedisce ai suoi abitanti di muoversi sulla loro stessa terra, e a tutti gli effetti una zona militare dove sono stati costruiti appositi bunker, fossati, reticolati di filo spinato e campi minati. Di fatto è il campo minato più grande al mondo, formato da circa 6.000 mine anti-uomo. E’ il muro più grande del mondo dopo la muraglia cinese. Il popolo Saharawi ha resistito combattendo fino al 1991, da allora, vive profugo e prigioniero del deserto algerino.
Cisgiordania Jidar al-fasl al-‘unsuri. La Corte Internazionale di Giustizia ha condannato, il 9 luglio 2004, il ‘muro dell’apartheid’, la barriera che di fatto isola la Cisgiordania. Il muro è lungo più di 700 km, è stato realizzato dopo la seconda intifada per proteggere i cittadini israeliani da attacchi suicidi e condiziona la vita dei palestinesi residenti nella West Bank.
Questi hanno perso territorio, libertà (la cittadina di Qalqilya è completamente circondata dal muro), salute (i tempi di percorrenza delle ambulanze si sono anche decuplicati) e denaro (l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha constatato che migliaia di agricoltori palestinesi hanno i campi oltre il muro e che per coltivarli o vendere le merci nei mercati devono ottenere permessi speciali che richiedono una burocrazia estenuante).
Botswana-Zimbabwe. Tra Zimbawe e Botswana, in Africa, c’è una barriera elettrificata che corre lungo la frontiera tra i due paesi. In questo caso, il motivo ufficiale è quello di impedire che gli animali selvatici passino da un Paese all’altro, ma in realtà fa comodo al Botswana per arginare l’immigrazione di profughi in arrivo dallo Zimbabwe. Il recinto di filo spinato è alto 2 metri e si estende per 500 km.

Asia
Il confine tra India Pakistan è uno dei più “labili” del pianeta. La cosiddetta ‘Linea di Controllo‘ che rappresenta il confine de facto tra India e Kashmir divide i territori controllati dall’India e quelli controllati dal Pakistan nella regione contesa del Kashmir. Alla fine degli anni ’80, l’India ha iniziato erigere barriere negli stati del Punjab e del Rajastan, dicendo di averne bisogno per combattere il terrorismo, la costruzione è terminata nel 2004. Muri, recinzioni di filo spinato e barricate si estendono lungo quasi la metà dei 2.900 chilometri di confine in combinazione con mine e altri dispositivi ad alta tecnologia. Il governo di Delhi intende estendere la barriera lungo quasi tutta la frontiera. La “Linea di Controllo” è anche nota come il “Muro di Berlino” asiatico.
La zona demilitarizzata delle due Coree (ZDC) è una frangia di territorio larga circa 4 km e lunga 250 che divide la Corea del Nord dalla Corea del Sud, tagliando la penisola coreana all’altezza del 138° parallelo. La zona fu creata nel 1953 grazie a un cessate il fuoco dopo una guerra che causò tre milioni di morti.
Baluchistan. La costruzione del muro nel territorio al confine con il Pakistan è iniziata nel 2007 da parte dell’Iran con l’intento dichiarato di contenere la proliferazione di attività illecite come contrabbando di prodotti vietati e droghe, ma anche per frenare l’ingresso in Iran di estremisti islamici.

Americhe
La frontiera tra Messico USA è lunga 3.200 km, il governo statunitense ha costruito un muro metallico lungo un terzo del confine, spendendo 2.400 milioni di dollari, per evitare l’ingresso di immigranti senza documenti dal Messico e dal Centroamerica. Secondo la Commissione Nazionale dei Diritti Umani del Messico oltre 5.600 persone hanno perso la vita nei 15 anni dal 1994 al 2009, la maggior parte a causa delle alte temperature nel deserto.
Rio de Janeiro. Il governo dello stato di Rio de Janeiro costruisce dal 2009 vari muri alti da 80 centimetri a 3 metri attorno ad alcune favelas o quartieri poveri che sorgono sulle pendici della montagna con lo scopo di evitare che le costruzioni precarie che caratterizzano queste comunità possano distruggere la vegetazione che le circonda, nota in Brasile come “Bosco Atlantico“.

E in Italia?
Padova. Il “muro” tra via Anelli e via De Besi, costruito nel 2006 è ormai una barriera di ferro rugginoso lunga 96 metri e alta tre. Si trova a ridosso di quel che era un ghetto di 300 alloggi dove in miniappartamenti di 28 metri quadrati si stringevano anche dieci persone, che affittavano anche soltanto un letto singolo, la doccia, l’uso della cucina. Il “muro” è sorto per impedire che gli spacciatori se la svignassero all’ arrivo della polizia. Ora gli stabili sono stati evacuati e in un futuro prossimo l’area (12mila metri quadrati) sarà riqualificata destinando il 51% all’edilizia residenziale, il 49% ad uffici.

Dalla parte del torto” (Parma 2015)

 

SENNORI: BADDHEORINA, MISERAMENTE “INSELVATICHITA”

 

PANORAMA 2

di Piero Murineddu

Ormai la cosa è diventata triste norma: ogni volta che mi viene il chiribizzo di andare a vedere in che stato si trova la bellissima Baddhe Orina, quella vasta conca verde alle spalle del comune, la trovo puntualmente quasi impenetrabile,sommersa dall’erba infestante che a tratti mi sommerge, compresa quell’antipaticona di parietaria che mi provoca forte allergia ( e infatti per il resto della giornata sono rimasto uno straccio!) Siamo alle solite: un preziosissimo spazio incontaminato e immerso nella natura completamente abbandonato a se stesso.Non sto qui a ripetermi su cose dette e ridette in precedenza (chi ne ha voglia, vada a rivedersi il filmato fatto l’anno scorso e ascoltare cosa diceva Giorgiohttps://www.youtube.com/watch?v=cAz946IVeAA ) Certo, è compito di chi è stato delegato ad amministrare la Cosa Pubblica occuparsene, cosa che magari ogni tanto fa mandando qualcuno col decespugliatore, almeno per salvare l’apparenza e dare il contentino, ma sperare in una seria valorizzazione del sito sembra sempre più un’utopia. L’incuria e il degrado del luogo ormai è diventata normale prassi. Si, ci sarà probabilmente la motivazione di mancanza di soldi e bla bla bla come al solito.E così andiamo avanti, sperando forse che prima o poi venga fuori una generazione di amministratori che finalmente adempia con coscienza ed intelligenza ai compiti che si è voluto assumere “mettendosi in politica”, E questo non vuol dire solamente procacciare i finanziamenti per questo e quell’altro, ma anche se non sopratutto aiutare i propri concittadini ad acquisire maggior senso civico e partecipativo, magari dando personalmente (lo stesso amministratore) il buon esempio. A Sassari e Porto Torres – appunto come esempio – stanno nascendo dei comitati che prendono l’iniziativa di curare un giardino o altro. Ecco, si può ugualmente sperare che anche a Sennori un gruppo di cittadini prenda l’iniziativa di risanare questo preziosissimo parco? Magari, dare piccoli appezzamenti a chi vorrebbe farsi un orticello, escludendo naturalmente le fave, pericolosissime per molti e per me specialmente. Il discorso vale anche per Sorso. Probabilmente sarebbe uno stimolo per aiutarci vicendevolmente a recuperare quel senso comunitario che sempre più stiamo perdendo. Lo so, forse sogno troppo, ma a forza di sognare, prima o poi succede qualcosa….forse.

 

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Sorso e i suoi emigrati. La vita e la musica di Gianni Masia

Un sogno da realizzare giorno dopo giorno

di Piero Murineddu

Gianni Masia, uno dei tanti giovani di Sorso  che nel tempo hanno deciso di andare a cercare altrove  condizioni di vita soddisfacenti che la propria terra ha loro negato, ha accettato volentieri l’invito di raccontarsi attraverso queste pagine. Mi dice che nella prima metà degli anni ottanta, quando io ero dipendente del Comune di Sorso e avevo chiesto ed ottenuto di curarmi dei giardini di fronte al cimitero, lui faceva parte di quel numeroso gruppo di vivacissimi ragazzetti che lì frequentavano, tirando calci al pallone nella rossa e tonda pavimentazione e scorrazzando tra le piante che spesso rimanevano vittime della loro incontenibile esuberanza. A distanza di tempo, ricorda in me un atteggiamento oltremodo paziente (probabilmente l’ho consumata tutta allora, perchè oggi di pazienza me ne ritrovo pochina), specialmente quando l’indomani mattina scoprivo i segni di notturni scavalcamenti d’inferriate che spesso vanificavano il lavoro fatto. Mario Zappino, il mio particolare  “aiutante” da tutti conosciuto,  quando si ritrovava davanti i “colpevoli” o presunti tali, me l’indicava a gesti e a suoni fragorosamente gutturali  che sostituivano benissimo la sua impossibilità di parlare. Chiedeva per loro una giusta ed esemplare punizione, che solitamente si limitava a rimediare al danno fatto prendendo in mano una scopa o un rastrello. Il caro Mario, “temuto” ma in fondo ben voluto dagli innumerevoli birbanti di via Marconi e dell’intera zona che si ritrovavano in quello spazio verde.

Il nostro Gianni era quindi uno di loro. Mi dice anche che di tanto in tanto andava in via Capocorso a bussare nella casa paterna di Giacomo Doro, noto appassionato di musica ancora in attività, dal quale si faceva insegnare la posizione di accordi complessi da riprodurre con la sua chitarra. Gianni  mi ricorda anche di quando mi recavo nelle scuole elementari per fare una sorta di animazione ludico musicale, bella esperienza rimasta piacevolmente impressa, in me, negli insegnanti e in tutti i ragazzini che nell’occasione avevo incontrato.

Da una quindicina di anni  Gianni ha messo su famiglia a Bergamo, dove per vivere porta avanti una pizzeria d’asporto e continua a coltivare le sue passioni musicali e compositive. Mi ha fatto avere il suo CD, un’idea che aveva in cantiere da molto e che finalmente l’aiuto di  amici musicisti ha permesso di concretizzare. Musiche orecchiabili e gradevoli all’ascolto, con testi che si rifanno a situazioni vissute più o meno direttamente dall’autore,ma anche di ciascuno di noi, partecipi e non di rado vittime di questa strana vita di oggi, infarcita di tante tragedie personali e collettive e con troppe aspettative deluse e speranze mortificate da una sempre più dura realtà. ‘Frammenti” e’ il titolo di copertina.In fondo alla pagina potete ascoltare il primo dei dieci brani contenuti, “Può bastare“, dove Gianni, servendosi egregiamente della successione continua di pochi accordi ben ritmati,  ha voluto toccare il tema  della tossicodipendenza, dolorosissima piaga che a Sorso ha provocato inaudite sofferenze familiari e, specialmente nel passato, ha causato molte vittime.

Ringrazio  Gianni per il dono del suo racconto, e anche perchè, nel posto dove trascorre  la sua vita, si sforza di dare una mano nelle situazioni di bisogno in cui capita d’imbattersi, cosa  sempre più rara per le tante paure che caratterizzano questi cupi tempi che ci stanno portando, spesso inconsapevolmente, a chiuderci a riccio verso ciò che, non conoscendo, istintivamente siamo portati a considerare una minaccia  per la nostra incolumità e sicurezza.

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         “Basterebbe sognare un po’ di più”

di Gianni Masia

A metà degli anni ’60 i miei genitori Vittorio, venditore ambulante di abbigliamento, e Tina, originaria di Giave, decisero di partire a Milano alla ricerca di una vita migliore. Nel capoluogo lombardo, dopo i primi tre figli, il 4 aprile 1972 venni alla luce io. M’imposero il nome di Giovanni Paolo, ma da sempre vengo chiamato da tutti Gianni.

Diventato sempre più pressante il richiamo della terra natìa, nel 1978 l’intera famiglia fece ritorno a Sorso, dove iniziai le scuole elementari. L’esperienza di chierichetto in parrocchia e la frequentazione dell’oratorio dei frati, mi spinse a trascorrere l’ultimo anno delle medie presso il seminario dei cappuccini di Cagliari, dove ho avuto l’opportunità di approfondire l’aspetto “spirituale” della vita. Proprio in quell’anno 1985, precisamente il 19 ottobre, come seminaristi avemmo il privilegio di avvicinare Giovanni Paolo II durante la sua visita in Sardegna, ricordo che sicuramente rimarrà indelebile nella mia memoria.

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Da ragazzo spesso tornavo a casa con le ginocchia sbucciate durante le combattute partite di calcio nei vari campetti in terra battuta di cui le periferie del paese abbondavano. L’approccio con la musica è avvenuto per la strade, apprendendo i primi accordi di chitarra dai tanti “menestrelli” istrhasginaddi i li garreri in cui m’imbattevo. La sala di musica all’ingresso del convento stimolò la nascita di vari “complessini”, che oltre ad affinare la tecnica individuale, far nascere amicizie ed accrescere la sintonia di gruppo, portò molti di noi ad animare coi canti la Messa domenicale, fino ad arrivare ad un vero concerto tenutosi nella piazza della chiesa.

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In età giovanile, facendo l’ambulante con mio padre, ho girato diverse località del nord Sardegna, cosa che mi garantiva una paghetta settimanale. Dopo i 17 anni ho sentito forte il bisogno di allargare la visuale dei miei orizzonti, e la “Costa”, come si diceva allora, me ne diede l’opportunità. Durante l’estate, fino al 1992 nei vari ristornati vi facevo il pizzaiolo, mentre nei mesi invernali facevo rientro a casa.  In seguito, ho preso la decisione di varcare il Tirreno per lavorare fino al 2000 in varie città del nord Italia e in alcuni Paesi europei. Le situazioni della vita mi portano finalmente a mettere le radici in una terra che per testardaggine degli abitanti non si discosta molto dai sardi, ovvero Bergamo, dove vivo con mia moglie Antonella e nostro figlio Alessandro.

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ll piccolo Alessandro, 
pomettente musicofilo

A suo tempo, la passione per la musica di mio fratello maggiore ha contagiato anche me. Dalla Germania aveva portato diversi “vinili”, per cui a soli 10 anni venni in contatto con le atmosfere create dai vari Hendrix, Doors, Neil Young e Bob Dylan. Fui attratto sopratutto dalle ballate di quest’ultimo, ascoltato dal vivo svariatissime volte.

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Il tempo mi ha fatto avvicinare a diversi generi musicali.Pur non riuscendo a dedicarmi a tempo pieno a quest’attività, in diversi locali del bergamasco ho avuto modo di esibirmi presentando varie “cover” che hanno segnato la mia strada. Da queste parti si organizzano spesso eventi musicali, per cui ho avuto la fortuna di conoscere anche molti artisti. Particolarmente impressi mi son rimasti una chiacchierata col grande Fabrizio De Andrè, di cui conservo gelosamente un suo autografo, ed una cena di gruppo a Milano, allietata dalla presenza di Fernanda Pivano, i cui racconti e aneddoti sulla “Beat Generation” e dintorni  mi hanno talmente coinvolto da impedirmi di prendere sonno nelle due notti successive.

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Finalmente, nel 2011 si concretizza un desiderio a lungo coltivato, cioè la registrazione di un CD contenente brani di mia composizione, alla cui realizzazione amici musicisti hanno dato il loro valido apporto. Tra gli altri, il disco è impreziosito anche dalla presenza dell’ottimo chitarrista  osilese Francesco Piu, la cui fama  sta’ oltrepassando i confini europei. Nei testi ho toccato tematiche riguardanti vicende di tutti i giorni, alcune delle quali mi premono particolarmente e sicuramente hanno segnato in modo rilevante la mia esistenza.

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Partecipazione di Sorso a “Monumenti Chiusi”

 

di Piero Murineddu

Il quotidiano locale  oggi ci fa sapere che la cittadina di Sennori è stata inserita nel prossimo programma di “Monumenti Aperti”, l’annuale rassegna nazionale di  maggio per far conoscere al pubblico siti di particolare importanza e bellezza.  L’autore dell’articolo è sussincu. Credo che oltre divulgare notizie e avvenimenti del suo (e mio) paese, dalla direzione del giornale sia stato incaricato anche di informare sulla vicinissima località, leggermente più a monte. L’idea che circola, specialmente in chi governa Sossu e in coloro che hanno voluto che governassero, è che il taglio che dà alle notizie danneggi l’immagine del territorio. Fino a poco tempo fa, addirittura nel Sito istituzionale era presente un pseudo sondaggio in cui si chiedeva se la cattiva (!) informazione locale nuoccia o meno, e il riferimento era evidentemente a ciò che di Sorso si veniva a sapere attraverso le pagine de La Nuova Sardegna.

ne ho parlato in

http://pieromurineddu.myblog.it/2014/07/19/sorso-uso-spregiudicato-del-sito-comunale/

In generale, sappiamo benissimo che chi momentaneamente è investito del compito di amministrare la Cosa Pubblica,  mal sopporta che il suo agire venga disturbato da chicchessia, e se la voce è appena appena dissenziente, ancora peggio. Tale reazione è prova che si continua a non capire e a non accettare la doverosa azione di pungolo che ha la Stampa. Ma se così non fosse, il suo compito verrebbe tradito. A malapena stiamo uscendo da un troppo lungo periodo in cui chi governava il Paese aveva capito l’importanza fondamentale che ricopre l’Informazione, ed infatti  di buona parte era padrone (e continua ad esserlo), usandola spregiudicatamente per ottenere consenso e per manganellare il nemico di turno. Abbiamo assistito ad un penoso e sfacciato leccaculismo continuo, cosa che ha assicurato e consolidato nel tempo la (per molti versi) vergognosa azione dell’ex Cavaliere oggi appiedato. Ecco, certi governanti è così che vorrebbero chi fa informazione,  lamentata come disinformazione quando non accondiscendente.

Per tornare alla questione, io credo che il nostro corrispondente locale non sia avvezzo a riverenze verso l’MGC (Momentaneo Governo Comunale), e che cerchi di fare il suo mestiere il più onestamente possibile. Ogni tanto – grazie a Dio! – fa trasparire il suo pensiero, ma, suvvia, non è la fine del mondo. Monumenti Aperti, quindi. Nella stessa pagina veniamo  aggiornati sullo stato pietoso in cui versa “La Billellera”, il monumento per eccellenza di Sorso, privato delle doverose cure e ai più inaccessibile  da tempo immemorabile. Anche su questo argomento ho parlato a lungo,

vedi la pagina e le seguenti su

http://pieromurineddu.myblog.it/2013/10/29/billellera-1-parole-fatti/

 

Già allora denunciavo il fatto che l’associazione a cui in modo irregolare ne era stata affidata la gestione non adempisse agli impegni presi, specialmente nel rendere usufruibile al pubblico il sito. A causa della devastante alluvione dello scorso anno, attualmente le cose sono peggiorate di molto, coi due grossi lucchetti d’ingresso sempre ben chiusi. Anche se qualcuno lo scorso gennaio ne ha giulivamente “cinguettato” la prossima apertura, ad oggi tutto desolatamente tace

https://twitter.com/cittadinu/status/555718006329049088

 

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Possibilità che in futuro Sorso possa rientrare nella programmazione di “Monumenti Aperti”? Difficile, almeno a tempi brevi, o perlomeno fino a quando gli attuali governanti continueranno a “starci vicini finchè non mancherà loro il respiro“, come letto dai resoconti del solito corrispondente “partigiano”. Non so se questa affermazione sia una promessa o una minaccia. Certo, almeno per me, la prospettiva non mi fa stare per niente tranquillo. Intanto gli alti livelli del MGC annunciano in queste ore l’intenzione di far scendere il proprio “popolo” in piazza contro il malgoverno regionale, in quanto colpevole. Colpevole di che cosa?   Un pochetto di tutto, diciamo:

della litoranea interrotta, del forzato ritorno a casa dei lavoratori della “Romangia Servizi”, dei parchi iniziati e ancora non completati, dello sconcio del  Lido Iride e del pagamento dei parcheggi al mare senza alcun servizio, della “Pinetina” costruita con soldi pubblici e completamente abbandonata e degradata, della scacciata della famiglia Rom che in terra romangina voleva dare un futuro ai propri figli, della mancata valorizzazione delle proprie eccellenze culturali, artistiche e letterarie, della pineta sommersa dai rifiuti, dell’abbandono dei siti archeologici, della chiusura della Ludoteca – Centro di Aggregazione – Centro Anziani, delle strade urbane piene di buche, della mancanza di un adeguato spazio musico-teatrale, dell’assenza nelle scuole degli Amministratori per un dialogo necessario con i ragazzi…… Oops, scusate per quest’ultima: mi stavo facendo prendere dal …..sentimentalismo!

Comunque, “scendere in piazza” contro i colpevoli, che naturalmente sono sempre gli altri, fa vedere che si è vivi, attivi e partecipi.

 

In molti c’è la convinzione – ed io sono tra questi – che Sorso meriterebbe di essere conosciuta, sopratutto per i tanti personaggi che le hanno dato onore. Ma purtroppo, questo è un argomento che continua a riguardare un futuro che  non arriva mai.

Per adesso, invece, rientrerebbe a pieno titolo in un’eventuale rassegna di “Monumenti Chiusi“, siano essi fatti di pietra o di cuore, sangue e cervello.

Rom, Sinti,Camminanti.Lettera dell’esclusione scritta nel 2015

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 di Pino Petruzzelli  (regista, autore e attore)

 

Fa male dover leggere le parole scritte nella lettera che segue. Ragazzi che non hanno fatto nulla di male e che a causa della stupidità e dell’ignoranza di alcuni, sono costretti a giustificare la propria appartenenza alla minoranza rom. Il pregiudizio che accompagna i rom non è fondato sul nulla perché, come ogni pregiudizio, ha una base di verità. E’ realtà che alcuni rom rubino. Il problema però risiede nell’estendere il reato a tutta una comunità. Se si pensa che tutti i rom rubino bisogna essere consci di pensarla come i nazisti. Sì, come i nazisti. E assumersi la responsabilità del proprio pensiero.

La stupidità, nel senso di mancanza di umanità, cerca di prendere il sopravvento, ma questo non ci deve spaventare. Anzi deve esortarci a tenere duro per continuare a credere nella vita attraverso l’azione propositiva. Agire per il bene nostro e di chi verrà. Agire anche per il bene di xenofobi e razzisti. Perché sono gli xenofobi e i razzisti la parte debole di questa società. Sono i poveri che vengono messi contro altri poveri. A xenofobi e razzisti non è dato nemmeno essere consci della loro posizione in questa società. Gli è permesso solo di lottare contro altri esclusi, contro altri dimenticati. Tutto qui. Una lotta che non porterà loro alcun beneficio, ma che permetterà al potente che li domina, anzi, che ci domina, di portare avanti i propri piani senza alcun disturbo.

L’unica soluzione possibile è quella di unirci e portare avanti insieme una politica volta a un’umana convivenza. Lottare insieme per tentare di risolvere il problema che hanno i reietti della società. Insieme, come ci ricordano i ragazzi firmatari della lettera seguente, si può almeno provare a pensare misure di inclusione e non di esclusione.
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Siamo un gruppo di ragazze e ragazzi, Rom e Sinti. Alcuni di noi sono italiani, altri provengono da vari paesi europei, altri ancora sono nati in Italia ma di fatto sono sempre stranieri grazie all’accoglienza burocratica del nostro paese.

Tutti noi crediamo nell’onestà, nella giustizia, nei diritti e nei doveri di ogni essere umano; noi ci stiamo impegnando e formando come attivisti per dare voce al nostro popolo, fin ora rimasto legato e imbavagliato.

Vogliamo esprimervi una sensazione che viviamo da troppo tempo, forse da sempre,, la sensazione si chiama PAURA. Messaggi diretti o indiretti che sostanzialmente dicono: “i Rom e i Sinti rubano, sono TUTTI delinquenti, vogliono vivere ai margini della società in baracche fatiscenti, non vogliono lavorare e nessuno di loro vuole studiare, ecc.”

Bene, mettendoci nei panni di chi non sa niente di questo antichissimo popolo, inizieremmo a crederci e inizieremmo a non volerli più nella nostra Italia. E se fossimo BAMBINI, che cosa impareremmo? Sicuramente, con un germoglio di odio nel cuore così potente e annaffiato bene tutti i giorni, da grande non solo odieremmo i Rom e i Sinti, ma saremo pronti a ucciderli, non per cattiveria ma per difenderci e per difendere la “Nostra” Italia dai cattivi e sporchi Rom e Sinti.

Il nostro pensiero va a tutti quei bambini che direttamente o indirettamente assimilano concetti senza alcun filtro, tramite i vari talk show, programmi d’intrattenimento e tg, che quotidianamente accompagnano alcuni momenti della giornata dei nostri figli.

LA PAURA è che questi ragazzi, e alcune persone per bene, gradualmente assimilino questi gravi concetti e che da un semplice pregiudizio cresca nel cuore della gente L’ODIO. Questo è un fatto grave, che non deve succedere, sarebbe da irresponsabili non fermarlo.

Quindi chiediamo a tutti i professionisti della comunicazione, di non macchiarsi di questa grave colpa, di non essere complici e artefici dell’istigazione all’ODIO, della PAURA e della distanza tra la gente.

Chiediamo di non essere usati dai vari politici nelle loro finte campagne elettorali, ma chiediamo a loro di agire insieme a “noi” Rom e Sinti per politiche di VERA inclusione sociale compartecipata.

Chiediamo di non essere usati dai vari giornalisti di turno scatenatori di ODIO e PAURA, per fare audience o vendere qualche copia in più.

Chiediamo a tutti i professionisti della comunicazione di ascoltare noi Rom e Sinti, perché abbiamo molte storie da raccontare sulla magnifica cultura millenaria del nostro popolo, così come sulle difficoltà che quotidianamente affrontiamo, nonostante non arrivino mai sulle prime pagine dei giornali.

Chiediamo di discutere con noi i perché di certe realtà e chiediamo di far emergere le fallimentari politiche di ghettizzazione subite da nostro popolo, molte delle quali emerse negli ultimi tempi.

Vostro è l’Onore e il Dovere di raccontare i fatti, voi siete coloro che danno gli strumenti alle masse per capire e agire. Siate portatori di giustizia sociale. Date voce anche alle positività e alle tantissime storie di normalità, oscurate dall’ e nell’ODIO mediatico.

Chiediamo verità.

Chiediamo dignità.

Per il nostro popolo.

Con questa lettera chiediamo ufficialmente il vostro IMPEGNO per fare luce e dare voce al nostro popolo, noi vi offriamo il nostro. Insieme possiamo e dobbiamo scrivere una nuova pagina. Grazie.

03/02/15    

                                                                              

Lebbiati Fiorello Miguel, sinto, rom, 33 anni, Capannori (Lucca), italiano
Lebbiati Joselito, rom, sinto, 32 anni, S. Alessio (Lucca), italiano
Cavazza Damiano, sinto, Nave Lucca, 32 anni, italiano
Lacatus  Lacramioara Gladiola , rom, 21 anni, Roma, rumena
Nedzad Husovic, rom, 24 anni, Roma, nato in Italia ma senza cittadinanza
Raggi Serena, sinta, 26 anni, Bologna, italiana
Barbetta Dolores, rom, 29 anni, Melfi, italiana
Nikolic Ivana, rom, 23 anni, Torino, serba e croata
Dobreva  Sead, rom, 32 anni, Rovigo, serbo
Milanovic Sabrina, rom  25 anni, San Nicolo D’Arcidano (OR)
Salkanovic Pamela,rom 17 anni, nata a Roma, ma senza cittadinanza

Sorso – Il parco di via Europa: sopratutto…”azèa”

 

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di Piero Murineddu

Quindici anni or sono, al tempo in cui con mia moglie cercavamo un nido familiare definitivo, avevamo tentato di trovare una casetta in campagna, col desiderio di condurre una vita il più possibile rilassata e al contatto con la natura, ma non trovandone nessuna appropriata alle nostre esigenze,ci eravamo imbattuti in una cooperativa  che voleva edificare nella zona superiore di via Europa a Sorso, l’attuale via Brig. Spanu. Il gruppo di persone si era dato il nome “Feeling”, che come ben si sa, è un termine carico di significato, specialmente quando si ha un’età piena di aspettative verso la vita e verso gli altri, e in questo caso, ben disposti a costruire relazioni di buon vicinato. Anche se nell’aria c’era già un poco gradevole sentore, non immaginavo proprio di dover vivere gli anni della mia vecchiaia in mezzo al ghota di quel partito tricolore  che stava già s-governando l’Italia e si apprestava di lì a poco a mettere le mani anche su Sossu. Figuriamoci le relazioni di “buon vicinato”! Comunque, bando alle mie solite divagazioni, e torniamo al tema.

Le case a schiera dovevano nascere a ferro di cavallo, e nel mezzo, al posto di quella mostruosa costruzione commerciale attualmente frequentata più da cinesi che da sussinchi, sorgeva ancora un bello e naturale spazio che si sperava nel futuro potesse dare allegria ai bambini e agli adulti che vi si affacciavano, e non tristezza come avviene di fatto, costretti a subirne la bruttezza appena metti il naso fuori. Infatti, dopo poco che vi ci eravamo stabiliti, un brutto giorno vediamo che tutta la zona viene recintata. Ci siamo resi subito conto che le aspettative di buon senso sono rimaste deluse, per cui, via ai lunghi e terrificanti lavori di scavo che per tanto tempo hanno messo a dura prova la stabilità dei nostri nervi. Purtroppo&menomale, il nostro “pacifismo” e l’essere persone per bene ci ha impedito di organizzarci e di procurarci il materiale esplodente necessario per far saltare quegli escavatori, il cui movimento delle benne faceva tremare il terreno e i muri delle case. La “civiltà” di noialtri abitanti delle case circostanti ci ha portati a subìre tacitamente quella continua e violenta arroganza edilizia. Ancora una volta, Muddi&Cagliaddi&Rassegnati a far ingrassare il “padrone” di turno, che sia speculatore edilizio o politicante parolaio, come ormai d’abitudine succede a Sorso. Purtroppissimo, sembra che il forte carattere dei sussinchi, in antichità mai disposti a sottostare ad angherie e soprusi, sia da invasori esterni sia da padroni interni, è rimasto ormai un antichissimo ricordo del trapassato remoto che più remoto non si può. Ci sarebbe molto da dire su questo, ma lo rinvi a future considerazioni, tempo e cervello permettendo.

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Anni dopo, in quell’altro grande spiazzo oltre la strada, dopo voci che indicavano nascita di pubblica piscina e chissà quale altra struttura di servizio alla collettività, ecco che viene annunciata la realizzazione di un parco, e questo entro un paietto appena di mesi. Nell’occasione, l’Amministrazione annunciò che voleva mantenere alta l’attenzione verso i piccoli e verso le loro esigenze, credendo che il gioco sia un valore fondamentale nella formazione delle nuove generazioni” ( Morghen, sindaco). Correva l’anno 2012.

I lavori per la nascita per lo spazio verde attrezzato sono andati avanti con infinite interruzioni. Nel frattempo ci sono state alluvioni, levitazione di costi, malumori con ditte appaltatrici…. Oggi, se si sorvola l’allegro paesotto romangino, una delle ultime roccaforti dell’ormai decadente impero elettorale berlusconiano, appare una vasta area di verde si, ma prevalentemente  di quel verde…..spontaneo.

 
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Personalmente, iniziando ad accusare tutti i malanni dell’età che avanza e non avendo voglia di fare la passerella serale nel Viale dell’Ipertensione che conduce alla Marina, ho già predisposto magliettinapantaloncinoscarpettine, compreso qualche muscoletto posticcio da applicare alle gambette e ai braccini, per non sfigurare troppo davanti a questi giovanottoni tatuati e supermuscolosi e giovanottine dalle forme anatomiche perfette&invitanti.

Iniziare ad alzarmi di mattina presto e fare jogging tra quei dolci vialetti. Iiiiihhhh, che bella e atletica prospettiva! Ad oggi, però, vedo che questo sogno continua a rimanere puro desiderio.

 

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Quando rientro a casa a notte inoltrata, vedo la “selva oscura” illuminata da tenue luci che proiettano in aria non figure di piante ornamentali e fiorite e attrezzature per i giochi dei bambini, ma piantine infestanti, di gaggaranzu sopratutto. Avvicinatomi l’altro giorno per constatarne l’ “avanzamento” dei lavori, oltre i detriti sparsi ovunque, piantine miseramente piegate e col sostegno rotto, piccole palme soffocate da “erbacce”, vi ho trovato anche qualcuno che si riforniva anche di bietole selvatiche (azèa), di quelle veramente saporite, e se la vista non mi ha ingannato, nella busta aveva anche un mazzetto d’iparamu. Non ho fatto altrettanto perchè la visita è stata veloce e non vedevo l’ora di sistemare nello stomaco quella buonissima pasta in forno ai carciofi preparata dalla mia generosa mugliera, ma assicuro che ce ne umbè ( d’azèa intendo), e per chi capisce qualcosa della medicina naturale, sicuramente proliferano anche piante selvatiche medicamentose, che se conosciute e usate in modo appropriato, possono giovare alla salute e far risparmiare anche parecchi dinà per i farmaci.

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Leggo sul quotidiano locale che il sindaco di Sassari, probabilmente inviso dai sussinchi amministratori e da alcuni colleghi del suo stesso partito, ha proposto “forti riduzioni della Tasi per tutti i cittadini che dimostrino, con atti concreti e documentabili, di promuovere iniziative per la cura del verde pubblico”. Considerando che ultimamente nel capoluogo di provincia stanno riprendendo vita i vecchi Comitati di Quartiere, più partecipati e meno politicizzati di quelli che c’erano una volta, è facile prevedere che la proposta sarà presa seriamente in considerazione. Molto più difficile che ciò si realizzi in un paese come Sorso, dove il senso di comunità e di partecipazione è purtroppo ridotto vicinissimo allo zero e dove si aspetta che sia l’operatore ecologico a togliere la piantina infestante che è riuscita a crescere nel pezzo di asfalto davanti alla propria abitazione.

Che volete che vi dica, aspettiamo e speriamo nell’intelligenza sveglia e agguerrita delle nuove generazioni, tutte ben studiate, diplomate&laureate, semprechè si decidano a togliere gli auricolari e smettano di digitare forsennatamente nei telefonini super moderni, guardandosi finalmente intorno senza limitarsi a piangersi addosso. Purtroppo, difficilmente ci sarà l’apporto dei tanti eccellenti giovani che stanno dandosi da fare per costruire il loro dignitoso futuro lontano il più possibile dalla loro ingrata terra natìa. Si, rimangono qui quelli ben protetti che pian pianino stanno trovando sistemazione grazie all’intercessione dei politici locali e che magari si stanno preparando ( Diononceladia….Dio!) per essere la futura classe dirigente che regolarizzerà la vita dei sussinchi, ma rimane  la speranza del risveglio di quel che è rimasto dei  discendenti di quei sussinchi “macchi” che ebbero la forza e l’orgoglio di assaltare l’antico palazzo baronale e far scappare a gambe levate il Padrone Arraffone.

Per tornare alla selva “spontanea” di via Europa a Sossu, vi auguro una buona passeggiata, e mi raccomando: lasciate qualche piantina d’azèa anche per gli altri.

 

Le foto son state fatte col telefonino il 29 marzo 2015

 

Dio non vuole nessuna sofferenza

L’oncologo recensisce il libro del teologo Hans Küng
di Umberto Veronesi
Ho sempre seguito con interesse e attenzione l’evoluzione di Hans Küng come esempio di fervente cattolico che ha il coraggio di esprimere un pensiero laico, come fa anche in questo libro. All’inizio del suo percorso, quando era sacerdote a Roma, ha abbracciato la teologia di Karl Barth, cioè la teologia dialettica o della crisi. Barth crede che Dio si sia allontanato dall’uomo e abbia riversato la sua divinità in Cristo, che a sua volta, con il sacrificio della croce, l’ha riversata nell’uomo. Küng si è poi successivamente spinto oltre Barth per esprimere le sue obiezioni alla Chiesa, che si possono ricondurre a tre anti-dogmi principali:
– Il papa non è infallibile: è un uomo, sebbene con responsabilità molto complesse, e come tutti gli uomini può sbagliare. Solo Dio è infallibile.
– La madonna non è una divinità e non è stato corretto da parte della Chiesa divinizzarla tramite un processo di santificazione concluso con il dogma dell’assunzione in cielo del 1950.
– L’esistenza umana va vissuta in base al principio della responsabilità della vita: Dio ci dona la vita, e con questo atto ci dà l’incarico di esserne responsabili, dunque di disporne liberamente . Questo principio va contro il concetto di sacralità della vita, che decreta invece che la vita è dono e proprietà di Dio, che imperscrutabilmente ne dispone.
Su questo terza coraggiosa obiezione antidogmatica si basa il libro Morire felici? perché se l’uomo è responsabile della sua vita, lo è anche della fine, perché vita e morte sono inscindibilmente parte dello stesso ciclo. Dunque noi siamo liberi di scegliere quando morire, per essere felici, vale a dire in pace e in armonia con noi stessi. Va detto che per Küng la libertà di morire non è una novità. Nel 1995 scrisse con Walter Jens Della dignità di morire: la difesa della libera scelta , quando già aveva scritto le sue 20 tesi sull’eutanasia. E’ molto interessante il fatto che Küng si rifiuti di utilizzare il termine «eutanasia», ampiamente equivocato a causa del nazismo, e preferisca usare «Sterbehilfe», ausilio alla morte. Anche io ho sempre pensato che, benché la parola coniata da Francis Bacon sia molto bella perché contiene la radice greca «eu», cioè buono o dolce (unita a Tanatos che significa morte), è culturalmente importante trovare un’altra definizione che superi la vergogna dei campi di concentramento, dove eutanasia era sinonimo di decimazione. Ciò che è nuovo in questo libro è il racconto degli eventi che hanno avvicinato Küng allo Sterbehilfe. Il primo è la tragica morte del fratello Georg. Küng racconta che alla sua prima messa a Roma, appena ordinato, assistette gran parte della famiglia, ma non il fratello, a causa di un improvviso svenimento. Quel mancamento era il sintomo di un cancro del cervello che, dopo un anno di atroci sofferenze vissute in piena lucidità, fece apparire la morte come un sollievo. La riflessione di Küng fu allora: è possibile che Dio abbia voluto questa sofferenza? E’ possibile che Dio abbia voluto proprio questa morte? La sua fede vacillò e rimase a lungo attaccata ad un filo sottile, finché accettò il principio che la volontà di Dio è imperscrutabile e dunque noi uomini non possiamo sapere cosa egli vuole per ognuno di noi.
Il secondo episodio fu la morte nel 2013 di quel Walter Jens con cui scrisse il libro. Il paradosso che lo colpì fu che il suo carissimo amico morì in una situazione paradossalmente opposta a quella di Georg, perché nel 2005 gli fu diagnosticato il morbo di Alzheimer, che gli fece perdere gradualmente la lucidità, senza causare grandi sofferenze fisiche. Ma per Walter la percezione dello strazio della mente è stato doloroso come lo strazio del corpo. La riflessione su queste due esperienza ha indotto Kung a concludere che lo Sterbehilfe in alcuni casi è comprensibile, anzi doveroso. Per questo Küng si è iscritto a Exit, nella coscienza che aiutare a morire è un intervento molto difficile, che deve essere riservato a persone serie e preparate, come appunto quelle che appartengono all’associazione svizzera.
Leggendo le sue pagine sofferte mi sono reso conto dello sforzo intellettuale del teologo che mantiene intatta la sua fede cattolica, pur contestandone un dogma fondamentale, come appunto la sacralità della vita. Come esprime nell’intervista a Anne Will, che il libro riporta, Küng ritiene che la religiosità debba essere illuminata per essere buona e che la areligiosità illuminata sia altrettanto buona. L’essenziale è che l’uomo emani una luce, intesa come forza positiva. Questa posizione va nella direzione del dialogo fra scienza e fede e fra fedi diverse aprendo il dibattito sul fine vita a un ventaglio di questioni etiche e umane che ci toccano tutti da vicino, credenti e non credenti.(La Stampa 28 marzo)

morire felici
​Hans Küng “Morire felici? Lasciare la vita senza paura”, Rizzoli 2015

​ Hans Küng (nato nel 1928) è il più celebre teologo del dissenso cattolico su temi che vanno dall’infallibilità del papa al ministero femminile. Dietro questa riflessione sull’eutanasia, tema quantomai attuale dopo la nuova legge in Francia sul fine vita, c’è anche il dolore per la morte del fratello Georg, ucciso a 23 anni da un tumore al cervello. Tra gli ultimi suoi libri usciti in Italia (con Rizzoli), «Salviamo la Chiesa», «Essere cristiani», «Tornare a Gesù».