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Il mio 1957 e quella Banda Musicale a Sorso

1957

di Piero Murineddu

In quel  freddissimo gennaio del sempre più lontano 1957, per affacciarmi al mondo ho esitato tantissimo, e mia madre, insieme alla levatrice itinerante della Sossu di quei tempi, signora Ica, hanno dovuto usare tutta la loro capacità persuasiva per convincermi a venir fuori e ad affrontare con fiducia e ottimismo la vita. Per quanto è stato possibile, ho cercato di oppormi, quasi prevedendo le immani nefandezze di cui gli umani son capaci, ma alla fine eccomi qua, fragilino e timidino più o meno come allora e come sempre sarà nei saeculum saeculorum amen.

Quello stesso anno aveva dato i natali a personaggi che avrebbero lasciato in futuro un rilevante segno. Nel bene e nel male, eccèèèrto.Tra i tanti, quel simpaticonesifaperdire di  Domenico Scilipoti, ginecologo di professione che decise un giorno di mettersi in politica al fine di dare un contributo importante per peggiorare il gia messo male mondo, così come hanno fatto e continuano a fare molti altri distinti suoi colleghi, nel senso di politici, non ginecologi, verso i quali continuo ad avere grande stima, non foss’ altro che aiutano ad avviare al mondo nel miglior modo possibile gli umani. Ma anche verso i veterinari la mia stima non manca. Scilipoti Domenico, quindi, tipico emblema della politica gaglioffa e dalla totale mancanza di valori forti e nobili da impegnare in favore della collettività. Ma in questo senso, è purtroppo in numerosissima compagnia.

Anche Osama Bin Laden –  che seppur tragicamente, diede una forte scossa alla mania di onnipotenza americana e dell’ Occidente “progredito” in generale, contribuì a renderci tutti più vulnerabili –  è mio coetaneo.

Vi sono nati anche Giovanni Brusca, assassino del giudice Falcone e uno dei tanti “pentiti” per pura convenienza nella storia dell’interessato e strano pentitismo italiano, e Riccardo Iacona, uno dei pochi esempi nostrani di giornalismo televisivo libero e coraggioso, dote molto rara nel povero e malandato Stivalalone piazzato nel bel mezzo del Mediterraneo.

Quell’anno è stato caratterizzato anche da avvenimenti di un certo rilievo a livello mondiale, come l’incontro tra Paul McCartney e John Lennon che, in ambito musicale e di costume, hanno dato l’avvio a qualcosa di fondamentale.

Il 1957 è anche l’anno in cui gli italiani hanno iniziato felicemente a sfrecciare a bordo della mitica Fiat 500, caricata all’inverosimile quando in quegli anni iniziavano le gitarelle fuori porta, al mare o ai laghi o in qualsiasi altro posto che facesse scordare per qualche ora la stressante catena di montaggio in fabbrica di tutta la settimana.

Ancora, nel 1957 vengono costruite quelle automotrici ADm che li sussinchi continuano a chiamare “littorina”, quegli altri treni il cui nome sembrerebbe inventato da  un giornalista che lo usò quando la buonanima (!) di Benito inaugurò la città di Littoria, oggi chiamata Latina. La “Littorina” (ALN – automotrice leggera a nafta).  Nel suo libro “Dizionario delle cose perdute“, scritto nel 2012, il maestrone Francesco Guccini, afferma che sono scomparse dalla circolazione, ma provi a fare una capatina in molte tratte ferroviarie sarde e vede che cosa vi circola. Vieni, Francesco, vieni pure che ti ospito a casa mia e magari ci facciamo due accordi insieme, sempreché  ne abbi voglia. A proposito di ferrovie, da quello che si sente in giro, considerata l’età e i tanti acciacchi, tutta la ferraglia che circola ancora nei nostri binari tra non molto dovrebbe essere tutta rottamata: Deu la vozzia che sia vera la notizia, achì lu sussinchi non ni ponini più di viaggiare su questi trabiccoli, se non addirittura con quegli altri treni coi sedili di legno degli anni trenta.

Del 1957 bisogna ricordare in modo particolare la nascita di  Carosello, che negli anni seguenti è stato atteso quotidianamente e con viva trepidazione da tutti i bambini di allora e la cui musichetta ruffianetta ha iniziato a risentirsi anche in questi ultimi tempi, una delle poche isole felici in mezzo alla desolante offerta attuale della RAI. A proposito, a voi non fa senso il fatto che i nostri soldi servano a strapagare quelle donnine e omini tuttologi onnipresenti in quei disumani talk show, volta per volta finti compunti, ridenti,bisticcianti e blablablabla? Va be’, ogni tanto mi affaccio a Rai Storia, unico motivo che giustifica l’obbligo dell’abbonamento, ma per l’altro è un continuo stragiramento di………

BANDA MUSICALE - Copia

Arrivo al dunque. A.D. 1957, anno che a Sossu si distingue soprattutto per la nascita di questa bellissima Banda Musicale che si vede ben schierata nella foto. Me ne parla Giuseppe Melis, padre del conosciuto musicista Fabio ma anche del non meno bravo Riccardo, chitarrista di scuola classica e da vari anni docente di musica nel bolognese. Giuseppe, col suo sax contralto in “MI bemolle” (sottolineato da lui), è il secondo da sinistra in seconda fila. La Banda è rimasta in vita per pochi anni, ed il motivo preciso non mi è stato possibile scoprirlo. Era nata per iniziativa del parroco di allora, quel don Salvatore Ferrandu divenuto in seguito vicario generale dell’Arcidiocesi turritana, originario di Thiesi. Appassionato di musica, da subito aveva lanciato la proposta di mettere insieme gli appassionati di musica, e molti furono i giovanotti che raccolsero l’invito. Le lezioni teoriche era lui stesso ad impartirle, all’interno di un’aula della locale scuola elementare. Maestro esigente e severo. Chi non era convinto, non esitava a invitarlo a dedicarsi ad altro.

Dopo un lungo ma necessario periodo dedicato al solo solfeggio, finalmente arriva il momento di far musica vera e propria. Don Ferrandu chiama come direttore il maestro campano Iavarone, di casa  a Sassari e suocero di un sussincu. Il salone dietro la sagrestia della Parrocchia di San Pantaleo diventa la sede fissa per le prove. Intanto gli strumenti erano stati acquistati quasi tutti usati ed a ciascun allievo rimasto, dopo diverse defezioni, venne assegnato quello a lui più congeniale.Dopo tanta faticosa ed entusiasta applicazione, grande fu la soddisfazione quando venne eseguito in pubblico il primissimo brano, la marcia “Primi Passi”.

Col tempo, la Banda “S.Cecilia” di Sorso era riuscita a mettere insieme un repertorio che non mancò di allietare in varie circostanze gli eventi del paese e di altre località. In una delle due sale cinematografiche del paese, il “Goldoni”, si tenne anche un intero concerto e almeno quattro funerali furono accompagnati dalle note strazianti degli ottoni sussinchi.Nel ’61 Giuseppe parte per il servizio di leva dove, grazie all’impegno nella Banda Musicale militare, evitò praticamente tutte le corvée di caserma. Al termine della naja, nell’agosto dell’anno successivo, riprese  a soffiare ancora nel suo sax contralto, ed era tra quelli prescelti  quando una piccola rappresentanza della Banda veniva invitata per qualche festa  nei paesi del circondario sassarese. Purtroppo, la cosa andò avanti non per molto ancora, privando così il panorama musicale sussinco di una componente importante qual’era la Banda.

Nel frattempo, grazie alle conoscenze del maestro Iavarone, diversi musicanti erano entrati a lavorare nella petrolchimica di Porto Torres. Ma questo è un altro discorso, oltre che essere anche una delle possibili cause che ha condizionato e limitato il “fiato”  di quei giovanotti di allora per poter soffiare  col necessario vigore dentro i vari sax, clarinetti, trombe, sassofoni, bombardini, flicorni e flicornini, oltre che sconcentrare i battitori di grancassa, piatti e tamburi.

Si può sperare che figli, nipoti e pronipoti di quegli appassionati della musica d’insieme possano ancora raccoglierne l’eredità?  Otre ai figli di Giuseppe Melis, che stanno gia ben dimostrando la passione per la musica, mi riferisco agli eredi di Giovanni Piredda, Giovanni Spanu, Giuseppino Sechi, Angelo Loriga,Lucio Occhioni, Giuseppe Conti, Giuseppe Serra, Antonio Corbia, Piero Mangatia, Mario Demurtas, Mura, Piredda e Colombino, Giulio Loriga, Giovanni Murineddu, Antonio Loriga,Renzo Sechi, Antonino Polo (mio cognato), Augusto Biosa, Bainzu Melis e altri ancora.

Auguriamocelo di tutto cuore e di tutta intelligenza. Sarebbe senz’altro una grande ricchezza culturale ed artistica pa Sussu e li sussinchi.

Nella Chiesa Cattolica si muove qualcosa? Si…forse…..ma…..

 

Dal mini Sinodo di Bolzano

85% – EUCARESTIA AI SEPARATIL’85% chiede di ammettere i divorziati alla comunione.
Contrari l’11%, astenuti il 4%

62% – CELIBATO
Per la maggioranza dei padri sinodali altoatesini i sacerdoti non devono essere vincolati al celibato.

79% – DIACONATO
Le donne dovrebbero essere ammesse almeno al diaconato.
Contrari il 14%, astenuti il 7%

62% – SACERDOZIO FEMMINILE
Il Sinodo si è espresso a favore del fatto che l’ordine sacerdotale sia aperto a donne e a uomini insieme.

di Paolo Rodari«Non è una diocesi rivoluzionaria» quella di Bolzano-Bressannone, scrive sul Servizio d’Informazione Religiosa della Chiesa Irene Argenterio, direttrice del settimanale diocesano Il Segno. E, proprio per questo motivo, i risultati del Sinodo da  poco conclusosi e chiaramente a favore dell’abolizione del celibato sacerdotale, del diaconato femminile, dell’ordinazione femminile, della comunione per i separati divorziati e dell’amministrazione dell’unzione degli infermi da parte di laici, parlano alla Chiesa tutta. In sostanza, c’è una parte del popolo di Dio, una porzione come tante e non prettamente borderline che guarda al futuro «senza restrizioni e senza tabù», come vuole che sia la sua Chiesa il vescovo della diocesi Ivo Muser.
La diocesi di Bo1zano-Bressanone ha avuto il coraggio (non così tante altre in Italia e nel mondo) di un confronto orizzontale e pubblico con i fedeli, e in risposta alla domanda su come possono essere preparati, celebrati e vissuti oggi i sacramenti ha raccolto risposte importanti. Tanto che, per volere dello stesso vescovo, tutte saranno recapitate direttamente sul tavolo dei vertici della Chiesa nazionale.
Il punto che afferma che «il sacramento dell’eucaristia è aperto a tutti i battezzati» ha raccolto il 67% dei consensi (26% i contrari, 7% gli astenuti) . Mentre il 79 per cento dei presenti ha votato a favore della somministrazione del sacramento dell’unzione «indipendentemente dal sacramento della riconciliazione».
Uomini e donne «che accompagnano malati possono somministrare l’unzione degli infermi su incarico» (contrari il 18% dei presenti e 3% gli astenuti). Per la comunione ai divorziati risposati, dopo un processo di maturazione in cui la persona impara dai suoi fallimenti, ammette le proprie responsabilità, s’impegna per una conclusione riconciliata del rapporto fallito, «si è detto favorevole l’85 per cento dei presenti (contrari l’11%, astenuti 4%).
Di fronte alla visione in cui si prevede che l’ordine è aperto a tutti i battezzati e cresimati, donne e uomini, si è espresso a favore il 62 percento dei presenti (contrario il 33%, astenuto  5%). Non  solo: è desiderio del 62 per cento dei sinodali altoatesini che l’ordine non sia legato a una forma di vita vincolante, ossia che i sacerdoti non siano vincolati al celibato ma che possano scegliere se sposarsi o meno (contrario si è detto il 33% e si è astenuto il 4%)». A favore del diaconato femminile si è espresso il 79 per cento dei preseti, contrario il 14%, astenuto il ‘7%.
Beninteso, come ha più volte detto Francesco, che la Chiesa, quando si riunisce in assemblea sinodale, lavora come fosse un  Parlamento. Non vince insomma la maggioranza, né affronta questioni da risolvere previo scontro fra partiti diversi.
Eppure, anche in vista dell’appuntamento di ottobre di Roma col Sinodo sulla famiglia, l’invito alla riflessione resta dopo l’esito della consultazione di Bressanone. Una riflessione che sappia partire dalla realtà, da una sua fotografia serena, e dall’ascolto di tutte le voci della base.

(Repubblica 9 febbraio)

 

Ninna nanna della guerra

 

Ninna nanna della guerra

 di Trilussa
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello [*]
Farfarello e Gujermone [**]
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe [***]
che se regge co le zeppe,
co le zeppe dun impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo dassassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Note:

* Uno dei diavoli dell’inferno dantesco
** Guglielmo II, l’imperatore tedesco
*** Francesco Giuseppe imperatore d’Austria

Trilussa
Questa canzone pacifista scritta da Trilussa nell’ottobre 1914, è stata raccolta sul campo tre volte, ricordata da torinesi come cantata durante la prima guerra mondiale, mentre da Torino partivano le tradotte dei soldati, o in trincea, su una melodia che aveva la propria matrice in una vecchia canzoncina piemontese intitolata “Feramiù” (ossia rottamaio ambulante), di cui un frammento raccolto dice:

“Sac e peis ad ‘nans e ‘ns la schina / braje e giaca e capelfrust / o o o capel frust….”

Le versioni della “Ninna-nanna della guerra” che sono state raccolte sono prive dei primi dieci versi della poesia di Trilussa, quelli cioè che si potevano prestare a un’interpretazione nazionalistica.

Che la poesia avesse raggiunto una certa popolarità non solo a Torino lo testimoniavano i versi apocrifi che le erano stati aggiunti, raccolti a Sant’Arcangelo di Romagna: “Tu avevi un babbo bello / ti voleva tanto bene / nel partire t’ha baciato / e t’ha stretto forte al seno / Dopo un anno di trincea / ebbi nuova ch’era morto / Fai la nanna, figlio biondo / che il tuo padre più non torna / E sull’orlo del mondo / tu andrai a predicare / Per supremo d’ironia / sarai figlio di un eroe”.

Tuttavia non si avevano notizie precise sulla diffusione del canto. Il testo della poesia era stato ampiamente pubblicato dai giornali socialisti piemontesi durante la guerra. Venne poi anche ripreso da “L’Ordine Nuovo” del 9 gennaio 1921, preceduto da una nota di Palmiro Togliatti che ne confermava proprio l’ampia diffusione almeno a partire dal ’17: “Un gruppo di operai e tecnici dell’officina Lancia è venuto ieri a trovarci e ci ha invitato a commentare le nozze reali italo-germaniche con la pubblicazione della popolare ‘Ninna-nanna’ di Trilussa. Nell’accontentarli ricordiamo che la poesia è stata scritta nel 1917 (sic), in uno dei più cupi periodi della guerra europea e ha subito avuto un grande successo e una diffusione enorme tra il popolo, quantunque naturalmente in quel tempo il cantarla fosse reato di… disfattismo.
Oggi è disfattista la realtà stessa, che fa succedere sotto gli occhi degli uomini fatti che allora potevano sembrare amare previsioni di un animo esacerbato. Perciò quello che allora era fantasia poetica ben può valere oggi come commento politico”.
Segue il testo, riportato tuttavia privo dei primi dieci versi come nelle versioni cantate raccolte e con una grafia dialettale lontana da quella utilizzata da Trilussa. Non vi è quindi dubbio che, in queste pubblicazioni su “L’Ordine Nuovo”, esso sia la trascrizione a memoria del canto in uso e non quella della poesia.

Noto come al verso 13 del canto figuri “profitto” – come nelle versioni raccolte sul campo – mentre nel corrispondente verso della poesia di Trilussa figura “vantaggio”. Al verso 17 figura “coro” in luogo di “covo” e al 20 “è un giro di quattrini” in luogo di “è un gran giro di quattrini”: conseguenza di refusi tipografici o della trascrizione del canto fatta a memoria?

Tratto da

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=103&lang=it

 

https://www.youtube.com/watch?v=xqa_X0pjo5o

ROM: LETTERA DALL’ESCLUSIONE

zingara

di Pino Petruzzelli  (regista, autore e attore)

 

 

Fa male dover leggere le parole scritte nella lettera che segue. Ragazzi che non hanno fatto nulla di male e che a causa della stupidità e dell’ignoranza di alcuni, sono costretti a giustificare la propria appartenenza alla minoranza rom. Il pregiudizio che accompagna i rom non è fondato sul nulla perché, come ogni pregiudizio, ha una base di verità. E’ realtà che alcuni rom rubino. Il problema però risiede nell’estendere il reato a tutta una comunità. Se si pensa che tutti i rom rubino bisogna essere consci di pensarla come i nazisti. Sì, come i nazisti. E assumersi la responsabilità del proprio pensiero.

La stupidità, nel senso di mancanza di umanità, cerca di prendere il sopravvento, ma questo non ci deve spaventare. Anzi deve esortarci a tenere duro per continuare a credere nella vita attraverso l’azione propositiva. Agire per il bene nostro e di chi verrà. Agire anche per il bene di xenofobi e razzisti. Perché sono gli xenofobi e i razzisti la parte debole di questa società. Sono i poveri che vengono messi contro altri poveri. A xenofobi e razzisti non è dato nemmeno essere consci della loro posizione in questa società. Gli è permesso solo di lottare contro altri esclusi, contro altri dimenticati. Tutto qui. Una lotta che non porterà loro alcun beneficio, ma che permetterà al potente che li domina, anzi, che ci domina, di portare avanti i propri piani senza alcun disturbo.

L’unica soluzione possibile è quella di unirci e portare avanti insieme una politica volta a un’umana convivenza. Lottare insieme per tentare di risolvere il problema che hanno i reietti della società. Insieme, come ci ricordano i ragazzi firmatari della lettera seguente, si può almeno provare a pensare misure di inclusione e non di esclusione.
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Siamo un gruppo di ragazze e ragazzi, Rom e Sinti. Alcuni di noi sono italiani, altri provengono da vari paesi europei, altri ancora sono nati in Italia ma di fatto sono sempre stranieri grazie all’accoglienza burocratica del nostro paese.

Tutti noi crediamo nell’onestà, nella giustizia, nei diritti e nei doveri di ogni essere umano; noi ci stiamo impegnando e formando come attivisti per dare voce al nostro popolo, fin ora rimasto legato e imbavagliato.

Vogliamo esprimervi una sensazione che stiamo vivendo in questo periodo, la sensazione si chiama PAURA. Sì paura, perché sono giorni, forse oramai mesi, che tv e giornali ci bombardano con messaggi che sostanzialmente dicono: “i Rom e i Sinti rubano, sono TUTTI delinquenti, vogliono vivere ai margini della società in baracche fatiscenti, non vogliono lavorare e nessuno di loro vuole studiare, ecc.”

Bene, mettendoci nei panni di chi non sa niente di questo antichissimo popolo, inizieremmo a crederci e inizieremmo a non volerli più nella nostra Italia. E se fossimo BAMBINI, che cosa impareremmo? Sicuramente, con un germoglio di odio nel cuore così potente e annaffiato bene tutti i giorni, da grande non solo odieremmo i Rom e i Sinti, ma saremo pronti a ucciderli, non per cattiveria ma per difenderci e per difendere la “Nostra” Italia dai cattivi e sporchi Rom e Sinti.

Il nostro pensiero va a tutti quei bambini che direttamente o indirettamente assimilano concetti senza alcun filtro, tramite i vari talk show, programmi d’intrattenimento e tg, che quotidianamente accompagnano alcuni momenti della giornata dei nostri figli.

LA PAURA è che questi ragazzi, e alcune persone per bene, gradualmente assimilino questi gravi concetti e che da un semplice pregiudizio cresca nel cuore della gente L’ODIO. Questo è un fatto grave, che non deve succedere, sarebbe da irresponsabili non fermarlo.

Quindi chiediamo a tutti i professionisti della comunicazione, di non macchiarsi di questa grave colpa, di non essere complici e artefici dell’istigazione all’ODIO, della PAURA e della distanza tra la gente.

Chiediamo di non essere usati dai vari politici nelle loro finte campagne elettorali, ma chiediamo a loro di agire insieme a “noi” Rom e Sinti per politiche di VERA inclusione sociale compartecipata.

Chiediamo di non essere usati dai vari giornalisti di turno scatenatori di ODIO e PAURA, per fare audience o vendere qualche copia in più.

Chiediamo a tutti i professionisti della comunicazione di ascoltare noi Rom e Sinti, perché abbiamo molte storie da raccontare sulla magnifica cultura millenaria del nostro popolo, così come sulle difficoltà che quotidianamente affrontiamo, nonostante non arrivino mai sulle prime pagine dei giornali.

Chiediamo di discutere con noi i perché di certe realtà e chiediamo di far emergere le fallimentari politiche di ghettizzazione subite da nostro popolo, molte delle quali emerse negli ultimi tempi.

Vostro è l’Onore e il Dovere di raccontare i fatti, voi siete coloro che danno gli strumenti alle masse per capire e agire. Siate portatori di giustizia sociale. Date voce anche alle positività e alle tantissime storie di normalità, oscurate dall’ e nell’ODIO mediatico.

Chiediamo verità.

Chiediamo dignità.

Per il nostro popolo.

Con questa lettera chiediamo ufficialmente il vostro IMPEGNO per fare luce e dare voce al nostro popolo, noi vi offriamo il nostro. Insieme possiamo e dobbiamo scrivere una nuova pagina. Grazie.

03/02/15    

                                                                              

Lebbiati Fiorello Miguel, sinto, rom, 33 anni, Capannori (Lucca), italiano
Lebbiati Joselito, rom, sinto, 32 anni, S. Alessio (Lucca), italiano
Cavazza Damiano, sinto, Nave Lucca, 32 anni, italiano
Lacatus  Lacramioara Gladiola , rom, 21 anni, Roma, rumena
Nedzad Husovic, rom, 24 anni, Roma, nato in Italia ma senza cittadinanza
Raggi Serena, sinta, 26 anni, Bologna, italiana
Barbetta Dolores, rom, 29 anni, Melfi, italiana
Nikolic Ivana, rom, 23 anni, Torino, serba e croata
Dobreva  Sead, rom, 32 anni, Rovigo, serbo
Milanovic Sabrina, rom  25 anni, San Nicolo D’Arcidano (OR)
Salkanovic Pamela,rom 17 anni, nata a Roma, ma senza cittadinanza

 

Dubitare sempre degli ipse dixit del potere, di qualunque colore esso sia

Giornalista-autorevole_web

 

di Marco Travaglio

Tutto pensavo e sognavo di fare nella vita, fuorché il direttore. A me piace scrivere, girare, incontrare i lettori e continuerò – nei limiti del possibile – a farlo. Della linea del Fatto non c’è da toccare una virgola: era e resta la Costituzione, che noi amiamo così com’è. Magari con qualche aggiornamento, ma senz’alcuno stravolgimento, specie da parte dei ceffi che da vent’anni ci tengono sopra le zampe. Dire “Costituzione”, in un giornale, si traduce nell’impegno a dare notizie vere e verificate, senza riguardi né sconti per nessuno.

Rileggevo l’altro giorno, per trovare le parole, i primi editoriali di Indro Montanelli su La Voce, nata 21 anni fa. “Noi – scriveva – saremo certamente all’opposizione. Un’opposizione netta, dura, sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro. Il difficile sarà distinguerci dall’altra opposizione. Se vince questa destra noi certamente le faremo opposizione, cercando però di distinguerci da quella che faranno a sinistra. Se vince la sinistra noi faremo opposizione ugualmente ferma, cercando di distinguerci da quella che faranno gli uomini della cosiddetta destra”.

Stare all’opposizione, per un giornale, non significa dire che va tutto male e che sono tutti brutti e cattivi. È un atteggiamento mentale che porta a dubitare sempre degli ipse dixit del potere, di qualunque colore esso sia, e di andare a verificarli alla prova dei fatti. Specie in un Paese dove la tendenza dominante è esattamente quella opposta: prendere per buone le parole dei potenti, incensarli, beatificarli, far loro da cassa di risonanza, ripetere che viviamo sempre sotto il migliore dei governi e dei presidenti possibili, salvo poi scoprire (sempre troppo tardi) che ci hanno ingannati, derubati e rovinati.

Noi – i nostri lettori più attenti lo sanno bene – non siamo né penne all’arrabbiata né pennette alla bava “a prescindere”. Critichiamo e (più raramente, purtroppo) elogiamo chi pensiamo lo meriti, cercando di argomentare e documentare le nostre ragioni, e appena possibile avanziamo proposte concrete in alternativa a ciò che non ci piace. Se veniamo dipinti come bastiancontrari, criticoni, rosiconi, gufi, mai contenti, professionisti del mugugno e del risentimento, è solo perché il resto del panorama è “tutto va ben madama la marchesa”.Dovendo proprio scegliere, meglio sbagliare per eccesso di critica che di piaggeria.

Siamo una squadra di giornalisti onesti, in gran parte giovani, e di collaboratori prestigiosi dei più diversi orientamenti, ma accomunati dall’amore per il rischio e per la libertà. Non abbiamo mai preteso di essere più bravi degli altri. Solo più fortunati: ci siamo fatti il giornale che volevamo, senza padrini né padroni (chi ha cercato di attribuircene qualcuno ha dovuto battere ogni volta in ritirata). Quando sbagliamo lo facciamo in proprio, non per conto terzi. Non abbiamo mai voluto finanziamenti pubblici e ci siamo condannati – per come siamo fatti – a non poter contare su grandi introiti pubblicitari, ma soltanto sulle nostre forze e su un gruppo di azionisti-editori privi di conflitti d’interessi che non mettono becco nella fattura del giornale. La nostra fortuna più grossa è una pattuglia di lettori e di abbonati speciali, molto attivi e partecipativi, che conosciamo quasi uno per uno: di persona o per iscritto, per averli incontrati alle nostre feste e manifestazioni, per averli coinvolti nelle nostre petizioni, per aver ricevuto le loro lettere, per aver letto i loro interventi sul nostro sito. È grazie a voi se, da cinque anni e mezzo, pur tra mille difficoltà e patemi d’animo, i nostri conti chiudono in attivo e dunque il Fatto continua a compiere il suo piccolo miracolo quotidiano: uscire ogni giorno in edicola e sul web, e rendere orgogliosi noi che lo facciamo e voi che lo leggete.

(Stralciato da il Fatto Quotidiano del  5 Febbraio 2015)

Intervista a Travaglio:

 

Ruolo del Presidente e Uguaglianza dei cittadini

di Piero Murineddu

Le lettere che compongono il nome del nuovo Presidente svelano, ma guarda un po’, anche la volontà del Premier su chi doveva essere il successore di Napolitano bis: “Sergio Mattarella – Matteo si rallegra”.

Inaspettata e ben augurale (si spera) coincidenza. Auguriamoci che nel prossimo settennato presidenziale a rallegrarsi siano sopratutto gli italiani. Leggi che possano migliorare la Povera Patria le può e le deve fare il Parlamento, ma il ruolo del Primo Italiano è ugualmente importante, e non solo per garantire l’unità nazionale, ma sopratutto per garantire l’uguaglianza dei cittadini.

In giro è diffuso il convincimento che durante l’era berlusconiana sia stata apposta firma a certe leggi e autorizzate certi decreti volutamente e vergognosamente ….pro domo sua,concepite cioè per risolvere i vari intoppi politici, imprenditoriali, giudiziari e fiscali del Capo. Se così fosse, e il forte dubbio permane anche se diversi giornalistoni fanno finta di niente, questa uguaglianza solennemente enunciata nella Costituzione non è stata di fatto rispettata.

Si dice che il vecchio Giorgio sia stato quasi costretto a farlo, per impedire il definitivo sconquasso del Paese. Mah! E’ comprensibile intanto la contrarietà del famoso “Ex” attualmente impegnato presso i Servizi Sociali e che incredibilmente continua a dettare condizioni alla politica, perché con l’elezione del Sergio siciliano vede la sua “riabilitazione politica” allontanarsi sempre più.

Buona parte degli italiani lo spera proprio, se non altro per essere incoraggiati a riacquistare fiducia nelle Istituzioni, da troppo tempo tristemente e pericolosamente venuta a mancare.

la legge è uguale per tutti

Per chi ha voglia di leggere, ecco di seguito  i più significati provvedimenti ad personam varati dal 1994, cioè dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi, contando soltanto quelli di cui si sono giovati personalmente il premier o una delle sue aziende.

  1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Piera Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina). Il pool di Milano si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” inducono la Lega e An a ritirare il consenso al decreto e a costringere Berlusconi a lasciarlo decadere in Parlamento per manifesta incostituzionalità. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, il capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e il consulente del gruppo Massimo Maria Berruti, accusato di aver depistato le indagini subito dopo un colloquio con Berlusconi.
  2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purchè riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”.La neonata società Mediaset (che contiene le tv Fininvest scorporate dal resto del gruppo in vista della quotazione in Borsa) utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.
  3. Legge Maccanico (1997). In base alla sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994, la legge Mammì che consente alla Fininvest di possedere tre reti tv sull’analogico terrestre è incostituzionale: la terza, presumibilmente Rete4, dev’essere spenta ed eventualmente passare sul satellite, entro il 28 agosto 1996. Ma il ministro delle Poste e telecomunicazioni del governo Prodi I, Antonio Maccanico, concede una proroga fino al 31 dicembre 1996 in attesa della legge “di sistema”. A fine anno, nulla di fatto per la riforma e nuova proroga di altri sei mesi. Il 24 luglio 1997, ecco finalmente la legge Maccanico: gli editori di tv, come stabilito dalla Consulta, non potranno detenere più del 20% delle frequenze nazionali disponibili, dunque una rete Mediaset è di troppo. Ma a far rispettare il tetto dovrà provvedere la nuova Authority per le comunicazioni (Agcom), che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia “un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo”. Che significhi “congruo sviluppo” nessuno lo sa, così Rete4 potrà seguitare a trasmettere sine die in barba alla Consulta.
  4. D’Alema salva-Rete4 (1999). La neonata Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano per le frequenze tv e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali. Rete4, essendo “eccedente” rispetto alla Maccanico, perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 una “abilitazione provvisoria” a seguitare a trasmettere senza concessione, così per dieci anni Europa7 si vedrà negare le frequenze a cui ha diritto per legge.
  5. Gip-Gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossato, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest Pacifico e Acampora, ma ha pure disposto l’arresto di Previti (arresto bloccato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di Gup, condurre le udienze preliminari dei tre processi e decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Milano. Udienze che iniziano nel 1999. Su proposta dell’on. avv. Guido Calvi, legale di Massimo D’Alema, il centrosinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro giudice, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (poi, su ricorso della Procura, la Corte d’appello li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Silvio Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).
  6. Rogatorie (2001). Nel 2001 Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. Da mesi i legali suoi e di Previti chiedono al tribunale di Milano di cestinare quei bonifici bancari svizzeri perché mancano i numeri di pagina, o perché si tratta di fotocopie senza timbro di conformità,o perchè sono stati inoltrati direttamente dai giudici elvetici a quelli italiani senza passare per il ministero della Giustizia. Il Tribunale ha sempre respinto quelle istanze. Che ora diventano legge dello Stato. Con la scusa di ratificare la convenzione italo-svizzera del 1998 per la reciproca assistenza giudiziaria (dimenticata dal centrosinistra per tre anni), il 3 ottobre 2001 la Cdl vara la legge 367 che stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.
  7. Falso in bilancio (2002). Siccome Berlusconi ha cinque processi in corso per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la sua maggioranza approva la legge-delega numero 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 con i decreti delegati che: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le quotate e 4 e mezzo per le non quotate; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso nel bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5% del risultato d’esercizio, l’1% del patrimonio netto, il 10% delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione-lampo.
  8. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Unione europea, il governo Berlusconi II rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione . Secondo “Newsweek”, Berlusconi “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia otterrà di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.
  9. Il governo sposta il giudice (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in Tribunale fino a fine anno.
  10. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché, sostengono, a Milano l’intero Tribunale è viziato da inguaribile prevenzione contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono il vecchio concetto di “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico , vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. E’ la legge Ci-rami n. 248, approvata definitivamente il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasloco: il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.
  11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori si avvicinano. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Cdl approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del senato, del Consiglio e della Corte costituzionale. I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il “lodo”.
  12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli in-censurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni).
  13. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.
  14. Condono per i coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta “interpretazione autentica” del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.
  15. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per ripresentarla uguale e la fa riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.
  16. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Cdl approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier:deve lasciare la presidenza del Milan
  17. Gasparri-1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Cdl approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere “ancorchè priva di titolo abilitativo”, cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20% sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20%, viene addirittura alzato grazie al trucco del “Sic”, che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.
  18. Berlusconi salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
  19. Gasparri-2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50% degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.
  20. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finnaziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio,titolare di Solaris (che commercializza decoder Amstrad).
  21. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tassere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.
  22. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, diammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.
  23. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il ddl, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque “soggettivo” , a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.
  24. Tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25mila miliardi di lire.
  25. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo “Forbes”, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, “L’espresso” calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.
  26. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.
  27. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre «La Nuova Sardegna» svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale anti-terrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa La Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge n. 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone pro-tette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300mila euro. Nel 2008 il Tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perchè in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.
  28. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (dl 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.
  29. Ad Mondadori-1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e on line – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.
  30. Ad Mondadori-2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione “E-book”, per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Monda-dori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.
  31. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centrosinistra e centrodestra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la Pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un “bonus” di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.
  32. Lodo Alfano (2008). Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva il lodo Alfano che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio. Soprattutto del Consiglio. Nell’ottobre 2009 la Consulta boccerà anche quello in quanto incostituzionale.
  33. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20%.
  34. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.
  35. Più azioni proprie (2009). La maggioranza aumento dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
  36. Ad listam (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto “interpretativo” che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.
  37. Illegittimo impedimento (2010). Non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, Berlusconi fa approvare il 10 marzo 2010 una legge che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della Presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè delle nuove leggi ad personam che porteranno il totale a quota 40: “processo breve”, anti-intercettazioni e lodo Alfano-bis costituzionale. Cioè incostituzionale.
  38. La legge contro Veronica (2011). Si tratta della modifica della norma sulla quota legittima che regola la gestione delle eredità, inserita nel decreto sviluppo. La misura voluta da Berlusconi, e non ancora approvata, prevede, che la metà della quota di 2/3 destinata ai figli dovrà essere divisa in parti uguali e l’altra metà potrà invece essere destinata dal genitore a uno o più figli a scelta. L’obiettivo del Cavaliere è quello di evitare che, ripartendo in quote uguali le azioni Fininvest tra Barbara, Eleonora e Luigi, pargoli di Veronica, questi possano unirsi e mettere in minoranza Marina e Piersilvio.

Tratto da

http://www.libertaegiustizia.it/2011/11/09/lelenco-delle-leggi-ad-personam/

Travaglio-Leti e “metodo Boffo”

                                                              

 Travaglio, l’odierno Leti

 

di Leo Spanu

Gregorio Leti (1630-1701) era uno scrittore-giornalista definito a suo tempo “mendace e inesatto e avventuriero della penna”. Ebbe molto successo in vita perché come dicevano i suoi sostenitori era “ scrittore mordace, faceto, di mente vivace, di spirito bizzarro e piacevole nel suo dire”.

La critica odierna considera Gregorio Leti un autore poco attendibile come storico per la sua totale mancanza di scrupoli nell’inserire nei suoi scritti falsità e calunnie sia a scopo ricattatorio che diffamatorio. Per tutta la vita fu un fuggitivo: da Roma a Milano, a Orvieto, a Venezia, a Bologna e a Torino. Quando l’Italia divenne troppo stretta fuggì a Ginevra e poi in Francia e in Inghilterra. Ultima stazione l’Olanda dove finalmente chiuse la sua esistenza terrena. Causa del sua continua fuga: i suoi scritti che gli procuravano ovunque feroci antipatie.

Il nostro uomo potrebbe essere definito un progenitore del metodo Boffo che, per gli smemorati, consiste nel coprire (a mezzo stampa) di merda una persona con plateali bugie mischiate a mezze verità fino a distruggerne la reputazione. Questo losco personaggio mi è tornato alla mente leggendo sul blog del mio amico Piero Murineddu un articolo di Travaglio. Non leggo e non ascolto Travaglio neanche sotto tortura e se ho fatto un’eccezione è stato solo per capire perché Piero ha pubblicato uno scritto di questo “giornalista” il cui unico scopo nella vita sembra quello di buttar merda nel ventilatore con la conseguenza di sporcare tutto e tutti. Non ho capito. Ritengo sacro il diritto di critica ma considerare l’insinuazione, la maldicenza e la calunnia come una forma di libertà mi sembra eccessivo. Il signor Travaglio è indubbiamente una buona penna ma l’ha messa al servizio della sua vanità e del suo tornaconto personale. Come faceva qualche secolo fa Gregorio Leti. Per fortuna i tempi sono cambiati altrimenti anche Travaglio dovrebbe portare il suo ventilatore in giro per il mondo.

 

 

travaglio

 

Grazie a Dio esistono i rompic..

 

di Piero Murineddu

E’ meglio premettere che Travaglio non è il mio …idolo, come non considero nessun altro giornalista o persona pubblica riferimento certo dove trovare la verità. Unica eccezione la faccio per Francesco. No, non il Papa. Intendo Guccini, uno dei rari esempi il cui parlare spesso mi trova in sintonia.

il motivo per cui ho ripreso l’articolo di Travaglio. Vediamolo. Prima di tutto per l’argomento affrontato, cioè: com’è che in questi giorni di presentazioni biografiche del nuovo Presidente, nessuno parla di Antonino, l’ avvocato fratello di Sergio, che a quanto pare sarebbe una “pecora nera” nella famiglia per i suoi rapporti finanziari con la banda della Magliana? Si è accennato il meno possibile anche al fatto che il padre Bernardo, quando era ministro, nel ’57 accolse a Ciampino il capo mafia Joe Bonanno, come da quest’ultimo scritto nella sua autobiografia. Sul fatto tuttavia c’è in corso una causa legale. Credo che dire ciò non sia infangare la figura del Mattarella Sergio, e neanche calunniare qualcuno. Si riportano notizie che probabilmente i più non conoscono oppure hanno ….dimenticato. E’ più  opportuno collegare Sergio al fratello ammazzato dalla mafia, naturalmente, ma la parentela non si ferma a Piersanti, a meno che i nuovi Nominati non bisogna “incensarli” per forza ancor prima che dimostrino quello che faranno concretamente.  Sinceramente poi, a me il modo in cui è uscito (fuori dal cilindro del Premier) il nome del successore di Napolitano mi sembra imposto più che frutto di uno confronto, non dico nel Paese reale (pura utopia, almeno finora), ma anche tra gli abilitati a questa funzione, solitamente frequentatori degli Alti Palazzi. Dal di fuori appaiono ricatti, bronci, minacce di vendette, accuse di tradimenti…….

C’è poi quell’affermazione fatta prima dell’Elezione da Alfano, cioè che il nuovo Presidente sarebbe dovuto essere un politico, già “esperto” di come funziona la macchina del comando. Tutti segni che ancora una volta la gente rimane spettatrice passiva di ciò che succede nei palazzoni del potere. La maggior parte della Stampa, più che farsi portavoce della piazza, mi sembra si limiti a cassa di risonanza di questo modo di fare divenuto normale.

Torniamo a Travaglio e al giornale di cui è condirettore, “Il Fatto Quotidiano”.  Lo ripeto,non penso siano per forza la bocca della verità assoluta, ma vi trovo spesso un modo di presentare le notizie più rispondente al ruolo che l’Informazione ha, svincolato da poteri politici ed imprenditoriali. Il rompicoglioni Marco (grazie a Dio! La casta politica rinchiusa nei sontuosi palazzi decisionali ne ha bisogno: oh quanto!) a servizio della sua vanità? E’ possibile che vanitoso lo sia, come tanti di noi. Tornaconto personale? Nel senso di vendere i suoi libri,far affollare i teatri per vedere i suoi spettacoli ed escogitare qualsiasi sistema per allargare il consenso alle sue idee? Possibile, ma qui c’è la libertà e la capacità di giudizio di ciascuno di noi. Altri tornaconti personali, come rispondere a indicazioni di politici, industriali o chissà chi non riesco a vederne. Tornaconto nel senso di riuscire a “distruggere un avversario”? So che la lotta che ha portato avanti contro lo strapotere di Berlusconi è stata si molto combattuta, ma mi sembra anche ben documentata.

Metodo “Boffo“. Assimilare lo scrivere di Travaglio alla vigliaccata tramata ed attuata nei confronti dell’ex direttore di Avvenire  mi sembra francamente fuori luogo. Dino Boffo era stato volutamente diffamato da un giornale di Berlusconi perchè a lui non gradito,e costretto quindi alle dimissioni. E di esempi simili ve ne sono altri nella controllata (dal padrone) pseudo informazione berlusconiana, usata spesso come manganello per zittire i nemici. Travaglio in questo articolo non diffama nessuno. Se poi si compiaccia del suo modo di scrivere, a me non impippa niente. Ma entrando nel merito, quali sarebbero le sue falsità? Quale reputazione avrebbe distrutto? “Maldicenza” perchè si è permesso di toccare un tasto fuori luogo in questo momento di Evviva&Festa generale per l’insediamento del nuovo Presidente? Particolari accuse alla figura di Sergio non mi sembra che ne abbia fatto. Il suo modo di scrivere e anche la terminologia  usata a me garba, per cui quando capita lo leggo volentieri. Anche della possibile antipatia che provoca  non m’importa niente.

Merda sparsa indiscriminatamente su tutti dal suo ventilatore? Esagerato! Pensandoci, mi sembra che Travaglio sia uno di quei personaggi particolari che sono completamente amati oppure l’opposto. Il mio caratteraccio non mi porta a questi estremi. Diciamo che apprezzo quando qualcuno mi dà stimoli per ragionare, e lui non di rado è tra questi. Comunque, tornando al nuovo Presidente, aspettiamo adesso le sue mosse e solo su quelle giudicheremo, e non sulle …..parentele. Credo che anche il “losco” Travaglio farà altrettanto, con molti più mezzi e “memoria” di quanto possa averne io, per cui lo ringrazio anticipatamente per l’aiuto che credo non mi farà mancare.

 

servilismo

 

TRAVAGLIO GIORNALISTA DI DENUNCIA?

(replica di Leo Spanu)

 

Caro Piero,

le mie speranze di non morire democristiano si sono ridotte al lumicino dopo queste ultime elezioni presidenziali. Non sono tra quelli che ha fatto salti di gioia sul nome di Sergio Mattarella ma mi riservo di giudicarlo solo sulla base dei suoi comportamenti. Dei comportamenti della sua famiglia, bianchi o neri che siano, non me ne importa niente. Le responsabilità politiche (e morali) sono sempre individuali e indivisibili.

Marco Travaglio, per la sua attività, ha subito molti processi. In alcuni è stato assolto, in altri prescritto, in altri ancora condannato. A meno di non prendere per buono l’assioma berlusconiano che i giudici sono bravi quando assolvono e in malafede quando condannano, Travaglio, per la giustizia italiana, è un diffamatore seriale. Per quanto riguarda “ il tornaconto” non è mia abitudine fare dietrologia e il mio riferimento è diretto ai vantaggi economici che Travaglio, con la sua indubbia capacità di spettacolarizzare l’informazione, sta ottenendo. Tutto lecito e legittimo, ci mancherebbe. In una società complessa e confusa come la nostra abbiamo visto che tutto quanto fa spettacolo ma mi spieghi cosa c’entra Travaglio (perfettamente in sintonia col sistema) con il giornalismo di denuncia?

 

turibolo

 

 

                                                   E CHE NE SO IO?

 

di Piero Murineddu

Rispondo solo perchè mi viene posta una domanda diretta. Cerco di coglierla come “provocazione” per approfondire la conoscenza di Travaglio Marco, definito ingenerosamente “losca” figura. Per non vagare troppo nella rete, decido di estrapolare qualcosa da Wikipedia, che se anche non sia l’attendibilità personificata, ne traccia comunque il curriculum, modificandolo a mio modo.
Dopo esser diventato giornalista professionista, Il vecchio conservatore destrorso Montanelli lo incarica di scovare le dichiarazioni contradditorie in cui spesso incappano molti politici, e considerando la laurea di Marco in Storia Contemporanea e il suo alacre indagare negli archivi giornalistici, la persona sembra azzeccata. Un altro giornalista non pivellino, Enzo Biagi, lo coinvolge nel suo spazio televisivo per sceneggiare queste innumerevoli contraddizioni di politiconi e politichini. Anche con Repubblica, nella rubrica “Carta Canta” si occupa ancora di contradditori blablabla. Con la solita mania di rovistare tra gli archivi, l’antipatico e gracile Marcolino aveva ricostruito l’origine dell’arricchimento di Berlusconi e del suo successivo impegno “pro domo sua” in politica, durante il quale non ha smesso un attimo di stargli col fiato sul collo, mentre molti altri colleghi erano saliti sul carro del Condottiero. All’epoca dell’ “editto bulgaro”, comprensibilmente e giustamente il fiato sul collo si è surriscaldato, incoraggiando il “losco” Travaglio a darsi da fare per DENUNCIARE pubblicamente e senza pausa la distorsione del ruolo di Premier, concepito e concretizzato come ruolo padronale invece che di servizio. Il “Servizio” intanto continuava, nel senso che spesso i governanti legati al Padrone e il suo “popolo” parlamentare, si son serviti di leggi e decreti per salvare il di Lui e dell’Alta Casta culo.
Da sempre Travaglio si è definito anticomunista, cosa che non ha impedito a testate come Repubblica e L’Unità di contarlo tra le proprie fila. Segno questo di riconoscerne il valore giornalistico con ciò che comporta, cosa che va ben oltre l’essere semplicemente una “buona penna”? Possibile. Da alcuni giorni è il direttore de Il Fatto Quotidiano, nato nel 2010 per tentare di creare uno strumento d’informazione libera, e il non usufruire di finanziamenti pubblici e non l’essere strapieno di pubblicità (come i giornaloni, riempiti da suadenti sguardi a tutta pagina) , mi fa pensare che la gente che ci scrive lo faccia …..molto liberamente, e non sopratutto per pecunia.
Il “losco” personaggio ha condotto varie battaglie, come quella contro l’Indulto, considerata in quel periodo storico un colpo di spugna per favorire i politici corrotti, e contro la “legge bavaglio” che impediva l’uso delle intercettazioni telefoniche, grazie alle quali molte magagne di sospettabili et insospettabili sono venute a galla.
Boh.

Se ne volete sapere ancora, andate su

http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Travaglio#Biografia

Nella mia precedente risposta ho già detto che accuse personali a Sergio Mattarella nell’articolo di Travaglio non ve ne trovo. Dal momento che è giusto tracciare una biografia di un personaggio che assume una carica importante, è inevitabile che anche la famiglia rientri in questa biografia. A suo modo, Travaglio rilevava che nelle tante biografie tracciate dalla Stampa, non si facesse riferimento ad alcune vicende riguardanti due strettissimi familiari, politici e anche di rilievo. Secondo me non è una critica fatta a Mattarella Sergio, ma al giornalismo incensatorio italiano e all’ipocrisia opportunistica dilagante. Ieri ho letto e in serata in parte seguito la Cerimonia d’insediamento. Il tono riverenziale dei conduttori era insopportabile. Qualcuno ha detto che era l’incontro tra il Paese reale e il Paese istituzionale. Ma dove?
Sorrisi, strette di mano, pseudoumorismo dell’Invitato Condannato sul facile uso della lupara siciliana e la ripetuta mancanza di rispetto verso Rosy Bindi (però che strano questo invito, eppoi quella diminuzione di “pena” a servizio dei vecchietti, ora che lo stavano aiutando a rivedere il suo comportamente….). E ancora applausi ripetuti e prolungati, salvo poi già dall’indomani cavarsi vicendevolmente gli occhi.
Che volete che vi dica, a me tutto quest’apparato trasbordante di formalismo mi crea un tantino la nausea e mi fa piacere che questa “nausea” la vedo tradotta in parole sulle pagine del “Fatto”, distinguendosi nel mare magnum del giornalismo spesso servile. D’altronde, come dice lo stesso Travaglio, “una delle funzioni importanti della stampa è anche quella di fare le pulci a chi ricopre cariche importanti, per aiutare a sbagliare di meno”. Ma conosciamo la suscettibilità di molti che gestiscono il potere, e nello stesso momento, constatiamo anche il timore che hanno molti giornalisti di non far soffrire i manovratori di turno.
Siamo concordi, e sono certo insieme a Marco “il losco” che non ha voluto diffamarlo, di aspettare a giudicare i fatti del nuovo Presidente. Ma, abbiate pazienza, non sono/siamo di quelli che si precipitano a prendere in mano il turibolo, nè prima (sopratutto), ma neanche dopo che eventualmente chi ricopre una carica (sempre troppo retribuita! ) che influisce sulla nostra vita l’abbia fatto secondo il suo dovere.
Ah, dimenticavo la domanda postami: Travaglio, nella sua “perfetta sintonia col sistema”(!), è un giornalista di denuncia?
                                                    E che ne so io !!
Ad ogni modo, caro Leo, per non annoiarci e non annoiare, oltre per non sprecare le nostre energie, spostiamo il nostro pensiero verso diversi (e più divertenti…forse) orizzonti.

 

 

Intervista a Travaglio:

https://www.youtube.com/watch?v=JAkYgDKv4Hg

 

Le colpe dei fratelli non ricadono sui Presidenti, ma che fine ha fatto il Mattarella Antonino?

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di Marco Travaglio

La lingua, per il giornalista italiano medio, è un muscolo involontario molto più di quell’altro. Quindi è naturale che, dopo aver leccato per nove anni consecutivi Re Giorgio I e II, dopo la sua abdicazione avvertisse un grande vuoto e garrisse all’impazzata alla ricerca di un altro leccalecca. L’horror vacui, per fortuna, è durato meno di due settimane. Poi, al primo affacciarsi di Sergio Mattarella, la Lingua Unica della stampa italiana s’è subito riposizionata umettando le grisaglie del Candidato senza neppure aspettare l’elezione. Mal che vada, si son detti i leccatori, facciamo un po’ di allenamento in attesa del prossimo. Non sia mai che il muscolo, a causa dell’inazione, si atrofizzi e si lasci cogliere impreparato alla bisogna.
Il Megapresidente Galattico. Imperdibile reperto dell’incertezza dell’attesa, la pagina 6  del Corriere di venerdì. La metà inferiore per le ultime salivazioni postdatate all’ex monarca, “Entra Napolitano. Il lungo applauso in Aula”. La metà superiore per le prime pennellate preventive di Fabrizio Roncone al “mite Sergio, ultimo moroteo”, che “ha dentro il fil di ferro”, “parla a voce bassa, uomo mite fino a quasi apparire fragile, coltiva la virtù della pacatezza, della prudenza e del dialogo, una volta accettò di giocare a Risiko con i redattori del Popolo, è un buon intenditore di calcio e tifa Palermo (con una debolezza, sembra, per l’Inter)”, vive “nella foresteria a disposizione dei giudici della Corte costituzionale”, a “cento passi dal Quirinale”: un “appartamento spartano” tipo quello del Megadirettore Galattico fantozziano, con cui condivide l’inginocchiatoio in legno grezzo e il tozzo di pane e il bicchier d’acqua da condividere con il ragionier Ugo, ma non la poltrona in pelle umana e neppure l’acquario con gli impiegati-inferiori estratti a sorte per fare i pesci, anche perché Lui “non sa nuotare”. Segue succinta biografia, con padre, tre figli e “suo fratello Piersanti” assassinato dalla mafia. Nessuna traccia dell’altro, l’ex avvocato Antonino, il maggiore, in rapporti finanziari con Enrico Nicoletti, cassiere della Magliana: chissà poi perché, poveretto.
Il nuovo Giustiniano. Quando poi l’ascesa al trono è certa, le lingue sparse si ricompongono a testuggine e battono tutte come una sola dove il potere vuole. Gente che Mattarella non se l’è mai filato per mezzo secolo scopre in lui il nuovo Salvatore della Patria. Una cascata di saliva che deve fare un po’ schifo allo Schivo, e che imbarazza persino Aldo Cazzullo: “Un ex componente della Bicamerale ricorda: ‘Mattarella propose un corpus giuridico che riassumesse e semplificasse la legislazione vigente: un’operazione così l’aveva fatta solo Giustiniano!’….”
Il Mattarellinum. Sergio è un enfant prodige dei codici, il Mozart della pandetta: “La passione per i meccanismi elettorali ce l’aveva fin da ragazzo”, rivela Marcello Sorgi su La Stampa (par di vederlo, giovinetto, mentre i compagni giocavano a pallone e correvano la cavallina con le ragazze, curvo sul desco a studiare il Mattarellinum che 40 anni dopo, previe opportune limature, vedrà finalmente la luce. Le zite gli suonano il campanello, ma lui niente: “Scusa, Rosalia, ma oggi ho problemi di scorporo”, “Perdonami, Teresa, ma c’ho un maggioritario grosso così, e per giunta con recupero proporzionale”). La lingua a questo punto parte da sola, irrefrenabile, incontenibile, a raffica: “Mite, pacato, serio, ragionatore, moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige”. Segue l’albero genealogico: dai che almeno Sorgi si ricorda del fratello Antonino. Macché: “I due fratelli Piersanti e Sergio erano molto diversi tra loro. Si dice che in ogni famiglia siciliana ci sia un figlio arabo e uno normanno”. Nulla da fare: damnatio memoriae per il povero Antonino.

Compagni di scuola. Alberto Mattioli, sempre su La Stampa, riesce a scovare un “compagno di scuola dei fratelli Mattarella” che, vincendo la ritrosia contagiosa di tutta la classe dei Mattarella’s, qualcosa racconta, ma a patto che si taccia il suo cognome e lo si chiami “signor Gino”. Vedi mai che se ne ricordi almeno lui, di quel terzo fratello un po’ scavezzacollo. “Sergio era serio anche da ragazzo, però qualche risata se la faceva pure lui”. Ci sentiamo tutti molto meglio, ma i fratelli? Niente da fare: lui era “compagno di scuola di Piersanti e Sergio, due ragazzi diversissimi, due caratteri complementari, si volevano molto bene”. Piersanti “vulcanico, pieno di vita, trascinatore. Sergio silenzioso, serio, composto, quello che a Roma chiamiamo un mollicone, uno di quei ragazzi che stanno sempre zitti, che sembrano quasi troppo educati. Metodico, riflessivo, attento, studioso. In comune avevano due caratteristiche: l’estrema educazione e la passione per lo sport”. Il terzo, Antonino, sfugge proprio ai radar. Che fosse un po’ maleducato e poco sportivo? Mistero. E pazienza, è andata così.

L’Hombre Vertical. Riproviamo con Sebastiano Messina, che giovedì e poi venerdì, su Repubblica, ritrae e doppiamente biografa da par suo. Lui, così, preciso, colmerà la lacuna. “Ama il grigio, evita le telecamere, parla a bassa voce, coltiva la virtù della pacatezza, dell’equilibrio, e della prudenza”, ma attenzione, nessun dorma: “Sotto quel vestito grigio e dietro quei modi felpati c’è un uomo con la schiena dritta, un hombre vertical capace di discutere giorni interi per trovare un compromesso con l’avversario, ma anche di diventare irremovibile se deve difendere un principio, una regola, un imperativo morale”. Nessun accenno al terzo fratello: sono sempre in due, Piersanti e Sergio. Vabbè, ora Messina rimedierà venerdì. Speriamo, ce la può fare. San Sergio “fa una vita monacale”, al confronto Ratzinger nel monastero Mater Ecclesiae e papa Francesco nella celletta di Santa Marta sono due zuzzurrelloni. Cena con “gli amici di una vita”: un giudice della Cassazione, un ginecologo, un banchiere, però “ogni tanto accetta gli inviti di Giuliano Amato e Sabino Cassese”, e quando proprio è in vena di pazziare si unisce a “Pierluigi Castagnetti, Rosi Bindi e Rosa Russo Jervolino”, tutta vita. Poteva mancare il barbiere? No che non poteva: “Franco Alfonso, il mitico barbiere di via Catania a Palermo: la sua chioma bianca, Mattarella se la fa tagliare solo da lui”. Ma eccoci finalmente alla famiglia, dai che ce la facciamo. “Il padre Bernardo”, da molti indicato come un po’ colluso (da Danilo Dolci, per esempio), ma è meglio non parlarne: anzi il vecchio patriarca era amico di “don Sturzo”, di “La Pira” e basta. Ed ecco i fratelli, forse ci siamo: “A Roma i fratelli Piersanti e Sergio giocavano con i figli di De Gasperi e con quelli di Moro”. E il terzo, Antonino, mai: sempre chiuso in casa, per non farsi vedere dai giornalisti.   Il Cristo di Mattarella. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il fratello misteriosamente scomparso, nel senso di sparito? Su Repubblica c’è un’intera pagina di Francesco Merlo: anche lui è siciliano, lui sicuramente sa tutto e ce ne parlerà, del terzo Mattarella fantasma. Pendiamo dalle sue labbra, anzi dalla sua lingua. Sergio è un “vedovo dolente e creativo, facile immaginarlo perduto nell’immensità del Quirinale come Casimiro, il triste Vicerè di Sicilia”. Potrebbe sentirsi meno solo frequentando il professor Antonino? No, “Sergio Mattarella cerca la compagnia del ‘caro paralume’, che Massimo Severo Giannini consigliava ai suoi allievi. E quel paralume, ‘meglio se verde’, è per Mattarella la metafora della lettura ma anche della solitudine e della malinconia…”. E vabbè, meglio il paralume, purché verde. La sinfonia cromatica prosegue col nero. “Il siciliano schivo, coperto e cauto, non trova mai la festa, ha sempre quel tormento che il più dolorista di tutti, Aldo Moro, chiamava ‘senso della storia’”. Perché lui è “un siciliano tragico e superbo che brancatianamente vede il nero anche nel sole”. Ma è pure “come Sciascia: un siciliano muto, di quelli che coltivano l’utopia del Tommaseo che sognava di coniugare la concisione con la precisione”. Però. “Sono così i siciliani muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti”. E questo l’avevamo vagamente intuito. Ma è il momento di un’altra pennellata di colore: “Gli occhi di Sergio Mattarella non sono celesti ma sono ipercontrollati, più di quelli di un piemontese”. Per non parlare di quelli di un calabrese, o di un napoletano. Sì, ma di grazia di che colore sono? “Il suo colore è il celeste, che può essere raccontato come un blu stinto, un blu indebolito, il gozzaniano ‘azzurro di stoviglia’ oppure come il cielo: ed è vaniglia la sua personalità: dolciastra indecisione o sobrietà e festa di nuances?”. Ah saperlo. Intanto prendete nota del “Mattarella nemico di ogni eccesso estetico, umbratile e sensibile siciliano fenicio che non perdona”. Ecco: siciliano non sumero o assirobabilonese: fenicio. Ma anche un po’ israelitico: “il Cristo di Mattarella” non è “colorato e sanguinante come nelle processioni di Palermo, ma invece di filigrana sottile, il Cristo con il sorriso dolce e amaro di una vita che è stata investita dalla tragedia”. Quindi, allontanando l’odor di santità e ricapitolando: nero, celeste, blu stinto, azzurro di stoviglia, ma anche non colorato e soprattutto non celeste per carità. Santo subito. Esaurita la tavolozza, Merlo arriva finalmente alla famiglia. Il padre Bernardo: “notabile palermitano” e ho detto tutto. Fuochino, dài, su, passiamo ai fratelli. “Il fratello Pier-santi, il siciliano allegro, chiacchierone e spavaldo, l’hidalgo di quella Sicilia ‘che è più Spagna della Spagna’”, e ho ridetto tutto. Acqua, lago, mare. Antonino, ancora una volta, non pervenuto.   Il Moro di Palermo. Ultima occasione, ieri. Sul Corriere Roncone torna sul luogo del relitto. “Stringe il nodo della cravatta… sposta la tenda della finestra e guarda giù… La riservatezza proverbiale… Poche parole anche quando si ferma per prendere un toast (di solito, prosciutto cotto e formaggio: poi saluta, ringrazia e lascia la mancia. ‘Un vero signore d’altri tempi’)”. Secondo Repubblica, invece, il menu è un filo diverso: “Pizzetta prosciutto e formaggio, occhio di bue o pasticcini, yogurt e Pocket Coffee. Sobriamente”. Ma son dettagli. Prosegue Roncone: “Sobrio, frugale… La voce come un soffio…”. Forse ci siamo: “Riceve la visita della nipote Maria, figlia di suo fratello Piersanti, che lo mette di ottimo umore”. Ma una telefonata, un messaggio in bottiglia, un segnale di fumo dal fratello Antonino no? No. Sotto parla l’amico economista siciliano Salvatore Butera: “Freddo? È solo composto. Bontà d’animo, pacatezza e grande umanità. ricorda Aldo Moro”. Butera sa qualcosa dei fratelli? Sì: “Eravamo tutti e tre insieme dai gesuiti, io e i due fratelli Mattarella”. Parlerà mica di Sergio e Antonino? Mavalà: “Oltre a Sergio, anche Piersanti”. Pure Antonino è laureato in legge, faceva l’avvocato, ora insegna all’Università. Desaparecido.   Il Kennedy di Trinacria. Su Repubblica ci si mettono addirittura in due, Tommaso Ciriaco ed Emanuele Lauria, per la terza biografia del Presidente in tre giorni. “Riformista dal tratto garbato”, e vabbè. “La proverbiale discrezione”, e anche questa la sappiamo. “Il miniappartamento nella foresteria della Corte costituzionale”: già sentita pure quella. “Rappresentante di una famiglia che ha frequentato il successo e il lutto (‘I Kennedy palermitani’, secondo antica definizione)”, ed è vero, visti i sospetti di mafia irlandese sul papà di Jfk, di Bob e di Ted. Ma lo vogliamo ricordare, questo benedetto Ted, al secolo Antonino? “I parenti a Palermo, come l’ex deputato regionale Bernardo” (indagato per peculato, ma questo non lo diciamo). E “la nipote Maria”: fuocherello. E come si chiama l’altro zio? Dai, è facile, diamo un aiutino: quattro sillabe, inizia per A e finisce per O. Niente, forse manca lo spazio. Zero tituli. Chissà come deve sentirsi, però, quel pover’uomo. Suo fratello diventa il primo cittadino d’Italia e lui diventa l’ultimo. Anzi, di meno: un clandestino. Manca solo il decreto di espulsione. La lingua è forte, ma la carne è debole.

(Editoriale de  Il Fatto Quotidiano del 1 febbraio 2015)

 

Per saperne di più sulla famiglia Mattarella:

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/specchiato-schiena-dritta-ma-anche-caro-mattarella-tiene-93493.htm

La mia sciarpa è simile a un chador

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di Martha Nussbaum

Viviamo in un periodo che è una vera sfida per l’umanità come mai lo è stato in anni recenti, un periodo che mette alla prova i valori della comprensione umana, il reciproco rispetto, e la compassione. Voglio dire solo poche cose sul fatto di vivere in tempi che mettono alla prova, in particolare, i nostri valori del rispetto e della tolleranza, dato che una terribile politica di xenofobia e odio ha preso, sfortunatamente, una spinta enorme dagli orribili crimini commessi dai terroristi in Francia. Dovrei dire che preferisco la parola “rispetto” alla parola “tolleranza”, perché “tolleranza” suggerisce una gerarchia, in cui una maggioranza accondiscende a vivere con persone che non è detto che le piacciano. Ora: ritengo che dobbiamo fronteggiare il nostro difficile futuro con cinque propositi, tutti molto ardui da mantenere in un periodo di paura. È il dovere più solenne del nostro sistema educativo, sia a livello di scuola che di università, promuovere questi valori, ed è anche il dovere dei giornalisti:

Intelligenza

Coerenza di principi

Immaginazione

Lavoro di squadra

Speranza

 
Intelligenza prima di tutto . Dobbiamo cercare i fatti, e giudicare in base ai fatti. Non dobbiamo farci trascinare spaventati da voci irresponsabili a trascurare le prove o a giudicare secondo rozzi stereotipi. Tutti dovremmo imparare molto dalle varietà dell’Islam nel nostro mondo, in modo da capire chiaramente quanto malata e anomala sia la versione fornita da questi terroristi, e da sapere come possiamo trattare i nostri concittadini musulmani con rispetto. La maggioranza deve studiare anche la propria storia: per esempio, dovremmo essere consapevoli, quando parliamo di idolatria, che i divieti contro l’idolatria sono rilevanti sia nel Giudaismo che nella Cristianità Protestante, come pure nell’Islam, e sia nel Giudaismo che nella Cristianità questi divieti hanno portato a terribili atti di violenza – per esempio durante la guerra civile inglese, quando i Puritani distrussero l’arte rappresentativa nelle chiese e uccisero coloro che l’avevano prodotta. Dovremmo anche studiare le nazioni musulmane in cui l’Islam ha subito una trasformazione liberale illuminista: in particolare l’India e l’Indonesia, le due più grandi popolazioni musulmane del mondo.

 

Coerenza di principi . Dovremmo giudicare gli altri esattamente come giudichiamo noi stessi, e sottoporci alle stesse regole che imponiamo agli altri. Se mettiamo al bando un tipo di abito musulmano sulla base del fatto che è lungo e ingombrante e quindi un rischio per la sicurezza, allora ci dovremmo preoccupare allo stesso modo di Martha Nussbaum, che cammina lungo Michigan Avenue a Chicago nel suo solito abbigliamento invernale, che copre non solo tutto il suo corpo ma anche la sua faccia tranne gli occhi – e anche questi sono coperti da speciali occhiali da sole che proteggono dal vento. I terroristi di solito cercano di mescolarsi con la folla: gli attentatori della maratona di Boston indossavano berretti da baseball e portavano degli zaini. Quindi il pensiero che siamo più sicuri se demonizziamo quelli che sembrano diversi non è solo offensivo, è stupido.
Ma nella nostra ricerca della coerenza dovremmo andare oltre la protezione della nostra stessa sicurezza verso la dignità e il rispetto. Permettetemi un esempio un po’ frivolo – ma non tanto frivolo, dato che lo sport ha una profonda influenza sulle culture, ed è un luogo centrale in cui i valori morali vengono o non vengono rispettati. La National Football League negli Stati Uniti ha recentemente annunciato che avrebbe imposto una multa a un giocatore musulmano perché pregava dopo una giocata particolarmente bella, inginocchiandosi a terra. C’è una regola che vieta di mettersi a terra dopo una giocata, non ho idea del perché, e hanno detto che aveva violato quella regola. Ma i giocatori e i tifosi hanno immediatamente puntualizzato che i pii giocatori cristiani erano sempre stati esentati da quella regola, essendo loro stato permesso di inginocchiarsi a terra in preghiera; e giustamente hanno chiesto che lo stesso trattamento fosse riservato al giocatore musulmano. Sono felice di dire che la lega ha fatto marcia indietro. Ecco quello che intendo con coerenza di principi, e il bisogno che ci sia si vede dovunque guardiamo nelle nostre società pluraliste, ma non sempre viene rispettato.

 

Immaginazione . Noi tutti nasciamo con la capacità di vedere il mondo da punti di vista diversi dal nostro, ma di solito questa capacità viene coltivata in modo molto ineguale e ristretto. Impariamo come appare il mondo dal punto di vista della nostra famiglia o gruppo locale, ma ignoriamo punti di vista più distanti. Per diventare buoni cittadini del nostro mondo complicato, dovremmo cercare di vedere il mondo da molte posizioni diverse. Informati dalla nostra conoscenza della storia, dobbiamo chiederci come le scelte che facciamo in quanto votanti e cittadini influenzino le vite di molti tipi diversi di gente, e non possiamo farlo bene senza vedere il mondo dal loro punto di vista. Coltivare l’immaginazione è uno dei compiti più importanti del sistema educativo, ecco perché dobbiamo rafforzare, e non tagliare, i programmi di storia, letteratura, e filosofia,perché spero mi permettiate di insistere che la filosofia è una disciplina immaginativa.

 

Lavoro di squadra. Viviamo con gli altri, ma spesso semplicemente esistiamo fianco a fianco, o, ancora peggio, vediamo gli altri come concorrenti da sconfiggere. I valori umani non possono prevalere nel nostro tempo pericoloso a meno che la gente non si unisca per trattare i problemi del genere umano. E devono unirsi in modi che implicano la non-gerarchia, il rispetto, e la reciprocità. Infatti, il lavoro di squadra implica tutti i miei tre primi valori: perché la vera reciprocità con gli altri richiede decisioni intelligenti; richiede che rispettiamo le norme della coerenza di principi; e richiede un’immaginazione in costante ricerca.

 
Speranza . Quest’ultimo valore sembrerà strano a molti. Da dove potrebbe venire la speranza in un periodo così desolato? E perché mai dovremmo sperare? Bene, Immanuel Kant ha detto che quando non vediamo margini per la speranza abbiamo il dovere morale di coltivare la speranza in noi stessi, in modo da massimizzare i nostri sforzi in nome dell’umanità, e cogliere ogni opportunità di far progredire i valori positivi che il mondo ci può offrire. Non ha detto molto, tuttavia, in merito a da dove la speranza dovrebbe e potrebbe venire, e ha fatto sembrare il dovere di sperare come un lavoro cupo. Tuttavia, vorrei suggerire che la speranza è sostenibile solo attraverso la gioia e il piacere della vIta.

(Pubblicato su La Repubblica del 30 gennaio 2015)

 

 

 Per conoscere Martha Nussbaum:

http://it.wikipedia.org/wiki/Martha_Nussbaum#Biografia

 

 

 

 

 

Soci per la “Confraternita della Tana” cercasi

 

 

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di Piero Murineddu

 

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Leggendo altri particolari su Eugenio, venuto a mancare nel giugno dell’anno scorso, vengo a sapere della grande passione per l’archeologia e per l’archeoastronomia in particolare, e del suo voler  andare oltre il già conosciuto, della curiosità e bisogno di percorrere strade poco frequentate, azzardandosi quindi ad aprire porte nuove. Insomma, di quegli atteggiamenti che il giudizio affrettato e superficiale  definisce  “strani”, specialmente da coloro che si sentono sicuri e protetti solo se  non abbandonano la strada maestra del pensare e del giudizio comune, che normalmente guardano con sospetto chi da questa  scontata e per certi versi forzata  “normalità”  vuole differenziarsi, magari considerandolo uno che vuole attirare l’attenzione unicamente per esibire le proprie frustrazioni.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Vengo a sapere che Eugenio, nativo di Pozzomaggiore, era considerato un tipo solitario e dall’apparenza burbera, salvo cambiare opinione nel momento che qualcuno riusciva ( e voleva!)  superare quella possibile  “corazza protettiva”, rappresentata in parte dalla mimetica che indossava continuamente e  dal suo farsi vedere in giro a bordo di una Panda nel cui abitacolo vi era di tutto. Eterno “esploratore” del mondo circostante, con capellino e sigaro spento  tra le labbra.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

L’autore dell’articolo sopra riportato mi dice che sicuramente mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Credo che abbia ragione. Sicuramente non tutti, ma sono molti quelli che vorrebbero conoscere e frequentare una persona di “grande cultura, intelligente e riccco di umanità”. Lo vorrebbe sopratutto chi  si sente sempre in “cammino”, disposto a mettersi in discussione e vuole incontrarsi con la diversità dell’altro, convinto che questa “diversità” non bisogna per forza combatterla perchè se ne ha paura, ma considerandola opportunità di crescita reciproca.  Condizione è però che ci si voglia incontrare realmente, senza pretesa d’insegnare ad ogni costo qualcosa al nostro interlocutore, sia esso occasionale o abituale. Personalmente, almeno quando è possibile, rifuggo quegl’incontri dove ci si parla addosso e difficilmente ci si ascolta. Capannelli di due o più persone stressate, a gara nel coprirsi di parole.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Pur essendo una definizione di Eugenio da parte dell’autore, non è tuttavia contenuta nell’articolo, ma tutto ciò che si dice di lui lo fa intendere. Avendolo trovato pubblicato nell’ultimo numero de  “Il Corriere del Turritano” senza firma e intendendo la cosa voluta, contattandolo,  l’autore mi ha detto che tutto sommato andava bene ugualmente. Ho pensato comunque di svelarne il nome, con la speranza di non fargli torto. Si tratta di Leo Spanu. In un primo momento, non avevo letto l’articolo con la giusta e dovuta attenzione. Voluta o meno, l’omissione della firma è servita a porre all’attenzione un problema che, seppur moltomamolto diffuso, generalmente si preferisce evitare o prescindere da esso. Diciamolo chiaramente: predisposti o meno, nessuno è immune da quelllo strano stato di prostrazione che può prendere i nostri giorni, e non di rado può assumere carattere patologico. Sappiamo che le cause sono varie, e non principalmente economiche. Spesso chi ne viene colpito si sente mortificato nelle proprie aspettative e potenzialità, e molte sono originate dall’insoddisfacente vita relazionale dei tempi che stiamo vivendo. Relazioni di cui si ha bisogno e che difficilmente si riesce a portare avanti, per l’impegno che esse richiedono.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Verso l’amico scomparso, l’autore ha un vago senso di colpa per non esser stato in grado di rispondere in modo adeguato alla sua  richiesta d’aiuto. Richiesta probabilmente non esplicitata. Mi viene da pensare che difficilmente vogliamo e riusciamo a manifestare la nostra inedeguatezza davanti alla vita che si snocciola  nelle infinite e diversificate vicende quotidiane.  Non raramente, come ammette l’autore, siamo appesantiti da una individuale ed estenuante palestra “bellica” per difenderci dagli attacchi di un sistema di vita che non condividiamo e che spesso subiamo. Un “lavoro forzato” comune a molti, ma da pochi ammesso. Eppure è urgente riuscire a far emergere in noi l’umanità che sembra sempre più assottigliarsi. I potenziali soci della “Confraternita della Tana” sono più di quanto s’immagini, e probabilmente sono quelli più forniti di energie che, nonostante l’isolamento voluto o imposto che sia, contribuiscono a riequilibrare la spesso  apparente e diffusa allegria ……spensierata.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

La “stranezza” di Eugenio ha sicuramente contribuito a creare nuova Cultura, ed è proprio questa in grado di “cicatrizzare” le nostre tante e forse inevitabili ferite che la vita comporta.

 

Eugenio Muroni e la sua teoria su Monte d'Accoddi-002

 

Dedico la canzone “Don Chisciotte” di Francesco Guccini a Eugenio e a tutti gli strambi come lui.

 

Don Chisciotte

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

Sancho Panza
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
E’ la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
E’ un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

Don Chisciotte
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

Sancho Panza
A proposito di questo farsi d’ombra delle cose,
l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com’è vero… che ora ho fame !

Don Chisciotte 
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…
Sancho Panza
Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

Don Chisciotte
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

Insieme
Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte !

 

 

Per ascoltare la canzone, copia e incolla il seguente codice:

https://www.youtube.com/results?search_query=don+chisciotte