Autore archivio: piero-murineddu

Genocidio armeno

 Da it.gariwo.net
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Nel corso della Prima guerra mondiale si compie, nei territori dell’Impero ottomano, il genocidio del popolo armeno. Il governo ultranazionalista dei Giovani Turchi, emanazione del partito “Unione e Progresso”, sceglie di turchizzare l’area anatolica e decide di deportare e sterminare l’etnia armena presente nel territorio fin dal 7° secolo a.C, integrata ma non assimilabile. Il genocidio degli armeni viene oggi considerato il prototipo dei genocidi successivi.

Le radici del genocidio

I prodromi sono da ricercare nel quadro politico internazionale del XIX secolo e nel declino dell’Impero ottomano, il grande malato d’Europa, che entra in crisi scontrandosi con le aspirazioni dei popoli alle riforme, alla partecipazione politica e all’autodeterminazione.
La Grande Guerra determinerà poi la fine dei tre grandi Imperi, austroungarico, zarista e ottomano. Il genocidio del 1915 fu preceduto dai pogrom del 1894-96, voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da altri massacri, in particolare quello del 1909 in Cilicia, all’indomani della rivoluzione dei Giovani Turchi – che avevano preso il potere nel 1908, paradossalmente in nome della libertà e uguaglianza di tutti i popoli dell’Impero.
Ben presto prese il sopravvento l’ala oltranzista del partito Unione e Progresso e nel 1913 si formò una dittatura militare composta dai triumviri Djemal, Enver, Talaat, gli uomini forti del regime, responsabili della messa in atto del progetto genocidario.

Moventi ideologici

Il movente fondamentale che ispirò l’azione di governo dei Giovani Turchi e del triumvirato fu l’ideologia panturchista, il sogno di un immenso territorio dal Mediterraneo all’altopiano turanico e la determinazione a riformare lo Stato su una base monoetnica, linguisticamente e culturalmente omogenea. Armeni, greci, assiri, ebrei: l’Impero ottomano era costituito di fatto da un mosaico di etnie e religioni. La popolazione armena, la più numerosa, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di uguaglianza, costituiva un ostacolo al progetto di omogeneizzazione del regime.

L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni che servì da base economica alla futura repubblica kemalista.

Il genocidio

La pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, con l’aiuto di consiglieri tedeschi, data l’alleanza tra Germania e Turchia.
L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito Unione e Progresso (CUP) ha pianificato il genocidio, realizzato attraverso una struttura criminale paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’Organizzazione Speciale dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. La Prima guerra mondiale (1914-1918) offrì al governo dei Giovani Turchi l’occasione per risolvere una volta per tutte la “questione armena”, esplosa già al tempo del trattato di Berlino del 1878 a conclusione della guerra russo-turca.

La notte del 24 aprile 1915, l’élite armena di Costantinopoli venne arrestata, deportata ed eliminata. Si procedette poi al disarmo e al massacro dei militari armeni, costretti ai lavori forzati sulla linea ferroviaria Berlino-Baghdad, e nella primavera fu dato il via alla deportazione sistematica della popolazione armena verso il deserto di Der es Zor.

Pochi vi giunsero vivi. La maggioranza fu sterminata nel corso di vere e proprie marce della morte. La quasi totalità degli armeni scomparve dalla terra abitata da più di duemila anni. I loro beni furono confiscati.

I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal, i triumviri esponenti del partito unico al potere. Emanarono i decreti di abolizione delle riforme, di deportazione e di confisca dei beni degli armeni – decreti mai ratificati dal parlamento – determinando la distruzione del popolo armeno.

Entità dello sterminio

Un milione e mezzo di persone persero la vita, i due terzi degli armeni dell‘Impero ottomano. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem.
Mustafa Kemal, detto Ataturk, nella Turchia sconfitta all’indomani del trattato di Losanna (1923), fonderà la Repubblica turca, conservando il territorio che era stato diviso con il trattato di Sevres (1920) in zone di influenza tra le grandi potenze e assegnato per la parte occidentale ai Greci e all’Italia, per la parte orientale agli Armeni, ai Curdi, alla Francia (Siria) e all’Inghilterra (Palestina, Giordania e Iraq). Mustafa Kemal aveva completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri ed espulsioni, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi, sia accaparrandosi definitivamente i beni degli armeni senza risarcimento.

Responsabilità della Turchia

La storiografia ufficiale turca nega che ci sia stato un piano intenzionale e specifico di sterminio e considera i massacri una dolorosa conseguenza della guerra che ha colpito sia la popolazione armena sia la popolazione turca. Parlare di genocidio in Turchia può costare il carcere e anche il riconoscimento del genocidio da parte di un Paese terzo suscita le proteste di Ankara.

In realtà la Grande Guerra fu un’utile circostanza per risolvere una volta per tutte il problema armeno e anche per mascherare l’intenzionalità del progetto di sterminio.

La montagna sacra, l’Ararat, che oggi appartiene alla Turchia ma che gli armeni della piccola Repubblica Indipendente sorta nel 1992 dalla dissoluzione dell’Impero sovietico possono contemplare oltre la frontiera turca, alimenta quotidianamente un sentimento di perdita. Sulla Collina delle Rondini (Dzidzernagapert), nella capitale Yerevan, il Memoriale del Metz Yeghern, il Grande Male, racchiude ed esprime l’imponenza della tragedia.

 

Ulteriori contributi

Scalzo, né giacca né camicia…

Col pensiero a tutti i partigiani che hanno perso la vita per la nostra libertà, ancora oggi minacciata (Piero)

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SU IN COLLINA

di Francesco Guccini

Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
sotto una neve che imbiancava tutto
dovevamo incontrare su in collina
l’altro compagno, Figlio del Biondo, il Brutto

Il vento era ghiacciato e per la schiena
sentivamo un gran gelo da tremare
C’era un freddo, compagni su in collina
che non riuscivi neanche a respirare

Andavamo via piano, “E te cammina!”
perché veloci non si poteva andare
Ma in mano tenevam la carabina
ci fossero dei crucchi a cui sparare

Era della brigata Il Brutto su in collina
Ad un incrocio forse c’era già
e insieme all’altra stampa clandestina
doveva consegnarci “l’Unità”

Ma Pedro si è fermato e stralunato
Gridò “Compagni mi si gela il cuore!
Legato a tutto quel filo spinato
guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”

Non capimmo più niente e di volata
tutti corremmo su per la stradina
Là c’era il Brutto tutto sfigurato
dai pugni e i calci di quegl’assassini

Era scalzo, né giacca né camicia
Lungo un filo alla vita e tra le mani
teneva un’asse di legno e con la scritta
“Questa è la fine di tutti i partigiani”

Dopo avere maledetto e avere pianto
l’ abbiamo tolto dal filo spinato
Sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
che avrebbero pagato tutto quanto.

L’abbiam sepolto là sulla collina
e sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
un saluto da tutto il battaglione

Col cuore stretto siam tornati indietro
sotto la neve andando, piano piano
Piano sul ghiaccio che sembrava vetro
piano tenendo stretta l’asse in mano

Quando siamo arrivati su al comando
ci hanno chiesto: “La stampa clandestina!”
Cassio mostra il cartello in una mano
e Pedro indica un punto su in collina

Il cartello passò di mano in mano
sotto la neve che cadeva fina
In gran silenzio ogni partigiano
guardava quel bastone su in collina.

Caso Scurati e i giornasquadristi

 

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Il FQ di ieri, 21 Aprile

Alla fine Antonio Scurati il discorso sul 25 aprile lo ha letto. Non in un programma della Rai, dove lo ha pronunciato la conduttrice Serena Bortone, ma alla festa di Repubblica a Napoli. Un momento contrassegnato da un lungo applauso finale, una standing ovation dei presenti nel cortile d’onore del Palco reale e il grido dalla platea “Viva l’Italia antifascista”.

Durante la lettura del testo l’autore di M ha anche inserito qualche “fuori programma”, come li ha definiti. Lo fa quando parla del fascismo stragista e dice: “Non solo prima della guerra e durante la guerra, ma anche nel dopoguerra fino a tutti gli anni Ottanta”. “Pensavo che la Rai fosse anche mia, del resto è di tutti, è dello Stato italiano – ha detto Scurati nella successiva intervista sul palco – ma alla fine mi hanno detto ‘tu non entri‘, come un ospite indesiderato. Si è perso il senso di democrazia in questo Paese”.

Scurati dice di non voler “essere e fare la vittima”, è la premessa di ogni risposta. “Non posso trovarmi in questa posizione di eroe della democrazia, non voglio fare il paladino” ripete. Anzi: “Mi sono innervosito dopo che in seguito al post della Meloni sono stato costretto a fare una replica. Ma io non voglio fare la vittima”, ha spiegato. Più avanti dice che non se la sente proprio di “passare per l’eroe della libertà d’espressione: vorrei uscire da qui fumarmi una sigaretta e mangiarmi una pizza”.

Tuttavia “dopo che accadono delle cose arriva la paura, esci di casa e guardi a destra e sinistra. La tua vita è già cambiata”. In che senso? “È duro, faticoso, doloroso, sono un privato cittadino che legge e scrive libri e all’improvviso per aver fatto lo scrittore mi ritrovo al centro di una polemica politico-ideologica accanita, spietata e fatta di attacchi personali denigratori che mi dipingono come un profittatore, quasi come un estorsore, quando l’agenzia che mi rappresenta aveva negoziato un semplice ingaggio totalmente in linea con quello degli altri scrittori che mi avevano preceduto. Poi qualcun altro mi ha dipinto come una specie di estorsore. Il problema è che questo qualcun altro non è uno qualunque, è il capo del Governo”.

Per questo Scurati riprende il concetto già espresso nella sua replica alla premier sabato sera: “Devo dire che questo tipo di aggressione non fisica è una forma di violenza. Come ho vissuto la giornata di ieri? Male. La verità è che, al netto di una piccola vertigine momentanea e narcisistica, è duro, è faticoso, è doloroso“. “Quando un leader politico di tale carisma, come sicuramente è la presidente del Consiglio Meloni, che ha un seguito molto vasto, nel cui seguito da qualche parte là sotto, vista anche la storia politica da cui proviene, c’è sicuramente qualche individuo non estraneo alla violenza, probabilmente non molto equilibrato, quando il capo punta il dito contro il nemico e i giornali, o meglio i ‘giornasquadristi’ fiancheggiatori del governo ti mettono sulle prime pagine, con il titolo sotto ‘l’uomo di M.’, ti disegnano un bersaglio intorno alla faccia. Poi magari qualcuno che mira a quel bersaglio c’è. Succede, è già successo”.

Più precisamente a scrivere “l’uomo di M.” – con l’ambiguità che il lettore potrà capire tra il titolo della saga di cui è autore Scurati – è stato Libero, con relativo editoriale di Mario Sechi, in cui ha definito Scurati un “censurato immaginario” e “scrittore-partigiano a gettone”.

Quanto poi al merito della questione – che si è persa nella polemica della censura della Rai e al quale alla fine la premier non ha mai risposto – lo scrittore spiega perché la seconda parte del suo discorso era rivolta proprio alla presidente Meloni. “Mi attengo alla superficie visibile delle cose, non c’è bisogno di dietrologie, leggo la storia di queste persone, tendo ad adottare come romanziere una prospettiva storica sugli eventi. Sembra semplicissimo, vediamo da dove viene, dalla militanza giovanile nel Movimento sociale italiano fondato da Almirante e Romualdi, i servi degli aguzzini tedeschi, i massacratori, i fucilatori“. E, continua, “il loro motto è sempre stato non rinnegare, non restaurare. Un motto al quale ancora oggi ci si attiene. Ecco direi che è così”. Scurati giura di non essere “ossessionato” dal tema fascismo (“Ho scritto 11-12 libri e non c’è mai un riferimento al fascismo, ho anche altri interessi”), non c’è niente di “personale”. Viceversa, ribadisce, “sono loro che non vogliono dire quella parolina e che non vogliono fugare le ombre e recidere quel legame. Le ombre camminano con loro“.

C’è anche un risvolto più strettamente politico, secondo Scurati, di tutti questi ragionamenti. Lo scrittore sostiene che “gli avversari della democrazia liberale, della democrazia compiuta e matura, sono già qui, in alcuni Paesi già governano. I nemici o gli avversari della democrazia liberale non marciano su Roma, ci arrivano vincendo le elezioni. Poi erodono le basi della democrazia liberale con le riforme, a volte censurando qui o lì, ma magari attraverso una riforma costituzionale. Però noi progressisti non dobbiamo avere paura, perché la paura è la passione politica della destra sovranista”. “Non aspettate il ritorno delle squadracce fasciste – è il richiamo dello scrittore – E’ mia opinione che la democrazia corra dei rischi da parte di leader e movimenti che hanno un largo seguito popolare e che ritengono superata, inetta, vecchia e corrotta la democrazia liberale, così come noi l’abbiamo conosciuta e come si esprime nel nostro Parlamento, garantito dalla nostra Costituzione”.

Infine a Scurati viene chiesto qual è il modo per difendere la libertà d’espressione. Qui l’effetto è un po’ straniante perché le domande vengono poste anche dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari che non più tardi di due settimane fa ha bloccato un articolo sgradito all’editore e mandato al macero 100mila copie di Affari e Finanza. Non è la Rai, non è una testata pubblica, la controparte non è il premier, ma il contesto non aiuta a delimitare i confini del dibattito sulla libertà d’espressione. Ad ogni modo a Scurati tocca una risposta “politica” e la risposta è questa: “Non c’è modo migliore per imparare l’arte della parola libera che esercitarla. Ce la possiamo fare anche noi a tenere la testa alta. Non ho ricette su come difendere la parola o formule magiche o preghiere da insegnare a nessuno, penso che tutti noi dobbiamo ritrovare il gusto, l’ebbrezza, la vertigine della parola franca e libera e del parlare e della politica, di tentare di risolvere problemi collettivi con mezzi collettivi e non ridurre tutto a questioni personali“.

 

Lettura di Scurati

Lettura di Serena Bortone

Lettura di Gramellini e Vecchioni
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Reazione di Saviano

Lettura di scrittori vari

In memoria di Tore

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Piero Murineddu

Ammettilo,carissimo Tore, spesso ti sentivi incompreso, specialmente da chi si ferma alle apparenze e usa giudicare con troppa facilità e superficialità. Chi veramente ti ha avvicinato senza pregiudizio ha avuto la fortuna di capire quanto era grande il tuo cuore.

Con spontaneità non facevi mancare attenta benevolenza verso chiunque ti capitava giornalmente d’incontrare, fossero vecchi seduti in strada, anziane casalinghe che spazzano la propria porzione di marciapiede, ragazzini giocando spensieratamente…..

Eri un vero e fantasioso artista, Tore caro. Le tue stravaganze fatte ad “arte” difficilmente sfuggivano. A chiunque, ma chi ha il dono di avere un occhio capace di superare l’evidenza, riusciva ad andare oltre le solite banali e istintive reazioni.

Certe regole sociali ti stavano strette e ad esse ti ribellavi, specialmente quando non le consideravi rispettose della dignità delle persone, quelle che più di altre fanno fatica a tirare avanti, quelle guardate con diffidenza e giudicate dall’alto di certo falso e spesso ipocrita perbenismo.

Ora sorridi di tutto questo, continuando a modo tuo a manifestare quella tenerezza che a volte noi, che ancora percorriamo queste tortuose e non sempre facili strade del mondo siamo costretti a mascherare.

Sicuri di sé occorre presentarsi nel rapporto con gli altri. È questa la “prigione” che ci siamo costruiti e far questo ti creava sicuramente sofferenza e comprensibile ribellione. Ma ora sei pienamente quello che volevi essere, libero e senza nessun tipo di costrizione.

Al di là delle parole di circostanza, per onorare al meglio la tua memoria sicuramente vorresti che

CI DECIDESSIMO A METTERE DA PARTE LE COSE SUPERFLUE,

CI GUARDASSIMO RECIPROCAMENTE CON OCCHI FRATERNI,

CI ACCOGLIESSIMO CON SORRISO SINCERO E NON FORMALE,

CI SOSTENESSIMO A VICENDA, E NON SOLO A PAROLE

EVITASSIMO DI GIUDICARCI CON TROPPA SEVERITÀ CREDENDOCI MIGLIORI DEGLI ALTRI,

CI SFORZASSIMO DI RILEVARE ECCESSIVAMENTE LA PAGLIUZZA NELL’OCCHIO ALTRUI E  CI IMPEGNASSIMO A RICONOSCERE E A TOGLIERE LA TRAVE CHE ABBIAMO NEL NOSTRO…

Tore carissimo, ti ringraziamo per il bene che hai seminato nel tuo cammino terreno e a tuo nome,

tua mamma Maria Giuseppa,

tua sorella Giovanna,

tuo babbo Giuseppino, tuo fratello Mario e tua sorella Maria Antonietta che già gioiscono in quell’Altra Dimensione con te,

i tuoi carissimi nipoti Giuseppe, Marta, Silvia e Sergio,

tuo cognato Piervanni

e infine io,

siamo grati a tutti coloro che ti hanno voluto bene e che conservano un buon ricordo di te.

Il fascismo, fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista

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Antonio Scurati

Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.

In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola ‘antifascismo’ in occasione del 25 aprile 2023).

Siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.

Censura RAI al monologo di Antonio Scurati

IL FASCISMO, FENOMENO DI SISTEMATICA VIOLENZA POLITICA OMICIDA E STRAGISTA

Antonio Scurati

Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.

In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola ‘antifascismo’ in occasione del 25 aprile 2023).

Siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.

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Lettura di Scurati

Lettura di Serena Bortone

Lettura di Gramellini e Vecchioni
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Reazione di Saviano

Lettura di scrittori vari

Reazione di Travaglio (cerca di sopportare la vista della mummia che ha di fronte)

Reazione di Saudino (cercasi urgentemente un pettine e una spazzola)

David Maria e don Lorenzo

 

 

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di Piero Murineddu

Come ridare la parola ai poveri,l’argomento che più di ogni altro tormentava Lorenzo”.

Scrive così padre David Maria Turoldo nel suo libretto ” Il mio amico don Milani“, nato da appunti che aveva lasciato dopo la sua morte, all’interno di una cartella con su scritto “Milani”.

Un libretto per me preziosissimo, che non mi stanco di sfogliare e risfogliare, perchè ogni parola, ogni passaggio sono per me nutrimento continuo, e che ora, pensando di fare cosa gradita, decido di condividerlo in questo spazio.

Due uomini di carattere e temperamento diversissimi: diffidente, guardingo e leggermente ombroso Lorenzo, specialmente nel primo impatto, mentre David era si espansivo e solitamente sorridente, ma anche per lui – come scrive nell’ introduzione al libretto Abramo Levi che lo accompagnò a Barbiana nel 1967 qualche mese prima della morte di Milani – non mancavano i momenti in cui aveva il cuore “basso”, anzi, a quanto pare capitava spesso.

Un piccolo volume da tenere nel proprio comodino e da leggere preferibilmente nel silenzio notturno, come ho appena finito di fare, in quei momenti distanti dagli impegni e dal continuo correre quotidiani, quando si ha quella particolarissima predisposizione d’animo in cui ci si trova a tu per tu con ciò che si é nel profondo e quello che si ha realmente a cuore.

In quel particolare spazio in cui si é spogli di tutte le armi difensive e “offensive” con le quali normalmente si affronta una nuova giornata. Senza le solite preoccupazioni di rispondere a dei ruoli o alle aspettative che gli altri hanno nei tuoi confronti.

Occorre intendere bene ciò che David Maria dice di Lorenzo, divenuto prete da adulto perchè aveva intuito quale sarebbe stata la sua principale fatica: contribuire a far si che il povero diventasse una persona libera, in tutti i sensi, e che questa libertà se la dovesse conquistare.

Attenzione a non fraintendere. Libertà dalla miseria principalmente, cosa molto diversa dalla povertà. A stomaco vuoto per “dieta” forzata, non si ragiona e non ci sono le condizioni basilari per pensare ad altre cose.

Lo vediamo ogni giorno che chi si trova nella miseria assoluta spesso non si fa scrupolo ad umiliarsi, rinunciando quasi alla sua dignità. Ecco il motivo per cui don Milani (e molti che lo vedono come esempio o che semplicemente si ritrovano nella sua sensibilità) parteggiava sempre per i più svantaggiati: perchè in fondo sono sempre fatti oggetto di discriminazioni, presenti o passate.

Ma la mancanza di mezzi per vivere non è riferito solo al cibo.E qui veniamo al grande lavoro di promozione umana e culturale che questo prete ha fatto per quei ragazzi di montagna che gli son stati affidati e di cui ha cercato di prendersi massima cura.

Voglio comunque considerare l’aspetto che a me preme maggiormente. Oggi, coloro che in buona fede credono di essere dalla parte dei poveri, la grande moltitudine che patisce qualunque tipo di disagio non solo materiale, vogliono promuoverli o vogliono promuovere se stessi?

Un vecchio interrogativo che forse si dà troppo per scontato o addirittura è stato messo completamente da parte.

L’esempio lampante è il politico che dice di essere “a servizio”: per farsi strada o per migliorare la vita degli altri?

Ma anche per ciascuno di noi: lo facciamo per essere lodati e veder riconosciuto il nostro merito, o perchè abbiamo a cuore il benessere e la felicità altrui, ammesso che tale stato sia possibile?

Detto questo, torno alla fatica quotidiana affrontata da quel prete fiorentino mandato in esilio dal suo vescovo Florit perchè, con la pubblicazione del volume “Esperienze pastorali” , aveva fatto sapere in giro che si occupava troppo delle vicende terrene delle “anime” che gli erano state affidate.

Lui aiutava i ragazzi a diventare persone adulte e consapevoli, e aveva preso la cosa talmente sul serio, che spesso era eccessivamente intransigente con loro, motivo per cui, guarda un po’, scopriremo in seguito il grande amore con cui era ricambiata la sua severità. Non c’era tempo da sprecare nel fare “giochi da oratorio” o per ritemprare il fisico e di conseguenza la mente, come pensiamo che sia cosa giusta un po’ tutti.

No, per don Lorenzo non c’era tempo da perdere. Studiare, elaborare, conoscere, approfondire, confrontarsi…. Erano queste le condizioni perchè i poveri divenissero protagonisti del loro riscatto.

Da qui quanto afferma il suo e nostro amico David Maria:

“Don Lorenzo, un uomo in continua lotta, e non certo perché il povero diventi ricco, ma perché diventi un uomo libero, che conquisti da sé la sua libertà. Per questo egli voleva restituire ai poveri la parola, contro gli uomini dalle mille parole e pertanto sempre dominatori e sfruttatori.”

Buona lettura

Il mio amico don Milani

di David Maria Turoldo

Prima parte

UN UOMO CHE TI PIANTAVA GLI OCCHI IN FACCIA COME DUE PERFORATRICI

 

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La mia conoscenza personale risale addirittura al 1954. Don Milani stava ancora a Calenzano, alle porte di Firenze. Aveva già scritto quasi per intero le sue Esperienze pastorali: era di questo che con Gianni Meucci mi trovavo, nella sua disadorna stanza di Calenzano, a discutere. Una stanza che a lui serviva come studio e scuola e “salotto” per ricevere la gente, un locale tanto spoglio e nudo quanto era nuda e spoglia la sua parola e il suo volto.

Già d’allora ho avvertito l’identità di interno e di esterno, del dentro e del fuori di quest’uomo che ti piantava gli occhi in faccia come due perforatrici, E così già da allora ho cominciato a misurarmi con lui. E pur nella infocata polemica, mi ero con lui impegnato alla pubblicazione di quel libro presso la nostra Corsia dei Servi di Milano, anche se poi questo non è mai potuto avverarsi per via dell’imprimatur che mi è sempre stato categoricamente negato e che invece don Milani assolutamente esigeva. Un fatto cui accenna egli stesso in qualche sua lettera.

Anzi, per questo e altro, anche a me aveva scritto personalmente qualche lettera; purtroppo lettere perse o distrutte a causa dei miei spostamenti e di quanto mi è capitato nella mia avventura. Ne ricordo una particolarmente lunga e impegnata, sempre sull’argomento di come ridare la parola ai poveri, l’argomento che più di ogni altro lo tormentava.

Una frequentazione, dunque, e una conoscenza abbastanza coinvolgenti fino al punto di averlo perfino confessato. Ciò è accaduto presso l’Annunziata di Firenze, in uno sgabuzzino dietro la sacrestia, lui inginocchiato per terra, dentro la sua mantella nera e frustra, e io a giudicarlo in nome di Dio (!)

È per tutti questi fatti personali che io ho sempre stentato a parlare di don Milani: per delicatezza, per difficoltà mia personale, per la complessità della sua personalità come io l’ho vista (o credevo di vederla) anche dal di dentro. Avevo paura di servirmi di dati non riferibili, di interpretazioni fasulle; oppure temevo di finire anch’io o in clichè di parte, oppure in astrazioni offensive: tutti atteggiamenti da temere con terrore per chi ha conosciuto personalmente don Milani; atteggiamenti che penso lo fanno rivoltare anche da morto.

Un uomo con cui non si può scherzare; un uomo di denuncia e di rottura radicale e assoluta: denuncia che provoca resistenze a non finire, e condanne a diluvio come tutti sappiamo; una presenza da provocare anche oggi reazioni a catena. Per capirlo bisogna inserirci dentro il suo tempo e il suo luogo: Firenze, la Toscana. E la conversione; la vocazione; l’origine ebraica, l’ascendenza, da parte di madre, fino al grande Guicciardini.

Lui figlio di una casa pregna della più ricca e radicale cultura laica. Sono tutti richiami magistralmente esposti e rigorosamente documentati dalla biografia di lui, scritta da quella grande ricercatrice — tanto devota quanto scientificamente esatta — che è stata la Neera Fallaci, pubblicata col titolo Dalla parte dell’ultimo: un’opera che l’autrice stessa mi ha chiesto di presentare in occasione della seconda edizione. Cosa che ho fatto scrivendo un’introduzione di cui ora non posso non servirmi, e che ognuno può leggere nel libro citato; prefazione che a ragion veduta intitolavo “Santità da grandi tempi”.

Tempo, luogo, vita, scelte, opere: tutto un messaggio unico da giudicare soprattutto alla luce della conversione. Perché è stata la conversione il suo Sinai, o la sua Pentecoste; o l’uno e l’altro insieme. Perciò in lui ci sarà tanto di antico testamento quanto del nuovo, in un intreccio da calvario.

Tempo di guerre, e di dopo-guerre (che forse è peggio); e una vocazione che farà di lui un uomo di lotta implacabile; dentro un tempo di passaggio dalla civiltà agraria alla civiltà industriale; nella esplosione di infiniti problemi di cultura, di società, di religione. Società in sfacelo; moltitudini di poveri senza speranza; tempi di industriali-vampiri; valori e ideali in terribile crisi. Problemi della scuola, del lavoro, del cittadino, del credente: tutto un mondo in ebollizione.

Su tutto campeggiava il protagonista e la vittima: appunto, il povero. Da qui nasce il più grande avvocato dei poveri che io abbia mai conosciuto: lui, don Milani. Anzi neppure “dei poveri”, ma fratello e avvocato spietato del povero al singolare: perciò la Fallaci ha intitolato bene il suo lavoro, scrivendo la sua vita Dalla parte dell’ultimo. Dell’ ultimo, non degli ultimi. Don Milani sarà l’uomo più concreto e incarnato in fatto di fede, quanto a noi è difficile perfino immaginare.

Anche in questo rimarrà un ebreo che non solo odia gli astratti, ma neppure li conosce. La sua fede, proprio perché si tratta di fede adamantina, sarà sempre inserita dentro un contesto culturale da dove nasce il più originale e maggiore educatore del nostro tempo: lui, don Milani, che farà della scuola la sua unica consumante pastorale, la legge del suo sacerdozio, e il suo messaggio più rivoluzionario.

Seconda parte

CONTRO GLI UOMINI DALLE MILLE PAROLE, E PERTANTO SEMPRE DOMINATORI E SFRUTTATORI

 

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Luogo, Firenze; famiglia imparentata con Guicciardini addirittura. Ebreo e cattolico: tanto ebreo quanto cattolico. Anche in questo potrebbe essere di richiamo; per dirci quanto l’antico testamento non va disgiunto dal nuovo testamento; per dire quanto la legge non va disgiunta dallo spirito; la giustizia dalla carità. Per dire come bisogna convertire il sistema: perciò non si può non essere se non “segni di contraddizione e di opposizione per molti”; secondo l’ultima preghiera di Cristo stesso rivolta al Padre, «perché i suoi non siano del mondo»; «essi sono nel mondo ma non sono del mondo»! Per dire quanto Cristo è figlio d’Israele.

Una vita singolare, irripetibile, misteriosa, fulminante. E la sua conversione, che è la chiave per entrare nel suo segreto. Non è precisamente abbandono del suo ebraismo, ma è il substrato e l’humus della sua condizione di cristiano.

È dentro questo quadro che va giudicato anche il suo concetto di chiesa; chiesa che diventa la sua Torah; una Torah comunque da salvare e ricreare continuamente con lo spirito di Cristo. Pertanto una Torah e una chiesa osservata e vissuta fino alla scrupolosità; una realtà da mai più abbandonare, costi quello che costi, anche il martirio se necessario; anche la proscrizione e la condanna, se necessario.

Una fede sempre rapportata al povero; basata sullo stesso istinto ebraico; chiamata a farsi corposità. Appunto, storia. Per questo è importante rifarci alla lettera indirizzata a don Piero dove egli parla della tragedia più grossa del prete:

«Per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, camera, senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutto questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’esser derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Saper che presto sarà finita per la fede dei poveri. Non ti vien fatto perfino di domandarti se la persecuzione potrà esser peggio di tutto questo?». (Esperienze pastorali)

Un prete irretito fino alla fobia dal sospetto contro gli intellettuali: e tutto perché visti come responsabili di una cultura astratta; di una cultura imputabile del più grande tradimento: quello appunto di essersi dimenticata dei poveri.

Uomo spietato non tanto contro gli altri quanto contro se stesso. Tanto tenero quanto feroce; tanto obbediente quanto libero; tanto assetato di grazia quanto divorato dal peccato del mondo: peccato che per lui sarà l’ingiustizia; mentre la giustizia sarà la verità. Perciò un uomo in lotta per il povero: non certo perché il povero diventi ricco, ma perché diventi un uomo libero, uno che conquisti da sé la sua libertà. Perciò egli vuole restituire ai poveri la parola: contro gli uomini dalle mille parole, e pertanto sempre dominatori e sfruttatori.

A questo punto mi permetto di utilizzare la mia stessa prefazione, di cui dicevo sopra, sia perché si tratta di cose vissute, sia perché, specialmente a rilettura finita del libro di Neera Fallaci, sento tutta la verità di quanto ho già scritto. Così mi sarà più facile farmi capire, rivelare tutto il mio stato d’animo, dire come la profezia continui nella chiesa. Perché io sono stato testimone diretto, frequentatore di profeti, e tuttavia… Precisamente così ho scritto in occasione di quella presentazione:

«Che vergogna! Essere stati contemporanei di papa Giovanni, di don Mazzolari, di don Milani; anzi, essere stati loro amici e commensali, e non avere imparato. È non esserci convertiti. Ed essere quelli di sempre. Peggio di sempre! Sì, perché si viene dopo un concilio, si viene dopo queste lotte furibonde dei poveri contro i ricchi, lasciando soli i primi e “fornicando” sottilmente, ma poi non tanto segretamente, coi secondi. Si viene dopo quel forsennato 18 aprile dove ci siamo tutti “prostituiti” e ora ne portiamo la colpa e il rimorso!» (Dalla parte dell’ultimo)

Un 18 aprile 1948 certo lontano, preistorico riguardo al tempo, ma sempre operante, sempre corrosivo come un cancro. Un 18 aprile che ha segnato la vittoria della paura, non sulla, ma contro la fede.

Tali pensieri mi ronzano da sempre, ma più alla evocazione di tutta la vita di don Milani: una evocazione da cui nessuno esce immune. E tu ti senti fisicamente al muro, con un dito teso come una canna, ad accusarti su tutto. È una faccia, la sua, quella di don Milani, che ti folgora e ti sorride. Sì, perché aveva anche una faccia sorridente, quasi da fanciullo; pure se, insieme, da implacabile accusatore, da scatenato pubblico ministero.

E una voce che ti inchioda alla croce dei tuoi tradimenti riguardo alla fede in cui dici di credere. E così ti senti dentro. Un colpevole. Chiunque tu sia, prete, frate, vescovo, papa, industriale, professore, giudice, intellettuale:

«lo mi vergogno a scrivere quando so che, poi, mi leggerebbero tutti i borghesi: tutt’al più, per fare quattro chiacchiere da salotto».

Così, specialmente se lo hai conosciuto, senti che è proprio lui, don Lorenzo, una persona che ti denuda. E la voce della coscienza che ti frastuona: perché hai tradito? Tutti abbiamo tradito, e continuiamo a tradire. No, non si può essere cristiani a questo modo: dalla parte dei ricchi, dalla parte dei padroni, dalla parte dei militari, dalla parte degli intellettuali…

Mai sentito un prete così! Ma com’erano gli antichi profeti? Come era Gesù Cristo? Tanto è vero che han dovuto ucciderli! E per Cristo tutto è deciso nel recinto del tempio: in nome di Dio! È chiaro: tanto che la storia continua.

Dunque, tu dal confronto, eccoti al muro: è così la sua stessa testimonianza che ti grida contro. Della sua opera tutto è necessario. E dal confronto io non so come tu ne uscirai, sia che tu sia prete, sia che ti dica cristiano; anzi, pure se appena ci tieni a essere un uomo.

È così, non c’è niente da fare, basta vedere questa società, e anche la chiesa. Del resto l’ha detto: «Questa eretica società liberale» . E già egli ha visto, allo scadere del II millennio, «l’ora della resa dei conti… quando tutto il nostro mondo sbagliato sarà stato lavato in un immenso bagno di sangue…». E ha pensato che avranno imparato almeno loro, cioè i missionari cinesi del vicariato apostolico dell’Etruria «contemplando i ruderi del nostro campanile e domandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi».

Un sogno? Il delirio di un folle? O, non meglio, qualcosa di profetico? Non erano così le profezie bibliche? Vedi appunto la Dedica di Esperienze pastorali e la Lettera dall’oltretomba riservata e segretissima ai missionari cinesi nel medesimo libro.

Egli immaginò, dopo la nostra miseranda fine di chiesa e di cristiani dell’occidente («uccisi dai poveri», «distrutti i templi, sbugiardati gli assonnati sacerdoti»), una rievangelizzazione delle nostre terre, ad opera di missionari venuti dalla Cina. Una continuità dunque di Cristo anche per quelle nostre povere genti sopravvissute, in virtù di una specie di viaggio di ritorno del cristianesimo in occidente.

Quasi paradossalmente meritato dal nostro tradimento. Cioè, egli immagina che possa accadere come per Israele, il quale, avendo tradito, è stato occasione di salvezza per la Cina e per l’Asia. E come, alla fine, si spera nella salvezza d’Israele, così speriamo succeda anche per noi. Questo sarebbe il significato dell’approdo dei missionari cinesi sul suolo devastato dell’Etruria.

Tutto sommato è una visione positiva della storia. Non la disperazione di un vinto, ma la concezione della storia come mistero di salvezza, storia che obbedisce al disegno di Dio! Non incredulità, ma fede: comunque vada la storia per colpa nostra.

«Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato. Essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio. Saprà il Cristo rimediare alla nostra inettitudine. E lui che ha posto nel cuore dei poveri la sete della giustizia». (Esperienze pastorali)

 

Terza parte

MI SON FATTO CRISTIANO E PRETE SOLO PER SPOGLIARMI DI OGNI PRIVILEGIO

 

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Nella “Lettera dall’oltretomba” Milani scrisse:

«E stato l’amore dell’ordine che ci ha accecato… ‘segnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del lontano 2000 (cioè questo nostro 2000 che per essi sarà lontanissimo quando verranno: “mille anni davanti a Dio sono come un giorno solo”, secondo la rivelazione), non parlate loro del nostro martino. Dite loro solo che siamo morti e che ne ringraziamo Dio».

Una voce tanto più crudele quanto piu vera e scontata dalla storia. Una voce perfino pietosa che cerca di salvarti e di giustificarti. Sempre rivolgendosi ai missionari cinesi quali testimoni di come la storia, sia pure lentissimamente, sarà cambiata, testimoni di questo continuo sparire e apparire di civiltà, segno che non c’è altra proposta anche per il futuro più impensato, scrisse:

«Sulla soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest’ultima nostra debole scusa supplicandovi di credere nella nostra inverosimile buona fede».

Così don Milani amava. Amava anche te. Ma ti amava come Cristo ama il ricco Epulone. Con l’amore che non scherza. È proprio dell’amore non fare un fascio di ogni erba. L’amore distingue, sceglie, divide, denuda: appunto, ti accusa, ti inchioda alla tua croce, perché ti vuole salvo a tutti i costì. L’amore è per la pace, ma non è imbelle. Tanto meno è neutrale. L’amore è lotta fino alla morte. Esigente ed implacabile. Che dà la vita per la verità. E la verità è l’uomo. Così è l’amore.

Ancora, per essere non solo accanto ai poveri, ma “dalla parte dell’ultimo”, scriveva don Lorenzo, sempre a proposito del tradimento dei poveri in seguito al 18 aprile 1948:

«Così stando le cose, è più saggio ridurre i termini a una sola semplicissima scelta. O con Dio contro i poveri, o senza Dio coi poveri. E scegliendo io di star con Dio e con la sua chiesa non resta che pregare per i poveri che calpestiamo e tentare di confessarsi spesso, per essere pronti al severo castigo di Dio che non tarderà a venire e indicarci la strada nuova».

Per riprendere l’immagine del processo, quest’uomo arriva ad accusarti persino attraverso il suo rimorso, per aver sbagliato, benché sia stato costretto a sbagliare! Quella connivenza subita dal prete con le forze della discriminazione e dello sfruttamento! Connivenza chiamata eufemisticamente “buona azione”, perché il prete riesce a trovare lavoro a un disoccupato! Connivenza che egli invece, in Esperienze Pastorali, chiama «un’opera cattiva e perfino illegale»:

«Il fratello Industriale è stato gentile con me. Ha detto alla sorella dattilografa di far la schedina al mio figliolo Franco. Io dovevo essere grato al fratello Industriale. Ma poi è successa una cosa triste: mentre m’alzavo per andare via aveva aggiunto: “Le farò fare una lettera anche dall’officina dove Franco ha lavorato fin ora per dirle quel che sa fare”. Il fratello Industriale mi ha steso la mano con un sorriso d’intesa: “Non importa, reverendo, se me lo raccomanda lei non sarà certo un comunista”. Perché non ho ritirato la mano Signore? Come ho fatto a non capire subito che quella mano e quell’occhiata e quella parola erano uno sputo sul mio sacerdozio che è il tuo sacerdozio, Signore? […] Ho avuto paura per il lavoro del mio Franco […]. Sì, che il mio Franco è un comunista. “E un comunista non deve mangiare?”, ha chiesto Franco […]. Quando, quattro mesi fa, col decreto della mia mamma chiesa, gli ho detto: “Sbagli, Franco, a essere comunista” e tu, fratello Industriale, quella mia parola dolorante di padre l’hai sbandierata festante sui tuoi giornali, e che credevi tu? Che io gliela dicessi per te? Per salvare il tuo capitale e il tuo mondo sbagliato che deve cadere? Tu, Franco, lo sai, vero? che io non sono per loro? Perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti. Dimenticaci, disprezzaci, fai quello che vuoi, ma il tuo Signore non lo lasciare, Franco». (Dalla parte dell’ultimo)

Così, dentro il cuore di don Lorenzo continuava a dolorare il rimorso di aver vinto quella funesta battaglia.

«E la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta». (Ibidem)

A questo punto non è neppure don Lorenzo che ti accusa, ma è Cristo stesso. Al suo posto si spalanca il Vangelo, letto a Donato dì Calenzano, o a Barbiana, letto oggi. Per dire com’è reale e contemporaneo.E come appunto il vangelo è dimostrato: con queste “esperienze”! Dimostrato che non è una favola. Come non è stata una favola per san Francesco e per papa Giovanni e per Mazzolari, l’uomo di fuoco, e per pochi altri.

Sì, adesso si capisce come don Lorenzo può essere stato di Cristo: al di là di ogni immagine romantica e avvilimento pietistico. Perché anche per san Francesco la vicenda non è tanto idilliaca: su uno che porta le stigmate, c’è poco da fare del sentimentalismo. E anche per papa Giovanni, pur nella pace evangelica dello spirito, nessuno può dire che non sia stato il suo un papato drammatico. La differenza di temperamenti è questione secondaria.

Di una segreta e profondissima gioia, perfino di affabilità e di grazia abbondava anche don Lorenzo, pur sempre disteso sulla graticola delle sue scelte. Ci sono documenti nei quali si manifesta la beatitudine del regno, Non una beatitudine futura, da comprarsi col sacrificio, l’obbedienza ecc., ma una beatitudine presente, viva, sorridente nella situazione di maggiore umiliazione e solitudine.

Ecco un esempio preso poco meno che a caso. Scriveva don Milani quando era già al confino ecclesiastico nella piccolissima parrocchia di Barbiana:

«È triste, è un disonore, è grave, tutto quello che vuoi, ma non è una catastrofe: s’arrangino, vadano al diavolo, pregherò per loro, riderò di loro (…). E poi? Poi andrò tranquillamente a mangiare e a dormire e cercherò di osservare giorno per giorno la legge di Dio e della chiesa e non vorrò smettere di essere una persona sorridente e serena, una persona che possiede la pace e la sa difendere (…). Combattivi fino all’ultimo sangue e a costo di farsi relegare in una parrocchia di 90 anime in montagna, e di farsi ritirare i libri dal commercio, sì tutto, ma senza perdere il sorriso sulle labbra e nel cuore e senza un attimo di disperazione o di malinconia, o di scoraggiamento o d’amarezza. Prima di tutto c’è Dio, e poi c’è la vita eterna». (Lettere)

In fondo è lo stesso spirito che già affiorava in lui nei primi anni di sacerdozio: «Mi godo il mio Dio che m’ha dato finalmente un mestiere col quale posso divertirmi tanto. (…) Mi son fatto cristiano e prete solo per spogliarmi di ogni privilegio» (ibidem).

È il cercatore di perle del Vangelo, che va, vende tutto quello che ha e compera il campo dove è nascosta la perla. Una perla che non perderà più e una gioia che non scambierà mai per nessun’altra cosa.

Così, dunque, Cristo ad ogni svolta della storia trova qualcuno che gli impresta la voce. Così il processo continua per infiniti capi d’accusa, sulla doppia preghiera, quella del curato e la sua durante la processione: «Perdonali che non sono qui con te; perdonaci che non siamo là con loro»; e poi il “tipo di cultura” del seminario e del prete, di questa «gente che si è fatta assorbire». E poi la povertà: non poter parlare sempre come lui «dalla cattedra ineccepibile della povertà». E ancora «i candelabri dorati solo verso la gente e imbiancati da quella parte che guarda il sacramento», cioè il problema dell’apparire e non dell’essere.

Poi, la persona del prete,e il suo servizio sbagliato, e quella discriminazione tra «parrocchiani di prima e seconda categoria»: quante volte il povero viene discriminato e nessuno fa caso alla sua sofferenza! E l’ordine che non è un concetto univoco: «Se lo violano i poveri è un attentato allo stato, se lo violano i ricchi è la congiuntura economica».

E tutto questo come vita vissuta, come cose pagate sulla propria pelle. E il grande dono di “ragionare” nella fede! E l’ora di evangelizzazione come liberazione dell’uomo; l’opera di promozione umana, l’opera della “acculturazione” del povero, perché il povero si difenda da solo.

Soprattutto la giustizia. Solo giustizia! Perché la giustizia è tutto: è prova dell’amore, è garanzia della libertà. Perché non si può essere in pace senza giustizia. E neanche la gioia può essere ingiusta. Non sarebbe più gioia. Questo è il paradiso umano, umanissimo di don Lorenzo. È per questo che, da convertito, penso abbia sofferto di un solo rimorso, per quell’unico peccato commesso quando non aveva ancora capito, fattogli commettere dalla politica ecclesiastica: appunto la bruciante colpa del 18 aprile 1948. Una colpa che non si perdonerà mai.

Alla fine del processo tutti si domanderanno: è possibile essere come don Lorenzo? Che cosa dobbiamo fare? La domanda che si ponevano tanti nel vangelo nell’udire Giovanni il Battista, colui che apriva la strada all’incontro con Cristo.

La risposta la dà un suo figliolo, uno di quelli che l’avevano capito. («Padre, ti ringrazio che hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli!»).

Essere come don Lorenzo?

«Lui aveva avuto una unzione particolare: non si può essere com’era don Lorenzo, mi permetto di dire, se non c’è un intervento diretto e particolare del Signore. È arrivato qui con questa spinta a fare un lavoro di evangelizzazione, a portare Dio dappertutto». (Dalla parte dell’ultimo)

Certo non è questo che si richiede ad un cristiano, di essere una copia dell’altro. Ognuno ha la sua faccia, e così ognuno ha la sua vocazione e il suo destino. Ma di avere il medesimo spirito, questo sì. Lo Spirito di Cristo: «Riceverete il mio Spirito». Lorenzo, quando stava ancora cercando la verità «era già pieno di Spirito santo»; come è detto di Stefano, il primo martire cristiano. Dunque, posso e debbo imitare Cristo, ma nessuno deve “scimmiottare” né Lorenzo né Francesco. A imitare i santi si può diventare anche matti, ma a “seguire” Cristo non sbagli mai; sempre nuovo e creativo, e adatto al tuo tempo. Perché Cristo è l’infinito di Dio nel tempo.

Quarta parte

HO PAURA CHE SENTENDOMI PARLARE DELLA SUA SANTITÀ, LORENZO MI DIREBBE “SMETTILA, BISCHERO!”

 

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Partiamo dall’interrogativo: quale la spiegazione del fenomeno don Milani? Il fenomeno don Milani non si spiega che con il segreto della santità.

Ciò vuol dire che si deve uscire dalle nostre logiche, qui c’è il mistero di Dio. E però, con questo, non si vuole evadere: Dio non è fuori della storia, né fuori della vita dell’uomo. Si tratta di credergli e di rispondergli. E nella misura in cui si dice di sì, allora si diventa esplosivi e rivoluzionari. Cioè si entra in un’altra logica, che è appunto la logica di Dio. Basti guardare all’evento di Cristo! Per queste logiche la santità è un assurdo, non ha spiegazioni. Tantomeno quella di don Milani. Perfino per il “cattolico” tradizionale e conformista; e per questa chiesa che egli chiama la sua “ditta”.

Santità in don Milani – ho quasi paura a continuare, paura che mi dica precisamente dal paradiso: «Smettila, bischero!» E sarebbe la prima volta che forse una tale parola risuonerebbe da lassù, ancor più acutizzata da un’eccezionale intelligenza: un’intelligenza fiorentina che è intelligenza dell’intelligenza – santità, dicevo, riuscita a sposarsi a una autentica dialettica vissuta addirittura sul piano della “cultura”. Una santità che finalmente non è solo “bontà”, come si usa giudicare da parte degli intellettuali, forse per legittimare la loro viltà e i loro compromessi. Qui non siamo di fronte solo a un convertito, qui c’è qualcosa di più. In antico si sarebbe detto che qui siamo davanti a un “predestinato”. Di fronte a un segnato, certo! Il “predestinato” lasciamolo stare, perché potrebbe indurci a un fatalismo, a un determinismo.

Mentre qui c’è un uomo che liberamente sceglie, un uomo che lotta e rischia e “sbaglia”, per troppa bontà, anzi per una “sbagliata” obbedienza: ma sarà il solo caso! Poi sarà lui, più tardi, a dire che «l’obbedienza non è più una virtù». Lui, obbedientissimo e fedele, sempre, perfino delicato verso la stessa chiesa che lo colpiva. E Lorenzo paga di persona, non fa pagare i poveri.

Fin quando la chiesa, una certa chiesa, non trova il coraggio di dire che arche don Lorenzo Milani è un santo, questa chiesa non impara. Vuol dire che non cambia, non si converte, neppure di fronte alla “lezione” di Dio; vuol dire che non ha compreso i segni dei tempi; anzi, non ha “temuto Dio che le attraversava la strada”. Papa Giovanni, don Mazzolari, don Milani… Certo, non è la santità formalistica. Non è una santità alla Pio XI e neppure alla Pio XII e tantomeno alla san Luigi Gonzaga, quale i “detrattori”, che sono i suoi agiografi, ce lo hanno descritto: un vero malato. Poveri santi! Comunque, chi ha detto che Dio si esaurisce solo in questi santi?

Certo, qui ci troviamo di fronte a una santità da grandi tempi, da ultimi tempi. Vorrei dire, da veri e soli e autentici rivoluzionari, anzi le rivoluzioni degli altri spesso finiscono per essere appena delle successioni: delle prese di potere; poi tutto è finito. Ma che qui di santità si tratti, c’è da scommettere qualsiasi cosa. Ripeto, non è una santità “tridentina”.

C’è stata la rivoluzione liberale, c’è stata la rivoluzione russa, c’è stato il concilio vaticano secondo, e altro. Ma è una santità secondo la tradizione, nel senso maiuscolo del termine: l’uomo contro il tempio, contro la legge e contro il potere. Per la libertà dell’uomo!

O comunque: non si dichiara santo uno che abbia esercitato le virtù teologali e morali in grado eroico? Uno che sia un modello di fedeltà a Cristo, alla sua chiesa, ai poveri? Allora c’è da sfidare chiunque a trovare altri che sia più fedele, nei nostri tempi, di don Lorenzo Milani. Chi può essere un esempio più efficace ai nuovi credenti, ai giovani inquieti che cercano il regno più di quanto noi conformisti riusciamo a immaginare? Ma lasciamo: oggi, per fortuna, lo stesso popolo cristiano è sempre meno interessato a una “canonizzazione”, mentre è sempre più attento alla vera santità. Il fenomeno di papa Giovanni parla da sé.

Ancora due note prima di concludere. Una, precisamente a proposito di papa Giovanni.

In una lettera in data 1 ottobre 1958, papa Giovanni, allora cardinale di Venezia -importante rilevare che era ancora cardinale: perché sarà il papato a “liberarlo completamente, sia pure nella fedeltà; a liberarlo cioè, pur perseverando egli nell’essere se stesso, uomo della più rivoluzionaria tradizione; come appunto sarà don Milani, in tempi e temperamenti diversi – il cardinale Roncalli, dicevo, esprimeva dei giudizi negativi su don Milani per via di Esperienze pastorali, libro pubblicato allora e che aveva suscitato roventi polemiche in tutti gli ambienti.

Il fatto può sorprendere solo chi non ha familiarità coi santi. I tipi più difficili nella chiesa sono i santi. Qualcuno ha scritto di loro che sono “testardi” come nessun altro. E si capisce perché: è Dio stesso che se li lavora, e Dio è uno che non è mai contento. E, se non fa un uomo uguale a un altro uomo, tanto meno fa un santo uguale a un altro santo. La santità è libertà e anti-conformismo; la santità è tutto il contrario dei nostri “uniformismi ideologici”. Appunto, perché Dio è infinito. Perciò i santi, più sono tali, più sono inconfondibili, cammini diversi, sensibilità contrastanti e acutissime, come non succede per noi uomini comuni, ed è accaduto che anche dei santi si siano scontrati “a fuoco”; come ad esempio Ippolito e papa Damaso per via dell’integrismo (come è vecchia questa questione!); oppure Cipriano e papa Stefano, per l’autonomia delle varie chiese (niente di nuovo sotto il sole’); e non sono mancati tra loro né giudizi amari né insulti. Non parliamo di san Girolamo con i suoi critici !

L’altra nota riguarda il linguaggio di don Milani: il problema delle cosiddette parolacce! Pure in questo non mancano precedenti nell’agiografia: com’è il caso di san Bernardino da Siena sul latte della Madonna «che non è una vacca», oppure di sant’Antonio da Padova che accosta i cardinali ai tacchini quando «mostrano il culo». Solo uno che non è puro ha paura a chiamare le cose con il loro nome, mentre don Milani era tanto puro che non si è mai permesso una barzelletta equivoca, e si permetteva invece di chiamare tutto col suo vero nome ed è una sua ulteriore testimonianza di verità e di carità. I suoi ragazzi infatti, anche se raggiunti da certe sferzate verbali, sapevano benissimo di essere amati da lui come da nessun altro.

Da ricordare che don Lorenzo è un toscano, poi, e la grazia rispetta sempre il …materiale d’origine.

Quinta parte

NO, DON MILANI NON ERA COME DITE VOI

Articolo di Turoldo pubblicato su “La Domenica del Corriere” il 7 luglio 1977
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Scrive don Milani a Gianni Meucci in una lettera in data 12 dicembre 1956: “Mi pare di averti già detto che don Bensì mi ha consigliato di non farmi presentare in nessun posto dal p. David e non per disistima di lui (tutt’altro), ma perché gli dispiace che io sia accompagnato al primo incontro da un nome sul quale ci son già prevenzioni e giudizi già dati. La cosa mi pare giusta e penso che la condividerai anche tu. Spero che tu sia sufficientemente convinto del bene che mi farete ecc.”.

Così, non avendo potuto presentare mentre era in vita le prime fatiche di don Milani, le famose “Esperienze Pastorali”, sono ora lietissimo di parlare di lui a dieci anni dalla sua morte. E lo faccio anche per un dovere, perché quando si sentono ritratti edulcorati come quelli che ho sentito in questi giorni a certi telegiornali, non si sa neanche se sia maggiore l’indignazione o l’avvilimento che ti fa reagire fino alla sofferenza. Proprio l’altro giorno mi sono detto: va che finirà male anche don Milani; finirà peggio di sant’Antonio! Infatti pochi sanno che sant’Antonio era uno dei santi più scatenati che sia mai esistito; molti lo paragonavano a un san Giovanni Battista con la scure in mano; e predicava in modo tale che fino a ora non sono ancora pubblicati in italiano i suoi “Sermones Domini”; e perché un tempo quando li volevo pubblicare io, mi sono sentito rispondere da quelli dell’Imprimatur, “che avrebbero potuto scandalizzare la gente”. Capite? Le prediche di sant’Antonio che scandalizzano! Infatti è vero che non risparmia nessuno, neppure i vescovi (del suo tempo si capisce); dice che “a volte nelle vesti rosse dei monsignori e dei vescovi cola il sangue dei poveri”; dice che “a volte certi vescovi sono peggio dell’asina di Balaam: almeno questa si era accorta quando passava l’angelo del Signore invece i vescovi…”. Così anche i santi devono essere purgati. E poi sant’Antonio era brutto, finito per idropisia; sformato ad appena trentasei anni di età, dopo essere passato sull’Italia per dieci anni come un uragano, come un temporale di Dio; ed era Antonio che san Francesco chiamava “mio Episcopo”… Guarda cosa ti hanno fatto di sant’Antonio: un santo per fidanzate, una specie di efebo che se la gioca con quel Gesù bambino sulle mani. Qui bisognerebbe certamente aprire un capitolo sulla patologia degli agiografi e sul destino dei santi. Ho già scritto un piccolo opuscolo dal titolo “Povero sant’Antonio”…

Avrà la stessa sorte anche don Milani? Già l’altra sera al telegiornale pareva quasi un santino da prima comunione: naturalmente “prete obbedientissimo”. Così come tutti i famosi proscritti: obbedientissimo Manzoni, obbedientissimo Teilhard, obbedientissimo don Mazzolari; e ora obbedientissimo don Milani. Mai che si domandino costoro a chi e a che cosa obbedivano questi grandi uomini. E perché sono rimasti dentro la Chiesa: liberi e fedeli fino alla morte! Loro li chiamano obbedientissimi: magari dopo averli fatti sputare sangue. Così come è successo per don Mazzolari da parte di un vescovo che in vita lo additava come il “più grave pericolo per la Chiesa”, e dieci anni dopo portava i seminaristi sulla sua tomba a Bozzolo scongiurando i giovani di essere “obbedienti” come don Mazzolari. Così ora anche per don Milani? Dopo neanche 10 anni dalla sua morte; quando dal cardinale Florit e da molti altri preti tuttora viventi era stato giudicato “un bubbone pestifero” da tagliare subito, e perciò era stato confinato da San Donato di Calenzano vicino a Prato a Barbiana nel Mugello: come dire l’isola di Pianosa per i più pericolosi criminali.

L’altra sera mi è toccato di sentire il panegirico di lui come di un esemplare del non-dissenso (a parte che poi non si sa chi più dissenta nella Chiesa; perché ve li raccomando questi lefebvriani!, questi “devoti del papa”, a una condizione, che il papa la pensi come loro; diversamente, per esempio, anche papa Giovanni non va bene). E ho sentito dire come un elogio che è “rimasto sempre prete”… Sarebbe stata bella: che non fosse rimasto prete! Questa gente non capisce come uno che crede non può non rimanere fedele, succeda qualunque cosa. Uno può essere cacciato, ma non può andarsene! Contrariamente a quanto è scritto in un documento dei vescovi lombardi dove si dice ai cattolici inquieti e scontenti “di andarsene”… San Bernardo dice che “chi crede nel regno di Dio è sempre un inquieto”. Nella Chiesa uno ci sta perché ci crede, perché c’è Gesù Cristo: perché c’è lo Spirito santo e i sacramenti e la liturgia. E i sacramenti e la liturgia e lo Spirito santo sono cose infinitamente più grandi di noi tutti, compresi i preti. Diversamente l’invito potrebbe essere valido anche per quelli che l’hanno scritto. E poi don Milani si era appena convertito, ed era appena entrato nella Chiesa, si era appena fatto prete. E quando uno si converte, non scherza.

Così l’altra sera mi sono sentito un don Milani che non riconoscevo più. Non una parola circa le sue “Esperienze Pastorali” che sono una gettata di lava incandescente; e lui già che si rivela in quel libro come un cratere in eruzione nella chiesa di Firenze, un punto dove la “crosta terrestre” ha ceduto. Quanto era soffocato dal sistema, lì si è coagulato e ha fatto colpo. Ed è scoppiato un autentico terremoto; tanto che il Sant’Uffizio interviene con forza per ritirarlo dal commercio. Niente, non una parola sulla “Lettera ai giudici”, sulla “Risposta ai cappellani militari”, sulla difesa degli obiettori di coscienza, per le quali cose ha dovuto subire perfino un processo da parte del tribunale. Non una parola sulla sua amarezza per come si è votato il famoso 18 aprile: vittoria che egli chiama “la più amara sconfitta dei poveri”. Non una parola sul suo confino, eccetera eccetera.

Certo che è un santo! Ma non è che i santi debbano essere delle mezze cartucce? Anzi, io che l’ho conosciuto, col quale ho passato i più infuocati incontri del mio sacerdozio, tenendogli appunto testa per via di quella giustizia al grado di furore di cui è stata divorata la sua vita più che dalla leucemia, dico che solo quando la Chiesa avrà il coraggio di riconoscere la santità di don Milani senza togliere neppure una parola (tanto meno le sue parolacce!) alla sua esperienza -tale e quale egli l’ha vissuta – allora dico che avremo una Chiesa veramente nuova; e una nuova santità muoverà il mondo. Sono perfino lieto della sua citazione dove dice: “Sto pensando di scrivere a p. David per il libro. Non sono punto convinto delle cose che urlavate domenica scorsa. Spero di poterle riurlare presto insieme…”. (Barbiana, 1 luglio 1955.)

Così eravamo amici, fino a urlare insieme là dove non eravamo d’accordo. Ma grandi amici: senza bisogno di ridurlo alla nostra misura! Senza dire poi che quando qualche volta mi è capitato di confessarlo, allora veramente ho sentito, per merito di lui, quanto grande e misterioso è questo sacramento della fraternità e del perdono. Cose troppo delicate per dirle in un qualsiasi articolo. Anzi, è questa una delle ragioni per cui io su don Milani ho preferito piuttosto tacere. E però questa volta, davanti a certe manipolazioni e storpiature, il silenzio poteva essere anche una colpa.

Sesta parte

LORENZO NON AVREBBE MAI PENSATO CHE “ESPERIENZE PASTORALI” SAREBBE DIVENTATO UN FATTO CULTURALE

 

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Ho conosciuto don Milani ai tempi in cui era ancora a Calenzano, in quella povertà quasi squallida, ma non disonorevole. Era un uomo molto solo, confinato in una sorta di “deserto”, al punto che attorno a lui pareva sparisse perfino il senso della comunione ecclesiastica. Fu poi il gruppo degli amici a rappresentare il suo aggancio con l’esterno. Insieme a Meucci, Gozzini, Vannucci e altri ancora, sono stato anch’io tra i suoi amici, e anzi, amico fraterno, da quando veniva all’Annunziata, nel convento dei frati Servi di Maria a Firenze, per confessarsi.

La mia amicizia e il mio rapporto con don Milani, pur nella reciprocità, è stato per fortuna più un ricevere che un dare. Con lui ho mantenuto i contatti fino a venti giorni prima che morisse. L’ultima volta andai a trovarlo a Barbiana con don Abramo Levi passandovi l’intera giornata. Lui era a letto. Era felicissimo di averci come ospiti insieme con i suoi ragazzi. Aveva appena finito di far trascrivere la sua “Lettera ad una professoressa”; ce la diede da leggere e poi ne discutemmo con lui fino a sera. Dopo neppure un mese morì.

A Calenzano aveva iniziato a scrivere le sue Esperienze Pastorali, ed è soprattutto per questo che avevo preso a interessarmi di lui. Ci fui accompagnato proprio perché vedessi il libro che egli stava scrivendo, perché lo leggessi, lo giudicassi e me ne interessassi. Ebbi dunque l’occasione di vederlo nascere, in un certo senso. Ho visto come si è architettata l’opera. Avrei perfino dovuto presentarla io stesso e pubblicarla nelle edizioni della Corsia dei Servi, a Milano. Ma se don Milani era stato esiliato a Barbiana, io, prima, ero stato cacciato da Milano per via del mio impegno per Nomadelfia. Mi impegnai comunque e per questo ritornai a Milano, dove, nel frattempo, era giunto il card. Montini. Avevo infatti rapporti molto amichevoli con Montini. Anche lui era un “cacciato” da parte di Roma. Eravamo tutti segnati.

In un nostro incontro, che gli avevo chiesto per il libro di don Milani e per altre questioni, mi disse: «Padre, tempi difficili corrono. Tempi in cui non basta neppure la prudenza, ma bisogna diventare astuti». Evidentemente alludeva al Vangelo, che parla della semplicità della colomba e dell’astuzia del serpente. Avevo dei libri da pubblicare, sia di don Milani che di Jacques Maritain, ma lui mi disse: «Prima bisogna sentire Roma. Vada a Roma a parlare col tal personaggio». Andai anche a Roma, ma l’esito di quell’incontro fu la risposta che ricevetti quindici giorni dopo: «Padre, non voglio neanche sentir parlare né di Maritain, né di Milani. Assolutamente!1».

Con questa risposta è chiaro che a Milano non si poteva fare niente, e che il libro non avrebbe mai potuto essere pubblicato dalla Corsia, perché non mi avrebbero dato l’imprimatur, e non perché si trattasse di me, ma proprio perché erano quegli anni particolari. Erano infatti gli anni di Pio XII, di Gedda, dell’integrismo più feroce. Stavano per sorgere i baschi verdi, quelli dell’Azione Cattolica, dai quali nascono poi i comitati civici.

È chiaro che non avendo la possibilità di pubblicare e sapendo don Milani di queste difficoltà (il mio esilio, Nomadelfia, i controlli continui, ecc.), lui possa aver scritto, in quella lettera a Meucci del 1956: «Mi pare di averti già detto che don Bensi mi ha consigliato di non farmi presentare in nessun posto dal padre David e non per disistima di lui (tutt’altro), ma perché gli dispiace ch’io sia accompagnato al primo incontro da un nome sul quale ci sono già prevenzioni e giudizi già dati. La cosa mi pare giusta e penso che la condividerai anche te».

Le Esperienze pastorali di Milani furono dunque presentate alla Libreria Editrice Fiorentina che si impegnò per la pubblicazione. Fu un successo, anche grazie alla polemica che ne seguì.

L’imprimatur fu ottenuto dal card. Elia Dalla Costa. Dissero che gli era stato carpito approfittando della sua tarda età. Non è esatto. Il cardinale, un grande cardinale, fu sempre libero da Roma e mantenne sempre questa libertà e indipendenza. Non aveva mai condannato nessun prete della sua diocesi. Non so fino a che punto stimasse don Milani, ma è sicuro che la sua posizione era in un certo senso di controbilanciamento rispetto a quella di Florit. Sta di fatto che concesse l’imprimatur. E don Milani fu conosciuto a livello nazionale.

Le mie discussioni con don Milani riguardo ad Esperienze pastorali si concentravano su un punto che definirei in questi termini. Egli era di origine ebrea, un uomo ancora da vecchio testamento, sebbene fosse illuminato, grazie alla grande cultura sua personale e della famiglia da cui proveniva, oltre che per la sua particolare intelligenza. Ma al fondo era un convertito con radici ancestrali ebraiche.

Quel tanto di nuovo testamento che compare nel libro è venuto fuori dalle nostre discussioni. Io gli facevo notare che l’importanza della giustizia andava salvaguardata, ma occorreva stare attenti, perché la giustizia può anche diventare crudeltà, disumanità. Occorre che la giustizia diventi amore e che l’amore sia giustizia. Il mio apporto, dunque, fu quello di aiutarlo ad umanizzare il messaggio biblico.

Ancora un particolare. Quando conobbi don Milani le Esperienze pastorali erano ancora in fase di progettazione e dovetti spingerlo io perché continuasse a scrivere. È infatti il rovescio della medaglia della persona intelligente, che ha il complesso della sua intelligenza e con difficoltà si espone al pubblico. Lui scriveva, ma non aveva ancora la sensazione netta che potesse servire a molti altri, cioè che quel suo libro potesse diventare un fatto culturale. Per questo era incerto. Allora lo spingemmo ad umanizzarsi, nel senso evangelico del termine, e a decidersi a pubblicare. E lui si appoggiava a noi, perché aveva bisogno di confrontarsi, al punto che si serviva quasi brutalmente e crudelmente, sebbene non strumentalizzasse  mai, degli amici.

Il suo cruccio principale riguardava il linguaggio e la comunicabilità di quanto scriveva.

Settima parte

LORENZO ERA SEVERO, ERA UMANO. ERA VERO, ECCO:VERO!

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Nel rapporto con gli altri in genere, don Milani denunciava quello che definisco il suo legame profondo con l’antico testamento. Chi non lo conosceva lo considerava quasi disumano, crudele, duro. Nel primo approccio era di una grande violenza, poi invece si ammorbidiva. Era, infatti, anche un uomo umile. Con lui si leggeva, si discuteva, si scambiavano idee. Ed è stato Meucci a portare quel dono smaliziato del cattolico fedelissimo e, nello stesso tempo, arricchito da quell’immensa cultura, o meglio, dall’immensa intelligenza fiorentina. Anche Meucci ha contribuito, dunque, a smussare gli spigoli del suo carattere.

Per quanto fosse prima a Calenzano e poi a Barbiana, non era comunque un isolato, proprio grazie a questi amici che lo avevano scoperto e ne percepivano il grande valore. Senza di loro don Milani poteva rischiare di diventare un disperato, un credente disperato.

La sua personalità non era semplice. Non era un uomo semplice. È difficile dire quale fosse la dominante del suo carattere. Mostrava lati molto diversi, a seconda di chi aveva davanti.

Il rapporto con la madre credo debba essere considerato come fosse per lui un’oasi a sé, un luogo di riposo. Con i suoi ragazzi, invece, si dimostrava come un padre severo e persuasivo; si faceva amare e si faceva ubbidire, perché si donava e il ragazzo sapeva che si donava. Difficile definirlo dolce.

Era severo. Era umano. Era vero, ecco. Vero! Non era sdolcinato, da buon toscano. Non era romantico, né sentimentale. Almeno a me sfuggì il suo aspetto sentimentale.

Con gli amici aveva sempre una prima e una seconda fase. Nella prima era quasi polemico. Cercava la polemica per sviluppare tutta la sua dialettica. Poi si sentiva invece in lui, al di là della polemica, un calore tutto particolare. Io posso dire veramente che lui mi era amico, un sincero amico. E io pure gli ero amico, ma in questo non c’era nulla di romantico.

Non posso dire che fosse orgoglioso, o altezzoso, né superbo, semmai un aristocratico, ma un aristocratico dello spirito.

Con chi poi contava politicamente o economicamente era perfino crudele. Ma anche nel rapporto con la contessa Pirelli, ad esempio, ci furono due fasi. All’inizio direi proprio che la macerò: “Che cosa viene a fare lei qui? Cosa vuole? Io non ho tempo da perdere”. Ma poi entrarono in sintonia: io so che addirittura erano arrivati a una autentica, intensa amicizia, in un rispetto profondo. Però l’approccio con lui era sempre e comunque difficile, anche se forse questo nascondeva una sua enorme timidezza, come se si fosse messo addosso una corazza. E infatti l’aggressività di colui che è timido va sempre oltre: il coraggio del timido fa paura.

Ottava parte

IL RAPPORTO CON L’AUTORITÀ E IL POTERE

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C’è ora da considerare il rapporto di Lorenzo con l’autorità, che ha la sua espressione più forte nella battaglia che condusse con i militari, che sono l’aspetto grottesco dell’autorità. Ma, come nel rapporto con l’autorità religiosa, bisogna fare una distinzione, perché don Milani riconosceva l’autorità, ma non il potere.

Egli accettò la chiesa, così come io l’accetto e come l’accettava don Mazzolari. lo accetto l’autorità, non sono per una chiesa carismatica, invisibile, piena di umori… No, il corpo è il corpo, il corpo è la gloria di Dio. E quindi anche il corpo della chiesa. Ma il corpo significa anche organizzazione, disciplina, autorità, appunto. Ma autorità, non potere, questo è il punto. Perciò don Milani può dire che l’obbedienza non è più una virtù, perché è ribellione al potere. Perché è il potere che spersonalizza, ma l’autorità fa crescere; l’autorità è liberante, mentre il potere schiaccia.

Il potere è inversamente proporzionale all’autorità. Un padre non ha bisogno di dire a suo figlio: “Guarda che io sono tuo padre!” Quella è una rivendicazione di potere. Se ha autorità su suo figlio, non occorre che dica che è suo padre, perché è il figlio stesso che riconosce in lui il padre, non deve essere il padre ad imporsi come tale.

Mio padre non ha mai voluto esercitare il potere su di me. Bastava il senso della sua grandezza. Era lui che mi aiutava a crescere. Papa Giovanni, per fare un illustre esempio, era l’autorità, non il potere. Anzi, man mano lui si abbassava, tanto più cresceva in autorità. Il secondo giorno del concilio ha aperto la seduta a tutti i rappresentanti delle altre confessioni. La curia romana gli aveva preparato un piccolo tronetto disponendo tutti gli altri su delle sedie intorno. Lui, entrato nella sala, fece portare via il tronetto, prese una sedia e si mise alla pari con tutti gli altri e disse: “Adesso parliamoci”. Subito ha cominciato a crescere in autorità. Diversamente, più ci si preoccupa del proprio primato, più si perde. In questo, dunque, autorità e potere sono inversamente proporzionali.

Con violenza ci si scaglia contro il potere e con altrettanta convinzione si rispetta l’autorità. Quando poi in una persona si concentrano potere e autorità, occorre saper distinguere: sotto l’aspetto del potere è da disprezzare, ma sotto l’aspetto dell’autorità va venerata. Questo vale anche in famiglia: io non devo essere contro il padre e la madre, ma contro dei dittatori che si chiamano padre e madre.

In don Milani, nel suo rapporto con i ragazzi, viene allo scoperto certamente una sorta di potere prevaricatorio, ma in quel caso credo di poter dire che si tratta dello straripare della sua personalità. Lì subentra la fede e il fanatismo, subentra dedizione e imposizione. Addirittura si può dire che lui amava i suoi ragazzi e allo stesso tempo li odiava. Ma questo è normale. Guai se non fosse così. Io stesso provo amore e odio verso la mia vocazione, questa vocazione che ti inchioda lì continuamente, che ti condiziona, che non ti dà via di scampo, non ti lascia in pace, non ti dà tregua, né di giorno né di notte. Ma è chiaro che a un certo punto la odi e la ami. Ma deve essere così. E per lui cos altro era la sua vocazione se non i suoi ragazzi? Si donava e li odiava: «Questi disgraziati che mi rompono le scatole, che mi rovinano. Ma perché devono esistere, che mi rovinano tutto».

Anch’io bestemmio continuamente mentre prego.Ma si prende perfino Dio per lo stomaco. Ad esempio c’è quella pagina di Geremia: “Questo Dio che non mi lascia in pace mi ha sedotto”. Questo legno, questa croce dalla quale non puoi scendere mai. In fondo è l’odio-amore alla croce di Cristo.

Nona e ultima parte

L’ IGNORANZA DEL POVERO, LA PRIMA DELLE INGIUSTIZIE

 

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La fede di don Milani era la fede del convertito, che ha caratteristiche sue proprie. Per il convertito, infatti, la nuova fede diventa ragione di vita o di morte, un assoluto. In qualche modo si può dire che per il convertito la fede assume i toni del fanatismo, nel senso che il neofita si converte perché vuole cambiare se stesso, il mondo, l’uomo, tutto. Quindi si butta. E, infatti, ecco don Milani che da ateo si fa credente e, in un certo senso, parte per la tangente, che per lui è rappresentata dal tema della giustizia. E naturalmente la giustizia lo porta a delle scelte precise e a combattere la prima delle ingiustizie, che è quella dell’ignoranza del povero.

Da buon fiorentino, don Milani pensava che il povero non si può salvare se non sul piano di un riscatto culturale. Quindi la fede e la cultura. Egli era convinto che la prima pastorale fosse la scuola, perché, “l’uomo delle 300 parole” sarà sempre un inferiore e un imbrogliato fino a quando non diventa “l’uomo delle 1000 parole”, perché è ‘l’uomo delle 1000 parole” che imbroglia quello delle 300.

Don Milani, dunque, arrivò ai poveri tramite la strada della cultura. La sua fu una scelta intellettuale, infatti punterà all’esperienza della scuola, non farà l’orfanatrofio, o il brefotrofio; non creerà una Nomadelfia, ma una scuola.

Da vero fiorentino puntò sulla cultura. La sua pastorale si fondava su una convinzione: prima educhiamo e formiamo l’uomo, poi l’uomo penserà da sé. Non sono io che devo dargli il pane, saprà guadagnarselo con la sua lotta.

E allora mise a servizio della vittima della società, che è l’ignorante, il dono della sua cultura e della sua scienza.

Anche la sua scelta di fede fu una scelta intellettuale. Definirei perciò don Milani come un frutto della cultura secolare toscana, fiorentina, con una sensibilità acutissima, una attenzione a sé e al mondo in cui è vissuto.

Con lui non ho mai parlato di come arrivò alla fede, ma posso dire che fu nel contatto con la realtà concreta di Calenzano che cominciò a sentire l’insufficienza delle cose, l’insufficienza del mondo. Volle dare un senso alla sua vita e così approdò alla fede. Io credo che questo in lui era molto evidente. Ma il suo approdo alla fede credo passi innanzitutto attraverso un travaglio intellettuale.Poi si domanderà come vivere questa nuova fede, e così decise di prepararsi al sacerdozio con l’intento di dedicarsi agli altri.

Il modo con cui sarà poi sacerdote, però, fu la realtà stessa a dirglielo. Da allora cessa di essere l’uomo intellettuale e diventa il testimone esistenziale della sua fede.

Io, che vengo da un mondo di poveri, subito ho davanti a me l’affamato; lui, fiorentino, ha davanti a sé l’ignorante. Allora lui si batte contro l’ignoranza e io mi batto per il pane. Questo è frutto dell’esperienza di ciascuno. Sono tutte e due forme di salvezza da una miseria, da una povertà. Lui ha scelto un tipo di povertà: la mancanza di cultura e di istruzione. Io ho scelto l’altra. Messosi sulla strada della cultura, naturalmente approda a delle scelte tipicamente politiche. Anche la sua scelta per il partito comunista è un fatto guidato da una fede, ma scatta da una cultura.

Don Milani riuscirà a non essere vittima dell’anticomunismo viscerale che colpiva un po’ tutti in Italia, a cominciare dalla chiesa. La sua intelligenza lo preservava da queste reazioni banali e istintive. Così, nella lettera a Pipetta, scrive: «Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò».

La sua era una posizione molto diversa da tutta la chiesa cattolica e dal cattolicesimo italiano.

Ecco, il rapporto, o il modo di giudicare il partito comunista, così come quello di giudicare i cappellani militari, rappresentano fatti che derivano da una grossa cultura a servizio di una fede assoluta, che è addirittura fanatica.

Per concludere

In tutto quanto ho ricordato di don Milani occorre dire che egli era certamente debitore di don Mazzolari. Ma lo è stato perché era attento al clima generale di quell’epoca, diversamente non sarebbe neppure stato l’uomo che era. Non fu, infatti, un plagiato da Mazzolari, ma semplicemente partecipò al clima culturale del tempo, come chiunque altro uomo attento che avesse un minimo di intelligenza. E a quel tempo Mazzolari echeggiava in tutta Italia, anzi, perfino in Europa, in un certo senso. Mazzolari era un uomo di una dimensione tale… Tutti noi siamo suoi debitori, anche Balducci lo è, e dunque anche don Milani.

Questa simbiosi culturale accade normalmente in ogni campo. Mi ricordo quando ho cominciato a scrivere poesie nel 1946. Apollonio le lesse e mi disse: «Ma qui c’è Ungaretti». E io, che ero un ragazzo, arrossii, perché ero appena uscito dal seminario, e Ungaretti non lo conoscevo neppure. Forse due o tre poesie sue c’erano nella nostra antologia. Sapevo che Ungaretti esisteva, ma non posso dire che lo conoscessi veramente, così glielo dissi: «Guardi, non l’ho mai letto». E lui rispose: «E a chi interessa? È nell’aria; è un fatto culturale nell’aria». Mi precipitai a leggerlo, lo divorai… Ma era nell’aria; questi sono uomini che ti penetrano, anche senza che tu te ne accorga.

Don Mazzolari, e poi don Zeno e don Milani, sono stati dei fatti culturali per il loro tempo. Che poi a loro volta non sono stati soltanto dei trasmettitori, ma anche dei riceventi. Anche don Mazzolari, infatti, è stato debitore di Bonomelli, di Semeria, di Rosmini. Poi ognuno ci mette la carica personale che ha, perché in fondo è questo fare cultura.

Don Milani era perciò parte di quel magma culturale nazionale che scorreva nelle vene del paese, sia nella chiesa che fuori di essa. A uno come lui, poi, con la sua formazione, bastava poco per intuire, raccogliere e rilanciare a sua volta.

Milani non era uno che si mimetizzava, non è stato un trasformista, ma semmai ha rappresentato una forza rivoluzionaria che assorbe l’humus della cultura e la proietta come lui sapeva fare, nella pienezza del suo spirito.