Autore archivio: piero-murineddu

Elezioni Regionali in Sardegna – 60Eroi&Soliti privilegi

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di Piero Murineddu

Come chiamarli altrimenti questi politici destinati al gravosissimo compito di far riprendere questa povera isola dallo stato comatoso in cui si trova ormai da tempo immemorabile, se non eroi? Ma oltre l’impegnativo compito di rendere la vita dei sardi per lo meno accettabile, visti gli innumerevoli problemi da cui sono afflitti, avranno il primario compito di dimostrare che i politici non sono tutti ladri. Inutile mettere questo aspetto in secondo ordine, dal momento che è diffusa l’idea,molte volte a ragione, che chi si mette in politica lo faccia principalmente per tornaconto personale. I candidati che si affacciano per la prima volta a questa corsa, devono ancora dare prova delle loro capacità e della loro onestà. Il discorso cambia per gli altri, per coloro che a diverso livello si son gia trovati vicino alla stanza dei bottoni, che siano consiglieri uscenti o altri che hanno gia fatto esperienza di amministrare la Cosa Pubblica.

Domanda semplicissima:

 sono tutti intenzionati sinceramente a rendere la vita dei sardi migliore, o perseguono mete e ambizioni personali?

Quando dico dei sardi, intendo di tutti i sardi, non solo dei propri elettori e dei propri concittadini. Qui si tratta di doversi occupare di problematiche riguardanti 1,68 milioni di abitanti distribuiti in una superficie di 24.090 km², che trascorrono la loro vita in diverse e distanti città, paesi, borghi, località marittime e di montagna, con mentalità e sensibilità molte volte diversissime tra loro, e nello stesso momento con diritti ed esigenze comuni, a cui si ha il dovere di dare risposte.E’ chiaro quindi che non si tratta di riuscire a “portare a casa” finanziamenti per migliorare il proprio territorio, riuscendo magari a strapparli ad altri dove sarebbero altrettanto necessari per migliorarne la vita. Almeno, questo per sembra dover essere lo spirito di un amministratore regionale. O no?

Dicevo dell‘urgente compito di dover infondere nelle popolazioni rinnovata fiducia nella politica, dopo che diversi esponenti regionali hanno dato al contrario prova di disonestà, usando denaro pubblico per scopi personali o di gruppo. Certo, ci sono indagini in corso e della Legge bisogna che ci fidiamo, ma intanto sono fatti estremamente gravi e riconfermano nel loro convincimento la gente, portata, come si dice, a “far di tutta l’erba un fascio”, o se preferite, a “mettere tutti nello stesso calderone”. Lo sappiamo che è sbagliato e rasenta il qualunquismo, ma così è.

C’è inoltre un altro aspetto da considerare, che continua a provocare perplessità e disorientamento, e non solo nel popolino “ignorante e sprovveduto”. In questi giorni, seppur per un mese, all’interno del Consiglio Regionale c’è stata una sostituzione nel gruppo di quello che era il PDL: Nicola Cau, primo dei non eletti nel 2009, è subentrato a Sisinnio Piras, in carcere con l’accusa dell’ormai tristemente noto “peculato”. Questo, in conseguenza al decreto legislativo 31 dicembre 2012 n. 235, meglio conosciuto come “legge Severino”, in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze di colpevolezza.Seppur con altre accuse, relativa condanna e conseguente decadimento da senatore, il precedente famoso riguarda l’ex premier, che pur avendo votato e fatto votare la stessa legge, ha scatenato i suoi per farla decadere, essendo – guarda un po’ – “anticostituzionale”. Il suo seggio in senato è stato preso dal primo dei non eletti, tal Ulisse Di Giacomo. Io non pratico e non sono sportivo di calcio, ma so che le sostituzioni avvengono o per volontà dell’allenatore o perchè un calciatore è impossibilitato a proseguire. Quando si viene espulsi per gravi irregolarità nel gioco, la sostituzione non è consentita, e la squadra rimane in minoranza numerica. Una tale grave decisione, a volte può essere dettata da una eccessiva severità da parte dell’arbitro e può essere opinabile, ma nell’ambito politico di cui stiamo parlando, si tratta semplicemente di applicare leggi democraticamente riconosciute. Perchè l’ “espulso”, per motivi e conseguenze ben più gravi dell’esito di una semplice rincorsa al pallone, deve essere rimpiazzato? Perchè del suo grave comportamento, che è anche tradimento della fiducia degli elettori, non deve patirne il gruppo di appartenenza, al contrario di una squadra di calcio?

Non so a voi, ma a me non sembra un paragone azzardato e fuori luogo. Mi sembra invece che ancora una volta certe decisioni vengano prese facendo attenzione a salvaguardare certi privilegi di “casta”.

E i prossimi 60 “eroi”, come si comporteranno in proposito?

Sorteggio degli scrutatori, scelta di civiltà

Seppure in ritardo, sia per quanto riguarda il senso di giustizia sia per quanto fatto da tempo da altri consigli comunali, l’Opposizione presente nel Comune di Sorso ha inoltrato formale domanda al Sindaco affinché gli scrutatori vengano sorteggiati tra tutti coloro che ne hanno fatto richiesta. Questo per le imminenti Elezioni Regionali, ma naturalmente si spera che diventi una prassi normale, oltre che di buon senso. Poco tempo prima, anche l’Ass. “Città Giusta”, probabilmente più sensibile al tema di altre Associazioni “culturali”, aveva inoltrato simile richiesta. E’ stato avanzato anche l’auspicio che coloro che risultassero sorteggiati pur avendo un’occupazione, rinuncino in favore di quelli che un’occupazione non l’abbiano. Anche in questo si spera nel livello di civiltà dei singoli.

Aspettiamo la reazione della Giunta in carica.

Regionali in Sardegna – LE JEUX SONT FAITS ?

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di Piero Murineddu

 

Dopo aver preso accordi e fatto calcoli,per lo più incentrati su quanti voti il tal candidato è in grado di prendere – eh si, perchè l’onestà, capacità e livello di dedizione altrui sono degli optional ! -,le liste elettorali sono pronte e l‘arrembaggio alla conquista del Palazzo Regionale è scatenato. Ops! Scusate l’espressione forte. Intendevo dire che il confronto dialettico e democratico per convincere i cittadini della bontà del proprio programma elettorale è aperto. Va meglio così? Bene. Tiriamo innanzi. Ai capolista, scelti tra coloro che hanno già dato dimostrazione di capacità amministrativa e godono di credito all’interno del partito, oltre che garantire un buon bacino di voti, la poltrona tra gli scranni regionali è pressochè assicurata. Le secondarie pedine in lista, in questo periodo stanno freneticamente recuperando le visite ai parenti che da molto tempo magari non vedono,oltre che moltiplicare lo sforzo per sfoggiare sorrisi e saluti che ordinariamente ci si sogna di vedere nei loro volti e uscire dalla loro bocca. Costoro sono onorati di vedere il proprio nome nei giornali e sono consapevoli di far parte di un progetto che porterà benessere e giustizia, cosa che evidentemente non si è realizzata con quelli che c’erano prima, oppure, per colpa degli oppositori o del Governo oltre Tirreno, quelli che c’erano prima non sono riusciti a concludere e, naturalmente, hanno bisogno di continuare il lavoro intrapreso, con energie rinnovate ed entusiasmo rinfrescato. Un esercito di volenterosi pronti a condurre la buona battaglia. Neanche a pensarci lontanamente che lo facciano per ambizione personale, per carrierismo o per avere in qualche modo le mani in prossimità della…torta. Certo, gli ultimi ( e penultimi, e terzultimi….) esempi di politici indagati o arrestati perché accusati di avere usato denaro pubblico per scopi che proprio fini istituzionali non avevano, farebbero venire qualche dubbio. E dopo, le remunerazioni. Quelli ufficiali intendo, non quelli eventualmente “sottobanco”. Certo è che sono un “tantino” esagerati. In confronto allo stipendio medio di un dipendente pubblico o di un operaio, indubbiamente sono – come dire – un’inaudito e dolorosissimo pugno nello stomaco che grida “vendetta”. Figuriamoci di un disoccupato desideroso di guadagnarsi da vivere onestamente ed è impossibilitato a farlo! E che pensare dei vitalizi di chi ha appoggiato il proprio culo sulla comoda poltrona per “almeno quegli anni” e ha pigiato man mano il pulsante istituzionale, il più delle volte su ordinazione,che un normale contribuente si sognerebbe mai di avere? Dal momento che solitamente sono considerato un “sognatore”, vi propongo uno di questi sogni, questa volta strampalato oltre ogni limite. Proviamo a pensare di vivere in una società dove il compito di amministrare la Cosa Pubblica non sia retribuito, dove lo si faccia per spirito umanitario e per puro spirito di servizio. Naturalmente a colui che dedica tempo e impegno per questo nobile scopo gli vengono ripagate o anticipate le spese vive, e se lavoratore, per quel tempo gli ci continua a mantenere lo stipendio, e se disoccupato, si metta in condizioni economiche dignitose per poter svolgere serenamente il compito sociale. Pensate che siano molti quelli che si candiderebbero? Certo, sicuramente ci sarebbero, perché persone che insieme al proprio legittimo bene vogliono anche quello degli altri ve ne sono, ma non credo proprio che si vedrebbero tutte queste cruenti lotte che abbiamo davanti agli occhi.

 

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Negli scambi d’opinione che avvengono nei moderni social network, molte volte superficiali e per slogan, ho notato che i fedelissimi di certi immacolati candidati sono impegnati a cantarne le lodi e ad esaltarne le gesta, mettendo magari in rilievo di avere ottenuto buoni vantaggi per il proprio territorio. Se ci si permette di dissentire o di avanzare il dubbio che non è tutto oro ciò che luccica, si viene accusati di disfattismo e sopratutto di essere “invidiosi”. Si, proprio così: invidiosi per la “posizione” altrui. Cioè, uno che serve il prossimo ha raggiunto una “posizione” di prestigio? Verrebbe da pensare che sia una claque organizzata, o peggio, che sia gente a cui è stato promesso qualcosa o che debba saldare un debito contratto. Mi auguro che così non sia. Mi auguro che le persone siano in buona fede e che se proprio vogliono lodare i propri beniamini, lo facciano con spirito di libertà e usando …argomenti.

REGIONALI 2014 IN SARDEGNA “Missionari” per la Grande Causa

 

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di Piero Murineddu


Ormai siamo agli sgoccioli. Tra qualche settimana i sardi saranno chiamati a scegliersi i “missionari” che per cinque lunghi anni dedicheranno tempo, intelligenza, fatiche, rinunce e quant’altro per rendere la vita dei loro conterranei più serena e meglio organizzata. In altre parole, migliore di come è stata finora.Invece di tornarsene alle loro precedenti occupazioni di persone “normali”, molti di questi gia sperimentati “missionari” hanno invece deciso di dedicarsi ancora al Bene Comune e prolungare la loro generosa dedizione a questa particolare missione. Ecco quindi che diversi sindaci in carica, incuranti dello sconforto in cui lasceranno i loro amministrati nel caso venissero eletti, hanno deciso di rispondere “obbedisco!” al Partito che li chiama per più alti e nobili compiti. Consiglieri uscenti sono impegnati a convincere i loro concittadini che sono disposti a riaffrontare gli immani sacrifici che saranno costretti a fare andando e tornando dal capoluogo sardo, pur di dare il loro determinante contributo per la grande Causa. E quale potrebbe essere questa “Grande Causa” per cui impegneranno anima e corpo? Vediamo d’ipotizzare.


Principalmente una Sardegna moderna e rispettosa dell’Ambiente, abitata da persone felici di crescere la loro famiglia con un lavoro dignitoso ed equamente retribuito,con ragazzi entusiasti di frequentare scuole veramente formative dove regna il rispetto e la valorizzazione del singolo.Giovani che frequentano università moderne e sono invogliati a dare il massimo di se stessi per far progredire economicamente e sopratutto culturalmente la terra che li ha generati.Una terra dove si lavora a tutti i livelli per costruire una convivenza giusta e pacifica,dove le basi militari e le fabbriche inquinanti sono solo un triste ricordo. Una terra dove i dipendenti pubblici sono sempre gentili e disponibili,anche perchè non scordano mai di essere retribuiti dalle stesse persone che devono servire con rispetto e gratitudine. Una terra dove chi sbaglia non viene marchiato a vita e può avere la possibilità di risarcire la collettività che ha offeso. Una terra dove vengono trovati modi per ascoltare il parere delle popolazioni prima d’imporre  dall’alto decisioni che riguardano la loro vita quotidiana. Una terra dove le miriadi espressioni artistiche vengono valorizzate e possono aiutare a rasserenarci, ad ingentilire gli animi e a guardarci con occhi di simpatia reciproca.E ancora, una terra dove gli ammalati vengono curati professionalmente da personale sensibile e capace e non costretti a viaggi della speranza perchè sfiduciati e diffidenti della Sanità locale. Una terra dove viene coltivata attivamente una cultura dell’accoglienza, dove cada la paura del “diverso” perchè convinti che la diversità può e deve arricchire. Una terra dove le assemblee civiche siano luoghi di ascolto reciproco e non di annientamento degli avversari  e dove si  lavori esclusivamente per il Bene di tutti. Una terra dove coloro che decidono d’impegnarsi in politica non lo facciano per acquisire privilegi ed assicurarsi sproporzionati compensi da loro stessi stabiliti, dove il ”far politica” non sia un mestiere a vita, e colui che pensa di aver ben operato non si senta insostituibile e si faccia volontariamente da parte per dare possibilità ad altri di fare altrettanto.Dove la parola Legalità abbia un significato univoco e divenga prassi normale. 


Ipotesi realizzabili? Per come attualmente siamo messi, sembrano traguardi irraggiungibili, ma la speranza non può venir meno, altrimenti verrebbe la voglia di vendere tutto e trasferirsi al di là del mare. Mi chiedo se qualcuno di questi esempi fatti rientrino fra gli obiettivi dei “candidati”, che secondo il significato del termine devono essere “puliti”, degni quindi di servire gli altri per le loro spiccate qualità morali, oltre che capacità umane ed intellettive.Credo che non sia solo mia la convinzione che se raggiunti, questi traguardi innalzerebbero qualitativamente non solo la vita di tutti noi, ma anche delle generazioni future. Grande è la responsabilità che hanno, e noi non possiamo limitarci ad essere spettatori passivi. Anche noi rientriamo in questa irrinunciabile Responsabilità. 

Alex Zanotelli “VITTIME DELL’IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE”

 Carlo    Lania     intervista   Alex   Zanotelli

 

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Padre Zanotelli: «L’economia è in mano a poche persone, e chi vuole sopravvivere deve migrare. Salvo poi essere cacciato quando non serve più. E in Italia la Chiesa ha tollerato questo razzismo di Stato»

 

«Rifletto da tempo sul pro­blema delle migra­zioni in chiave glo­bale. Siamo all’interno di un sistema economico-finanziario mon­diale che per­mette a pochi di diven­tare sem­pre più ric­chi a spese di molti morti di fame. Oggi circa il 20% della popo­la­zione, un miliardo di per­sone su sette, con­suma l’86% delle risorse. E soprat­tutto que­sto 20% ha in mano i soldi e può gestire il lavoro. Chiaro quindi che le per­sone vanno lì dove c’è la pos­si­bi­lità di avere una vita migliore. E’ il sistema che spinge la gente a migrare. Il para­dosso, anzi il dramma, è che le merci pos­sono pas­sare ovun­que, invece le per­sone no, anche se, ripeto, è lo stesso sistema che le obbliga a spo­starsi con il mirag­gio di una vita migliore. Allo stesso tempo si innal­zano muri, come quello tra Stati uniti e Mes­sico, oppure tra Israele e Pale­stina, o tra la Gre­cia e la Tur­chia, muri che ser­vono a bloc­care l’arrivo dei migranti. E dove que­sto non è pos­si­bile, come in mare, si prov­vede in altro modo, con le mis­sioni Fron­tex che ser­vono a bloc­care l’arrivo dei bar­coni cari­chi di dispe­rati. Sono le con­trad­di­zioni di que­sto sistema, che da una parte ti obbliga a migrare e dall’altra ti blocca alle frontiere.

Fron­tiere peri­co­lose. Padre Alex Zano­telli, secondo dati dell’Oim. l’Organizzazione inter­na­zio­nale per le migra­zioni, il 2013 è stato l’anno che ha fatto regi­strare il mag­gior numero di vit­time tra i migranti. In par­ti­co­lare al con­fine tra Stati uniti e Mes­sico e nel deserto dell’Africa occi­den­tale, lungo la rotta che porta fino in Libia.

Sì, spe­cie in Africa i morti sono tan­tis­simi. Ritengo che le vit­time del Medi­ter­ra­neo siano molte di più delle 20mila di cui si parla. Secondo alcuni studi tra il 2004 al 2008 sarebbe 42 mila, quindi pos­siamo imma­gi­nare che rea­li­sti­ca­mente più di 50 mila per­sone siano affo­gate nel Medi­ter­ra­neo. Senza con­tare quanti sono morti attra­ver­sando il deserto del Sahara. E’ un vero disa­stro quello che avviene in quella zone.

Si fugge dalla fame, ma anche dalle per­se­cu­zioni. Il 2013 è stato anche l’anno in cui, stando ai dati for­niti dall’Unhcr, si è regi­strato il mag­gior numero di profughi.

C’è pra­ti­ca­mente un intero con­ti­nente, l’Africa, in fuga. In Sud Sudan c’è una guerra civile in atto, così come in Cen­tra­frica. Gente che scappa da tutte le parti a causa della guerra o della fame. Da que­sto punto di vista dav­vero il 2013 è stato un anno estre­ma­mente pesante. Ricor­dia­moci che abbiamo tutto il Nord Africa per aria: dall’Egitto, che sta vivendo un momento dif­fi­cile, alla Tuni­sia, alla Libia. E poi il Mali, il Nord Nige­ria, il Niger, Ciad, Dar­fur, e ancora l’Eritrea con una dit­ta­tura che l’Italia sostiene. Sono tutte zone di una fra­gi­lità incre­di­bile, dalle quali le per­sone fug­gono e nes­suno riu­scirà a fer­marle. Uomini donne e bam­bini che arri­ve­ranno da noi, che noi lo vogliamo oppure no.

Eppure a fronte di que­sti drammi, l’Europa risponde con leggi che limi­tano sem­pre più gli ingressi.

Certo, per­ché si pre­fe­ri­sce la difesa dei pro­fitti anzi­ché quella dell’uomo. Ecco il tra­di­mento dell’economia e della finanza mondiale.

Ma è sem­pre stato così.

Si ma oggi è ancora peg­gio che in pas­sato, per­ché a gover­nare l’economia sono le ban­che il cui unico scopo è il profitto.

Le leggi però le fanno i governi.

E’ inu­tile par­lare dei governi. Chi decide vera­mente sono le ban­che, le mul­ti­na­zio­nali e le realtà finan­zia­rie. I governi sono solo dei para­venti utili a coprire le deci­sioni vere, che sono quelle economico-finanziarie. La poli­tica è subalterna.

C’è un’ipocrisia che carat­te­rizza l’occidente: chia­miamo «pro­fu­ghi» quanti scap­pano dalle guerre, ma non appena le stesse per­sone arri­vano in Europa, ecco che diven­tano «clandestini».

Que­sto vale soprat­tutto per l’Italia dove esite una legge assurda, la Bossi-Fini, che non rico­no­sce gli immi­grati come sog­getti di diritto ma solo come forza lavoro pagata a basso prezzo. E quando non ci serve più la riman­diamo al mit­tente. E’ la stessa legge che ha intro­dotto il reato di clan­de­sti­nità, una cosa gravissima.

Pensa che per quanto riguarda l’immigrazione la Chiesa abbia svolto fino in fondo il suo dovere?

Dob­biamo distin­guere, se par­liamo di Chiesa ita­liana oppure no. Su que­sto tema in Ita­lia la Chiesa sem­pli­ce­mente non c’è stata. Negli ultimi venti anni avrebbe dovuto cri­ti­care tutte le leggi sull’immigrazione, dalla Turco-Napolitano che ha intro­dotto Cpt, i cen­tri di per­ma­nenza tem­po­ra­nea per gli immi­grati, alla Bossi-Fini, ai decreti emessi da Roberto Maroni quando era mini­stro degli Interni. La Chiesa ita­liana avrebbe dovuto fare una cri­tica radi­cale di que­sto raz­zi­smo di Stato, ma così non è stato. Rin­gra­zio papa Fran­ce­sco per­ché è andato a Lam­pe­dusa dicendo: «Vengo a risve­gliare le vostre coscienze». Dove­vano essere i nostri vescovi ad andare a Lam­pe­dusa e dire le stesse cose, per­ché quello che avviene oggi su quell’isola è il risul­tato delle poli­ti­che adot­tate in que­sti ultimi venti anni. Da parte della Con­fe­renza epi­sco­pale, invece, è man­cata que­sta cri­tica. Ricor­dia­moci che la Costi­tu­zione ita­liana è stata scritta da pro­fu­ghi ed esi­liati poli­tici una volta rien­trati in patria dopo il fasci­smo e cita per due volte il diritto all’asilo poli­tico. Eppure dopo 60 anni di sto­ria repub­bli­cana non abbiamo ancora una legge sul diritto all’asilo politico.

don TONINO BELLO e LA PACE

“La pace come cammino”

 

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http://www.youtube.com/watch?v=jHHPNE7WG5I

 

di don Tonino Bello

 

A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici.

Raramente sentiamo dire: “Quell’uomo si affatica in pace”, “lotta in pace”, “strappa la vita coi denti in pace”…

Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni: “Sta seduto in pace”,  “sta leggendo in pace”,  “medita in pace” e, ovviamente, “riposa in pace”.

La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante. Più il comfort del salotto che i pericoli della strada. Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi. Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli. Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato. Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.

Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non e’ un dato, ma una conquista.

Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo.

La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.

Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”.

Sì, la pace prima che traguardo, è cammino. E, per giunta, cammino in salita.

Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali ed i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni.

Forse anche le sue soste. Se è così, occorrono attese pazienti.

E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte.

Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai – su questa terra s’intende – pienamente raggiunta.

 

Sul terreno della pace non ci sarà mai un fischio finale che chiuda la partita:

bisognerà sempre giocare ulteriori tempi supplementari

Un saggio orientale diceva che, se lui avesse avuto per un attimo l’onnipotenza di Dio, l’unico miracolo che avrebbe fatto sarebbe stato quello di ridare alle parole il senso originario. Sì, perché oggi le parole sono diventate così “multiuso”, che non puoi più giurare a occhi bendati sull’idea che esse sottendono. Anzi, è tutt’altro che rara la sorpresa di vedere accomunate accezioni diametralmente opposte sotto il mantello di un medesimo vocabolo. Guaio, del resto, che è capitato soprattutto ai termini più nobili; alle parole di serie A; a quelle, cioè, che esprimono i sentimenti più radicati nel cuore umano come pace, amore, libertà. A dire il vero, per quel che riguarda la pace, pare che questa “sindrome dei significati stravolti” fosse presente anche nei tempi remoti, se è vero che perfino in un salmo della Bibbia troviamo denunce del genere: “essi dicono pace, ma nel loro cuore tramano la guerra”. Su quale pace scommettere? Con questo non si vuol dire che il termine “pace” indichi inequivocabilmente una realtà così precisa e dai contorni così ben definiti, da escludere nettamente zone di valori limitrofi. E’ difficile tracciare la linea di demarcazione che distingue l’area della pace da quella propria della libertà, o della giustizia, o della comunione, o del perdono, o dell’accoglienza, o della verità. Ed è fatica improba disegnare sulle mappe lessicali gli spartiacque di questi valori. Sicché, se le immagini possono aiutarci a capire, dovremmo dire che la pace più che una stella è una galassia, più che un’isola è un arcipelago, più che una spiga è un covone. A fare difficoltà, però, non è lo sfumare della pace propriamente detta nelle fasce degli altri concetti viciniori con i quali, per così dire, essa ha rapporti stretti di consanguineità. Ciò che crea problemi, invece, è quella terribile operazione di contrabbando secondo cui si espongono nella medesima vetrina, magari con la medesima etichetta, prodotti completamente diversi. Diciamocelo francamente: la pace la vogliono tutti, anche i criminali; e nessuno è così spudoratamente perverso, da dichiararsi amante della guerra. Ma la pace di una lobby di sfruttatori è la stessa perseguita dalle turbe degli oppressi? La pace delle multinazionali coincide con quella dei salariati sotto costo? La pace voluta dai dittatori si identifica con quella sognata dai perseguitati politici? E sul vocabolario del regime di Pretoria, la definizione di pace suona allo stesso modo che sul vocabolario delle vittime delI’apartheid ? Come si vede, è necessario evitare il rischio di pericolose contraffazioni. Pertanto, si rende indispensabile, almeno per noi credenti, fissare dei criteri sulla cui base selezionare il genere di pace, per il quale valga la spesa di impegnarsi in una scommessa. Non scommettere sulla pace che non venga dall’alto: è inquinata. Dire che la pace è un dono di Dio sta diventando purtroppo uno slogan pronunciato da noi cristiani senza molta convinzione e usato come formula di maniera. Tutto sommato, all’atto pratico facciamo affidamento più sulle mediazioni diplomatiche che sull’implorazione, più sulla bravura delle cancellerie della terra che sulla forza impetrativa della preghiera, più sull’abilità dei politici che sulla tenacia dei contemplativi. Preghiamo, questo sì, per la pace. Ma di essa abbiamo una concezione maledettamente tolemaica: il cielo sembra che le ruoti attorno solo per fecondarne lo sviluppo e per incoraggiarne la crescita. Ebbene, considerare la pace come acqua ricavata dai nostri pozzi è un tragico errore di prospettiva di cui, prima o poi, pagheremo le spese col prosciugamento o con l’inquinamento delle falde freatiche. Quando la riflessione delle nostre comunità riuscirà a scoprire che i pozzi della pace sono le stimmate del Risorto? Non scommettere sulla pace non connotata da scelte storiche concrete: è un bluff. Se, per un verso, non è infrequente l’equivoco su descritto, che potremmo designare come l’eresia del “pelagianesimo della pace”, per un altro verso non è raro il rischio opposto che è quello del disimpegno, coperto oltretutto dall’alibi comodo che la pace è una realtà “oriens ex alto”, proveniente dal Cielo. Occorre scongiurare questa specie di fatalismo che fa ritenere inutili, se non addirittura controproducenti, le scelte di campo, le prese di posizione, le decisioni coraggiose, le testimonianze audaci, i gesti profetici. E’ vero, la pace è un’acqua che scende dal cielo: ma siamo noi che dobbiamo canalizzarla affinché, attraverso le condutture appropriate della nostra genialità, giunga a ristorare tutta la terra. Ecco perché è un “bluff” limitarsi a chiedere la pace in chiesa, e poi non muovere un dito per denunciare la corsa alle armi, il loro commercio clandestino, e la follia degli scudi spaziali. Per impedire la crescente militarizzazione del territorio. Per smascherare la logica di guerra sottesa a tante scelte pubbliche e private. Per indicare nelle leggi dominanti di mercato i focolai della violenza. Per accelerare l’accoglimento di criteri che favoriscano un nuovo ordine economico internazionale. Per tracciare i percorsi concreti di una educazione autentica alla pace. Per esporsi, magari anche con i segni paradossaIi ma eloquenti dell’obiezione di coscienza, in tutte le sue forme, sui crinali della contraddizione. Non scommettere sulla pace che prenda le distanze dalla giustizia: è peggio della guerra. La Bibbia allude spesso ad abbracciamenti tra pace e giustizia simili a quelli tra madre e figlia, o tra due amanti comunque. Frutto della giustizia è la pace, dice Isaia in uno splendido passo. E il salmo 85 parla così apertamente di baci tra i due partners, che non mancano coloro a cui verrebbe il sospetto che questi rapporti abbiano del torbido, e calpestino il cosiddetto elementare senso del pudore. In effetti, è un’accoppiata che fa scandalo. Tant’è che molti agenti della “buon costume” preferirebbero che le due imputate se ne tornassero ciascuna a casa sua e rientrassero, per così dire, a vita privata. Parlando fuori parabola, non è difficile capire come ai ben pensanti che quasi sempre coincidono con i garantiti di turno, dà fastidio questa scoperta biblica, recente tutto sommato, del legame esistente tra pace e giustizia. Pace, sì. Ma che c’entrano i 50 milioni di esseri umani che muoiono ogni anno per fame? Sulla pace non si discute. Ma che cosa hanno da spartire con essa i discorsi sulla massimizzazione del profitto? La pace, va bene. Ma non sa di demagogia chiamare in causa, ad ogni giro di boa, le divaricazioni esistenti tra Nord e Sud della terra? Pace, d’accordo. Ma è proprio il caso di tirare in ballo la ripartizione dei beni, o i debiti del terzo mondo, o le manipolazioni delle culture locali, o lo scempio della dignità dei poveri? Attenzione! E’ in atto una campagna “soft” che spinge pace e giustizia alla “separazione legale”, con espedienti che si vestono di ragioni morali, ma camuffano il più bieco dei sacrilegi. Non scommettere sulla pace che si proclami estranea al problema della salvaguardia del creato: è amputata. Qualcuno potrebbe pensare che il bisogno di allargare i consensi, con l’ammiccamento ai temi di moda, abbia provocato l’inclusione del problema ambientale nell’area degli interessi di coloro che si battono per la pace. Non è così. Alla radice di questa coscienza, che potremmo chiamare “trinitaria”, visto che la pace oggi si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato, c’è la constatazione che, a produrre tanti guasti inesorabili della natura, è sempre il seme del profitto. Lo stesso che genera le guerre. L’utero che partorisce la guerra è sempre gravido, diceva Brecht. E i suoi parti sono trigemini, dal momento che, oltre alla guerra e all’ingiustizia, si porta dentro anche il mostro ecologico. Isaia le aveva intuite prima di noi queste articolazioni, quando annunciava la discesa dello Spirito che avrebbe trasformato il deserto in giardino, all’interno del quale sarebbe fiorito l’albero della giustizia, sui cui rami sarebbe spuntato il frutto della pace. “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino…e la giustizia regnerà nel giardino…e frutto della giustizia sarà la pace” (32,15-17). Non scommettere sulla pace che sorrida sulla radicalità della nonviolenza: è infida. E’ giunta l’ora in cui occorre decidersi ad arretrare (arretrare o spingere?) la difesa della pace sul terreno della nonviolenza assoluta. Non è più ammissibile indugiare su piazzole intermedie che consentano dosaggi di violenza, sia pur misurati o prevalentemente rivolti a neutralizzare quella degli altri. Richiamarsi al dovere di “camminare con i piedi per terra”, e fare spreco di compatimento sul preteso “fondamentalismo” degli annunciatori di pace, significa far credito alle astuzie degli uomini più di quanto non si faccia assegnamento sulle promesse di Dio. La nonviolenza è la strada che Gesù Cristo ci ha indicato senza equivoci. Se su di essa perfino la profezia laica ci sta precedendo, sarebbe penoso che noi credenti, destinati per vocazione a essere avanguardie che introducono nel presente il calore dell’utopia evangelica, scadessimo al ruolo di teorizzatori delle prudenze carnali . Il grande esodo che oggi le nostre comunità cristiane sono chiamate a compiere è questo: abbandonare i recinti di sicurezza garantiti dalla forza per abbandonarsi, sulla parola del Signore, alla apparente inaffidabilità della nonviolenza attiva. Non scommettere sulla pace che non provochi sofferenza: è sterile. Il grande teologo protestante Bonhoeffer parlava di “grazia a caro prezzo”. Forse è ora che ci abituiamo a pensare che anche la pace ha dei costi altissimi. I prezzi stracciati destano sospetto. Gli sconti da capogiro inducono a credere che la merce è avariata. Le svendite fuori stagione sanno di ambiguità. E le allettanti offerte sottocosto fanno pensare ai surrogati. La pace non è il premio favoloso di una lotteria che si può vincere col misero prezzo di un solo biglietto. Chi scommette sulla pace deve sborsare in contanti monete di lacrime, di incomprensione e di sangue. La pace è il nuovo martirio a cui oggi la Chiesa viene chiamata. L’arena della prova è lo scenario di questo villaggio globale che rischia di incenerirsi in un olocausto senza precedenti. E come nei primi tempi del cristianesimo i martiri stupirono il mondo per il loro coraggio, così oggi la Chiesa dovrebbe fare ammutolire i potenti della terra per la fierezza con cui, noncurante della persecuzione, annuncia, senza sfumare le finali come nel canto gregoriano, il vangelo della pace e la prassi della nonviolenza. E’ chiaro che se, invece che fare ammutolire i potenti, ammutolisce lei, si renderebbe complice rassegnata di un efferato “crimine di guerra”. Ma, grazie a Dio, stiamo assistendo oggi a una nuova effusione dello Spirito che spinge la Chiesa sui versanti della profezia e le dà l’audacia di sfidare le trame degli oppressori, i sorrisi dei dotti, e le preoccupazioni dei prudenti secondo la carne. Non scommettere sulla pace come “prodotto finito”: scoraggia. La pace è una meta sempre intravista, e mai pienamente raggiunta. La sua corsa si vince sulle tappe intermedie, e mai sull’ultimo traguardo. Esisterà sempre un “gap” tra il sogno cullato e le realizzazioni raggiunte. I labbri delle conquiste non combaceranno mai con quelli dell’utopia, e il “già” non si salderà mai col “non ancora”. Ciò vuol dire che sul terreno della pace non ci sarà mai un fischio finale che chiuda la partita, e bisognerà giocare sempre ulteriori tempi supplementari. Tutto questo può indubbiamente provocare delusioni e stanchezza, creando collassi operativi e crisi da insuccesso. Ma chi è convinto che la pace è un bene la cui interezza si sperimenterà solo nello stadio finale del Regno, troverà nuovi motivi per continuare la corsa anche nella situazione di scacco permanente in cui è tenuto dalla storia. Cristo, nostra Pace, non delude Coraggio, allora! Nonostante questa esperienza frammentata di pace, scommettere su di essa significa scommettere sull’uomo. Anzi, sull’Uomo nuovo. Su Cristo Gesù: egli è la nostra Pace. E lui non delude. Del resto anche lui, finché staremo sulla terra, sarà sempre per noi un Ospite velato. Faremo di lui un’esperienza incompleta, e i suoi passaggi li scorgeremo solo attraverso segni da interpretare e orme da decifrare. Faccia a faccia, così come egli è, lo vedremo solo nei chiarori del Regno di Dio. Allora, come per una arcana dissolvenza, le linee con cui abbiamo tenacemente disegnato la pace quaggiù si ricomporranno nella luce dei suoi occhi e assumeranno finalmente i tratti del suo volto. E la realtà, stavolta, sopravvanzerà il sogno. Ma qui siamo già alle soglie del mistero!

(*) ANTONIO BELLO. Sui sentieri di Isaia, Molfetta, Editrice La Meridiana, 1989, p. 11-21

SILENZIO per ASCOLTARE e COMUNICARE

 

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L’ascolto. L’ho sempre considerato elemento  essenziale nella relazione interpersonale. E’ una capacità difficile d’apprendere e da praticare,di conseguenza molto rara. Non ci vuole molto per ammettere che  i  contatti che giornalmente abbiamo coi nostri simili spesso sono poveri proprio per mancanza di ascolto reciproco. I rapporti significativi lo sono perché ci si sente ascoltati, per l’appunto. E’ un argomento troppo importante per non essere approfondito. Per adesso preferisco rileggere e proporre ai miei pochi lettori questo grande insegnamento del popolo Dakota riguardo al silenzio, altro elemento fondamentale per imparare l’arte di ascoltare.

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L’educazione al silenzio, al tacere, iniziava molto presto.Insegnavamo ai nostri bambini a sedere in silenzio e a gioirne.Noi insegnavamo loro a utilizzare i sensi, a percepire i diversi odori, a guardare quando all’apparenza non c’era nulla da vedere, ed a ascoltarla con attenzione, quando tutto appariva totalmente tranquillo.Un bambino che non sa sedere in silenzio, è rimasto indietro nel suo sviluppo.Un comportamento esagerato,appariscente, noi lo respingevamo come falso e un uomo che parlava senza pause, era considerato maleducato e distratto.Un discorso non veniva mai iniziato precipitosamente nè condotto frettolosamente. Nessuno poneva affrettatamente una domanda, fosse stata anche molto importante, e nessuno era costretto ad una risposta.Il vero modo cortese d’iniziare, era un momento di silenziosa riflessione insieme; ed anche durante i discorsi, facevamo attenzione ad ogni pausa, nella quale l’interlocutore rifletteva e pensava.Per i Dakota il silenzio era eloquente. Nella disgrazia e nel dolore, quando la malattia e la morte, offuscavano la nostra vita, il silenzio era un segno di stima e di rispetto; altrettanto quando ci colpiva l’incantesimo di qualcosa di grande e degno di ammirazione.Per i Dakota il silenzio aveva una forza ben più grande della parola.

 

 

LA GRANDE UMANITA’ DI ENZO BIANCHI

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Quest’intervista che Enzo Bianchi, priore del monastero interconfessionale di Bose, ha rilasciato al settimanale “L’Espresso”, è da leggere e gustare. Lentamente. Senza fretta. A me ha riscaldato il cuore e riacceso la speranza. Lontano dalla baldoria,la rileggerò nelle ore che ci condurranno al nuovo anno, ancora più lentamente e senza fretta alcuna.Ogni tanto m’interromperò e guarderò il suo intenso sguardo.

http://www.monasterodibose.it/images/stories/priore/articoli_riviste/13_12_22_articolo_espresso.PDF

 

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Per onorare i nostri vecchi

Lettera di un padre a un figlio
( anonimo )

Salustiano Sanchez-Blazquez

 

Se un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi … abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo.

Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose … non mi interrompere … ascoltami. Quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi.

Quando non voglio lavarmi, non biasimarmi e non farmi vergognare … ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.

Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico: ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc.
Quando a un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso … dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire ….. la cosa più importante non è quello che dico, ma il mio bisogno di essere con te e averti lì che mi ascolti.

Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo, non trattarmi come fossi un peso; vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.

Quando dico che vorrei essere morto … non arrabbiarti; un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.

Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te e che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te.

Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza; in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio

Mani che cercano un appiglio (Rita Clemente)

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DEDICATA AI RIFUGIATI

di Rita Clemente

Quelle mani che cercano un appiglio
Quelle ossa che cercano riposo
Quelle voci che cercano risposta
Quegli occhi che cercano un senso
Quella mente che spera in un futuro…

Abbiamo lasciato
il padre e la madre
Soli, curvi e vecchi
Portiamo con noi
il germe dei figli
Perché dopo di noi
appaia una cometa.

Ma troppi abbandonati nel tragitto
sono arida pietra sotto un sole cattivo
Forse erano amici, forse con l’ultimo singulto
chiedevano aiuto, con troppo debole voce.

Non attraversammo
strade di paradiso,
i predoni del tempo
e del nostro destino
rubarono ai vecchi
perfino la pelle
perché la cometa
potesse non svanire
dentro un sepolcro.

Altri giunsero in caverne disumane
Dove uomini come loro, nervi e pelle
E sangue e sterco e anima oscurata
Di loro fecero scempio, nel buio di urla ignorate.

Le nostre donne
pagarono
un prezzo più alto
i loro corpi,
un sovrappiù
di compenso
i loro corpi,
straziati ricettacoli
di figli,
figli del nulla,
figli della nuda atonia.

Lontano, in troppo alti inferni damascati
Con firme tracciate a premessa di long drink assassini
Si giocavano a dadi inestricabili agonie
Nell’attesa perduta in notti senza più data.

Ma noi
che attraversammo
i gironi dell’inferno.
E, grazie alle povere vite
vendute ai mercati,
strappammo
un lasciapassare
insidioso,
noi ci imbarcammo
con sfide più atroci
di un destino segnato.

Quattro, venti, cinquanta, duecento,
numeri su numeri dentro una liquida minaccia
a tenersi ben strette le reliquie delle madri
a leggere preghiere strappate e volatili addii.

Quanti di noi
hanno lasciato
un sospiro a metà
Sul mare insidioso?
Se ci guardiamo attorno,
nello spazio informe
che non è patria
e non è rifugio
solo la Morte ci accoglie,
come suoi biechi trastulli.

Quelle mani che cercano un appiglio
Quelle ossa che cercano riposo
Quelle voci che cercano risposta
Quegli occhi che cercano un senso
Quella mente che spera in un futuro…

Né morte né vita
racconteranno
un lieto fine
in purgatori
senza ascesa al cielo
Ma voi che potete,
pensate
che abbiamo un nome
e ricordi,
e una madre,
e una stella cometa…