Autore archivio: piero-murineddu

Passiva rassegnazione davanti a quanto accade? Assolutamente no!

Dallo sciopero della Rai squilli di rivolta per il giornalismo italiano

Pier Giorgio Pinna

 

Intromissioni partitiche, manovre finanziarie, input imprenditoriali, veleni, silenzi, distorsioni, propagande.

E, mai come in questi ultimi anni, menzogne per “costruire il nemico” con metodi da talk.

In tempi di guerra il blocco di sistema politica/affari/giornalismo costituisce un’emergenza democratica. È un’arma potentissima nelle mani di chi fabbrica le vere armi, poi le vende alimentando i conflitti, comprandosi magari nel frattempo qualche testata a sostegno delle fabbriche di morte. Ed è un’arma letale nelle mani di chi controlla i media non per favorire un’editoria sana, ma solo per tutelare interessi in altri settori e alimentare speculazioni attraverso strategie di marketing e sovranità degli algoritmi.

La Sardegna, per versanti prevalenti, non fa eccezione. Anzi: quasi tutta l’informazione è pervasa da un’aura di ineluttabilità.

Inevitabilità verso il mantenimento di poligoni, basi, esercitazioni e servitù militari.

Inevitabilità verso l’approvazione in parlamento di nuove missioni cosiddette di pace con mezzi e battaglioni che continuano a utilizzare l’isola come piazzaforte “di prove belliche” nel Mediterraneo.

Inevitabilità verso la pregiudiziale esclusione di qualsiasi alternativa diplomatica da parte di troppe direzioni giornalistiche sarde e non sarde, come l’avvio di negoziati internazionali e cessate il fuoco.

Sentir dire e crederci è un tutt’uno: grazie a quel potere della disinformazione che Mussolini, Stalin, Goebbels conoscevano bene, e oggi conoscono altrettanto bene imperialisti vecchi e nuovi. Ma adesso c’è più di un’aggravante. La prima è che l’opinione pubblica, la maggioranza almeno, nonostante il bombardamento mediatico, continua a essere pervicacemente contraria alla guerra. La seconda: la stessa opinione pubblica, la sua maggioranza, pur contraria alla guerra non partecipa che marginalmente alle mobilitazioni indette dai diversi soggetti che le promuovono.

Ciò dimostra, insieme alla rassegnazione diffusa, la sfiducia totale nel sistema politico e della rappresentanza che coinvolge pressoché quasi ogni soggetto – “tanto son tutti uguali” – e rende inefficace l’opposizione. Però, con i dovuti distinguo, l’informazione in larga misura non aiuta a impedire i cortocircuiti che ne derivano. Il che rappresenta un’ulteriore aggravante.

Nel frattempo sul web, molto spesso, le reti social non filtrano il vero dal falso. Ci sono siti che producono news truccate, troll e robot che le amplificano seminando scontri, insulti, infamie. E anche le fonti ufficiali che fanno capo agli organi di comunicazione tradizionali di frequente agiscono per iniziative e promozioni preconfezionate. Prevale così il giornalismo che indica il tema scelto del giorno e basta, senza mai analisi complesse e testimonianze prive di pregiudizi. Dominano invece l’approssimazione e il plausibile, gli spettacoli di parole, gli show ammiccanti. Così come le gabbie a effetto per i click e i titoli di scatola su ipotesi non verificate. Insomma: nel caso dei conflitti in atto è il gatto con l’elmetto e il giubbotto antiproiettile che si morde la coda. Una spirale perversa.

Sul perché attraversiamo questo momento esistono ragioni complessive generali: di tipo globale, per così dire, e ragioni territoriali più specifiche, nel nostro caso legate all’area del Mediterraneo. Per esempio, in Italia nell’ultimo quarto di secolo è aumentata a dismisura la concentrazione delle testate e dei mezzi di produzione nelle mani di non-editori: a improvvisarsi eredi di Caracciolo, Olivetti e Longanesi sono perlopiù finanzieri, industriali e operatori con interessi in ambiti diversi, spesso stretti a doppio filo con politici delle maggioranze di governo (e non solo). Dalle precedenti lottizzazioni sino a oggi, poi, la pressione dei partiti sulla Rai si è trasformata in occupazione. Assetto di potere assoluto dov’è facile manipolare le scelte verso le sole impostazioni di notizie utili alle tattiche di governo. E quindi in favore di un’escalation bellica.

Intanto spadroneggiano Mediaset e gli alleati dell’ex capo di Forza Italia Berlusconi nelle tv e radio private da un lato, mentre si estendono le multinazionali che controllano social e siti su internet dall’altro lato. Tutti soggetti che, nelle tv e in rete, hanno raggiunto posizioni monopolistiche tali da rendere residuale la quasi totalità dei tentativi di contro-informazione fatti da piccole emittenti o blog alternativi rispetto a propagande dominanti in campo pubblicitario e bellico. È diventata “legge della fisica”, perfino nella stessa categoria dei comunicatori, l’idea mistificante secondo cui il declino della carta stampata sta segnando la fine del giornalismo. Mentre questo assioma, idolatrato da integrati a senso unico del web, serve semplicemente a bloccare l’avvio di quei network fondati sul mix sistematico di tutti i mezzi insieme (tv, radio, online, quotidiani e periodici). Mix in altri paesi da tempo alla base di sfide moderne: dalla multimedialità alle interazioni per un citizen journalism il passo può rivelarsi breve, ma pericoloso per certi manovratori lasciati per ora indisturbati. Resistenze e controriforme perciò partono anche da qui.

Nelle recentissime vicende belliche, tra mille depistaggi, il fumo delle bugie virali è arrivato a oscurare addirittura le informazioni sulla disinformazione. Con la copertura e le connivenze di non pochi giornalisti di regime o semplicemente di redattori organici alla mistica della guerra. Da qui i copia incolla, le omesse citazioni delle fonti, la caduta in ogni sorta di trappola tesa dagli apparati dei servizi segreti militari e dai ministeri per la comunicazione degli Stati coinvolti nei 40 conflitti che insanguinano il pianeta. Con l’Italia che non fa certo mancare la sua impronta negativa per via degli interessi economici in Libia e nell’Africa centrale. E con la Sardegna ritornata al centro di test esplosivi e war games. Non è quindi fortuito che da noi si stia in coda alle classifiche sulla libertà di stampa, come risulta da recenti statistiche internazionali, e che l’Italia perda posizioni su posizioni in graduatoria di anno in anno. Ma non c’è unicamente la disinformazione. Esiste “l’assenza”: ossia l’eliminazione a priori degli avvenimenti “fastidiosi”. La cancellazione. La rimozione. La sparizione dei fatti. Un primo caso significativo: mesi fa quanti sapevano in Italia della convocazione dei Brics – la rete dei paesi emergenti non allineati – prima dell’effettivo svolgimento del vertice in Sudafrica? Non se n’è parlato. E poco si è parlato dell’allargamento del fronte economico anti-USA. Così come dell’annuncio della visita “a sorpresa” di Xi in Europa.

In definitiva: mancano sempre più news sostanziali. E si possono fare altri esempi. Chi più ne ha più ne metta:

– la scomparsa quasi simultanea delle pagine di commenti e lettere, così come la soppressione delle rubriche in difesa dei cittadini/lettori.

– il triplicarsi dell’odio da sfide sanguinarie che cinicamente scorre sul web.

– un certo giornalismo che in partenza limita o annulla gli spazi per notizie su proteste civili e critiche pacifiche.

– un’impalcatura pseudo comunicativa priva d’interattività con i propri referenti.

– menzogne a raffica rese virali e diffuse con ogni mezzo.…

Per tutti questi motivi, e non da adesso, tra i media più seri sta prendendo corpo il lavoro per depotenziare le bugie virali. La disinformazione ha fatto nascere moltissimi siti di Fact Checking, o di riscontro: converrà d’ora in poi farci ricorso più spesso. Anzi, in maniera sistematica, dopo la corsa al riarmo e il pericolo di catastrofi atomiche.

E allora: come reagire?

Come superare il numero infinito di trappole – online, in tv e su carta – tese per oscurare la verità dei fatti?

Come aggirare gli interessi di chi fa circolare solo alcune notizie di comodo e ne occulta altre?

Intanto possiamo rafforzare il senso critico nell’opinione pubblica, a partire da scuole e università. Domandarci ancora più a fondo che cosa stia accadendo a due anni e mezzo dall’invasione dell’Ucraina e a sei mesi dall’ennesima crisi in Medio Oriente. E chiederci nel frattempo che cos’è successo ancora prima e che accade ogni giorno in un’Africa sconvolta da violenze e combattimenti. E riflettere sull’inferno di fuoco che può scatenarsi attorno a Taiwan proprio mentre il leader cinese fa un tour in Europa. E che cosa continua succedere davvero in Siria, Iraq, Iran, Afghanistan. Ci deve interessare come ripristinare un flusso corretto e attendibile d’informazioni. Attraverso il coinvolgimento di specialisti e la restituzione ai redattori dei loro compiti di mediatori indipendenti tra fatti e racconto di quei fatti con controlli approfonditi.

Attualmente sono tante le iniziative sul piano delle comunicazioni che si moltiplicano contro le guerre. Anche in Italia. E anche in Sardegna. Segnali piccoli e grandi: uniti insieme possono fare la differenza rispetto al recente passato. In Sardegna e altrove in Italia arrivano dalle 600 sigle anti militariste laiche e cristiane. Negli scorsi mesi Cagliari ha ospitato il grande fotografo Don McCullin per una sua mostra d’immagini tragicamente emblematiche. Poi lui stesso ha dichiarato ai microfoni della Rai: “Ho visto centinaia di persone morire per le guerre, gli unici che oggi biasimo sono i politici che continuano a incoraggiare i conflitti anziché la pace”. Da poco l’Unione europea ha reso noto un bando, stanziando oltre un milione, per sollecitare istituzioni, enti e fondazioni a mobilitarsi contro i depistaggi sull’Ucraina. Da poco, persino il papa è intervenuto sul giornalismo divisivo paragonandolo allo sterco del diavolo.

La rete di giornalisti liberi #nobavaglio incrementa adesioni e iniziative. Nel frattempo, ovunque, non cessano sit in, flashmob, banchetti, raccolte di firme, interventi dei movimenti, mobilitazioni di attivisti. Ma tutto questo non basta. C’è l’urgenza assoluta di maggiore coesione per una svolta che faccia prevalere la non violenza attiva persino nelle comunicazioni. C’è bisogno di liberare le notizie per vincere le tattiche dei guerrafondai. E c’è la necessità di un giornalismo trasparente a favore dell’unico soggetto legittimato a pretendere la cessazione delle guerre: il popolo sovrano.

Dobbiamo batterci con incisività perché l’informazione è come il pane: se manca o è indigesta si vede, si sente. Perciò niente più ragazze/reporter e ragazzi/redattori nel coro di bande militari. Vogliamo giornalisti – senza aggettivi – che facciano il loro mestiere. E gente che interagisca con lo scopo reciproco di ridare chance alla pace. Così come abbiamo bisogno di ritrovare unità nelle manifestazioni per questi scopi. Basta violenze, distruzioni, rischi nucleari. E basta intimidazioni verso i redattori che scioperano per protesta e pressioni contro chi nel mondo della comunicazione fa semplicemente il proprio onesto lavoro.

Troppi tra loro – magari poco noti al grande pubblico – oggi si trovano al centro di attacchi squadristi o di minacce da parte della criminalità. Pensiamo a loro, sosteniamoli, difendiamoli. Non pensiamo più agli arlecchini servitori di tutti che passano da un padrone all’altro a suon di milioni: e se i falsi litigi tra pseudo star c’infastidiscono davvero, ignoriamoli. Ma non lasciamo più solo nessun professionista e nessun cittadino di fronte agli assalti delle garanzie costituzionali.

Ne va della libertà di tutti.

Manifesto/appello per una scuola dell’ Inclusione

 

Noi, docenti delle scuole primarie, secondarie, dell’università e dell’alta formazione, li vogliamo tutti assieme, nelle stesse classi, a seguire un percorso che dia a tutti le stesse opportunità nel rispetto delle specifiche potenzialità.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, fianco a fianco, perché ogni alunno, ogni studente, a prescindere dalle sue esigenze personali, rappresenta una risorsa per tutti.

Li vogliamo lì tutti assieme, nelle stesse classi, perché ognuno di loro porta un contributo di capacità, di competenza, di sensibilità, lavorando ad un progetto comune di crescita umana e didattica.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, anche se questo aumenta le nostre responsabilità, spesso ci carica di un lavoro stressante e non sempre riconosciuto, ma sappiamo che è indispensabile realizzare una scuola dell’inclusione e valorizzazione delle diversità se si vogliono raggiungere risultati importanti nella progettazione didattico-educativa.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, dove è possibile creare un ambiente dove ognuno, adeguatamente supportato, può raggiungere il suo potenziale di capacità e conoscenze.

Chi non li vuole lì non comprende che sono proprio gli alunni/studenti con particolari esigenze ad offrire ai loro compagni un’occasione irripetibile di confronto e di conoscenza, indispensabile per orientarsi in una società sempre più complessa e multiforme.

Noi li vogliamo lì, nelle stesse classi, vogliamo sentire le loro voci, ognuna diversa dall’altra, vogliamo essere disturbati dalle loro risate o dalle loro lacrime, vogliamo sentirli tutti uguali e tutti protagonisti di questa fondamentale storia collettiva che è la scuola.

 

Per firmare

https://www.change.org/p/tutti-assieme-nelle-stesse-classi?recruited_by_id=1d69b590-06e1-11ef-80bd-9b47caaea400&utm_source=share_petition&utm_campaign=psf_combo_share_initial&utm_term=share_for_starters_page&utm_medium=copylink

Mettiamci al lavoro!

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di Tony Robinson

Per oltre 200 giorni, dal 7 ottobre scorso, la popolazione occidentale, precedentemente ignara, ha assistito alla brutale oppressione dei palestinesi nella loro patria. I disperati tentativi da parte dei governi occidentali di sostenere i leader genocidi di Israele hanno contribuito a rivelare le loro tendenze autoritarie e fasciste.Le sofferenze del popolo palestinese sono l’emblema di un sistema globale che pone il denaro come valore primario della società.

In questo contesto si inserisce la necessità di rafforzare un movimento nonviolento per il cambiamento sociale e personale.
La stragrande maggioranza della popolazione mondiale – coloro che non erano ancora a conoscenza della terribile condizione del popolo palestinese, da quando la LORO TERRAl è stata palesemente sottratta con un accordo mediato da uomini bianchi e cristiani in terre straniere, al fine di promuovere il proprio antisemitismo, credendo di placare così il senso di colpa collettivo per l’Olocausto durante il regno omicida nazista negli anni ’30 e ’40 – oggi assiste con orrore alla campagna di Israele per lo sterminio dei palestinesi e di ciò che rimane delle loro terre, che prosegue senza sosta.

A nulla valgono gli appelli rivolti a Israele dalla Corte Internazionale di Giustizia a fermare le sue azioni assassine e malvagie: Israele continua per la sua strada, finanziato e rifornito di armi da tutti quei Paesi occidentali che contemporaneamente, in tutta serietà e nella completa incoscienza, invocano il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

L’inganno è a dir poco sconcertante, così come lo sono i profitti dei produttori di armi. Sempre più persone stanno iniziando a sperimentare la scomoda sensazione di dissonanza cognitiva nella propria testa, quando tutti i fatti vengono messi in evidenza, sono davanti agli occhi e ci si rende conto che in effetti qualcun altro ci sta vendendo un mucchio di fandonie.

“Non posso credere che il governo israeliano ci abbia mentito”. “Non posso credere che il mio governo ci stia mentendo”. “Non posso credere che i media distorcano la verità in questo modo”. “Non posso…”

E naturalmente, quando si scopre che il proprio governo e i media sono eccome in grado di mentire, una sensazione ancora più spiacevole attanaglia la bocca dello stomaco, poiché ci si rende conto che tutto ciò che abbiamo imparato nella vita ci è stato insegnato per lo più da persone che hanno appositamente curato le informazioni nella nostra testa, proprio per farci credere all’incredibile.

George Orwell aveva ragione in 1984 quando scrisse: “Il partito vi diceva di rifiutare l’evidenza dei vostri occhi e delle vostre orecchie. Era il suo ultimo, essenziale comando”.

Oggi sembriamo essere vicini a un punto di svolta, forse come alla fine del periodo delle rivolte sociali degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Settanta, o come nella Primavera Araba del 2011, eventi che hanno avuto eco in tutto il mondo: è in corso un nuovo risveglio sociale e chi governa il mondo è terrorizzato di perdere il controllo.

In questo momento storico, però, è importante fare un breve passo indietro rispetto alla fonte dell’attuale dissonanza cognitiva, per identificare le origini di questo problema globale – senza nulla togliere alla verità sullo sterminio sistematico della popolazione palestinese di Gaza – altrimenti qualsiasi proposta per cambiare la situazione sarebbe destinata a fallire.

Credere che i massacri a Gaza e in Cisgiordania finiranno ad esempio con l’eliminazione di Hamas, la restituzione degli ostaggi, la rimozione di Netanyahu dal potere e così via significa fallire ancora una volta nel tentativo di raggiungere qualsiasi tipo di pace duratura.

Il 4 maggio 2024 ricorreva il 55° anniversario della nascita del Movimento Umanista. Silo, il suo fondatore, disse saggiamente: “Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro ultima radice, non quando li vorrai risolvere”.

È tempo di aprire gli occhi e capire che tutto ciò che sta accadendo oggi nel mondo, ogni singolo conflitto, dalle guerre, alla distruzione ecologica, al cambiamento climatico, alla povertà, al femminicidio è il risultato di un sistema che pone il denaro come valore centrale e ci incoraggia ad applaudire e a desiderare di sperimentare lo stile di vita dei miliardari. Questo è il problema nella sua ultima radice.

Questa immagine di “successo” che ci viene costantemente propinata in Occidente è la fonte del male assoluto; ci permette e addirittura ci incoraggia a disumanizzare gli altri esseri umani, a vedere gli altri come inferiori, ad “alterarli” fino a perdere ogni empatia e solidarietà nei loro confronti.

Questo nascente movimento di solidarietà con il popolo palestinese che sta risvegliando il mondo intero deve fermarsi un momento per collegare i puntini tra questo conflitto e tutti gli altri e capire che qualsiasi sistema che non sia basato sulla vita umana come valore centrale, in un rapporto sostenibile con il pianeta, è semplicemente destinato a una morte violenta.

È giunto il momento di rafforzare un movimento nonviolento per il cambiamento sociale e personale. Tuttavia, affinché questo movimento abbia successo, deve essere d’accordo sui seguenti concetti:

– La vita umana è sacra e deve essere ritenuta tale.

– Nessun essere umano, né gruppo, si deve arrogare il diritto di uccidere un altro essere umano.

– Il denaro deve essere uno strumento per lo sviluppo umano e non per la schiavitù e l’impoverimento.

– Ogni aspetto della nostra società deve essere visto attraverso la lente della protezione dell’ambiente, nella sua funzione di sostegno di tutte le forme di vita per milioni di anni a venire, non solo per i prossimi 4 anni del ciclo elettorale.

– Gli Stati sono linee astratte, tracciate sulle mappe con nessun diritto intrinseco di esistere.

– Gli esseri umani hanno il diritto di vivere in pace e in condizioni di vita dignitose ovunque scelgano di farlo. Abbiamo le risorse come specie e come pianeta per soddisfare i bisogni dell’intera popolazione globale.

– I conflitti vanno risolti senza l’uso della violenza, in nessuna delle sue forme.

Inoltre, questo movimento comprenderà che la violenza esiste intorno a noi e dentro di noi e che è importante che tutti studino questa violenza e l’impatto che ha sul nostro comportamento, perché solo con questa profonda riflessione e cambiamento a livello personale potremo vincere contro la disumanizzazione che ci circonda e creare un mondo adatto all’esistenza umana.

Quel 4 maggio 1969, Silo parlò a un piccolo raduno a Punta de Vacas, sulle Ande, al confine tra Argentina e Cile, sorvegliato dalla polizia armata e terminò il suo discorso alla folla dicendo:

“PORTA LA PACE DENTRO DI TE E PORTALA AGLI ALTRI”.

Se da questi giorni devastanti uscirà un movimento in grado di muoversi in questa direzione, potremo permetterci di sperare che un mondo migliore sia davvero possibile su questo pianeta.

Guerre armate dai Paesi “civili”, deportazioni di migranti…

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Domenico Gallo
Gli atti di genocidio che si susseguono senza soluzione di continuità a Gaza e il massacro infinito sul fronte russo ucraino (dove è passata sotto silenzio la notizia che LE PERDITE UCRAINE AMMONTANO A 500 Mila uomini!), più che provocare indignazione o ripudio, stanno creando assuefazione e rientrano nella normalità degli eventi che l’informazione ci propina ogni giorno mescolandoli alle cronache più banali. Ma la corsa alla disumanizzazione nelle relazioni internazionali non si arresta agli eventi estremi del genocidio e della guerra. Ci sono molti fronti sui quali si sperimentano pratiche disumane, inconcepibili fino a qualche tempo fa.

LA PERSECUZIONE DEL POPOLO DEI MIGRANTI e richiedenti asilo ha superato una soglia che ci fa fare un balzo all’indietro di secoli. Il 25 marzo 1807 il Parlamento inglese approvò lo Slave Trade Act, vietando il commercio e la tratta degli schiavi: nel corso di pochi anni anche le altre potenze coloniali abolirono la tratta degli schiavi e nell’atto finale del Congresso di Vienna (8 febbraio 1815) venne sottoscritta una Dichiarazione contro la Tratta dei negri. Il 23 aprile 2024 il Parlamento britannico ha chiuso il ciclo storico iniziato con l’abolizione della tratta degli schiavi, approvando il Safety Rwanda Bill con il quale viene disposta la DEPORTAZIONE IN RWANDA DEGLI IMMIGRATI sbarcati irregolarmente sulle coste inglesi. Per quanto calata in un differente contesto storico, l’operazione di deportazione in Rwanda di circa 52.000 immigrati (secondo la BBC), quasi tutti di origine africana o asiatica, nella sostanza non differisce dalla Tratta degli schiavi praticata dalle potenze coloniali fino agli albori dell’Ottocento.

Ora come allora un potere di coercizione si impadronisce dei corpi di un numero indefinito di persone e li trasporta a 10mila chilometri di distanza, scaricandoli in un territorio nel quale non erano diretti quando hanno intrapreso il viaggio della speranza che li ha portati in Gran Bretagna; un territorio, il Rwanda, col quale non hanno alcun rapporto e nel quale non hanno alcuna possibilità di vivere una vita degna. Da un punto di vista pratico si tratta di un SEQUESTRO DI PERSONA COLLETTIVO, ma in realtà è qualcosa di più, è la riduzione di queste persone nella stessa condizione degli schiavi che, dopo la cattura, venivano imbarcati sulle navi negriere per essere deportati in terre lontane. L’unica differenza è la diversa rotta, non più dall’Africa all’Europa ma dall’Europa all’Africa.

Con il Safety Rwanda Bill Il processo di degrado dell’ordine internazionale, costruito a partire dal 1945 e fondato sui principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, ha subito un altro irrimediabile affronto. Dopo la rilegittimazione della guerra come strumento ordinario della politica per risolvere le controversie internazionali, adesso assistiamo a una ribellione aperta contro quegli strumenti internazionali di protezione dei diritti umani che costituiscono – secondo il filosofo Italo Mancini – la gloria del Novecento, il patrimonio morale che l’Occidente ha elaborato per l’umanità intera.

Le associazioni per i diritti dei rifugiati hanno annunciato ricorsi alla Corte Europea per i diritti dell’uomo e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto al premier inglese di “riconsiderare il piano” ma il leader inglese Rishi Sunak non ha alcuna intenzione di ripensarci e non ha alcuno scrupolo a fare strame – fra l’altro – delle regole della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, che vieta espressamente le espulsioni collettive di stranieri (art. 4 del Protocollo 4), e a ribellarsi alla giurisdizione della Corte di Strasburgo e delle Corti inglesi. Infatti ha promesso che «nessun tribunale fermerà i trasferimenti».

Qui non si pone soltanto un problema astratto di rispetto del diritto internazionale. Le norme del diritto internazionale dei diritti umani traducono in vincoli giuridici delle esigenze etiche poste a base della vita civile poiché – come recita il Preambolo della Dichiarazione Universale – «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

È assurdo che una scelta così scandalosamente disumana venga fatta passare nell’opinione pubblica senza neanche un fremito di indignazione da parte del sistema politico e dei media. Probabilmente ciò deriva dal fatto che questa scelta si inserisce nel solco delle politiche disumane praticate dall’Italia e dalla stessa Unione Europea nei confronti del fenomeno dell’immigrazione attraverso l’omissione di soccorso in alto mare, i respingimenti (indiretti) in Libia, l’esternalizzazione delle frontiere attraverso concordati con regimi autoritari.

Come ha fatto con la guerra in Ucraina, istigando Zelensky a proseguire il conflitto incurante dei costi umani, adesso la Gran Bretagna tira la volata all’Europa sul fronte della persecuzione dei rifugiati, fino al punto da ripristinare pratiche che sembravano definitivamente ripudiate dalla storia dell’umanità. Non è un caso che la scelta di Sunak sia stata apprezzata dalla Meloni che, alla luce della sua cultura politica, la considera un modello di riferimento. Un modello, tuttavia, non applicabile in Italia perché c’è la Costituzione e qualche volta i giudici si ostinano ad applicarla, incuranti dell’indirizzo politico del Governo.

Primo Maggio

FESTA DEI LAVORATORI

(repubblica.it)

Quando ci si chiede perché il Primo Maggio è la Festa dei Lavoratori, la prima data che da tenere a mente è il 1 maggio del 1866. A Chicago infatti, proprio in questo giorno fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore. La protesta durò 3 giorni e culminò, il 4 maggio, col massacro di Haymarket, una vera e propria battaglia in cui morirono 11 persone: tra questi alcuni agenti, colpiti dal “fuoco amico”. Furono uccisi anche lavoratori scesi in piazza a protestare. Ma alla fine fu legge l’orario di lavoro di 8 ore. Una conquista importantissima che segnò un giorno di vera festa per quanti erano stati, fino a quel momento sfruttati. Le tappe che hanno portato a quello che ancora oggi in Italia è l’emblema della Festa, ovvero il Concertone del 1 maggio, sono tante.

Al Congresso di Parigi del 1889, che diede il via alla Seconda Internazionale (fondata nel 1889 a Parigi dai partiti socialisti e laburisti europei e scioltasi nel 1916) il Primo Maggio fu dichiarato ufficialmente come la Festa Internazionale dei Lavoratori, proprio in ricordo del massacro dei lavoratori di Haymarket. E fu adottata da molti paesi nel mondo.

Quando in Italia diventa festa nazionale
In Italia arrivò due anni dopo. Durante il fascismo però la festa venne soppressa, in favore della “Festa del lavoro italiano” il 21 aprile. Nel 1945, tre giorni dopo la morte per fucilazione di Mussolini in fuga, il Primo Maggio sarà teatro di una rinnovata partecipazione di massa dei lavoratori di ogni condizione ed età. Con le “Disposizioni in materia di ricorrenze festive” del 1946, la Festa del Lavoro viene riconosciuta festività nazionale, e con ciò istituzionalizzata e definitivamente ricollocata nella data del 1 maggio. Appena concluso il secondo conflitto mondiale, il Primo Maggio smette di essere una giornata di manifestazione delle istanze dei lavoratori tollerata oppure osteggiata apertamente – a seconda delle alterne vicende storiche – dallo Stato, e diviene una festività nazionale in cui si riconosce la Repubblica che, proprio tra il 1946 e il 1947, i Padri costituenti vorranno “fondata sul lavoro”.

Ma la prima Festa del lavoro del dopoguerra, nel 1947, si trasformò in un bagno di sangue, la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Il bandito Salvatore Giuliano e la sua banda aprirono il fuoco su un corteo di circa duemila lavoratori, soprattutto contadini, che protestavano contro le condizioni di lavoro nelle campagne siciliane. Sotto il fuoco di Giuliano e dei suoi killer, inviati a reprimere il corteo dai grandi latifondisti alleati alla mafia, rimasero i corpi di undici contadini, più decine di feriti.

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SE IL LAVORO NON SI TROVA……

di Rita Clemente

Se i giovani non trovano lavoro, la colpa non è dei pensionati. Anzi, i pensionati costituiscono l’ultimo baluardo di uno straccio di welfare.

Il problema non è ridurre l’erogazione di trattamenti di quiescenza a chi ha lavorato una vita, ma dare lavoro a chi deve farsi una vita. Che se i giovani avessero un lavoro, come è giusto che sia, ci sarebbero anche le risorse per pagare i pensionati.

Se i giovani italiani non trovano lavoro, la colpa non è degli immigrati. Gli immigrati non “scippano” ai giovani italiani lavori che essi ambiscono a fare. Perché nessun italiano/a ambisce a fare il/la badante 24 ore su 24 a una persona anziana fuori di testa. Oppure il bracciante agricolo a 3 euro l’ora. Questo è quello che fa la grande maggioranza dei lavoratori stranieri, anche laureati.

Se i giovani italiani non trovano lavoro, è anche perché i famosi “investitori” puntano a profitti generati più da una finanza speculativa che da un’economia produttiva, finalizzata a soddisfare bisogni reali.

In sintesi, il cosiddetto “mercato del lavoro” è diventato instabile e predatorio. Punta a profitti alti da ottenere in brevissimo tempo, non al soddisfacimento di bisogni sociali. Anche a costo di rovinare irrimediabilmente l’ambiente e di creare incertezza e precarietà esistenziale.

Però è anche vero che il “modello di sviluppo” non può più essere basato su una crescita esponenziale di consumi più o meno indispensabili.

Che occorre contenere gli scarti e i rifiuti.

Che bisogna gestire le fonti energetiche in modo oculato e responsabile, privilegiando quelle rinnovabili.

Che occorre far durare i “beni” più a lungo.

Riparare di più e gettare via di meno. Ridare dignità e spazio agli “aggiustatori” che una volta erano benemeriti.

Si sfrutterebbero più competenze e più occasioni lavorative. Insomma, consentire a ciascuno di avere un lavoro e di vivere dignitosamente, ma a nessuno di accumulare ricchezze stratosferiche e inutili.

La “rivoluzione del lavoro” (posto che sia possibile e realizzabile) non può che essere anche un profondo cambiamento dello “stile di vita”.

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Il racconto del mulino in omaggio al ricordo di Maria Carta

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Piero Murineddu

Piacevolissimo conoscenza quella con  Maria avvenuta in quel lontano fine inverno del 2012. Essendo stato da sempre attratto da quel piccolo borgo all’interno del Comune di Osilo, in provincia di Sassari, e incuriosito dalla  grande ruota all’entrata dell’abitato, l’unica rimasta dei tanti mulini ad acqua che abbondavano in quella lussureggiante e distensiva valle attraversata dal fiume Silis, volevo incontrare qualcuno del posto che mi parlasse dell’attività di mugnaio, attività comune a molte famiglie tra San Lorenzo Valle e l’altro omonimo borgo che si trova a qualche chilometro più in altura. In questa cordialissima e accogliente donna avevo trovato la persona giusta, disponibilissima a raccontarmi del lavoro che svolgeva con la famiglia dell’uomo che aveva sposato e motivo per cui aveva lasciato Tergu, altro paesino non distante da Castelsardo.

Qualche giorno fa, anche per far godere di un’oasi di pace a mia figlia Marta che vive nei pressi di Milano svolgendo una professione di grande responsabilità dovendosi occupare di persone spesso messe ai margini da questa società sempre più competitiva, vi ho fatto ritorno e ho bussato alla porta adiacente al vecchio mulino, con la speranza che ad aprirmi, come quel giorno, fosse la cara Maria. In chi si affaccia riconosco subito il genero Sebastiano, conosciuto allora e che m’informa subito che Maria, dopo un periodo di malattia, ci ha lasciati nel novembre del 2021.

Da qui la decisione di riguardare il video ascoltando la meticolosa e competente descrizione dei vari passaggi della lavorazione delle olive fatta dall’indimenticabile Maria Carta, originaria di Tergu e vissuta nella bellissima e verde San Lorenzo Valle.

https://youtu.be/3Gl9vg8NEzE?si=hvzSlKX74SpA1eW0

Fiducia, politica …

QUALCHE GIORNO FA, RIGUARDO ALLA FIDUCIA .

Conoscente:

– Boh, io di questa politica non ci capisco più nulla. E poi queste guerre… chissà cosa ci attende…

Piero:

A proposito di politica e di guerra, adesso si è creata una nuova Lista che ha tra i primi obiettivi quello di lottare per la Pace e contro gli armamenti..Bisogna firmare per darle la possibilità di presentarsi alle prossime elezioni per il parlamento europeo…

Amico:

– E chi sono questi? C’è qualcuno che si conosce?

Piero:

– Beh, uno degli iniziatori è Raniero La Valle, già giornalista e intellettuale ultra novantenne con un cervello così…

Amico:

E chi sarebbe questo..non ne ho mai sentito parlare…

Piero:

– Ah, vabbè, se guardi la tivù, specialmente la Rai, è comprensibile che non sai chi è. E Michele Santoro lo conosci, quello che faceva Samarcanda e che è stato sbattuto fuori con arrogante prepotenza dalla Rai da berluscazz perché era un giornalista troppo libero?

Amico:

– Quello? La persona più subdola che conosca…

Piero:

– Ma guaaarda…e perché?

Amico:

– Mah, così…non mi ha mai ispirato fiducia..

Piero:

– Ah, ecco: la FIDUCIA! Per me invece, con tutto il finimondo che sta succedendo dappertutto e in mezzo a tutta la vecchia ma anche nuova politicaglia che circola, è uno dei pochi personaggi pubblici di cui mi fido di più… chissà perché….

Conoscente:

– Quasi quasi la firma ce la metto…

Piero:

–  Bravo. Metti la firma, poi decidi tu a chi votare…

Amico:

– Boh boh….

Piero:

– E gosa boi chi ti tighia…dibessi semmu, e umbè puru…. E daboi no vendu lu botu achì mi prumittini gasche cosa, ghi sia una bombura di gasu o un posthu di drabagliu pa’ me viglioru, gumenti suzzedi in Sossu e in troppi logghi. Andeddi in bon’ora, andeddi.. e ghi Deu e ra Libasthai v’accumpagniani sempri…

Traduzione per i “continentali”:

Cosa vuoi che ti dica, siamo diversi, moooolto diversi. E poi il voto non lo vendo perché mi promettono qualcosa, come una bombola di gas o un posto di lavoro per mio figlio, come succede a Sorso e in troppi altri posti. Andate e che Dio e la Libertà vi accompagnino sempre

In conclusione

Quello che segue è un video registrato qualche giorno fa a Catania. Diciotto minuti di vere e sensate parole che mi confermano a chi affidare il mio voto l’8 giugno 2024

 

L’ultimo giorno di Mussolini Benito

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Il 28 aprile 1945 intorno alle 4 del pomeriggio Benito Mussolini – catturato nei giorni precedenti dalla 52ma Brigata Garibaldi Luigi Clerici a Dongo, piccolo comune sulla costa nord-occidentale del lago di Como – e Claretta Petacci vengono uccisi da un commando partigiano di cui fanno certamente parte Walter Audisio (il colonnello Valerio, unico dei tre a disporre di un mandato ad operare da parte del Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia ed ufficialmente esecutore materiale della sentenza di morte), Aldo Lampredi (Guido) e Michele Moretti (Pietro). Walter Audisio racconterà:

Sull’auto lo feci sedere a destra la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt. Dissi di aver udito dei rumori sospetti e mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando mi volsi la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura (…) Feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro ed il pilastro del cancello. Obbedì docile come un canetto. Non credeva ancora di morire: non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà, preferiscono ignorarla (…). Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito. Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontario della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui (…) Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra si era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro ma l’arma non spara. Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a Guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna, aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamo a voce alta il Commissario della 52ma che viene di corsa a portarmi il suo Mas. Adesso gli sono di fronte, come prima: egli non si è mosso, continua il suo balbettio di invocazione. Vuol salvare solo quel grosso corpo tremante. E su quel corpo scarico cinque colpi. Il criminale si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto, gli tirai una seconda raffica di quattro colpi. La Petacci (ndr la condanna, eseguita senza plotone, non includeva Claretta Petacci), fuori di sé, stordita, si mosse confusamente, fu colpita e cadde di quarto a terra. Mussolini respirava ancora e gli diressi, sempre col Mas, un ultimo colpo al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva troncato netto l’aorta. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramerà un comunicato in cui affermerà che “La fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il Clnai non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia”.

La salma di Mussolini sarà seppellita anonima nel cimitero Maggiore di Milano. Sebbene non vi fosse stato apposto alcun nome, proprio per evitare di far identificare il cadavere, ben presto la gente individuò il posto, che divenne meta di molti curiosi e di qualche commosso nostalgico. Nella notte tra il 22 aprile e il 23 aprile 1946, all’approssimarsi del primo anniversario della morte, la salma sarà trafugata. Nel valzer delle voci quella più fantasiosa sarà quella che secondo la quale Mussolini sarebbe addirittura risorto, complice anche il cadere della Pasqua il 21 aprile di quell’anno.

L’ipotesi della resurrezione sarà invalidata da due lettere a l’Avanti! e a l’Unità attraverso le quali i ‘rapitori’ comunicheranno che il partito fascista, non avendo ottenuto risposta alle richieste di una sepoltura di Mussolini, aveva deciso di prendere in custodia le mortali spoglie del duce.

Solo nell’agosto del 1946 si arriverà a una soluzione anche grazie all’interessamento di Alcide De Gasperi e del Papa (nell’imboscamento della salma erano coinvolti anche alcuni religiosi) ed il 30 agosto 1957, durante il governo Zoli, la salma di Mussolini, segretamente conservata nel convento dei Cappuccini di Cerro Maggiore, verrà riconsegnata alla vedova e i resti seppelliti nel cimitero monumentale di San Cassiano in Pennino, vicino a Predappio, dove tuttora si trovano. Da allora il “pellegrinaggio nero” a Predappio avrà un flusso abbastanza continuo che correrà in parallelo al fiorire del merchandising fascista.

Scriveva qualche tempo fa Wu Ming 1 in un lungo reportage:

A distanza di giorni io e Jadel avremo ancora l’impronta di questo cerchio alla testa, e i postumi di questa nausea. Bisogna andare a Predappio in una mattina infrasettimanale qualsiasi, sgombra da ricorrenze. Solo così si può capire non tanto la banalità del male, quanto il male della banalità (…) Viale Matteotti è deserto. Baretti tristi, con dentro un’umanità rarefatta e attempata, china sui gratta-e-vinci. Negozi senza un’anima viva, tranne i negozi dei souvenir fascisti. Lì devono esserci clienti sempre, se arrivano anche in un giorno così smorto. (…) Viale Matteotti. Chiamarlo così doveva essere un contrappasso, o almeno un contrappeso al fatto che qui tutto essudava Ventennio. E invece il contrappasso lo subisce Matteotti, poveretto, come lo subisce Gramsci, del cui nome si fregia una traversa. «Viale Matteotti» sulle borse di tela coi loghi dei negozi di ciarpame fascista, “Viale Matteotti” sui biglietti da visita, sulla carta intestata… Matteotti oltraggiato ogni istante di ogni ora d’ogni giorno. Jadel mi convince ed entriamo nel negozio Ferlandia (…) Affabile, la ragazza – “ragazza” come lo si è in Italia: in realtà ha trent’anni – circondata da adesivi con il grugno di Hitler, tazze con Hitler che saluta, ciondoli con la svastica, pagliaccetti per neonati con motti squadristi, album di rock band neonazi, “capsule compatibili Nespresso” con l’effigie del duce, e goliardia ovunque: “MORIREMO MA NON DI SETE”, “AMICI MIEI QUI SI TROMBA”… C’è una maglietta con la scritta “THOR MIT UNS”, ma il Thor raffigurato è quello della Marvel. Cuscini da sofà della X Mas. Ciabatte, ciabatte infradito con il motto “ME NE FREGO”, pantofole, ancora cuscini… I fascisti ostentano audacia, millantano il culto del vivere pericolosamente, ma il loro merchandising titilla il poltronismo, la voglia di comfort, di una vita piccolo-borghese e ciabattara, col pericolo contemplato a debita distanza. Memento audere semper, ma intanto facciamoci un po’ di coccole. C’è pure Hello Kitty in versione nazista.

Ancora un altro 25 aprile

di Francesco Canu (*)

Come ogni 25 Aprile immancabilmente si assiste a inutili discussioni su chi fossero “i buoni” e “i cattivi”, su chi ha ucciso chi, su chi abbia commesso più atrocità e su chi sia stato “liberato”. In questi scontri, sia da una parte che dall’altra ci si dimentica di cosa sia davvero il 25 Aprile, perché c’è una tendenza a ignorare la memoria storica dei quel periodo.

Innanzitutto, i motivi per i quali l’Italia era ridotta a un cumulo di rovine. L’ITALIA era uno dei paesi AGGRESSORI della seconda guerra mondiale. Questo particolare spesso viene volutamente taciuto. L’Italia fascista era alleata della Germania nazista e del Giappone imperialista. Io non so se voi che perdete tempo a dire cose inutili sapete di quali atrocità si macchiarono i tedeschi e i giapponesi, ma vi consiglio di documentarvi per darvi una seppur pallida idea. E l’Italia fascista ERA LORO ALLEATA.

Il Partito Fascista, l’unico organo politico “costituzionale”, poiché l’Italia si trovava in una dittatura, APRI’ su più fronti una serie di conflitti che non poteva sostenere, con un paio di bagnarole e un paio di moschetti e tanta buona volontà che però non ti fa scudo dalle bombe. Con queste azioni mandò a morire milioni di italiani, i quali prima di morire uccisero altri milioni di esseri umani, caduti nella follia collettiva di una guerra atroce INIZIATA dall’ASSE, ASSE del quale l’ITALIA faceva parte.

Ormai stritolata e ridotta ai minimi termini, l’Italia negoziò la resa, che era la cosa più logica da fare, subendo però poi l’invasione dei tedeschi, che cominciarono a farci assaggiare un po’ della medicina che fino a quel momento avevano riservato senza pietà agli altri stati occupati, con rastrellamenti di civili ed esecuzioni sommarie.

Il 25 Aprile non si festeggia il comunismo e non si festeggia la morte di Mussolini, il 25 Aprile si festeggia la fine di tutta questa follia. Le conseguenze diplomatiche che l’Italia subì dai trattati di pace sono diretta conseguenza dell’essere il paese che ha dichiarato guerra e aggredito deliberatamente i paesi vicini.

Poi magari continuate a giocare a chi è più fascista o chi è più comunista.

 

(*) Francesco è nativo di Sorso, Sossu per i locali,e residente a Laerru da diverso tempo. Queste due considerazioni risalgono a cinque anni fa, ma con gli appropriati e drammatici aggiornamenti riferibili alla situazione italiana e mondiale, va bene anche per l’oggi.

A proposito, riferendomi a quanto scrivo sotto, e lavoro culturale per conoscere, capire e giudicare quanto siamo stati, a Sorso e nel ventennio fascista soprattutto? Niente di niente, salvo una Messa e scarsissimo coinvolgimento popolare…(Piero)

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Festa della Liberazione, ma anche…

 

Rita Clemente ba nome del Comitato Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Chieri

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Ogni anno il 25 aprile noi cerchiamo di dare alla parola Liberazione un significato nuovo e attuale, tenendo ben presente il grande valore della Liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista, compiuta in gran parte dalla Resistenza partigiana e dalla collaborazione attiva della popolazione civile, con una grande partecipazione delle donne.

Non possiamo dimenticare però che quella sciagurata guerra mondiale non si concluse con la liberazione del 25 aprile, ma conobbe un’altra pagina funesta: quella dello sganciamento delle due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki da parte degli USA. Questo evento ha aperto una altra pericolosa ipoteca sulle sorti del mondo.

Oggi sono troppe le nazioni di grande e di media potenza che si fronteggiano con le armi nucleari. La chiamano “deterrenza”. Ma se l’éscalation bellica dovesse arrivare a livelli imprevedibili, non si può escludere l’uso dell’arma nucleare. E allora le conseguenze sarebbero catastrofiche sia a livello di costi in vite umane sia come distruzione degli ecosistemi naturali e durerebbero decenni.

Siamo davvero sicuri di voler correre questo rischio? Guardate in viso i vostri figli, i vostri nipoti. Siamo davvero sicuri di volerli lasciare vivere con questa spada di Damocle sul capo? Allora, oggi Liberazione significa anche, e soprattutto, LIBERAZIONE DAL RISCHIO NUCLEARE.

La campagna ICAN promossa da diversi gruppi pacifisti cui hanno aderito diversi Stati dell’ONU, per la messa al bando delle armi nucleari, ha visto la vergognosa assenza dello Stato italiano alle conferenze in cui gli Stati hanno dibattuto sul problema del disarmo globale.

L’altra parola chiave che vogliamo ricordare oggi è violazione. Le guerre contemporanee sono una chiara VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, secondo il quale l conflitto dovrebbe essere limitato ai combattenti, si dovrebbero attaccare solo obiettivi militari, non strutture abitate da civili e non si dovrebbero usare armi particolarmente insidiose e micidiali. Invece vengono colpiti ospedali, mercati, persino scuole e università senza alcuno scrupolo. Le vittime civili sono il 90%.

Si usano armi pericolose come bombe all’uranio impoverito i cui effetti micidiali sulla salute umana durano per anni. Pertanto è inesatto dire che vi sono “crimini di guerra”, è la guerra stessa, di per sé, a essere un crimine contro l’umanità!

Infine, l’altra parola – chiave che oggi vogliamo ricordare è la parola OBIEZIONE DI COSCIENZA, intesa come rifiuto deciso e consapevole di aderire a operazioni militari o di collaborare con esse. Da testimonianza individuale dovrebbe diventare prassi collettiva! E già lo stanno dimostrando diversi obiettori che, pagando di persona, si rifiutano di prendere le armi in Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele. Oggi i veri eroi sono gli obiettori e i disertori!

Concludiamo con una frase del compianto Gino Strada:

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola “utopia”; preferisco parlare di “progetto non ancora realizzato”. Credo che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell’umanità.

Se il 25 aprile rappresenta la liberazione dell’Italia (avvenuta anche in altri Paesi d’Europa, compresa la Russia) dalla barbarie nazifascista, oggi la liberazione deve andare nel senso di una liberazione totale dell’umanità dall’incubo della guerra.

È un’utopia? Noi preferiamo definirlo “progetto non ancora realizzato!”