Senza categoria

“TURISMO” CRIMINALSESSUALE: ITALIANI AL PRIMO POSTO

certificazione-turismo-etico2

 

 

di Marida Lombardo Pijola

Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

Un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

di Marida Lombardo Pijola

Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

Un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

“CAZZ BOH”

di Piero Murineddu

Alessandro Carta, componente del gruppo sassarese Nasodoble, bene ha fatto ad arricchire la sua canzone, nata quasi come scherzo col nome di Nicola di Banari, con la presenza di artisti del calibro di Ilaria Porceddu, Beppe Dettori, Francesco Più e il rocker cagliaritano Joe Perrino. Da un palco significativo quel’è un letto di una privata e anonima cameretta, dove ciascuno di noi raccoglie e mette a punto tutte le più intime e spesso inespresse incazzature, ci cantano con riso sardonico e pungente e triste sarcasmo parte delle troppe nefandezze che la terra sarda – e anche se a volte lo “dimentichiamo”, anche noi romangini ne facciamo parte! – e quindi ciascuno di noi e i nostri figli, siamo costretti a subire.

 

Ecco alcuni passaggi (testo tratto dal sito de L’Unione Sarda)

“Che male c’è se questa gente è disunita. In fondo siamo cento personaggi in cerca di berritta”.”Che male c’è se ti avvelenano la terra. In fondo il cibo è più sicuro se è prodotto in una serra”. E ancora benzene nella falda, aziende finite all’asta e acquistate a prezzo indegno da prestanome della banca (“Così non hai debiti e puoi ucciderti sereno”), la lingua sarda “non può esprimere concetti di livello”, e quanto è bello far l’amore “tranne a Quirra” perché “attenti, i bimbi malformati son dovuti ai coiti tra parenti”. E non è finita: il vento sfruttato dalla mafia, i boschi in fiamme. Per concludere: “tanto ai Sardi per principio in culu l’intrat et in conca no”.

 

http://www.unionesarda.it/video/video/2014/08/14/nasodoble_cazz_boh_la_rabbia_dei_sardi-19-382026.html

Quando “la bestemmia è quasi un atto di fede espresso in forma non liturgica”, ma anche sul potere che rende menzogneri

MAGGI 001

 

 

 

di Piero Murineddu

 

Mi sembra di aver già detto del mio comodino sul cui piano generalmente  vi stazionano diversi libri di cui ho iniziato la lettura, messo il segno e lasciati lì, in attesa di essere ripresi in considerazione. E c’è il libro di saggistica, e c’è quello di narrativa, e c’è quello poco voluminoso e quell’altro che se ti arriva in testa rischi parecchio. E dopo quell’altro argomento e quell’altro ancora (sempre bene impilati, mi…..), c’è finalmente quel libro che alla sera, dopo aver messo per dovere di alimentazione qualcosa nello stomaco, non vedi l’ora di distenderti al contatto col fresco delle lenzuola per riprenderlo tra le mani e continuare a scorrere e immagazzinare i termini e i concetti impressi nelle pagine. E’ quel libro che ha la capacità di saltare senza indugi l’analisi razionale da parte del cervello per puntare direttamente al “cuore”, all’animo, a ciò che è centrale ed essenziale in noi stessi. Quel libro che riesce a calmare e a  rasserenare quel turbinio di pensieri che spesso ci accompagnano verso il riposo notturno. Questo è ciò che mi capita quando decido di riprendere la lettura  di Chi non muore si rivede”, di Alberto Maggi. Il biblista  – se ne volete approfondire la biografia, affacciatevi alla “rete” – , per certi versi prete atipico nel vastissimo panorama d’incaricati più o meno degni di farsi portavoce dell’insegnamento evangelico, nel volumetto racconta i giorni e le settimane trascorse in terapia intensiva dove è stato preso per i capelli e ributtato in questa vita per continuare a far conoscere il volto del Cristo, a mio parere più corrispondente alla realtà storica.

Oltre che descrivere i momenti e le persone dell’ambiente ospedaliero, coglie l’occasione per ripensare ad avvenimenti passati, e di qui farci conoscere il suo pensiero e la sua particolare lettura del Vangelo. Tra le altre cose , tutte degne di essere sottolineate , riflettute e messe in pratica, non manca, seppur sempre col sorriso e con l’animo aperto alla speranza e alla possibilità di cambiamento,di colpire con decisione contro il “potere che rende menzogneri, nessuno escluso”, nemmeno quando ad esercitarlo è l’abadessa  di un monastero che “costringe a stare in ginocchio in mezzo al refettorio e a girare tutto il pomeriggio col coperchio di pentolone legato alla schiena una monaca che, per semplice distrazione, l’aveva in precedenza fatto cadere fatto cadere, ammaccandolo”. A questo proposito, ha ragione il presidente  Obama quando, in occasione della recente uccisione di un giovane afroamericano da parte della violenta repressione poliziesca, afferma che “chi esercita il potere deve essere giudicato con severità”. Non solo quello politico, quindi, ma anche quello religioso. Di questo eravamo convinti, ma è bene ribadirlo, caso mai qualcuno si senta esonerato dal dovere di usare il potere solo come servizio. Alberto Maggi coglie tutte le occasioni per dirlo, per quanto possibile sempre col sorriso in bocca e senza astio alcuno, e la passione che mette è forse per cercare di recuperare tutto il tempo in cui è stato considerato normale ed “educativo” servirsi del potere per opprimere e soggiogare.

Chi decidesse  di procurarsi questo libro, si farebbe prima di tutto un bellissimo regalo, e probabilmente,  “religioso” o meno, sarebbe aiutato a rivedere molte posizioni di “esclusione”, facendole diventare di “inclusione”.

 

Per dare un’idea dell’atmosfera di cui è inondato tutto il racconto, vi propongo due paginette in cui parla della bestemmia, o meglio, dello spirito che producono certe frasi, solo apparentemente contro Dio e le cose che riguardano le cose di “lassù”.

 

BESTEMMIA 4

 

 

BESEMMIA 3 001

 

Un salto agli antichi passatempi preadolescenziali stimolato dalla lettura di ” I ragazzi delle case Incis” di Leo Spanu

di Piero Murineddu

Certo, col tempo che trascorre cambia la sensibilità  e cambiano anche i modi che le persone hanno di stare insieme. Cambiano anche le cosiddette mode, da me considerato quasi un aspetto negativo, dal momento che spesso è un semplice accodarsi a ciò che qualcun altro ha deciso, di solito col portafogli ben gonfio e con la bramosia di gonfiarlo sempre più, per lo più per finalità commerciali.

Nell’ambito della dolce età infantile, preadolescenziale ma anche adolescenziale, sono le diavolerie elettroniche che attirano e occupano il tempo, per cui, l’atmosfera descritta da Leo Spanu nel frammento tratto dal suo libro I ragazzi delle case Incis”  che riporto a conclusione di questa pagina, bisogna averla vissuta direttamente per capirla fino in fondo.

È stato detto e stradetto che prima dell’avvento della televisione e quindi dell’immancabile appuntamento con la TV dei ragazzi e sopratutto Carosello, la vita si svolgeva per le strade e la strada era realmente una scuola di tutte le discipline: imparare a relazionarsi con gli altri, ad accettare e ad accettarsi, a difendersi, a scoprire la propria e l’altrui sfera sessuale e ad approcciarsi con essa. S’imparava anche l’arte del commercio, ed ecco quindi lo scambio di cioccurini (tappi schiacciati di bottiglie di vetro), di cristhallini (palline coloratissime di vetro), di frigurini (sopratutto di giocatori ma non solo), di gionarini, e Blek macigno, Capitan Miki, Zagor e sopratutto Tex Willer erano i nostri eroi, e spesso volevamo prendere il posto di Roddy, Doppio Rhum, Dottor Salasso, Cico, Tiger, Kid, Carson…. per stare al loro fianco ed essere più partecipi alle loro avventure, da dove uscivano sempre vincitori e il cattivo veniva giustamente sempre sconfitto e umiliato.

tex

Più avanti arrivarono anche quelli un tantino  zozzetti, ma trafficare con questi ci creava qualche problemino, sia per il turbamento che provocavano nella fragile psiche in formazione,  sia perchè costretti a nasconderli alla vista delle nostre mamme, desiderose di farci crescere il meglio possibile, con pensieri buoni e specialmente ….con una buona vista.  Questi personaggi erano una prerogativa dei maschietti, mentre li “femmini” iniziavano a deliziarsi e a sognare con le storie d’amore interpretate dai vari Franco Gasparri e Franco Dani, Adriana Rame, Paola Pitti, Katiuscia.

Quante serate imbusginaddi i pli ianniri delle case a contrattare e a scambiarci quelli già letti! E che affutta quando la storia iniziata a metà volume riprendeva nel numero successivo che naturalmente non si riusciva a trovare facilmente nel “mercato” serale, per cui si era costretti ad andare da Signor Bacio, rinunciando così a comprarsi lu semini e lu fasgioru tondu da  “Buio” (il vicino concorrente nella piazzetta domenicale era leggermente antipatichetto) prima di rinchiuderci nel cinema “Verdi” ad affumicarci e a misurare col pensiero la circonferenza dei muscoli del culturista Steven Reevers che interpretava Ercole, Maciste e Sansone.

sansone

Adesso, oltrepassati da diversi anni la sessantina, mi ritrovo spesso il comodino pieno di libri iniziati che pazientemente aspettano mogimogi di essere ripresi in considerazione. Questa trascuratezza non esiste proprio quando mi capita di riprendere in mano i già letti e riletti Diabolik che non ricordo mai come vanno a finire, per cui li apro come se fosse quasi  la prima volta, e man mano che li scorro, non so mai dove l’inafferrabile eroe delinquente ladro e spietato assassino  ha predisposto l’ingegnoso trappolone per fuggire con la sua sempre bellissima Eva Kant, lasciando di stucco L’ispettore Ginko e i suoi agenti.

diabolik

leo-001-474x1024

leo-2-001

ARST: parlate all’autista, specialmente se è arrogante

 

 

di Piero Murineddu

 

Per quanto riguarda i (mal)trasporti pubblici in Sardegna, quest’agosto si è aperto con la notizia delle due turiste fiorentine che per raggiungere in autobus Barisardo da Olbia hanno impiegato ben 13 ore. Percorrendo la normale strada lungo la costa sarebbero in verità 160 km, ma per una serie di ritardi, mancate coincidenze, orari sbagliati e una grossa dose di maleducazione agli sportelli preposti, le due attempate signore hanno raggiunto prima Nuoro, poi Cagliari e quindi, risalendo, finalmente la meta agognata. In totale 425 km. Conclusione: Il vostro mare è meraviglioso, ma non sappiamo se in futuro ritorneremo in Sardegna”.

Il tema dei disservizi nei trasporti pubblici sardi è vecchio, talmente cronicizzato che sarà difficile immaginarsi una cura efficace. Volevo comunque raccontare due episodi riguardanti gli autisti dei mezzi ARST, tratta Sassari – Sorso.

Lunedì 4 agosto, ore 14,10. A differenza di come faccio da quando ho ripreso a viaggiare in autobus, cioè puntare ai silenziosi e rilassanti posti in fondo, decido di occupare un sedile davanti. Due viaggiatori, nonostante la mattinata di lavoro ed il caldo, hanno voglia di fare conversazione. Ad un certo punto del tragitto, l’autista sente il bisogno di partecipare anche lui. Per rendersi simpatico e farsi sentire “dei nostri”, dice: “l’ARST vuole male ai sorsesi perchè vi fa viaggiare su mezzi scassati”. In effetti, essendo corrispondente alla realtà (chissà perchè poi…), l’affermazione trova subito d’accordo i pochi passeggeri presenti. Ringalluzzito dal successo riscontrato, il signor conducente si  butta con decisione in un quasi monologo, e tutto con volume di voce tutt’altro che discreto. Ci fa sapere che lui, a differenza di molti suoi colleghi, controlla che i biglietti siano in regola e precisa anche che il biglietto stesso è garanzia della copertura assicurativa. Dice anche che la responsabilità è sua e che non vuole passare guai, specialmente adesso che è prossimo alla pensione. Ok. Giusto e grazie dell’informazione. Confermando la  loquacità ( e leggermente alterandosi, cosa preoccupante per il controllo nella guida) racconta di un furbastro sussinco a cui piace viaggiare “a gratisi”, ma che in quello stesso pomeriggio, al rientro a Sassari, l’avrebbe aspettato al varco. Con una certa boria aggiunge anche che se avesse reagito male, lui (l’autista) era pronto a dargli il fatto suo (!). Il suo ormai soliloquio si scalda ulteriormente quando parla malamente di “questi neri” che pagano il biglietto fino a Castelsardo e invece proseguono per Santa Teresa di Gallura (“ e poi dicono che sono razzista”) e di “questi invalidi che si vendono i biglietti che hanno avuto pagandoli due lire. Può darsi. Aggiunge che la sua azienda è sempre in continua difficoltà per colpa di questi parassiti della società che non viaggiano con biglietti regolari, e poi “c’è quel Soru che ha collocato i suoi uomini e che si son mangiati tutto” (!)

Quando finalmente ho messo i piedi per terra, ho sentito un grande senso di liberazione, ma anche un senso di frustrazione perchè a causa della stanchezza non ho avuto la forza di intervenire, preferendo subìre la bullagine fattasi ……autista, che naturalmente “  fa l’interesse della sua azienda, sempre sull’orlo del fallimento”

 

Il secondo episodio succede alle 6, 50 di giovedi 7 agosto, direzione Sassari. La temperatura mattutina non è proprio estiva, e il portarmi dietro il giubbotto  leggero è stata una saggia precauzione. All’interno dell’autobus troviamo l’aria condizionata accesa, per cui mi son stretto ancora di più nell’indumento. Dopo il solito parlottare delle donne presenti, qualcuna inizia a lamentarsi della temperatura freddina. Altre hanno subito concordato. Il robusto e pelato autista, privo completamento di attenzione per gli altri, non trova di meglio che uscirsene con la frase: “provate voi a viaggiare fino a mezzogiorno”. E che vuol dire? Ti si chiede solo di posticipare l’accensione dell’aria condizionata di un po’. Ti è così difficile accontentare dei poveri passeggeri ancora infreddoliti da questa bizzarra&bizzosa estate? Vista la poca cordialità (arroganza!) del conducente surriscaldato a causa delle vampate d’andropausa, timidamente qualcuno accenna che si è pagato il biglietto e che quindi……E che...” risponde lui, “il pagamento del biglietto dà diritto per chiedere quello che si vuole?” Evidentemente, la temperatura elevata del suo corpo ha impedito che la sua lingua si collegasse al cervello, facendogli scordare che il pagamento del biglietto permette a lui di percepire lo stipendio mensile.

Sarà l’energia mattutina, alimentata dall’estrema caffonaggine dell‘autista – padrone”, fatto sta’ che gli dico di vergognarsi di questo atteggiamento, e di avere rispetto per le esigenze della maggior parte dei presenti. La reazione è stata silenziosa, a parte qualche leggero borbottìo vagante. Eravamo ormai arrivati a destinazione, per cui non so se l’aria condizionata è rimasta accesa o è stata spenta. Scesi dal mezzo, una compagna di viaggio mi dice che non dovevo intervenire(!). Accenno una risposta, ma probabilmente non ho contribuito a farle cambiare opinione. Conclusioni? Niente. Se volete, traetele voi e, se vuole, anche il dirigente competente, dr Giuseppe Roggero.

Ah, dimenticavo ….buon viaggio con l’ARST s.p.a. Trasporti Regionali della Sardegna.

 

arst

 

 

Piccola appendìce

Mi è stata chiesta spiegazione  di quanto affermato a fine corsa dalla  “compagna di viaggio”. Per la verità, non c’è stato il tempo per uno scambio, per cui la cosa è rimasta a livello di battuta frettolosa. Presumo tuttavia, che il motivo sia sempre il solito, cioè quello per cui stiamo diventando, o peggio siamo diventati, un popolo di sudditi impauriti e rassegnati: è meglio farsi gli affari propri e non immischiarsi mai in niente. Così in tutti gli àmbiti. La diffidenza reciproca la fa da padrona. E’ sempre meglio non esporsi, rinunciare a esprimere il proprio pensiero, rimanere a bearci nei soliti imbecilli luoghi comuni. Si ha paura di possibili  ritorsioni,sempre in agguato. Eccoci allora tutti silenti e a testa china, salvo quando tutti  IN PERFETTA E VIGLIACCA SINTONIA  facciamo a pezzettini uno che esce dai soliti  cliché (naturalmente assente!) e ci schifiamo davanti alla zingara stracciona e a “questi luridi neri” che ci rubano il lavoro e ci portano le malattie. In definitiva, desideriamo “vivere a lungo”, non importa se probabilmente infelici e con poca stima di noi stessi.

 

Geridu (villaggio medievale a Sorso – SS), ovvero, la VERGOGNA DI CHI AMMINISTRA

di Piero Murineddu
GERIDU:1. Oblio
2. Riscoperta
3. Trascuratezza
4. Abbandono
5.Timidi ( ma poco convinti) tentativi di ……
6. Boh
7. No anda bè

La foto 5 si riferisce a qualche settimana fa, quando si stava iniziando a liberare il luogo dall’erba alta.
Ieri ci sono riandato: l’erba ormai secca è raccolta in vari mucchi e sono visibili i perimetri dei vari ambienti del villaggio. Le ultime piogge di quest’insolita e quasi deprimente estate hanno ricoperto il suolo di un manto verde. Ho approfittato della visita per farmi una bella scorta di rucola selvatica. Vi assicuro che il luogo ne è pieno. Se volete dare gusto alla solita insalata, fate altrettanto. Così facendo, magari i nostri antenati non avranno l’impressione di essere completamente abbandonati

NB
Dare particolare attenzione al consiglio dell’antico abitante di Geridu della foto 6, sussinco “ante litteram” (si dice così, nevvero?)

foto 1
foto 2
foto 3
foto 4
foto 5
foto 6

Siamo tutti palestinesi. O siamo tutti responsabili?

26deskf-riapertura-scuola-bambini-gaza

 

 

Fermare il massacro. Non solo non si è mai pensato a sanzioni, ma si continua a vendere armi e tecnologia a un governo che sta “sterminando” un popolo. L’Italia tace, ma candida Federica Mogherini a guidare la politica estera europea

L’articolo di Luciana Castel­lina (il mani­fe­sto, 30/7/2014) ci ha inter­pel­lati tutti, soprat­tutto noi che abbiamo fatto della soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese, soprat­tutto con Time for peace (1990), il tas­sello più impor­tante della nostra mili­tanza paci­fi­sta. La nostra impo­tenza di fronte a quello che suc­cede a Gaza è lace­rante. Anch’io non voglio par­lare di cosa suc­cede, e come potrei? Io sono a Roma men­tre loro – bam­bini, donne e uomini – muo­iono sotto le bombe israeliane.

Noi diciamo che «siamo tutti pale­sti­nesi», ma la realtà è ben diversa. Sono stati mai con­tati i morti pale­sti­nesi dal ’48 in poi? Sap­piamo esat­ta­mente il numero dei pro­fu­ghi? Abbiamo i dati sulle distru­zioni pro­vo­cate da Israele? Sap­piamo che a Gaza non c’è più acqua, elet­tri­cità, medi­cine… Non c’è più la pos­si­bi­lità di vivere. La puni­zione col­let­tiva con­tro un popolo è una vio­la­zione delle con­ven­zioni inter­na­zio­nali, ma quante riso­lu­zioni ha vio­lato Israele eppure, a dif­fe­renza di quanto avviene rispetto all’Ucraina, nes­suno ha mai pen­sato di imporre san­zioni a Israele. Non solo non si è mai pen­sato a san­zioni ma si con­ti­nua a espor­tare armi, tec­no­lo­gia e ad aiu­tare un governo che sta “ster­mi­nando” un popolo. So di usare un ter­mine pesante, ma che cos’è l’attacco alla popo­la­zione di Gaza rin­chiusa in una stri­scia di terra sovrap­po­po­lata senza via d’uscita? C’è forse un altro ter­mine per indi­care que­sta eli­mi­na­zione fisica di un popolo?

 

L’Europa tace, l’Italia anche, ma can­dida Fede­rica Moghe­rini a gui­dare la poli­tica estera euro­pea. Sap­piamo che l’Europa non ha bril­lato per la poli­tica estera, anzi, ma è lecito chie­dere alla can­di­data a tale inca­rico che cosa intende fare.

 

C’è un altro pas­sag­gio dell’articolo di Luciana Castel­lina che mi ha fatto riflet­tere, per la verità è da tempo che su que­sto punto mi inter­rogo. Non ho tra­vi­sato le sue parole, non avevo dubbi, Luciana non può con­di­vi­dere le scelte di Hamas. Quello che mi sono chie­sta è se, come lei dice, essendo vis­suta nei campi pro­fu­ghi si diventa o si può diven­tare ter­ro­ri­sti. Fino a qual­che tempo fa avrei con­di­viso la sua con­clu­sione, è pos­si­bile. Oggi non lo credo più. Per­ché il ter­ro­ri­smo isla­mico ha fatto del mar­ti­rio la pro­pria fede, è la carta che con­vince molti gio­vani ad immo­larsi non in nome della Pale­stina libera ma di dio, di allah. Il fana­ti­smo reli­gioso induce molti gio­vani a sacri­fi­carsi in azioni senza spe­ranza: a pre­va­lere è la cul­tura della morte non quella della vita che ha ispi­rato decenni di lotta dei mili­tanti pale­sti­nesi. Tanto è vero che la mag­gior parte dei kami­kaze non arriva dai campi pro­fu­ghi, non sono indotti al sacri­fi­cio dalla dispe­ra­zione ma dalla loro ideologia.

 

Non credo che nell’epoca in cui viviamo i con­flitti si pos­sano risol­vere mili­tar­mente, eppure il ter­ro­ri­smo è l’unica arma che può sfi­dare anche l’esercito più potente, quello israe­liano o quello ame­ri­cano. Para­dos­sal­mente Israele che ha soste­nuto la nascita di Hamas e gli Usa che hanno finan­ziato e adde­strato bin Laden sono diven­tati ostag­gio dei mostri che hanno creato.

 

La par­tita che si sta gio­cando in Medio­riente ormai coin­volge tutti i paesi arabi, non pro o con­tro i pale­sti­nesi che sono sem­pre stati solo una carta da gio­care in campo inter­na­zio­nale, ma per difen­dere i pro­pri inte­ressi e le pro­prie stra­te­gie. Altri­menti come si potrebbe spie­gare la chiu­sura del pas­sag­gio di Rafah da parte del pre­si­dente al Sisi? A che cosa por­terà que­sta logica che ignora i diritti dei palestinesi?

 

La comu­nità inter­na­zio­nale, i governi cosid­detti demo­cra­tici, i par­titi di sini­stra, i paci­fi­sti tutti sono respon­sa­bili di quanto sta avve­nendo. Se ora chiu­diamo gli occhi di fronte ai mas­sa­cri di Israele, ancora per i sensi di colpa rispetto all’Olocausto, la spi­rale della vio­lenza non si fer­merà mai. Sarà un vor­tice che con­ti­nuerà a travolgerci.

 

Che fare? Si deve man­dare una forza di inter­po­si­zione, se Israele non vuole si può schie­rare in ter­ri­to­rio – quel poco che è rima­sto – pale­sti­nese. Come è stato fatto in Libano. Se la comu­nità inter­na­zio­nale si assume le sue respon­sa­bi­lità è pos­si­bile. La cosa migliore sarebbe una inter­po­si­zione da parte dei corpi civili di pace, ma sic­come non sono ancora stati for­mati – spe­riamo lo siano pre­sto – va bene anche un corpo di poli­zia inter­na­zio­nale, pur­ché si metta fine a que­sto massacro.

Israeliani e palestinesi: necessità di “ricordare” il futuro

Israeliani e palestinesi obbediscono da decenni alla legge della vendetta, ma nell’attuale conflitto c’è qualcosa di diverso”, secondo David Grossman. “Sento che stiamo maturando. Con dolore e sofferenza, siamo costretti a crescere”

grossman-david

                                                                                                                                                    di David Grossman

 

 

 

La situazione in cui sono intrappolati israeliani e palestinesi assomiglia sempre di più a una bolla ermetica, sigillata. In questa bolla, con gli anni, entrambe le parti hanno messo a punto giustificazioni convincenti e raffinate per qualunque azione da esse intrapresa. Israele può dire, a ragione, che nessun Paese al mondo rimarrebbe immobile di fronte agli incessanti attacchi di Hamas, o alla minaccia dei tunnel sotterranei. E Hamas, dal canto suo, giustifica gli attacchi contro lo Stato ebraico sostenendo che il suo popolo è ancora sotto occupazione e che i cittadini della Striscia di Gaza languono a causa del blocco imposto da Israele.
In una situazione situazione in cui i cittadini israeliani si aspettano che il loro governo faccia qualunque cosa perché nessun bambino rimanga vittima di un commando di Hamas che spunta da sottoterra nel mezzo di un centro abitato limitrofo alla Striscia, chi mai potrebbe discutere con loro? E cosa risponderemo alla gente bombardata di Gaza che sostiene che le gallerie e i razzi sono le ultime armi che ha a disposizione per contrastare una potenza come Israele? Dentro a questa bolla ermetica, crudele e disperata, ciascuna delle parti, ognuna dal suo punto di vista, ha ragione. Ciascuna obbedisce alla legge della bolla: quella della violenza e della guerra, della vendetta e dell’odio.
La domanda più importante che dovremmo porci ora, in piena guerra, non concerne gli orrori che si verificano ogni giorno. Dovrebbe piuttosto essere questa: com’è possibile che da oltre cento anni noi e i palestinesi soffochiamo insieme dentro questa bolla? Siccome non posso porre questa domanda ai rappresentanti di Hamas, e non ho la presunzione di capire il loro modo di pensare, la faccio ai dirigenti del mio paese, all’odierno primo ministro e ai suoi predecessori: come avete fatto a sprecare il tempo trascorso dall’ultimo conflitto senza intraprendere nessuna iniziativa di dialogo, senza tentare un approccio
con Hamas per cercare di cambiare l’esplosiva realtà tra noi? Perché Israele, negli ultimi anni, ha intenzionalmente evitato di avviare un negoziato con la parte più moderata e aperta al dialogo del popolo palestinese, anche solo per fare pressione su Hamas? Perché per dodici anni ha ignorato l’iniziativa della Lega Araba che avrebbe potuto coinvolgere Paesi arabi moderati e imporre forse un compromesso a Hamas? In altre parole, come mai, per decenni, i governi israeliani non sono stati in grado di pensare al di fuori della bolla?
Eppure, malgrado tutto, nell’attuale confronto tra Israele e Gaza c’è qualcosa di diverso. Al di là dei toni infiammati di alcuni politici che fomentano il fuoco della guerra e dietro alla grande messinscena di “unità” — in parte genuina, ma per lo più artefatta — della popolazione israeliana, accade qualcosa che riesce a incentrare l’attenzione di molti israeliani su un meccanismo alla base di tutta la “situazione”, un meccanismo di ripetitività sterile, letale.
Qualcosa, in questo ciclo di violenza, di vendetta e di contro-vendetta, rivela a molti israeliani un’immagine che finora avevamo rifiutato di riconoscere. Improvvisamente riusciamo a vedere con brutale chiarezza il ritratto di Israele: un Paese audace, con fantastiche capacità creative e di inventiva, che da più di cento anni gira intorno alla macina di un conflitto che avrebbe potuto essere risolto anni fa. Se rinunciassimo per un momento a considerare le ragioni e le motivazioni con le quali ci proteggiamo da sentimenti di compassione e di semplice umanità verso i moltissimi palestinesi le cui vite sono sconvolte da questa guerra, forse riusciremmo a vederli girare insieme a noi, all’infinito, intorno a questa macina, accecati e intorpiditi dalla disperazione.
Non so cosa pensino esattamente i palestinesi in questi giorni, che cosa pensi la gente di Gaza. Sento però che Israele sta maturando. Con dolore, con sofferenza, digrignando i denti, Israele cresce. O meglio, è costretto a crescere. Nonostante le dichiarazioni bellicose e i proclami infiammati di politici e di commentatori, al di là delle feroci invettive di energumeni della destra contro chi la pensa diversamente da loro, al di là di tutto questo, il flusso centrale dell’opinione pubblica israeliana sta acquistando lucidità.
La sinistra è più consapevole dell’intensità dell’odio verso Israele (che non deriva solo dall’occupazione), della minaccia dell’integralismo islamico e della fragilità di qualunque accordo verrà firmato. Molte più persone, a sinistra, capiscono oggi che i timori e le ansie degli esponenti della destra non sono soltanto paranoie ma scaturiscono da una concreta realtà. Spero che anche la destra riconosca — seppure con rabbia e frustrazione — i limiti della forza, il fatto che anche un Paese forte come il nostro non può agire unicamente secondo la propria volontà e che, nell’epoca in cui viviamo, non ci sono più vittorie inequivocabili. Ci sono soltanto “fotogrammi di vittoria” che lasciano il tempo che trovano e il cui negativo ci mostra che nelle guerre ci sono unicamente perdenti e non esiste una soluzione militare al reale malessere del popolo che abbiamo di fronte. E fintanto che il senso di soffocamento della gente di Gaza non si dissiperà nemmeno noi, in Israele, potremo respirare con agio, con entrambi i polmoni.
Noi israeliani lo sappiamo da decenni, e da decenni ci rifiutiamo di capirlo. Ma forse, questa volta, lo abbiamo capito un po’ di più, oppure, per un momento, abbiamo visto la nostra vita da una prospettiva un po’ diversa. È una comprensione dolorosa, e sicuramente minacciosa, ma potrebbe essere l’inizio di un cambiamento e indicare agli israeliani la necessità impellente, l’urgenza di raggiungere una pace con i palestinesi come piattaforma per un’intesa anche con gli altri Stati arabi. Potrebbe mostrare la pace — così disprezzata oggi — come l’opzione migliore e più sicura fra quelle a disposizione. Anche Hamas maturerà una comprensione del genere? Non posso saperlo. Ma la maggior parte del popolo palestinese, rappresentato da Mahmoud Abbas, ha già optato, in pratica, per l’abbandono del terrorismo e per il negoziato. E potrà il governo israeliano dopo i recenti, sanguinosi scontri e la perdita di tanti giovani a noi cari, esimersi dal tentare almeno questa strada? Continuare a ignorare Mahmoud Abbas come elemento essenziale per la soluzione del conflitto? Continuare a rinunciare alla possibilità di un accordo con i palestinesi in Cisgiordania che conduca a un graduale miglioramento dei rapporti con il milione e 800mila abitanti di Gaza?
In quanto a noi, in Israele, non appena la guerra sarà terminata, dovremo cominciare a creare un nuovo tipo di solidarietà che modifichi il quadro degli odierni, ristretti interessi settoriali. Una solidarietà fra coloro che sono consapevoli del pericolo mortale di continuare a girare la macina. Fra coloro che capiscono che le linee di confine oggigiorno non sono più tra arabi ed ebrei ma tra chi aspira a vivere in pace e chi invece si nutre, emotivamente e ideologicamente, di violenza e ne vuole il proseguimento. Sono convinto che in Israele ci sia ancora una massa critica di persone, di sinistra e di destra, religiosi e laici, ebrei e arabi, in grado di approvare, in maniera coerente e senza farsi illusioni, tre o quattro punti di un accordo per una soluzione del conflitto con i nostri vicini. Molti “ricordano ancora il futuro” (un ossimoro, una locuzione strana, ma azzeccata in questo contesto) che desiderano e che augurano a Israele e alla Palestina. C’è chi si rende conto (chissà per quanto tempo ancora) che, se ci faremo sopraffare dall’apatia, se lasceremo le cose in mano agli altri, ci sarà chi ci trascinerà tutti, con fermezza e impeto, nella prossima guerra e, strada facendo, attizzerà ogni possibile focolaio di scontro nella società israeliana. E noi tutti, israeliani e palestinesi, continueremo a girare con gli occhi bendati, a testa china, accomunati dalla disperazione e intorpiditi dalla stupidità, intorno alla macina del conflitto che frantuma e polverizza le nostre vite, le nostre speranze e la nostra umanità.

 

Il mio forte desiderio di essere un….COMUNE MORTALE

billelleraelleboro

 

 

 

 

 

 

 

 

di Piero Murineddu

 

Dopo aver letto l’analisi sul modo di votare dei sorsesi fatto dal  Baffuto&Acuto Leo (trovate l’articolo in fondo alla pagina), mi sono sentito telefonicamente con lui per uno scambio d’opinione sull’argomento. Oltre chiedergli il permesso di pubblicarlo, gli ho anticipato che avrei commentato. Ho deciso di farlo in modo diverso dal solito, pensando di rilevare alcuni suoi passaggi e concludendo rivelando un intimo desiderio che probabilmente mi attirerà parecchi strali sussinchi.

Vediamo:

 

  1. I sorsesi votano per innamoramento.
  2. Passionali come sono non fanno mai delle scelte logiche
  3. E’ come se un vento malizioso spingesse le folle in un’unica direzione
  4. Capire le ragioni di questo comportamento al limite della schizofrenia è impossibile
  5. Magari, qualche tempo dopo, il “favorito” viene buttato giù dal piedistallo
  6. Al sorsese il voto bisogna chiederlo uno per uno, così può prendersi la rivincita verso “l’odiato” politico
  7. Il candidato deve umiliarsi,sopportare battute grevi e sorrisi di scherno. Alla fine ottiene la sospirata preferenza.
  8. Non contano le qualità personali e il lavoro fatto ma “piegarsi” davanti al popolo “giudice”
  9. Questa forma di vassallaggio diventa il prezzo da pagare per il successo.
  10. Il sorsese non vuole una persona competente e capace di amministrare, ma qualcuno che gli rassomigli
  11. Il sorsese vuole un candidato che gli sia “inferiore” per potergli dire : “guarda che non sei nessuno: lì ti ho messo io e ti posso tirare giù quando voglio”
  12. In questo modo, quelli super votati pagano un prezzo altissimo per la propria vanità.
  13. Il sorsese vive alla giornata, in attesa di un qualche miracolo terreno o divino.

 

?????????????????????

 

Traggo da http://spazioinwind.libero.it/sorso2000/billellera.htm

 

Il nome della Fontana indica la pianta dell’elleboro, che anticamente veniva utilizzata per curare la pazzia o l’epilessia. Poiché è una pianta velenosa le è stato attribuito il potere di rendere folli (proprietà poi estesa alla stessa acqua della fontana). E da qui l’infamante (e falsa!) leggenda sui “sussinchi macchi”… Ma a volte non è forse la follia un eccesso di intelligenza che i comuni mortali non riescono a capire?”

Non è forse la follia un eccesso di intelligenza che i comuni mortali non riescono a capire?

La conclusione fatta dagli autori del Progetto “Sardegna

2000″ (corsi per l’alfabetizzazione informatica e linguistica)

attribuisce ai sussinchi un “eccesso d’intelligenza” che i

comuni mortali non riescono a capire

 

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

Chiedo scusa, ma come qualcuno concorderà,

personalmente mi sento un sussinco atipico, e vi faccio

una quasi confidenza, anzi, intimissima confidenza:

spesso mi capita di desiderare profondamente di

essere un …. comune mortale

 

LEONE