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Le colpe dei fratelli non ricadono sui Presidenti, ma che fine ha fatto il Mattarella Antonino?

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di Marco Travaglio

La lingua, per il giornalista italiano medio, è un muscolo involontario molto più di quell’altro. Quindi è naturale che, dopo aver leccato per nove anni consecutivi Re Giorgio I e II, dopo la sua abdicazione avvertisse un grande vuoto e garrisse all’impazzata alla ricerca di un altro leccalecca. L’horror vacui, per fortuna, è durato meno di due settimane. Poi, al primo affacciarsi di Sergio Mattarella, la Lingua Unica della stampa italiana s’è subito riposizionata umettando le grisaglie del Candidato senza neppure aspettare l’elezione. Mal che vada, si son detti i leccatori, facciamo un po’ di allenamento in attesa del prossimo. Non sia mai che il muscolo, a causa dell’inazione, si atrofizzi e si lasci cogliere impreparato alla bisogna.
Il Megapresidente Galattico. Imperdibile reperto dell’incertezza dell’attesa, la pagina 6  del Corriere di venerdì. La metà inferiore per le ultime salivazioni postdatate all’ex monarca, “Entra Napolitano. Il lungo applauso in Aula”. La metà superiore per le prime pennellate preventive di Fabrizio Roncone al “mite Sergio, ultimo moroteo”, che “ha dentro il fil di ferro”, “parla a voce bassa, uomo mite fino a quasi apparire fragile, coltiva la virtù della pacatezza, della prudenza e del dialogo, una volta accettò di giocare a Risiko con i redattori del Popolo, è un buon intenditore di calcio e tifa Palermo (con una debolezza, sembra, per l’Inter)”, vive “nella foresteria a disposizione dei giudici della Corte costituzionale”, a “cento passi dal Quirinale”: un “appartamento spartano” tipo quello del Megadirettore Galattico fantozziano, con cui condivide l’inginocchiatoio in legno grezzo e il tozzo di pane e il bicchier d’acqua da condividere con il ragionier Ugo, ma non la poltrona in pelle umana e neppure l’acquario con gli impiegati-inferiori estratti a sorte per fare i pesci, anche perché Lui “non sa nuotare”. Segue succinta biografia, con padre, tre figli e “suo fratello Piersanti” assassinato dalla mafia. Nessuna traccia dell’altro, l’ex avvocato Antonino, il maggiore, in rapporti finanziari con Enrico Nicoletti, cassiere della Magliana: chissà poi perché, poveretto.
Il nuovo Giustiniano. Quando poi l’ascesa al trono è certa, le lingue sparse si ricompongono a testuggine e battono tutte come una sola dove il potere vuole. Gente che Mattarella non se l’è mai filato per mezzo secolo scopre in lui il nuovo Salvatore della Patria. Una cascata di saliva che deve fare un po’ schifo allo Schivo, e che imbarazza persino Aldo Cazzullo: “Un ex componente della Bicamerale ricorda: ‘Mattarella propose un corpus giuridico che riassumesse e semplificasse la legislazione vigente: un’operazione così l’aveva fatta solo Giustiniano!’….”
Il Mattarellinum. Sergio è un enfant prodige dei codici, il Mozart della pandetta: “La passione per i meccanismi elettorali ce l’aveva fin da ragazzo”, rivela Marcello Sorgi su La Stampa (par di vederlo, giovinetto, mentre i compagni giocavano a pallone e correvano la cavallina con le ragazze, curvo sul desco a studiare il Mattarellinum che 40 anni dopo, previe opportune limature, vedrà finalmente la luce. Le zite gli suonano il campanello, ma lui niente: “Scusa, Rosalia, ma oggi ho problemi di scorporo”, “Perdonami, Teresa, ma c’ho un maggioritario grosso così, e per giunta con recupero proporzionale”). La lingua a questo punto parte da sola, irrefrenabile, incontenibile, a raffica: “Mite, pacato, serio, ragionatore, moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige”. Segue l’albero genealogico: dai che almeno Sorgi si ricorda del fratello Antonino. Macché: “I due fratelli Piersanti e Sergio erano molto diversi tra loro. Si dice che in ogni famiglia siciliana ci sia un figlio arabo e uno normanno”. Nulla da fare: damnatio memoriae per il povero Antonino.

Compagni di scuola. Alberto Mattioli, sempre su La Stampa, riesce a scovare un “compagno di scuola dei fratelli Mattarella” che, vincendo la ritrosia contagiosa di tutta la classe dei Mattarella’s, qualcosa racconta, ma a patto che si taccia il suo cognome e lo si chiami “signor Gino”. Vedi mai che se ne ricordi almeno lui, di quel terzo fratello un po’ scavezzacollo. “Sergio era serio anche da ragazzo, però qualche risata se la faceva pure lui”. Ci sentiamo tutti molto meglio, ma i fratelli? Niente da fare: lui era “compagno di scuola di Piersanti e Sergio, due ragazzi diversissimi, due caratteri complementari, si volevano molto bene”. Piersanti “vulcanico, pieno di vita, trascinatore. Sergio silenzioso, serio, composto, quello che a Roma chiamiamo un mollicone, uno di quei ragazzi che stanno sempre zitti, che sembrano quasi troppo educati. Metodico, riflessivo, attento, studioso. In comune avevano due caratteristiche: l’estrema educazione e la passione per lo sport”. Il terzo, Antonino, sfugge proprio ai radar. Che fosse un po’ maleducato e poco sportivo? Mistero. E pazienza, è andata così.

L’Hombre Vertical. Riproviamo con Sebastiano Messina, che giovedì e poi venerdì, su Repubblica, ritrae e doppiamente biografa da par suo. Lui, così, preciso, colmerà la lacuna. “Ama il grigio, evita le telecamere, parla a bassa voce, coltiva la virtù della pacatezza, dell’equilibrio, e della prudenza”, ma attenzione, nessun dorma: “Sotto quel vestito grigio e dietro quei modi felpati c’è un uomo con la schiena dritta, un hombre vertical capace di discutere giorni interi per trovare un compromesso con l’avversario, ma anche di diventare irremovibile se deve difendere un principio, una regola, un imperativo morale”. Nessun accenno al terzo fratello: sono sempre in due, Piersanti e Sergio. Vabbè, ora Messina rimedierà venerdì. Speriamo, ce la può fare. San Sergio “fa una vita monacale”, al confronto Ratzinger nel monastero Mater Ecclesiae e papa Francesco nella celletta di Santa Marta sono due zuzzurrelloni. Cena con “gli amici di una vita”: un giudice della Cassazione, un ginecologo, un banchiere, però “ogni tanto accetta gli inviti di Giuliano Amato e Sabino Cassese”, e quando proprio è in vena di pazziare si unisce a “Pierluigi Castagnetti, Rosi Bindi e Rosa Russo Jervolino”, tutta vita. Poteva mancare il barbiere? No che non poteva: “Franco Alfonso, il mitico barbiere di via Catania a Palermo: la sua chioma bianca, Mattarella se la fa tagliare solo da lui”. Ma eccoci finalmente alla famiglia, dai che ce la facciamo. “Il padre Bernardo”, da molti indicato come un po’ colluso (da Danilo Dolci, per esempio), ma è meglio non parlarne: anzi il vecchio patriarca era amico di “don Sturzo”, di “La Pira” e basta. Ed ecco i fratelli, forse ci siamo: “A Roma i fratelli Piersanti e Sergio giocavano con i figli di De Gasperi e con quelli di Moro”. E il terzo, Antonino, mai: sempre chiuso in casa, per non farsi vedere dai giornalisti.   Il Cristo di Mattarella. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il fratello misteriosamente scomparso, nel senso di sparito? Su Repubblica c’è un’intera pagina di Francesco Merlo: anche lui è siciliano, lui sicuramente sa tutto e ce ne parlerà, del terzo Mattarella fantasma. Pendiamo dalle sue labbra, anzi dalla sua lingua. Sergio è un “vedovo dolente e creativo, facile immaginarlo perduto nell’immensità del Quirinale come Casimiro, il triste Vicerè di Sicilia”. Potrebbe sentirsi meno solo frequentando il professor Antonino? No, “Sergio Mattarella cerca la compagnia del ‘caro paralume’, che Massimo Severo Giannini consigliava ai suoi allievi. E quel paralume, ‘meglio se verde’, è per Mattarella la metafora della lettura ma anche della solitudine e della malinconia…”. E vabbè, meglio il paralume, purché verde. La sinfonia cromatica prosegue col nero. “Il siciliano schivo, coperto e cauto, non trova mai la festa, ha sempre quel tormento che il più dolorista di tutti, Aldo Moro, chiamava ‘senso della storia’”. Perché lui è “un siciliano tragico e superbo che brancatianamente vede il nero anche nel sole”. Ma è pure “come Sciascia: un siciliano muto, di quelli che coltivano l’utopia del Tommaseo che sognava di coniugare la concisione con la precisione”. Però. “Sono così i siciliani muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti”. E questo l’avevamo vagamente intuito. Ma è il momento di un’altra pennellata di colore: “Gli occhi di Sergio Mattarella non sono celesti ma sono ipercontrollati, più di quelli di un piemontese”. Per non parlare di quelli di un calabrese, o di un napoletano. Sì, ma di grazia di che colore sono? “Il suo colore è il celeste, che può essere raccontato come un blu stinto, un blu indebolito, il gozzaniano ‘azzurro di stoviglia’ oppure come il cielo: ed è vaniglia la sua personalità: dolciastra indecisione o sobrietà e festa di nuances?”. Ah saperlo. Intanto prendete nota del “Mattarella nemico di ogni eccesso estetico, umbratile e sensibile siciliano fenicio che non perdona”. Ecco: siciliano non sumero o assirobabilonese: fenicio. Ma anche un po’ israelitico: “il Cristo di Mattarella” non è “colorato e sanguinante come nelle processioni di Palermo, ma invece di filigrana sottile, il Cristo con il sorriso dolce e amaro di una vita che è stata investita dalla tragedia”. Quindi, allontanando l’odor di santità e ricapitolando: nero, celeste, blu stinto, azzurro di stoviglia, ma anche non colorato e soprattutto non celeste per carità. Santo subito. Esaurita la tavolozza, Merlo arriva finalmente alla famiglia. Il padre Bernardo: “notabile palermitano” e ho detto tutto. Fuochino, dài, su, passiamo ai fratelli. “Il fratello Pier-santi, il siciliano allegro, chiacchierone e spavaldo, l’hidalgo di quella Sicilia ‘che è più Spagna della Spagna’”, e ho ridetto tutto. Acqua, lago, mare. Antonino, ancora una volta, non pervenuto.   Il Moro di Palermo. Ultima occasione, ieri. Sul Corriere Roncone torna sul luogo del relitto. “Stringe il nodo della cravatta… sposta la tenda della finestra e guarda giù… La riservatezza proverbiale… Poche parole anche quando si ferma per prendere un toast (di solito, prosciutto cotto e formaggio: poi saluta, ringrazia e lascia la mancia. ‘Un vero signore d’altri tempi’)”. Secondo Repubblica, invece, il menu è un filo diverso: “Pizzetta prosciutto e formaggio, occhio di bue o pasticcini, yogurt e Pocket Coffee. Sobriamente”. Ma son dettagli. Prosegue Roncone: “Sobrio, frugale… La voce come un soffio…”. Forse ci siamo: “Riceve la visita della nipote Maria, figlia di suo fratello Piersanti, che lo mette di ottimo umore”. Ma una telefonata, un messaggio in bottiglia, un segnale di fumo dal fratello Antonino no? No. Sotto parla l’amico economista siciliano Salvatore Butera: “Freddo? È solo composto. Bontà d’animo, pacatezza e grande umanità. ricorda Aldo Moro”. Butera sa qualcosa dei fratelli? Sì: “Eravamo tutti e tre insieme dai gesuiti, io e i due fratelli Mattarella”. Parlerà mica di Sergio e Antonino? Mavalà: “Oltre a Sergio, anche Piersanti”. Pure Antonino è laureato in legge, faceva l’avvocato, ora insegna all’Università. Desaparecido.   Il Kennedy di Trinacria. Su Repubblica ci si mettono addirittura in due, Tommaso Ciriaco ed Emanuele Lauria, per la terza biografia del Presidente in tre giorni. “Riformista dal tratto garbato”, e vabbè. “La proverbiale discrezione”, e anche questa la sappiamo. “Il miniappartamento nella foresteria della Corte costituzionale”: già sentita pure quella. “Rappresentante di una famiglia che ha frequentato il successo e il lutto (‘I Kennedy palermitani’, secondo antica definizione)”, ed è vero, visti i sospetti di mafia irlandese sul papà di Jfk, di Bob e di Ted. Ma lo vogliamo ricordare, questo benedetto Ted, al secolo Antonino? “I parenti a Palermo, come l’ex deputato regionale Bernardo” (indagato per peculato, ma questo non lo diciamo). E “la nipote Maria”: fuocherello. E come si chiama l’altro zio? Dai, è facile, diamo un aiutino: quattro sillabe, inizia per A e finisce per O. Niente, forse manca lo spazio. Zero tituli. Chissà come deve sentirsi, però, quel pover’uomo. Suo fratello diventa il primo cittadino d’Italia e lui diventa l’ultimo. Anzi, di meno: un clandestino. Manca solo il decreto di espulsione. La lingua è forte, ma la carne è debole.

(Editoriale de  Il Fatto Quotidiano del 1 febbraio 2015)

 

Per saperne di più sulla famiglia Mattarella:

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/specchiato-schiena-dritta-ma-anche-caro-mattarella-tiene-93493.htm

La mia sciarpa è simile a un chador

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di Martha Nussbaum

Viviamo in un periodo che è una vera sfida per l’umanità come mai lo è stato in anni recenti, un periodo che mette alla prova i valori della comprensione umana, il reciproco rispetto, e la compassione. Voglio dire solo poche cose sul fatto di vivere in tempi che mettono alla prova, in particolare, i nostri valori del rispetto e della tolleranza, dato che una terribile politica di xenofobia e odio ha preso, sfortunatamente, una spinta enorme dagli orribili crimini commessi dai terroristi in Francia. Dovrei dire che preferisco la parola “rispetto” alla parola “tolleranza”, perché “tolleranza” suggerisce una gerarchia, in cui una maggioranza accondiscende a vivere con persone che non è detto che le piacciano. Ora: ritengo che dobbiamo fronteggiare il nostro difficile futuro con cinque propositi, tutti molto ardui da mantenere in un periodo di paura. È il dovere più solenne del nostro sistema educativo, sia a livello di scuola che di università, promuovere questi valori, ed è anche il dovere dei giornalisti:

Intelligenza

Coerenza di principi

Immaginazione

Lavoro di squadra

Speranza

 
Intelligenza prima di tutto . Dobbiamo cercare i fatti, e giudicare in base ai fatti. Non dobbiamo farci trascinare spaventati da voci irresponsabili a trascurare le prove o a giudicare secondo rozzi stereotipi. Tutti dovremmo imparare molto dalle varietà dell’Islam nel nostro mondo, in modo da capire chiaramente quanto malata e anomala sia la versione fornita da questi terroristi, e da sapere come possiamo trattare i nostri concittadini musulmani con rispetto. La maggioranza deve studiare anche la propria storia: per esempio, dovremmo essere consapevoli, quando parliamo di idolatria, che i divieti contro l’idolatria sono rilevanti sia nel Giudaismo che nella Cristianità Protestante, come pure nell’Islam, e sia nel Giudaismo che nella Cristianità questi divieti hanno portato a terribili atti di violenza – per esempio durante la guerra civile inglese, quando i Puritani distrussero l’arte rappresentativa nelle chiese e uccisero coloro che l’avevano prodotta. Dovremmo anche studiare le nazioni musulmane in cui l’Islam ha subito una trasformazione liberale illuminista: in particolare l’India e l’Indonesia, le due più grandi popolazioni musulmane del mondo.

 

Coerenza di principi . Dovremmo giudicare gli altri esattamente come giudichiamo noi stessi, e sottoporci alle stesse regole che imponiamo agli altri. Se mettiamo al bando un tipo di abito musulmano sulla base del fatto che è lungo e ingombrante e quindi un rischio per la sicurezza, allora ci dovremmo preoccupare allo stesso modo di Martha Nussbaum, che cammina lungo Michigan Avenue a Chicago nel suo solito abbigliamento invernale, che copre non solo tutto il suo corpo ma anche la sua faccia tranne gli occhi – e anche questi sono coperti da speciali occhiali da sole che proteggono dal vento. I terroristi di solito cercano di mescolarsi con la folla: gli attentatori della maratona di Boston indossavano berretti da baseball e portavano degli zaini. Quindi il pensiero che siamo più sicuri se demonizziamo quelli che sembrano diversi non è solo offensivo, è stupido.
Ma nella nostra ricerca della coerenza dovremmo andare oltre la protezione della nostra stessa sicurezza verso la dignità e il rispetto. Permettetemi un esempio un po’ frivolo – ma non tanto frivolo, dato che lo sport ha una profonda influenza sulle culture, ed è un luogo centrale in cui i valori morali vengono o non vengono rispettati. La National Football League negli Stati Uniti ha recentemente annunciato che avrebbe imposto una multa a un giocatore musulmano perché pregava dopo una giocata particolarmente bella, inginocchiandosi a terra. C’è una regola che vieta di mettersi a terra dopo una giocata, non ho idea del perché, e hanno detto che aveva violato quella regola. Ma i giocatori e i tifosi hanno immediatamente puntualizzato che i pii giocatori cristiani erano sempre stati esentati da quella regola, essendo loro stato permesso di inginocchiarsi a terra in preghiera; e giustamente hanno chiesto che lo stesso trattamento fosse riservato al giocatore musulmano. Sono felice di dire che la lega ha fatto marcia indietro. Ecco quello che intendo con coerenza di principi, e il bisogno che ci sia si vede dovunque guardiamo nelle nostre società pluraliste, ma non sempre viene rispettato.

 

Immaginazione . Noi tutti nasciamo con la capacità di vedere il mondo da punti di vista diversi dal nostro, ma di solito questa capacità viene coltivata in modo molto ineguale e ristretto. Impariamo come appare il mondo dal punto di vista della nostra famiglia o gruppo locale, ma ignoriamo punti di vista più distanti. Per diventare buoni cittadini del nostro mondo complicato, dovremmo cercare di vedere il mondo da molte posizioni diverse. Informati dalla nostra conoscenza della storia, dobbiamo chiederci come le scelte che facciamo in quanto votanti e cittadini influenzino le vite di molti tipi diversi di gente, e non possiamo farlo bene senza vedere il mondo dal loro punto di vista. Coltivare l’immaginazione è uno dei compiti più importanti del sistema educativo, ecco perché dobbiamo rafforzare, e non tagliare, i programmi di storia, letteratura, e filosofia,perché spero mi permettiate di insistere che la filosofia è una disciplina immaginativa.

 

Lavoro di squadra. Viviamo con gli altri, ma spesso semplicemente esistiamo fianco a fianco, o, ancora peggio, vediamo gli altri come concorrenti da sconfiggere. I valori umani non possono prevalere nel nostro tempo pericoloso a meno che la gente non si unisca per trattare i problemi del genere umano. E devono unirsi in modi che implicano la non-gerarchia, il rispetto, e la reciprocità. Infatti, il lavoro di squadra implica tutti i miei tre primi valori: perché la vera reciprocità con gli altri richiede decisioni intelligenti; richiede che rispettiamo le norme della coerenza di principi; e richiede un’immaginazione in costante ricerca.

 
Speranza . Quest’ultimo valore sembrerà strano a molti. Da dove potrebbe venire la speranza in un periodo così desolato? E perché mai dovremmo sperare? Bene, Immanuel Kant ha detto che quando non vediamo margini per la speranza abbiamo il dovere morale di coltivare la speranza in noi stessi, in modo da massimizzare i nostri sforzi in nome dell’umanità, e cogliere ogni opportunità di far progredire i valori positivi che il mondo ci può offrire. Non ha detto molto, tuttavia, in merito a da dove la speranza dovrebbe e potrebbe venire, e ha fatto sembrare il dovere di sperare come un lavoro cupo. Tuttavia, vorrei suggerire che la speranza è sostenibile solo attraverso la gioia e il piacere della vIta.

(Pubblicato su La Repubblica del 30 gennaio 2015)

 

 

 Per conoscere Martha Nussbaum:

http://it.wikipedia.org/wiki/Martha_Nussbaum#Biografia

 

 

 

 

 

Soci per la “Confraternita della Tana” cercasi

 

 

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di Piero Murineddu

 

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Leggendo altri particolari su Eugenio, venuto a mancare nel giugno dell’anno scorso, vengo a sapere della grande passione per l’archeologia e per l’archeoastronomia in particolare, e del suo voler  andare oltre il già conosciuto, della curiosità e bisogno di percorrere strade poco frequentate, azzardandosi quindi ad aprire porte nuove. Insomma, di quegli atteggiamenti che il giudizio affrettato e superficiale  definisce  “strani”, specialmente da coloro che si sentono sicuri e protetti solo se  non abbandonano la strada maestra del pensare e del giudizio comune, che normalmente guardano con sospetto chi da questa  scontata e per certi versi forzata  “normalità”  vuole differenziarsi, magari considerandolo uno che vuole attirare l’attenzione unicamente per esibire le proprie frustrazioni.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Vengo a sapere che Eugenio, nativo di Pozzomaggiore, era considerato un tipo solitario e dall’apparenza burbera, salvo cambiare opinione nel momento che qualcuno riusciva ( e voleva!)  superare quella possibile  “corazza protettiva”, rappresentata in parte dalla mimetica che indossava continuamente e  dal suo farsi vedere in giro a bordo di una Panda nel cui abitacolo vi era di tutto. Eterno “esploratore” del mondo circostante, con capellino e sigaro spento  tra le labbra.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

L’autore dell’articolo sopra riportato mi dice che sicuramente mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Credo che abbia ragione. Sicuramente non tutti, ma sono molti quelli che vorrebbero conoscere e frequentare una persona di “grande cultura, intelligente e riccco di umanità”. Lo vorrebbe sopratutto chi  si sente sempre in “cammino”, disposto a mettersi in discussione e vuole incontrarsi con la diversità dell’altro, convinto che questa “diversità” non bisogna per forza combatterla perchè se ne ha paura, ma considerandola opportunità di crescita reciproca.  Condizione è però che ci si voglia incontrare realmente, senza pretesa d’insegnare ad ogni costo qualcosa al nostro interlocutore, sia esso occasionale o abituale. Personalmente, almeno quando è possibile, rifuggo quegl’incontri dove ci si parla addosso e difficilmente ci si ascolta. Capannelli di due o più persone stressate, a gara nel coprirsi di parole.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Pur essendo una definizione di Eugenio da parte dell’autore, non è tuttavia contenuta nell’articolo, ma tutto ciò che si dice di lui lo fa intendere. Avendolo trovato pubblicato nell’ultimo numero de  “Il Corriere del Turritano” senza firma e intendendo la cosa voluta, contattandolo,  l’autore mi ha detto che tutto sommato andava bene ugualmente. Ho pensato comunque di svelarne il nome, con la speranza di non fargli torto. Si tratta di Leo Spanu. In un primo momento, non avevo letto l’articolo con la giusta e dovuta attenzione. Voluta o meno, l’omissione della firma è servita a porre all’attenzione un problema che, seppur moltomamolto diffuso, generalmente si preferisce evitare o prescindere da esso. Diciamolo chiaramente: predisposti o meno, nessuno è immune da quelllo strano stato di prostrazione che può prendere i nostri giorni, e non di rado può assumere carattere patologico. Sappiamo che le cause sono varie, e non principalmente economiche. Spesso chi ne viene colpito si sente mortificato nelle proprie aspettative e potenzialità, e molte sono originate dall’insoddisfacente vita relazionale dei tempi che stiamo vivendo. Relazioni di cui si ha bisogno e che difficilmente si riesce a portare avanti, per l’impegno che esse richiedono.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

Verso l’amico scomparso, l’autore ha un vago senso di colpa per non esser stato in grado di rispondere in modo adeguato alla sua  richiesta d’aiuto. Richiesta probabilmente non esplicitata. Mi viene da pensare che difficilmente vogliamo e riusciamo a manifestare la nostra inedeguatezza davanti alla vita che si snocciola  nelle infinite e diversificate vicende quotidiane.  Non raramente, come ammette l’autore, siamo appesantiti da una individuale ed estenuante palestra “bellica” per difenderci dagli attacchi di un sistema di vita che non condividiamo e che spesso subiamo. Un “lavoro forzato” comune a molti, ma da pochi ammesso. Eppure è urgente riuscire a far emergere in noi l’umanità che sembra sempre più assottigliarsi. I potenziali soci della “Confraternita della Tana” sono più di quanto s’immagini, e probabilmente sono quelli più forniti di energie che, nonostante l’isolamento voluto o imposto che sia, contribuiscono a riequilibrare la spesso  apparente e diffusa allegria ……spensierata.

“Persona di grande cultura e intelligenza,ricco di umanità. Una di quelle rare persone che è un piacere e un privilegio definire amico“.

La “stranezza” di Eugenio ha sicuramente contribuito a creare nuova Cultura, ed è proprio questa in grado di “cicatrizzare” le nostre tante e forse inevitabili ferite che la vita comporta.

 

Eugenio Muroni e la sua teoria su Monte d'Accoddi-002

 

Dedico la canzone “Don Chisciotte” di Francesco Guccini a Eugenio e a tutti gli strambi come lui.

 

Don Chisciotte

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

Sancho Panza
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
E’ la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
E’ un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

Don Chisciotte
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

Sancho Panza
A proposito di questo farsi d’ombra delle cose,
l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com’è vero… che ora ho fame !

Don Chisciotte 
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…
Sancho Panza
Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

Don Chisciotte
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

Insieme
Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte !

 

 

Per ascoltare la canzone, copia e incolla il seguente codice:

https://www.youtube.com/results?search_query=don+chisciotte

ALFABESTIARIO 2015, ovvero, QUAL’E’ IL VALORE CHE LORSIGNORI CONTINUANO A DARE ALL’UOMO QUALUNQUE?

 2015

 

 

 

di Leo Spanu

 

A

come Anno. Impegni solenni per il 2015: avere fiducia nei nostri rappresentanti della politica e delle istituzioni; pagare senza imprecare come uno scaricatore di porto: ABBANOA, ADDIZIONALE COMUNALE, PROVINCIALE, REGIONALE, BOLLO AUTO, ENEL, ICE, IGE, INAIL, INPS, IMU, IRAP, IRPEF, IRPEG, IVA, LOCALTAX, RAI, RC, SERVICETAX, SSN, TARES, TARI, TASER, TASI, TARSU, TELECOM, TIA, TRISE, TUC e le future CICACICA e BIMBUMBAM. Se mi avanza un centesimo lo gioco al lotto.

 

B

come Buonismo. E’ l’applicazione moderna e fasulla del principio ecumenico “amatevi” o del romanesco “ volemose bene”. Come fare una torta di m. e poi ricoprirla di panna, canditi, zucchero a velo e altro. Bellissimo l’aspetto ma dentro continua a puzzare.

 

C

come Coraggio. Farsi eleggere consigliere regionale, andare a fare la pipì in un gabinetto pubblico, pagare 50 centesimi e presentare la ricevuta per il rimborso.

 

D

come Donne. No so se Eva sia veramente nata dalla costola di Adamo e molte altre cose non so delle donne. Di una cosa sono certo: hanno i piedi freddi.

 

E

come Energia. “Medicina” che guarisce tutti i “dolori” delle multinazionali, dei governi e degli uomini di potere. Tutti la cercano, tutti la vogliono, tutti lottano per controllarla. Effetti collaterali (per gli altri): guerre, miseria, carestie etc. etc.

 

F

come Fiore. “Per fare un albero ci vuole un fiore”, cantava una volta Sergio Endrigo e concludeva, “per fare tutto ci vuole un fiore”. Magari! Cosa possiamo costruire oggi coi fiori di plastica, gli ideali di carta, gli amori virtuali e i sogni venduti insieme alla Coca Cola? Una vita fatta di copia-incolla?

 

G

come Gente. Animale mitologico con cento teste e cento opinioni. Parente stretto dell’Idra di Lerna, se le tagli una testa ne crescono altre due.

 

H

come H. Si legge acca e si pronuncia acca. Deriva dal dialetto napoletano: a-cca’ nisciuno è fesso.

 

I

come Idiota. Chiunque non la pensi come noi.

 

L

come Laurea. Storiella inglese. Ad una casalinga si rompe improvvisamente il rubinetto del lavello della cucina. Dalla finestra vede uno spazzino (una volta si chiamava così) che tranquillamente sta spazzando la strada. La signora si affaccia alla porta e chiama l’uomo: Mi scusi non è che, per caso, lei è laureato in ingegneria? Mi spiace signora, sono laureato in filosofia.

 

M

come Mare. Acqua di mare, Il mare, Tutti al mare, Marechiare, Il mare d’inverno, Mare mare, Profumo di mare, Un’estate al mare, Una rotonda sul mare, Ciao ciao mare, Neanche il mare, Il mare nel cassetto, Com’è profondo il mare, Stessa spiaggia stesso mare, Gente di mare, Mare incantato, A me mi piace il mare, Goccia di mare. Mare, in quanti modi ti posso cantare. Fino alla profondità del mare, fino alla lunghezza del mare, fino alla larghezza del mare.

 

M

mare-mma maiala, adesso mollo tutto e mi faccio un bel tuffo nel mare, splash!

 

N

come NO. Una volta un signore di dichiarate tendenze omosessuali mi domandò: come fai a dire che non ti piace se non l’hai mai provato? NO, grazie.

 

O

come Occhio. Se l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, l’occhio dell’avvocato ingrassa il cavillo?

 

P

come Porco. Nel senso del maiale. Animale mangiato in tutti i modi possibili ma usato, in tutte le varianti possibili, come arma (verbale) d’offesa. Chissà se i maiali si offendono ad essere accostati agli uomini? Comunque ne “La fattoria degli animali” di George Orwell alcuni maiali sono “più uguali” degli altri. Proprio come gli uomini.

 

Q

come Quore. E’ vero, in italiano si dice cuore, ma molte persone hanno il quore come il qulo.

 

R

come Risposta. “Blowin in the wind” di Bob Dylan.

 

Q

quante strade deve percorrere un uomo/ prima che lo si possa chiamare uomo…

Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto/ prima che riesca a vedere il cielo…

La risposta, amico, sta soffiando nel vento.

 

S

come Solitudine. La malattia dell’anima? Scrive la poetessa americana Emily Dickinson: “Sarei forse più sola/ senza la mia solitudine.” A volte è vero: spesso la tua solitudine ti fa più compagnia.

 

T

come Tasse. Ecco un piccolo elenco di tasse e imposte che si pagano magari senza saperlo.

Tassa sull’ombra, sulle paludi, sulla raccolta dei funghi, sul tricolore, sulla memoria, sugli sfratti, sul televisore, sui debiti, sullo studente, sulle tasse ( si, avete capito bene: c’è la tassa sulle tasse), sul morto e sulla benzina ( alcune accise: Vajont 1963, alluvione di Firenze 1966, terremoto Belice 1968, terremoto Friuli 1978, terremoto Irpinia 1980, missione Libano 1983, missione Bosnia 1996 Si pagano pure i rinnovi contrattuali di alcune categorie di lavoratori pubblici e tanto altro ancora). Vi sono inoltre le imposte sui forestieri, sull’uscita di casa e la gabella sugli sposi (ius primae gabellae). Giuro che non ho inventato niente!

 

U

come Unico. Ognuno di noi è un pezzo unico, nel bene e nel male. Allora perché cerchiamo di uniformarci in una piatta e monotona uguaglianza? Di cosa abbiamo paura? Di essere quel che siamo?

 

V

come Violenza. E’ nel DNA dell’uomo come il peccato originale (dicono!). Ma abbiamo intelligenza, amore, volontà per combattere e vincere la Bestia che si nasconde in noi. Non è necessario diventare come san Francesco ma non è neppure il caso di essere come Hitler e seguaci. Fate voi!

 

Z

come Zero. E’ il valore dato all’uomo comune dai padroni del mondo. E pensare che tanti zeri contano molto se ci mettiamo 1 davanti!

 

“Se il sindaco venisse nelle nostre classi una volta al mese”

scuola

 

 

RICHIESTA DI GRANDE CIVILTA’ CADUTA SICURAMENTE NEL VUOTO

di Piero Murineddu

 

Sarebbe bello che una volta al mese il sindaco e la giunta venissero nelle nostre classi e aprissero un vero e proprio dibattito con noi studenti. Li aiuterebbe ad invecchiare più serenamente”   (Giuseppe Sias, 3* media – 1976)

Leggetelo con attenzione questo articolo riportante l’esperienza fatta all’interno della scuola sussinca. Si chiude con la frase su riportata. Non credo che la proposta sia stata attuata,nè dagli amministratori che da allora si sono succeduti, nè tantomeno dagli attuali, la cui principale preoccupazione mi sembra essere il mantenimento della poltrona costi quel che costi, seppur sempre più vacillante. Se quella richiesta fosse stata attuata in modo continuativo fino a farla diventare la norma, probabilmente avremmo oggi dei cittadini più consapevoli e partecipi, e sopratutto non facilmente suggestionabili da assurdi proclami, tipo  “L’esperienza amministrativa di Sorso diverrà un faro per tutto il nord Sardegna”. Qualcuno  ricorda? Io si. Un faro di che? Di trasparenza? Di reale presa in carico dei problemi di chi fa più fatica? Di lavoro culturale per unire gli amministrati e non per disgregarli e metterli uno contro gli altri armati?  E per tornare alle parole di Giuseppe, quel ragazzino di allora:   “faro” di stretta collaborazione tra amministratori e amministrati, di TUTTI gli amministrati e di comune crescita civile? Mah! Caro Giuseppe, mi sa tanto che da queste parti siamo destinati più o meno tutti ad invecchiare certo, ma per niente serenamente. Tra l’altro, se questo Servizio fosse realmete attuato dagli Amministratori,  non rischierebbe di essere tagliato come “servizio non essenziale”, come in questi tempi di fatto si sta’  rischiando in altri settori: primo perchè  è, o meglio, sarebbe un servizio primario e quindi essenziale, secondo perchè non richiede nessun particolare esborso da parte delle tristi casse comunali. Una cosa semplice e sensata. Ma si sa, le cose semplici da parte di certe ottuse zucche sono le più difficili da concretizzare.Vi immaginate un  Pubblico Amministratore che si occupa di formare direttamente lui la coscienza civica dei ragazzi all’interno dei luoghi dove trascorrono molte ore della loro vita, qual’è la scuola? Troppo bello sarebbe, e troppo inverosimile vederlo realizzarsi da queste “perre”, dove probabilmente sono gli stessi Amministratori ad aver ancora bisogno di essere…… coscientizzati.

Sulla vicenda “Romangia Servizi srl”

 

LU RICCU PASSA SEMPRI CU L’INCHINU, A LU POBARU LI FAZZINI LI TRODDHI”   (A. Bonfigli)

 

 

 

ROMOMANGIA SERVIZI

di Piero Murineddu

Romangia Servizi srl“, ovvero una quarantina di omoni + una gentile ma per niente fragile signora, che in questi giorni cercano disperatamente di attirare l’attenzione per poter mantenere il posto di lavoro in quell’amena cittadina chiamata Sorso (SS) . Un lavoro, checchè  ne pensino e ne dicano in modo più o meno esplicito parte dei concittadini, di sicura e necessaria utilità sociale. Che questi operai siano una massa di scansafatiche è un pregiudizio e un luogo comune: la manutenzione del verde pubblico,la cura del cimitero e gli svariati interventi a cui nel tempo son stati chiamati, sono frutto di impegno e fatica di persone che, a differenza del lavoro non controllabile  e spesso ben retribuito che si svolge nei puliti e caldi uffici, loro lo fanno invece sotto gli occhi e  sopratutto il giudizio di chiunque si trovi a passare, e se in quel momento non li si vede attivi, di conseguenza …so’ mandronazzi e non fanno mai niente.

La stabilità di questi operatori da molto tempo è diventato un incubo per gli amministratori della poco ridente Cosa Pubblica locale e che se anche  qualcuno di loro “ci sta lavorando in silenzio come ha sempre fatto”, non si riesce  in nessun modo a trovare una  soluzione, porca miseriaccia zozza!

Naturalmente la responsabilità è addossata completamente alla solita Crisi, ai tagli, e quindi alle conseguenti casse vuote. Questo secondo il competente giudizio dei Comandanti, che sanno ragionare con obiettività e che sanno fare bene i conti. Gli interessati, invece, lamentano un uso improprio dei denari che il Comune ha avuto a  disposizione, e chiedono che i politici, sforzandosi di riconoscere almeno parte di responabilità per la situazione venutasi a creare, s’impegnino realmente a trovarla una benedetta soluzione che salvaguardi il posto di lavoro per tutti, e non solamente per qualcuno, magari coi soliti metodi clientelari, come da queste parti si è abituati ad  assistere rassegnati. Nell’urgenza di assicurasi la pagnotta, c’è il rischio che la necessaria e intelligente unità nel portare avanti una giusta causa (e il lavoro è sempre una giusta causa!), lasci il posto a individuali mosse per ingraziarsi la “vicinanza” del potente, e così facendo, garantirsi possibili occupazioni future. Quel “dugnunu pensia a lu santu soiu”- ciascuno pensi a sistemare se stesso e se ne freghi degli altri,  cioè il moto continuamente applicato e che ha reso la nostra collettività così disgregata e così facimente manovrabile dai furbi che vogliono farsi strada.  In questo modo verrebbe vanificata ancora una volta una opportunità di crescita civile, personale e collettiva.

Nella grande scritta esposta inizialmente nell’edificio comunale e poi spostata nella facciata della parrocchia di San Pantaleo, i lavoratori in lotta parlano di furto di lavoro si, ma ancor prima di furto di dignità. Se ci si pensa con attenzione, l’accusa è veramente grossa. Chi sarebbero i colpevoli di tale grave furto? A che cosa ci si riferisce? Andando a ritroso, sappiamo che questa società ha vissuto diverse e alterne vicende. Sappiamo che dopo esser stata garanzia per la cura e manutenzione del territorio, di fatto, specialmente oggi ma anche in passato, è diventata una pesantissima palla al piede degli Amministratori pubblici. Quando ci si sente feriti nella dignità, si pensa a mancanza di rispetto da parte di qualcuno, di atteggiamenti subìti che hanno umiliato. Quali sarebbero i fatti ricoducibili a questi atteggiamenti? E sopratutto, ripeto: chi sarebbero gli accusati?

Pur non essendosi creata una concreta e compatta solidarietà da parte della cittadinanza – cosa non difficile da spiegare, conoscendo la tendenza diffusa di non intervenire se non si è toccati direttamente – da parte del clero si è manifestata vicinanza e invito al dialogo.  Lo vedo sicuramente positivo che un rappresentante della Chiesa faccia un passo d’interessamento non solo per le sorti “spirituali” delle anime, ma anche delle persone nella loro completezza, e non principalmente perchè di mezzo ci sono anche i figli dei lavoratori, ma perchè si lotta per un primario diritto, qual’è quello del lavoro. Sono anche convinto che questi lavoratori sono disposti a dialogare. Il problema è che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli e che sia sopratutto interlocutore affidabile e autorevole. Pur tuttavia,quello di dedurre chi possono essere gli eventuali colpevoli di aver attentato alla dignità di queste persone, è una doverosa necessità, e questo sforzo analitico lo dobbiamo fare tutti.  Non si tratta di far politica o meno, ma di avere il coraggio di superare le vaghe dichiarazioni e gli atteggiamenti ambigui che piacciono a tutti, e sopratutto, non scontentano nessuno.

 

chiesa

 

 

La seguente poesia di Andreuccio Bonfigli buonanima, la vedo strettamente collegata con questa vicenda. La pongo alla vostra attenzione e comprensione.

 

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L’unico traguardo globale

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. (Bertolt Brecht)

 

L’unico traguardo globale

 

di Rita Clemente

 

Siamo su una brutta china. Vi sono molti segnali inquietanti che stanno a testimoniarlo. I peggiori di tutti sono le dichiarazioni a dir poco folli di alcuni personaggi che definire “istituzionali” sarebbe gettare nel discredito totale quel poco che di accettabile resta delle nostre istituzioni.

Si tratta di parole” si dice. Ma a volte le parole sono pesanti come macigni e comunque si comincia dalle parole, espressione di pensiero e di coscienza sotterranea, per arrivare ai fatti. Sono lo specchio della propria realtà interiore. Sono comunque parole che non si dovrebbero mai pronunciare, non che pensare.Qualche esempio? Un certo sindaco di un certo paesino, commentando – a modo suo “spiritosamente” – la dichiarazione della Presidente della Camera Laura Boldrini, la quale sosteneva che “i Rom vanno valorizzati” se ne esce dicendoI Rom vanno termovalorizzati”. Un altro sindaco della stessa pasta (e della stessa linea politica), commentando un post, scrive su un social network “propongo i clandestini nell’inceneritore”. Sono solo due esempi molto eloquenti del degrado mentale cui si può essere giunti. Eppure,sarebbero poco significativi se essi non riflettessero una sorta di “coscienza collettiva” sempre più diffusa, che emerge sempre più chiara e distinta e – direi anche sfacciata – attraverso i nuovi strumenti di democrazia comunicativa: commenti ad articoli di giornali, commenti a post su FB, “cinguettii” su Twitter ed altro ancora.

Si leggono drastiche opinioni, informazioni date per certe, giudizi perentori, che si potrebbero, alquanto schematicamente, raggruppare nelle seguenti categorie:

 

  1. Se in Italia non c’è lavoro, la colpa è degli “extracomunitari” che lo rubano agli indigeni. Che poi vorrei vedere quanti Italiani sarebbero disposti a fare i/le badanti a tempo pieno, con anziani spesso aggressivi, nel pieno dell’Alzheimer. Oppure i raccoglitori di pomodori a tre euro l’ora.
  1. Per ottenere una casa popolare, devi farti togliere la cittadinanza italiana e risultare clandestino.
  2. Ci sono folle di emigranti che arrivano sui barconi desiderosi di trascorrere un periodo di vacanze in alberghi extralusso, pagati con le tasse degli Italiani.
  3. Sicuramente tutti questi migranti hanno contratto l’Ebola e adesso arrivano, dopo un lungo viaggio in mare in condizioni proibitive, freschi sani e pimpanti a infettare tutti noi.

        5.E soprattutto, il 90% sono terroristi che arrivano,armati fino ai denti, per  assaltare e occupare le nostre città.

      6. Dei circa sessanta milioni di abitanti che risiedono in Italia, sicuramente    un buonsessanta per cento ostituito da immigrati. Salvateci! Rischiamo  di       diventare trascurabile minoranza.

 

E altre sciocchezze del genere. Non si tiene conto di altre considerazioni su cui qualche dato e il buon senso dovrebbero far riflettere.

1) L’Italia non è l’unico Paese meta di immigrazione (oltre che di emigrazione). In altri Paesi,anche più poveri del nostro, gli immigrati sono molti di più.

2) Se uno ha l’Ebola, normalmente non se la sente di fare una lunga e pericolosa traversata in mare.

3) Spesso chi fugge sono proprio quelli che non vogliono fare i terroristi, magari proprio quelle minoranze (cristiane e musulmane) oggetto di persecuzioni e di stragi, su cui poi noi spargiamo tante lacrime di coccodrillo.

4) Il “sistema accoglienza” in Italia non è certo dei migliori e sicuramente non arricchisce immigranti, spesso costretti all’accattonaggio per sopravvivere.Ma la “coscienza collettiva” di una società, preda di una crisi che morde ormai da troppo tempo, si va sempre più orientando verso la ricerca di un capro espiatorio, facile e immediato. Dal senso di disagio al giudizio affrettato e all’azione di protesta anche aggressiva i passi sono brevi come di mostrano le sollevazioni delle periferie romane (e non solo) contro le comunità Rom e i migranti in attesa di riconoscimento dello status di Rifugiato. Naturalmente, c’è chi pesca subito nel torbido, come personaggi e forze politiche che approfittano di questo malessere per ergersi a paladini delle “legittime esigenze degli Italiani dimenticati e bistrattati”. Chi siano queste forze politiche non è così difficile da intuire: quelle che intendono rinverdire una ideologia vecchia come il cucco, secondo cui il malessere sociale dipende da “corpi estranei” che non appartengono alla nostra comunità, si chiami essa Patria o Macroregione o Religione. E’ una storia già sentita nelle narrazioni tragiche del secolo scorso, quelle che hanno intessuto gli orrori delle due guerre mondiali. E non a caso assistiamo oggi a un pericoloso convergere di programmi e idee che vedono schierati sullo stesso fronte la Lega Nord, i Fratelli d’Italia, Casa Pound e alcune frange di cattolici oltranzisti. Ma ancor più pericolosa è la diffusione di tali convincimenti anche in fasce di società civile solitamente moderate, se non addirittura “di sinistra”. Salvo poi a scoprire che questi strani personaggi che incitano alla rivolta contro i campi Rom e le strutture d’accoglienza per gli immigrati sono proprio quelli che poi, in combutta con il malaffare e con amministratori complici e compiacenti, lucrano abbondantemente proprio sui progetti del Terzo Settore con cui si cerca, in qualche modo, di arginare il disastro sociale e di venire incontro ai bisogni umani degli emarginati. Gettando così nel fango e vanificando anche tutti gli sforzi, faticosi e lodevoli, di chi con impegno e onestà dedica ad essi le proprie energie e il proprio tempo, per ridare loro un po’ di dignità e di autonomia.

L’avanzata delle Destre xenofobe e razziste non è solo un problema italiano, come dimostrano i risultati elettorali di molte nazioni europee. Ed è un problema seriamente sentito anche a livello di istituzioni europee se 100 organizzazioni della società civile con sede in diversi paesi europei hanno lanciato un appello per la costituzione di un Intergruppo sull’Antirazzismo e per la Diversità al Parlamento Europeo (ARDI. Antiracism and Di-ersity Intergroup).

Insomma, si registra un ritorno al razzismo, alla xenofobia, al rifiuto del “diverso”, seppure ammantato da parole d’ordine nuove e da ragioni politiche attualizzate. E questa mentalità fa larga presa, a quanto mi è dato di vedere, anche tra persone “insospettabili”, non particolarmente esagitate e anzi dotate, per altri versi, anche di ragionevolezza e di buon senso. Come mai? Ecco, io non vorrei, a questo punto, lanciare un semplicistico “J’accuse” da “anima bella”. Sarebbe troppo semplice e troppo comodo. E anche ipocrita. Vorrei invece sforzarmi di capire. Non di giustificare,è ovvio, ma di capire. Molta, troppa gente ormai vive in una condizione di incertezza, di disagio, di bisogni insoddisfatti. Per esempio, il bisogno di trovare un lavoro sicuro, di potersi pagare l’affitto di una casa o un mutuo, di potersi curare al meglio, se si ammala. E quando i puntelli di un agognato e fino a un dato momento assicurato welfare vengono a sgretolarsi, ci si aggrappa con tuttele forze alla piccola tavola di salvataggio consentita: i “nostri” diritti, le “nostre” tradizioni, la nostra” cultura ecc. Sì, ma gli altri? Chi fugge dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla miseria? Eppure bisogna chiedersi: se a me venisse tolta o pesantemente ridimensionata la possibilità di vivere in sicurezza e in relativo benessere, che cosa farei? Che cosa penserei? Inoltre, bisogna anche tener conto che chi vive già nell’area del disagio ha una soglia di tolleranza molto inferiore nei confronti del degrado di chi sta peggio e chiede interventi pubblici. E anche del fatto che,ai livelli del bisogno impellente, si intrecciano e si mescolano in maniera inestricabile fenomeni di illegalità e di devianza, di cui i “diversi” non sono esenti, come esseri umani. Anche se la percezione distorta tende a isolare e a enfatizzare gli episodi di devianza “straniera”.

Le forze politiche nazionalistiche, localistiche, identitarie, si nutrono di queste rabbie, di queste insicurezze, di queste paure. E la Sinistra? Ho come l’impressione che, allo stato attuale, le vere forze di sinistra siano alquanto deboli e impotenti. O succubi delle “ragioni” dei mercati. Che manchi, cioè, un progetto politico organico e coraggioso. Capace di fare presa sulle “masse” e di coinvolgerle in un percorso di affermazione e realizzazione solidale dei diritti di tutti. Perché? Qui occorrerebbe innestare un discorso articolato e complesso, su un nuovo modello di sviluppo in cui la crescita non sia solo un privilegio di alcuni a discapito di altri. In cui la produzione non sia finalizzata a una competitività aggressiva e minacciosa tesa all’incremento dei profitti più che al soddisfacimento dei bisogni. In cui il rispetto dei diritti non conosca confini e la tutela degli ecosistemi riguardi tutte le popolazioni.  

Occorrerebbe una visione globale e interrelata, non particolaristica e identitaria del nuovo welfare. Occorre pensare una nuova organizzazione del lavoro, al servizio della vita di tutti, non del privilegio di pochi. E forse dovremmo anche fare i conti – tutti, non solo le grandi Istituzioni – con un necessario contenimento della ricchezza individuale a favore di un sostegno del reddito per tutti, soprattutto le fasce meno protette (giovani, pensionati, diversamente abili ecc). Di una diffusione e tutela dei “beni comuni”. In Europa non mancano le forze che guardano in questa direzione. Penso a “Syriza” in Grecia, al movimento “Podemos” in Spagna. Minoritarie, certo, ma significative. Ma soprattutto, a mio avviso, la vera azione politica in questo senso sarà attuata dalla miriade di piccole e grandi associazioni della società civile che ancora credono nei valori della solidarietà, dell’inclusione, del dialogo, della condivisione, della creatività operosa e intelligente a fini sociali. Tante piccole mani e volontà per rigettare indietro –se fosse possibile –i vieti spauracchi delle pseudo rivoluzioni similfasciste. Vero è che la solidarietà da sola non basta a risolvere i problemi dei bisognosi se non è sostenuta da una robusta azione politica, incentrata sulla tutela dei diritti. Però è anche vero che la sola politica –intesa come azione legiferante dei rappresentanti del popolo –non è sufficiente se non è sostenuta a sua volta da una solidale consapevolezza della società civile. O almeno di quella parte di essa che ha sviluppato resistenti anticorpi al riproporsi di soluzioni aggressivamente identitarie.Ognuno deve metterci la faccia, il cuore e il cervello per contrastare l’emergere di pulsioni xenofobe e razziste di vecchia memoria. Laddove c’è grande malessere sociale la cosiddetta “guerra tra poveri” è sempre in agguato. E c’è chi ne approfitta, svendendo per nobili ragioni una chiusura e un’ostilità sempre più identitarie e securitarie. Ma, insegnava don Milani, “il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne da soli è l’avarizia, uscirne insieme è la politica”.

La politica! Questa parola che si è rivestita di mille sensi ambigui e distorti,quasi fosse sinonimo di malaffare e di corruzione. Eppure la sua radice è la “polis”, cioè l’idea di cittadinanza, rafforzata dall’idea del diritto. Che dovrebbe costituire l’unico traguardo veramenteglobale”, senza esclusioni e barriere.

 

Tratto da “c.d.b. Informa” Foglio d’informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri n° 60 gennaio 2015 http://www.cdbchieri.it/

A “mastru” Tino

 “Como chi sese in sa lughe,manda cunfortu a nois addolorados”

di Piero Murineddu

“Ora che sei nella luce, manda conforto a noi addolorati”.  E’ questo uno dei necrologi apparsi quel mesto 24 novembre del 2014 sulle pagine del quotidiano locale, alcuni dei quali richiamavano il sorriso che ha accompagnato molti giorni della vita di Tino Pazzola, trovatosi per un intero anno a lottare tenacemente contro la malattia. Una malattia che non gli ha dato tregua, ma che  non è riuscita a sfiancare completamente la sua volontà di guarigione e di poter riprendere a contare nuovi giorni, insieme a sua moglie Maria Giovanna, al figlio Luca, ai familiari e alle tante persone che gli volevano bene.

In quel lunedì pomeriggio ci siamo ritrovati in tantissimi ad omaggiarlo durante il suo funerale. All’interno della chiesa parrocchiale di Sennori eravamo stretti nei banchi e sopratutto in piedi.  Per molti, durante la Messa, le parole del sacerdote sono riuscite a trasformare quell’incontenibile carica emotiva in fiduciosa speranza. Anche la bellezza dei canti eseguiti hanno dato  un valido contributo in questo, oltre che accomunare in una partecipazione attiva i sentimenti di ciascuno.

Inaspettatamente, al momento della “Preghiera dei fedeli”, uno dei familiari al microfono è riuscito a superare l’emozione e la commozione, raccontando alcuni particolari vissuti insieme a Tino nelle sue ultime ore, e leggendo i seguenti versi a lui dedicati:

tino

 

A “mastru” Tino

 

                                                  di Michele Soggia

Tinareddu sad’ fattu unu biazzu

dae Sennaru sou a Campidanu

si l’ad’ gherrada cun grande coraggiu

cun sa muzzere tenzende sa manu

Cun aquilones, canoas e mutores

seste appentadu cun grande passione

sempre allegru, cantende cantones,

farrazzinende cun prezisione

Isse palitta, pinaccu o carburatore,

faghied’ sa cosa cun attenzione,

ponzebi briu, impignu e amore

Poi sa currida est andada male

in sa corsias de s’ispidale

Ancora pizzinnu s’est postu a bolare

Forsi su chelu cheriad’ toccare

Chentu pizzones si pesan in bolu

Tino, da igue dacche cossolu

As’affrontadu milli leones

bolas in altu chei s’aquilone

Cussu ciclista t’ad’ nadu “anda pianu”

e tue pius in altu bolas lontanu

Ciao mastru Ti’

Miali Sozza

Casteddu 22 de Sant’Andria 2014

 

 

 

 

 

 

Il fastidio provocato dai “profeti”

lettera Pasini

 

di Piero Murineddu

Personalmente, considero questa lettera molto “turbata” e i numeroni che vi sono elencati sono per l’autore motivo di sospetto ed evidente preoccupazione. Argomento: le grandi folle che il nuovo Papa raccoglie intorno a se. Tra le righe sento risuonare il monito di Gesù nel Discorso della Montagna (“Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” – Luca 6, 26). Pensandoci, Egli stesso aveva grande seguito, salvo l’esser stato abbandonato da quasi tutti il Venerdì Santo, primo fra tutti Pietro, suo primo discepolo.

Ma l’attrattiva provocata da Francesco, sarebbe proprio condannata dal Maestro, suo e di tanti di noi?

Vi sono diversificati modi e motivi per cui si sta’ dietro un qualsiasi leader. Il più delle volte, è perchè si vede in lui uno stimolo e/o un tramite per migliorare lo stato delle cose, una figura carismatica nella quale ci si riconosce. Nel caso specifico, il ritorno della gente alla frequentazione della Messa domenicale sarebbe l’unica prova che le parole del Papa portano frutto. L’affermazione è categorica, e sicuramente condivisa dai tanti preti che vorrebbero rivedere piene le “loro”(!) chiese. Intendo quel genere di prete che si trova a suo agio solo all’interno della sagrestia e che si compiace nel sentir rimbombare la sua voce davanti ad un silente assemblea che non può interloquire. Tutto sommato, credo che la sua parte di ragione l’autore della missiva ce l’abbia, salvo ipotizzare possibili cause che hanno portato allo svuotamento progressivo delle “case di Dio”. Non credo che nell’uomo moderno sia venuto a mancare il “bisogno d’Infinito”, o che si sia talmente “secolarizzato” fino ad interessarsi esclusivamente della piccola e provvisoria contingenza terrena. Penso piuttosto che anche in quest’ambito – e mi si passi il termine – un “protettivo” individualismo abbia preso il sopravvento, e questo a discapito di una visione più comunitaria della vita. Più o meno come è accaduto in generale nella società. Per i credenti, è scritto che “dove due o tre sono riuniti nel Mio nome…”, ma diciamolo francamente: se questo stare insieme non avviene all’insegna della conoscenza, dell’accoglienza, della valorizzazione di ciascuno e della condivisione vera, alla fine è un apparente stare insieme che invece che attirare, respinge. E in questa solo teorica vita comunitaria, si fa fatica a percepire anche la presenza del Cristo.

Secondo me, uno dei problemi fondamentali è se le Assemblee domenicali erano e sono realmente Comunità solidali dove vige la regola dell’amore fraterno. E poi, influisce o no se il Messaggio Evangelico, “predicato” specialmente dal clero e dalle Gerarchie, continua ad essere di esclusione più che di inclusione? Ho gia detto che l’affermazione del signor Federico è rigidamente categorica: l’unico segno dell’indice di gradimento del Papa è se si riprende a frequentare la Messa. Non sono d’accordo: le parole del Papa sono ascoltate se diventiamo più solidali, più misericordiosi, più operatori di pace e di giustizia. Se mettiamo in pratica l’insegnamento del Vangelo, insomma.

Dico la verità, leggendo questa lettera per istinto mi son venuti in mente i tanti che continuano a storcere il naso davanti alle “stravaganze” dell’attuale Papa, specialmente all’interno della stessa Chiesa Cattolica e tra le numerose Eminenze porporate. Ho paura che siano coloro che amano i privilegi e l’immobilismo a turbarsi davanti all’atteggiamento di Francesco, e col tempo, a causa di una predicazione “dogmatica” e di doveroso adempimento di precetti, molti “fedeli” sono diventati più clericali dello stesso clero.

Io credo che le folle accorrano perché vedono in lui una reale prova di cambiamento, un’aiuto per tornare al messaggio originario e semplice di Gesù di Nazareth.

Pensiamoci: quando mai un Papa ha avuto l’ardire di elencare quelle “malattie” curiali, cioè di chi amministra il Potere (e non solo “spirituale”), quali la vanagloria, l’accumulare, la chiusura, la rivalità, l’arrivismo, l’ appiattimento mentale e altro, come ha fatto lui poco prima di Natale? Col suo esemplare coraggio, Bergoglio si era creato già dei nemici, e col suo parlare chiaro e diretto, i nemici aumenteranno sempre più. D’altronde, i “profeti” hanno sempre dato fastidio. Le chiese, caro signor Federico, torneranno ad animarsi solo quando i cristiani daranno prova di amore, tra loro e nei confronti di chi cristiano non è.

PADRE NOSTRO, MADRE NOSTRA

amen

 

 

O Dio, Tu che sei
e Padre nostro e Madre nostra,
che sei per le strade,
nella nostra vita quotidiana,
dappertutto nelle nostre lotte,
che il Tuo nome e Tuo messaggio
siano presi sul serio,
che la giustizia sia fatta,
che si realizzi la condivisione
come Tu ce l’hai insegnata,
che tutti gli sfruttati, di qui e altrove,
abbiano il loro pane,
che tutti gli oppressi vivano nella dignità.

Dacci la forza di continuare
quanto Tu hai cominciato.


Insegnaci a costruire una nuova società,
in cui gli uomini e le donne vivano
nuovi rapporti sociali.


Liberaci dal nostro orgoglio
e dalla sete di potere.


Che le nostre mani costruiscano
l’insegnamento di Gesù in gesti
di condivisione e solidarietà.


Che lo sguardo di Gesù ci aiuti
ad oltrepassare le nostre frontiere.


Dacci il coraggio di resistere al miraggio
del denaro e di ogni privilegio.


Dacci il coraggio di resistere
alla società del consumismo
e alle sue false sicurezze.


Armaci di una solidarietà a tutta prova.  Amen



 

 

Da “Foi et vie”, rivista fondata nel 1898 da Paul Doumergue