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Statue,processioni, esorcismi……e i fedeli rischiano la rissa

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di Piero Murineddu

I legittimi “proprietari”,  gli stessi fedeli, sfrattati dalla loro chiesa insieme alla statua di Maria Vergine. “Festa molto sentita tra i cittadini”. Il parroco che dimezza i tempi della Messa ( meno canti? Meno omelia? Menodituttounpo, insomma….) per poter praticare un esorcismo  nell’intimità della comunità da lui fondata. Ci si aspettava la recita del rosario in processione, e invece….

Per tutto questo e probabilmente per malumori reciproci accumulati nel tempo, “i fedeli rischiano la rissa”. Da una parte i “normali”  parrocchiani, dall’altra i seguaci del parroco-pugile – musicista Max (senza la erre in mezzo…pa cariddai!), giovane e carismatico prete con particolari capacità di liberazione, fornitegli direttamente da Iddio l’Altissimo.

Si dice che l’amore solitamente è anche “litigarello”, per cui può capitare che all’interno di una qualsiasi comunità ( che s’intende attività e si spera ideali comuni) ogni tanto può sorgere qualche incomprensioncella. Suvvia, se capita non casca mica il mondo!

Piuttosto, la cosa che voglio brevemente considerare è a margine di questa vicenda, ovvero questo tradizionale carico di devozioni e processioni con le quali nel tempo è stato appesantito il Messaggio Evangelico. La cosa continua a provocarmi un non so che di…….fastidio? Si, forse è proprio fastidio. E perchè mai? Va bene che la “religione” ha bisogno di segni esteriori, ma chissà perchè, col tempo mi sto  convincendo sempre più che Gesù Cristo non aveva nessuna intenzione di fondare una nuova religione, ma semplicemente darci indicazioni per renderci la vita più significativa e più fraterna. Nello stesso tempo tra gli scritti che ci sono arrivati, aveva affermato che lui era venuto non per portare la pace ma la “spada”  (MT 10, 34…), e non vi è contraddizione alcuna. E sarebbe?  Approfonditevi la cosa……. se ne avete voglia.

Grida per la vita

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Grida per la vita

  di Alex Zanotelli
“Grida, grida, grida, grida per la vita
per i vivi, per i morti
per il deserto, per il mare
per i pesci avvelenati
per gli uccelli con ali spezzate
poeti senza parole
cantautori senza canto
Grida, grida, grida per la per la vita
per i bambini
che combattono sulle strade
che giocano con giocattoli, con fucili, con granate
per le madri afroamerindie
che urlano per il dolore
e che  si domandano che cosa sarà
del futuro dei loro figli
Grida, grida, grida per la vita
per il coraggio
per la speranza
per la foresta
per il fiume
i corpi possono morire, lo spirito non muore
e la nostra lotta
aspettando che un nuovo giorno
incominci ad arrivare
che l’alba arrivi
E mentre aspettiamo per questo giorno
noi canteremo nella gioia
grida, grida, grida per la vita!”
 

“Son carta e penna i miei migliori amici” – Tetta Sechi

TETTA SECHI

I pensieri del cuore

di Leo Spanu

Perchè una persona, anzi una donna nello specifico, cerca rifugio nella scrittura? Tetta Sechi ci confida: “ Son carta e penna i miei migliori amici”.

Una risposta che inquieta. Dove sono gli altri, gli “esseri umani”? E’ davvero così difficile comunicare?

“ Mostrare i sentimenti profondi / sarebbe così bello / mostrarli senza pudori”.

Convenzioni consolidate e abitudini antiche, figlie dell’ipocrisia, ci costringono a metterci una e cento maschere per vivere e sopravvivere. Sorridere meccanicamente per nascondere le paure, la solitudine, il dolore. Avere dentro un mondo da raccontare e magari da regalare:

“E invece sono qui / con carta e penna / unici confidenti / dei miei giorni.”

Strana società la nostra dove, nessuno lo ammette, ma tutti cercano di fuggire, magari un metro più in là, alla ricerca di amore, di comprensione, di solidarietà. Tutte cose che abbiamo gettato via per inseguire sogni di carta e brandelli di successo. Per raggiungere uno “status” sociale che spesso ci lascia stanchi e delusi e che paghiamo col rimpianto di un tempo e di un’innocenza che abbiamo perduto. Allora scrivere parole su un foglio bianco diventa l’ultima frontiera, un tentativo per recuperare i frammenti della nostra umanità, sparsi in giro come sassi nella foce di un fiume.

“ E noi come pietre / veniamo levigati dal fiume / lento della vita / macerati dal rimorso / di quello che non siamo.” Si prova a reagire allo sconforto, all’angoscia.“ Non è tondo e levigato / come una pietra di fiume / il mio amore per te / una roccia aspra / affiorata dal terremoto / dell’anima.”

Si cerca in continuazione l’amore, ancora e sempre amore, per non soccombere, per resistere:

“ ti avrei donato volentieri / tutto il tempo che da vivere / mi resta…per qualche attimo / soltanto d’amore. / L’ intera mia vita / per un solo attimo / della tua lunga vita.”

L’ amore, eterna e inutile medicina contro il male di esistere. L’amore aggiunge nuovi dubbi, sconvolge i pensieri, consuma desideri e speranze. I giorni diventano anni e il tempo si confonde nelle pieghe della memoria. Alla fine restano solo ricordi che fanno male.

“ I miei ricordi / mettili nel tuo letto / vicino a te. / Rimbocca bene le coperte / e spegni la luce.”

C’è un profondo pessimismo nella poetica di Tetta Sechi, dolorose esperienze personali hanno lasciato ferite profonde ma, malgrado tutto, lei cerca ancora di fuggire dal peso di pensieri tristi che, come mosche moleste, s’infilano tra parole e immagini.

“Ci vuole silenzio / per scrivere parole / ci vuole amore / per scrivere il silenzio. / Riempio fogli / e svuoto il cuore colmo di rumore / colmo, dell’antico rancore. / Urlo di rabbia sudata / rabbia stantia / come quel pezzo di pane / che non ho mai mangiato / come il cielo / che non ho mai guardato.”

Bisogna raccogliere, uno ad uno, i momenti felici, sparpagliati come perle di una collana spezzata. “ Quei giorni persi sulle vie / erano giorni di poesie / erano giorni tanto amati / erano giorni dimenticati.”
Da qui la rabbia ma anche la volontà di non arrendersi: “ cuore raccontami / i tuoi melodiosi canti, raccontami la fiaba / delle nuvole bianche / che danzano nel cielo. / Raccontami i tuoi giorni / quelli che io non ricordo / racconta cuore mio, raccontami.”
E’ un continuo ritornare al passato per trovare la risposta ad un futuro che sembra non offrire più speranze. Un passato con troppe ombre e un dolore sempre vivo. Un passato che propone nuove domande.
“ La strada muore / in un angolo, / dietro l’angolo la tua ombra / un muro rotto. / Vola un ricordo / e cresce un pensiero.”
Riprendendo la domanda iniziale, perchè ci si confida con un foglio di carta? Per “ fare poesia” o altro? Ognuno di noi può trovare la risposta più giusta e corrispondente alla propria sensibilità.
Tetta Sechi forse trova nella poesia un momento di consolazione. Va bene così. Non tutti possiamo fare “ alta letteratura” ma tutti, nel nostro piccolo, possiamo “ fare poesia” e ritrovare il fanciullo pascoliano smarrito tra gli affanni e le preoccupazioni quotidiane. Magari non finiremo in nessun libro ma ci aiuterà ad ascoltare il mondo intorno a noi, a sentire e condividere le emozioni degli altri. Magari ci aiuterà ad essere migliori.

NOTE
I versi citati sono tratti da “I pensieri del cuore. 1985-1995 ” una raccolta uscita in forma artigianale e in poche copie. Mi fa piacere che poi siano stati pubblicati nel libro citato ma ho preferito lasciare la versione originale in italiano piuttosto che la traduzione in sardo.

“Noli me Tollere” è l’unica Madonna da venerare a Sossu. O no?

 

di Piero Murineddu

Sempre attento a buttare l’occhio su materiale che possa aiutare a ricostruire la Memoria di Sorso, cittadina  amata ma per certi versi anche “subìta” da buona parte dei suoi stessi abitanti, mi sono imbattuto in questo bollettino di oltre dieci anni fa curato da padre Giulio dei conventuali francescani, custodi del Santuario Mariano “Noli Me Tollere”.

 

 

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Avete letto con attenzione? Certo, gli spunti sono tanti, ma per forza di cose devo commentarne solo qualcuno.

Dalla lettura di altri scritti del “carismatico” frate oggi ottantacinquenne, ho dedotto che ci andava giù molto duro nelle sue categoriche affermazioni. Da una parte è segno apprezzabile, perchè indice di coraggio e probabilmente di conoscenza degli argomenti trattati, dall’altra potrebbe essere segno di spregiudicata presunzione, magari protetta dalla “riverenza” e rispetto che  qualsiasi tunica religiosa incute nel popolo di “fedeli”  buona parte dei quali considera il “religioso” portavoce incontestabile di verità rivelate. Per la verità, ammetto di non annoverarmi tra questi ultimi, specialmente quando il frate, la suora, il prete, il vescovo e lo stesso Papa pronunciano giudizi su questioni che esulano dallo stretto Messaggio Evangelico., ma questo è un altro discorso.

Nell’occasione, il religioso azzarda delle considerazioni abbastanza pesanti che, fatte da qualcun altro senza saio, probabilmente avrebbe scatenato reazioni risentite. Ma si sa, dai buoni fraticelli si accetta tutto, dato più che impegnano le loro giornate a diffondere il Vangelo, certo, ma specialmente ad incrementare il culto della Madonna di Sossu, cosa quest’ultima che a me crea qualche perplessità, ma ai sussinchi va più che bene. Personalmente condivido abbastanza l’analisi sugli aspetti caratteriali di noi sorsesi, se non di tutti, almeno di una buona parte:

menefreghismo (per i localiminnaffuttismo“)         

– snobbamento de facto delle proprie eccellenze culturali e artistiche  

 – triste e stupida applicazione del “nessuno è profeta in patria”

e ancora blablabla……….

 

Come raccontato dal prezioso prof Andrea Pilo, appare verosimile che l’ingegnere Sisini, modernizzatore dell’agricoltura sarda e non solo, abbia deciso di allontanarsi “per dispetto”. E’ anche un fatto che molti, specialmente giovani, continuano a realizzare la propria vita in “Continente” o in Paesi lontani. Abbiamo anche letto che il sussinco prof. Nicola Tanda ha donato il suo ricco e preziosissimo archivio di libri e di documenti letterari, filologici, bibliografici al Comune di Ozieri, di cui è cittadino onorario. Un motivo ci sarà sicuramente.

Non mi ci soffermo, anche perchè altri in varie circostanze hanno già rilevato queste strane anomalie che portano alla mancata valorizzazione dei personaggi che in vari campi hanno dato lustro a Sorso. Ma perchè insistere ancora con questa vecchia e ormai noiosa storia? Diciamolo chiaramente: non per mero campanilismo, per pavoneggiarci stupidamente davanti agli altri e per cantare miseramente in coro “Semmu di Sossu e semmu li più forthi!”,  ma per riconoscere che grazie al loro impegno (letterario, artistico, musicale….) ci siamo elevati umanamente e culturalmente. Naturalmente, è necessario che ne conosciamo l’opera di questi nostri concittadini, cosa che non è scontata.

Tornando all’articolo in questione, lungi da me l’azzardo di provocare la suscettibilità del vecchio Baldus (e di tutti li sussinchi!) mettendo in discussione la storicità della vicenda che la Madonna sarebbe apparsa ad un povero muto chenonsochecosa. E nonmeladiadio che così dicendo io stia mancando di rispetto ai sentimenti religiosi dei sorsinchi devoti!).  Mi colpisce tuttavia la sua conclusione, che stringi stringi, è l’obiettivo che a lui preme: a Sossu l’unica “Madonna” che sarebbe sensato venerare è  “Noli me Tollere”. Mah…..

Lungi da me comunque che io voglia provocare la facile  (e per certi versi “pericolosa”) suscettibilità dei “buoni” fedeli sorsinchi, per cui silente mi ritiro in disparte, non prima di aver chiesto preghiere per la mia “conversione” 

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di Piero Murineddu

Il “pavoneggiarsi” è sicuramente una tendenza generalizzata, e nell’esemplare macho (o presunto tale) italiota è comprensibilmente un bisogno, un ideale da perseguire a tutti i costi, pena la sensazione di veder vanificata la propria esistenza. L’ “apparire” a tutti i costi è diventata una delle  preoccupazioni principali di diverse categorie di persone. E sicuramente non è prerogativa solamente giovanile. L’argomento non si limita alla sola sfera sessuale, evidentemente. La nascita nel 2004 del social network “Facebook”, come ha dato nuove e rivoluzionarie opportunità comunicative,  ha sicuramente anche incentivato  la possibilità di esibire gli aspetti meno nobili del bagaglio personale di ciascuno. A questo proposito, l’amico Leo  mi ha mandato questo suo particolare “elogio della controtendenza“. Scorrerne la lettura mi ha divertito, contribuendo in parte a superare l’affutta di dover rinunciare, per colpa di quest’ incerta estate mai iniziata, ad esibire le mie lisce gambettine striminzite e senza sodi&duri polpacciotti che reggono la pancetta prominente, un busto di muscolisguarnito  e un toracino senza pelo alcuno, facendo col bermuda di fantozziana memoria i miei amati tuffi “di pancia”  da “Punta la grabba“.

Mio grande dilemma di questo fine ferie:

come farò a dimostrare a mia moglie che nonostante la vicciaia incipiente,  prestante&efficiente sono ancora?

 

silvio

 

DECALOGO PER SOPRAVVIVERE ALLA STUPIDITA’  IMPERANTE

 

di Leo Spanu

 

 

1) Controllate attentamente che in bagno non ci siano macchine fotografiche e assimilati quando vi fate la doccia. L’esibizione gratuita su FB delle vostre nudità fatiscenti non è cosa buona e giusta ma un penoso spettacolo di deterioramento della materia.

2) Lo specchio serve per farsi la barba, schiacciarsi un punto nero sul naso ed altre attività di pulizia del vostro viso. Inutile domandarsi : Specchio delle mie brame chi è il più bello (o la più bella ) del reame. Non siete voi.

3) Non mostrate le foto ( spesso tremende) dei vostri figli su FB. Non sono scimmiette ammaestrate da esibire sul grande palcoscenico mediatico per sentirvi dire “quant’è bello” anche se rassomiglia in modo preoccupante alla figlia del rag. Fantozzi.

4) Per le signore. Un seno perfetto, secondo un antico detto francese, è quello che sta nelle mani di un “honnete homme” che non significa un uomo onesto ma uno con le mani appena più grandi della media. Ricordatevelo quando vi fate un autoscatto (un selfie per le persone colte). Francesco Nuti parlava di “poppe a pera” ma esistono anche in forme di altri vegetali: a zucchina, a banana, a carruba, a melanzana, a oliva, a cocomero, a patata bollita, a susina (in tutte le varianti), a carciofo senza spine, a cipolla, a barbabietola. Tutta roba buona da mangiare. Ma non fanno arrapare.

5) Per i signori. Durante la stagione estiva non diventate protagonisti di un film dell’orrore con zombi e mostri vari che passeggiano su e giù per le spiagge. Fare i diciottenni  indossando solo uno slippino, quando si ha una pancia vasta quanto una mongolfiera, due gambine striminzite che sembrano ossa dipinte, un torace scheletrico ricoperto da ciuffi di peli che fanno tanto scimmie spelacchiate, non è solo uno spettacolo terrificante. E’ pure penoso.

6) E’ vero che signori si nasce, lo stile e il buon gusto sono qualità innate. Ma con un po’ di buona volontà e un pò di buona educazione si può evitare di sembrare (ed essere) dei perfetti cafoni.

7) Non abusate del turpiloquio. La lingua italiana è ricca di parole e di immagini che esprimono gli stessi concetti con più eleganza e con più intelligenza. L’abuso di “c…i” nel linguaggio quotidiano indica solo  una vostra carenza culturale. E forse anche fisica.

8) Ogni tanto leggete un libro. Non quelli idioti che vi propone la pubblicità o quelli che vendono milioni di copie. Chiedete consiglio ad un libraio, saprà indirizzarvi bene. Ma se proprio non volete sfidare la vostra pigrizia allora leggete uno qualunque dei quattro vangeli. Non come un libro di religione ma come un libro d’avventure. Scoprirete una storia straordinaria e qualche motivo di riflessione.

9) Una volta all’anno provate a pensare il contrario di quello che pensano tutti. Provate a nuotare controcorrente per qualche minuto. Si aprirà nella vostra mente una visione diversa del mondo e magari ritroverete un sorriso ed una speranza che avevate perduto.

 10) Non scrivete mai decaloghi. Non li rispetta nessuno e l’ultimo che ci ha provato ( Mosè) è stato esiliato nel deserto del Sinai dove, dopo aver fatto sparire le acque del mar Rosso, adesso fa il rabdomante.

 

La lunga estate supercafona del nuovo edonismo renziano

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di Nanni Delbecchi

 

C’era una volta l’edonismo reaganiano degli opulenti anni Ottanta. Il nostro premier, che non si fa sfuggire una rottamazione, lo sta riadattando ai tempi di crisi, e questa estate ha buone chance di passare agli annali come quella dell’edonismo renziano. Di questo nuovo edonismo un emblema eccellente è il gavettone, così perfettamente in bilico tra la caserma e il campo scout, tra il Gran Mogòl delle Giovani Marmotte e il colonnello Buttiglione. Non parliamo tanto dei gavettoni subtropicali che il cielo ci ha regalato quasi ogni giorno, ma quelli gelidi che, in nome della lotta alla Sla, stanno facendo il giro del mondo, stabilendo nuovi record d’immagine. Se tanto ci dà tanto, per il vecchio Telethon si apre la strada della soffitta. IL SUCCESSO in rete dell’Ice Bucket Challenge, che quanto a contagio se la dà con l’Ebola, si spiega con il corto circuito tra un fine nobile, un mezzo puerile e un sottotesto volgarotto. È lo sdoganamento definitivo del selfie, la sua nuova frontiera. Guarda come sono bravo e come sono buono. Ma soprattutto guarda e riguarda, sui social e sui siti, dalla mattina alla sera. Una campagna mediatica così a costo zero chi se la poteva sognare anche solo cinque anni fa? Ci sarebbe qualche obiezione; per esempio, che questa pagliacciata della secchiata in testa, variante idrica della torta in faccia, mal si sposa a chi detiene un’immagine e una responsabilità pubblica. Quindi, nessuno stupore che un Barack Obama abbia declinato l’autocazzeggio, pur aderendo alla donazione. Papa Francesco (nominato anche lui, nientemeno che da Shakira e Belèn Rodriguez) è andato oltre, dichiarando che “Il cristiano fa atti generosi ma nascosti.” Difficile dargli torto, sebbene quasi tutti si regolino al contrario; nell’era di internet la strada dell’inferno non è mai stata tanto lastricata non solo di buone intenzioni, ma anche di vanità sospetta.

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Dalla secchiata, che alla fine è un selfie per procura, la tiepida estate dell’edonismo renziano ci porta alle copertine dei rotocalchi. E qui, dove un tempo tenevano banco calciatori, veline e tronisti, oggi la prima scelta sono i politici. Sui rotocalchi le quote rosa sono già un dato di fatto, una riforma compiuta, e non c’è da sorprendersi: dopo avere conquistato i salotti televisivi, adesso le onorevoli scalano il gossip, e attraversano le più diverse variazioni iconografiche. Più del ministro Giannini, più delle pose preraffaellite di Marianna Madia e più delle scene di conversazione di Federica Mogherini e famiglia, un altro specchio dei tempi è la foto che immortala il bacio appassionato tra il deputato Pd Alessandra Moretti e Massimo Giletti. La politica che slingua la Tv (e non il contrario).

 

 

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PER MARIA ELENA Boschi, è stata addirittura caccia selvaggia: il bikini mostrato da Alfonso Signorini su Chi come fosse lo scalpo di Toro Seduto.

 

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Il servizio in cui il ministro delle Riforme indaga sulla coppa del suo reggiseno meglio dell’ispettore Clouseau; la copertina dell’ultimo Panorama, che la ritrae con un sorriso enigmatico, degno dell’Ignoto marinaio di Antonello da Messina; ma di ignoto in questo caso c’è poco, e l’enigma è meno metafisico: “Come si rimorchia ai tempi della Boschi?” Da Chi a Panorama : non ci vuole Sigmund Freud per scoprire che l’universo mediatico del Berlusca. è sedotto dalle muse dell’edonismo renziano. Dunque rottamate anche le cene eleganti di Palazzo Grazioli e le feste d Villa Certosa? Addio alle olgettine, ai lelemora, con la Minetti sprofondata dalla nipote di Mubarak al figlio di D’Alessio? Pare di sì, ma è interessante notare come il Calippato berlusconiano, pur in evidente declino, stia organizzando una controffensiva mediatica tutta basata sul basso profilo e perfino su una certa sobrietà; Silvio stesso che rispolvera il look total black, come ai vecchi tempi del Cavaliere nero;Francesca Pascale versione dama bianca, con il panama sulle ventitré. Potrebbe essere una mossa da non sottovalutare, se è vero che l’unica altra tendenza di questa estate all’insegna dell’edonismo narciso sta in certi eccessi ultracafonal. Gli italiani che fanno la spesa  a Barcellona, i turisti che fanno in Italia; da questo punto di vista l’unità europea sembra cosa fatta. Ma ci sarà qualcosa in comune tra le secchiate fatte a fin di bene e le bravate concepite a fine di spazzatura? Naturalmente no, a parte il fatto che tuttavia anche quelle bravate impazzano sui media; e che forse sono in aumento esponenziale proprio perché chi le fa ha buone possibilità di diventare una stellina mediatica. Oggi tutte le strade portano all’esibizione di sé, e chi di narcisismo ferisce di narcisismo può anche perire. L’estate tiepida sta per finire, e presto comincerà un autunno più caldo: tra i tanti tagli annunciati dal governo, non sarebbe male prevedere qualche taglio anche alla propria immagine.

“Vicini al suo compagno” e il prete benedice la coppia gay (1)

 

 

emanuele e francesco

 

 

di Marco Preve

 

In una parrocchia in cui si celebra il funerale di un uomo morto tragicamente il prete pronuncia parole semplici, ma che non passano inosservate: “Preghiamo anche per Emanuele, compagno di Francesco”. Una sola frase, ma è quella con cui, in una chiesa, viene riconosciuto agli omosessuali il diritto al conforto e alla consolazione della fede. Un episodio importante in un paese in cui i gay, dallo Stato laico, non ottengono ancora gli stessi diritti degli eterosessuali.

Un infarto, la fine improvvisa e tragica di un’unione ventennale, un funerale, l’affetto degli amici. Momenti dedicati al dolore, al raccoglimento, quasi sempre privati. Ma Emanuele Ricci, 43 enne professore di inglese in un liceo di Genova, ha deciso di dare al suo lutto una valenza pubblica. Perché Emanuele e Francesco Metrano, un architetto di 54 anni morto all’improvviso pochi giorni fa mentre era in visita alla sorella in Toscana, erano dal 1994 una coppia a tutti gli effetti.

Ma essendo omosessuali Emanuele pensava che antichi e nuovi pregiudizi si sarebbero trasformati in imbarazzati silenzi al momento clou delle condoglianze. Invece. “Invece è accaduta una cosa inaspettata  –  racconta  –  a cominciare dai miei studenti che hanno dimostrato di essere una generazione che si è disfatta dei vecchi preconcetti. E poi c’è stato quel breve ma importantissimo momento in una giornata tanto terribile”.

È successo a Porto Santo Stefano, paese di cui era originario Francesco, nell’omonima parrocchia della località all’Argentario. “Il parroco
–  continua Emanuele  –  don Sandro, che mi conosce bene perché da Genova in estate andavamo sempre a trascorrere qualche giorno dai parenti di Francesco, ha citato anche me assieme ai famigliari all’inizio della cerimonia. Sentire pronunciare il mio nome è stato ottenere un riconoscimento non personale, ma per entrambi, per la storia mia e di Francesco”.

Don Sandro Lusini, docente di teologia e parroco dell’Argentario, non ha difficoltà a spiegare: “Non è stato un gesto deciso per compiacere una persona ma del tutto naturale. Ho voluto accomunare ai famigliari di Francesco anche Emanuele, che è stato il suo compagno e amico da una vita. Conosco entrambi da tempo, si preparavano a partire per una vacanza nei paesi baschi e gli avevo anche chiesto di fermarsi a Lourdes per me, per una preghiera”. Si potrebbe pensare che questa apertura sia il frutto del vento che soffia da Roma, dopo l’avvento di papa Francesco. “Anche se è vero che il nuovo Papa sta mandando segnali forti, per quanto riguarda il sottoscritto non è affatto così  –  risponde il sacerdote toscano  –  . Anche in passato, rispetto a certi temi, ho avuto lo stesso atteggiamento che ho tenuto in occasione del funerale di Francesco. Credo che, a prescindere da qualsiasi categoria, i legami affettivi vadano riconosciuti. Per questo ho citato Emanuele in chiesa”.

Paradossalmente, è la Chiesa che sembra essere più sensibile a certi temi rispetto allo Stato laico. “Non credo  –  dice il professore che a Genova insegna al liceo scientifico Primo Levi  –  che tutta la Chiesa abbia lo spirito di quel parroco, ma è un dato di fatto che la morte di Francesco è stata dolorosa anche per alcune cose accadute dopo, che mi hanno fatto scoprire di essere un cittadino diverso per il mio paese. Episodi banali come non avere il diritto di chiudere le utenze di un appartamento che Francesco possedeva nel centro storico. Ci sono poi situazioni spiacevoli di cui parlo con difficoltà perché potrebbero essere equivocate. Io ho un mio stipendio, non ho bisogno di soldi, ma Francesco aveva versato con sacrificio 25 anni di contributi alla cassa di previdenza degli architetti che ora andranno persi. Se fossimo stati una coppia etero avrei avuto diritto a una reversibilità e avrei così potuto, ad esempio, aiutare i suoi nipoti. In situazioni diverse dalla mia è un’ingiustizia che può rendere drammatica la vita di una persona”.

Il desiderio di raccontare questo momento privato è venuto ad Emanuele soprattutto di fronte all’affetto e alla solidarietà dimostrata dai suoi studenti, attuali ed ex. “Il giorno dopo la morte di Francesco  –  forse per sfogarmi, dopo aver parlato con due care amiche, Anna e Maria, ho scritto un breve post su Facebook. Da quel momento sono arrivate decine di commenti, e poi messaggi privati e ancora sms e lettere tradizionali. A scuola non ho mai parlato della mia vita privata ma neppure ho mai nascosto la mia omosessualità con i colleghi più amici. Semplicemente ho fatto come tutti gli insegnanti, a prescindere dalle loro tendenze e gusti. Per questo forse non mi aspettavo,

sbagliando, questa risposta dai ragazzi. Ho ricevuto anche un bellissimo post da un ex allievo con idee di destra, con lui in classe avevamo anche avuto discussioni accese. Ma di fronte al mio dolore non ha avuto nessun problema a riconoscere che l’amore non ha percorsi prestabiliti.
(1) tratto da REPUBBLICA.IT

“TURISMO” CRIMINALSESSUALE: ITALIANI AL PRIMO POSTO

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di Marida Lombardo Pijola

Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

Un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

di Marida Lombardo Pijola

Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

Un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

“CAZZ BOH”

di Piero Murineddu

Alessandro Carta, componente del gruppo sassarese Nasodoble, bene ha fatto ad arricchire la sua canzone, nata quasi come scherzo col nome di Nicola di Banari, con la presenza di artisti del calibro di Ilaria Porceddu, Beppe Dettori, Francesco Più e il rocker cagliaritano Joe Perrino. Da un palco significativo quel’è un letto di una privata e anonima cameretta, dove ciascuno di noi raccoglie e mette a punto tutte le più intime e spesso inespresse incazzature, ci cantano con riso sardonico e pungente e triste sarcasmo parte delle troppe nefandezze che la terra sarda – e anche se a volte lo “dimentichiamo”, anche noi romangini ne facciamo parte! – e quindi ciascuno di noi e i nostri figli, siamo costretti a subire.

 

Ecco alcuni passaggi (testo tratto dal sito de L’Unione Sarda)

“Che male c’è se questa gente è disunita. In fondo siamo cento personaggi in cerca di berritta”.”Che male c’è se ti avvelenano la terra. In fondo il cibo è più sicuro se è prodotto in una serra”. E ancora benzene nella falda, aziende finite all’asta e acquistate a prezzo indegno da prestanome della banca (“Così non hai debiti e puoi ucciderti sereno”), la lingua sarda “non può esprimere concetti di livello”, e quanto è bello far l’amore “tranne a Quirra” perché “attenti, i bimbi malformati son dovuti ai coiti tra parenti”. E non è finita: il vento sfruttato dalla mafia, i boschi in fiamme. Per concludere: “tanto ai Sardi per principio in culu l’intrat et in conca no”.

 

http://www.unionesarda.it/video/video/2014/08/14/nasodoble_cazz_boh_la_rabbia_dei_sardi-19-382026.html

Quando “la bestemmia è quasi un atto di fede espresso in forma non liturgica”, ma anche sul potere che rende menzogneri

MAGGI 001

 

 

 

di Piero Murineddu

 

Mi sembra di aver già detto del mio comodino sul cui piano generalmente  vi stazionano diversi libri di cui ho iniziato la lettura, messo il segno e lasciati lì, in attesa di essere ripresi in considerazione. E c’è il libro di saggistica, e c’è quello di narrativa, e c’è quello poco voluminoso e quell’altro che se ti arriva in testa rischi parecchio. E dopo quell’altro argomento e quell’altro ancora (sempre bene impilati, mi…..), c’è finalmente quel libro che alla sera, dopo aver messo per dovere di alimentazione qualcosa nello stomaco, non vedi l’ora di distenderti al contatto col fresco delle lenzuola per riprenderlo tra le mani e continuare a scorrere e immagazzinare i termini e i concetti impressi nelle pagine. E’ quel libro che ha la capacità di saltare senza indugi l’analisi razionale da parte del cervello per puntare direttamente al “cuore”, all’animo, a ciò che è centrale ed essenziale in noi stessi. Quel libro che riesce a calmare e a  rasserenare quel turbinio di pensieri che spesso ci accompagnano verso il riposo notturno. Questo è ciò che mi capita quando decido di riprendere la lettura  di Chi non muore si rivede”, di Alberto Maggi. Il biblista  – se ne volete approfondire la biografia, affacciatevi alla “rete” – , per certi versi prete atipico nel vastissimo panorama d’incaricati più o meno degni di farsi portavoce dell’insegnamento evangelico, nel volumetto racconta i giorni e le settimane trascorse in terapia intensiva dove è stato preso per i capelli e ributtato in questa vita per continuare a far conoscere il volto del Cristo, a mio parere più corrispondente alla realtà storica.

Oltre che descrivere i momenti e le persone dell’ambiente ospedaliero, coglie l’occasione per ripensare ad avvenimenti passati, e di qui farci conoscere il suo pensiero e la sua particolare lettura del Vangelo. Tra le altre cose , tutte degne di essere sottolineate , riflettute e messe in pratica, non manca, seppur sempre col sorriso e con l’animo aperto alla speranza e alla possibilità di cambiamento,di colpire con decisione contro il “potere che rende menzogneri, nessuno escluso”, nemmeno quando ad esercitarlo è l’abadessa  di un monastero che “costringe a stare in ginocchio in mezzo al refettorio e a girare tutto il pomeriggio col coperchio di pentolone legato alla schiena una monaca che, per semplice distrazione, l’aveva in precedenza fatto cadere fatto cadere, ammaccandolo”. A questo proposito, ha ragione il presidente  Obama quando, in occasione della recente uccisione di un giovane afroamericano da parte della violenta repressione poliziesca, afferma che “chi esercita il potere deve essere giudicato con severità”. Non solo quello politico, quindi, ma anche quello religioso. Di questo eravamo convinti, ma è bene ribadirlo, caso mai qualcuno si senta esonerato dal dovere di usare il potere solo come servizio. Alberto Maggi coglie tutte le occasioni per dirlo, per quanto possibile sempre col sorriso in bocca e senza astio alcuno, e la passione che mette è forse per cercare di recuperare tutto il tempo in cui è stato considerato normale ed “educativo” servirsi del potere per opprimere e soggiogare.

Chi decidesse  di procurarsi questo libro, si farebbe prima di tutto un bellissimo regalo, e probabilmente,  “religioso” o meno, sarebbe aiutato a rivedere molte posizioni di “esclusione”, facendole diventare di “inclusione”.

 

Per dare un’idea dell’atmosfera di cui è inondato tutto il racconto, vi propongo due paginette in cui parla della bestemmia, o meglio, dello spirito che producono certe frasi, solo apparentemente contro Dio e le cose che riguardano le cose di “lassù”.

 

BESTEMMIA 4

 

 

BESEMMIA 3 001