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IO VOGLIO SAPERE

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IO VOGLIO SAPERE

(David Maria Turoldo)

Io voglio sapere se Cristo è mai stato creduto,

se è venuto e viene e verrà;

o sia appena un’invenzione

per un irreale gioco del Signore

di contro al cupo

giorno dell’uomo.

 

Io voglio sapere

se veramente qualcuno crede

e come è possibile credere:

se almeno i fanciulli

-avanti ogni cultura-

vedono ancora il Padre.

 

Io voglio sapere

se l’uomo è una fiera

ancora sulle soglie della foresta:

se la ragione è una rovina.

 

Io voglio sapere

se il nostro vivere è appena una difesa

contro la vita degli altri:

questo uomo bianco

il più feroce animale

sempre all’assalto

contro ogni altro uomo,

o maledetto occidente.

 

Io voglio sapere

se ci sono ancora gli assoluti,

o se io sono sacerdote

di colpevoli illusioni;

se è vero che saremo

finalmente liberi

se saremo ancora liberi

se saremo mai liberi.

 

io voglio sapere

qual è il potere di resistere,

se sopravvivrà ancora l’amore,

se pure è mai esistito.

Io voglio sapere

se resisterà ancora Cristo,

perché, se no, mi ammazzo.

Io voglio sapere

se l’uomo cresce

e quale sarà l’intelligenza

d’un abitante della metropoli:

se la scienza non sia la morte

e questa macchina

non sia la nostra bara d’acciaio.

 

Io voglio sapere

se esiste una forza salvatrice

e se nasce a Natale;

che almeno la Chiesa non sia

la tomba di Dio,

l’ultima sconfitta dell’uomo.

 

Io voglio sapere

se la pace è possibile

se la giustizia è possibile

se lo spirito è più forte della forza.

 

Io voglio sapere

se qualcuno ha fede ancora

in un futuro.

 

Io voglio sapere

se Cristo è veramente risorto,

se la Chiesa ha mai creduto

che sia veramente risorto.

 

Io voglio sapere

perché allora è una potenza,

e perché non va per le strade

come una follia di sole

a dire: Cristo è nato! Cristo è risorto!

E perché non rinuncia alle ricchezze

per questa sola ricchezza di gioia.

Perché?

 

Mia chiesa amata e infedele,

mia amarezza di ogni domenica,

chiesa che vorrei impazzita di gioia.

Perché?

 

Io voglio sapere.

per conoscere Turoldo  http://www.club.it/autori/grandi/david.turoldo/indice-i.html

NATALE, ovvero seguire le tracce di Gesù nella vita quotidiana

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di Franco Barbero

Natale vuole invitarci a porre al centro della nostra vita l’insegnamento di Gesù, il suo stile di vita, la sua fiducia in Dio e il suo amore per i poveri. Se vogliamo diventare cristiani, questa Ricorrenza ci rinnova l’invito a  seguire le tracce di Gesù nella nostra vita quotidiana.

La “poesia natalizia”, che ora è largamente soppiantata dalla frenesia degli acquisti, può essere suggestiva e addirittura costruttiva, ma la vita cristiana non è ricordo nostalgico di un bambinello, ma “memoria fattiva” di quel Gesù di Nazareth che operò scelte concrete contro i poteri oppressivi e sollecitò gli oppressi a far valere i loro diritti.

O nasciamo e rinasciamo anche noi in questa direzione oppure rischiamo di archiviare il messaggio di questa festa che, del resto, è ormai nascosta dalla luce delle vetrine.

 

IN RICORDO DI CHICO MENDES

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Il 22 dicembre 1988 veniva assassinato Chico Mendes, sindacalista, difensore dei diritti umani e della biosfera, amico della nonviolenza. Nato nel 1944, operaio nell’attività estrattiva del caucciù, sindacalista dei seringueiros, militante del Partito dei Lavoratori, difensore ecologico dell’Amazzonia, premiato dall’Onu per il suo impegno, e per il suo impegno fu assassinato.

 

UNA SERA DI CHICO MENDES 


     (del”Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo)


“Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la mia corsa,
ho serbato la fede”

(2 Tm 4, 7)

La selva e nella selva l’altra selva
quella nei laghi neri del cuore
quella ove incontri lupe, leoni, lonze
e i killer prezzolati dai padroni.

La selva e nella selva vivi gli alberi
e sotto la corteccia il sangue loro
ed è mestieri di cavarne stille,
fratelli alberi, abbiamo fame anche noi.

La selva e nella selva gli abitanti
della selva. Ed ecco stabiliamo
un patto nuovo tra noi della foresta,
fratelli umani che dopo noi vivrete.

La selva e noi, le donne antiche e gli uomini
antichi e gli uomini e le donne che eccoci.
Stringiamo un patto, sorelle piante, ci diciamo
parole di rispetto e di dolore, fratelli alberi
abbiamo fame anche noi, hanno fame anche altri, tutti
vogliamo vivere.

La selva e nella selva io Chico Mendes
e tre proiettili che passo dopo passo
di ramo in ramo di talento in talento
dal portafogli e dalla scrivania
fino alla tasca e alla cintura e alla fondina
è tanto che mi cercano, e cercano me
Chico Mendes, il sindacalista
l’amico della foresta, l’amico della nonviolenza.

Ed è già questo ventidue dicembre
del mille novecento ottantotto
questa è la porta di casa mia, sono
le cinque e tre quarti. E mi sotterreranno
nel giorno di Natale antica festa.
Piangono nella selva lente lacrime
di caucciù le piante, piange l’indio
piange Ilzamar, Sandino ed Elenira
piangono e piangono i compagni tutti,
il sindacato piange e piange il cielo
in questa sera senza luce e senza scampo.

Mentre mi accascio guardo ancora il mondo
che possa vivere
ho fatto la mia parte.

I “Forconi” e la voragine dei non più rappresentati

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“La rivoluzione non si fa senza un progetto, senza una strategia, senza un’organizzazione”

di Giulietto Chiesa

“Forconi”? Chi si ricorda della manifestazione del 19 ottobre a Roma? Fu un segnale che esistevano ormai, prodotti della crisi, forze che stavano cominciando a muoversi. Quel segnale diceva chiaramente che tutte la sinistre, quella finta e quella impotente ma convinta, non erano capaci di intercettare la protesta crescente. In realtà erano le avvisaglie di una protesta che nessuno era in grado di intercettare. Neanche il Movimento 5 Stelle.

Anch’esso – lo si è notato poco, e invece meritava attenzione – bypassato e colto di sorpresa. Infatti è un’altra onda quella che sta passando. Siamo in mare aperto e le onde si susseguono, anche se ciascuna è diversa dalle altre. Questo mare è la “voragine” dei non (più) rappresentati.

Ho letto una quantità di commenti, molti dei quali rivelano una reazione di rigetto, di fastidio, di sufficienza. Con tutte le graduazioni e sfumature possibili e immaginabili, fino al limite dello snobismo. Prendiamo le più frequenti: da chi parla di movimento nazionalista, o fascista, che si sofferma sull’esplosione di spontaneità mista a analfabetismo politico; che depreca l’incultura, la semplificazione, il plebeismo; a chi vede incontrollate violenze, gli ultras spaccatutto, i sussulti di mentalità primitive da stadio.

I media, tutti, giornali e tv, hanno semplificato, come al solito, coniando il termine sintetico di “forconi”. Che è passato dovunque, come una lama calda nel burro. E anche molti di noi – che non hanno ancora ben compreso come difendersi dal mainstream – hanno finito per ripetere il mantra dei “forconi”. Che è astuto: perché usa associazioni negative e ostili. Forconi fa pensare a contadini primitivi. Fa pensare a “forca”, che è strumento per ghigliottine e impiccagioni, inquisizione e masse di popolo inferocite. Tutto negativo insomma. Penso che dovremmo guardarci meglio da questo tipo di semplificazioni. Il mainstream è astuto, ma anche pigro e stupido, e tende a descrivere il nemico come meglio gli fa comodo. Così facendo inventa magari un nemico che non c’è al posto di quello che c’è.

“Forconi”? Ma il movimento dei “forconi, nato in Sicilia 2 anni orsono, questa volta in Sicilia quasi non è esistito. Io c’ero e non l’ho visto. Nessuno l’ha visto. E dunque? Dovremmo concludere che è improvvisamente emigrato in massa, Jaguar e bagagli, a Torino, o a Milano? Evidentemente è una sciocchezza, inventata dal mainstream, nella quale è impossibile credere. Certo che c’erano dei forconi, qua e là. Ma non erano soltanto o prevalentemente i forconi quelli che si muovevano in strade e piazze.

Diciamo, meglio, che c’era di tutto. C’erano, e ci sono, tutte le componenti appena elencate. E anche le infiltrazioni delle destre estreme, degli ultras da stadio, dei fascisti , ecc. Ovvio che c’erano, ovvio che ci saranno. C’era tanta gente smarrita. Uso la parola gente perché non ho mai visto tanta stratificazione sociale diversa, anch’io semplifico un po’. Ma non ho visto avanguardie rivoluzionarie. C’era gente che – come è stato ben scritto – ha perduto tutti i contenitori politici per cui ha votato fino a ieri, o in cui (più raramente) ha militato. C’era gente che non ha mai riempito alcun contenitore politico, gente che non vota. Gente che scopre di non poter più avere tutto quello che aveva (che era poco, ma per loro era tutto) e lo rivuole indietro. Gente che non sa cosa sta succedendo e che non capisce come mai tutto quello che prima funzionava, bene o male, adesso non funziona più.

Gente che non vuole un altro sistema (anche perché pensa che questo, che conosce, sia l’unico possibile) e dunque chiede che sia rimesso in moto. Gente che non sa che è finita l’era dell’abbondanza e vuole continuare a consumare come prima, come le è stato insegnato di fare. Gente che si agita, e si fa agitare, da idee approssimative e ingenue, grimaldelli che considera risolutivi, definitivi, come quello della sovranità popolare, o monetaria, della lotta contro le burocrazie (quella europea in particolare), della lotta contro la classe politica, e contro i banchieri.

Gente che non ha nessuna idea di modelli alternativi.

Gente che pensava (e pensa) che stia per cominciare la rivoluzione. Ho ricevuto un bel pacco di mail, nelle settimane scorse, di messaggi su facebook, dove si esprimeva la certezza dell’imminente rivoluzione. A me, che qualche rivoluzione l’ho vista e non solo letta, sembrava uno scherzo, ma ho finito per capire che coloro che si aspettavano la rivoluzione il 9 dicembre erano del tutto convinti che ci sarebbe stata. E, quando cercavo di spiegare loro che il 9 dicembre non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione, capivo e vedevo che mi consideravano perduto per la causa.

Naturalmente non è la rivoluzione, perché una rivoluzione non è un blocco stradale o una sassata contro un poliziotto. La rivoluzione non si fa senza un progetto, senza una strategia, senza un’organizzazione. Io so per esperienza che non è vero che “lo stato borghese si abbatte e non si cambia”. Io so che il potere non si arrende facilmente e che ha dalla sua molte forze e protezioni e vie di fuga. E i capi, quelli che finora si sono visti e sono stati sbandierati dai media di fronte al grande pubblico, sono solo dei piccoli aspiranti Masaniello, molto al di sotto delle necessità e dell’esperienza di una leadership reale.

Ma la protesta è reale. Questo è il punto. C’è una parte del popolo, sempre più grande. C’è la sofferenza e la protesta contro l’ingiustizia; c’è la ricerca, spesso disperata , di lavoro, cioè di dignità; ci sono i giovani che non hanno futuro e ormai lo sanno; ci sono gli studenti che dovranno andarsene perché questo paese non li vuole. E tanti altri che scoprono la necessità di difendersi.

E questa è la “voragine”. Che non parla il nostro linguaggio; che ha mille anime, non tutte bellissime, che non ha esperienza e sapere. Ma come potrebbe sapere se è stata privata della conoscenza, da decenni, e trasformata in consumatrice compulsiva? E noi, molti tra noi, continuiamo a parlare della “voragine” senza conoscere il suo linguaggio, senza andare a incontrarla dov’è, cioè senza conoscerla.

Ho pubblicato la riflessione di Gramsci sui “movimenti spontanei”. Rileggiamola. Diceva Gramsci che bisogna dare loro una “direzione consapevole”; che bisogna comprendere i “bisogni fondamentali” e le “energie latenti” delle masse che si intende, o presume, di rappresentare; bisogna “non avere paura di prendersi responsabilità concrete”; bisogna “non fare le mosche cocchiere”. In due parole: bisogna esserci.

Invece noi continuiamo a nuotare nei nostri riflessi condizionati della sinistra: poiché non siamo stati noi a evocare queste forze, affermiamo che esse non sono di sinistra; esse non parlano come noi; non sono rivoluzionarie come noi vorremmo che fossero. Dunque – molti concludono – sono nemiche.

Ma non è così. E così facendo noi, invece di gettare un ponte verso di loro, invece di contaminarle e di contaminarci, alziamo un muro, ripetendo l’errore di molti (che, per fortuna, non è stato il nostro) commesso nei confronti del Movimento 5 Stelle.

Significa questo accodarsi al primo corteo che passa? Niente affatto. Occorre capire e, quando è il caso, prendere le misure, mantenere il senso critico e la chiarezza della prospettiva. Ma bisogna esserci. Questo è l’imperativo. Altrimenti spariremo nelle prossime onde che già si vedono sul filo dell’orizzonte. E buona fortuna a tutti.

Si può ascoltare lo stesso Giulietto Chiesa nel seguente link

http://giuliettochiesa.globalist.it/Detail_News_Display?ID=93392&typeb=0&Forconi–Videoeditoriale-di-Giulietto-Chiesa

“Forconi” e pietoso opportunismo

 

GRAMSCI

 

 

di Piero Murineddu

A proposito del variegato movimento nato sulla spinta dei “forconi” siciliani, e quindi sullo spontaneismo delle lotte di piazza, nei suoi “Quaderni” Antonio Gramsci scriveva che bisogna decidere una “direzione consapevole”; che bisogna comprendere i “bisogni fondamentali” e le “energie latenti” delle masse; che bisogna “non avere paura di prendersi responsabilità concrete”.

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Dopo aver letto queste indicazioni, il raggruppamento più vicino al grande pensatore sardo comunista perito nelle galere fasciste, cioè la nuova FORZA ITALIA, dichiara pubblicamente:

“Tocca a noi difendere questa gente, che è la nostra gente. Dobbiamo non solo dialogare,ma offrire strumenti di protesta e proposta”

FORCO

Reggetemi, per favore…sto per svenire! E vi supplico: allontanatemi quel benedetto forcone! Ho paura che appena mi riprendo dallo schock, mi metta a correre per infilzarlo a chi so io…..

 

 

 

Mobilitazione civile e organizzata contro le decisioni imposte dall’alto

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di Giulia Clarkson

Bastian contrario per partito preso? Neanche per sogno. Pericolosi no global o terroristi pronti a tutto? Qualcuno ha voluto farlo credere. Ma il gioco è stato presto smascherato. Sebbene ciò non significhi che non verrà riproposto. Però una cosa é certa: a furia di remar contro, cresce la consapevolezza. E indietro non si torna più. Il movimento No Tav, in Val di Susa è un simbolo nazionale di resistenza civile. Ha dalla sua anni di studi e di mobilitazioni. È capace di organizzarsi e manifestare con grande creatività. E la qualità della vita dei suoi aderenti si è grandemente innalzata. A dirlo è Chiara Sasso, in prima linea fin dall’inizio, ospite dell’incontro “Perché No”, organizzato a Cagliari nel gremito locale dell’associazione Don Chisciotte nella serata di commiato di un brillante e seguitissimo Marina Cafè Noir dedicato a chi, in tempo di venti contrari, non smette di cercare possibilità alternative e non maggioritarie.

Tema sensibile, quello dei comitati territoriali di base, anche in Sardegna quanto mai vivi e sull’allerta. A perorare la causa dell’ambiente contro la deturpazione del territorio; del benessere della cittadinanza contro le multinazionali o spregiudicati gruppi edili, troppo spesso patrocinati dalle amministrazioni pubbliche. Per dolo o per colpevole ignoranza. Questioni di contenuti dunque, ma anche di metodo: non c’è più spazio per decisioni calate sulla testa della gente. Non c’è spazio per l’approssimazione. E l’esperienza dei movimenti sardi No Radar, No al progetto Eleonora e STpB/In Bosa.

Ottimo, per esempio, il coordinamento tra i comitati e le popolazioni che riesce a bloccare i cantieri di nuovi 13 radar militari previsti nel sistema VTS (Vessel Traffic Service) promosso dal Ministero dei Trasporti per il controllo del traffico marittimo e da integrare con il sistema C4ISR a fini di intelligence militare e di sicurezza (uno è già operativo a Guardia Vecchia, sull’Isola della Maddalena, dal 2003, e uno presso il Faro di S. Elia, a Cagliari, dal 2011) in zone altamente sensibili, aree naturalistiche o archeologiche.

Per Massimo Coraddu, attivista dei No Radar e dei No Muos siciliani (il Mobile User Objective System è il sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense che dovrebbe coordinare, dalla Sicilia, i droni e tutti i sistemi militari statunitensi nel mondo) si tratta «dell’ennesima opera costosissima e devastante per l’ambiente, spinta dalle multinazionali militari italiane per un business di parecchi milioni di euro».

Tenute fuori le forze politiche istituzionali, convinti gli amministratori a cambiare rotta, anche a seguito della decisione del Tar che riconosce l’illegittimità delle concessioni e di conseguenza legittima i dimostranti, tenuto duro anche contro le intimidazioni, la battaglia non è finita: sebbene gli obiettivi sono stati ridotti per via della spending review, ci si aspettano nuovi tentativi di installazioni, all’Asinara e ad Olbia.

Ad Arborea è sorta quasi istintiva la mobilitazione contro un progetto lacunoso ed irrispettoso. Precisa Davide Rullo che «non c’è correlazione tra la resistenza al progetto Eleonora della Saras ed il metano. Il fatto è che il progetto ignora l’esistenza di abitazioni, prevede la realizzazione di un pozzo esplorativo per la ricerca di gas naturale a 200mt dallo stagno di S’Ena Arrubia, vicino a un campeggio, alla costa, alle aziende agricole».

Doppia pressione a Bosa, dove il Comitato per la Salvaguardia coste bosane, di cui ha riferito Gianluca Nieddu, difende il tratto di costa che va verso Alghero, rimasto quasi incontaminato poiché base degli addestramenti della Gladio. Oggi il nuovo appiglio per 330mila metri cubi di cemento – in un luogo tutelato da vincolo paesaggistico, regno in cui nidifica il grifone e anche zona archeologica – è offerto dalla recente legge regionale sul golf, che apre a nuove cubature in maniera fin troppo disinvolta. Il comitato InBosa inoltre, propone un’idea di parco dal basso, da costruire insieme alle parti interessate, in coerenza con l’idea, fil rouge tra tutti i movimenti, che il paesaggio sia un bene che appartiene ai sardi di oggi e delle generazioni future e che l’era degli scippi è definitivamente conclusa.

 

Rivoluzione è rispettare la legge

di Ferruccio Sansa

Illegalità-Corruzione

Rispettare la legge. Questo è davvero rivoluzionario e sovversivo in Italia. Più dei forconi, dei blocchi, delle occupazioni, delle liste di proscrizione.

Siamo tutti disorientati. Viviamo in un Paese capovolto, dove lo Stato – che dovrebbe essere presidio della legalità – è spesso rappresentato da chi si mette le regole sotto i piedi. Peggio, ne crea di nuove a proprio uso e consumo. E così fornisce pretesto per anarchia e violenza.

Decenni di mala politica hanno depositato nei nostri pensieri una polvere tossica: oltre la corruzione, oltre la criminalità, c’è la perdita del senso della giustizia. Ma la vera rivoluzione non è una battaglia con le stesse armi dell’illegalità. Così si rafforza chi sta al potere. Sovversivo sarebbe combattere il (dis)ordine costituito con il rispetto della legge. Solo allora il re sarà nudo.

Non è un discorso vuoto. Proviamo a immaginarla concretamente: una giornata di protesta in cui tutti rispettiamo le regole (anche quelle non scritte in un codice). In cui pretendiamo che gli altri –soprattutto chi rappresenta le istituzioni – facciano altrettanto.

Immaginiamo un giorno in cui si rispettino le corsie preferenziali, le strisce pedonali e si richiami il vigile che gira la testa di fronte all’auto nel parcheggio degli handicappati. Un giorno senza cacciare i rifiuti dal finestrino, senza costruire verande abusive, senza presentare certificati falsi per le tasse scolastiche. Un giorno fornendo le ricevute fiscali per i lavori che compiamo. Appena ventiquattro ore senza raccomandare figli agli esami, senza saltare code, senza timbrare cartellini fasulli, senza interminabili pause caffè se siamo allo sportello di un ufficio pubblico. Ma anche un giorno intasando i centralini delle Ferrovie quando saliamo su treni ridotti a carri bestiame e in ritardo di ore. Un giorno dedicando dieci minuti per scrivere una mail alla Presidenza del Consiglio perché rispetti il referendum sull’abolizione del finanziamento dei partiti. Per sommergere di messaggi Camera e Senato chiedendo di rispondere alle interrogazioni parlamentari.

Oggi siamo impegnati in analisi sociologiche pensose e fumose sui forconi e la protesta. Quando conosciamo la prima causa del male: la mancanza di legalità. Di giustizia.

Abbiamo tutti ricordato Nelson Mandela. Ma che cosa sarebbe successo se Madiba per combattere i razzisti avesse usato il loro stesso odio? L’Apartheid dominerebbe ancora il Sud Africa. No, serve un passo ulteriore, più difficile. Serve  capire. Che è l’opposto di giustificare. Allora proviamo a capire che cosa ci ha portato al disastro e  cambiamo strada.

Diceva Mandela: “Non importa quanto stretto sia il passaggio: io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima”

REGIONE SARDEGNA: da “bere”, ma anche da spolpare e rosicchiare

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Ormai, tra indagati, rinviati a giudizio, arrestati e qualcuno condannato, i politici sardi sono oltre 60. Almeno …..per adesso.

Certo, tutti innocenti fino a prova contraria.

Buona parte si dichiara “con la coscienza pulita, pronti a collaborare e fiduciosi nell’operato degli inquirenti”

E noi amministrati (e secondo altri indecentemente truffati !!), siamo ugualmente fiduciosi e ….A-SPE-TTIA-MO !!

Il coraggioso “profeta” che si scaglia contro i potenti

di Franco Barbero

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Gesù si innamora di questo testimone, di questo maestro che si scaglia contro i potenti e invita ad un battesimo di conversione. Giovanni il Battista, “colui che battezza”.Gesù è stato colpito da questo maestro che mette a repentaglio la propria vita pur di non tradire il messaggio che deve annunciare. Il Battista era in prigione perché non si era piegato ad Antipa, non aveva “addomesticato” il suo messaggio, non si era tirato indietro davanti alle minacce e poi all’estrema intimazione di tacere.

 Gesù abbraccerà la causa di Dio e dei poveri senza risparmio, fino alle estreme conseguenze, esattamente come il Battista.

Il mondo, quello della esistenza quotidiana, quello della politica, è pieno di cortigiani, di persone squallide che hanno solo cercato di farsi strada con la pratica dell’inchino. Si tratta di gente pronta a vendersi al miglior offerente, a cambiare bandiera ad ogni cambiar del vento, a prostituirsi pur di far carriera.

Per contrasto pochi giorni fa abbiamo partecipato con emozione alla “festa del congedo e della memoria” di Nelson Mandela. Che distanza tra certi politicanti e questo profeta dell’uguaglianza… ma la vita di Mandela evidenzia una “statura profetica” come quella del Battista. Questa statura profetica,si forgia nella lotta, si nutre di fede in Dio e di fiducia nella “gente comune”, negli ultimi.

Sono persone ed esistenze che non mettono al centro se stesse, che non coltivano il culto della personalità, ma vivono ed incarnano una autorevolezza che si esprime nel servizio e nella disponibilità. Ovviamente, queste persone sono “pericolose” perché il loro stile di vita è in palese contestazione di chi vive nel lusso e nel potere come dominio. Tutti e tutte noi abbiamo bisogno di incontrare queste persone che mettono in crisi una “vita sdraiata” e una “fede accomodata”.

Non ci accorgiamo anche noi che il fuoco che Gesù è venuto a spargere sulla terra sembra far paura anche alla nostra chiesa e alle nostre vite?

Un altro Natale, e ancora non capiamo  che non è memoria di una nascita, ma memoria di una vita, quella storica di Gesù. Gesù non è “interessante” per la sua nascita. Gesù è per noi “interessante” e “provocatorio” per il suo stile di vita: ecco su che cosa dobbiamo fare centro, ben oltre le nenie natalizie pur così suggestive.

Vedo nella chiesa cattolica, in tanti scritti, in tanti piccoli segnali, che attorno a papa Francesco sta nascendo una sotterranea ed estesa opposizione. Sì, a mio avviso,papa Francesco è molto più solo di quanto noi pensiamo.

Non ha fatto nessuna rivoluzione: ha solo mosso un po’ le acque, ha fatto un po’ di pulizia, ha improntato il suo ministero a sobrietà e semplicità, si è dichiarato contrario ai privilegi clericali…..Eppure per certuni questo papa fa già dei “danni” alla chiesa. Mi sembra che ci sia in atto la congiura di poteri forti, fuori e dentro la chiesa, che vuole bloccare l’opera di questo vescovo di Roma che cerca con sincerità e coraggio, con grande cura e disponibilità pastorale, di riagganciare questo vecchio carrozzone cattolico al Vangelo di Gesù. 

La Profezia continua a far paura, a tutti i “Poteri”.

Uso e abuso di reliquie dei santi. E basta! Un pò di decenza, per la miseria !

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di Guido Piovano

Dopo tre anni di viaggio attraverso i cinque continenti e i 132 Paesi che vedono la presenza della Congregazione Salesiana e dopo aver girato in ultimo l’Europa, è in Piemonte l’urna di don Bosco con la statua del santo e la reliquia della mano destra “quella con cui benediceva, scriveva le costituzioni, le lettere cattoliche, assolveva i peccati e indicava la strada” dicono i Salesiani.

Strano modo, invero un po’ macabro, di celebrare la vita di un santo è quello di spezzettarne il corpo ed esporne i pezzi per la gioia e l’elemosina dei più semplici.

Quanto rende la mano del santo? Dopo il cuore e un osso del collo di san Pio da Pietralcina, il sangue di san Gennaro, la lingua, il mento e l’apparato vocale di sant’Antonio da Padova e ora una mano di don Bosco, per citare solo alcune delle reliquie più famose, cosa ci dobbiamo ancora aspettare?

Se pensate che quanto scrivo sia poco rispettoso, leggete quanto è successo al corpo di sant’Agata:

il corpo di sant’Agata a Catania è suddiviso in vari reliquiari: uno per alcuni organi del busto con la testa, uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba, tutti eseguiti dagli orafi di Limoges. Nel 1628 fu realizzato il reliquiario per la mammella. Ulna e radio di un braccio di sant’Agata sono a Palermo, nella Cappella regia. Un osso del braccio di sant’Agata è a Messina, nel monastero del SS. Salvatore. Una parte dell’osso del braccio di sant’Agata è ad Alì (ME). Un dito di Sant’Agata è a sant’Agata de’ Goti (BN).

A quando una seria riflessione su uso e abuso di reliquie di santi e santini? 

La fede ha proprio bisogno di tutto questo ciarpame che puzza alla grande di superstizione e di affarismo?