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Bisogna proprio che mi decida a camminare di più

Tutti-I-Rimedi-Contro-I-Piedi-Maleodoranti

 

 

 

di Piero Murineddu

Il giorno è venerdì 26 settembre 2014. Ormai è qualche tempo che alle 6,45 sono in paziente (e ultimamente “infreddolita”) attesa dell’autobus per recarmi in città per guadagnarmi l’insufficente salario. La vecchiaia che fa capolino sta iniziando a farmi pesare la cosa, ma ai giorni nostri, beato chi ce l’ha un benedetto lavoro!

Percorso qualche chilometro, lo scalcinato mezzo inizia a rallentare, fino a quando non si ferma proprio. La temperatura dell’acqua nel radiatore è al massimo, per cui, giustamente, l’autista non vuole rischiare di far “fondere” il motore e di doverlo ripagare col suo magro stipendio.

Gli occupanti sono costretti a scendere giù e, fischiettando allegramente, arrangiarsi per proseguire, a parte qualche vocina isolata che si lamenta che per Sorso riservano sempre gli autobus più messi male. Mai contenti siamo! Gli automobilisti di passaggio dimostrano massima comprensione e nel giro di qualche minuto siamo ospiti in diverse auto. Arrivati presso il rettilineo dell’ospedale di “San Camillo”, vediamo che si forma una lunga fila di autoveicoli che procede lentamente. Scopriamo che qualche chilometro più avanti è successo un incidente. Grande disappunto, accompagnato da un pizzichino di preoccupazione per le eventuali conseguenze alle persone. Non siamo fermi, ma il procedere è talmente rallentato che i secondi sembrano ore. Ringrazio il giovane e gentile Manolo per il passaggio e decido di incamminarmi a piedi.

Man mano che procedo, l’aria fresca del mattino mi dà una carica particolare, anche se i gas delle auto mi fanno pentire della coraggiosa decisione. Accesasi l’intermittente ingegnosa lampadina, diversi automobilisti incolonnati decidono di tornare indietro e prendere la strada secondaria che da San Camillo sbuca proprio all’entrata di Sassari. Io, potendo servirmi del naturale mezzo “francescano”, andando avanti ho addosso un grande senso di libertà poichè non ci sono ingorghi e incidenti che possono impedirmi di raggiungere la meta agognata: il lavoro.  “Iiiihhhh, fòramaaaari! – potrebbe dire qualcuno – e cos’è tutto questo attaccamento a lu trabagliu?”.  Oiaaaa….senso di dovere è!

Con la lingua a sessanta centimetri da terra arrivo al punto dell’incidente. Credo che non sia successo niente di grave per le persone, ma l’autovettura messa di traverso non può evidentemente essere ancora spostata e al panzoso poliziotto non rimane che far passare lentamente i veicoli nel limitato spazio. Le fila di auto nei due sensi di marcia, con occupanti assonnatimpazientitieincazzatiamorte, mi danno ancor di più la sensazione di essere un mezzo eroe liberatosi finalmente dalla moderna tecnologia, ma l’arrivo alla prima fermata dell’autobus con la lingua scesa ormai a dieci centimetri dal suolo non mi permette di fare un glorioso ingresso con schiena dritta, petto in fuori e con sguardo orgogliosamente soddisfatto. Mi siedo nel muretto e aspetto il passaggio del bus salvatore.Ma quante auto arrivano da Sorso e da Sennori? Il flusso è continuo e le auto con il solo conducente sono la maggior parte. Tutte insieme violentemente ad inquinare l’aria già irrespirabile della città.

Intanto dell’autobus nessuna ombra. Mi decido a proseguire. Arrivo alla rivendita di frutta tutta bella esposta fuori ad impregnarsi per bene dei micidiali veleni espulsi dalle marmitte, ma i cartellini coi prezzi bassi hanno il potere di attirare i clienti fin dai primi minuti dall’apertura. In quell’incrocio la concentrazione delle micro particelle assassine è al massimo, ma all’acquirente delle belle pescozze esposte interessa esclusivamente poter risparmiare qualche spicciolo sulla spesa giornaliera.

Dopo un bel po’ di attesa, finalmente prendo posto nel primo bus di passaggio. Il lungo giro, mi fa arrivare nei pressi della mia meta, ma l’orario tardo mi fa desistere, per cui decido di andare verso la stazione ferroviaria e fare ritorno a casa, cosa che mi riesce solo a metà mattinata. Un giorno di ferie non voluto, insomma.

 

Tra le tante considerazioni su questa gita fuori programma, ne voglio fare una sola: è necessario che cammini più spesso a piedi, se non altro per far vedere che sono ancora efficiente, giovane e scattante, nonostante i polpacci morbidini e un tantino afflosciati, l’inevitabile artrosi dell’età, l’affanno e marasolthi vari.

Si, bisogna proprio che cammini di più, almeno anch’io posso esibire il mio trionfante petto in fuori, seppur totalmente glabro e di muscoloni privo. Ad una condizione: che non sia costretto a farlo respirando i vari gas di scarico di quelle inquietantissime marmitte, che salutari non credo lo siano proprio. Amen e così sia

Qual’è l’utilità della cultura a Sorso, dove prevale spesso la vana “boria”?

 

BIBLIOTECA

 

di Piero Murineddu

Mie considerazioni provocate dopo la lettura del testo di Leo Spanu riportato in fondo alla pagina.

Nel suo argomentare, Leo ha l’ardire di sostenere che la ricchezza culturale della famiglia Tanda  ” è stata dimenticata dai nostri compaesani impegnati in attività più serie come il pettegolezzo politico, “lu ciarameddhu”  su FB,  le discussioni sul peso dell’aria fritta, l’elogio e l’esaltazione del proprio ego e della propria ignoranza”.  Affermazioni severissime, evidentemente. Provo a ragionarci su.

In effetti, dal momento che è innegabile che la comunità di Sorso, amministratori e amministrati, non riconosce l’eccellenze artistiche, letterarie e scientifiche di molti che qui vivono e sono nati (anche perchè spesso non conosciute in modo appropriato, sia ben chiaro!), verrebbe da dedurre che a Sorso, considerata anche la durezza dei tempi, la preoccupazione principale sia “riempire la panza” e tutte le altre cose sono secondarie. Come si dice in gergo, isgiabidduri. La mia povera mamma rimaneva stupita dei giornali e dei libri che compravo da giovane. “Ma cosa ni fai di tuttu chisthu pabiru!?”, mi diceva, pensando seriamente che i soldi spesi fossero sprecati.  La necessità di lavorare duramente nei campi da piccola e di darsi da fare per garantire la sopravvivenza alla numerosa famiglia era la cosa più importante e più urgente, per cui l’analfabetismo era un dato di fatto per i più. Donna di popolo mia madre, e dunque spesso diffidente verso le cose poco comprensibili. Temo che il giudizio di mia madre fosse e continua ad essere molto diffuso: ma a cosa “serve” questa benedetta cultura? L’importante è avere un sicuro e buon posto di lavoro, ben retribuito specialmente.

E pensare che qualcuno si azzarda ancora ad affermare che “la cultura è la condizione necessaria per autodeterminare la propria vita e per liberarla“. Altre altitudini e altra mentalità.

Continuo nel mio pseudo ragionamento, per qualcuno forse fastidioso e inopportuno.

A cavallo delle due guerre e per diversi anni nel periodo post bellico, la possibilità di studiare era riservata a pochi, e generalmente erano i figli delle famiglie benestanti che arrivavano a farsi una “posizione”. E’ azzardato affermare che nei confronti di queste famiglie privilegiate, nella “gente del popolo” si sia creata una sorta di risentimento, forse invidia o chiamatelacomevolete? E’ plausibile pensare che nella vita concreta e quotidiana ci sia stata una spaccatura  “noi-loro”? Ripeto, l’argomento è difficile e forse anche antipatico. Probabilmente il benessere di certe famiglie era comunemente giudicato conseguente a situazioni d’ingiustizia e di prevaricazione, per cui nei confronti di chi stava bene e non era costretto a stringere la cinghia, nel tempo è stata covata della rabbia, raramente espressa, per paura forse di inimicarsele queste famiglie “in vista”. Quest’ultime, nel tempo avevano  stretto una sorta di alleanza (di comodo)  tra loro, frequentandosi e creando un mondo  “separato”. E’ abbastanza corrispondente al vero che chi andava avanti erano i loro figli, mentre gli altri, la maggior parte, interrompendo gli studi per necessità, perchè non incoraggiati dalla famiglia e forse riuscendo ad ottenere a malapena la licenza elementare o media, hanno dovuto accontentarsi dei lavori di manovalanza, scarsamente retribuiti.

Provo ad essere provocatorio. Spesso, non sempre ma spe-sso, le  persone che si sono distinte nell’arte, nelle lettere, nella scienza, o anche che hanno raggiunto alti gradi militari o ruoli di rilievo nella società, hanno per lo più avuto l’appoggio di famiglie con improbabili problemi economici.  Senza negare l’estro, l’impegno, le rinunce e le capacità personali,  nell’immaginario comune ho paura che persista l’idea che siano stati dei privilegiati e sicuramente agevolati per la loro condizione economica e sociale. Non tutti, ma buona parte.

Pur tuttavia, ammesso (e probabilmente da molti non concesso) che il mio ragionamento sia in qualche modo fondato, questo “risentimento”, questa “ferita” difficile da rimarginare non può giustificare questo non dar importanza ai nostri concittadini che si sono distinti. Con questa eventuale  “ferita”  bisognerebbe fare i conti.

Mi chiedo:  la possibile  “invidia”  che si scatena nei confronti di chiunque “emerga”  in un qualsiasi settore, può avere questa radice?

Torniamo alla decisione del prof  Tanda:

ha fatto bene a non lasciare i suoi beni librari a Sossu?

La sua è stata una scelta per “vendicarsi” del mancato riconoscimento da parte dei suoi compaesani?

Gli “invidiosoni” sussinchi non si meritano niente?

Sono giustificati tutti i “cervelli”  che cercano fuori da Sorso la loro realizzazione come, per fare un solo esempio, aveva deciso il pittore Giuliano Roggio che nel 1976 si era trasferito con la propria famiglia in Piemonte, “deluso dall’incomprensione e dalla speculazione che ruotava intorno ai pittori” (tornò a Sorso sei anni dopo), ma come continuano a fare i tanti che giudicano ristagnante e frustrante la vita a Sossu?

Se ci pensiamo, il non dare evidenza e riconoscimento alle nostre “eccellenze” umane, è culturalmente ed economicamente autolesionistico, e questa è responsabilità si degli amministratori che si susseguono, ma anche dei cittadini, che singolarmente o associati, non si attivano in questo senso.

A proposito,

finirà finalmente il tempo di delegare tutto alla politica, di pensare che sia la politica preposta ad affrontare ogni minimo aspetto della vita? E se il politico è un imbecillotto incompetente come spesso capita, che facciamo, continuiamo inerti ad aspettare e a sperare nel messianico uomo della provvidenza? Dobbiamo ancora illuderci che il politico sia ancora capace di agire senza obiettivi che non siano quelli di perpetuare il suo potere?

Ma nel caso che Nicola Tanda avesse donato il suo patrimonio librario a Sossu, è verosimile pensare al rischio che sarebbe andato a finire nelle “oscure e umide cantine”,  disperso o addirittura trafugato nelle private casseforti o salotti casalinghi?

Ripeto:  è possibile che noi sussinchi siamo invidiosi dei nostri “profeti”, frustrati come siamo e presi spesso dalla vana “boria”, e non sopportiamo che qualcuno si metta in evidenza per dei motivi positivi, fatta eccezione per qualcuno che si distingue al massimo nello sport? Se fosse vero, come dice Leo,  che “i sorsesi s’impegnano molto a cancellare ogni traccia della loro memoria”, l’ultra 80enne Professore finirà con lo stancarsi facendo inutilmente il numero del Comune di Sorso per avere udienza presso i gestori pubblici della….Cultura.

Ma poi, a differenza di Ozieri dove  ha trovato un’Associazione come interlocutrice affidabile,chi c’è a Sossu  intenzionato seriamente (e coraggiosamente) a recuperare  la Memoria Collettiva, non per forza mosso da obiettivi turistici e di cassa?

Chi, individualmente ed in associazione, è disposto a prendersi la responsabilità di elevarci “culturalmente”?

A Sorso abbiamo una Biblioteca pubblica, “tempio laico” della cultura, ed è in questo luogo che si dovrebbero trovare i segni concreti dei personaggi che hanno dato e continuano a darci lustro, e se ancora non ci sono, dovrebbe essere impegno comune farveli ritrovare.   Ma mi chiedo, i sorsesi sono interessati alla loro conoscenza? Li ritengono realmente un valore insostituibile?

Leo Spanu capisce e condivide la “sofferta” decisione di Tanda, ma pensandoci bene, non dovrebbe essere l’eventuale “vicinanza politica,  l’intelligenza artistica e letteraria e quindi il livello culturale di chi momentaneamente governa a motivare eventuali donazioni di Opere artistiche e letterarie, ma la consapevolezza di beneficare le attuali e future generazioni (con la speranza che siano migliori e più “intelligenti” delle passate), con la severa clausola che dei “doni”  bisogna avere massima cura.

Per finire, chi è disposto a dimostrare nei fatti   che dire   “i sorsesi sono impegnati  nel pettegolezzo politico, “a ciarameddhà”  su FB, in discussioni sul peso dell’aria fritta, a elogiare ed esaltare il proprio ego e la propria ignoranza”  è falso?

 

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La foto è tratta da ” Ancora ammenti” di Nicola Tanda

Nessuno è profeta..a Sossu

di Leo Spanu

Leggo sulla Nuova del 23/7/2014 la notizia che il professor Nicola Tanda “regala” ad Ozieri il suo ricco fondo librario. La mia prima reazione istintiva è di stupore  poi mi rendo conto, con amarezza, che il professor Tanda ha fatto la scelta giusta. Nicola Tanda è l’ultimo di quattro fratelli che, con le loro attività, hanno onorato la città di Sorso. Pochi cenni indicativi per i più distratti che, a Sorso, sono troppi.

Nicola Tanda: docente universitario, filologo, critico letterario, fondatore di vari premi letterari (Ozieri, Romangia), studioso della lingua sarda.

Ausonio e Francesco Tanda: due fra i maggiori pittori sardi del secondo dopoguerra.

Anton Paolo Tanda: Sovrintendente dell’Archivio Storico della Camera dei Deputati, studioso di diritto, scrittore.

In realtà parlare di questi quattro illustri sorsesi richiederebbe molto più spazio e tempo ma queste poche note danno un’idea significativa della ricchezza culturale di questa famiglia che, purtroppo, è stata “dimenticata” dai nostri compaesani impegnati in attività più serie come il pettegolezzo politico, “lu ciarameddu”  su FB,  le discussioni sul peso dell’aria fritta, l’elogio e l’esaltazione del proprio ego e della propria ignoranza. Ma tornando a noi, la scelta operata dal professor Tanda di privilegiare Ozieri ignorando il paese natio ha una sua logica.

Facciamo un passo indietro e vediamo cos’è successo alle donazioni fatte al comune di Sorso.

Il fondo Madau-Diez è dato per disperso e del fondo Cottoni non si hanno notizie.

Resta il fondo Bellieni che è in corso di catalogazione da parte del personale della biblioteca.

La donazione dei quadri di Rosa Sechi Colacino (ne abbiamo parlato in un precedente numero del nostro giornale) ha un’esistenza talmente difficile che gli eredi stanno pensando seriamente di farsi restituire le opere della pittrice. Sistemati provvisoriamente al Palazzo Baronale, vengono appesi e staccati in base alle esigenze di altre manifestazioni. Ed è già un fatto positivo considerato che per anni sono stati buttati in un solaio dello stesso palazzo. Non una presentazione ufficiale, non una mostra per far conoscere ai sorsesi una pittrice, loro compaesana, di talento.

La politica culturale a Sorso non esiste. Se escludiamo la prima giunta Bonfigli (assessore Antonio Salis) e la giunta Razzu (assessore Alba Sassu) non c’è mai stato un tentativo serio di programmare un’attività importante per la crescita sociale (ed anche economica) di Sorso.

Purtroppo, e qui sta l’anomalia, c’è un’indifferenza colpevole che non ha spiegazione alcuna considerata la ricchezza culturale di questa comunità. Nel corso degli anni si è visto solo qualche episodio sporadico fine a se stesso e senza seguito quando non si è dato spazio a delle vere e proprie castronerie. Resta il fatto che noi sorsesi ci impegniamo molto per cancellare ogni traccia della nostra memoria. I pochi che resistono e si oppongono a questa logica assurda sono delle mosche bianche da omaggiare per qualche secondo e subito dopo relegare nel dimenticatoio.

“Nessuno è profeta in patria” è un classico ovunque ma a Sorso ha raggiunto la sua espressione più alta. Eppure ci si potrebbe fare un volume di Pagine Bianche con l’elenco delle personalità sorsesi, compresi quelli che, pur essendo nati altrove, a questa comunità hanno dedicato impegno e passione.

Una specie di piccola Atene: Giovanni Baraca, Andreuccio Bonfigli, Antonino Borio, Giuseppe Borio, Gerolamo Cappai, Antonio Catta, don Giuseppe Chelo, Salvatore Cottoni, Francesco Dedola, Salvatore Farina, Lorenzo Giordo, Giuliano Leonardi, Pietro Antonio Manca, Telesforo Manca, Giannetto Masala, Pasquale Marginesu, Pietro Marogna,  don Giuseppe Piras, Luigi Polano, Ignazio Secchi, Rosa Sechi Colacino (Secol),  Francesco Sisini, Giorgio Sisini, Anton Paolo Tanda, Ausonio Tanda, Francesco Tanda,  Antonio Tedde, per citare solo alcune personalità  scomparse e di sicuro ne sto dimenticando qualcuna.

Poi ci sono gli artisti, gli studiosi, gli scrittori viventi. Sono tanti ma volutamente ignorati dai nostri concittadini che  preferiscono l’erba del vicino, notoriamente sempre più verde.

Il professor Tanda da qualche anno  cerca udienza presso le varie amministrazioni comunali con una serie di proposte interessanti. Ne cito una sola: il recupero della sua casa in via Umberto per la costituzione di una pinacoteca che raccolga le opere di tutti i pittori sorsesi. Servono mezzi finanziari, non v’è dubbio, ma serve soprattutto la voglia di operare in questo settore così affascinante e ricco di prospettive anche economiche. Perché malgrado l’opinione dell’ex ministro Tremonti la cultura crea lavoro e ricchezza. Invece tante belle parole, tanti complimenti e tanti bla-bla  “sull’importanza della cultura”.

E allora perché mi sorprendo se il sorsese Nicola Tanda si rivolge a Ozieri, dove è cittadino onorario, per non disperdere il suo e il nostro patrimonio?

 

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don Andrea Gallo,il prete “umano”

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Andrea Gallo nasce a Genova il 18 Luglio 1928. Fin da piccolo fu attratto dalla spiritualità dei salesiani di Giovanni Bosco tanto che nel 1948 entrò nel loro noviziato di Varazze, proseguendo poi a Roma gli studi liceali e filosofici. Fin dall’adolescenza, fece sua la dedizione di don Bosco di vivere a tempo pieno con gli ultimi, i poveri , gli emarginati.

Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici. Il clima per lui insopportabile della dittatura che vigeva in Brasile, lo costringe a ritornare l’anno dopo in Italia, ad Ivrea, dove prosegue gli studi e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959. Un anno dopo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori in cui introdusse una impostazione educativa diversa, dove fiducia e libertà tentavano di prendere il posto di metodi unicamente repressivi; i ragazzi parlavano con entusiasmo di questo prete che permetteva loro di uscire, poter andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.

Senza fornirgli alcuna spiegazione dopo tre anni i superiori salesiani lo rimuovono dall’incarico e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese: “la congregazione salesiana, dice Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”.  Successivamente viene inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere: due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito” per ordine del Cardinale Siri. Un normale avvicendamento di sacerdoti a prima vista, ma non vi furono dubbi per nessuno: “La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale perché, si diceva, i suoi contenuti ‘non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti ”

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Nella parrocchia del Carmine don Andrea fece scelte di campo con gli emarginati e la parrocchia divenne un punto di aggregazione di giovani e adulti, di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà per i più poveri, per gli emarginati che trovano un fondamentale punto di ascolto, e per la sua chiara collocazione politica, divenne un punto di riferimento soprattutto per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non.

L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un incidente verificatosi nel corso di una predica domenicale: nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia del quartiere: Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nella propria predica che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”.

Qualcuno disse che Andrea era oramai sfacciatamente comunista e le accuse si moltiplicarono affermando di aver passato ogni limite: la Curia decide per il suo allontanamento dal Carmine.
Questo provvedimento provoca nella parrocchia e nella città un vigoroso movimento di protesta ma, la Curia, non torna indietro e il “prete scomodo” deve obbedire: rinuncia al posto “offertogli” all’isola di Capraia che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato.

Lasciare materialmente la parrocchia non significa per lui abbandonare l’impegno.
Qualche tempo dopo venne accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo diede vita alla sua comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto. Da allora si è impegnato sempre di più per la pace e nel recupero degli emarginati, chiedendo anche la legalizzazione delle droghe leggere: nel 2006 si è fatto multare, compiendo una disobbedienza civile, fumando uno spinello nel palazzo comunale di Genova per protestare contro la legge sulle droghe.

Muore a Genova il 22 maggio 2013

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don Andrea Gallo e la sua instancabile lotta nonviolenta

Testimonianza raccolta da Fulvio Renzi il 28 settembre 2012 presso la Comunità San Benedetto al Porto a Genova, durante le riprese di Restiano Umani – The Reading Movie (www.restiamoumani.com), il film della lettura integrale dei 19 capitoli del libro Gaza – Restiamo Umani scritto da Vittorio Arrigoni e a cui Don Gallo ha partecipato nella lettura di uno dei capitoli.

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«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.

Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.

Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.

La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.

Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.

Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»

Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.

 

Sardegna: Pratobello 1969 – Servitù militari 2014

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Testi tratti da SardiniaPost.it e Wikipedia

La Rivolta di Pratobello è riferita ad una rivolta popolare messa in atto col metodo della Resistenza Nonviolenta dai cittadini di Orgosolo (NU) nel giugno del 1969

 Il 27 maggio del 1969 sui muri del paese, dalle autorità, fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori, che operavano nella zona di Pratobello, a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’ Esercito Italiano. Il 9 giugno 3.500 cittadini di Orgosolo iniziarono la mobilitazione; il 18 dello stesso mese, la popolazione del paese si riunì in piazza Patteri. Dall’assemblea scaturì la decisione di attuare una forma di protesta non violenta e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello. Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’esercito si ritirò.

 

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Ora che a gran voce si torna a chiedere la chiusura delle basi militari e la loro riconsegna alle comunità civili, la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro l’installazione di un poligono di tiro in località “Pratobello” curata dal Circolo giovanile del paese – non poteva essere più attuale. In verità, i ricorsi della storia non stupiscono: che il futuro della Sardegna sarebbe stato segnato dalle bombe e dai continui voli dei cacciabombardieri delle aeronautiche di mezzo mondo lo si sapeva già quando videro la luce i poligoni di Quirra e Teulada (1956).

 

 

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Ma, in ogni caso, vale davvero la pena ripercorrere quella settimana del giugno 1969 in cui un’intera comunità si oppose alla decisione del ministero della Difesa di realizzare – senza preavviso – un campo militare di addestramento permanente a sette chilometri dal centro abitato.  Soprattutto, oggi vale la pena lasciare che le parole dei pastori, degli operai, degli studenti e delle donne che dissero “no alle manovre militari” tessano un filo di continuità ideale con questi giorni, quando in migliaia stanno dicendo no a tutti i poligoni presenti nell’isola.

 

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Questa è la cronaca di quei giorni.

La Brigata Trieste arriva a Pratobello

La notizia sulla realizzazione di un poligono fisso per esercitazioni militari nei dintorni del villaggio abbandonato di Pratobello, circola ad Orgosolo già dall’aprile del 1969. La certezza arriva circa due mesi dopo, il 27 maggio, quando sui muri del paese barbaricino compaiono i manifesti con cui la Brigata Trieste ordina ai pastori di abbandonare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Posti di fronte alla domanda “Come agire?”, i pastori rispondono: “Difendere il pascolo – considerata l’unica possibilità di sopravvivenza – e il bestiame”. In tutto “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato del Circolo giovanile di Orgosolo.

 

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Dai primi di giugno in avanti è un susseguirsi di assemblee che arriveranno a coinvolgere l’intera popolazione del paese barbaricino. Il 7 giugno, una prima assemblea popolare indice una prima manifestazione dimostrativa nei luoghi in cui sono previste le esercitazioni. “Tale manifestazione è stata decisa per dare un primo avvertimento alle autorità militari e politiche che hanno deciso arbitrariamente di invadere i nostri territori con grave danno per tutti i lavoratori”, si legge nel comunicato alla popolazione dell’assemblea popolare.

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Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Ma non si arriva a nessuna mediazione: nel corso di una riunione tenutasi a qualche giorno di distanza dal primo incontro, i pastori ribadiscono la loro volontà di presidiare i pascoli e rifiutano gli indennizzi.

 

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Sindacati e partiti intensificano la loro azione a ridosso dell’inizio delle esercitazioni (anche perché di lì a breve si andrà a votare per eleggere il nuovo consiglio regionale): Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Gli orgolesi rispondono che “il terreno di lotta dei pastori non è il parlamento”.

Giugno 1969

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

 

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Il primo giorno di scuola non conta, amate gli altri duecento

di Alex Corlazzori, maestro elementare

Oggi a scuola ho portato un fiore. L’ho messo sulla cattedra accanto al registro, alle penne, ai pastelli, al tablet e al giornale. Era da stamattina all’alba che mi domandavo cosa avrei detto ai miei ragazzi. Quando entri in classe all’inizio dell’anno non hai mai le parole giuste. Vorresti spiegare loro che solo insieme si potrà fare un cammino di vita.

Vorresti far capire loro che tu sei “solo” un maestro che prova ad appassionarli alla bellezza del sapere ma qualche volta può non riuscirci. Avresti voglia di scusarti in anticipo per quelle volte che non saprai fare un passo indietro, lasciare spazio alle loro voci, ai loro sorrisi, alla loro voglia di correre, saltare, giocare, piangere.

Ho scelto di dire tutto ciò con quel fiore sulla cattedra. Perché quella pianta resterà con noi tutto l’anno. Ho chiesto loro di portare ognuno un fiore perché possiamo imparare che solo prendendoci “cura” di una pianta, di una persona, di noi, della scuola, possiamo crescere.

Non conta il primo giorno di scuola ma ciò che ha valore sono gli altri 200 che passeremo insieme. Chi fa il maestro non dovrà dimenticare di appassionarsi ogni giorno, di reinventarsi, di rimettersi in gioco, di imparare ad ascoltare, a fare silenzio per lasciare spazio alle parole che nasceranno dal mettersi a parlare insieme della meraviglia delle Alpi, dell’importanza delle tabelline, della “magia” che la nostra lingua sa fare quando si scrive un racconto, quando si leggono autori che hanno fatto la storia del nostro Paese. Perché nessuna lezione esiste già. La lezione si fa con i ragazzi, si scolpisce nel legno per farla diventare la scultura più bella di quel giorno.

E non abbiamo bisogno nemmeno di chi fa passerella il primo giorno di scuola per poi lasciare le nostre aule senza connessione wifi, senza libri, senza maestri, senza fondi per fare un viaggio d’istruzione, senza docenti di sostegno, senza formazione. Una delle cose che i bambini insegnano ai maestri è quella di non fare promesse inutili. Nemmeno il primo giorno di scuola.

Io non so se voi ricordate quando avete messo piede tra i banchi la prima volta. Io no. Ma non posso dimenticare la maestra Teresa: quando in classe recitavamo la preghiera, quando il sabato leggeva Cipì di Mario Lodi, quando mi insegnò ad amare l’Africa parlando del nipote missionario in Mozambico.

Primo giorno di scuola

INAUGURAZIONE ANNO SCOLASTICO 2012/2013

 

 

di Piero Murineddu

 

A Sassari, per lavoro mi ritrovo ad essere proprio dirimpettaio della scuola media n° 3, fondata nel ’56 e dal 1968 trasferita in via Monte Grappa dopo essere stata provvisoriamente ospitata nell’antico e storico Palazzo D’Usini sito in Piazza  Tola. La scuola è intitolata al giurista e parlamentare sassarese Pasquale Tola, che contribuì tra l’altro all’abolizione del feudalesimo in Sardegna.

Sono diversi anni che assisto al movimento che si crea il primo giorno di scuola. Gia dalle otto la strada, solitamente percorsa da auto rumorose ed inquinanti, oggi è allietata  dai piacevoli accordi dell’arpa di Alan Stivell che accompagna il graduale afflusso dei ragazzi e di molti  genitori che li accompagnano. Molte spalle sono gia appesantite dal peso sempre esagerato di mostruosi zainoni. Qualcuno  (infischiandosene dell’imbecillotta derisione di compagnetti), il  il peso se lo alleggerisce  trainandoselo con due frovvidenziali rotelline. Abbracci tra compagne che probabilmente non si vedono dall’inizio di questa insolita estate. Braccia svolazzanti in alto per salutare l’amico intravisto di lontano.  Qualche mamma libera l’occhio del pargoletto  da rimasugli di cispa.  Visi sorridenti e ancora mezzo assonnati. Genitori separati che per l’occasione si ritrovano per far  sentire la vicinanza  al figliolo “canniddhoni” con l’orecchino esageratamente vistoso e l’immancabile auricolare. Naturalmente è il padre che va via prima, dopo aver salutato l’erede col “batti cinque” seguito  dall’incontro dei pugni reciproci. Il  vigile con le mani unite dietro sembra rilassato ed è particolarmente tollerante con le auto in doppia fila, mentre alcune moto di grossa cilindrata sono appoggiate al cavalletto e non hanno problemi di parcheggio. Vista un’auto che va via, la signora in attesa si precipita ad occupare ben due posti con la sua utilitaria nuovissimo modello ( e ga si n’affutti degli altri?). Alcuni capannelli di compagni ritrovatisi,  più o meno tutti impegnati a smanettare meccanicamente sulle tastiere di ultra moderni cellulari, sono particolarmente chiassosi. Diversi padri in piedi (vigilanti&sbuffanti), impazientemente aspettano con le braccia incrociate, mentre le mogli non esitano ad intrattenersi con altre mamme (ah, beata socievolezza delle donne!)

Attenuato il volume della musica, c’è l’accoglienza ufficiale da parte della Dirigenza. Gli studenti entrano nella classe assegnata man mano che si sentono nominati: Soggiu, Capitta, Ena, Carboni, Zoroddu, Mura, Lai, Asu, Daga, Serra, Fenu, Giannottu, Stella, Frau, Salis, Onida,Brotzu ……….

Dati gli ultimi bacini e fatte le ultime carezze in testa, la vita comunitaria di almeno nove mesi viene così avviata. Nonostante i tempi e la diffusa perdita di motivazioni, le aspettative continuano ad esserci. L’insegnante, almeno inizialmente, si prenderà particolare cura del ragazzino che fatica più degli altri ad ambientarsi in una situazione nuova, e nello stesso sarà impegnato/a  a frenare l’eccessiva vivacità di qualcun altro. D’ora in poi, le troppe ore trascorse in classe, inevitabilmente saranno motivo di tensioni, spesso difficili da gestire. Probabilmente, a secondo la sensibilità, l’intelligenza e la fantasia, qualche insegnante userà delle strategie per far sentire meno pesanti le ore di studio, e così facendo, trarrà  sicuro vantaggio da questa fatica di uscir fuori dai soliti ripetitivi canoni e,  cosa quasi certa, si conquisterà anche la simpatia e la benevolenza dei ragazzi, oltre che diventare autorevole davanti ai loro occhi. Ci sono diversi modi di presentare la Storia, la Geografia, la Letteratura e persino quell’antipaticona della Matematica. Quanti saranno gli insegnanti che avranno la volontà e la capacità di far appassionare i ragazzi a loro affidati alla loro materia scolastica ma, ancora di più,  far capir loro l’importanza della Cultura e del Rispetto per se stessi e per gli altri?

La dolce musica di Alan Stivell stà intanto sfumando……

Ritagli sulla manifestazione di sabato 13 settembre a Capo fresca, in Sardegna

 

Manifestazione Capo Frasca in Sardegna contro Servitù militari

 

 

 

  1. Famiglie con bambini, militanti dei gruppi indipendentisti, esponenti di associazioni e partiti politici, insieme per dire NO alle basi militari
  2. No all’esproprio di 30mila ettari di territorio
  3. Si dice che le basi militari dà migliaia di posti di lavoro, ma anche la camorra lo fa e nessuno si sogna di legittimarla per questo
  4. Ritrovata coscienza “nazionale” dei sardi
  5. Lo stato italiano ha messo la nostra terra al centro delle strategie di guerra
  6. Dismissione dei poligoni, bonifiche a terra e in mare, riconversione economica dei territori
  7. Contro il collaborazionismo con chi spaccia azioni di guerra per missioni di pace
  8. Non è ammissibile che la nostra terra venga venduta per esercitazioni militari
  9. Per il futuro nostro e dei nostri figli dobbiamo salutare con favore il ritorno alla consapevolezza del popolo sardo su questi problemi
  10. Siamo qua per dare la nostra testimonianza contro tutte le servitù, militari e industriali
  11. Vinceremo questa “guerra”
  12. Danziamo non bombardiamo
  13. Non fate cadere in prescrizione il reato di disastro ambientale
  14. Come accettare che vastissime aree di terra, di mare e di cielo vengano interdette agli uomini e agli animali per buona parte dell’anno?
  15. Non possiamo e NON DOBBIAMO più subìre le imposizioni dall’alto

 

e per finire………..

 

diamo la sveglia alla coscienza civile da troppo tempo profondamente addormentata

 

Sorso: NUOVA VITA PER LA STRUTTURA SPORTIVA DI VIA PORTO TORRES?

di Piero Murineddu
Dopo anni di abbandono e di conseguente degrado, nel campo di via Porto Torres qualcosa sembra che inizi a muoversi. Le stanze adibite a spogliatoi sono state ripulite e i muri imbiancati. La catasta di forattini all’esterno fanno ben sperare, come tutto il movimento che vi si nota tutt’intorno. Ho sentito che la gestione è stata affidata ad una giovane e ben intenzionata associazione. ALLELUIA!
Si spera che i tempi di utilizzo non siano “biblici”, come stiamo constatando per i giardini di via Europa. A proposito, anche li qualcosa si muove. A rilento, ma si muove. Avete visto i pali di legno ben saldati a terra, prima fase di una bella e lunga staccionata? I camminamenti stanno iniziando a prendere forma e si vede anche piantata qualche palma.ALLELUIA!
Adesso aspettiamo che la gestione dell’anfiteatro de La Billellera venga regolarizzata secondo metodi di giustizia e di imparzialità e ne venga garantito l’uso a tutta la cittadinanza e agli ospiti di passaggio.
In questo caso, l’ALLELUIA sarà triplice, accompagnato da vari OSANNA ed EVVIVA. Gaudio massimo, insomma
Ecco i segni di rinascita della struttura di via Porto Torres
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Ed ecco il nascituro parco di via Europa
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Scuola: Il “miracolo” può farlo anche il singolo docente

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di Piero Murineddu

Durissime e spietate le considerazioni fatte in questa lettera, e pur tuttavia  corrispondenti al reale. Probabilmente molti ragazzi sono contenti di riprendere l’attività scolastica, ma lo sono principalmente (se non solamente) perchè ritrovano i compagni coi quali hanno intrecciato relazioni e coi quali condivideranno giorni, giorni e ancora giorni di….ansia. Ma si sa, mal comune mezzo gaudio. Certo che la cosa è triste, se non drammatica. La Grande Opportunità quali sono gli anni studio fino alla cosiddetta Maturità, il più delle volte è  vissuta come un incubo, come afferma il Piero con le sue parole estremamente puntuali. Ed ecco ragazzi stressati ( e chi ha figli lo sa benissimo) e insegnanti perennemente sull’orlo di una crisi di nervi e potenzialmente studenticidi.

“Eh, ma la scuola è stata sempre così!“, direbbe l’immancabile fatalista. Magari ha ragione, ma il fatto è che NON DEVE ESSERE COSI’.

Da qualche parte, nei giorni scorsi ho letto di un corso per aiutare gli insegnanti ad affrontare particolari “urgenze” educative. Va bene, diamo il benvenuto a questi corsi di formazione, ma qui si tratta si averla la capacità educativa, non quella per le “urgenze”, ma quella normalissima, strettamente connessa a quella dell’insegnamento scolastico, e chi non la possiede, i ripetuti corsi&ricorsi, specialmente se fatti per adempiere ad un dovere, non possono fare il miracolo.

Io penso che possa essere anche il singolo insegnante a fare questo benedetto miracolo di portare i ragazzi a gioire di frequentare la scuola, e questo nonostante i tanti e oggettivi problemi. Certo, il “coraggioso”  maestro o prof dovrà lottare fino all’inverosimile (retribuzione bassa, mancanza di spazi adeguati, Dirigente ottuso, colleghi invidiosi, insufficiente materiale didattico, iperattivismo infantile e adolescenziale……..) ma la matura consapevolezza di essere responsabile della crescita umana e culturale di persone che ripongono in lui comprensibili e giuste aspettative, può portare a compiere il “sogno”: ragazzi che non vedono l’ora di entrare in classe la mattina.