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ELOGIO DEI PIEDI di Erri De Luca

 ELOGIO DEI PIEDI di Erri De Luca

Perchè reggono l’intero peso.

Perchè sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.

Perchè sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.

Perchè portano via.

Perchè sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato

e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo

a camminare in linea retta.

Perchè sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto

nello scheletro non ci sono ali.

Perchè sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli

e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.

Perchè sanno giocare con la palla e sanno nuotare.

Perchè per qualche popolo pratico erano unità di misura.

Perchè quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.

Perchè gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità

li lavavano al viandante.

Perchè sanno pregare dondolandosi davanti a un muro

o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.

Perchè mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.

Perchè sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango,

il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.

Perchè non sanno accusare e non impugnano armi.


Perchè sono stati crocefissi.


Perchè anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno,

viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.


Perchè, come le capre, amano il sale.


Perchè non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva

il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Le pubblicazioni su due siti archeologici di Sorso

di Piero Murineddu

Due pubblicazioni realizzate durante il quinquennio amministrativo di Mino Roggio (2000-2005), conclusosi in modo turbolento e per motivi ancora rimasti misteriosi ai più. Oggi lo stesso Roggio siede nei banchi dell’opposizione. Dal momento che è possibile fare buona politica anche non avendo responsabilità diretta di governo, si spera che si adoperi in modo deciso e attivo, se vuole rimanere fedele a quelle parole da lui pronunciate allora: “I beni culturali rappresentano per ogni comunità un fondamentale punto di riferimento dal quale partire per comprendere le ragioni della propria identità culturale. Il patrimonio archeologico  rappresenta una risorsa immensa per la comunità che la possiede”.

Oggi le antiche vestigia sorte nel nostro territorio sono completamente in stato di abbandono, e le solite giustificazioni di mancanza di fondi non reggono più. Non si tratta solo di proseguire i lavori di ricerca per i quali in questo caso si occorrerebbero finanziamenti, ma semplicemente di un minimo di decoro e di custodia, e per realizzare ciò basterebbe solo la volontà, cosa che evidentemente non c’è. Sono persuaso che la Cultura “nutre”, specialmente la consapevolezza delle proprie radici e l’attaccamento alla terra in cui si è nati e in cui si vive. Opportunamente valorizzata, è evidente che la Cultura permette anche di riempire gli stomaci. Sappiamo però che per capire e condividere questo concetto, è necessario averne la capacità, oltre che la predisposizione. Di questo tipo di politici ancora non se ne vede traccia, per cui si spera che almeno cittadini associati inizino a preoccuparsi e  occuparsi di queste particolari ricchezze, che purtroppo non producono lo stesso largo consenso di una  più o meno mantenuta promessa di un posto di lavoro.

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A quando un Centro Studi Artistico – Letterario e un Museo della Civiltà Contadina a Sorso?

MUSEO A STINTINO

 

di Piero Murineddu

Bellissima iniziativa questa del piccolo paesino posto nell’ultimo lembo di terra nord occidentale della Sardegna e nato da 45 famiglie che lasciarono l’Asinara dopo che nel 1885 vi si costruì il lazzaretto e la colonia penale. “L’obiettivo – dice il sindaco Diana – è costruire un polo culturale, scientifico, storico e museale”.  Lo stesso sindaco è anche presidente dell’associazione  intenzionata a tener viva la memoria del popolo stintinese. Intelligente intuizione e ottimo esempio che molte comunità locali dovrebbero prendere in seria considerazione, sia da parte di amministratori pubblici spesso incapaci di fare scelte che vadano oltre il limitato tempo del loro mandato, sia molte pseudo associazioni “culturali”  occupate prevalentemente ad organizzare eventi ludici e mangerecci e sopratutto preoccupate di rimanere nelle grazie del potente di turno. Stintino, oltre l’obiettivo d’incrementare l’ attrazione turistica, sembra seriamente intenzionato a riconoscersi e a farsi riconoscere come “popolo”, cioè non una massa umana anonima  che occupa un territorio casualmente o per fatalità,ma un insieme d’ individui accomunati da caratteristiche ben precise, quali il modo di comunicare, la sensibilità, le attività lavorative, le arti, il giudizio e la visione della vita. E’ questa consapevolezza che unisce,che  tiene viva e alimenta una Cultura. Fare storia di cio’ che si è stati e di ciò che s’intende essere.

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Come ho detto in precedente occasione, a Sorso è tuttora messa in vendita la casa di famiglia del giornalista e scrittore Salvatore Farina. La palazzina di due piani, oltre che da un terrazzo panoramico, è composta da sette locali. Io me la immagino diventare un Centro Studi per far conoscere le nostre opere letterarie e artistiche e per farne una sorta di Museo della Civiltà Contadina. Sono numerosi i privati che possiedono attrezzi di questo mondo ormai quasi tramontato, materiale il più delle volte riposto negli scantinati e non più utilizzato. Penso che molti sarebbero disposti a metterli a disposizione, non perdendone la proprietà oppure rinunciandovi definitivamente, credendo nella nobiltà del fine. E’ utopistico sperare che le diverse associazioni culturali presenti a Sorso puntino a questo obiettivo, superando eventuali ed immotivati antagonismi e magari rinunciando  all’ansia di volerci mettere per forza il “capello”, come spesso capita a numerosi politicanti arrivisti privi d’intelligente lungimiranza del vero Bene Comune? La realizzazione di un Museo “vivo” aiuterebbe a recuperare quel senso comunitario che sta venendo sempre più a mancare, facendo anche un importante passo identitario e quindi Culturale.

Sorso: una vicenda non secondaria legata all’alluvione

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di Piero Murineddu

Scrive Umberto Destefanis, autore di questa “suggestiva” e drammatica foto:

“Sorso, 18/07/2014, come appariva il mio orto intorno alle ore 17 . Tutte le acque vanno al mare, sempre che le si lasci scorrere secondo i tracciati che la natura, dalla notte dei tempi, ha lentamente e pazientemente costruito. Qui invece una strada provinciale ostruisce il naturale deflusso.”

Si parla del  tratto  della vecchia strada per Sassari, quello sostituito dal nuovo a scorrimento veloce che arriva fin all’antico villaggio di Geridu, lasciato in completo abbandono dai nostri illuminati “Protagonisti” delle recenti consultazioni elettorali e di quelle precedenti.

Da quando è stato realizzato, ci permette di recarci  in città premendo di più sull’acceleratore e fare anche qualche marameo ai pulman e ai numerosi lumaconi che ci riempiono d’ansia dalla discesa di Sant’Andrea in poi, mentre al ritorno a Sorso abbiamo l’impressione di non invidiare nulla alla pista automobilistica di Monza: acceleratore a manetta!

La vecchia strada, in diversi punti  diventata una vera e propria discarica a cielo aperto. Per l’abbandono e la mancanza di pulizia delle vie di deflusso delle acque piovane, l’abbondante e devastante pioggia di mercoledì pomeriggio ha fatto diventare  un lago il suo orto, frutto del suo impegno e di quello della moglie inglese Ruth.

Ancora una volta, alla forza spesso distruttrice del clima impazzito – in parte per colpa dell’uomo – si aggiunge la negligenza degli organi preposti.  L’energica coppia gia in queste ore si stà dando da fare per far rivivere le piantine ottenute con grandi sforzi e continue cure.  Purtuttavia, Umberto  s’intristisce pensando a tutti coloro che, a differenza sua,  dalla  campagna ci vivono e in un pomeriggio hanno visto perduto tutto il raccolto e vanificate tante fatiche e aspettative.

Sorso e la valorizzazione dei suoi personaggi illustri (con commento di M.Brigaglia)

 

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di Piero Murineddu

Gli attuali proprietari hanno messo in vendita  la casa natale del nostro illustre concittadino  Salvatore Farina (1846 – 1918),  il mancato attore teatrale che rinunciò alla carriera di avvocato per dedicarsi quasi esclusivamente al giornalismo e alla creazione di diverse opere letterarie. Circa 70 titoli sono al suo attivo. Come per molti personaggi artistici e letterari di provincia, trovò fama e visibilità andando a vivere in una grande città. Milano nel suo caso. La biblioteca Comunale di Sorso e la via dove è nato prendono il suo nome. Tutto qui? Tra l’altro, nella stessa via Farina c’è la casa natale del grande artista Giuliano Leonardi, le cui numerose opere di pregio presenti sono  custodite e curate esclusivamente dalla buona volontà dell’ormai anziana nipote Nuccia che vi abita, rendendola un naturale “museo” che la gentilissima signora mostra volentieri agli occasionali visitatori.

Purtroppo, negli ultimi anni non si è dimostrato di dare la giusta importanza ai siti archeologici presenti nel territorio e chiunque può constatare di persona che il disinteresse e l’abbandono sono pressochè totali. Per le case e le opere dei numerosi artisti sorsesi, più o meno è la stessa cosa. Per tornare al Farina, se la visione “politica” dei tempi correnti è questa, rimangono speranze che l’Ente Pubblico possa acquisire  questa palazzina ottocentesca di due piani che si affaccia su due vie del centro storico? Sarebbe un passo che dimostrerebbe  intelligente sensibilità e lungimiranza “culturale”  di coloro che ci governano, e magari indurrebbe a ricredersi tutti quelli che considerano negativamente il modo usato per governare Sorso negli ultimi cinque anni  e le conseguenti scelte amministrative ,  vedendo anche con pessimismo il prossimo quinquennio. Io e il mio amico Leo Spanu siamo tra questi. Oltre  che avermi messo questa fastidiosissima pulce nell’orecchio, il caro Leo dice giustamente che Salvatore Farina è paragonabile benissimo all’altezza letteraria di Grazia Deledda, sottolineandoche la scrittrice nuorese viene ricordata con manifestazioni di ogni genere fino a farla diventare un simbolo della Sardegna.Che si fa per onorare e far conoscere l’opera di Salvatore Farina e di tutti gli altri personaggi illustri di Sorso?

Di seguito riporto il commento di Manlio Brigaglia ad una parte del precedente testo, pubblicato su “La Nuova”  del 18/06/14

farina“Il discorso non fa una grinza“, dice il Prof. A mio parere però il finale del suo commento rischia di “raggrinzire” lo scopo delle mie considerazioni, specialmente quel “Ma” iniziale: “Ma le casse dei Comuni fanno acqua da tutte le parti, e la gente ha davvero altre priorità”. Come dire: d’accordo, d’accordo, ma essendo urgente riempire lo stomaco, tutto il resto diventa secondario. La cosa è in parte incontestabile, certo, ma può dar valore alla prova d’imbecillità di un pseudo Ministro della “Cultura berlusconiana”, che affermava che  “con la cultura non si mangia”. Si potrebbe discutere a lungo sull’argomento, ma  in questo momento  ritengo che non sia il caso.

Veniamo alla particolare situazione sorsese. Di fatto nell’ultimo quinquennio amministrativo, la “Cultura” è stata la grande assente, e francamente ho paura che continuerà ad esserlo fin quando gli “amministratori” che si stanno avvincendando negli ultimi tempi non cambieranno mentalità e capiranno che non è sufficiente cercare di rispondere solo alle richieste “di pancia” degli amministrati. O meglio, dovrebbe sorgere la figura di un amministratore lungimirante che abbia il coraggio di operare anche in prospettiva, e non solo per vedersi riconfermata la poltrona attaccata al culo il più a lungo possibile e perpetuare il suo  piccolo e gratificante potere.

Il Prof  ammette di non conoscere Giuliano Leonardi, lo schivo artista che ha prodotto svariate opere di grande pregio. Col mio filmato di qualche tempo fa posso dargli un piccolo aiutino, a riprova che sicuramente Wikipedia è una fornitissima enciclopedia, ma ancora in divenire:

www.youtube.com/watch?v=2LPAYFw2Ofo

Mi chiedo quanti sono i sorsesi che conoscono l’opera di quest’uomo, vissuto lungamente a Roma, ma che saltuariamenete – anche perchè soffriva di mal di mare – tornava a Sorso e dove a Sorso ha concluso i suoi giorni.

Mi chiedo quanti sono i sorsesi che conoscono il genio artistico di Pietro Antonio Manca, di Ausonio Tanda e di altri. Aggiungo anche Telesforo Manca, lo stravagante fabbro che si è dilettato nella lavorazione artistica del ferro e del legno e col quale ho avuto un rapporto di piacevole amicizia. Sorso ha dato i natali a diverse figure di rilievo e continua a darne anche ai giorni nostri. Chi conosce la grande sensibilità umana e artistica di Anna Demuro, l’ex insegnante originaria della Gallura che ha scelto di vivere a Sorso, dedicando al suo paese d’adozione un impegnativo lavoro di ricerca  ed ha espresso la sua creatività in diverse forme artistiche?

Ripeto ancora: in concreto, che si fa per valorizzare queste grandi ricchezze culturali che abbiamo?

Il comune non ha i soldi per comprare la casa dei Farina e farne un museo? Si inizi a contrattare il prezzo, si sensibilizzi e si coinvolga la popolazione. Io sarei il primo a dare il mio contributo affinchè l’edificio non vada in mano a qualcuno privo di scrupoli “culturali”, con l’unico obiettivo di …..fatturare. Certo, potrebbe acquistarlo anche qualche intelligente privato che abbia un desiderio più, come dire, “sociale”. In questo caso, ben venga. Ma che si faccia qualcosa, per la miseria! Non ci si preoccupi solo di buttare fumo elettoralistico negli occhi dei sorsinchi. Si dimostri di avere a cuore anche la vera promozione culturale di questo benedetto Sossu!

Prunas racconta Polano ed il suo impegno nella politica di Sorso

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di Piero Murineddu

 

E’ di qualche tempo fa la testimonianza filmata di Gavino Prunas, in modo particolare il racconto appassionato del suo impegno  sociale e politico a Sorso, cittadina in provincia di Sassari.

Nell’occasione, aveva espresso il dispiacere perchè in questi ultimi anni non vedeva più impegno per formare e preparare i giovani ad una politica attiva e consapevole, e questo sopratutto da parte della sinistra, nel cui partito comunista ha operato fino a quando gli è stato possibile. Il suo ricordo in questo ambito è legato in modo particolare a Luigi Polano, che Sorso ha avuto come Consigliere Comunale negli stessi anni in cui sedeva anche nel Parlamento nazionale.

Dopo la recente pubblicazione di un libro su questo uomo politico (“La voce della verità” di Vindice Lecis), ed essersi rammaricato perchè non vi ha trovato alcun riferimento dell’esperienza di Polano a Sorso, mi ha fatto avere un  suo testo manoscritto, preparato e presentato in occasione di un convegno sulla figura di questo politico sassarese, con la raccomandazione di rivederlo e di  pubblicarlo “sul giornale”. Gli ho chiarito subito che io non ho posseggo giornali e che se ogni tanto vi legge qualche mia lettera, è semplicemente perchè hanno (altri) la “bontà” di pubblicarlo.Io ho potere di pubblicazione solamente in questi nuovi spazi su internet, cosa che possono fare tutti  e, per quanto mi riguarda, un “blog” dove vi metto cose che a me preme far conoscere. Ecco, qui il suo racconto su l’amico Luigi avrebbe sicuramente trovato ospitalità.

Dopo alcune brevi note biografiche riguardanti questo particolare personaggio che ha sempre dato filo da torcere agli avversari, specialmente durante il ventennio fascista, Gavino Prunas ci aiuta  a ripercorrere in parte gli anni post bellici della politica sorsese, specialmente dal suo punto di vista di attivista nel partito comunista.

 

 

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 ( Sassari 3 aprile 1897 – Sassari 24 maggio 1984 )

 

Dal 1916 fu segretario regionale della Fed. Giov. Socialista Italiana, e l’anno dopo nazionele. Il 21 gennaio 1921 fu tra gli scissionisti che diedero avvio al PCI, divenendone il segretario giovanile.

Nel 1922 lavora al giornale Il Lavoratore, la cui intera redazione viene arrestata dal neonato regime fascista. A Polano fu impostato il domicilio coatto in Sardegna, dove tuttavia continua la sua attività politica. Dal 1924 inizia il suo peregrinare all’estero come cospiratore antifascista. In URSS, nel settembre del 1941, Togliatti gli affida un compito particolare che caratterizzerà questa particolare figura di attivista politico. Attraverso una potente radio e fino alla liberazione di Roma nel 1944, “ Lo Spettro” interrompeva il notiziario fascista delle 20,20 condotto giornalmente dalla voce ufficiale del fascismo,Mario Appelius, facendo da controinformazione sull’andamento della guerra. Questo “disturbo”, che svelava le vergogne e i misfatti del Regime, costituiva una spina dolorosissima nel fianco della Propaganda ufficiale, come sempre usata strumentalmente nelle Dittature. Tornato in Sardegna nel 1945, porta avanti la federazione sassarese del PCI, del cui partito sarà deputato e senatore dal ’48 al ‘ 68.

 

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dal racconto di Gavino Prunas

 

Nel 1956, per presentarsi alle Amministrative che dovevano svolgersi a Sorso e per fronteggiare degnamente gli altri partiti dove militavano elementi in vista e laureati appoggiati dalle ricche famiglie e dalla Chiesa, il locale PCI e l’ alleato PSI chiesero ed ottennero la disponibilità alla candidatura di Luigi Polano. In quei tempi il partito, a cui aderivano le categorie più povere, era impegnato per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie. Chi ufficialmente ne faceva parte , subìva ogni tipo di discriminazione, e in questo partecipava anche la Chiesa, rifiutando loro i Sacramenti, compreso il funerale religioso. Non di rado s’imponeva loro di firmare qualche documento in cui si rinnegava l’ideologia “atea”.Venirsi accettata la domanda per fare il carabiniere, poliziotto o finanziere era impossibile, così come aspirare ad un posto fisso. Molti aderenti, stanchi di patire  continui atti discriminatori, finivano con l’aderire ad altre organizzazioni politiche. La venuta di Polano contribuì a rilanciare il partito comunista, specialmente per la vicinanza umana di quest’uomo  alle persone, aiutandole concretamente  ad affrontare  i problemi che spesso trovavano soluzione. Aiutò specialmente a recuperare la dignità di chi la sentiva smarrita.

Quella campagna elettorale, portata avanti con volantinaggio vario, comizi e assemblee cittadine, fu caratterizzata da un clima molto teso. Una settimana prima delle votazioni, arrivò la notizia che l’URSS aveva invaso l’Ungheria. Tale evento aveva creato fratture all’interno di tutto il PCI. Molti di noi, compreso lo stesso Polano, erano contrari. Tuttavia, gli avversari ne approfittarono per lanciare discredito verso il nostro partito, e il risultato che uscì dalle urne li vide vincitori. Prendemmo 680 voti, meno delle precedenti amministrative, in cui votarono per noi 892 cittadini. La sconfitta non ci fece perdere d’animo e ci portò anzi ad incrementare il lavoro per rafforzare il partito. Organizzammo riunioni, assemblee e congressi. Polano non perse i contatti con il paese, continuando l’impegno per far ottenere pensioni di guerra, d’invalidità e di lavoro. Pur non avendo nostri membri all’interno del Consiglio Comunale, presentavamo ugualmente richieste per migliorare le condizioni di vita a Sorso, non smettendo di farci portavoce dei bisogni della povera gente. Nel 1964 le elezioni si svolsero col sistema Proporzionale. Polano e Bonomo furono eletti col PCI, Damiano col PSUP, Santoni con il PSI. Purtroppo non si riuscì a trovare un accordo per fare gruppo unico, e pur portando avanti la sua attività di parlamentare insieme ad altri impegni, Polano continuava a rimanere in contatto sull’andamento dei lavori consiliari. Dopo due anni, Bonomo si dimise perchè non si sentiva più di lavorare in solitudine, abbandonando definitivamente l’attività politica, e facendo entrare in crisi il partito. Nel 1965 accadde un fatto particolare. Nelle “buttiche” (farmacie) non si davano gratuitamente i farmaci. Il 21 febbraio, dopo un comizio, un corteo guidato da Polano si recò in Comune, dove ci fu uno scontro coi carabinieri. Il giorno dopo si riprese la distribuzione gratuita.

Un altro episodio evidenzia l’interessamento che il politico sassarese dimostrava verso le necessità di chi si trovava in stato di bisogno. Una signora abitante nel Centro Storico lo invitò a casa sua per fargli conoscere il marito invalido, che da due anni non percepiva più la pensione. Trascorso un mese e dopo che i carabinieri si erano recati nell’abitazione per accertamenti, al povero invalido  arrivò l’assegno della pensione, compreso degli arretrati, che gli permise di comprarsi anche la carrozzina ortopedica.

Le elezioni del 1970 ci videro di nuovo sconfitti, anche perchè la sezione sassarese del partitto impose candidature di diversa provenienza ideologica. L’elezione di Polano venne tuttavia riconfermata.

Nel 1973 ci fu la crisi peggiore per il PCI sorsese. Si era interrotta ogni attività politica e non si riusciva neanche a pagare l’affitto della Sezione. Il 20 dicembre vengo convocato da Polano e Lorelli per tentare delle soluzioni. Dopo oltre un’intera giornata di discussione, si concordò sui passi da fare per ricostituire il partito, partendo dal coinvolgimento di numerosi giovani. Durante un incontro, venne messa a punto la proposta per la creazione di un Comitato Regionale per il Diritto allo Studio, ed è proprio a Sorso che nacque il primo Comitato cittadino per lo Studio, trovando il consenso dei gruppi politici e sindacali, compresa la scuola del paese.

Nell’anno 1974 il partito funzionava magnificamente, col coinvolgimento di giovani, operai, anziani. Andando casa per casa, partecipammo molto attivamente alla vittoria del Referendum per il divorzio.Durante la Campagna per le Regionali, ricevemmo la visita di Giancarlo Pajetta.Seppur senza candidato locale, ricevemmo 1000 voti. Nel 1975, alle votazioni comunali la lista è composta da giovani studenti, insegnanti, laureati, operai, infermieri e commercianti.La campagna elettorale fu portata avanti col massimo entusismo. Furono eletti Francesca Santoni, Sandro Roggio, Angela Mameli e Gavino Prunas. Fu l’anno della realizzazione del Compromesso Storico, voluto da Enrico Berlinguer.

Il 5 marzo 1978, durante un Consiglio Comunale, su proposta del sindaco Giuseppe Carta, all’unanimità fu assegnata a Luigi Polano la cittadinanza onoraria

Il 24 maggio 1984, pochi giorni prima della morte di Enrico Berlinguer, vennero a mancare sia Carta sia Polano, avversari in politica e amici nella vita

Ancora oggi sento viva una forte riconoscenza e ammirazione nei confronti di quest’uomo, da cui ho ricevuto grandi insegnamenti umani e politici.

 

 

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Sennori – Chiedete ai vostri vecchi chi era Maria Canu, sa muzzère de Iuanne Fois

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di Giovanna Stella

Mia nonna, sempre attiva e con le maniche alzate fino al gomito, una donna di festa. Quando incontrava qualcuno nel bisogno, non esitava ad invitarlo a mangiare e se necessario anche a dormire. In un viaggio per Ozieri, aveva conosciuto una signora il cui figlio si trovava a Sennori per fare il militare. Da quel giorno la casa di nonna era sempre aperta per il giovane.

Del resto la porta d’ingresso rimaneva sempre aperta. All’interno del cortile, era spesso intenta a costruire fantasiosi canisthreddhi (cesti) di ogni misura. La vedo ancora seduta all’interno di uno grandissimo, costruendone alacremente altri quasi a gettito continuo. Intorno al braciere, grazie alla sua forte memoria raccontava a noi nipoti e alle comari fatti accaduti nel passato, con acuta intelligenza e in modo coinvolgente e divertente per tutti. Se qualcuna di queste numerose comari di fede o di fogarone (faló) partoriva, lei l’assisteva fin quando ne aveva bisogno, lavando labiòlo de pannoso (grandi recipienti di panni)

Come la maggior parte delle donne, spesso si recava a San Lorenzo, trasportando in groppa all’asina Adelina il grano da far macinare. Una volta la figlia del mugnaio era li li per partorire. Lei non esitò a prestarsi per dare una mano, restandovi tutto il giorno a facendo rientro a casa a notte fonda.

Amava mettere subito in atto ciò che pensava di fare, quasi il tempo non le sarebbe bastato, e tutto senza esitazione e con una velocità sorprendente per tutti. Soffriva molto di essere analfabeta, ma aveva sviluppato tantissimo il senso pratico delle cose, non sentendosi inferiore a nessuno ed esprimendo sempre con sicurezza ciò che pensava.Nonna Canu aveva patito la perdita prematura della propria mamma e aveva dovuto anche subìre le angherie della matrigna, ma col suo modo di fare era riuscita a conquistarsene persino l’amicizia e la benevolenza.

Dopo che si era preso cura del figlio di un ricco possidente locale, questi le aveva affidato l’incarico di fattora delle sue campagne, funzione passata in seguito a mia madre. Durante questo incarico portato avanti per molti anni, non aveva mai avuto atteggiamento di sottomissione, e con la sua schiettezza, si era conquistata la stima del proprietario.

Il suo compito consisteva nel recuperare personale disposte a lavorare nei campi, e per questo si recava nelle abitazioni. Arrivava prima degli altri sul posto di lavoro. Stimolando la “raglia” (filare) perchè i lavoranti si dessero da fare, non mancava di aiutare chi, per un motivo o per l’altro, il giorno era più debole e lento. Controllava che nessuno si appropriasse dei frutti, anche se era lei stessa che distribuiva i migliori, non mancando di avvisare il proprietario.

A ben vedere un “caporale” di altri tempi, ma vissuto con spirito completamente diverso da come viene praticato ai nostri tempi nei confronti degli immigrati, specialmente nel sud d’ Italia.

Essendo figlia unica, era diventata sorella dei numerosi cugini, avendo sempre un modo di fare che aveva contribuito a compattare l’intera parentela, e la sua scherzosità e autoironia l’aiutava in questo compito così spesso arduo per tutti.

Quando aveva conosciuto Piero Murineddu, il ragazzo diventato in seguito mio marito, riuscendo a superare l’istintiva impressione negativa per l’abbigliamento stravagante, era riuscita però a dire che aveva un “faeddhu bellu” (una parlata gradevole), ed evidentemente per lei era una cosa più importante dell’apparenza del vestito.

Del marito, suo primo e forse unico amore, diceva sempre che era buono e “studiato” e tornato dal lavoro nei campi, non mancava di occuparsi dei figli. Quando il più piccolo piangeva, lo consolava facendogli succhiare, quando c’era, un confetto avvolto nel fazzoletto, oppure dello zucchero mischiato con mollica, quello che nella vicina Sorso chiamavano “lu cabiggiari” (il capezzolo).

Un giorno di forte nevicata, mentre portavo a casa sua un piatto di lenticchie, sono scivolata nella salita del “Rosario”, spargendo tutto per la strada. Per rimediare, lei subito aveva cucinato delle castagne bollite, cosa che entrambi abbiamo preferito ai soliti seppur buoni legumi.

Partito il primogenito Paolo in guerra ed essendosi interrotte notizie che lo riguardavano, l’apprensione l’aveva portata a rinchiudersi un una sorta di lutto anticipato. Venuta però a sapere che il figlio era vivo e prigioniero in Inghilterra, quasi impazzì per la gioia e andò per tutto il paese a spargere la lieta notizia.

Negli ultimi 12 anni di vita veniva ospitata periodicamente a casa dei figli e delle figlie, ed ogni quattro mesi veniva due mesi a stare da noi. Il giorno in cui arrivava,, sentivamo il rumore dei freni del pulmino di zio Paolo, nel quale vi era caricata lei, il suo letto, “sa coivula” (largo cesto) con le sue cose personali, pochi indumenti rigidamente di color nero e l’orinale di latta smaltata. Tutti uscivamo fuori per accoglierla e la trovavamo sempre sorridente. Quel giorno era sempre una festa.

Io dormivo con lei nella stessa stanzetta. Ogni notte mi raccontava del marito, delle amicizie, di quando da piccola andava a Castelsardo a vendere so coivulo (i cesti). Spesso mi diceva che il marito, in cielo,si abbuffava di dolci di cui erano imbandite le lunghe tavolate. Lui mangiava specialmente “so ciocio”, fatti di pasta di mandorle, detti anche “sospiri”.

Mi diceva che quando Gesù era piccolo e giocava coi suoi amichetti, si sedeva su un raggio di sole e rideva perchè, cercando di sedersi anche loro, cadevano inesorabilmente per terra. Giocando a “tena tena”, Gesù si rendeva invisibile e faceva loro “su cori cori” (solletico) provocando in tutti grande ilarità. Mi diceva di essere “comunista”, anche se i preti non volevano. Era convinta che Dio voleva ad esserlo ed era sempre arrabbiato coi suoi preti perchè non si facevano mai mancare da mangiare e da bere, come al contrario succedeva ai poveri, i Suoi preferiti.

La notte, c’era il particolare “rito” della preparazione per andare a letto. Nonostante si spogliasse, mi restava sempre l’impressione di vederla ugualmente vestita. Rimaneva in mutandoni rosa fino alle ginocchia, maglia di lana e “sa camisgia” (sottoveste) in popolina, tessuto povero. Si scioglieva i lunghi capelli bianchi, tenuti insieme durante il giorno dal “mogno”, crocchia o chignon in francese. Sul comodino sistemava con cura “sos aguzzoso”, forcine (“auzzi” in sorsese). A questo punto dava inizio allo show, cosa che provocava in me un’istintiva e irrefrenabile risata. Mi faceva alzare e facevamo insieme la “marcia militare, interrotta ogni tanto dal bisogno di svuotare la vescica che incredibilmente era sempre piena. Lo show comprendeva canzoni a trallallèro in sardo, barzellette, aneddoti su compaesani e imitazioni. Quando mia madre c’imponeva il silenzio e finalmente dovevamo coricarci, m’invitava a ripetere la sua particolare preghiera:

EO MI COSCHO IN SU LETTU MEU
SU LETTU MEU ESTHE A BATTORO CANTONADO
BATTORO ANGHELO L’HO S’APPARADO
DUOSO IN PESE E DUOSO IN CABITA
SA REGINA A COSTHAZZU M’ ISTHADA’ E MI NAREDE:
DROMMI E REPOSA
NO EPIE PAURA DE MALA COSA
CA’ CHE’ DEU, LUCCA E MATTEU
LUCCA E IUANNE
NOSTHRA SIGNORA E DEU CHI C’ACCUMPAGNE

Nella colazione del mattino, se mancavano le sacre due uova sbattute, era un malumore irrimediabile.

Si avviò alla vita eterna nella torrida estate del 1983.

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Spiagge&Mozziconi: a quando lo STOP a questa incivile e puzzinòsa usanza??

 

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di Piero Murineddu

 

Sembra fatto apposta, porca miseriaccia zozza! Arrivate le giornate estive, ogni volta che mia moglie mi convince ad andare in spiaggia (cosa che le riesce a fatica perchè a me  il mare piace godermelo dagli scogli da dove ogni tanto mi viene il coraggio di osare quelche tuffetino)  e vado a piantare quello che è rimasto di un vecciu cadruddhu ombrelloni regalatoci dalla nostra amata ex vicina di casa, mi giro e rigiro per occupare un pezzetto di spiaggia pulita. Quando mi sembra di averla adocchiata, mi affretto per raggiungerla prima che qualcun altro mi preceda. Appoggio per terra gli innumerevoli  “colli” che neanche-dieci senegalesi-messi-insieme, riesco ad inzicchire con estrema fatica il para- sole che dicevo, e quando finalmente mi siedo sull’arrugginita “sdraietta”  che ancora mi rimane e aguzzo la vista, inizia puntualmente l’operazione di forzato  “stretching”, accompagnato da qualche inevitabile giasthemma: inizio a seppellire col piedino quella e quell’altra cicca puzzinòsa. Quando sono di buon umore e pieno di senso civico, le raccolgo con  un fazzolettino e le metto dentro una busta.

Steso l’ormai liso asciugamano per terra, finalmente posso distendermi, facendo molta attenzione che la testa  rimanga riparata da quel sole che spesso cuoce il cervello di molti sussinchi e furistheri. Durante la lettura del giornale o l’estenuante lavoro di meningi per trovare quella maledetta parolina di tre caselle nel cruciverba di quelli facili facili, l’attenzione viene attratta da quel mozzicone sfuggito alla mia accurata pulizia di poco prima, mezzo sommerso dalla sabbia.

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Nel brusco e affuttato movimento per togliermelo dalla vista, riempio mezzo asciugamano di sabbietta, cosa che mi costringe a rialzarmi per sbatterla. Quando mi ridistendo, milioni di granellini dorati si sono intruffolati tra le pagine del giornale, oltre che essersi appiccicati alla mia lunga e sudata schiena. Non mi rimane altro che farmi coraggio e avvicinarmi pian pianino alla battigia. Superati i primi metri coi piedini immersi in acqua, arrivo a bagnarmi le bianche coscettine di peli sprovviste. L’azzuddhu ha completamente ricoperto il magro corpo, ma finalmente riempio i polmoni d’aria e faccio il troppo rinviato e rinfrescante tuffettino. Aaahhhh……….

Riemerso dopo appena due striminziti metri, toltami freneticamente l’acqua dalla faccia e messa faticosamente a fuoco la vista (senza occhiali non ci vedo “un tubo”), poco più in là mi accorgo che tre bei mozziconcini delle odiate e micidiali sigarette mi stanno osservando, e mi sembra anche che stanno ridacchiando del mio non perfetto tuffettino. Che faccio allora? Naturalmente …..dietrofront, accolto amorevolmente dalla cara mogliettina che mi dice rassegnata: “Iiiihhhh, già uscito seeeeei?!”. Ed io: ” Si, già uscito sono! E la prossima volta andemmu a Puntalagrabba!”

 

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Siamo appena usciti dalle elezioni, i cui risultati non mi hanno per niente entusiasmato. D’altronde, e scusate la chiarezza, non erano entusiasmanti neanche le alternative. Ma non è questo il momento per parlarne. Diciamo che aspetterò i “Fatti” per giudicare l’operato di codest’altra Ammistrazione, specialmente per quanto riguarda  l’agire nella legalità, rispettando e facendo rispettare le norme  di civile convivenza.

 

Chiedo quindi ai nostri “nuovi” pamodudidì governanti sussinchi:

 

         SARANNO  CAPACI  DI  PORRE  RADICALE RIMEDIO 

          A  QUESTO  SCHIFOSISSIMO  SEGNO  D’INCIVILTA’ ?

 

Certo, dovrebbero essere coloro che, pur conoscendone le conseguenze, ancora non vogliono decidersi a smettere di fumare e specialmente  evitare d’imbrattare le spiagge, ma sappiamo che molti hanno ancora bisogno della minaccia di qualcosa per usare il buon senso e  specialmente, rispettare i diritti e le libertà altrui.

 

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Se avete voglia di leggere ancora, di seguito riporto qualche informazione riguardo all’argomento. Scusate se non indico la fonte, ma mi sfugge.

 

Nel nostro Paese vige il divieto di fumare in tutti i luoghi, pubblici o privati, che siano chiusi, ad esclusione dei locali dotati di apposite sale per i fumatori e le private abitazioni. Non si può dunque fumare nei ristoranti, nelle discoteche, a scuola, negli ospedali, negli uffici, negli studi professionali, nelle sale d’attesa delle stazioni ed aeroporti, nei musei, sui treni, nei bar, sul taxi, negli androni condominiali.

La legge n. 3 del 2003 non estende però tale divieto ai luoghi aperti: spiagge, parchi, piscine, ecc. Le sanzioni per chi non rispetta tali regole sono piuttosto severe: circa 550 euro per chi le viola, 2000 euro per i gestori di locali che non le fanno rispettare, 3.300 euro se l’impianto di aerazione del locale riservato ai fumatori non è a norma.

Alcune amministrazioni locali hanno emanato dei provvedimenti che estendono il divieto di fumare anche nei luoghi aperti, al fine di rafforzare la protezione dei non fumatori e per educare le persone al non utilizzo del fumo. Qualche esempio.

A Trento e provincia non si può fumare nei luoghi aperti adiacenti o vicini alle scuole di ogni ordine e grado, comprese scuole materne e asili. Lo stesso divieto vale per tutte quelle strutture che ospitano minori di diciotto anni. Ad Alghero, in Sardegna, vige il divieto di fumare nei parchi pubblici, a tutela delle vittime del fumo passivo, in particolare anziani e bambini. Vi sono però aree dedicate in cui si può fumare.

A Napoli un’ordinanza dell’Assessore alla Sanità nel 2007 ha messo uno stop alle sigarette fumate in ben 43 parchi pubblici cittadini, se nelle vicinanze vi sono bambini fino a 12 anni o donne incinta. Non si fuma inoltre durante le manifestazioni (concerti, cinema all’aperto) che si tengono nei parchi pubblici. Seguono lo stesso esempio anche Verona e Bolzano.

 

A Bibione, invece, dallo scorso 6 Agosto è partita un’iniziativa che ha eliminato il fumo da circa mezzo chilometro di spiaggia: molti turisti si lamentavano infatti che il litorale fosse pieno di mozziconi di sigarette.

Le città costiere come Bibione che hanno vietato di fumare in spiaggia o stanno pensando di attuare un provvedimento simile hanno a cuore non solo la salute di chi sceglie di non fumare, ma anche la protezione dei mari. Si calcola che sia pari al 24,6% la percentuale di mozziconi tra i rifiuti trovati nel mare.

 

 

 

Analisi pre (ma anche post) elettorale di Leo Ipanu “L’IMPORTANZA DI AVERE LE MANI IN PASTA”

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di Piero Murineddu

Quella di Leo è un’analisi validissima anche a urne chiuse, coi “Protagonisti” già andati in processione con fascia e aureola d’alloro per esibire la “vittoria”, giustamente omaggiati ed acclamati dal popolo orante e plaudente

 

Come  avete letto nell’articolo pubblicato in questi giorni su “Il Corriere Turritano”, dal suo libero, rilassato e (in un certo senso) distaccato punto d’osservazione, Leo ci aiuta ad analizzare la tragicomica situazione politica pre elettorale venutasi a creare a Sossu nelle ultime elezioni, dove vari aspiranti a “servire” (come meritano i miei concittadini sempreunpopazzoidi sussinchi) non esitano a passare da una coalizione all’altra, convinti che non è importante il come si arriva all’obiettivo, ma è importante l’obiettivo in se, cioè, come ho detto, SERVIRE I CARI CONCITTADINI SORSINCHI, IN MODO DISINTERESSATO E SENZA CERCARE ALCUN TORNACONTO PERSONALE.   Magari anche   RINUNCIANDO A METTERSI IN TASCA IL LEGITTIMO PUBBLICO STIPENDIO

PER DEVOLVERLO  E-RO-I-CA-MEN-TE   IN  OPERE SOCIALI,

come ha fatto ( e questa volta seriamente) Gavino Spanu, uno degli storici fondatori del CCRSS, durante la sua delega di Assessore nell’Amministrazione di Antonareddhu Ipanu.

Questa anomala esperienza di assessorato si interruppe inspiegabilmente e miseramente dopo appena un anno, costringendo l’ormai semplice Consigliere Gavineddhu, passato nei banchi di un’opposizione tutta personale, a fare l’uomo “sandwich” per far conoscere le sue inascoltate ragioni.

Leo ci descrive la situazione recente&menorecente&presente&probabilmentefutura di come molti sorsinchi, molto furbescamente e senza alcun ritegno, decidono di mettersi in corsa per raggiungere l’ardentemente agognato traguardo:

avere le mani nella pasta di un qualsiasi “tortino”, anche di quelli bruciacchiati fatti in casa.

Difficile non essere d’accordo.

 

 

 

 

Amministrative 2014 a Sorso – ComiziFinali&Putacasoche

di Piero Murineddu

Putacaso  che qualcuno si stesse chiedendo cosa avrà fatto quel discolone di pieromurineddhu quellochenonvendelerobbe la sera in cui le ListeinLizza, dopo essersi contese l’uso della Piazza “Collocatore Primo”, funtumaddu sorsinco conosciuto meglio come Saivadori Andria lu Poeta di Sossu, si son dovute “accontentare” di radunare le rispettive tifoserie nel piazzale della stazione (povero praticello e piantine del troppo esiguo spazietto recintato dei famelici divoratori di pizze serali!) e nella Piazza S.Agostino (quello si centrale e storico luogo che nel passato ha risuonato della voce amplificata di vari politici, buona parte dei quali son caduti grazieadio nel dimenticatoio echepreferiscononfarenomi !).

Putacaso, dicevo, che qualcuno si stesse ancora chiedendo cosa ho fatto vennari a sera e specialmente se sono entrato in crisi per dover scegliere quale dei due illuminati Condottieri, con le proprie truppe radunate ed imbellettate, andare ad ascoltare. Il travaglio interiore e mentale mi stava macerando tutto il giorno. Non sapevo se affidarmi alla provvidenziale monetina tirata in aria, a “lu toccu” con le dita fatto con la gattina che ospitiamo a casa, alla direzione delle poche nuvole di passaggio, osolodiosaachecosa.

C’era d’altronde un altro dilemma che mi stava dilaniando: se fossi andato a sentire Signor Mì, vedendomi nella platea poco impegnato a spellarmi le mani applaudendo alla necessità che RICOMINCIARE E’ MEGLIO urlata dall’oratore coi pantaloni incredibilmente attillati, in qualcuno avrei potuto creare qualche perplessità, facendogli pensare “ma a si bò sabbè con chi stà questo difficilmente collocabile pieromurineddhu quellochenonvendelerobbe!?”. Dall’altra parte, se mi fossi stretto tra l’ “azùa” davanti alla stazione, più di uno mi avrebbe preso per un nemico infiltratosi per spiare le mosse di coloro che “CONTINUARE E’ MEGLIO”, o ancora peggio, qualcun altro poteva dedurre che “finalmente” mi sono ricreduto su questi cinque anni sussinchi appena trascorsi e sopratutto, su certi personaggi, cosa quest’ultima che più passa il tempo, più sta diventando impossibile (mai dire mai, comunque).

Cosa ho fatto allora per evitare fraintendimenti da parte di chicchessia? Una cosa saggissima e meravigliosa, insieme naturalmente alla mia fedele complice  mugliera. No, non quella “cosa lì”….per quella “meraviglia” c’è tempo in tutta la giornata. Ci siamo invece vestiti cun robbi vecci e siamo andati in campagna. Si, in campagna…. finalmente!

Appena arrivati e dopo essermi fatta una corsa aperdifiato per inseguire quel toppone che si era insediato tra i vecchi attrezzi lasciatimi dalla generosità dei miei avi, mi son armato di pazienza e di pinnattu e ho dato degna sepoltura alle povere piante a cui diversi mesi orsono, di nascosto e protetto solo dalla sua infinita imbecillità, qualcuno aveva pensato di troncar loro la vita, questa volta col suo implacabile pinnattu.

Ih, foramari – alcuni di voi potrebbero pensare – e gosa marasolthi èra suzzessu pa fà’ una gosa cussi vigliacca?!

Ah, non lo sapete? Presto detto. Negli ultimi mesi dell’anno scorso, insieme a pochi altri, avevo portato avanti una battaglia per la regolare apertura del sito della Billellera, la cui gestione era stata affidata maldestramente – e credo ancora lo sia –  ad un’associazione che non ha mai garantito la concordata e regolare apertura e pulizia. Insomma, uno dei tanti atti amministrativi irregolari e poco trasparenti compiuti da questa uscente Amministrazione Comunale, denunciati recentemente anche dalla Segreteria Generale dello stesso comune. A proposito, che seguito c’è stata a questa poco allegra relazione (denuncia) pubblica?   Ah, tutto archiviato. Va bè, dimenticavo che a li sussinchi interessano principalmente

  • le rotatorie fiorite a gogò

  • la “mondezza” regolarizzata e contenuta in eleganti “isole ecologiche”

  • i posti di trabagliu probabili et imminenti delle Residenze Sanitarie

  • l’acqua gasata dalla fontana perchè-quella-di-casa-non-è-proprio-potabilissima-come-legge-imporrebbe,

  • i piccoli fazzolettini di terra pubblica affinchè i nostri cari vecchietti possano coltivare le lattughine e sentirsi (forse) ancora utili alla società

  • lo scandaloso completamento oltre ogni tempo massimo del giardinetto davanti a quel mostro archittetonico di via Europa che-chissa-chi-ha-dato-il-permesso-di-edificare-quel-dì

  • il proseguimento della strada politica-religiosa-turistica che conduce all’albero da dove (insegna le leggenda perpetuata dai fraticelli, figli di quel Francesco d’Assisi che se-tornasse-non-so-cosa-farebbe-loro-anche-se-pacifista-e -nonviolento) la Mamma di Gesù non voleva assolutamente essere spostata. E perchè mai, potrebbe chiedersi qualche scettico “protestante”? Così! Forse le piaceva l’aria sana della campagna e non voleva essere rinchiusa a sentire la puzza di muffa e di candele della chiesa di San Pantaleone (dottore) di Sossu.

I sorsinchi sono anche molto interessati alla buona conservazione del Palazzo Baronale, da dove il furfante signorotto di quei tempi là soggiogava i poveri indigeni, almeno fino a quando quest’ultimi non si sono rotti i cabasisi e zi l’hani mandaddu tuttu cantu che la chisgina, a eddhu e a tutta la famiglia. Chissà che prima o poi codesto fatto non si ripeta ancora ai nostri tempi!

Oibò! Ancora una volta ho divagato. Dicevo di quello che ho fatto nella sera dedicata ai comizi finali dei due Candidati a fa lu Sindaggu di Sossu e di quello che era successo alle mie innocenti piante. Io avevo collegato la mia inascoltata battaglia per La Billellera ad una possibile ritorsione per il mio parlare troppo, almeno per qualcuno. Avevo evitato di fare regolare denuncia ai carabinieri, e qualcuno mi dice ancora che ho fatto male. Forse ha ragione.

Dopo aver fatto un po’ di ordine nella campagna, ho ripreso finalmente in mano la mia amata chitarra, un po’ offesa perchè da molto non si sente considerata come merita, e insieme a mia moglie Giovanna ci siamo messi a cantare, ringraziando quel straBenedetto Iddio che ci vuol bene e ci accetta così come siamo, ma anche squarciagolandoci contro il Governo (come al solito “ladro”)  e i suoi locali rappresentanti. E’ possibile che l’abbiamo fatto anche come antidoto al magrissimo conto che abbiamo in Banca (in attesa di spostarlo nella Banca Etica).  I vicini, rientrando in paese e sentendoci cantare, si sono fermati. Gentilmente li abbiamo fatti entrare, offrendo loro una birretta fresca e invitandoli ad unirsi al coro, cosa che hanno fatto senza farsi pregare. Diverse volte abbiamo dovuto interromperci per accogliere altri inaspettati visitatori. Sapete come è andata a finire? La compagnia ha talmente fraternizzato, che sul tardi abbiamo deciso di ordinare delle fumanti pizze e mettere altra birra in frigo. La serata è andata avanti allegramente oltre ogni previsione, immalinconita soltanto dal pensiero preoccupato di cosa ci attende in questi prossimi cinque anni.

Meno male che avremo la possibilità di consolarci ( e di farci forza…attiva!) con le nostre amate canzoni accompagnate dalla mia vecchia chitarra a cui devo decidermi a cambiare le corde oramai arruginite. E questa volta insieme a tanti altri.

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