Autore archivio: piero-murineddu

PADRE NOSTRO, MADRE NOSTRA

amen

 

 

O Dio, Tu che sei
e Padre nostro e Madre nostra,
che sei per le strade,
nella nostra vita quotidiana,
dappertutto nelle nostre lotte,
che il Tuo nome e Tuo messaggio
siano presi sul serio,
che la giustizia sia fatta,
che si realizzi la condivisione
come Tu ce l’hai insegnata,
che tutti gli sfruttati, di qui e altrove,
abbiano il loro pane,
che tutti gli oppressi vivano nella dignità.

Dacci la forza di continuare
quanto Tu hai cominciato.


Insegnaci a costruire una nuova società,
in cui gli uomini e le donne vivano
nuovi rapporti sociali.


Liberaci dal nostro orgoglio
e dalla sete di potere.


Che le nostre mani costruiscano
l’insegnamento di Gesù in gesti
di condivisione e solidarietà.


Che lo sguardo di Gesù ci aiuti
ad oltrepassare le nostre frontiere.


Dacci il coraggio di resistere al miraggio
del denaro e di ogni privilegio.


Dacci il coraggio di resistere
alla società del consumismo
e alle sue false sicurezze.


Armaci di una solidarietà a tutta prova.  Amen



 

 

Da “Foi et vie”, rivista fondata nel 1898 da Paul Doumergue

 

 

Lu “SANTONEDDHU” di Sossu e la sua sconfinata simpatia

doge

di Piero Murineddu

A differenza di tanti miei coetanei, non ho mai frequentato l’ambiente calcistico. D’altronde la mia “diversità” mi ha sempre portato su strade poco percorse dai più. Questa è stata ed è la mia vita, e a me va più che bene. Il cruccio è che il non frequentarlo, mi ha impedito di conoscere persone di valore, e questo al di là che calciassero più o meno bene il pallone. Gavino Santoni è uno di questi. Ho avuto però la fortuna di starci a contatto durante una settimana di convivenza trascorsa a Spello, presso una Comunità di Piccoli Fratelli. Lui vi era capitato grazie all’amicizia con Luigi Pilo, mio amico oltre che compare. In quei giorni avevo goduto della sua presenza. Proprio nei giorni scorsi, riguardando i vecchi filmati, mi son ritrovato anche quello di quei piacevoli giorni.Una sconfinata simpatia quella di “Santoneddhu”. Chissà in quanti potrebbero parlare di lui. Anzi, chi se la sente, lo invito a farlo. Sarà mia cura pubblicarlo nella Banca. Nell’articolo, su cui nutro forti dubbi sulla firma e che più verosimilmente riconduco a Gavino Piras, come la maggior parte delle cose scritte sul Corriere di allora, vi leggo che quella volta che non era gradito al pubblico sussincu, Santoneddhu “soffriva in silenzio, sprofondato nello sconforto”, salvo poi recuperare alla grande il favore dei locali tifosi. Certo che mi viene difficile pensarlo, seppur momentaneamente, sprofondato nello sconforto e soffrendo silenziosamente. Eppure sono sue parole. Mi viene da pensare che a volte, nello stare insieme ad altri, si è quasi costretti a mantenere quel ruolo che risponde alle altrui aspettative. Non voglio addentrarmi in un discorso che richiederebbe molto tempo e troppi caratteri, col rischio di scassare la tastiera e ….altro, specialmente a chi non piace leggere cose lunghe. Concludo qui, ricordando con gratitudine quei pochi giorni di simpatia che Gavino mi e ci aveva regalato.

Sulla “religiositá” del gatto (dedicato a mia figlia Marta)


g

di Christopher Smart

Poiché parlerò adesso del mio Gatto Jeoffry.

Poiché è il servo del Dio Vivente
e lo serve tutti i giorni e con diligenza.

Poiché alla prima occhiata
della gloria di Dio ad Oriente
egli lo adora a modo suo.

GATTO 6

Poiché ciò viene fatto inarcando
il suo corpo per sette volte
con elegante sveltezza.

Poiché subito dopo egli balza
per acchiappare il muschio,
che è la benedizione di Dio
sulla sua preghiera.

Poiché si rotola per gioco
per farlo aderire.

GATTO 9

Poiché dopo aver compiuto il suo dovere
e aver ricevuto le sue benedizioni
egli comincia a pensare a se stesso.

Poiché egli fa questo in dieci gradi.

Poiché per prima cosa controlla che
le zampette anteriori siano pulite.

GATTO 12

Poiché per Seconda Cosa scalcia all’indietro
per sgomberare il terreno.

Poiché per terza cosa si stiracchia
con le zampe anteriori distese.

Poiché per quarta cosa si affila le unghie
sul legno.

Poiché per quinta cosa si lava.

Poiché per sesta cosa si rotola
mentre si lava.

Poiché per settima cosa si spulcia,
per non essere interrotto durante
la ricognizione.

GATTO 11

Poiché per ottava cosa si struscia
contro un palo.

Poiché per nona cosa guarda in alto
per ricevere istruzioni.

Poiché per decima cosa va in cerca
di cibo.

GATTO 15

Poiché dopo aver pensato a Dio e a se stesso penserà al suo prossimo.

Poichè quando incontra un’altra gatta
la bacia con gentilezza.

Poiché quando prende la sua preda
ci gioca per darle una chance.

d

Poiché un topo su sette gli sfugge
grazie a questa giocosità.

Poiché una volta finito il lavoro quotidiano
cominciano veramente i suoi affari.

Poichè vigila per il Signore
di notte contro l’avversario.

GATTO 7

Poiché contrasta i poteri delle tenebre
con la sua pelle elettrica
e i suoi occhi abbaglianti.

Poiché contrasta il Diavolo,
che è morte, con l’intensità
della propria vita.

Poiché nelle sue orazioni mattutine
egli ama il sole e il sole ama lui.

GATTO 10

Poiché é della tribù di Tigre.

Poiché il Gatto Cherubino è un termine
dell’Angelo Tigre.

Poiché ha l’astuzia e il sibilo
di un serpente, che giustamente
sopprime.

GATTO 1

Poiché non compirà distruzione,
se è ben nutrito, né sputerà
se non provocato.

Poichè fa le fusa per gratitudine,
quando Dio gli dice che è un buon  Gatto.

Poiché è uno strumento per insegnare
ai bimbi la benevolenza.

Poiché ogni casa è incompleta
senza di lui e allo spirito manca
una benedizione.

GATTO 5

Poichè il Signore diede ordini a Mosè
riguardo ai gatti
quando i Figli di Israele
lasciarono l’Egitto.

Poiché ogni famiglia aveva
un gatto almeno.

Poiché è il più preciso tra i quadrupedi
nell’uso delle zampe anteriori.

b

Poichè la sua destrezza nella difesa
è un esempio dell’amore che Dio
nutre per lui straordinario.

Poichè è il più veloce tra le creature
nel cogliere il suo bersaglio.

Poichè è tenace nel suo proposito.

c

Poichè è un misto di gravità e leggiadria.

Poichè sa che Dio è il suo Salvatore.

Poichè non v’è nulla di più dolce
della sua pace quando riposa.

i

Poichè non v’è nulla di più vivace
della sua vita quando si muove.

Poichè è tra i poveri del Signore
e infatti viene sempre chiamato così
con benevolenza – Povero Jeoffry!
povero Jeoffry! il topo t’ha morso la gola!

Poichè benedico il nome del Signore
affinchè Jeoffry stia meglio.

b

Poichè lo spirito divino viene
intorno al suo corpo per sostenerlo
nell’essere gatto completamente.

Poichè la sua lingua è oltremodo pura
così che ha in purezza ciò che le manca
in musicalità.

Poichè è docile e capace
di imparare alcune cose.

a

Poichè sa ristare con gravità,
il che è pazienza in prova.

Poiché sa afferrare e trasportare,
il che è pazienza applicata.

Poichè sa balzare oltre uno stecco,
il che è pazienza positivamente dimostrata.

GATTO 16

Poiché sa interrompere la piroetta
a una parola di comando.

Poich sa balzare da un posto
sopraelevato in petto al suo padrone.

Poiché sa afferrare il tappo
e farlo rotolare ancora.

GATTO 13

Poichè è tenuto in odio dagli ipocriti
e dai meschini.

Poiché i primi temono
d’essere scoperti.

Poiché i secondi rifiutano
di averne cura.

Poiché inarca il dorso non appena
si rende conto dell’accaduto.

Poiché è un buon oggetto di riflessione,
per chi voglia esprimersi con chiarezza.

BE

Poiché ebbe grande importanza in Egitto
per i suoi segnalati servigi.

Poiché uccise il Ratto Icneumonide
molto pernicioso nei campi.

Poiché le sue orecchie sono così aguzze
che pungono ancora.

BA

Poiché da ciò proviene la svelta
prontezza della sua attenzione.

Poiché accarezzandolo ho scoperto l’elettricità.

Poichè ho percepito la luce di Dio
intorno a lui cera e fuoco insieme.

BO

Poiché il fuoco Elettrico è la sostanza spirituale,
che Dio invia dal cielo per sostenere i corpi
e degli uomini e delle bestie.

Poiché Dio lo ha benedetto
nella varietà dei suoi movimenti.

Poichè, benché non sappia volare,
è un arrampicatore eccellente.

BI

Poiché i suoi movimenti sulla faccia della terra
son pi`u di quelli d’ogni altro quadrupede.

Poiché può zampettare a ritmo
di ogni misura musicale.

Poiché sa nuotare per salvarsi la vita.

Poiché sa strisciare.

BU

 

Christopher Smart ( Shipburne, 1722 – Londra, 1771), poeta inglese. Docente di filosofia all’università di Cambridge, nel 1749 si trasferì a Londra. Ricoverato in manicomio dal 1756 al 1763, vi compose il Jubilate Agno, da cui è tratto questo testo sul gatto. Rinchiuso nel 1768 nel carcere di Londra per debiti, vi morì tre anni più tardi.

Diverse immagini sono tratte dalla pagina FB di Rita Clemente, giornalista e poetessa grande amante di questi  “misteriosi” felini.

Ho pensato di dedicare questa pagina a mia figlia, anche lei scopertasi ultimamente amante dei gatti e in pena per la sparizione di uno dei due, Jonas

Enzo Bianchi sulle “malattie” della Curia Romana

bergoglio

Le quindici “malattie”, riferite ai membri della Curia ed

elencate da Papa Francesco poco prima di Natale

 

 

 

  1. Desiderio di immortalità
  2. Martalismo (eccessiva operosità)
  3. Impietrimento mentale e spirituale (eccessiva pianificazione e funzionalismo)
  4. Sindrome del mal coordinamento
  5. ″Alzheimer spirituale″
  6. Rivalità
  7. Vanagloria
  8. Schizofrenia esistenziale
  9. Malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi
  10. Malattia del divinizzare i capi
  11. L’indifferenza verso gli altri
  12. Faccia funerea
  13. Malattia dell’accumulare
  14. Circoli chiusi
  15. Profitto mondano ed esibizionismi

 

Di seguito, il commento che ne ha fatto fr.Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose

 

enzo bianchi
DA MILLE ANNI NESSUNO PARLAVA COSI’

 

di Enzo Bianchi

Nei tempi recenti nessun Papa ha mai parlato come papa Francesco. Ieri ha detto quello che pensa con parresia, tralasciando linguaggi allusivi e stile diplomatico. Questo suo discorso echeggia quel che san Bernardo – monaco però, non Papa – osava dire nell’XI secolo al Papa e alla sua corte: parole che pochi altri seppero scrivere o proclamare a correzione dei vizi ecclesiastici nei momenti in cui si faceva urgente una riforma della Chiesa «in capite et in corpore».

Ma più ancora echeggia il Salmo 101, in cui il capo, la guida del popolo di Dio, promette al Signore non solo di camminare con cuore integro, ma anche di allontanare chi accanto a lui «ha il cuore tortuoso, l’occhio sprezzante e orgoglioso, chi denigra in segreto il suo prossimo, chi dice menzogne». Papa Francesco conosce bene la psicologia degli «uomini religiosi», presenti un tempo tra gli scribi e i farisei, oggi tra i cristiani «in ogni curia, comunità, congregazione, movimento ecclesiale».

Non solo i padri del deserto dei primi secoli erano soliti stilare «cataloghi» di vizi e peccati «capitali»: ancora le generazioni di cristiani come la mia, formatesi prima del Vaticano II, avevano a disposizione prontuari di peccati «in pensieri, parole, opere e omissioni» per prepararsi al sacramento della confessione, così da compiere un esame di coscienza personale sulla propria inadeguatezza rispetto alle esigenze poste dai dieci comandamenti e, più in profondità, dal Vangelo stesso. È a qualcosa di simile – forte anche dell’analoga tradizione loyolana – che ha pensato papa Francesco nel suo discorso alla curia romana in occasione del Natale. Così ha esposto con parresia un dettagliato elenco di ben quindici «malattie dell’anima», dalla patologia del «sentirsi immortale o indispensabile», fino a quella «del profitto mondano e degli esibizionismi».

Certo in questo catalogo delle malattie degli uomini religiosi emerge l’acconsentire a una tentazione-chiave, quella del potere, tentazione posta dal demonio anche a Gesù Cristo e da lui respinta e vinta. Sì, la sete insaziabile di potere rende colui che vi cede capace di diffamare e calunniare gli altri sui giornali e sui blog tramite giornalisti compiacenti, abili persino a odiare su commissione. Papa Francesco non inventa nulla, semplicemente legge la quotidianità che rende deforme e sfigura la Chiesa quale corpo del Signore. È un’analisi tagliente, frutto anche dell’esperienza quotidiana di questi ventuno mesi di pontificato, una disamina rivolta non tanto al passato e agli scandali che hanno preceduto la sua elezione, quanto piuttosto a un perdurante presente. Ed è significativo che l’antidoto universale per tutte queste patologie papa Francesco lo offra inquadrando il suo discorso – ricco di citazioni bibliche e di rimandi alla sua esortazione «Evangelii gaudium», a riprova del radicamento nella parola di Dio e della progettualità del suo parlare e operare – proprio nella comprensione della Chiesa come «corpo mistico di Cristo». Ora, l’immagine del corpo composto di molte membra come metafora di una comunità appartiene alla tradizione classica prima ancora che al Nuovo Testamento, ma la connotazione precisa che delinea il Papa a quanti lo aiutano nel governare la «Chiesa di Roma che presiede nella carità» è l’intima comunione di questo corpo dinamico e di ogni singolo membro con il Signore: «La curia, come la Chiesa, non può vivere senza avere un rapporto vitale, autentico e saldo con Cristo».

Ogni cristiano, ma soprattutto ogni persona munita di autorità o impegnata in un ministero pastorale, è invitato a chiedersi «sono un uomo di Dio o sono un amministratore di Satana?». Non esiste alternativa: perché se è vero che tutti siamo tentati e tutti cadiamo, resta vero che la frattura è tra chi cade e cerca di rialzarsi confessando di essere peccatore e chi invece accetta di cadere fino a essere un corrotto, magari esibendo se stesso come persona giusta ed esemplare di fronte agli altri.

Questo obiettivo, ben più arduo di qualsiasi riforma funzionale è indubbiamente innovativo e, al contempo, profondamente radicato nella più autentica tradizione cristiana: riportare un apparato burocratico ecclesiastico alla sua vera natura di corpo comunitario a servizio della Chiesa universale. Si dirà che le malattie sono così numerose, gravi e diffuse da rendere improba una pronta guarigione e che il tempo della convalescenza non sarebbe comunque immune da ricadute, ma sappiamo bene come condizione preliminare a qualsiasi terapia efficace è una diagnosi accurata e in questo le parole di papa Francesco sono estremamente appropriate.

Sì, ci sono nella Curia romana molte persone la cui vita cristiana è una testimonianza di fede, di qualità evangelica, di servizio leale e amoroso al Papa e alla Chiesa, e ci possono anche essere persone con una doppia vita «nascosta e sovente dissoluta», altre «vigliacche» che sparlano del fratello, altre ancora «meschine, infelici» perché hanno perso la memoria del loro Signore e «guardano appassionatamente la propria immagine e non vedono l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri». Tuttavia papa Francesco non perde la speranza di vedere la Curia riformarsi, convertirsi da «un’orchestra che produce chiasso» disarmonico e che provoca «autodistruzione o fuoco amico» in autentica comunità di discepoli del Signore Gesù, in una comunione di peccatori perdonati, capaci di seguire l’invito di san Paolo ai cristiani di Efeso a vivere «secondo la verità nella carità, cercando di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).

L’ho scritto e lo riscrivo: papa Francesco si fa eco del Vangelo e la sua passione per il Vangelo lo porta a misurare la vita della Chiesa e di ogni membro sulla fedeltà al Vangelo. Ma nessuna illusione: più il Papa percorre questa strada e più scatenerà le forze demoniache operanti nella storia e il risultato per i veri credenti sarà l’apparire della croce di Cristo. Non è vero che nella Chiesa si starà meglio, è vero il contrario: la Chiesa infatti può solo seguire Gesù anche nel rigetto sofferto e nella persecuzione e non potrà ottenere successi mondani se incarna il messaggio del suo Signore.

Mino, “gettonino”,Piero,Jorge Mario e …..”chi non vive per servire, non serve alla vita”

milani

 

di Piero Murineddu

 

Questa mia lettera è stata pubblicata su La Nuova avantieri, domenica 20 dicembre:

 

Il Forziere Comunale eternamente vuoto o quasi. E’ questa l’assillante preoccupazione che toglie il sonno ai nostri generosi concittadini a cui abbiamo con fiducia dato incarico di trabanassi lu zeibbeddhu  per cercare di migliorare la nostra vita. Eia, dei politici sto parlando. E di quelli di Sorso in particolare. In margine a questo sempre triste argomento di mancanza di dinà, qualche settimana fa, all’interno del Consiglio  si è creato un carinissimo siparietto,  allorchè la maggioranza dei presenti ha bocciato la mozione presentata da due consiglieri, proponente la riduzione del 20% del “gettone”, cioè di quei pochi citi che ogni consigliere percepisce ogni volta che dedica ufficialmente del tempo per occuparsi del destino di noialtri amministrati. Ci sarebbero anche quei rimborsi per le “missioni” istituzionali (spostamenti e magnà), ma questo è un altro discorso. Poca cosa questo gettone (poco più di 15 euro a “seduta), specialmente se paragonato a quello sassarese, che va oltre i 100. A noi eternamente maliziosi rimane il dubbio che i due attribiddi, generosi e isolati consiglieri abbiano avuto come principale obiettivo far demagogia, ma ugualmente rimane lodevole l’intento di porre una questione di principio (“piccolo segnale di vicinanza ai nostri concittadini costretti a sacrifici…..”). Una parte della più o meno ininfluente Opposizione sussinca ha manifestato il “dispiacere” di non potere accettare la proposta. Si è richiamata infatti al Regolamento degli Enti Locali, che impedirebbe di privare i consiglieri di un legittimo diritto, qual’è appunto il  gettonetto. In mezzo a tutto l’affarratorio, sarebbe  probabilmente da seguire l’esempio di una consigliera, che a differenza di un  assessore “disoccupato”, ha detto che grazie al lavoro che  possiede, si può permettere di devolvere il magro guadagno istituzionale in favore di un’associazione di volontariato. In effetti, mi sembra proprio un’ ottima e “natalizia” soluzione.

 

La sera dello stesso giorno in cui l’avevo spedita, il 19 dicembre, leggo sullo stesso quotidiano la lettera di precisazioni sullo stesso argomento, firmata dal capogruppo PD sussinco in Consiglio Comunale. Ve la ripropongo.

 

MINI ROGGIO 19 dicembre 001


Nelle intenzioni del mittente, che nella mia profonda ignoranza non sapevo essere il capogruppo di quello che è rimasto del PD a Sorso, la lettera ha voluto “fornire ulteriori elementi” per conoscere e meglio capire  i fatti. Effettivamente, elementi di riflessione ne dà.  Per chi non lo sapesse, Roggio a suo tempo è stato sindaco della Forza Italia sussinca, ma i difficili equilibri (!) di potere interno al partito berlusconiano, per motivi oscuri alle masse erano saltati, ponendo tristemente fine a quello che sembrava un ….matrimonio indissolubile. Ora il Nostro si ritrova ad assere addirittura capo di un partito che un tempo era l’accerrimo “nemico”  del Signore di Arcore. Comunque, e sia detto senza malizia, è possibile cambiare idea, specialmente ricredersi su “peccati di gioventù” e  su eventuali sbagli commessi in passato.

E quindi la discussione in Consiglio verteva sulla presenza o meno di un “errore tecnico”, che tradotto nello specifico significa: ognuno, della propria (meschinetta) retribuzione  faccia liberamente ciò che più gli aggrada, possibilmente senza usare megafoni autoincensatori e senza pretendere che la sua destinazione in favore del popolo affamato sia decisa per legge. Che dire? In effetti le paghette dei nostri piccoli amministratori locali fanno quasi tenerezza, e se uno che si mette in politica dedica veramente tempo, fatica ed intelligente competenza per migliorare la vita di tutti, è giusto che venga gratificato, non solo con onori e saluti riconoscenti per la strada, ma anche economicamente, e possibilmente con cifre dignitose. Pensandoci bene, il problema riguarderebbe più che altro certuni che ricoprono incarichi politici nazionali, ma per rimanere a noi, anche regionali. Qui la cosa si che continua a far girare e rigirare i cosiddetti. O vogliamo che anche a quei livelli bisogna lasciare l’iniziativa  “benefattrice”  alla discrezione individuale? Eh no, miseriazzazozza! Lì si che “per legge” è necessario che chi occupa le ancora scandalosamente troppo care poltrone, tornino ad essere considerati normali cittadini, specialmente dal punto di vista delle disponibilità finanziarie. Non dico come  il mio conto in banca, sempre più vicino al poco allegro color rosso, ma neanche come gli ancor troppi  paperoni  politicanti, con cappello a cilindro, doppio petto e sigarone in bocca. Quando questo accadrà, sarà sicuramente e sempre troppo tardi.

 

Auguri, allora. Come “di che?” Di quello che volete, perDinci e perSossu !!

Anzi no, un augurio lo voglio fare. A me prima di tutto, ma anche a te, a lei, al prete e al sagrestano, all’impiegato, a zia Bainza e a zia Tiresa, alla donna cattolica e alla donna che le piace starsene a casa sua al calduccio, al consigliere e al consigliato, al poltrone e all’imPOLTRONAto, all’omosessuale,  bisessuale, trisessuale, quadrisessuale e sessuale quanto e come gli pare….. Insomma, a tutti e specialmente a ciascuno: che nel nuovo anno (e sempre!) riusciamo  a fare strada agli altri, specialmente a chi è nel bisogno, vincendo la tentazione di usare gli altri per far strada a noi stessi. Magari una frase  “esagerata e dura” di Bergoglio – si, quel Papa così criticato e specialmente attaccato ferocemente da certi cardinaloni e giornalistoni panzuti da strapazzo –   può richiamarci a questo impegno:

Chi non vive per servire, non serve alla vita“.


DUE INCOSCIENTI E UN MATRIMONIO

“Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete” (Qo 11,4).
Questa massima tratta dal libro di Qoelet, chiamato anche Ecclesiaste,  molto frettolosamente definito pessimistico (“tutto è vanità”), è quella che padre Alberto ha scelto per chiudere il suo bellissimo racconto sul matrimonio dei suoi genitori, avvenuto ben settantanni fa . La vicenda narrata appare simpaticamente affascinante, anche per come il padre, facchino ma sarto di mestiere, da coperte era riuscito a ricavare l’abito nuziale per se, da parti di un paracadute ormai divenuto inutilizzabile quello per la moglie. Chissà che capolavori di alta classe è riuscito a creare babbo Maggi! In quei tempi, sono certo che anche molti dei nostri genitori, quelli appartenenti al popolo e che la guerra aveva privato delle cose essenziali per condurre una vita dignitosa, si son trovati a dover fare salti mortali per riuscire a sopravvivere, il più delle volte dovendo badare anche a numerosi figli.
“Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete”
Sembra un’affermazione che contraddice il richiamo alla prudenza, alla necessità di essere  “razionali”, cosa oggi portata all’eccesso e che spesso priva le persone della fiducia verso il futuro. Pensandoci, se i nostri genitori non avessero avuto la forza ed  il coraggio di intraprendere un viaggio insieme, nonostante le grandi difficoltà e l’incertezza del futuro e  “mettendo su casa”  magari in quello che dalle nostre parti veniva chiamato “fòndiggu”, piccolo locale – magazzino, oggi non saremmo qui a raccontarcelo e a raccontare ai nostri figli le grandi imprese  compiute dai loro nonni .
“Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete”.
Grandi insegnamenti nel raccontino di padre Alberto Maggi che state per leggere. Ma è anche il modo in cui questo prete vive il suo sacerdozio che rispecchia appieno questa “imprudenza”, spinto dall’amore per l’essenzialità del Vangelo e per il suo continuo e ormai naturale coraggio di…. osare. Un testimone semplice e vero, la cui vicinanza aiuterebe molti a capire la bellezza del Messaggio Evangelico e ad attuare quella Rivoluzione d’Amore indicata da quell’Uomo di Nazareth, ricordato in questi giorni nella fragilità della sua nascita.   (Piero Murinedu)

 

alberto maggi - Copia

 

A mamma e papà nel settantesimo anniversario

del loro matrimonio (1944-2014)

 

 

di padre Alberto Maggi

 

Sono nato da due incoscienti.

Non c’erano le condizioni per sposarsi, invece loro l’hanno fatto.

Ancona si stava lentamente risollevando dalle ferite della guerra, la città era distrutta, il lavoro non c’era, in compenso abbondava la fame (mamma pesava appena quarantadue chili). Ma i miei, irresponsabili, decisero di sposarsi ugualmente, il 27 dicembre del 1944.

Non fu possibile celebrare il matrimonio nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano perché questa era lesionata dai bombardamenti, per cui il rito fu frettolosamente celebrato nella sacrestia. Mio padre era riuscito a cucirsi un vestito utilizzando le coperte dei polacchi (il battaglione inviato dalla Polonia di stanza in Ancona). Non riuscendo a trovare il filo per attaccare i bottoni usò uno spago che, con il lucido delle scarpe, tinse di nero. Le scarpe invece gliele prestò, per la cerimonia, un sergente inglese.

Più originale e geniale l’abito di mia madre. Gli inglesi, presso i quali papà non trovando lavoro da sarto lavorava come facchino, gli regalarono alcuni metri di tessuto di un paracadute inutilizzabile, e mio padre, con grande abilità, e soprattutto tanto tenero amore, realizzò l’abito da sposa per mia madre. Non ci sono foto del matrimonio, e forse è meglio, così la fantasia supplisce all’estrema povertà della coperta polacca e del paracadute inglese.

Il viaggio di nozze lo fecero su un sidecar guidato da un soldato inglese, dalla chiesa alla casa di mia madre, dove, con l’aiuto di parenti ed amici, i familiari erano riusciti a procurarsi alcune bottiglie di vermouth e dei pasticcini per fare festa. Per il brindisi augurale agli sposi, l’inesistente spumante fu sostituito da un caldo punch.

No, le condizioni per sposarsi non c’erano. Mio padre lavorava saltuariamente come facchino presso gli inglesi e mia madre, che pur aveva avuto un buon posto come impiegata alle Poste, l’aveva abbandonato per seguire la famiglia sfollata in un paesino vicino Ancona.

Erano senza lavoro, senza soldi, senza casa, ma con tanto amore e tanta fiducia nella vita.

E io li ringrazio per questa loro avventatezza. Afferma la Bibbia che “Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete” (Qo 11,4). E i miei incuranti dei venti e delle nuvole che si addensavano sulla loro esistenza, si sono sposati.

A proposito del discorso del Papa ai membri della Curia romana

 Lo storico del cristianesimo Alberto Melloni commenta le parole del pontefice ai curiali: non si tratta di una semplice riforma organizzativa. il Papa ha finito di leggere la relazione dei tre cardinali sulla riforma della Curia e sta per cambiare il volto della Chiesa.

 

 

 

di Francesco Anfossi

“Una prima assoluta. Non esiste nulla del genere nella storia del pontificato”, commenta lo storico della Chiesa Alberto Melloni, uno dei maggiori studiosi del Concilio, dopo aver letto con attenzione il testo del discorso del pontefice al personale della Curia vaticana. “Forse possiamo ritrovare qualcosa in San Pier Damiani e nel vescovo di Lincoln Roberto Grossatesta. Davanti alla Curia Grossatesta  questo prelato vissuto nel Medioevo fece un discorso feroce: voi, disse ai curiali, non vi occupate delle pecore ma solo della lana. Ma in generale mai il papato aveva fatto una cosa del genere. Quello di papa Francesco è stato un discorso drammatico. Di cui bisogna cogliere lo spessore”.
– Perché lo definisce drammatico?
“I due anni passati dall’elezione sono serviti al Papa non per attuare atti di cosmesi riformatrice ma per una sorta di Tac spirituale al centro della Chiesa. Una diagnostica spietata, a bene vedere”.
Il pontefice elencando le quindici malattie della Curia lo ha fatto in accordo con altri membri della Chiesa? I mass media, soprattutto quelli laici, tendono a descrivere come una sorta di angelo solitario piombato sul Colle del Vaticano…      “Il Papa non è solo in questa sua riforma. Non del tutto. Il contesto in cui ha inserito quel discorso e il tono spirituale delle sue parole fanno intendere che alla fine di questi due anni Francesco ha finito di leggere la relazione dei tre cardinali emeriti che gli ha consegnato papa Benedetto a Castelgandolfo”.
Il materiale custodito in quello scatolone bianco che si vede nelle foto con i due pontefici riuniti a Castelgandolfo, durante il loro primo incontro?
“Esattamente. Tra l’altro mi viene in mente che uno dei tre porporati emeriti, il cardinale Raffaele Farina, è uno studioso di Grossatesta”.
Quel documento, importantissimo, è avvolto nella riservatezza più totale, almeno finora.
“Sì ma qualcosa si può certamente intuire, perché i vizi della Curia hanno tra i 400 e i 500 anni, quando sono giovani, altri sono ancora più antichi. Ma il punto è un altro: dalle parole del pontefice, da quell’elenco delle quindici malattie, il Papa ha deciso non di fare il capo del sindacato dei curiali ma di fare il suo dovere di vescovo, parlando con parole franche, a volte ruvide…
E’ quella che in termini ecclesiali si definisce parresia, la “libertà di dire tutto” molte volte invocata da Francesco, la libertà di parlare e la franchezza del giudizio ai fini del bene comune e spirituale…
“La parresia, certo, ma anche qualcosa di più direi. Io vi leggo una sferzata mai vista. La sua opera di riforma della Curia romana non è un’agenda organizzata, non si tratta di aggregare un dicastero e di scioglierne un altro, di mettere una congregazione in più qua e una in meno là. La ragione per cui la riforma tarda è che il pontefice non vuole limitarsi a questo. La riforma della Curia deve nascere da una conversione radicale. In questo senso papa Francesco ha posto un metro di giudizio su cui tutti i curiali saranno pesati”.
Forse non solo i curiali, in fondo quelle parole parlano anche alla Chiesa e a noi tutti, come sostiene tral’altro il giornalista e scrittore Gramellini…
“Certamente. E quindi il discorso di Francesco sposta la questione a tutti vescovi del mondo. Perché non è che le curie diocesane in fondo abbiano problematiche spirituali e organizzative diverse dalla Curia vaticana. E’ come se Francesco dicesse: cari curiali di tutto il mondo, c’è uno standard spirituale di adeguamento. E a guardar bene non esiste alcun vizio di Curia che non sia un vizio di noi cristiani e in fondo degli uomini in generale. Tutto questo evita quello che io chiamo il rischio film”.
Rischio film?
“Il timore che Francesco venga percepito come un bellissimo film sul cristianesimo, una bella favola, da guardare, applaudire, per poi continuare a fare quel che ci pare. In realtà quel che Francesco chiede non è un’adesione ideologica a un certo tipo di governo della Chiesa ma un’autentica missione, a cominciare dai vescovi, di trasmissione del Vangelo. Prendiamo le quindici malattie elencate. Non è un discorso di moralismo curiale. E’ il Santo Evangelo la misura di tutto. In questo Francesco ha posto l’asticella parecchio alta”.

Natale 2014 – DISCORSO DEL PAPA ALLA CURIA ROMANA

 

PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI

DELLA CURIA ROMANA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Sala Clementina
Lunedì, 22 dicembre 2014


 

Cari fratelli,

Al termine dell’Avvento ci incontriamo per i tradizionali saluti. Tra qualche giorno avremo la gioia di celebrare il Natale del Signore; l’evento di Dio che si fa uomo per salvare gli uomini; la manifestazione dell’amore di Dio che non si limita a darci qualcosa o a inviarci qualche messaggio o taluni messaggeri, ma dona a noi sé stesso; il mistero di Dio che prende su di sé la nostra condizione umana e i nostri peccati per rivelarci la sua vita divina, la sua grazia immensa e il suo perdono gratuito. E’ l’appuntamento con Dio che nasce nella povertà della grotta di Betlemme per insegnarci la potenza dell’umiltà. Infatti, il Natale è anche la festa della luce che non viene accolta dalla gente “eletta” ma dalla gente povera e semplice che aspettava la salvezza del Signore.

Innanzitutto, vorrei augurare a tutti voi – Collaboratori, fratelli e sorelle, Rappresentanti pontifici sparsi per il mondo – e a tutti i vostri cari un santo Natale e un felice Anno Nuovo. Desidero ringraziarvi cordialmente per il vostro impegno quotidiano al servizio della Santa Sede, della Chiesa Cattolica, delle Chiese particolari e del Successore di Pietro.

Essendo noi persone, e non numeri o soltanto denominazioni, ricordo in maniera particolare coloro che, durante questo anno, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età o per aver assunto altri ruoli oppure perché sono stati chiamati alla Casa del Padre. Anche a tutti loro e ai loro famigliari vanno il mio pensiero e la mia gratitudine.

Desidero insieme a voi elevare al Signore un vivo e sentito ringraziamento per l’anno che ci sta lasciando, per gli eventi vissuti e per tutto il bene che Egli ha voluto generosamente compiere attraverso il servizio della Santa Sede, chiedendogli umilmente perdono per le mancanze commesse “in pensieri, parole, opere e omissioni”.

E partendo proprio da questa richiesta di perdono, vorrei che questo nostro incontro e le riflessioni che condividerò con voi diventassero, per tutti noi, un sostegno e uno stimolo a un vero esame di coscienza per preparare il nostro cuore al Santo Natale.

Pensando a questo nostro incontro mi è venuta in mente l’immagine della Chiesa come il Corpo mistico di Gesù Cristo. È un’espressione che, come ebbe a spiegare il Papa Pio XII, «scaturisce e quasi germoglia da ciò che viene frequentemente esposto nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri»[1]. Al riguardo san Paolo scrisse: «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo» (1 Cor 12,12)[2].

In questo senso il Concilio Vaticano II ci ricorda che «nella struttura del corpo mistico di Cristo vige una diversità di membri e di uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l’utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr 1 Cor 12,1-11)»[3]. Perciò «Cristo e la Chiesa formano il “Cristo totale” – Christus totus –. La Chiesa è una con Cristo»[4].

E’ bello pensare alla Curia Romana come a un piccolo modello della Chiesa, cioè come a un “corpo” che cerca seriamente e quotidianamente di essere più vivo, più sano, più armonioso e più unito in sé stesso e con Cristo.

In realtà, la Curia Romana è un corpo complesso, composto da tanti Dicasteri, Consigli, Uffici, Tribunali, Commissioni e da numerosi elementi che non hanno tutti il medesimo compito, ma sono coordinati per un funzionamento efficace, edificante, disciplinato ed esemplare, nonostante le diversità culturali, linguistiche e nazionali dei suoi membri[5].

Comunque, essendo la Curia un corpo dinamico, essa non può vivere senza nutrirsi e senza curarsi. Difatti, la Curia – come la Chiesa – non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo[6]. Un membro della Curia che non si alimenta quotidianamente con quel Cibo diventerà un burocrate (un formalista, un funzionalista, un mero impiegato): un tralcio che si secca e pian piano muore e viene gettato via. La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai Sacramenti, in modo particolare all’Eucaristia e alla Riconciliazione, il contatto quotidiano con la Parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di Lui non possiamo fare nulla (cfr Gv 15,5).

Di conseguenza, il rapporto vivo con Dio alimenta e rafforza anche la comunione con gli altri, cioè tanto più siamo intimamente congiunti a Dio tanto più siamo uniti tra di noi, perché lo Spirito di Dio unisce e lo spirito del maligno divide.

La Curia è chiamata a migliorarsi, a migliorarsi sempre e a crescere in comunione, santità e sapienza per realizzare pienamente la sua missione[7]. Eppure essa, come ogni corpo umano, è esposta anche alle malattie, al malfunzionamento, all’infermità. E qui vorrei menzionare alcune di queste probabili malattie, “malattie curiali”. Sono malattie più abituali nella nostra vita di Curia. Sono malattie e tentazioni che indeboliscono il nostro servizio al Signore. Credo che ci aiuterà il “catalogo” delle malattie – sull’esempio dei Padri del deserto, che facevano questi cataloghi – di cui parliamo oggi: ci aiuterà a prepararci al Sacramento della Riconciliazione, che sarà un bel passo di tutti noi per prepararci al Natale.

1. La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile”, trascurando i necessari e abituali controlli. Una Curia che non si autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo. Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quale alcuni forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili! È la malattia del ricco stolto del Vangelo che pensava di vivere eternamente (cfrLc 12,13-21), e anche di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagine e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi[8]. L’antidoto a questa epidemia è la grazia di sentirci peccatori e di dire con tutto il cuore: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).

2. La malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi ai piedi di Gesù (cfr Lc 10,38-42). Per questo Gesù ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po’” (cfr Mc 6,31), perché trascurare il necessario riposo porta allo stress e all’agitazione. Il tempo del riposo, per chi ha portato a termine la propria missione, è necessario, doveroso e va vissuto seriamente: nel trascorrere un po’ di tempo con i famigliari e nel rispettare le ferie come momenti di ricarica spirituale e fisica; occorre imparare ciò che insegna il Qoèlet: che “c’è un tempo per ogni cosa” (cfr 3,1).

3. C’è anche la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale: ossia di coloro che posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (cfr At 7,51); di coloro che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio” (cfr Eb 3,12). È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di coloro che perdono “i sentimenti di Gesù” (cfr Fil 2,5) perché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo (cfr Mt 22,34-40). Essere cristiano, infatti, significa “avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità[9].

4. La malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo: quando l’apostolo pianifica tutto minuziosamente e crede che facendo una perfetta pianificazione le cose effettivamente progrediscano, diventando così un contabile o un commercialista. Preparare tutto bene è necessario, ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo, che rimane sempre più grande, più generosa di ogni umana pianificazione (cfr Gv 3,8). Si cade in questa malattia perché «è sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate. In realtà, la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo nella misura in cui non ha la pretesa di regolarlo e di addomesticarlo – addomesticare lo Spirito Santo! – … Egli è freschezza, fantasia, novità»[10].

5. La malattia del cattivo coordinamento: quando le membra perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità e la sua temperanza, diventando un’orchestra che produce chiasso, perché le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra. Quando il piede dice al braccio: “non ho bisogno di te”, o la mano alla testa: “comando io”, causando così disagio e scandalo.

6. C’è anche la malattia dell’“alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della propria storia di salvezza, della storia personale con il Signore, del «primo amore» (Ap 2,4). Si tratta di un declino progressivo delle facoltà spirituali che in un più o meno lungo intervallo di tempo causa gravi handicap alla persona facendola diventare incapace di svolgere alcuna attività autonoma, vivendo uno stato di assoluta dipendenza dalle sue vedute spesso immaginarie. Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore; in coloro che non hanno il senso “deuteronomico” della vita; in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono intorno a sé muri e abitudini diventando, sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.

7. La malattia della rivalità e della vanagloria[11]: quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita, dimenticando le parole di san Paolo: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,3-4). È la malattia che ci porta ad essere uomini e donne falsi e a vivere un falso misticismo e un falso “quietismo”. Lo stesso San Paolo li definisce «nemici della Croce di Cristo» perché «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3,18.19).

8. La malattia della schizofrenia esistenziale. E’ la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta. La conversione è alquanto urgente e indispensabile per questa gravissima malattia (cfr Lc 15,11-32).

9. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. Di questa malattia ho già parlato tante volte, ma mai abbastanza. E’ una malattia grave, che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere, e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» (Fil 2,14-15). Fratelli, guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!

10. La malattia di divinizzare i capi. E’ la malattia di coloro che corteggiano i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo, onorano le persone e non Dio (cfr Mt 23,8-12). Sono persone che vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare. Persone meschine, infelici e ispirate solo dal proprio fatale egoismo (cfr Gal 5,16-25). Questa malattia potrebbe colpire anche i Superiori quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità.

11. La malattia dell’indifferenza verso gli altri. Quando ognuno pensa solo a sé stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando si viene a conoscenza di qualcosa e la si tiene per sé invece di condividerla positivamente con gli altri. Quando, per gelosia o per scaltrezza, si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo.

12. La malattia della faccia funerea, ossia delle persone burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile[12] sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Non perdiamo dunque quello spirito gioioso, pieno di humor, e persino autoironico, che ci rende persone amabili, anche nelle situazioni difficili[13]. Quanto bene ci fa una buona dose di sano umorismo! Ci farà molto bene recitare spesso la preghiera di san Thomas More[14]: io la prego tutti i giorni, mi fa bene.

13. La malattia dell’accumulare: quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. In realtà, nulla di materiale potremo portare con noi, perché “il sudario non ha tasche” e tutti i nostri tesori terreni – anche se sono regali – non potranno mai riempire quel vuoto, anzi lo renderanno sempre più esigente e più profondo. A queste persone il Signore ripete: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo … Sii dunque zelante e convertiti» (Ap 3,17.19). L’accumulo appesantisce solamente e rallenta il cammino inesorabilmente! E penso a un aneddoto: un tempo, i gesuiti spagnoli descrivevano la Compagnia di Gesù come la “cavalleria leggera della Chiesa”. Ricordo il trasloco di un giovane gesuita che, mentre caricava su di un camion i suoi tanti averi: bagagli, libri, oggetti e regali, si sentì dire, con un saggio sorriso, da un vecchio gesuita che lo stava ad osservare: “Questa sarebbe la ‘cavalleria leggera della Chiesa’?”. I nostri traslochi sono un segno di questa malattia.

14. La malattia dei circoli chiusi, dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Anche questa malattia inizia sempre da buone intenzioni ma con il passare del tempo schiavizza i membri diventando un cancro che minaccia l’armonia del Corpo e causa tanto male – scandali – specialmente ai nostri fratelli più piccoli. L’autodistruzione o il fuoco amico” dei commilitoni è il pericolo più subdolo[15]. È il male che colpisce dal di dentro[16]; e, come dice Cristo, «ogni regno diviso in se stesso va in rovina» (Lc 11,17).

15. E l’ultima: la malattia del profitto mondano, degli esibizionismi[17], quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. è la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Naturalmente per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri. Anche questa malattia fa molto male al Corpo, perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza! E qui mi viene in mente il ricordo di un sacerdote che chiamava i giornalisti per raccontare loro – e inventare – delle cose private e riservate dei suoi confratelli e parrocchiani. Per lui contava solo vedersi sulle prime pagine, perché così si sentiva potente e avvincente, causando tanto male agli altri e alla Chiesa. Poverino!

Fratelli, tali malattie e tali tentazioni sono naturalmente un pericolo per ogni cristiano e per ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia, movimento ecclesiale, e possono colpire sia a livello individuale sia comunitario.

Occorre chiarire che è solo lo Spirito Santo – l’anima del Corpo Mistico di Cristo, come afferma il Credo Niceno-Costantinopolitano: «Credo… nello Spirito Santo, Signore e vivificatore» – a guarire ogni infermità. È lo Spirito Santo che sostiene ogni sincero sforzo di purificazione e ogni buona volontà di conversione. È Lui a farci capire che ogni membro partecipa alla santificazione del corpo e al suo indebolimento. È Lui il promotore dell’armonia[18]: «Ipse harmonia est», dice san Basilio. Sant’Agostino ci dice: «Finché una parte aderisce al corpo, la sua guarigione non è disperata; ciò che invece fu reciso, non può né curarsi né guarirsi»[19].

La guarigione è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura[20].

Dunque, siamo chiamati – in questo tempo di Natale e per tutto il tempo del nostro servizio e della nostra esistenza – a vivere «secondo la verità nella carità, [cercando] di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).

Cari fratelli!

Una volta ho letto che i sacerdoti sono come gli aerei: fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano. Molti criticano e pochi pregano per loro. È una frase molto simpatica ma anche molto vera, perché delinea l’importanza e la delicatezza del nostro servizio sacerdotale e quanto male potrebbe causare un solo sacerdote che “cade” a tutto il corpo della Chiesa.

Dunque, per non cadere in questi giorni in cui ci prepariamo alla Confessione, chiediamo alla Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, di sanare le ferite del peccato che ognuno di noi porta nel suo cuore e di sostenere la Chiesa e la Curia affinché siano sane e risanatrici, sante e santificatrici, a gloria del suo Figlio e per la salvezza nostra e del mondo intero. Chiediamo a Lei di farci amare la Chiesa come l’ha amata Cristo, suo Figlio e nostro Signore, e di avere il coraggio di riconoscerci peccatori e bisognosi della sua Misericordia e di non aver paura di abbandonare la nostra mano tra le sue mani materne.

Tanti auguri di un santo Natale a tutti voi, alle vostre famiglie e ai vostri collaboratori. E, per favore, non dimenticate di pregare per me! Grazie di cuore!


[1] Egli afferma che la Chiesa, essendo mysticum Corpus Christi, «richiede anche una moltitudine di membri, i quali siano talmente tra loro connessi da aiutarsi a vicenda. E come nel nostro mortale organismo, quando un membro soffre, gli altri risentono del suo dolore e vengono in suo aiuto, così nella Chiesa i singoli membri non vivono ciascuno per sé, ma porgono anche aiuto agli altri, offrendosi scambievolmente collaborazione, sia per mutuo conforto sia per un sempre maggiore sviluppo di tutto il Corpo … un Corpo costituito non da una qualsiasi congerie di membra, ma deve essere fornito di organi, ossia di membra che non abbiano tutte il medesimo compito, ma siano debitamente coordinate; così la Chiesa, per questo specialmente deve chiamarsi corpo, perché risulta da una retta disposizione e coerente unione di membra fra loro diverse» (Enc. Mystici Corporis, Parte Prima: AAS 35 [1943], 200).

[2] Cfr Rm 12,5: «Così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri».

[3] Cost. dogm. Lumen gentium, 7.

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 795. Da ricordare che «il paragone della Chiesa con il corpo illumina l’intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a Lui; è unificata in Lui, nel suo Corpo. Tre aspetti della Chiesa-Corpo di Cristo vanno sottolineati in modo particolare: l’unità di tutte le membra tra di loro in forza della loro unione a Cristo; Cristo Capo del corpo; la Chiesa, Sposa di Cristo» (ibid. n. 789).

[6] Gesù più volte ha fatto conoscere l’unione che i fedeli debbono avere con Lui: «Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimarrete in me. Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 4-5).

[9] Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza generale, 1 giugno 2005.

[10] Omelia nella S. Messa, Istanbul, Cattedrale dello Spirito Santo, 29 novembre 2014.

[12] Cfr ibid, 84-86.

[13] Cfr ibid, 2.

[14] «Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami, Signore, un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male, ma piuttosto trovi sempre il modo di rimetter le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri. Amen».

[15] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 88.

[16] Il beato Paolo VI, riferendosi alla situazione della Chiesa, affermò di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 1972); cfr. Esort. ap. Evangelii Gaudium, 98-101.

[17] Cfr Esort. ap. Evangelii Gaudium, 93-97 («No alla mondanità spirituale»).

[18] «Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa. Egli dà la vita, suscita i differenti carismi che arricchiscono il Popolo di Dio e, soprattutto, crea l’unità tra i credenti: di molti fa un corpo solo, il Corpo di Cristo … Lo Spirito Santo fa l’unità della Chiesa: unità nella fede, unità nella carità, unità nella coesione interiore» (Omelia nella Santa Messa, Istanbul, Cattedrale dello Spirito Santo, 29 novembre 2014).

[19] Serm., CXXXVII, 1: PL, XXXVIII, 754.

[20] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 25-33 («Pastorale in conversione»).

 

 

5 domande sul senso del Natale a Vito Mancuso

“Sono consapevole dell’aspetto commerciale del Natale e di come questo sia soverchiante, tuttavia ritengo che il rimando a quel bambino che nasce, e a ciò che quel bambino per molti significa, sia ancora vivo in molte persone…”

 


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Vito Mancuso, noto teologo italiano, dal 2013 docente presso l’Università degli Studi di Padova, è in libreria per Garzanti con Io amo – Piccola filosofia dell’amore. E in vista delle festività natalizie, ha risposto ai quesiti de IlLibraio.it.

 

 

Il Natale è ancora una festa religiosa?
“Io penso di sì, che lo sia ancora, per lo meno in Italia. Certo, sono consapevole dell’aspetto commerciale del Natale e di come questo sia soverchiante, tuttavia ritengo che il rimando a quel bambino che nasce, e a ciò che quel bambino per molti significa, sia ancora vivo in molte persone. Il sentimento religioso non è per nulla scomparso, magari non conosce più le forme per manifestarsi come una volta, ma quando trova occasioni per riemergere lo fa, e il Natale (con le Chiese sempre così piene) è certamente una di queste”.

Le sembra giusto il modo in cui la Chiesa ritualizza e amministra questa festa?
“Sì, non penso di avere obiezioni al riguardo. Certo, molto dipende dal singolo prete, dalla sua capacità di celebrare veramente il mistero (divino e umano al contempo) cui la festa rimanda. Vi sono Chiese, entrando, nelle quali per la Messa si percepisce subito questa capacità di richiamare il cuore e la mente a una dimensione ulteriore dell’esistenza, altre invece dalle quali tutto questo è quasi assente. Ma la Chiesa gerarchica e la sua liturgia offrono tutte le possibilità perché la celebrazione possa veramente toccare la dimensione mistica dell’esistenza”.

Cosa c’è di sacro nel mangiare insieme?
“Io penso che vi sia qualcosa di sacro anche già solo nel mangiare in sé, a prescindere che lo si faccia da soli o insieme ad altri. La gran parte degli esseri umani non se ne cura e assume cibo senza avere la consapevolezza di nutrire la propria vita mediante la vita altrui, sia essa animale o vegetale. La vita si nutre di vita, ed essendo l’ambito del sacro direttamente connesso a quello della vita, si comprende come l’atto del nutrirsi e il cibo quale nutrimento abbiano già in sé una valenza sacrale. Bisognerebbe prenderne coscienza e pensare che a ogni boccone entra in noi una parte del cosmo: noi viviamo grazie al cosmo. La natura è la nostra madre in ogni giornata della nostra esistenza, non solo perché anni fa ci ha fatto nascere, ma anche, e direi soprattutto, per il fatto che ci mantiene all’esistenza. Prendere coscienza di questo legame con la natura-madre non può, a mio avviso, non generare un sentimento di sacra riverenza verso di essa. Quando poi l’atto del mangiare assume una valenza comunitaria, e la famiglia si riunisce, e si mangiano cibi particolari, legati alla tradizione e ai ricordi, e il servizio di tavola è quello bello delle grandi occasioni, allora la celebrazione della vita e dell’essere legati gli uni agli altri può assumere una valenza davvero straordinaria. Il pranzare e il cenare insieme possono raggiungere in alcuni casi una dimensione celebrativa che ha non poche analogie con quella della messa – la quale, non a caso, prende origine da un mangiare insieme, quello di Gesù con i discepoli nell’ultima cena”.

E cosa c’è di sacro nel farsi doni?
“Può non esserci nulla, e può esserci molto. Il sacro non è un oggetto tra gli altri, è piuttosto una disposizione della mente che nasce quando la mente riconosce di essere in presenza di qualcosa di più importante di sé e in un certo senso vi si inchina, come se facesse una riverenza. Ne viene che il farsi doni può essere semplicemente vissuto come un’incombenza da espletare (peraltro anche abbastanza fastidiosa), oppure come un pensare alle persone nella loro singolarità, manifestando tale nostro affettuoso pensiero tramite un oggetto concreto che si regala. Nel primo caso non c’è nulla di sacro, nel secondo il sacro è dato dall’affetto, dall’attenzione e dalla stima per quella determinata persona. Io penso che nella nostra interiorità vi siano energie così intime e particolari per le quali non è assolutamente fuori luogo parlare di sacro”.

Ultima domanda inevitabile: come festeggia il Natale Vito Mancuso?
“In modo molto semplice: Messa, pranzo in famiglia da mia madre nel paese nativo, tempo liberato, spazio ai ricordi. E quindi anche a un po’ di nostalgia per l’incanto dei Natali di quand’ero bambino e per i miei cari che non ci sono più”.

 

LIberami dal silenzio complice

di Franco Barbèro

   Liberami, o Dio, da questo clima ignorante, in cui un po’ si tollerano
silenzi e complicità, un po’ si grida allo scandalo che sono tutti ladri…

Libera, o Dio, il mio cuore, la mia intelligenza e il mio agire
da parole come rassegnazione, indifferenza, incapacità di distinguere. ..

Liberami, o Dio, dalla paura di perdere la strada,
fai crescere in me la fiducia e la certezza di essere nelle tue mani…

Liberami, o Dio, dalla presunzione di conoscere la tua legge e le tue parole,
senza poi viverle nelle contraddizioni e nella fatica di ogni giorno…

Liberami, o Dio, dal timore che la tua parola sia troppo severa
e che la tua legge sia troppo difficile da osservare…

Aprimi, o Dio, alla fiducia che ogni seme, oggi apparentemente inutile,
coltivato con l’impegno e la fatica di ogni giorno domani porterà frutto…

Aprimi , o Dio, ad apprezzare la fortuna di avere incontrato tante persone
con le quali ho fatto un lungo cammino di ricerca e di impegno nella comunità e oltre…

Aprimi, o Dio, a una ricerca attenta dei segni di speranza che crescono
dentro e intorno a noi in questo Natale

Aprimi, o Dio, alla passione per i beni comuni e ai valori di solidarietà e responsabilità verso le generazioni future, di impegno per la qualità della vita, di denuncia dell’ingiustizia

Aprimi, o Dio, la mente ed il cuore, perché possa accogliere le tue Parole
e viverle come guida della mia vita,perché sono Parole d’amore affettuose ed appassionate e non sentenze fredde e severe di un giudice.
liberazione
Di seguito, un filmato realizzato nel 2012, col quale voglio ancora fare gli auguri a ciascuno di voi (Pi.Mu.)
https://www.youtube.com/watch?v=gFvGO2WHR_Y