Mi presero che ero un frutùt ancora coi pantaloncini corti

L’esperienza di deportazione di Arrigo Costantini

di Matteo Ermacora

Arrigo Costantini venne deportato in Alta Slesia nel giugno del 1944; all’epoca aveva 16 anni. Fu catturato dai reparti nazi-fascisti nel suo paese natale, Corno di Rosazzo, in provincia di Udine, durante un rastrellamento. La sua esperienza si
inscrive a pieno titolo nelle tormentate vicende della regione friulana che, dopo l’8 settembre del 1943, entrò a far parte della «Adriatische Küstenland», propaggine nord-orientale del Terzo Reich.

L’intensa attività partigiana nel Friuli orientale fu duramente contrastata dai nazisti che intensificarono le azioni di rappresaglia contro i civili; a pochi giorni della «battaglia di Peternel», 22 maggio del 1944, episodio che si concluse con l’eccidio di 21 civili e con la morte di Mario, fratello partigiano del testimone, il 27 maggio 1944 le truppe naziste rastrellarono anche il paese di Corno di Rosazzo. Tra i 53 arrestati c’era anche Arrigo Costantini. Mentre alcuni partigiani catturati venivano uccisi pochi giorni dopo a Premariacco, Arrigo, assieme agli altri civili, fu deportato in Alta Slesia, in un campo presso Markstädt, poco distante da Breslavia (ora Wroclaw).
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Dal giugno del 1944 sino alla liberazione del campo, avvenuta il 21 gennaio 1945, lavorò in una fabbrica di armamenti; dopo un lungo periodo nelle retrovie russe in Polonia, rientrò in Italia nel settembre del 1945.

Le vicende narrate da Costantini sono parte della storia collettiva di centinaia di migliaia di italiani internati e deportati in Germania e in Polonia dopo l’8 settembre del 1943. Lo sfruttamento della forza lavoro dei territori occupati, l’utilizzo dei deportati e dei prigionieri di guerra nelle industrie, nel settore agricolo e nei centri produttivi tedeschi, rientrava nel piano di asservimento del continente europeo al nuovo ordine nazista. La storiografia che si è dedicata alle diverse esperienze di deportazione, ai lavoratori stranieri, alla prigionia militare e civile, ha sottolineato come questa politica sia stata improntata alla «logica dello sterminio e dello sfruttamento».

Questi aspetti si accentuarono ulteriormente dopo la svolta del 1943, quando le truppe naziste in Italia saldarono la repressione antipartigiana con il reclutamento coatto di manodopera per sostenere l’economia bellica del Terzo Reich. Esigenze di controllo e di produzione consigliarono l’impiego dei prigionieri – civili e militari – in lavori dequalificati (lavori agricoli, difensivi, impiego nel settore estrattivo, manovalanza nelle fabbriche).

Come è emerso da numerosi studi, i prigionieri italiani, russi e polacchi sperimentarono condizioni drammatiche sia per la dura disciplina, sia per le condizioni alimentari e di vita imposte nei campi. Secondo le stime più attendibili, tra il settembre del 1943 e la fine del conflitto furono circa 100 mila i civili italiani impiegati dai nazisti, circa 40 mila furono invece i deportati politici e razziali, che vennero inviati in Konzentrationslager ma anche – ed è il caso del nostro testimone – riutilizzati, assieme agli internati militari italiani, come lavoratori coatti nell’industria bellica tedesca.

Le vicende di Costantini sono anomale. Il giovane prigioniero è un deportato «politico» civile, non viene inserito nella categoria dei cosiddetti «triangoli rossi», pertanto il suo percorso tende ad intrecciarsi alle esperienze degli internati militari e dei Fremdarbeiter rimasti intrappolati in Germania e in Polonia in seguito al rovesciamento delle alleanze italiano. Costantini viene dunque aggregato ad un convoglio di lavoratori diretti verso il Terzo Reich. Sarà la sua «fortuna» perché, assieme ai suoi compagni, viene destinato al lavoro in fabbrica e il suo «campo» è costituito da un gruppo di baracche isolato nella pianura polacca; pur godendo di una relativa libertà in quanto assimilato ai lavoratori volontari, i suoi ricordi sono incentrati soprattutto sulla disciplina sperimentata all’interno della fabbrica.

La lunga ed appassionata testimonianza di Arrigo, raccolta il 3 dicembre 2004 a Corno di Rosazzo, rivela spunti di notevole interesse, non ultimo il fatto che il racconto è quello di un «giovane»; si tratta di un punto di vista «diverso» che, nonostante il filtro operato dalla distanza e dalla stessa memoria, arricchisce il quadro delle testimonianze sull’esperienza di deportazione. La prima parte del racconto è incentrata sulla difficile situazione della sua famiglia durante il periodo fascista a causa della discriminazione nei confronti del padre socialista; il contesto è quello del Collio, zona che si contraddistingue per la forte tradizione socialista legata alla presenza di operai e di salariati agricoli impiegati nel settore vinicolo e nell’industria del legno. I soldati italiani in fuga nei giorni successivi all’8 settembre, le urla dei prigionieri nei vagoni di passaggio verso la Germania, la tragica morte del fratello partigiano, l’amicizia con un altro giovane partigiano (in seguito brutalmente ucciso) immettono Costantini nel turbine della guerra: la deportazione è il drammatico esito di una guerra totale che coinvolge profondamente anche la popolazione civile. Si sviluppa così la narrazione – a volte con ricordi vividi a volte con lacune – dedicata all’esperienza della deportazione: la prigionia in una caserma a Udine, il viaggio in treno verso la Polonia, lo smistamento.

Durante il viaggio di trasferimento, la paura ed il pianto degli adulti lo colpiscono profondamente: tutto sembra perduto se gli adulti piangono, la situazione «si fa sempre più dura», il normale ordine delle cose, che prevede la figura dell’adulto come punto di riferimento e di guida per i più giovani, risulta così sconvolto. É quindi necessario ricostruire una rete di relazioni che permetta di riuscire a sopravvivere: l’esperienza del giovane sembra oscillare tra la dipendenza dagli adulti e il tentativo di adattarsi autonomamente al nuovo contesto. La realtà del lavoro obbligatorio, come dimostra la testimonianza qui presentata, fu particolarmente dura, segnata dall’isolamento, lo sfruttamento, le grandi privazioni, la disciplina e la subordinazione. La quotidiana marcia verso la fabbrica, la fame, il freddo, la paura diventano una condizione ordinaria, il contesto entro il quale si dipanano i ricordi più vividi, legati alla disciplina del lavoro, alla fatica e agli scampati pericoli.

Nel racconto assumono una particolare importanza l’amicizia con l’operaio cecoslovacco Bernard che diventa una sorta di padre putativo e la «piccola patria» costituita dalla comunità dei prigionieri friulani; la ricerca di relazioni e di solidarietà esprime la volontà di sopravvivere, di comprendere le lingue, gli ordini e i meccanismi del campo e della fabbrica. La scoperta di questo nuovo e drammatico mondo viene affrontata con la forza, l’impulsività, l’incoscienza e la curiosità che contraddistinguono un ragazzo di sedici anni.

Questi aspetti sono controbilanciati dai tanti momenti di scoraggiamento, di disperazione e di pessimismo che vengono superati con l’aiuto degli adulti, dei suoi due cugini che sembrano essere punti di riferimento e di conforto. La giovane età del prigioniero emerge anche negli episodi in cui insofferenza e testardaggine lo portano, in un sistema basato sulla rigida coercizione, ad essere punito e minacciato dai sorveglianti. In questi frangenti il ritmo del racconto si fa più rapido e accorato, riaffiora la rabbia, un impotente rancore che si scaglia contro le privazioni e le angherie sofferte; la «tensione» del ricordo è stemperata poi dalla riflessione e dalla comparazione: la descrizione delle condizioni degli ebrei prigionieri, deperiti, uccisi ed umiliati oppure la situazione degli internati militari italiani sono utilizzati come una sorta di pietra di paragone negativa, estrema, sulla base della quale riconsiderare la propria esperienza. In questo senso la testimonianza offre spunti di grande interesse perché il punto di vista si sposta con lucidità anche sugli elementi dell’universo concentrazionario nazista che per lungo tempo sono stati trascurati dalla storiografia, in particolar modo gli internati militari italiani, una categoria che, per condizioni di vita e disciplina e modalità di trattamento, soprattutto a partire dall’estate del 1944, per molti versi si avvicina alle condizioni sperimentate da Costantini. Altresí, particolarmente interessanti si rivelano gli spunti relativi alle difficili condizioni della popolazione civile in seguito alla avanzata dell’esercito russo in Polonia, alla fuga dei civili tedeschi, ai contrasti crescenti, all’arrivo di imponenti ondate di profughi e prigionieri, temi tutt’ora al centro dell’indagine storiografica. Non manca inoltre, filtrato dalle voci dei soldati russi, il racconto delle atrocità delle Einsatzgruppen e della Wehrmacht contro gli ebrei e la popolazione russa, esito dell’«imbarbarimento» della guerra nazista sul fronte orientale.

Analogamente al racconto di tanti altri deportati, una parte rilevante della testimonianza è incentrata sul lungo rientro in patria. La liberazione viene anticipata da una serie di segnali: i bombardamenti, i cali della tensione elettrica nella fabbrica, la fuga dei civili tedeschi, gli ultimi soprusi delle SS. L’arrivo delle avanguardie russe viene ricordato come una liberazione, vissuta però all’insegna dell’ incertezza e della paura: i reduci delle campagne militari fasciste distruggono i loro documenti personali, lo stesso protagonista sembra risentire della demonizzazione del nemico bolscevico da parte della propaganda fascista; l’incontro con i russi si rivela dunque una «doppia» liberazione, dalla prigionia e dagli stereotipi: in seguito le figure di ufficiali e soldati russi incontrati nelle retrovie – proprio perché rivissuti alla luce della ritrovata libertà – vengono ricordate affettuosamente. Nell’immediato, la libertà si traduce nella possibilità, avvallata dai russi, di saccheggiare le case dei tedeschi per placare la fame.

La fase successiva è segnata dalla mobilità, della precarietà e delle difficili condizioni alimentari all’interno dell’ampia «terra di nessuno» e, in seguito, nelle retrovie; i deportati italiani si dimostrano capaci di adattarsi e sopravvivere, alloggiando a gruppi nelle case abbandonate, negli asili, nelle fattorie dove hanno la possibilità di nutrirsi con le scorte accumulate e di superare il lungo inverno polacco. La piccola «comunità» degli italiani, una sorta di comune autogestita in cui ognuno contribuisce con il proprio lavoro alla sopravvivenza collettiva, diventa protagonista assoluta; si tratta di un periodo felice sia per il relativo miglioramento delle condizioni alimentari, sia per gli amichevoli rapporti instaurati con le truppe russe e la popolazione civile.

Nel giugno del 1945 il gruppetto dei prigionieri si sposta nei campi di smistamento organizzati dai russi per rimpatriare i prigionieri; come ricorda Costantini, è una decisione infelice perché comporta un nuovo peggioramento delle condizioni di vita: per tre lunghi mesi sperimenta nuovamente la fame, la limitazione della circolazione, l’inoperosità, l’«odore di morte e di malattia» e la snervante attesa di un convoglio. L’ozio nel campo di smistamento è intervallato dagli episodi (la ricerca delle patate, il biglietto inviato in Italia per mezzo di un compagno, gli stratagemmi escogitati per la partenza) in cui il protagonista mette in luce l’affetto che lo unisce agli altri compagni ma anche lo spirito di intraprendenza. In Italia, il giovane ha così modo di sperimentare, così come tanti altri reduci, l’indifferenza per le vicissitudini della prigionia; tuttavia, tale esperienza viene rivissuta e rivendicata con rabbia e orgoglio perché inquadrata nel più ampio contesto della partecipazione popolare alla resistenza e legata alla tragica morte del fratello partigiano.

Il racconto si chiude con un simbolico «corto circuito» della memoria: quasi a rimarginare le ferite e a rielaborare un’esperienza dolorosa, nel 1974 Costantini ritorna sui luoghi della sua prigionia e ha modo di riabbracciare i civili polacchi che aveva incontrato nella lontana primavera del 1945.

 

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Il 21 gennaio 1945, quando arrivarono i russi, c’era un chiaro di luna eccezionale

 

Testimonianza di Arrigo Costantini

 

Avevo cinque fratelli. Mio padre Ado non aveva mai voluto la tessera del Fascio. Era socialista, tipo Nenni per fare un confronto, severo nelle cose giuste e importanti. A causa di questa differente ideologia politica, la mia famiglia ebbe grosse difficoltà economiche perchè mio padre non riusciva a trovare un lavoro continuativo, quindi faceva una giornata qui ed una là. Era uno dei migliori segantini della zona. Era nato nel 1886 ed era una bravissima persona, affidabile, parlava con tutti, non litigava mai con nessuno.

In paese erano quasi tutti socialisti; quando Mussolini nel 1938 venne in visita in Friuli,  i fascisti prelevarono diverse persone, senza che avessero fatto nulla. A quel punto mio padre andò a cercare lavoro a Manzano e si presentò alla ditta Tonon, la fabbrica più importante a quel tempo, e il caporeparto lo mise alla prova; lui disse: «non mi faccia tutti i segni sulla tavola; mi basta il primo perché poi a occhio mi arrangio». Era un lavoro difficile perché il caporeparto gli aveva affidato una prova impegnativa; insomma, sono rimasti stupiti dalla sua esecuzione. Poi arrivò il capofabbrica, fascista, che non ne volle sapere di assumerlo perché non aveva la tessera. Allora un operaio andò dal padrone e disse che c’era un bravo segantino e che il capofabbrica non voleva prenderlo perché non aveva la tessera; gli disse che uno così bravo in fabbrica non c’era mai stato e lo convinse ad andare a vedere mio padre all’opera. Il padrone lo osservò lavorare e poi disse al capofabbrica: «cosa mi interessa che la gente abbia la tessera, mi interessa che sia bravo a lavorare! Assumilo e basta!».

Dopo qualche mese riuscì a far assumere anche mio fratello Arduino, che aveva 14 anni, per insegnargli il mestiere; così la mia famiglia cominciò a risollevarsi. Andavano da Corno di Rosazzo a Manzano in bicicletta, sei-sette chilometri, contenti e orgogliosi di poter lavorare e di assicurare finalmente un po’di serenità alla famiglia.

Mio padre, poveretto, è morto dopo un anno e mezzo, a causa di una banale appendicite. Dal momento in cui andò a letto – era un sabato di febbraio – chiamammo il medico di San Giovanni al Natisone che ci impiegò un giorno per giungere da noi, malgrado diverse persone del paese, a turno, lo andarono a chiamare in bicicletta. Quando arrivò, la domenica verso mezzogiorno, mio padre era già morto perché l’appendicite era sfociata in peritonite. Solo lui aveva la macchina, quindi se avesse avuto un po’ di buon senso lo avrebbe portato di corsa all’ospedale. Ma è andata così, e noi abbiamo sempre pensato che la colpa fosse del medico e della sua differente ideologia politica.

A mia madre, che aveva cinque figli, quattro maschi e una femmina, non restò che allevarci da sola con l’aiuto del primo figlio che già lavorava. Per quanto possibile non ci fece mai mancare nulla.
Insomma, al tempo il problema principale era riuscire a mangiare, e noi abbiamo mangiato e vissuto. La nostra famiglia non aveva niente, né campi, né bestie.

Quando mio padre morì io facevo la terza elementare e ricordo che dopo scuola andavo in una fabbrichetta vicino casa, la Fedele, dove mettevo i listelli di legno al sole perchè asciugassero. Nei pomeriggi facevo questi lavoretti: pulivo, davo fastidio agli operai, mi facevo buttare fuori… Ma io insistevo perché alla sera il padrone mi dava un bel piatto di minestra, che per me era tutto. Così, in qualche modo, ci siamo arrangiati.

Mia madre era ossessionata dal non riuscire a fare abbastanza per i propri figli. Nella zona c’era il senatore Della Pietra, una persona modesta, sensibile e attenta, e se qualcuno aveva bisogno di qualcosa poteva rivolgersi a lui senza timori; mia madre riuscì ad avere un colloquio con lui; gli espose la situazione della sua famiglia e lui si interessò al caso. Dopo altri incontri, questa volta anche con me presente, il 27 ottobre del 1937 entrai in un collegio. Si trattava di un collegio vero e proprio, che nel 1938-39 fu considerato il collegio più bello e più grande di tutta Italia: il «Collegio Orfani delle Camice Nere» a Rubignacco di Cividale del Friuli. Malgrado io non rientrassi in questa categoria, era un collegio destinato ai figli di coloro che avevano combattuto e che erano caduti in Africa e Spagna. Non si faceva tanta «scuola», ma tantissima istruzione militare, tante marce, saluti al duce, e ginnastica in cui eccellevo cavandomela.

Eravamo circa settecento e gli insegnanti erano brava gente. C’erano una disciplina ed una pulizia ferree e devo dire che questo mi è servito molto in futuro. Ci sono stato dall’ottobre del 1937 al 2 luglio 1942. Avevo quattordici anni e tornato a casa la sera dissi a mia madre che l’indomani sarei andato a cercarmi un lavoro. Il mio padrino era titolare di una piccola fabbrica e fortunatamente mi prese con sé. Iniziammo a capire come stava andando la guerra, si sentivano voci si caduti; noi eravamo giovani ed avevamo paura. Stavamo attenti, eravamo in collegamento con gli altri paesi per capire come si evolveva la situazione, fino a che il 25 luglio del 1943 Mussolini fu deposto.

Facemmo una grande festa perché avevamo capito che il fascismo era finito. In Africa la guerra era praticamente persa e dalla Russia tanti poveri ragazzi non erano tornati. La gente andava in stazione a Udine ad aspettare i treni dalla Russia ma le guardie fasciste proibivano l’accesso ai binari. L’8 settembre eravamo felici, tutti noi sperammo che la guerra fosse finita, ma nessuno di noi poteva immaginare cosa sarebbe successo in seguito nella nostra zona.

Ricordo i soldati che dalla Slovenia passavano per Gorizia e quindi in Italia. Domandavano vestiti civili e tutta la gente si era riversata nelle strade per aiutare questi soldati dando loro quello che potevano. Mi ricordo che diedi i pantaloni di mio fratello e mia madre disse: «ma cosa fai?» e io risposi: «ma mamma, sono là disperati che chiedono vestiti, vieni anche tu a vedere, cosa vuoi che facciamo?». Non potrò mai dimenticare questi tragici momenti. A questo punto iniziammo a comprendere le vere conseguenze dell’8 settembre: cominciarono le prime azioni dei partigiani sloveni.

Le osterie erano un punto di incontro e proprio in questi luoghi nacquero le prime organizzazioni di resistenza; si moltiplicavano anche le voci sui treni della stazione di San Giovanni al Natisone, dove sui vagoni c’erano militari italiani arrestati dai tedeschi che urlavano e che chiedevano aiuto. A noi ragazzi sembrava impossibile. Andammo così a verificare di persona utilizzando una strada secondaria, a piedi, fino allo scalo, sfuggendo ai controlli dei tedeschi. Arrivati vicino ai treni potemmo sentire i militari rinchiusi nei vagoni che chiedevano aiuto e acqua. I tedeschi avevano organizzato tutto con i fascisti ed in paese si capì che stavano per essere deportati in Germania.

Tedeschi e fascisti iniziavano ad avere paura dei partigiani sloveni che dominavano i colli di confine. I partigiani cominciarono a sconfinare e venire dalle nostre parti per cercare qualcosa da mangiare; nel momento in cui si formò il Comitato di liberazione italiano che avrebbe iniziato ad operare in questa zona, gli sloveni rimasero entro i propri confini. Ci furono dei contrasti, anche perché gli sloveni tendevano comunque a fare ciò che volevano, ma nell’inverno 1943-44 i partigiani italiani iniziavano ad organizzarsi per contrastare fascisti e nazisti.

Due dei miei fratelli erano militari; Arduino era ad Anzio e fu fortunato; avrebbe dovuto partire per l’Africa, ma poi arrivò il contrordine e rimase ad Anzio. In seguito avrebbe dovuto partire per la Russia e ci telefonò dicendo che il giorno successivo sarebbe passato in treno a San Giovanni alle sette di mattina; andai a vedere ma lui non c’era perché all’ultimo momento trattennero la sua compagnia ad Anzio.

L’8 settembre si trovò a combattere contro i tedeschi che stavano facendo prigionieri tutti i soldati della sua caserma. Lui e pochi altri avvisati per tempo, si salvarono scappando e tentando di contrastare i tedeschi. Quindici giorni dopo arrivò a casa e andò cercarsi un lavoro in fabbrica. Si unì poco dopo ai partigiani. L’altro mio fratello Mario, era volontario nella marina a Venezia.

L’8 settembre del 1943 era a casa in permesso perché di lì a poco sarebbe dovuto partire in missione. All’ultimo momento decise di rimanere a casa in attesa dell’evolversi della situazione. Per sentirsi al sicuro, decide di unirsi alla Todt. Poco dopo però si rese conto che molti operai che vi lavoravano scomparivano senza avvertire nessuno e venne a sapere che la destinazione era la Germania: li stavano deportando nei campi di concentramento. Era il gennaio-febbraio del 1944.

Lui tornò a casa, parlò con nostra madre e dice: «io non voglio andare in Germania, piuttosto vado con i partigiani». E così si è unito ai partigiani del battaglione «Mameli». Morì nella drammatica battaglia seguita al rastrellamento di Peternel da parte dei tedeschi il 22 maggio del 1944. Fu sorpreso dai tedeschi quando ormai erano a ridosso del paese; lui ed altri compagni si difesero dall’interno di una casa, tentando la fuga. Saltando dal primo piano della casa probabilmente si ruppe una gamba che lo costrinse a rientrare e a difendersi fino all’ultimo. I tedeschi costrinsero ad entrare in casa anche 21 civili prelevati durante il rastrellamento, tra cui bambini ed anziani, e dettero fuoco alla casa. Nessuno si salvò. Questo crimine viene ricordato ogni anno da italiani e sloveni in una giornata commemorativa.

Nell’inverno del 1943-1944 io lavoravo sempre in fabbrica assieme ad un altro giovane, Sergio Torossi, nome di battaglia “Boz”. Era del 1926, eravamo molto amici. Era un ragazzo simpatico ed aveva una bellissima voce tanto che la sera, quando ci si trovava nelle famiglie, gli si chiedeva sempre di cantare qualcosa; ad un certo punto Sergio scomparì e io andai da suo padre per chiedere che fine avesse fatto. Dovevo stare attento, perché parlare di certe cose era molto rischioso e poteva essere compromettente. Gli chiesi: «Vincenzo, devi dirmi dov’è andato perché io sono molto amico di Sergio. Fidati». Mi rispose che si era unito ai partigiani assieme ad un suo amico, Bruno Clocchiatti, ma che non sapeva dove fossero. Tornarono a casa un paio di mesi dopo perché faceva un freddo micidiale, e per questo i comandi partigiani decisero che, date la difficoltà, chi voleva poteva rientrare in paese.

Ripreso il lavoro non faceva altro che parlarmi della sua vita partigiana ma io alla guerra non ci pensavo proprio. Ero a conoscenza di quanto successo in Africa, ancor più in Albania, Grecia e Russia, e iniziavo appena allora a rendermi conto della drammatica situazione. Avevamo sentito dire che a Udine i fascisti impedivano anche di andare ad accogliere i poveri militari che rientravano dalla Russia. Sergio, che era stanco ed aveva sofferto, mi diceva che sarebbe rimasto a lavorare e che non sarebbe risalito sulle montagne. Rimaneva comunque un duro e diceva: «vedrai Arrigo, sarà difficile e dovremo in qualche modo organizzarci».

Fino al maggio del 1944 non era successo granché a Corno di Rosazzo. Si lavorava, prestando sempre attenzione alle voci che giungevano dagli altri paesi. Ormai sapevamo da che parte stare perché si era a conoscenza di che cosa facevano ai militari deportati, e dell’esistenza dei campi di sterminio. Qui bastava superare il corso del fiume Judrio e gli sloveni avevano a disposizione molte più informazioni di noi; in alternativa c’era Radio Londra, ormai diffusissima. Il primo maggio del 1944 arrivò in paese una pattuglia tedesca, mentre tutti erano a messa. Aspettarono che la gente uscisse di chiesa per malmenare chiunque a caso con l’unico scopo di terrorizzare.

Il 27 maggio del 1944, dopo la battaglia di Peternel per rappresaglia i tedeschi rastrellarono Corno di Rosazzo: circondarono il paese non lasciando entrare e uscire nessuno senza il lasciapassare. Chi non aveva i documenti veniva portato in piazza: radunarono così un centinaio di persone; il paese avrà avuto circa 1200 abitanti al tempo. Mi ricordo che facevano due gruppi; io ebbi l’impressione che i tedeschi avessero un elenco e sapessero chi stavano cercando.

Io e Sergio stavamo lavorando e vedevamo i tedeschi che avevano circondato il paese, «cosa vuoi che sia – dissi – andranno a caccia!» e il mio amico rispose «no, Arrigo, vedrai che con quelli non si scherza, vedrai fra un due-tre ore». «Ma cosa vuoi che vengano a fare, non è mai successo niente qui, se hai tanta paura, allora, nasconditi! Andiamo sopra, ti nascondo dietro le sedie e un bidone di vernice e così non ti prendono, se hai paura così ti salvi, sai che quelli vogliono farti la pelle». E il mio amico mi disse: «se i tedeschi sono qui a Corno di Rosazzo, ricordati che sono venuti a cercare me e non te, devo farmi trovare, tu invece nasconditi; io non posso, non devo nascondermi, sono venuti per me e se non mi trovano uccidono tutta la gente, non sai cosa sono capaci di fare, nasconditi tu Arrigo, che hai la possibilità, che se va bene ti salvi».

Mi presero che avevo i pantaloncini corti. Il mese di maggio era meraviglioso, c’era un tempo bellissimo, avevo gli zoccoletti e una canottiera. In quel periodo ci si vestiva così, non avevo molta scelta. Io ero davanti e Sergio era dietro, eravamo in fila, poi una guardia repubblichina, vestita da SS tedesca – era di Gorizia – mi disse: «Costantini… Costantini..ma lei ha fratelli?». Avevano un elenco, sono sicuro, io risposi: «ho un fratello, ma sarà a giocare sulla riva del torrente».

Del centinaio di persone radunate sulla piazza ne portarono via 52;  due li liberarono a Dolegnano, e noi fummo portati alla caserma Cavarzerani di Udine. Eravamo tutti maschi, giovani e adulti. Siamo rimasti in caserma alcuni giorni, poi lì fecero una sorta di appello, chiamarono fuori Sergio e un altro partigiano, Bruno Clocchiatti “Corvo”, e li impiccarono tre giorni dopo a Premariacco. Finito l’appello, un fascista di San Giovanni di Manzano cominciò a sbraitare.. «ma come… solo quelli? E Costantini e Zillio perché no?». Gli altri prigionieri rimasero pietrificati. Il fascista si riferiva a me e ad un altro giovane che aveva collaborato con i partigiani, un tipo svelto. Lui aveva un amico di Salcano che era ricercato, lo avevano nascosto però poi lo presero vicino a Mossa (Gorizia) e lo uccisero; Giuseppe Comelli era un attivista, tutti lo conoscevano, era un commerciante di legname. Come dicevo, i fascisti si accontentarono di quei due che avevano chiamato durante l’appello e li impiccarono. Il 4 giugno del 1944 ci portarono tutti nelle prigioni di via Spalato, sempre a Udine. Il 5 giugno 1944 ci misero sul treno e ci inviarono in Germania.

Non mi ricordo molto del viaggio, mi ricordo che ci siamo fermati a Villacco; non ho mai visto piangere nessuno, però a Villacco ho visto le persone adulte piangere calde lacrime, persone che stimavo, che mi raccontavano le loro esperienze di guerra, erano reduci dalla Russia e dall’Africa. Quando li ho visti piangere, mi sono detto che sarebbe stata dura. Ci diedero della minestra contenuta in grosse cisterne, mi ricordo che c’era un rubinetto da cui usciva la minestra; ho pensato: «qui è dura», e poi la situazione è diventata sempre più dura.

Ho ricordi precisi del viaggio sino a Vienna poi non mi ricordo più niente. A Vienna il treno si fermò in stazione e mi ricordo che c’era un giovane soldato che stava pulendo il binario; mentre stava lavorando si avvicinò e ci disse «Coraggio ragazzi, coraggio… da dove venite?» – «Da Udine» – Ci rispose «Coraggio, sono sbarcati gli americani in Francia, coraggio ragazzi che tra poco è finita…». Aveva paura che qualcuno lo sentisse e continuava a fingere di lavorare. Da Vienna proseguimmo sino a Breslau, in alta Slesia; lì ci smistarono.

Mi ricordo che la prima giornata di lavoro fu il 15 giugno perché era il giorno del mio compleanno.
Ci fermammo a Breslavia, c’erano tanti altri friulani, anche dalla Carnia, uomini, donne. Non ci fu molto tempo per fare conversazione, chiedemmo chi erano, che cosa facevano, da quanto tempo erano là, nessuno sapeva niente, erano appena arrivati anche loro, la settimana precedente. I tedeschi ci portarono in una grande caserma, poi ci smistarono; tanti andarono a lavorare con i contadini, e furono i più fortunati.

Con dieci persone del mio gruppo fui portato a lavorare in una fabbrica a circa 30-35 chilometri da Breslavia, in direzione nord-est, si chiamava Markstädt, oggi Laskovitz, in Polonia. C’era una grande fabbrica che produceva grandi obici, cannoni anticarro, si producevano parti singole, colli d’oca per i carri armati, materiali per aerei e munizioni. Noi calcolammo che c’erano circa 30 mila persone al lavoro, di tutte le nazionalitá. Ci mandarono nella fabbrica perché avevamo dichiarato che il nostro mestiere era quello di falegname. Ci portarono nel reparto falegnameria, ci divisero tra i vari settori. Un caporeparto mi portò con un mio compagno nel suo reparto. Io ero un ragazzino, non capivo niente, non conoscevo la lingua; ci disse che dovevamo rimanere lì; dopo un ora che non facevamo niente, decidemmo di tornare con i nostri compagni, tornò il caporeparto, mi prese per l’orecchio e mi diede due calci e ci fece capire che dovevamo rimanere nell’altro reparto, nella sezione degli idraulici. Nella grande fabbrica l’idraulico era indispensabile; ci tenevano quindi a disposizione in caso di necessità.

Incontrammo due cecoslovacchi al lavoro e un polacco. Se non avessi incontrato un operaio cecoslovacco, persona eccezionale, io sarei morto dieci volte! Con Bernard, questo era il suo nome, potevo parlare anche friulano, ci capivamo alla buona, parlava tedesco e poi ci arrangiavamo con i gesti. Lui era già in fabbrica da diverso tempo; con i capireparto dovevamo stare attenti perché erano severi: ascoltare, non capire niente e tacere. Il cecoslovacco aveva qualche anno più di me, poveretto, aveva già fatto cinque mesi a Dachau; superati le prime diffidenze – in fabbrica bisognava stare attenti – iniziò a raccontarci tutto. Era capo magazziniere in un’altra fabbrica, erano venuti a mancare 3-4 paia di pinze, tre martelli e alcuni scalpelli, lui non aveva saputo spiegare dove erano finiti così fu mandato a Dachau. Gli chiesi cos’era Dachau, perché io non sapevo e così lui mi raccontò tutto.

Bernard mi prese in simpatia, io ero un frutùt (un ragazzino), ero sempre al suo fianco, capii che lui poteva darmi una mano, che mi parlava e mi aiutava, che era il più disponibile ad insegnarmi e ad aiutarmi nelle situazioni difficili. Ci sono tanti episodi in cui lui mi aiutò; mi ricordo che una volta eravamo in paese – perché ci chiamavano anche in paese a fare riparazioni, non ci sorvegliavano perché non si poteva scappare, là c’era solo una infinita pianura – in paese dunque ci venne vicino un ragazzetto che cominciò ad insultarmi, a sputarmi e a darmi calci…io persi la pazienza, ero giovane e scattante, in collegio vincevo tutte le gare dei 100 metri e giocavo al calcio, e così stavo per mettermi ad inseguire questo ragazzo e a picchiarlo; così il cecoslovacco, che aveva capito che stavo per reagire, mi placcò e mi buttò giù per terra. Per fortuna! La vita lassù non costava niente di niente, non aveva nessun valore, mi avrebbero ucciso. Certe cose non si potevano fare. Io mi dicevo «io non tornerò in Italia, ero pessimista, ma ciò che posso distruggere distruggo, non mi interessa niente». Mi ricordo che poco distante c’era un campo di internamento per i militari italiani, erano circa 700; non avevano a disposizione l’acqua calda, così io e il cecoslovacco dovevamo fare circa 80 metri di scavo per portare l’acqua calda nel campo. Era inverno, il terreno era ghiacciato, dovevamo fare lo scavo con pala e piccone. Come facevamo? Io non ce l’avrei mai fatta, Bernard, il cecoslovacco, mi disse «non preoccuparti, vai dentro in una baracca dei soldati, faccio io lo scavo, non stancarti, vai a riposarti, ci penso io». Lui sapeva quando venivano a controllarci, così dopo il controllo mi mandava nella baracca a riposare. Lui mi aiutò. Avevamo fame, freddo, freddo che spaccava le mani. In fabbrica bisognava stare attenti, ci controllavano. Quando non c’era lavoro in fabbrica – lavori di idraulica, s’intende – lì vicino c’era uno stabilimento di costruzioni, e c’era uno scalo ferroviario e ogni giorno arrivavano treni carichi di mattoni; quando non c’era lavoro in fabbrica il caporeparto ci mandava allo scalo a scaricare mattoni dai vagoni. Io non sopportavo questo tipo di lavoro, faticosissimo, scaricare mattoni tutto il giorno, ci mettevamo a coppie in corrispondenza delle porte e passavamo i mattoni agli altri prigionieri in fila. Due mattoni per volta. Io non ne potevo più e  così cominciai a prendere su un mattone alla volta, era una trasgressione, mi ricordo che c’era un ucraino, un volkdeutsch, che mi prendeva sempre di mira, forse perché ero il più piccolo, non mi lasciava un minuto, se c’era un minuto di pausa io dovevo lavorare, mi tormentava continuamente. Allora, io prendevo solo un mattone alla volta, questo ucraino conosceva un po’ di italiano perché era stato nella marina ed era stato un po’ di tempo nel porto di Napoli; così lui mi prendeva di mira e diceva: «Costantini cosa fai?» Io risposi: «non ce la faccio più, sono tanto stanco oggi, non posso prendere due mattoni per volta, mi fanno male le mani, ho freddo». Lui mi guardò: «ti dico di prendere due mattoni alla volta e basta», io ero incosciente e protestai e, testardo, dissi: «io ne prendo uno, e in ogni caso, è tutto lavoro gratis perché voi non pagate. Se non va bene così, datemi un calcio e rimandatemi a casa».

L’ucraino prese il fischietto ed arrivarono due guardie tedesche e mi portarono in guardina, dove mi fecero una predica e mi dissero «ancora una volta e ti sistemiamo». Io non avevo capito quasi niente, ma il senso del discorso era quello. Qualche mese prima, lo stesso ucraino ordinò a me e a un ex-carabiniere di San Pietro al Natisone di pulire il vagone con la scopa. Era una seccatura, avevamo lavorato tutto il giorno, eravamo stanchi, era sera e ogni volta mi prendevano di mira ordinandomi di pulire i vagoni. E il carabiniere mi diceva. «Arrigo stai buono» e io non ne potevo più, ero stanco, non resistevo, presi la scopa e la buttai giù dal vagone con rabbia. Chiamarono le guardie, mi presero e poi girai per circa tre ore vari uffici, feci non so quante firme. Mi accompagnava sempre un tedesco, prediche, misurazioni, interrogatori, poi alla fine mi liberarono e il mio accompagnatore mi disse in italiano: «Costantini lei oggi può considerarsi una persona miracolata! Lei si rende conto di dove stava per finire?» Io risposi: «non ho fatto niente, ho solo litigato con il capo perché dovevo fare questi lavori, ero stufo». Lui rispose: «si ricordi che oggi stava per andare in campo di sterminio, sa cos’è?» – «No» – risposi – «Meglio», disse il tedesco. Scendemmo dall’ufficio e sentimmo suonare una banda, suonavano perché Hitler si era salvato e aveva amnistiato per quel giorno i condannati. Così mi salvai, era il 22 luglio 1944.

Io mi ribellavo sempre ai capi, non riuscivo a starmene zitto, protestavo, li insultavo, li mandavo in mona (a quel paese), ero disperato, me lo sentivo che non sarei tornato a casa. Proprio per questo un giorno mi mandarono a lavorare in un altro posto, con gli ebrei; lì c’erano ebrei e tanti detenuti politici, con la divisa a strisce verticali. Io penso che quella sia stata la più grande esperienza che uno possa avere: lavorare con gli ebrei e i politici, c’era il terrore, io ricordo di aver scaricato più sacchi di cemento di quelle 13-14 persone che lavoravano con me perché erano debolissimi. Paura. Quando ritornavo alla sera alla baracca, ne discutevo con i compagni e dicevo loro che non sarei più ritornato a lavorare con gli ebrei; la sera si discuteva, commentavamo tutto quello che avevamo visto durante la giornata, chi era stato ucciso, che fine aveva fatto questo e quello, tizio non si vede più, dov’è ecc. La sera discutevamo di queste cose. Io dicevo sempre che se mi fosse capitato nuovamente di lavorare con gli ebrei non sarei resistito per più di una giornata. Io non resistevo. Non si poteva vivere in quelle condizioni… così mi avevano punito, per farmi capire quello che rischiavo. Quando lavoravo con gli idraulici, c’erano diversi settori di lavoro; ogni settore aveva il suo timbro  libretto d’ingresso, Ausweiss, con cinque timbri potevo girare per tutto lo stabilimento, ho fatto amicizia con molti, ero come un anguilla… ero pizzul (piccolo). Mi ricordo che mentre scaricavamo mattoni, nel novembre del 1944 c’era un freddo cane, inverno, fuori c’erano bracieri di ferro dove ci si poteva scaldare. Avevo freddo e bestemmiavo, mondo cane e maledetto, giù bestemmie, stavo vicino al braciere, erano le 5-6 di sera, ero in bestia contro il mondo, la sorte, contro tutto ciò che mi toccava vedere e subire. C’era un uomo, un ebreo, io non potevo parlare con loro, era proibito. Io vado presso il loro braciere a scaldarmi, e lui mi disse «perché bestemmi, cosa ti è successo?» Lo guardo allibito e gli dissi che aveva ragione lui, non potevo bestemmiare perché io, a differenza di lui, ero un siòr (signore, un privilegiato). Era un capitano russo, era fuggito e poi era stato ripreso dai tedeschi. «Come mai parla così bene l’italiano?» – «Ho studiato in Italia, mi disse, con Enrico Fermi, ma non sa chi è?» Io non lo sapevo e nessuno mi aveva raccontato di Enrico Fermi. Ci salutammo, «ci vediamo domani, stiamo attenti…». Non ci siamo visti mai più. Lui era in un campo di concentramento.

Poco distante da quel posto c’erano circa 5000 ebrei, facevano 12 ore di lavoro a turno, ma noi non siamo mai stati in grado di capire dove era il campo di sterminio, dove uccidevano e bruciavano, non ho mai capito, la gente che era al lavoro
spariva, io mi chiedevo che fine facessero; facevo finta di lavorare e poi chiedevo; sabato era il giorno della visita, chi non riusciva a fare la prova – ogni sabato i tedeschi preparavano un peso di 25 chilogrammi, mettevano in fila gli ebrei, chi lo
sollevava lunedì andava a lavorare, gli altri andavano nei forni. Un giorno arrivarono due ebrei, mi fecero un cenno e mi dissero che mi dovevano dire due cose, ci nascondemmo nelle latrine degli ebrei, era proibito, vietatissimo; così sono entrato in questa latrina, mi raccontarono tutto ciò che stava succedendo nel campo di sterminio e poi fuggirono perché stava arrivando un tedesco, così io dovetti
rompere in tutta fretta un tubo dell’acqua per evitare la guardia tedesca, per giustificare al mia presenza nella latrina degli ebrei. E così la scampai.

La fabbrica era pericolosa per cui io chiedevo sempre a Bernard, il mio amico cecoslovacco, di mandarmi a fare lavori fuori dalla fabbrica, così il mio amico mi mandava fuori a fare lavori a domicilio presso i tedeschi. Dovevo uscire fuori, e
camminavo molto. Noi lavoravamo anche nei paesi, alle quattro di pomeriggio era già buio, da lontano si vedevano le luci, vagavo per la pianura polacca tenendo come punto di riferimento le luci del campo di concentramento degli ebrei; una
volta mi avvicinai alla recinzione, c’erano delle guardie, mi catturarono e controllarono se avevo rasato i capelli – non ero ebreo – cercai di spiegare che lavoravo, ero un dipendente della fabbrica e tirai fuori i documenti dalla tasca. Io mi ero perso, non sapevo dov’ero, la guardia mi disse di seguirlo e poi mi indicò la strada. Fui fortunato, me ne resi conto dopo, poteva uccidermi, la vita non costava
niente. Mi tirò giù il cappello e fu la mia fortuna perché avevo i capelli, forse vide che ero piccolo, giovane… oggi non si comprende il contesto drammatico, Dio mi à tegnût la so man sul cjâf ( Dio mi ha posato la sua mano sul mio capo, mi ha
protetto). Tanto per farmi capire, la guardia aveva una promozione se mi uccideva o uccideva chi tentava di fuggire! Questo era il contesto. Alla sera andavamo nei campi dove c’erano le baracche. C’erano circa sei-sette chilometri da percorrere a
piedi. Avevamo turni di 12 ore e poi su e giù a piedi.

Quando veniva buio, in. novembre, per tre quattro mesi non abbiamo mai visto un raggio di luce. Partire al mattino al buio e rientrare al buio, sempre dentro in fabbrica. Al campo eravamo nelle baracche, il trattamento era così così, ai tedeschi non interessavamo, se sopravvivevi bene altrimenti… non c’era molta differenza. Voce del verbo arrangiarsi. Dovemmo fare di tutto pur di mangiare, non ci davano niente da mangiare. Di sabato, se avevi la fortuna di non lavorare oppure la domenica pomeriggio dovevi lavarti e lavare tutti i vestiti e pregare il Signore che si asciugassero perché il lunedì dovevi indossarli di nuovo. Lì vicino c’era un campo di militari italiani. Mi ricordo che i militari italiani li facevano alzare alle tre/quattro del mattino; la temperatura scendeva sino a venti gradi sotto lo zero, un freddo incredibile. I soldati erano in condizioni indicibili, perché avevano una divisa leggera, le ghette rovinate, un povero pastrano. Li facevano alzare, marciare all’interno del campo e cantare “Giovinezza”. Un’ora, due ore, poi li facevano andare in fabbrica. Erano dei poveri soldati, li trattavano malissimo e dovettero
subire umiliazioni pesantissime, io mi vergogno del fatto che non ci sia stato nessun riconoscimento ufficiale a queste persone che hanno sofferto moltissimo; nessuno ha riconosciuto la loro sofferenza, né la chiesa, né lo stato, né i comandi
militari. Siamo arrivati in Polonia il 15 giugno del 1944 e fummo liberati dai russi il 21 gennaio del 1945.

Adesso viene il bello. Mi ricordo che qualche giorno prima ci fu un bombardamento, ma non sulla fabbrica. Ogni tanto dovevamo fare i pompieri, ti davano piccone, pala, elmetto e dovevi fare sorveglianza. Ero proprio sfortunato, quella sera ci fu il bombardamento e io ero di turno, ci fu la sirena d’allarme verso le nove; in pochi minuti fuggimmo tutti, non bombardarono la fabbrica, lanciarono solamente degli spezzoni luminosi. Non sapevo dove andavano gli altri, io mi diressi verso le baracche, nella campagna. Ero da solo, gli spezzoni illuminavano tutto al punto che si sarebbe potuto leggere un giornale. Mi sono spaventato a
morte, temevo che i bombardieri mi avessero individuato così mi buttai per terra…quando se ne andarono, tornai nella baracca, ma non trovai nessuno perché tutti erano fuggiti in un boschetto lì vicino. Io chiamavo: «ehi, furlàns la seiso?»
(ehi friulani dove siete?).

Tre giorni dopo sono arrivati i russi. Era il 21 gennaio 1945, ore dieci del mattino. Siamo stati fortunati. Sapevamo che stavano per arrivare i russi, ogni tanto in fabbrica mancava la luce, c’erano tanti segnali. Qualche giorno prima mi
mandarono col mio amico Bernard a riparare degli scarichi in una birreria in un paese distante 8-9 chilometri. Durante il tragitto Bernard mi prese per l’orecchio e mi disse con forza: «Stai attento a cosa ti sto per dire: è possibile che là troveremo già i tedeschi che si stanno ritirando dal paese, tu non devi neanche guardarli, devi fare come se niente fosse, cammina e fai finta di cercare qualcosa per terra, perché se ti fai prendere proprio adesso allora ti uccido io! Stai attento! Ieri sera abbiamo
ascoltato la radio, i russi hanno sfondato le linee del fronte e forse fra un paio di giorni saranno qui, i tedeschi hanno l’ordine di ritirarsi».

Arrivammo in paese e i tedeschi se ne stavano andando, facemmo il nostro lavoro e capimmo dal padrone della birreria che Breslavia era invasa dagli sfollati e che le strade erano congestionate. Al ritorno Bernard mi invitò alla calma; io avevo già preso una decisione: avrei seguito Bernard, lui invece non ne volle sapere, mi disse che era
pericoloso, che questa zona si sarebbe trasformata in un campo di battaglia, che ci sarebbero stati degli scontri. Mi disse: «Arrigo siamo stati bene insieme, siamo stati uniti, ma io non voglio prendermi questa grossa responsabilità». E non mi volle con sé. Tornai alla baracca e incontrai il caporeparto che mi chiese informazioni sulla situazione di Breslavia. Era venuto a salutarmi questo tedesco, dopo avermi trattato così male! Mi disse: «sei stato bravo e coraggioso, non ci vedremo mai più, spero tu ritorni in Italia, è finita»; lui aveva perso un figlio in Francia e uno in Russia, ma era convinto che la Germania avrebbe vinto la guerra, era un nazista convinto, salutava ogni mattina con «Heil Hitler».

Mi ricordo che in quei giorni eliminarono tutti gli ebrei, non capivo la natura dei rumori, i reduci mi spiegarono che era la mitragliatrice, per due tre giorni la sentimmo sparare, su 5000 ebrei sono sopravvissuti circa 20-30 persone, di cui 8-10 morirono nei primi giorni dopo la liberazione. In seguito ho cercato questo campo di concentramento ma non sono mai riuscito ad individuarlo. Dunque, erano arrivate le SS e diedero l’ordine di ritirarsi. Noi eravamo circa una settantina di civili italiani, poi c’erano molti militari italiani e ci rifiutammo di partire con i tedeschi… con le SS. Avevamo paura di morire in una marcia forzata, preferivamo morire nelle baracche. Così rimanemmo, silenzio assoluto, senza mangiare né bere, solo aria. La sera del 20 gennaio 1944 ritornarono le SS che buttarono giù la porta
a calci, si misero a sbraitare, spararono in alto, ci fecero marciare vestiti come eravamo verso la fabbrica, di sera. La fabbrica era deserta, tutto chiuso. Silenzio tombale. Faceva un freddo cane e così chiedemmo ai soldati di poter accendere un
fuoco. Passammo la serata attorno al fuoco, non sapevamo che cosa sarebbe successo, nel frattempo si vedevano i camion dei tedeschi arrivare, caricare i Panzerfaust, una specie di bazooka, e ripartire. Ci chiedevamo perché. I soldati si disinteressavano della nostra presenza. Verso le cinque del mattino cominciammo a
protestare con le guardie, avevamo fame e freddo, era già tre o quattro giorni che non mangiavamo niente. Così verso le nove i tedeschi si decidono a riportarci in baracca, ci incolonniamo e vedemmo che nei posti di controllo non c’era nessuno, tutto era deserto e durante il percorso sparirono anche le guardie tedesche. Faceva freddo e c’era una nebbia molto fitta. Intravedemmo qualche persona lungo la ferrovia, non li vedevamo bene, vedevamo le ombre e nel silenzio udivamo il rumore dei loro passi sulla neve.

Arrivati alla baracca, la nebbia si alzò e vedemmo i russi arrivare con cavalli e i carrettini e capimmo che quelle che avevamo incontrato erano le avanguardie russe. Aspettammo nella baracca, ma avevamo fame e freddo e così decidemmo di
andare loro incontro. Tutti avevamo paura, mi ricordo che i reduci bruciarono la loro carta d’identità perché aveva il simbolo del fascio, mi fece impressione perché ci avevano raccontato che i russi mangiavano il cuore crudo o che nascevano con due teste, tutte balle! Vedevo che gli adulti avevano paura così mi preoccupavo però poi andai incontro ai russi. Abbiamo visto le truppe russe in paese: «che cos’è? Una casa?». Erano invece i carri armati Stalin, grandi come montagne.

Avevamo freddo e fame; «dove andate, italianski, a Stalingrado?» i russi scesero dal carro armato e ci fecero capire che cosa dovevamo fare. Con i gesti spiegammo che c’era un campo di prigionieri e che avevamo fame. Poi entrammo in una casa abbandonata, c’erano circa 200 vasi di carne, gelatina, polli, carne in scatola, i. tedeschi ne avevano roba da mangiare! Così i russi ci prestarono un carrettino e noi lo riempimmo di viveri. Il primo impatto con i russi fu quindi positivo, avevamo avuto tanta paura, ma non ci avevano torto un capello. Tornammo nelle baracche con tutta quella grazia di Dio, poi ci siamo dati al saccheggio nelle case, a cercare roba da mangiare in paese. Mio cugino aveva fatto la ritirata con la Tridentina e si era imbattuto nei camion dei tedeschi, i soldati cercavano di salire sui camion e i
tedeschi a due suoi compagni tagliarono le mani. Fame, freddo. Prima aiutarono a sbloccare il camion tedesco nella neve, poi tagliarono loro le mani quando cercarono di salire. Mio cugino mi diceva quindi di non avere paura dei russi: «sei
solo un ragazzo, non puoi avere paura». I tedeschi erano partiti, noi siamo rimasti lì; i carri armati erano come montagne, chiedevo sempre a mio cugino come avevano fatto a contrastarli in Russia, i carri Stalin erano enormi bestioni.

Nel frattempo non sapevamo che cosa fare; arrivò un comandante russo a cavallo e spiegammo che eravamo italiani, deportati politici. Avevamo di fronte tre possibilità: andare con i tedeschi in ritirata, andare verso il fronte russo oppure rimanere lì, ma loro non avrebbero garantito niente perché quei luoghi potevano diventare un campo di battaglia. Così decidemmo di spostarci, eravamo 16 nella nostra baracca, 10 friulani, e poi c’era gente di Rovigo e di Ferrara; quelli più anziani avevano paura, noi giovani eravamo incoscienti;
così dicemmo loro: «voi vedete il pericolo più di noi, però prendiamo la decisione assieme, è un peccato non portare a casa la scusse (la buccia, il corpo, salvarsi)». I boschi erano infiniti, ci siamo messi in marcia di notte, senza meta, attraverso questi boschi.

Il 21 gennaio 1945, c’era un chiaro di luna eccezionale. Eravamo incoscienti, avremmo potuto incontrare pattuglie tedesche, russe… non ci abbiamo pensato e siamo partiti. Dopo dodici ore di marcia vediamo una jeep; i russi ci fermarono e ci chiesero chi eravamo e dove andavamo. La jeep era in panne, non si muoveva, così un reduce della campagna d’Africa che aveva un po’ di esperienza
con i motori la riparò. L’ufficiale russo ci diede un biglietto e ci disse che in caso di difficoltà avremmo dovuto mostrare quel biglietto; noi non capivamo il cirillico, né cosa c’era scritto su quella carta. Proseguimmo. Da lontano vedemmo delle luci, ci stavamo avvicinando verso un villaggio, ci
riparammo dapprima in un asilo abbandonato, eravamo stanchissimi, se avessi potuto dormire per otto giorni… poi la fame era sempre viva… c’era tanta gente, centinaia di nazionalitá  diverse. Nell’asilo c’era una cantina e così abbiamo trovato delle casse di vino del conte Florio, proprio da Buttrio- Italy, lo abbiamo assaggiato e poi lo abbiamo sfruttato per scambiarlo con altro cibo.

Mi ricordo che cercavamo sempre da mangiare, noi ragazzi davanti, gli altri dietro; bisognava poi capire dove andare interrogando altri prigionieri sbandati: c’erano anche altri italiani che stavano andando in una caserma dove venivano concentrati tutti i prigionieri. Noi invece siamo andati in direzione opposta, volevamo stare da soli, e di notte ci
siamo diretti verso le linee russe. In un villaggio riuscimmo a trovare quattro camere con un letto, bisognava stare attenti, il villaggio, piuttosto piccolo, forse aveva 1000 abitanti, era abbandonato. Mi ricordo che le stalle erano enormi,
moderne e le vacche che urlavano dal dolore perché non venivano munte ed 6avevano bisogno di mangiare e bere. C’era tante grazia di Dio… così abbiamo preso possesso di una grande casa, abbiamo liberato le mucche e le abbiamo radunate nel cortile di questa casa. Tra di noi c’era un contadino, così abbiamo liberato la neve dal cortile e accudito circa 300-400 mucche. Nella casa c’era da bere e da mangiare, avevo molta fame. C’erano montagne di barbabietole per le mucche. Niente luce, né candele, avevamo trovato alcool e petrolio; di fatto avevamo il controllo del paese ed eravamo contentissimi, al settimo cielo, bistecche di mucca a più non posso. Nascevano i vitelli, si lavorava come matti; nessuno ci considerava, un giorno però passò una pattuglia russa: avevamo paura, i
due soldati reduci si tenevano nascosti, così abbiamo tirato fuori il biglietto che ci aveva dato quell’ufficiale; chiedemmo un interprete e spiegammo che eravamo deportati. Il biglietto fu la chiave che ci aprì ogni porta, quello della jeep era un generale, era nel bosco con un solo soldato. Che differenza rispetto la nostro esercito! In questo biglietto il generale raccomandava di dare massimo aiuto ai prigionieri; noi volevamo rimanere in quel paese, eravamo disposti anche a dare la carne ai russi. Nel villaggio abbandonato c’erano tanti pianoforti, deve essere stato
particolarmente ricco; abbiamo recuperato stoviglie, letti e materassi dei contadini tedeschi.

Dopo una settimana arrivò un russo, un sergente, e ci chiesero se qualcuno faceva il panettiere; io ho alzato la mano, avevo i brividi. I russi avevano bisogno di un presidio autonomo perché quel villaggio era in un punto strategico per le linee del fronte. Il russo con cui lavoravo capì subito che non ero un fornaio, ci siamo capiti e io gli ne sono stato grato, non sapevo come fare il pane ma con il
russo in quattro giorni ho imparato. Poi ho fatto amicizia con lui; volevamo comunicare e conoscerci; mi ricordo che scrivevamo con dei pezzi di carbone, mi raccontava della Russia, loro attendevano i tedeschi perché speravano in una
situazione migliore, invece quando arrivarono, circondarono i villaggi, incolonnavano tutti giovani, vecchi, bambini e donne e li calpestavano con i carri armati.

In quel momento i tedeschi hanno perso la guerra, ebbero tutti contro, non trovarono neanche un sasso a loro favore. Diventai capo fornaio e chiamai i miei due cugini a lavorare con me. Rimanemmo in quel villaggio dal gennaio al giugno
1945. Bestie, latte, formaggio, ettolitri di grappa, avevamo due distillerie, facevamo la grappa con le barbabietole. Un giorno si fermò un capitano russo e tre soldati che poi diventarono «di famiglia», gente buona; tutte le truppe si fermavano nel nostro villaggio perché era a metà strada con le linee del fronte; avevamo anche paura perché i soldati russi si ubriacavano. Io facevo 70 pagnotte di pane di due chilogrammi al giorno con la farina di frumento e segale, mangiavano pane bianco
e nero; poi sono arrivati altri 15 italiani, brava gente, abbiamo fatto una cjoche (ci siamo ubriacati)!

Continuavano ad affluire nel paese donne e bambini, non c’era niente, né riscaldamento né cibo, ci raccontavano le loro peripezie, avevano fame e noi avevamo pane; inizialmente non ne distribuivamo perché avevamo paura della
reazione dei russi e non volevamo tradire la loro fiducia, con loro avevamo un bel rapporto, erano molto gentili, incredibili. Noi avevamo tutti il ben di Dio, ogni giorno alle 5 portavamo il pane ai russi: facemmo loro presente la disastrosa situazione dei civili, loro però dicevano che non avevano diritto al cibo; era ancora inverno, così noi abbiamo cominciato ad aiutarli. Sfruttammo un anziano tedesco per entrare in contatto con i civili, con pane e carne siamo riusciti ad alimentare 30-40 persone, poi ci organizzammo: rubando farina ai russi, si potevano fare 70 pagnotte per i russi e 70 per i civili tedeschi. In magazzino però scoprirono tutto noi però rispondemmo che non avevamo farina, così i russi ne facevano arrivare di più. I civili non avevano niente. Fame freddo e dovevano attendere non so cosa.  Li abbiamo salvati. In questo paese potevamo fare ciò che volevamo, abbiamo rotto tutte le finestre.

Nel giugno 1945 sentimmo che poco lontano c’era un campo di prigionieri italiani, a sette chilometri di distanza. C’erano circa 5000 italiani e abbiamo chiesto se c’erano friulani. Un gruppo di Orzano di 5-7 persone ci chiese di portare loro da mangiare; noi potevamo fare ciò che volevamo perché avevamo il lasciapassare russo e così mandammo un po’ di cibo con un carro. Portammo latte, formaggio, carne, grappa a condizione che ci avvertissero quando sarebbe venuto il momento di rientrare in Italia.

Il 10 luglio 1945 ci avvertirono che si partiva… noi, come salami, abbiamo lasciato tutto. Oltre ai profughi tedeschi, c’erano anche profughi polacchi che cominciavano a riprendersi le case, la situazione si era complicata, la gente era tutta in movimento. Tutti ci rispettavano e ci consideravano quasi una sorta di autorità: mi ricordo che ci chiamavano per sedare le risse, fu un periodo bellissimo.

Facevamo il pane anche per gli altri italiani, avevamo carne, avevamo tutto, tanta grappa. I russi ci invitavano a pranzo abbiamo bevuto tanta di quella grappa. Io non sono un ubriacone, ma non ho più visto ubriachi in quello stato, sono rimasto 20 anni senza poter sopportare l’odore della grappa. Quando siamo partiti tutti ci salutarono perché eravamo una fonte di alimentazione e facevamo da arbitri tra polacchi e russi, tra russi e tedeschi e tra tedeschi e polacchi. Fu dura. Andammo in una bella cittadina polacca, era stata bombardata, c’erano tanti italiani, io mangiavo
orzo, eravamo molto affamati ed attendevamo il rimpatrio in questo campo di smistamento.
Dovemmo fare qualcosa per non morire di inedia. Io ero sempre con i compaesani e ci siamo detti «dobbiamo fare qualcosa»; sapevo dove erano i campi di patate ad un raggio di circa 50 chilometri dal campo perché avevo girato parecchio quando ero prigioniero con i tedeschi. Dissi a Luigi Frigo – un prigioniero: «se io avessi un carro, io so dove i tedeschi hanno nascosto le patate, si potrebbe provare a portare a casa qualcosa; andammo al comando russo, spiegammo la situazione e chiesi due cavalli e un carro; ci diedero otto giorni di
tempo. Io ho tentato, avevo paura, a sedici anni avevo tanta iniziativa, io ero il più piccolo. «Non ci vado da solo – dico – andiamo in 4-5 uomini, altrimenti non ci vado». Cosi andammo in cinque, ogni giorno portavamo un carro di patate al campo. Lavoravamo dalle otto di mattina alle cinque di sera; pur di non rimanere ad oziare, ad assistere ai teatrini del campo, a respirare l’odore di morte e di
malattie, me ne andavo fuori a lavorare.

Mangiavamo, eravamo felici anche perché
portavamo da mangiare agli altri; le cantine dei tedeschi erano piene di patate. Quando uscivo dal campo per recuperare le patate volevo riprendermi un piccolo libretto che avevo nascosto nella baracca dove eravamo prigionieri; quando
arrivarono i russi lo lasciai nella baracca, ero disperato. Speravo sempre di recuperare questo libretto, ma non lo trovai, era stato tutto distrutto. Si cominciò poi a pensare come poter andare a casa: al mercato vendemmo vestiti raccattati nelle case bombardate in cambio di soldi; eravamo così pronti a partire, ormai c’era. tanta gente che partiva, i russi non erano contenti perché non riuscivano a gestire adeguatamente le partenze. In luglio, Luigi, il contadino di Chirignago che veniva a cercare patate con me, fuggì; lo vidi e gli chiesi: «Luigi cosa fai?» Aveva organizzato la fuga con altri, gli dissi: «voglio venire con te», lui non mi volle, l’unica cosa che riuscii a fare fu quella di accendere la candela e scrivere un piccolo biglietto per avvertire che eravamo vivi. Scrissi un biglietto con indirizzi e
nomi, era il luglio 1945. Io indirizzai il biglietto alla persona più anziana della famiglia, purtroppo la lettera si fermò per settimane a casa sua. Mi ricordo che scrissi quel biglietto alla luce della candela, alle quattro del mattino, sul materasso,
con una matita, mi sono scordato anche di un nome, avevo fretta perché Luigi doveva partire, in seguito mi hanno rimproverato moltissimo.

Seppero che eravamo vivi in agosto, in paese avevano già pregato per noi e ci credevano morti. Piansi molto, Luigi mi abbandonava, volevo fuggire con lui. Dopo un po’ di tempo ci stufammo di rimanere in questo campo di smistamento e ci dirigemmo in stazione. In stazione, parlavamo russo, tedesco – con dieci parole si fa un discorso – « noi dobbiamo partire; quando decidete di andare avvertiteci»; la città era circondata e chi partiva clandestinamente veniva ripreso dai russi. Un
giorno ci organizzammo, ci accordammo con il capostazione, e camminammo per 8-10 chilometri nei campi, poi in una curva della linea ferroviaria il macchinista fermò il treno. Eravamo in cinque di Corno di Rosazzo e uno di Orzano. Salimmo e
andammo fino a Katowice; in stazione c’era molta gente, ci davamo il turno per sorvegliare il nostro treno in modo da non perderlo. Poi proseguimmo per Praga, dove c’era un punto di rifornimento; mi ricordo che in quella stazione c’erano tanti italiani; sul treno non c’era posto e noi per protesta ci siamo seduti di fronte alla locomotiva. A Praga c’era la Croce Rossa, c’erano le crocerossine, mi si allargò il cuore, ci davano da mangiare panini. Ci obbligarono ad andare alla «Casa d’Italia», a Praga, ospitati, era il 18 settembre del 1945. Poi siamo ripartiti, ci hanno fermato gli inglesi a Mittelwald, in Austria, vicino al confine, dove ci fecero una
disinfestazione con la polvere e le visite mediche, poi arrivammo a Pescantina, dormimmo un giorno all’addiaccio, ma eravamo felici. Arrivai in Friuli il 29 settembre 1945 a San Giovanni al Natisone. Trovai il sindaco che era un ex- partigiano: fu festa grande.

Dopo l’emozione del rientro, la gente era indifferente alle nostre esperienze, noi eravamo in tanti; quando ci incontravamo ci ricordavamo delle nostre avventure, eravamo in 10 a Corno. Ognuno riprese le sue attività, volevamo ritornare sui
luoghi della nostra prigionia, non ci siamo riusciti, troppi confini: Austria, Polonia, Germania. Poi l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) di Udine ci dice che potevamo andare sino ad Auschwitz per portare una corona commemorativa, così siamo partiti in una decina, mi è dispiaciuto non portare anche un reduce che aveva sofferto molto ai polmoni. Uno l’ho convinto, quando siamo arrivati a Villacco – il medico gli aveva prescritto un po’ di medicine – arrivato sulla Drava, buttò via tutto. Con il fotografo – quello che avevo dimenticato di scrivere il suo indirizzo sul biglietto – non mi riuscii di convincerlo a venire. Volevamo documentare il viaggio mi dispiacque che lui sia stato a casa. Siamo partiti in dieci, sei reduci e quattro persone del paese. Siamo arrivati ad Auschwitz per la commemorazione: ricordo, immedesimazione, riverenza, dolore. I polacchi ci. fecero fare un percorso obbligato, ma noi volevamo ritornare dove eravamo stati prigionieri; avevamo tre macchine, c’eravamo messi d’accordo di agire all’insaputa
delle autorità.Arrivammo così a Breslau-Wroclaw. Arrivammo a Smollen, era la Pasqua del 1974, trenta anni dopo. C’era la massima curiosità per tre macchine straniere, ci fermò la polizia tre volte. A Breslavia alloggiavamo in un albergo, l’albergatore non ci voleva dare i passaporti, ma siamo partiti ugualmente e andammo a visitare
le fabbriche dove lavoravamo per i tedeschi. Nel paese di Markstädt-Laskowitz arriva la polizia, eravamo senza documenti, ma ruscimmo convincere la polizia; piangemmo come bambini… ricordi… arrivammo in paese, ci fermammo di fronte al portone dove abitavamo noi. La porta era ancora bruciata, trenta anni dopo… la gente era povera e non aveva potuto riparare tutto.. Eravamo nella confusione più totale, emozionati… «ti ricordi?..» Allontanammo la polizia, noi volevamo
rimanere in quel posto; poi, una persona mi batte sulla spalla: «Tu sei il fornaio». Era l’unico testimone della «storia dei quindici italiani» e si ricordava di mio cugino che aiutava le donne e i bambini. Tutto il paese venne a farci festa. Baci ed
abbracci. Non volevano lasciarci ripartire, eravamo senza documenti, i polacchi volevano che rimanessimo là. Ci fecero una vera e propria festa, tutto era bloccato. Tutti fecero a gara per ospitarci, nel 1974 non ci potevano dare che un goccio di
the, era dura, era povera gente. Poi siamo ripartiti. Dopo trenta anni…quell’uomo era vecchio, nel 1944 aveva già 60-65 anni, mi disse che mi aveva riconosciuto dalla voce. Piangemmo mezz’ora, ci abbracciammo. Fu un momento di reciproca
ammirazione, di rispetto, di riconoscenza. Una cosa che mi è rimasta nel cuore.

Mi presero che ero un frutùt ancora coi pantaloncini cortiultima modifica: 2021-01-27T06:34:56+01:00da piero-murineddu
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