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Gavino, una vita di passione per la musica

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di Piero Murineddu

Quel giorno, passandoci davanti, tra i manifesti funebri mi era parso di riconoscere un viso familiare. Bloccata l’auto e sceso, con sorpresa e con tristezza ho conferma che si tratta proprio di Gavino Delogu .

Il suo decesso aveva colpito molti a Sorso, e non solo quelli che lo conoscevano soprattutto per la sua attività di tastierista portata avanti insieme ad una coppia di amici, coi quali aveva avuto occasione d’ allietare molte feste di matrimonio ed altre diverse occasioni in cui esibiva allegramente la sua confidenza con le note musicali.

Ci si vedeva molto di rado con Gavino. Capitava specialmente durante il tragitto in treno al ritorno da Sassari. Uno degli ultimi incontri era stato meno frettoloso dei precedenti. Si era parlato soprattutto di musica, la passione che entrambi abbiamo trasmesso ai nostri rispettivi figli. Mi aveva detto con giusto e per niente mascherato orgoglio dei bei momenti trascorsi in casa a suonare con la moglie Timea e la figlia Olga, mentre la mamma Antonia Luisa ascoltava compiaciuta quel piacevole terzetto intento a curare il più possibile, attraverso la grande arte delle note scritte sul pentagramma, la propria sintonia familiare.

Insieme al mio abbraccio di vicinanza alla famiglia, spero che il tempo stia contribuendo a rimarginare la ferita provocata dalla dolorosa e improvvisa separazione.

Il ” Non é mai troppo tardi” del maestro Manzi e molto altro ancora

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di Piero Murineddu

Oggi, ricorrendo l’anniversario del suo decesso avvenuto il 4 dicembre 1997, ho sentito quasi doveroso dare un piccolo contributo per ricordare e onorare la memoria di Alberto Manzi, che personalmente, per il grande contributo dato alla promozione della Cultura e non solo a quella nazionale, ritengo essere un Eroe. In questa definizione, da parte mia nessun riferimento ai riconoscimenti per l’essersi distinto durante il conflitto mondiale, oppure, come si usa in questi tempi dove il significato delle parole spesso viene stravolto, per essere rimasto vittima di un casualissimo incidente stradale durante una delle moderne e armatissime  “missioni di pace” in terre altrui. Meglio chiarirlo per non rischiare di essere frainteso.

Uomo da sempre impegnato nel far progredire la partecipazione alla vita Civile, ed é questo che ritengo vero Eroismo. Anche l’America Latina trasse beneficio dalla sua presenza, cosa che naturalmente ha dato fastidio ai dittatori di turno, quei criminali messi sulla poltrona del comando dal non raro arrogante Potere nord americano. Figuriamoci se uno come Manzi non avrebbe dato fastidio a chi ha sempre impedito che i popoli prendessero coscienza, e la sua vicinanza alla Teologia della Liberazione confermava la sua “pericolosità “. La Cultura, l’arma da sempre più temuta in assoluto da chi vuole tutt’altro che il Bene altrui. Del concetto e dell’esperienza in America del sud parla lo stesso Manzi nell’ultima intervista, riportata in fondo a questa pagina, in cui, oltre farci sapere che per le sue trasmissioni in tivù veniva ripagata con duemila lire piu il rimborso per farsi ripulire le camice sporche sempre di nero dei gessetti, ci dice anche che in occasione dell’omicidio di Kennedy gli fu detto di non parlarne, altrimenti chi ascoltava…..Ecco, puntualmente lui alla sera ne parlò, e proprio per farne discutere. Un tipettino coi cosiddetti Alberto.

Noi anzianotti  conosciamo quest’uomo come il “maestro Manzi” per la sua scuola televisiva  “Non é mai troppo tardi”,  forse meno per ‘Educare a pensare”, cosa che sarebbe URGENTISSIMA da fare in questi attuali tempi di …Pochezza Pensante. Ma se si ha la pazienza di leggere l’articolo che segue di Eleonora Cortopassi, che ringrazio, lo si scoprirá anche in altre vesti.

Altro su Alberto Manzi si trova su

https://www.centroalbertomanzi.it/alberto-manzi-biografia-completa/

Ecco una significativa lettera che nel 1976  scrisse ai suoi alunni di V elementare….e a tutti noi.

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Voi siete parte di me, ed io di voi

Cari ragazzi, abbiamo camminato insieme per cinque anni.Per cinque anni abbiamo cercato di godere la vita, e per goderla abbiamo cercato di conoscerla, di scoprirne alcuni segreti.
Abbiamo cercato di capire questo nostro magnifico e stranissimo mondo non solo vedendone i lati migliori, ma infilando le dita nelle sue piaghe, infilandole fino in fondo perché volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per sanare le piaghe e rendere il mondo migliore.

Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile. È vero che non sempre è stato così, ma ci abbiamo messo tutta la nostra buona volontà. E in fondo in fondo siamo stati felici. Abbiamo vissuto insieme cinque anni sereni (anche quando borbottavamo) e per cinque anni ci siamo sentiti sangue dello stesso sangue.

Ora dobbiamo salutarci. Io devo salutarvi.

Spero che abbiate capito quel che ho cercato sempre di farvi comprendere:

NON RINUNCIATE MAI, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, AD ESSERE VOI STESSI. Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o addomesticare come vorrebbe.

Ora le nostre strade si dividono. Io riprendo il mio consueto viottolo pieno di gioie e di tante mortificazioni, di parole e di fatti, un viottolo che sembra identico e non lo è mai. Voi proseguite e la vostra strada è ampia, immensa, luminosa. E’ vero che mi dispiace non essere con voi, brontolando, imprecando; ma solo perché vorrei essere al vostro fianco per darvi una mano al momento necessario. D’altra parte voi non ne avete bisogno. Siete capaci di camminare da soli a testa alta,

PERCHE’ NESSUNO DI VOI E’ INCAPACE DI FARLO.

Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi,

SE VOI NON LO VOLETE.

Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello SEMPRE in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è gia in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onesta, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.

Se vi posso dare un comando, eccolo: questo io voglio. Realizzate tutto ciò, ed io sarò sempre in voi, con voi.

E ricordatevi: io rimango qui, al solito posto. Ma se qualcuno, qualcosa vorrà distruggere la vostra libertà, la vostra generosità, la vostra intelligenza, io sono qui, pronto a lottare con voi, pronto a riprendere il cammino insieme, perché voi siete parte di me, e io di voi. 

Il vostro maestro Alberto

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Un grande contributo per innalzare gli umili

di Eleonora Cortopassi

Alberto Manzi nacque a Roma il 3 novembre del 1924 da Ettore, di professione tranviere, e da Maria, casalinga.

Si iscrisse dapprima all’istituto magistrale (allora gratuito per i maschi), e poi studiò all’istituto nautico, col sogno di diventare capitano di lungo corso. Nel 1942, a guerra in corso, il giovane Manzi si arruolò in Marina come sommergibilista. Nel 1943 Manzi aderì al battaglione d’assalto «San Marco», appartenente all’VIII Armata inglese.

Nel 1944 a soli vent’anni Manzi ebbe una bambina (Alda) dalla ragazza che frequentava, Ida Renzi, anche lei di professione insegnante, e che sposò ufficialmente nel 1946. Alberto e Ida ebbero poi altri figli, Massimo, Roberta e Flavia.

Alberto da piccolo col padre Ettore

Manzi a guerra in corso si iscrisse alla facoltà di Scienze Naturali, si laureò in Biologia all’Università della Sapienza di Roma e poi in Pedagogia. Divenne poi il direttore della Scuola Sperimentale dell’Istituto di Pedagogia della facoltà di Magistero dell’Università della Sapienza.

Fu così che iniziò a lavorare nell’ambito scolastico forte dei suoi studi: la sua prima esperienza fu all’Istituto romano di rieducazione e pena «Aristide Gabelli». Il posto era stato rifiutato da altri quattro colleghi prima di lui, ma Manzi colse al volo l’opportunità e pubblicò anche il primo giornale degli Istituti di Pena, La Tradotta.

Il lavoro di Manzi coi ragazzi dietro le sbarre attirò l’attenzione del Movimento di collaborazione civile di Giuliana Benzoni, fondato alla fine del 1945 che aveva l’obiettivo di rieducare (o educare) i più giovani alla democrazia dopo il Ventennio.

Nel 1954 Manzi lasciò l’Università e iniziò a lavorare come insegnante nelle scuole: il suo primo incarico fu alla scuola elementare «Fratelli Bandiera» di Roma dove iniziò a svolgere ricerche di pedagogia scolastica (ricerche che non abbandonò mai più).

Quello stesso anno fu inviato dall’Università di Ginevra in Amazzonia per effettuare degli esperimenti scientifici (interessandosi in particolare dei nativi). Da quel momento in poi si recherà in Sud America periodicamente ogni anno fino al 1977.

Gli anni successivi alla guerra videro Manzi dedicarsi anche alla scrittura oltre che alla ricerca e all’insegnamento: con Grogh storia di un castoro vinse il Premio «Carlo Collodi» nel 1948 (il testo fu poi pubblicato da Bompiani nel 1950 e adattato in versione radiofonica dalla Rai tre anni dopo in quello che divenne una versione di enorme successo distribuito in svariati Paesi). Era stato proprio il Movimento della Benzoni a fondare il Premio «Collodi» nel 1948 per promuovere la letteratura per i bambini e i ragazzi.

Andando a ritirare il «Collodi» a Milano Manzi conobbe Domenico Volpi, il nuovo direttore della rivista per ragazzi Il Vittorioso, fondata nel 1937, che lo invitò a collaborare con la rivista, una collaborazione che fu proficua che si sarebbe protratta per buona parte degli anni Cinquanta.

Con Il Vecchio Orso nel 1952 vinse il premio «Il Maestro» indetto dalla Radio italiana per la trasmissione «La Radio per le scuole». Orzowei però è stata l’opera forse di maggior successo di Manzi, che vinse il Premio «Christian Andersen» e poi fu edito da Vallecchi e Bompiani e tradotto in ben 32 lingue.

Lavorando con i ragazzi e i bambini più «difficili» e bisognosi prima, e poi maturando le proprie esperienze di educatore e pedagogo in Amazzonia e poi nelle classi delle scuole rurali poi come insegnante Manzi iniziò a comprendere la necessità e anche le possibilità dell’educazione da impartire alle classi sociali più umili.

Il maestro constatava la difficilissima situazione dell’educazione in Italia dopo la guerra e il Ventennio, e notava che non solo mancavano spesso e volentieri le attrezzature necessarie alla didattica, ma le scuole per i figli dei contadini mancavano perfino degli obiettivi primari per qualsiasi istituto scolastico elementare, ossia insegnare a leggere e scrivere.

Manzi nel programma RAI Educare a pensare

Le esperienze di educatore e pedagogo di Manzi «culminarono» nella trasmissione RAI che lo ha reso celebre, Non è mai troppo tardi, che fu in onda dal 1960 al 1968.

Dal 1954 la RAI aveva inaugurato le proprie trasmissioni televisive e quel nuovo e straordinario apparecchio divenne anche un potentissimo mezzo di educazione, una volta superato lo «shock» iniziale.

Manzi non era nuovo alla collaborazione con i mezzi radio televisivi: già nel 1950, quando lavorava al «Gabelli», aveva collaborato alla trasmissione radio Il vostro racconto. Lavorò al primo capitolo di una striscia di racconti che si chiamava Il tesoro di Zi’ Cesareo.

Non è mai troppo tardi si inseriva nell’ambito del programmi di Telescuola, un ciclo di programmi promossi dalla professoressa Maria Grazia Puglisi (che già aveva lavorato all’EIAR come annunciatrice a partire dall’entrata in guerra dell’Italia nel 1940) del Ministero della Pubblica Istruzione che a partire dal 1958 si era posto l’obiettivo di far arrivare l’istruzione anche ai residenti nelle zone rurali e quindi più difficilmente «raggiungibili» dalla scuola.

Nel 1960 Manzi fu inviato dal proprio direttore scolastico a fare un provino in RAI: si stava cercando un maestro per condurre un nuovo programma televisivo per insegnare a leggere e scrivere agli analfabeti adulti.

Durante gli otto anni di Non è mai troppo tardi, Manzi continuò a percepire il proprio regolare stipendio di insegnante; la RAI gli corrispondeva soltanto un «rimborso camicia» perché continuamente, coi gessetti, le camicie si sporcavano e bisognava cambiarle spesso.

Manzi di sè diceva che «Non insegnavo alla gente a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e scrivere».
Per via della scarsissima diffusione degli apparecchi televisivi nell’Italia degli anni Sessanta Non è mai troppo tardi si appoggiava a oltre duemila PAT(Punto d’Ascolto Televisivo)  diffusi su tutto il territorio italiano. Era previsto che in ogni PAT ogni puntata fosse seguita da un maestro che, dopo la fine di ogni trasmissione, avrebbe provveduto a lavorare coi propri allievi (che non erano affatto solo dei bambini) sull’argomento proposto da Manzi in ogni puntata.

Non è mai troppo tardi è ricordato come uno dei maggiori e più importanti esperimenti educativi per adulti di ogni tempo, tanto che è stato premiato dall’UNESCOper il suo altissimo valore morale ed educativo ed è stato riprodotto anche in altre zone del mondo, inclusa l’America Latina frequentata dallo stesso Manzi ogni anno fino al 1984.

Dopo Non è mai troppo tardi Manzi continuò a scrivere, viaggiare, insegnare, spendersi per l’educazione, la divulgazione, la letteratura per ragazzi. Collaborò ancora col Ministero per l’Istruzione italiano e con la RAI negli anni successivi realizzando varie trasmissioni, sempre per promuovere l’educazione e «invogliare» allo studio e alla cultura. Il 1987 sarà il suo ultimo anno di insegnamento alla scuola elementare.

Eccetto i viaggi, le collaborazioni e le pubblicazioni, Manzi lavorò sempre presso la «sua» scuola elementare di Roma, la «Fratelli Bandiera», e tornò alla ribalta nel 1981 quando si rifiutò di applicare il metodo delle «schede di valutazione» previsto dalla riforma scolastica al posto della precedente tradizionale pagella; Manzi disse che non poteva bollare un ragazzo (che magari se lo sarebbe portato dietro per anni) con un giudizio arbitrario. Questa «disobbedienza» gli costò un anno di sospensione dall’insegnamento (e quindi anche dello stipendio). Dopo, Manzi fu persuaso a tornare all’insegnamento e a emettere un giudizio che però ottenne che fosse uguale per tutti gli alunni, «Fa quello che può, quello che non può non fa».

Nb

Il video che segue é introdotto dalla dicitura:

“Tv buona maestra”

Si, quella fatta da lui, e non certamente quell’attuale. (Piero)

Ricordando la forza di Adriano e di Susanna

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di Piero Murineddu

Venni a conoscenza della morte di Adriano Stagnaro il 4 ottobre 2011. Era stata una scoperta casuale, e seppur a distanza di tempo, piansi per la sua scomparsa.Non lo conoscevo personalmente Adriano. Tempo addietro avevo scoperto il suo sito, dove con meticolosità aggiornava sull’evoluzione della malattia che giorno dopo giorno lo stava consumando. SLA, sclerosi laterale amiotrofica. Descriveva in modo particolareggiato le sue giornate, le uscite con gli amici,le terapie, la perdita graduale della sensibilità del suo corpo. Grande appassionato di sport e di vita all’aria aperta prima che la malattia lo colpisse.

Leggendo tra le pagine, avevo scoperto che una poesia del poeta indiano Tagore, “Rendimi libero“, era diventata per lui aiuto e motivazione per non arrendersi mai. Era il testo, seppur con qualche adattamento, che diverso tempo prima avevo messo in musica. Decisi di farne un filmato e di dedicarglielo, cosa che Adriano apprezzò molto e che custodiva in una pagina dello strumento di comunicazione che gli offriva internet, col quale son certo aiutava tanti altri ad affrontare le avversità della vita con quella misteriosa forza qual’é il Coraggio di sperare contro ogni speranza.

Registrata parecchi anni fa davanti ad una fotocamera, mi rendo conto che un tantino meno affrettata sarebbe stata meglio. La riascolto col pensiero fisso sullo sguardo dell’amico purtroppo mai incontrato e su quello di tutte le persone che in questo momento sono impedite da malattie che giorno dopo giorno rubano la loro libertà.

In seguito avevo saputo che anche una mia conterranea che pativa la stessa malattia, orafa a Sassari, nel 2017 aveva concluso il suo faticoso cammino terreno. Come Adriano, il moderno mezzo informatico le permetteva di liberarsi dalla prigionia in cui la costringeva la grave patologia.

Insieme alla presentazione che Adriano faceva di se stesso nel suo sito ormai inattivo, riporto anche il particolarissimo “Te Deum”  di Susanna.

Per chi lo desidera, legato all’ argomento un bellissimo film visto nei giorni scorsi e tratto da una storia vera:

https://www.raiplay.it/video/2020/03/ogni-tuo-respiro-e02bb3a7-ab63-472d-a87c-20ab8d6b3c3c.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplay_dati

 

Mi preparo alla morte, amando la vita fino all’ultimo secondo

 di Adriano Stagnaro

Ci sono malattie talmente terribili e devastanti  che, istintivamente, siamo portati a pensare che non possano colpirci, che siano  destinate agli “altri”.

Poi, un  giorno, ci accorgiamo con terrore di essere diventati noi stessi “gli altri” di  qualcuno.

Mi chiamo Adriano Stagnaro, sono nato il 29 settembre del 1970 ed ho la SLA. Anzi, forse sarebbe più corretto dire che ho una  qualche forma di Malattia del Motoneurone, di cui la SLA (Sclerosi Laterale  Amiotrofica) è la variante più nota e diffusa.Malattia irreversibile, incurabile e letale.

La SLA è una malattia bastarda, che non si limita  a distruggere le cellule nervose che trasmettono gli impulsi motori ai muscoli  volontari, portando il corpo ad una progressiva paralisi. La SLA, morso dopo  morso, si mangia tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta: prima  inghiotte il tuo futuro, poi comincia a sbocconcellarsi il tuo presente. L’appetito della SLA si rivolge preferenzialmente  ai progetti, ai sogni, alle speranze, alle passioni. E’ una malattia prepotente  ed egoista: non sopporta di essere messa in secondo piano, ma vuole a tutti  costi diventare il tuo Pensiero Unico.

Il Pensiero Unico, piano piano, come un cuculo nel  nido altrui, fa strage di tutti i tuoi interessi. A questo punto, nella tua  vita, resti solo tu e la malattia, non riesci più a vedere altro, non esiste più  altro. E’ come essere già morti, da vivi. Ma la SLA non ha fatto i conti con me.

Il Sito delle Anime Fiammeggianti nasce con lo  scopo di fungere da baluardo di tutto ciò che mi appassiona, di tutto ciò per  cui vale la pena combattere.È il fortino di quella vita interiore che nessuna  malattia, per quanto subdola e spietata, riuscirà mai a strapparmi.

Un anziano sacerdote, don Albino, un giorno mi disse:

“Se nessuno berrà alla fonte della tua anima, la  sorgente diverrà pantano e non servirà più a niente”.

E’ per questo che ho deciso di condividere con voi  le passioni della mia vita, attraverso il sito “Anime fiammeggianti”. Voglio raccontarvi di come io  mi preparo alla morte, amando la vita fino all’ultimo secondo. E di come si  possa continuare ad amare Dio e ad aver fede in Lui anche dopo che la nostra  vita ci è stata strappata dal Male.

Vedete, io non ho alcuna paura della morte, perché  credo nella vita eterna. E’ ciò che verrà prima della morte che mi spaventa. La morte sarà un’amica che verrà ad invitarmi a  fare un giro. Io uscirò dal mio corpo e andrò con lei, finalmente libero.

Te Deum laudamus per ogni nuovo giorno strappato alla Sla

di Susanna Campus

Cari amici, questo è il Te Deum di una malata di Sla. Sapete, quando ci si ammala, si guarda la vita con un’ottica diversa, ed è quello che è accaduto a me. Prima vivevo “distratta” dagli impegni quotidiani che riempiono le nostre giornate. Oggi, invece, ancorata al mio letto, sono costretta a guardare tutto dando un peso “diverso” (e io dico: più profondo) a ogni cosa che mi circonda. Quest’anno è stato un susseguirsi di buone e cattive notizie, eppure – se proprio devo dire con una sola parola quello che è il mio stato d’animo – quella parola è “grazie”. Sono ancora qui fra voi.

Dovete sapere che per comunicare utilizzo un sintetizzatore vocale, che nei primi mesi del 2013, dopo anni di onorato servizio, si è rotto lasciandomi senza voce. Provate a immedesimarvi. Da un giorno all’altro non potete più non solo parlare (io quello non lo faccio più da tempo), ma proprio comunicare con gli altri. Così ho dovuto ricominciare a “parlare” col cartello (cioè a “dettare” con lo sguardo le lettere raffigurate su un pannello che poi vanno a formare il mio pensiero). Non solo. Essendosi rotto il computer ho dovuto smetterla di navigare con gli occhi su internet. Una vera sciagura per una impicciona come me, cui piace moltissimo sbirciare negli affaracci altrui. E non potevo più nemmeno scrivere. su un giornale online e rispondere alle email degli amici. Così quella santa donna di mia sorella Immacolata ha fatto da computer, interpretando il movimento delle mie pupille, trascrivendo i miei pensieri, rincuorandomi quando mi deprimevo perché non capiva. Una fatica bestiale!

Poi la Sla (come fa ormai da diciassette anni a questa parte) ha ricominciato a perseguitarmi. Con i primi di luglio ho iniziato a respirare male e, quando ho fatto il cambio cannula e la broncoscopia, i medici hanno visto che la mia trachea era in procinto di rottura. Quando ho visto i volti dei miei rianimatori sbiancare ho capito che la situazione si era fatta grave. La Sla voleva ancora una volta “impedirmi di vivere” e a settembre, quando hanno dovuto ricoverarmi perché avevo un foro nella trachea, ci è quasi riuscita. Sono messa così male che non si è trovato un medico disposto a operarmi. Ora sono qui solo grazie al dottor Demetrio Vidili (che io chiamo affettuosamente “babbo”) che ha “messo una pezza” sostituendomi la cannula. Che dire? Fino ad ora sono qui anche se mi piange il cuore a pensare che, a causa di tutti questi intoppi, non sono potuta andare a Cagliari a incontrare quel gigante di papa Francesco.

Vivere in bilico, ogni giorno dover lottare non solo contro la malattia ma anche contro la tentazione di mollare tutto, non è facile. Ma, sarà che sono un tipo caparbio, sarà che sono circondata da una famiglia meravigliosa e da un’infinità di amici che mi sostengono, anche queste prove possono essere superate. La gratitudine che nasce dall’aver strappato “ancora un giorno” alla Sla è il sentimento che caratterizza la mia quotidianità. Non so, ma mi pare che questo mi aiuti anche a vedere le cose secondo una nuova prospettiva: tutto diventa importante se capisci che ti è stato donato.

Certo, la mia vita, e quella di tanti malati di Sla, non è più un’autostrada; assomiglia di più a una stradina di montagna, tortuosa e a tornanti, ma si addice bene al mio spirito da scalatrice che non s’arrende alle prime difficoltà. E poi, sapete, la strada che conduce alla vetta è ricca ogni giorno di sorprese che bisogna imparare a cogliere.

Quando la donna in casa faceva e disfaceva a proprio piacimento…….

di Piero Murineddu

La Sennori di prima raccontata da un’accudidda. Una descrizione che rispecchia la vita che si svolgeva una volta nei paesi della Sardegna, ma anche altrove. Sennaru e Sossu, distanziati più o meno da due chilometri ma “separati” sia dalla parlata, logudorese la prima e sassarese la seconda, s’intende con le inevitabili varianti locali, ma probabilmente da un “carattere” alquanto diverso, anche se generalizzare rimane cosa sempre azzardata.

Caterina evidentemente in una casa normale non è capitata, in quanto, almeno per la povera gente, l’abitazione tipica era un fondiggu, unico locale spesso umido, coi vari spazi separati da tendaggi o altro ancora. Col tempo e con più sicuri guadagni provenienti dall’avvento del micidiale petrolchimico di Rovelli a Porto Torres – quell’ estesa mostruosità che ha occupato, inquinandolo, un territorio verde affacciato sul mare e che ancora non si riesce a liberare della maggior parte degli impianti oggi ridotti a scheletri a testimoniare l’ insensatezza umana – hanno iniziato a sorgere piani nuovi. Ed ecco le tante palazzine, obbligatoriamente pressate una accanto all’altra e cresciute unicamente in altezza, dove magari il “moderno” bagno era stato sistemato a pianterreno, nel sottoscala, forse anche col salotto che non veniva mai usato perchè doveva apparire sempre al meglio quando capitava qualche occasionale ospite, la cucina al primo e le stanzette da letto nel secondo. Poi c’erano le mamme, padrone assolute della casa, che di tanto in tanto stravolgevano l’intera casa senza minimamente consultare almeno il marito, e non solo cambiando disposizione dei mobili, ma proprio tutto: bagno all’ultimo piano, stanza da letto all’entrata, soffitta interrata, garage al secondo piano e cucina …in strada direttamente. Non so la vostra, ma mia madre era più o meno così. Ah, le mamme di una volta, che forza e che…fantasia! E guai contraddirle! I poveri mariti rischiavano di rimanere a “stecchetto” per settimane e settimane, con la consorte vendicativa che se ne stava al margine opposto del lettone.

Molto particolareggiato il racconto fatto da Caddarina, la signora porthuddorresa coi capelli cotonati.

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Chiesa parrocchiale di Sennori fotografata da Giulio M. Manghina

Arrivata da Porto Torres ad abitare a Sennori

di Caterina Paglietti 

Testimonianza elaborata da Paola Rosalinda Marongiu nel volume “Raccontando Sennori” (2013) Editoriale Documenta

Arrivai a Sennori nel 1960, dopo il mio matrimonio, all’età di 25 anni. Fino a quel momento avevo vissuto a Porto Torres.

Sin da subito notai quanto il paese fosse diverso da quello mio d’origine e con la stessa velocità mi adattai.Mi apparve grazioso e particolare, con le sue vie in salita, gli orti, i cortili sul retro delle abitazioni e gli asini “parcheggiati” in strada legati a sa loriga, un anello di ferro attaccato alla facciata delle case.

Le abitazioni, alcune molto semplici e piccole, altre più grandi, concentrate al centro nella principale Via Roma o in Via Farina, erano generalmente a piani, con molte scale, spesso ripide, all’interno. Non c’erano servizi igienici ma, nel sottoscala o nell’ingresso, c’era un’apertura tappata da un coperchio, collegata alla fogna.

I più fortunati, come mia suocera, avevano una casa molto grande, composta da varie camere. Al piano terra vi erano una camera da pranzo e un salotto che venivano usati molto poco, al piano superiore le stanze da letto. Salendo ancora, si trovavano delle grandi soffitte, ordinate e pulite, dove, all’interno di grandi coivulos, si conservavano le mele miali, i pomodori e i fichi secchi.

La vita quotidiana si svolgeva nella grande chintina, che oggi chiamiamo scantinato, con il pavimento come quello del marciapiede, in graniglia grigia con disegni floreali incisi, che brillava perché pulito.

L’arredamento era ridotto all’essenziale: una grande mesa con tante sedie intorno, una cuscia, un divano-letto in ferro con il materasso molto alto, una credenza e la macchina da cucire Singer sotto la finestra. Un lavandino in pietra stava all’angolo della grande porta che si apriva sul cortiletto, occupato da una grande vasca utilizzata per lavare la biancheria, da un bagno completo di vasca fatto costruire da mio marito e dal pollaio recintato che occupava la zona laterale. Quando si faceva il bucato, al centro del cortile si metteva a bollire un grande calderone dentro il quale, dopo aver sciolto la lisciva, la cenere, si metteva la biancheria per renderla più bianca.

Di cucinare si occupava mia suocera e si mangiava tutti insieme, anche i figli sposati. Secondo la tradizione la pasta asciutta al sugo di carne era riservata alla domenica, così come le polpette al sugo. Durante la settimana mangiavamo minestre di legumi o in brodo di manzo o di gallina. In primavera si mangiavano solo fave e a maggio i piselli preparati in tutti i modi. Il pane, di cui ricordo ancora il profumo, non si mangiava appena sfornato, bisognava aspettare e durava una settimana.

Per lavarsi si usava il catino, il bagno si faceva una volta alla settimana, il sabato. La notte, se avevi bisogno, c’era l’orinale di ferro che si teneva sotto il letto o dentro il comodino.

Nelle sere di primavera inoltrata e d’estate, le donne si sedevano fuori dalla porta, sul gradino o sulle panchittas, degli sgabelli in legno, a fare cestini, a cucire e a ricamare. Era l’occasione per aggiornarsi sui fatti e sulle persone.

D’inverno, ci si sedeva intorno a sa coppa, una struttura circolare di legno chiaro con un foro centrale a misura del braciere di rame che veniva inserito all’interno. Mettevamo i piedi sopra sa coppa per scaldarli e poiché non c’era il televisore, si ascoltava la radio o si parlava. Spesso, sopra il braciere si metteva una gabbietta di legno forata che serviva per scaldare biancheria o altro.

Ricordo di essere rimasta molto stupita nel vedere che i fidanzati stavano a distanza, senza potersi prendere neanche sottobraccio. In chiesa c’erano due file separate, gli uomini a destra e le donne a sinistra. Le donne dovevano portare rigorosamente la veletta, nera per le adulte, bianca per le giovani. Anche col caldo, d’estate, bisognava entrare coperte e con le calze. Il messale era d’obbligo. Quando arrivai a Sennori tutti si giravano a guardarmi perché ero vestita “all’europea”. Portavo dei tailleurs di vari modelli alla moda dell’epoca che acquistavo a Sassari, dei cappelli molto belli ed eleganti, i guanti di pelle o di stoffa, le scarpe e le borse Chanel.

Avevo i capelli corti e cotonati e mettevo gli orecchini secondo la moda. Apparivo dunque molto diversa dalle persone del posto. Le ragazze portavano un vestito lungo, in genere scuro, su solinetto, con un’arricciatura nella scollatura. Le donne giovani vestivano con una gonna con l’elastico in vita, lunga sotto il ginocchio, una camicetta e il fazzoletto in testa. Portavano i capelli lunghi raccolti in uno chignon a treccia sulla nuca, e le più giovani due trecce sciolte.Non andavano dalla parrucchiera. Iniziarono diversi anni dopo a tagliarsi i capelli, quando già si usavano corti.

Con me parlavano in italiano e si esprimevano anche bene. L’accoglienza fu subito molto buona, erano molto gentili. Sapendo che ero “di fuori”, la sera, venivano a prendermi le cugine di mio marito per portarmi a fare delle passeggiate in campagna e per raccogliere frutta. Mi portavano a Coronos, in campagna, dove c’era una fonte.Svaghi non ce n’erano. C’era il cinema ma le pellicole non erano aggiornate. C’era anche una sala da ballo.

I figli si partorivano a casa con l’aiuto dell’ostetrica che veniva la Sorso. Al parto assistevano il marito e la suocera che si occupava di scaldare l’acqua.

Noi eravamo già molto fortunati perché, avendo il mulino della farina, l’acqua scendeva dal rubinetto già calda.

Mauriziello “lu babosu”

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Nelle ultime settimane EmmeGi si è scagliato più volte contro Report, fino ad arrivare alla convocazione in Commissione di Vigilanza Rai del 7 novembre, accusando la trasmissione di confezionare un’inchiesta per vendetta.

In realtà il senatore sapeva ben 22 giorni prima di chiedere la convocazione che Report aveva scoperto i suoi interessi privati, mai dichiarati al Parlamento.

Si tratta di Cyberealm, una misteriosa società di sicurezza informatica, di cui EmmeGi è presidente.

Report svelerà chi ne fa parte: manager e collaboratori – sia ufficiali che occulti – con un passato imbarazzante e legati ai servizi segreti di altri Paesi. Alcuni di loro in questo momento sono impegnati materialmente nel conflitto israelo-palestinese in attività sensibili.

EmmeGi ha di fatto tessuto per loro relazioni istituzionali per l’assegnazione di commesse tenendo all’oscuro il Senato. Commesse che riguardano tutti i suoi ruoli istituzionali.

(dalla pagina FB di Report)

Femminicidio. Qualche riflessione scomoda ma necessaria

di Sergio Labate

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«Non resteremo in silenzio, ma distruggeremo tutto», dice Elena Cecchettin, sorella di Giulia, citando una poesia di Cristina Torre Cáceres. E chiede, con una dignità commovente e pensosa, di ricordare la sorella «con un minuto di rumore».

Ma ci sono rumori che inquietano e rumori che rassicurano, perché coprono verità scomode. Ecco, so che dovrei dire che questo rumore unanime che si è levato in questi giorni contro i femminicidi è un segno che tutti si sono accorti di una misura colma, di un vaso di lacrime e dolore che sta esondando.

Confesso, invece, che questo rumore mi ricorda tanto quel fremito nazionale che durante il Covid portava tutti a dire che ne saremmo usciti migliori mentre tutto correva spedito verso il peggio.

Non c’è rumore peggiore di quello che serve a coprire chi sta urlando verità scomode. E i femminicidi richiedono forse non l’esercizio d’una verità unanime ma quello d’una verità scomoda. Questo solo dovremmo alle vittime.

C’è qualcosa di sospetto nel fatto che tutti – ma proprio tutti – riconoscano la violenza di alcuni atteggiamenti. Perché se tutti siamo d’accordo, nessuno è davvero colpevole e quella violenza sarà appannaggio dei mostri, degli anormali.

Se tutti – ma proprio tutti – riconosciamo la violenza, allora nessuno riconoscerà che l’origine di quella violenza è un conflitto. Materiale, strutturale, sociale, culturale, simbolico, economico.

La violenza di genere è l’effetto di un conflitto generato dalla dominazione maschile. Ecco la prima verità scomoda: non c’è falsificazione più grande che essere tutti solidali contro la violenza nascondendo però i conflitti che l’hanno generata.

E qui vengo a quella che, con un robusto grado di semplificazione di cui mi scuso, potrei definire una tassonomia dei modelli interpretativi che mi sembrano prevalere e persino scontrarsi, specie nell’area culturale di sinistra.

Il primo modello si potrebbe definire della trasversalità pacificatrice. La violenza di genere è cosa tale da richiedere delle “larghe intese” intorno a cui stringersi insieme.

Non c’è destra e sinistra: con un’inusuale accelerazione dei lavori parlamentari, entro pochi giorni avremo la nostra legge bipartisan, dedicata all’educazione affettiva. La pacificazione sostituisce così il conflitto, nel segno di un lavoro educativo da fare insieme nelle scuole.

Ma insieme chi? Come se l’educazione affettiva fosse una cosa neutra e circoscrivibile e non fosse il portato di modi di intendere le relazioni, la propria identità, di assegnare significati differenti alla propria sessualità ecc.

Sono pronto a leggere la proposta bipartisan di educazione all’affettività scritta da coloro che però rivendicano che la scuola serve solo a formare lavoratori e che il posto delle donne è la famiglia.

Sono pronto a osservare lo sforzo inane degli insegnanti per spiegare al mattino che l’amore non è sempre e solo ferita narcisistica, mentre il pomeriggio le nostre televisioni ci propinano incessantemente un unico modello di incontro tra “uomini e donne”: quello della predazione assoluta e del narcisismo come orizzonte ultimo di senso dentro cui collocare ogni contatto.

Dietro quest’illusione educativa c’è l’ennesima falsificazione ideologica: che vi sia un solo modello relazionale da proporre, che, guarda caso, sarà eterosessuale e patriarcale e consisterà in fondo nel dire: «non uccidetele, ste povere donne».

Però molestatele pure, sottomettetele, dominatele, decidete per loro, scopatele quando sono ubriache o vestite male, sessualizzate tutti i discorsi a loro riferiti.

Altro che unanimità: l’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo è che non bisogna ucciderle. Ma mentre per molti la violenza finisce qui e il resto è discorso comune – cosa vuoi che sia fischiare a una bella ragazza? – per me e per tanti la violenza comincia qui e si propaga e continua fino a mettere in discussione un intero modo di stare nelle relazioni di genere.

Non c’è cosa più conflittuale di ciò che vorremmo illuderci di pacificare: l’educazione affettiva.

C’è poi un riduzionismo antropologico che orienta questo unanimismo interpretativo. La “tentazione” della violenza maschile non avrebbe altra genesi che quella naturale: il maschio non dovrebbe cedere alla tentazione che albergherebbe dentro se stesso da sempre e al di là delle circostanze culturali, sociali, economiche, politiche.

Una responsabilizzazione che riguarda il singolo e assolve il tribalismo patriarcale. Come se bastasse per ciascun maschietto lavorare in autonomia per frenare la propria natura e risolviamo tutto così. Magari fosse tutto così semplice e risolvibile in interiore homine.

Il secondo modello è quello della “cultura del patriarcato”. Qui le cose si complicano. Perché che dietro questa spirale violenta vi sia l’aggravarsi di una dominazione strutturale che non dipende dalle circostanze sociali o dalla “storia del tempo presente” è indubitabile.

Vero, il patriarcato non riguarda soltanto il presente ed è un fenomeno culturale così strutturale da potersi definire in senso lato come “transtorico”. È cambiata la sensibilità al fenomeno, non l’intensità del fenomeno.

Quel che ci tocca fare è un duplice lavoro. Da un lato universalizzare il patriarcato, riconoscendo dietro la singolarità dei fenomeni una sola invariante culturale: dopo cinquecento anni la caccia alle streghe si è evoluta e ha preso forme differenti, ma sempre di caccia alle streghe si tratta.

Dall’altro lato cercare di analizzare i caratteri culturali specifici che storicamente fanno la differenza e aggravano la situazione, collocando dunque l’analisi della violenza nei confronti delle donne dentro una storia culturale ben precisa.

Per fare solo un esempio: come si può costruire una sensibilità anti-patriarcale in un paese come il nostro, in cui il delitto d’onore è stato abolito appena quarant’anni fa e in cui è forte la presenza della chiesa cattolica che resta tenacemente aggrappata a una sorta di patriarcato istituzionalizzato?

Questa storicizzazione della violenza di genere è un’interpretazione necessaria di ciò che accade. Ma temo che non basti se è slegata da una connessione altrettanto necessaria col tempo presente.

Vengo così al terzo modello interpretativo. Quello che sostiene che la colpa non sarebbe del patriarcato ma del neoliberismo. Cioè di un sistema economico e politico che ha preteso di funzionalizzare tutte le relazioni, di oggettivare ogni soggetto, di mercificare ogni sentimento trasformandolo in pretesa di possesso e di consumo.

E di farlo attraverso una semantica della dominazione che chiamiamo educatamente “competizione”: per cui ogni relazione è una prestazione, ogni misconoscimento è una minaccia della nostra stessa identità, ogni altro è un potenziale nemico, ogni fragilità è un fallimento.

L’individualismo proprietario si è trasformato in narcisismo possessivo e le relazioni economiche hanno colonizzato l’intera sfera delle relazioni. Così il femminicidio sarebbe non tanto l’effetto del patriarcato, cioè della dominazione maschile, quanto l’effetto di un sistema simbolico in cui tutti i significati in cui possiamo riconoscerci producono inevitabilmente violenza, sfruttamento, dominio.

Il tempo presente rappresenterebbe allora un salto di qualità della volontà di dominio, dal momento che il capitalismo si è ormai esteso e ha tolto di mezzo ogni mediatore, a partire dalla sfera politica.

È curioso come questi due modelli, critica al patriarcato e critica al capitalismo, finiscano spesso, nella discussione pubblica di questi giorni, in un corto circuito.

Quello per cui chi riporta tutto al patriarcato depoliticizza la questione dei femminicidi, richiamando degli antidoti di ordine puramente culturale, mentre chi riporta tutto al capitalismo, politicizza troppo rischiando di ignorare la consistenza storica della questione della violenza nei confronti delle donne, che non è affatto una semplice emergenza del tempo presente.

Per evitare di affidarci all’unanimismo del ripudio della violenza senza riconoscimento del sottostante conflitto, dobbiamo evitare proprio di cascare nella trappola di tale corto circuito.

Sono decenni che gli studi di genere ci dicono che tra patriarcato e capitalismo c’è un’alleanza genealogica. Prima ho fatto cenno alla caccia alle streghe, e a molti è nota la celebre tesi di Silvia Federici, per cui «lo sviluppo del capitalismo iniziò con una guerra alle donne: la caccia alle streghe del XVI e XVII secolo».

Il capitalismo contemporaneo non ha attenuato quell’alleanza dell’origine ma l’ha rinvigorita, femminilizzando il lavoro, privatizzando ogni esperienza di legame sociale, assumendo infine il codice della guerra – con tutto il suo galateo intrinsecamente patriarcale e maschilista – in sostituzione di quello della democrazia.

Senza questa correlazione tra patriarcato e capitalismo rischiamo oggi di perderci la radicalità sociale per cui il primo è diventato il modello di riferimento delle forme contemporanee del dominio e della violenza e il secondo ha globalizzato la caccia alle streghe condannando le donne a una sottomissione che sotto l’apparente promessa della liberazione individuale per poche è diventata un incubo per quasi tutte.

Mai come in questo caso l’intersezionalità è l’unica possibilità concreta per interpretare ciò che sta accadendo.

Faccio solo due esempi, per chiudere.

Mi colpisce la rapidità con cui le Università italiane hanno preso in questi ultimi giorni posizione contro la violenza sulle donne. Rapidità che stride con la ritrosia delle stesse istituzioni a prendere posizione contro la guerra a Gaza.

Non è un’illusione credere che si possa arginare la violenza contro le donne accettando il codice diffuso della guerra? Che si possa fare una lotta culturale al patriarcato senza riconoscerne i suoi effetti politici e sistemici per cui la dominazione è diventata il respiro stesso del mondo?

Infine, mentre celermente e all’unanimità approviamo la nostra legge bipartisan, nel pacchetto sicurezza in discussione negli stessi giorni è previsto che tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine e ai corpi militari possano acquistare un’arma a uso privato senza alcun controllo o autorizzazione.

Si dirà, che c’entra tutto questo con i femminicidi? Guarda caso, il 94% di coloro ai quali stiamo per concedere di potersi “fare giustizia da sé” sono maschi. Sono quegli stessi uomini che vorremmo educare affettivamente ad amare le donne. Con la pistola in mano, la legittimazione della convinzione di poter essere dei giustizieri senza controllo e il paternalismo della nostra indignazione unanime a favore di telecamere. Non c’è riconoscimento della violenza, se non c’è anche riconoscimento del conflitto.

Elena, hai proprio ragione: distruggiamo tutto, per favore.

Giornata violenza sulle donne

Perché il 25 novembre

di Carola Di Nisio

 

Tre donne. Tre eroine coraggiose che hanno pagato con la vita la loro battaglia per la libertà. Si chiamavano Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal. Vennero uccise brutalmente il 25 novembre del 1960, nella repubblica Dominicana. È stato questo l’episodio che ha dato origine alla giornata dedicata alla violenza contro le donne. Dopo quel massacro, molti paesi si unirono nella commemorazione e l’assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 1999, decise di istituire una data simbolo.

Le sorelle Miraball nacquero fra il 1924 e il 1935. Fin da ragazzine si batterono contro la dittatura di Rafael Leonidas Trujillo. Fondarono il “Movimento Rivoluzionario del 14 giugno”, con il quale chiedevano democrazia per il popolo dominicano e diritti per tutte le donne .

Il regime di Trujillo, fu uno dei più sanguinosi nella storia latinoamericana. Il dittatore, come ci racconta Mirtha Mella, presidente dell’associazione ProMueve RD -Aps , aveva mostrato interesse per una delle sorelle, Minerva. Nell’ottobre del 1949 organizzò una festa privata presso la propria casa e chiese espressamente alla famiglia la presenza della ragazza. Minerva partecipò ma quando Trujillo le chiese la sua opinione sulla dittatura, Minerva lo sfidò apertamente, sostenendo le proprie idee politiche.

Trujillo decise che doveva sbarazzarsi delle tre sorelle e progettò il loro assassinio in modo da farlo sembrare un incidente. Così il 25 novembre 1960, mentre Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabasi erano andate a far visita ai loro mariti in carcere, caddero in un’imboscata degli agenti del servizio segreto militare: i corpi massacrati delle tre sorelle vennero gettati in un burrone.

ll 25 novembre del 1981, si tenne a Bogotà il primo Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, durante il quale si scelse tale ricorrenza come “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne” . Nel 1999 l’Organizzazione delle Nazione Unite ha esteso a tutto il mondo questa iniziativa.

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C’è modo e modo di dire Patria

di Gabriella Caramore

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Patria: parola dal suono ambiguo, desueto, avvolta da una patina di antico, quando la sua difesa implicava la difesa dall’oppressione di patrie più potenti, la rivendicazione di giustizia, eguaglianza, libertà, la rivolta dei più deboli di fronte allo strapotere armato e arrogante di usurpatori di beni e predatori di dignità.

Oggi viene sventolata come una bandiera feroce da chi si propone di proteggere i confini da orde non di invasori, ma di essere umani in fuga da fame, miseria, guerre, persecuzioni. E viene brandita da chi, nello stesso tempo, è indifferente al lamento dei deboli che abitano quella stessa patria, imperturbabile di fonte al degrado morale e civile che la corrompe e la umilia. Non si rendono conto — ma chissà! — che perseverando nel negare soluzione a chi è in cerca di una patria che non ha, nello stesso tempo offendono la «terra dei padri» in ciò che ha mantenuto di decoroso, di “giusto”, di generoso, di civile.

«Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà», diceva un canto anarchico di fine Ottocento. Facendo eco involontaria al monito biblico di ricordarsi che la terra non appartiene a nessuno, e che amare lo straniero è un «comandamento» vero e proprio, perché, dice il Signore, «mia è la terra, e voi siete presso di me come ospiti e forestieri» (Levitico 25,23).

Solo facendo chiarezza su questo mi sento di poter riservare — con pudore, quasi in segreto — alla parola “patria” un piccolo luogo dell’anima. Dove vive la lingua materna, la poesia, il canto, la bellezza dei paesaggi. La memoria, l’attesa, i legami. Il profumo dell’aria sentito un mattino nella casa dell’infanzia, il colore degli alberi una sera d’inverno. Molti e diversi istanti vissuti, nelle strade familiari e nelle strade di altre patrie, tenuti però insieme da un nucleo d’origine, profondo, nascosto.

«Questo villaggio, o città, o regione, o nazione è il mio, ci sono nato, ci dormono i miei avi», scriveva Primo Levi. «Ne parlo la lingua, ne ho adottato i costumi e la cultura… Ne ho pagato i tributi, ne ho osservato le leggi…».

Questo era il suo modo di vivere e morire “per la patria”.

Riace: un mondo colorato, senza confini, senza guerre

di Monia Sangermano      (strettoweb.com)

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Le riflessioni dell’Associazione Donne e Diritti in viaggio a Riace: “Un viaggio nel borgo simbolo dell’integrazione, dell’accoglienza e della rinascita delle aree interne. Riace, luogo dell’anima e delle riflessioni sui valori fondamentali dell’esistenza e dell’umanità. Un viaggio iniziato in autobus, pieno di Donne montane, di San Giovanni in Fiore, il paese dell’abate Gioacchino di “spirito profetico dotato”, che hanno lasciato le loro famiglie per andare ad incontrare Mimmo Lucano e vedere ciò che ha creato.

La curiosità, la sensibilità, la voglia di comprendere, di capire e dare risposte a tante domande. Attraversare la porta del villaggio globale e proiettarsi in un mondo colorato, senza confini, senza guerre, dove ad attenderci i bambini dagli occhi grandi e ricci e le giovani donne che ci salutavano sorridendo. Un viaggio di emozioni, dove il cuore inizia a battere forte e sembra navigare come il veliero all’ingresso del villaggio.

A metà mattina si è svolto l’incontro culturale sui temi di grande attualità: Donne, Pace, Pane, Accoglienza, Inclusione.

MIMMO LUCANO ha raccontato, con delicatezza e passione, la sua storia sociale, politica e anche giudiziaria, fiducioso che si può tornare a sperare e a praticare l’Umanità.

TONINO PERNA ha spiegato la nascita del modello Riace ripercorrendo le origini e illustrando il valore sociale, umano ed economico dell’accoglienza e dell’integrazione nelle aree interne soggette allo spopolamento e alla spoliazione dei servizi sanitari e sociali.

SANTO GIOFFRÈ ha raccontato la sua esperienza di commissario dell’Asp invitando Mimmo a riflettere sulle sue future scelte politiche.

MASSIMO COVELLO ha evidenziato i punti di contatto tra il modello creato dall’associazione Donne e Diritti e il modello Riace: “il seme nato a Badolato, è germogliato a Riace e si è diffuso contaminando San Giovanni in Fiore perché si possono tagliare i fiori ma non si può Fermare la primavera”.

RUBENS CURIA ha sottolineato la resistenza delle Donne di San Giovanni in Fiore e la tenacia dimostrata nelle battaglie sanitarie e nella creazione dei laboratori.

MIMMA DE MATTEIS ha portato la testimonianza dell’associazione che rappresenta e la voglia di Restanza in un’altra realtà interna, Belvedere di Spinello.

La presidente di Donne e Diritti ha spiegato i motivi del viaggio a Riace: il modello reggino ha influenzato la nascita dell’associazione e delle attività che svolge. Le botteghe di Riace e i laboratori di San Giovanni in Fiore si stringono e formano la rete della restanza, del riscatto della Calabria, dell’altra Calabria, fatta di persone e cose belle, di quella Calabria che ha come faro il “Sole” di Tommaso Campanella, quel sole, quel sogno che ha fatto impastare, insieme, le donne di San Giovanni in Fiore e le donne africane e la pasta, al tocco delle mani nere e bianche, è diventata più morbida e i fritti più buoni.

E la nostra rete delle relazioni umane si è fortificata e continua ad ampliarsi ogni giorno, con Mimmo Rizzuti, infatti, impossibilitato a partecipare, si sta lavorando per relazionarci con associazioni di immigrati a Roma.

Al rientro, in tarda serata, le Donne, in autobus, si sono scambiate le emozioni vissute durante la giornata e ognuna aveva una luce meravigliosa negli occhi. È stata una giornata che resterà impressa nella memoria di tutte le partecipanti dichiaratesi pronte ad aprire le porte della Comunità Sangiovannese all’insegna del rispetto di tutte e tutti nella solidarietà e nella pace.

Sul (tristemente) tema del momento

Educazione all’ affettività nelle scuole? Mah, boh forse…
Sicuramente il CANTICO DEI CANTICI, letto con la finezza intellettuale di uno come Enzo Bianchi, può essere un validissimo aiuto, e non solo per i credenti. Se poi, l’aspetto vagamente ieratico è (finalmente) accompagnato da battute che provocano sane risate e applausi, allora l’ ascoltare diventa un vero piacere. Garantito. (Piero)