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Vito Mancuso: Amore omosessuale e vita cristiana

di Piero Murineddu

Naturalmente, la lunga e dotta relazione che segue, riguarda specialmente chi nella propria vita dà importanza  agli insegnamenti evangelici e alla dottrina sociale e morale della propria Chiesa di appartenenza. Sappiamo comunque che anche all’interno della vasta Comunità Cristiana vi sono tante sensibilità e diverse letture, e ciò non vuol dire essere “eretici” o pecore “nere” che volutamente e presuntuosamente vogliono prescindere dalle indicazioni dei Pastori.

“Il primo luogo nel quale avviene l’accoglienza è la mente. La mente, e poi il cuore”, dice Mancuso. D’altronde la ragione è uno dei maggiori “doni” che abbiamo ricevuto, ed è  doveroso usarla, anche e sopratutto nelle questioni di Fede.

Credo che la riflessione di Mancuso sia utile anche a chi si ritiene “laico”, cioè a chi imposta la sua vita senza riferimenti religiosi, senza preconcetti e nel modo più libero possibile. Sappiamo che questa condizione nel giudicare la vita e i fatti non è per niente semplice, e spesso chi si considera “laico” è più condizionato di altri. Ma ragionare senza preconcetti e in modo libero deve essere necessariamente dovere di tutti, “religiosi” o meno, ed è con questo atteggiamento mentale che spero si  affronti questo argomento, oltre naturalmente con la dovuta calma e attenzione.

Buona lettura

 

 

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Trascrizione integrale della relazione tenuta dal teologo ad Albano Laziale il 31 marzo 2012

 

mancuso

Io dirò delle cose e sono sicuro che la gran parte di queste cose, probabilmente tutte le cose che dirò, sono a tutti voi già note, tento però di dar ordine, di sistematizzarle; la forma in cui i contenuti si possiedono a volte è ancora più importante dei contenuti stessi. Uno dei compiti del pensiero, diceva già Aristotele e ribadiva Tommaso D’Aquino, è proprio mettere ordine e tento di farlo con questo.

Il titolo che Andrea (ndr del gruppo Nuova Proposta di Roma) – che ringrazio molto per la fiducia di avermi chiamato qui – ecco, il titolo che all’inizio mi aveva proposto era il seguente: “Prospettive teologiche per l’accoglienza e l’inclusione delle persone omosessuali e transessuali nella chiesa in cammino”.

 

Questo era il tema che mi avevi assegnato. Io ne ho scelto un altro… Ne ho scelto un altro non perché non intendo confrontarmi con questo argomento proposto, ma perché penso che la prima forma di accoglienza sia la comprensione, l’intelligenza. Il primo luogo… Il primo luogo nel quale avviene l’accoglienza è la mente, la mente… e poi il cuore.

 

Se non si sciolgono le barriere della mente, anche le barriere del cuore fanno fatica a essere abbattute ed è per questo… ed è per questo che – già Andrea accennava – la nostra chiesa per secoli e secoli e secoli e ancora oggi fa fatica ad accogliere l’amore omosessuale.

 

Non è per cattiveria, è proprio per queste… per alcuni blocchi mentali… per alcuni problemi mentali, per alcune cose, in particolare due, che tenterò di affrontare. Quindi, senza conoscenza, senza la luce della conoscenza, non si può accogliere.

 

L’ignoranza genera il contrario dell’accoglienza oppure è un’accoglienza di serie B, di serie C, un’accoglienza che sa tanto di tolleranza… Avete capito cosa intendo. Quindi è per questo che io ho scelto questa mattina con voi di affrontare le due obiezioni più forti in ambito cristiano contro l’amore omosessuale. Sono due obiezioni e sono entrambe molto forti, molto radicate.

Quindi quali sono queste due obiezioni, che cosa dicono e perché a mio avviso si possono, si devono superare. Questo è quello che tenterò di fare.

La prima è l’obiezione nel nome della natura, della na-tu-ra, la seconda è l’obiezione nel nome della Bibbia.

La prima è diciamo preminente in ambito cattolico. La seconda è preminente in ambito protestante, ma ambito cattolico e ambito protestante spesso si ritrovano uniti e quindi anche in ambito cattolico spesso vi sono obiezioni contro l’amore omosessuale esattamente a partire dalla Bibbia e immagino che anche in ambito protestante si possano fare obiezioni nel nome della natura. Allora io procederò in questi termini… primo: l’obiezione che proviene dall’ambito della natura, della cosiddetta legge naturale; secondo: l’obiezione nel nome della Bibbia; terzo: conclusione.

 

Beh, l’obiezione contro l’amore omosessuale nel nome della natura è la grande obiezione del Magistero ecclesiastico ed è la teologia ufficiale che ne dipende. Dicono, cosa dicono? Dicono quanto segue: “C’è un imprescindibile dato di fatto naturale che si impone nella coscienza di qualunque persona retta.” Un-imprescindibile-dato-di-fatto-naturale, che si impone, si impone al punto da diventare legge, una legge naturale. E tale legge stabilisce che il maschio cerchi la femmina, la femmina cerchi il maschio e che ogni altra ricerca di affettività sia innaturale e quindi immorale. Ciò che è innaturale è necessariamente anche immorale. È un obiezione da poco?

No, non è un’obiezione da poco, non lo è, visto che la vita si diffonde così per quanto riguarda noi Homo sapiens sapiens da duecentomila di anni e si diffonde così da milioni di anni, se consideriamo gli altri… gli ominidi per esempio e da miliardi di anni, se consideriamo gli esseri viventi; escludendo qui i batteri, che si riproducono in modo asessuato, per il resto tutte le specie di esseri viventi si riproducono esattamente così, unione sessuale di maschio più femmina.

Ciascuno di noi, qui oggi presente, è venuto al mondo così, grazie all’incontro, quella notte, quella mattina… Io ogni tanto ci penso: chissà i miei quando l’hanno fatto, come l’hanno fatto? Ognuno di noi è venuto al mondo così.

Come rispondere a questa obiezione? Io ci ho pensato… Ho pensato che noi siamo in primavera, siamo anche fortunati adesso che è una bellissima giornata di primavera; io quindi vorrei partire dal significato profondo del termine primavera e dalla sua connessione con il termine verità: riflettere sulla primavera ci può aiutare a comprendere come l’identificazione della natura, con la necessità e con la legge – natura=necessità=legge che si impone – questa identificazione della natura con la necessità e con la legge è parziale e quindi è sbagliata. Come si dice primavera in latino?

 

Mentre venivamo… mentre venivamo in macchina mi è stato detto che Albano laziale contiene… me lo diceva Franco… Albano laziale compete con Roma per quanto riguarda i resti archeologici degli antichi Romani; è quanto mai appropriato porre qui, parlando in italiano, che è la continuazione naturale del latino… porre questa domanda: i nostri padri come dicevano quando volevano dire primavera?

Come si dice in latino primavera? In latino primavera – qualcuno l’ha già detto – si dice “ver”, genitivo “veris”, “ver/veris”; è la medesima radice da cui viene l’aggettivo “verus-vera-verum”, da cui viene l’avverbio “vere”, da cui viene il sostantivo “veritas/veritatis”. Questa stretta connessione primordiale tra verità e primavera ci fa comprendere che verità è ciò che fa fiorire la vita, ciò che consente alla vita di passare dal gelo dell’inverno al tepore primaverile da cui sorge la vita. Verità=vita, verità=logica della vita, verità=primavera. Siamo sì in presenza di una legge naturale, certo; è la legge naturale, questa?

Sì, è la legge naturale ma non è una legge naturale nel senso di nomos/norma, ma è una legge nel senso di logos/logica. Nomos/norma è una legge che ti imprigiona, che ti incatena alla necessità naturale, che ti dice “è così e non può essere che così, fai così”.

Logos/logica è una legge dinamica, che ti pone all’interno della processualità della vita e che ti fa fiorire, fa fiorire te in quanto pezzo di mondo che vivi dentro di te la primavera, la stagione della primavera, della fioritura, cioè dei legami e che, al di là per gli esseri umani della dimensione semplicemente stagionale e temporale, si dà come dimensione costitutiva. Costitutiva di ogni nostra manifestazione. Poi, anche nel pieno dell’inverno, anche il quattro novembre o se volete il due che è ancora più… possiamo fiorire e fioriamo, abbiamo aspetti di primavera, diciamo (?) questa dimensione di una legge naturale che è logos/logica.

Perché, vedete, quando parliamo di vita, soprattutto quando parliamo di vita umana, noi sbaglieremmo, sbagliamo – togliamo pure il condizionale – noi sbagliamo se ci limitiamo a pensare che la vita sia “bios”; qui ci viene in aiuto l’altra grande lingua classica, il greco antico: gli antichi greci quando parlavano di vita sapevano bene che non avevano a che fare unicamente con la vita come “bios”, tant’è che in greco antico per dire vita ci sono tre termini, non uno solo: c’è la vita “bios”, la vita biologica, la vita di queste palme che vedo lì e degli ulivi, come “bios”, ma vita in greco si dice anche “zoé”, è la vita animale, la vita della zoologia e noi siamo vita biologica ma siamo anche vita animale; vita in greco antico si dice “psyché”, anche ed è la vita psichica, la vita del carattere, del temperamento, delle emozioni, dei sentimenti. Il fenomeno umano poi prosegue.

Non è semplicemente e solo “bios”, vita biologica, vita animale, vita psichica, giunge anche a essere “logos”, vita della mente, vita razionale, vita progettuale, calcolante e giunge a essere “noùs”, “nòesis”, “noùs”, che è intelletto e anche spirito, che è la dimensione della libertà, dimensione della libertà che significa che noi siamo sì determinati dalla nostra biologia, siamo sì determinati dalla nostra zoologia, siamo sì determinati dalla nostra psicologia, ma non al punto tale da essere necessitati da tutto ciò.

Noi possiamo talora oltrepassare tutto questo, produrre (?) qualcosa di nuovo, creare, essere capaci di creatività. L’amore è il momento più alto della creatività. Quindi nel suo senso più radicale la verità è strettamente connaturata alla natura, scaturisce dalla natura, l’obiezione che viene fatta nel nome della legge naturale va presa sul serio: non ci può essere nessun pensiero adeguato che si contrapponga alla natura.

Noi siamo natura. Non c’è nessuna possibilità di pensarsi in contrapposizione, di pensarsi a prescindere dalla natura, ma quello che io ho sottolineato è che questa legge naturale non è una norma che congela il fenomeno umano unicamente sul “bios”, ma è una legge che favorisce la logica della relazione armoniosa, perché il fenomeno umano possa fiorire in tutti questi suoi cinque aspetti costitutivi, fino a giungere alla creatività, alla libertà della vita spirituale.

Questa secondo me è la vera legge naturale, questa armonia relazionale che fa fiorire la vita in tutti, in tutti i suoi aspetti.

Un approfondimento al riguardo: io dirò delle cose adesso, non so se voi siete d’accordo o no, poi ci sarà il dibattito, ma io dico le mie idee, come sono abituato a fare in qualunque ambito e in qualunque situazione, senza piegare il mio pensiero agli interlocutori, stando attento all’interlocutore ma senza piegarlo e non lo vorrei piegare neanche qui; vedete, io personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia quella della complementarietà dei sessi maschio+femmina, femmina+maschio, la-relazione-fisiologicamente-corretta…

Cioè, cosa vuol dire fisiologicamente corretta? Vuol dire che esiste appunto un “logos”, una “ratio”, una logica all’interno della “physis”, all’interno della natura e vi è una clamorosa innegabile attestazione della natura al riguardo…

Gli esempi li ho già fatti prima, insomma, a partire dal fatto del nostro essere qui… Poi tra l’altro per noi cristiani c’è anche l’esplicita attestazione biblica in Genesi 1, 27 e in tanti altri passi anche del Nuovo Testamento e così via, quindi primo polo del problema; secondo polo del problema, non ci sono neppure dubbi, però, che il fenomeno omosessualità avviene, si dà, si è sempre dato, sempre si darà, sia negli esseri umani, sia negli altri esseri viventi, quindi sono questi due poli che occorre tenere insieme: esiste una fisiologia di fondo ed esiste una variante rispetto a tale fisiologia.

La questione diventa: come definire tale variante? Come la definiamo? Difformità? Alterità? Alterazione? Trasgressione?

Normalmente la storia e non solo la storia, anche la cronaca, la cronaca dei giornali nei nostri giorni, presenta due interpretazioni, normalmente, superate dalla scienza, superate dalla… ma normalmente parlando, ancora oggi sono due: malattia e peccato. Questa variante o è una malattia o è un peccato o tutte e due. A mio avviso nessuna delle due è convincente e occorre lavorare a livello del pensiero, il pensiero è importantissimo, lavorare sulla cultura, lavorare sulle idee, è decisivo, è importantissimo, perché una società – e non solo una società – insomma perché ci possa essere effettivo progresso. Decisivo.

Quindi bisogna lavorare per sconfiggere questa modalità che ancora oggi è largamente maggioritaria secondo cui appunto l’omosessualità sia o una malattia o un peccato. Non lo si dice magari, non lo si dice, magari perché si sa che non è più “politically correct”, però mi pare di poter affermare – non sono un esperto a riguardo – che nella… come si dice, nelle dimensioni profonde del nostro Paese, ancora questa sia la convinzione e occorre lavorare per superare questa convinzione, perché l’omosessualità non è una malattia da cui qualcuno possa guarire né tanto meno un peccato che uno volentieri commette.

C’è il documento della Congregazione per la Dottrina della fede del 1986 secondo cui l’omosessualità è una manifestazione del peccato originale. Potete leggere questo documento firmato dall’allora prefetto Joseph Ratzinger…

Il paragrafo 6 dice: “Il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma. Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali”. Ecco, io sono del tutto contrario a questa prospettiva. Combatto, combatterò, ma rimane il problema: che cos’è, allora? Come la definiamo? È importante… Come la definiamo questa variante, questa altra manifestazione? Io penso che questo sia il compito che ciascuno di voi debba fare per se stesso. Io non ho nessun titolo per parlare al riguardo.

Dico solo: quelle… due modalità… quelle due modalità o peccato oppure malattia sono inaccettabili, vanno superate, poi è compito vostro, è compito di chi pensa queste cose in modo… e chi le vive e chi le pensa di giungere… Io mi limito a dire due cose al riguardo. Primo: tale stato di fatto si impone al soggetto. Non c’è una scelta, poi voi mi direte se è vero o no quello che dico, ma non c’è scelta da parte sua, così come gli eterosessuali non scelgono di essere eterosessuali; è la natura che esibisce dentro di noi questa attrazione, di cui noi siamo a volte persino vittime.

Se penso alle prime manifestazioni della mia sessualità, della mia attrazione per il sesso femminile, beh, sono dolorose a volte queste situazioni di dipendenza. Si è necessitati da questo punto di vista, c’è qualcosa che si impone, c’è qualcosa di più forte di noi che ci si impone. Secondo: tale stato non deve in nessun modo essere negato, represso, messo a tacere. Io mi limito a dire queste cose e aggiungo: può essere sublimato questo stato? Può essere sublimato? Lo avverto, ne sono consapevole, ma non lo esercito attivamente, lo sublimo. Può esserlo? Sì, io ritengo di sì.

La spiritualità cristiana presenta esempi molto luminosi di sublimazione della sessualità, ovviamente sia eterosessuale sia omosessuale. Alcune delle persone migliori che conosco – non tutte le persone migliori che conosco – ma alcune delle persone migliori che conosco sono esattamente persone che hanno sublimato questa forza della sessualità che agisce dentro di loro in funzione di un amore più grande.

Ancora nell’ultimo libro che è adesso arrivato in libreria del cardinal Martini che è un dialogo con Ignazio Marino – “Credere e conoscere”, pubblicato da Einaudi – ancora adesso il cardinal Martini ribadisce questa sua profonda convinzione secondo cui la forza della sessualità può essere sublimata in funzione di un amore più grande. E quindi la risposta è sì, certo e questo vale naturalmente tanto per gli omosessuali quanto per gli eterosessuali.

 

Vedete, a differenza di altre specie, proprio per il fatto che noi non siamo solamente “bios” e non siamo solamente “zoé”, per chi è solamente “bios” e “zoé”, cioè per – voglio dire – gli animali normalmente intesi, non c’è questa possibilità di sublimazione, perché la forza della sessualità diventa una costrizione. Visto che noi possiamo giungere anche ad essere “noùs”, il momento più alto della vita umana, cioè libera creatività spirituale, esattamente per questo noi possiamo sublimare l’energia sessuale.

Però questo vale per tutti e soprattutto questo non significa che la condizione omosessuale debba essere necessariamente sublimata, come vuole il Magistero attuale. Lo si può fare ma non deve essere necessariamente così, non deve essere necessariamente così. La sublimazione della sessualità non può essere imposta a nessuno, né agli eterosessuali, né agli omosessuali. Perché? Perché noi siamo passione. Qual è il nostro nome… dal punto di vista emotivo qual è la caratteristica che ultimamente definisce noi stessi?

Secondo me – poi ciascuno può rispondere alla sua maniera – ma secondo me è esattamente la passione. Noi siamo passione. L’intelligenza, la volontà, l’istinto, tutto questo… ultimamente convergono, sono uniti, sono definiti dal nostro essere passione e il nostro essere passione naturalmente può essere distruttivo, può essere distruttivo, ma una sola cosa è sicura: se si spegne la passione si spegne la vita. Allora, se la sublimazione è in funzione di una più alta passione, va bene. Se la sublimazione è in funzione dello spegnimento della passione, va male e va combattuta.

Ecco, questa è la modalità – non so se sono riuscito – questo è il succo del primo punto di questo mio intervento: c’è un’obiezione nel nome della natura, questa obiezione è seria, non è un’obiezione ridicola, ha un preciso fondamento, ma si supera nella misura in cui si comprende che la legge della natura non è una norma che si impone al soggetto come qualche cosa che lo schiaccia e che lo definisce unicamente in funzione del suo essere vita biologica e vita zoologica o di essere in funzione della riproduzione… non è, non è una legge che si impone in questi termini, ma questa legge naturale, per gli homo sapiens sapiens si dà anzitutto come fioritura di tutti i livelli della vita, tutti, il principale dei quali, il più alto dei quali, è la vita come “noùs”, come spiritualità e quindi è conforme alla vera legge naturale ciò che fa fiorire la vita del singolo, del singolo concreto, del singolo individuo concreto in tutti i suoi aspetti. Vengo adesso alla seconda obiezione, quella in nome della Bibbia: (…)

ULTERIORE SPIEGAZIONE DEI 5 TERMINI GRECI PER “VITA”

“Bios”: vita biologica, vita delle piante; “zoé”: vita animale, che è quella della riproduzione, dell’alimentazione; “psychè”: psiche, che è la vita psichica; carattere, emozioni, temperamento… ciascuno di noi ha il suo carattere: c’è chi di noi è un allegro, c’è chi di noi è un allegro assai, c’è chi è un andante, c’è chi un allegretto, c’è chi un largo, ciascuno di noi ha il suo temperamento; “logos”: la ragione calcolante, progettuante… la ragione, la vita della mente in quanto ragione: c’è un bellissimo libro di Hannah Harendt, “La vita della ragione”… “Nous”: che normalmente viene tradotto come intelletto e si distingue in intelletto attivo e intelletto passivo, ma che in questa prospettiva è ancora più giusto forse tradurre con “spirito”, la vita dello spirito, cioè la capacità di creatività, di porre qualcosa di nuovo, perché fino a quando noi ci fermiamo nel nostro essere viventi alla dimensione di “bios”, di “zoé”, di “psyché” e anche di “logos”, noi semplicemente ripetiamo la struttura, la struttura che ci ha generato, (?) possiamo solo trasgredire la struttura, innovarla, rivoluzionarla, infrangerla per porre strutture più grandi, migliori, più aperte, esattamente perché c’è questa quinta dimensione della mente e della vita umana che è la dimensione della creatività.

 

Le obiezioni in nome della Bibbia. Dicono: la parola di Dio condanna esplicitamente la pratica omosessuale, non condanna la tendenza, ma condanna senza appello ogni forma di pratica attiva, diciamo così, di amore omosessuale. È un’obiezione da poco? No, non è un’obiezione da poco, per chi è cristiano, per chi vuole, come dire, prendere sul serio la Bibbia, non è un’obiezione da poco.

Vi sono testi biblici molto espliciti al riguardo. Li conoscete, sicuramente, ma ne leggo alcuni, per esempio il Levitico. Levitico 18:22: “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna, è cosa abominevole”. Tra l’altro questa prescrizione si trova tra due condizioni che sono, uno: l’infanticidio e, secondo: la bestialità. Capite che ci si muove su terreni come dire ad alta elettricità. E se uno lo faceva?

Levitico 20:13 dice: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio. Dovranno essere messi a morte. Il loro sangue ricadrà su di loro”. Si potrebbe pensare che trattandosi di brani del cosiddetto Antico Testamento, siano superati nel Nuovo. Ci pensa però il Vaticano, con un documento della Congregazione per la dottrina della fede, quello citato sopra, a fare chiarezza. Adesso farò una lunga citazione di questo documento: San Paolo vi propone la stessa dottrina, elencando tra coloro che non entreranno nel regno di Dio anche chi agisce da omosessuale.

Si cita prima Corinzi 6:9: “Non illudetevi – scrive San Paolo – né immorali, né idolatri, né adulteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio”. Continua il documento vaticano: “In un altro passaggio del suo epistolario egli, fondandosi sulle tradizioni morali dei suoi antenati, presenta il comportamento omosessuale come un esempio della cecità nella quale è caduta l’umanità.” E poi si fa riferimento a Romani 1:18-32; in particolare il versetto 27 dice: “Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento.” E poi si cita anche – prima – Timoteo 1:10 dove anche qua c’è un elenco che in mezzo a sacrileghi, a profanatori, a parricidi, a matricidi, ad assassini, a fornicatori, a mercanti di uomini, a schiavisti, a bugiardi, ecc., in mezzo a tutti questi ci sono anche coloro che sono definiti sodomiti. Quindi che dire?

Il documento vaticano ha ragione e l’obiezione è un’obiezione pertinente e non c’è nessuna scappatoia esegetica, a mio avviso, nella misura in cui si sta in questi testi, che non potrà mai negare come questi testi siano esplicitamente contrari con una carica direi proprio quasi di aggressività, una grande carica di aggressività esplicitamente contraria all’amore omosessuale. E Gesù?

Gesù come si pone, che cosa dice? Gesù non dice nulla. Fanno notare gli esperti, gli studiosi, che Gesù sul discorso dell’amore omosessuale non ha detto una parola. E non disse neppure una parola… E quindi?

E quindi è molto curioso vedere come, a seconda della prospettiva che si vuole affermare, vi siano esegeti che dicono: “Vedete? Gesù non ha detto nulla. Quindi? E quindi evidentemente accetta in questo l’impostazione tradizionale giudaica, quindi evidentemente accetta la condanna proprio perché non ha detto nulla. Quando Gesù non era d’accordo lo diceva. Non avendo detto nulla, accetta. Chi tace acconsente.” Infatti, se voi leggete il libro il cui titolo è “L’omosessualità nella Bibbia” edito dalla casa editrice San Paolo, trovate esattamente questa prospettiva.

Di contro, ci sono altri teologi, altri teologi che dicono che il silenzio di Gesù va inteso non come un consenso rispetto alla prospettiva tradizionale ma come una sospensione del giudizio. Vi leggo le parole di Giannino Piana, che è un teologo morale che ha scritto un libro al riguardo, proprio al riguardo del problema di cui stiamo dibattendo: “Si tratta di un silenzio eloquente che non può non sorprendere e che deve essere seriamente tenuto in conto. Forse proprio da questo dovrebbe prendere spunto il Magistero della chiesa per riformulare la propria posizione sull’omosessualità e più in generale su tutte le tematiche connesse all’esercizio della sessualità”.

 

Cioè, Giannino Piana dice: “Prendete esempio, cari vescovi, cari cardinali, da Gesù, tacete su questa cosa, non dite nulla e fate che ciascuno determini…” Allora, che cosa dobbiamo pensare? Che cosa pensare? Come rapportarsi da credenti con i testi dell’Antico Testamento, con quelli del Nuovo Testamento, con il silenzio di Gesù? Certamente tutti voi conoscete, sono sicuro che tutti voi la conoscete, perché è così bella questa cosa, questa pagina che vi sto leggendo, che tutti voi la conoscete, l’avete letta, l’avete fatta leggere.

Tutti voi conoscete la pagina che ora vi leggerò. Risale a più di dieci anni fa, viene dagli Stati Uniti d’America, ma è intatta nella sua brillantezza, è una pagina piena d’ironia che aiuta a capire come uscire dal ginepraio dei precetti biblici. La storia si svolge in America e inizia quando una nota conduttrice di un programma radiofonico che si chiamava – anzi si chiama, perché è una signora ancora… almeno, Wikipedia English la dà come ancora vivente e operante – dottoressa Laura Schlesinger, nata a New York nel 1947, nata da padre ebreo e da madre italiana e a quel tempo ebrea osservante – era aderente appunto all’ebraismo ortodosso – in una sua trasmissione, basandosi su Levitico 18:22, afferma che l’omosessualità è condannata come abominio dalla Bibbia e quindi non può essere tollerata in nessun caso. Il passo è chiaro. Non c’è esegesi, non c’è possibilità di traduzione, quel passo lì è chiaro, basta leggere, si prende, si legge e fine della discussione. Chi vuol essere un cristiano e anche un ebreo coerente non può che trarne una conclusione.

Ora, qualche tempo dopo, un ascoltatore le scrive la seguente lettera che ora vi leggo, che immagino molti di voi, penso tutti voi, conoscete:

Cara Dottoressa Schlesinger, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho imparato davvero molto dal suo programma, ed ho cercato di dividere tale conoscenza con più persone possibile.

Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che è un abominio. Fine della discussione. Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e su come applicarle.

Primo: Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?

Secondo: Quando sull’altare sacrificale accendo un fuoco e vi ardo un toro, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Lev.1.9). Il problema è con i miei vicini: loro, i blasfemi, sostengono che l’odore non è piacevole. Devo forse percuoterli?

Terzo: So che posso avere contatti con le donne solo quando non hanno le mestruazioni (Lev.15: 19-24). Il problema è come faccio a chiederle questa cosa? Molte donne s’offendono.

Quarto: Il Levitico ai versi 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?

Quinto: Un mio vicino insiste per lavorare di Sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?

Sesto: Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è considerato un abominio (Lev. 11:10), lo sia meno dell’omosessualità. Non sono affatto d’accordo. Può illuminarci sulla questione?

Settimo: Sempre il Levitico ai versi 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all’altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso gli occhiali per leggere… La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c’è qualche scappatoia alla questione?

Ottavo: Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Lev 19:27). In che modo devono esser messi a morte?

Nono: Ancora nel Levitico (11:6-8) viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?

Decimo: Mio zio possiede una fattoria. È andato contro Lev. 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Lev 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

 

So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondere a queste semplici domande. Nell’occasione, la ringrazio ancora per essere così solerte nel ricordare a tutti noi che la parola di Dio è eterna ed immutabile. Sempre suo. Un ammiratore devoto.”

Credo che qualcuno potrebbe obiettare… ci fosse qui qualche teologo della Congregazione per la dottrina della fede potrebbe fare questa obiezione: “Mancuso, ma questi testi riguardano solo l’Antico Testamento.

Sono chiaramente superati dal Nuovo Testamento e i testi di San Paolo rimangono inequivocabili come condanna“.Ora, però anche con i testi di San Paolo possono nascere problemi analoghi; qualcuno per esempio potrebbe scrivere alla nostra dottoressa chiedendo spiegazioni sulla politica a proposito di Romani 13:1. Cosa dice Romani 13:1? “Non c’è autorità se non da Dio. Quelle che esistono sono stabilite da Dio” e riflettere un po’ su tutti i governi, i governi italiani… Insomma, siamo proprio sicuri? Sono proprio tutti stabiliti da Dio?

Si potrebbero chiedere spiegazioni sui rapporti con gli animali a proposito di Filippesi 3:2, quando San Palo dice “Guardatevi dai cani”. In che senso mi devo guardare dai cani? Devo mettere la museruola a tutti, portarli al canile? Si potrebbero chiedere spiegazioni sulla dignità della donna a proposito prima in Corinzi 11:10, dove si legge “La donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli”. E infatti io ero bambino e ricordo ancora nelle chiese le donne che usavano il velo… Quando si entrava in chiesa. Mia nonna… Mia mamma non me la ricordo, ma mia nonna sì, con il velo. E viene da qui. Si potrebbe chiedere spiegazioni a proposito di Efesini 5:23-24: “Il marito è il capo della moglie e come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai mariti in tutto”.

Quindi sono molte le cose… tra l’altro… che si potrebbero chiedere come obiezioni a San Paolo e a questa ipotetica dottoressa… che… No, la dottoressa non era ipotetica per quanto riguarda l’intervento al Nuovo Testamento. Adesso entra in gioco con un’ipotesi per le cose che riguardano il luogo (?). Il punto qual è? Il punto è che occorre superare la lettera della Scrittura.

È lo stesso San Paolo che dice: “la lettera uccide” – in 2 Corinzi 3:6 – lo spirito della vita… la lettera uccide e che questa lettera biblica abbia ucciso e purtroppo continui ad uccidere a volte non solo moralmente ma anche fisicamente è un dato di fatto. La Bibbia non è la parola di Dio, la Bibbia contiene la parola di Dio. Dio non è un grande vecchio con la barba bianca che dice parole… Come le direbbe? In arabo, in greco, in ebraico, in latino? Come le direbbe? In inglese, oggi? Questa parola è questo logos/logica che fa fiorire la vita, questa è la-parola-di-Dio, questa primavera che fa fiorire la vita, l’energia che accompagna ogni fenomeno vitale perché fiorisca.

E allora, nella misura in cui tu ti poni di fronte alla scrittura, tu credente, prendi in mano le pagine dei Vangeli, le pagine dell’Antico e le pagine del Nuovo, ti poni di fronte a questa scrittura e trovi… e fai scaturire da questa Scrittura, da alcuni passi – non da tutti perché alcuni sono irrecuperabili – ma da alcuni passi fai fiorire questa logica/logos della vita che fiorisce e che vuole relazioni armoniose, che vuole l’amore, allora tu fai sì che dalla Scrittura scaturisca la parola di Dio, da intendersi come relazione, relazione armoniosa.

Se invece questo non avviene, la lettera diventa una grandissima gabbia entro cui la mente, il cuore e le vite delle persone sono rinchiuse.

Concludo… Ho risposto così alla seconda obiezione, facendo capire che uno: senza mistificare i testi… È vero, i testi dicono questo, ma ce ne sono altri che dicono delle cose che oggi sono impresentabili.

Vuoi degli esempi? Vatti a leggere la lettera della dottoressa Schlesinger. E quindi che cosa devo fare? Non è più la parola di Dio la Bibbia? No, la Bibbia la contiene, appunto ed ho spiegato in che senso.

Concludo, dicendo quanto segue: a mio avviso, sulla questione della condizione omosessuale e dell’amore omosessuale ci sono due estremi, che vanno entrambi evitati: da un lato negare la dignità della condizione omosessuale considerandola una malattia e una perversione, questo è un estremo e su questo mi sono soffermato.

Ce n’è un altro su cui non mi sono soffermato, perché il tempo è stato quello che è ed è quello di fare della condizione omosessuale il punto di vista privilegiato se non addirittura l’unico in base al quale considerare se stessi e le proprie relazioni con il mondo. Questo è l’altro estremo che a mio avviso va evitato. Vedete, voi siete cristiani, siete qui perché siete cristiani ed è (?) come se ci sia un compito rispetto ad un cristiano, consista nel far capire che la propria vita, la vita umana non è riducibile alla sessualità, non è identificabile il mistero della persona con la sua tendenza sessuale, di qualunque orientamento sia, etero o omo, quindi se il primo estremo è mortificante nei confronti della condizione omosessuale e va superato, l’altro estremo è quello di fare della condizione omo/eterosessuale, insomma della sessualità, il punto di vista privilegiato in base al quale pensare e vedere il mondo; è sbagliato, secondo me.

Commette, questo secondo punto di vista, lo stesso errore del primo, quello di pensare che la vita sia solo “bios” e “zoé”, vita biologica e vita animale. Non è così. La vita biologica e la vita animale sono importantissime. Senza la vita biologica e senza la vita animale non fiorisce l’anima, non fiorisce la vita spirituale. Ma la dignità ultima delle persone è più della vita biologica e della vita animale.

Io penso che lo specifico dell’essere cristiani in rapporto alla sessualità consista in una particolare visione antropologica che ritiene primo: che l’amore è la dimensione decisiva dell’essere uomo.

In che cosa ci compiamo noi come esseri umani? Nell’amore.

E, secondo: che tale amore riguarda anche lo spirito, anzi lo spirito ancora più del corpo, perché l’amore vive la sessualità, attiene a tutte le dimensioni dell’uomo, attiene al corpo, attiene alla psiche e attiene allo spirito.

Grazie per l’attenzione.

 

La via Bicocca a Sorso

 

bicocca

 

Mi raccomando, se avete difficoltà nel leggere i piccoli caratteri di questa spassosissima descrizione della via storica di Sossu, mettetevi anche due paia di occhiali da presbite, e se non bastano, cercatevi anche una lente d’ingrandimento. Vi assicuro che ne vale lo sforzo.
In modo scherzoso ma molto realistico, vi è descritta la vita che vi si svolgeva fino a non tantissimi anni fa. Gente chi si ni cababa l’occi, ma che dopo si riappacificava senza tenere particolari e duraturi risentimenti. Persone vive e vere dal carattere sanguigno, che conoscevano tutto di tutti. Una “convivenza”, seppur forzata e a strettissimo contatto, per molti inimmaginabile ai tempi nostri.
Oggi per lo più ci si limita al “buongiorno….buonasera” (quando c’è), ma quanta indifferenza e (di conseguenza) quanta solitudine!

Dopo una breve pausa per asciugarvi le lacrime provocate dalle risate, leggete e, se vi riesce,  immedesimatevi nella nostalgia del carissimo ANDREA PILO  – oggi novantenne – nel descrivere cosa oggi è diventata quella via, come tante altre strade: uno spazio inquinato dalle tante auto parcheggiate a tutte le ore del giorno e della notte. Il progresso.
(Piero Murineddu)

 

 

 

 

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Il naso rosso che aiuta Luca a non arrendersi

di Piero Murineddu

Quello che segue è un articolo apparso sul “Corriere Turritano” nello scorso aprile. Come mi ha detto l’autore, a causa della sua  collocazione  nella cronaca di Porto Torres probabilmente è sfuggito  ai nostri concittadini di Sorso. E’ possibile, e se i non  numerosi sorsinchi che leggono questo periodico solitamente si soffermano alla cronaca romangina,  la cosa è ancora  più verosimile.

Ritengo gli scritti di Leo Spanu (è suo l’articolo) sempre stimolanti, per cui spero di fare cosa gradita divulgarlo col modesto strumento di comunicazione qual’è questo mio blog, che seppur nel piccolo, è cosa certa che darà a qualcuno l’opportunità di conoscere la realtà di Ana e amici raccontata da Luca nel suo diario di una bellezza “straziante”.  Realtà triste sicuramente, ma il naso rosso da clown di Luca e di altre persone di buona volontà fa intravvedere piccoli lampi di speranza che indicano un’umanità non del tutto morta e sepolta.

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Ana che aveva gli occhi azzurri

di Leo Spanu

Luca fa il libraio e lavora presso la Koinè di Porto Torres. Le ferie e, quando può, il tempo libero li dedica ai ragazzi di strada della Romania. Armato solo di un naso rosso e della sua sofferta umanità, cerca di regalare un sorriso ed una speranza agli ultimi degli ultimi. Il suo diario è di una bellezza straziante, meriterebbe di essere portato all’attenzione di tutti, di essere letto integralmente da quelli, forse troppi, che preferiscono girare lo sguardo da un’altra parte. Ma lo spazio è tiranno. Con la sua autorizzazione, mi permetto di aggiungere qualche altra piccola storia e di raccontarla a modo mio non perché mi ritenga più bravo di lui nello scrivere ma semplicemente perché così mi sembra di essere, per un attimo, anch’io insieme a quei ragazzi. Anche se solo col pensiero.

Bucarest è una città bellissima, piena di storia e di memorie artistiche poi c’è “l’anima nera” della città. Una terra di nessuno dove la popolazione rom rovista tra la spazzatura litigando con i cani, dove i senzatetto e i ragazzi di strada vagano senza tempo ai bordi di un canale sotterraneo. Urlano e gesticolano; qualcuno sniffa la colla dentro un sacchetto di plastica. E’ il popolo degli invisibili, quelli che nessuno vuol vedere. Gli invisibili come George.

George ha 26 anni , da sempre vive nella strada, ha l’HIV, epatite, tbc e tutto lo spettro delle malattie infettive, è un eroinomane cronico, ed è stato trovato per le strade che non si alzava da giorni da terra. Era stato recuperato una volta come giocoliere, per dare un senso alla sua vita, poi di nuovo la ricaduta.  All’ospedale gli danno sei mesi di vita… sembra abbia 70 anni, la pelle del viso screpolata, senza denti e capelli ma promette di non farsi più con l’eroina e la colla. Si sa, sono solo promesse di marinaio.

Giovedì 13, al pomeriggio, c’è l’incontro più atteso e più temuto.

Nella piccola sala stretta ci sono circa 15 ragazzi di età indefinita…. corpi con deformazioni, lacerazioni nella pelle, un lezzo difficile da sopportare, una ragazza piange in continuazione disperata, hanno stracci per vestiti, si infliggono dolori fisici per non sentire quelli dell’anima, hanno movimenti auto-consolatori esagerati, uno raccoglie qualsiasi cosa da terra e la mette in bocca, si nascondono dietro braccia magre, sono quasi tutti senza denti e, se li hanno, sono marci, sono soli; ci sono ragazze senza seno ed altre lo hanno enorme.

Mentre scrivo queste righe tremo, mi rannicchio come un feto, piango, piango senza freno ma non per loro. Piango per questo mondo che indifferente non li vuole riconoscere ed accettare. Dove siete persone pie devote al vostro dio, al vostro budda, al vostro individualismo, al vostro edonismo e devote all’estetica. Dove siete perbenisti e benpensanti, maestri ed imbonitori solo nei media, progressisti da salotto, conoscitori solo del vostro tutto così povero, poco ed effimero, poveri che siete!

Ma bisogna reagire e allora con un bel naso rosso comincia il girotondo. Questi bambini bisogna prenderli per mano, alcuni sono diffidenti, altri non mollano più la mano. Pochi ordini, dei giochi motori con un palloncino; due ragazzi, Daniela e Andrei guidano il gioco e si sentono importanti perché sono responsabili del risultato. Anche la ragazza che piangeva disperata si calma. L’ora si conclude con i ragazzi che colorano i loro nomi per terra. Sono più tranquilli. Il primo impatto è stato positivo ma c’è tanto da lavorare. Sarà molto dura.

Giorni di impegno pieno e faticoso, qualche piccola vittoria quando quei ragazzi senza sogni diventano bambini che giocano ma spesso andando via  le solite scene forti: un bambino piccolissimo che piange sbattendo la testa ad una porta, una ragazza ci mostra il suo minuscolo seno ed un ragazzo porta in giro la sua erezione in pantaloni eccessivamente stretti, hanno tutti indumenti o troppo stretti o troppo larghi, rotti e consumati, tanti tengono su i pantaloni con le mani o con dei lunghi lacci, hanno tutti capelli rasati, si fa fatica a volte a distinguere una donna da un uomo, qualcuno non ha le scarpe e se le ha le ha troppo larghe e rotte. Ma non bisogna arrendersi.

Ana è una bambina di sei anni, timida, dolce, attenta ai suoi amici, gli abiti sempre intrisi di odore di fumo del camino, bella come la meraviglia. E’ una del gruppo che il padre vuole portare via dall’istituto. Il padre la picchia spesso, la madre ha problemi psichici e di alcol. Ci sono altri due figli e tutti vivono in una casa di una sola stanza. Ana, con i suoi capelli chiari e gli improbabili scarponi troppo grandi ai piedi. Ana che stringe gli occhi e sorride. Ana che ha gli occhi azzurro cupo come il mare davanti alle scogliere di Balai quando strati di nuvole bianche e grigie velano il cielo. Come le lacrime nascoste di un clown quando ha gli occhi velati mentre ride e fa ridere dei bambini perduti.

 

NOTE

Varie organizzazioni di volontari lavorano a Bucarest. Tra queste “Parada”, con cui collabora Luca Maricca.

 I corsivi sono tratti dal diario dello stesso Luca.

La mia allergia al diffuso e indegno genuflessismo

francesco

per rendere leggibili i caratteri, cliccarci sopra

 

 

di Piero Murineddu

La persona con “l’impercettibile lagrima” che racconta a Franzischinu lu porthudorresu l’evoluzione, o se preferite, l’involuzione antropologico-culturale–politico e la bagassamannachizafattu, mi sembra di conoscerlo – anche perchè non nuovo a queste maldicenze “antituristiche” ( del proprio paese, succeda quel che succeda,  bisogna SEMPRE PARLARE BENE….cazzucazzu!). Anzi, mi sembra proprio d’intravvedere nel traditore maldicente  lo zampone dell’homo baffutus, sorsinco di nascita ma non d’animo.

Più difficile, almeno per me, è capire chi possa essere il “bossetto di turno”, a cui ci si genuflette ormai senza più ritegno. Che sia intimamente legato con “Marpione I° , campione d’intrallazzi, spiccatamente scadente, di basso (e frequentemente bassissimo) sottofondo culturale……….   etc etc etc ? (*)

 

(*)  No, lo “starnuto” non è dovuto a raffreddore. Ho semplicemente una forte allergia per questo diffuso e indegno….. genuflessismo

 

 

 

 

 

 

A Sossu, jazziamo o non jazziamo?

jazz band

 

 

 

di Piero Murineddu

 

Il luogo è Sorso, cittadina in provincia di Sassari. Il periodo è tra il ’62 e il ’63. L’impegno per costruire una posa da gruppo musicale “forte” c’è, la sostanza probabilmente molto meno. Il particolare genere musicale è  “aburottu”, poco conosciuto ma molto praticato, specialmente tra amici che ogni tanto si ritrovano uno strumento in mano (o in bocca), immaginandosi magari di essere Duke Ellington, Charles Mingus, Thelonious Monk, quel simpaticone di Louis Armstrong o altri.

I due chitarristi sono Giuseppe Serra e Augusto Biosa, il trombettista è Antonio Piredda. Chi soffia disperatamente dentro il sax è l’amico Piero Tangianu, mentre mi è ignoto il perplesso spettatore appoggiato al muro. La strada potrebbe essere via Cappuccini. Ancora oggi, specialmente nelle giornate ventose, par di sentire l’eco dei vicini di casa di allora , costretti a sorbirsi il per niente rilassante genere musicale.

Piero era gia un anno che aveva iniziato a percorrere per lavoro le  strade intercontinentali, e qundo rientrava in paese, riuniva i suoi amici per cercare di sintonizzarsi in qualche accordo musicale, cosa che capitava con estrema difficoltà. Il divertimento era molto, ma gli ingaggi praticamente inesistenti. Loro non si scoraggiavano, perchè lo scopo lo raggiungevano in ogni caso: unicamente divertirsi.

Giuseppe, Augusto e Antonio, suonando strumenti a fiato, erano componenti della Banda Musicale “S.Cecilia” di Sorso, creata e “distrutta” dal parroco di allora, don Salvatore Ferrandu, e in attività per almeno tre anni. Piero, 18enne, aveva da poco intrapreso lo studio della tromba in Germania, e da quello che mi risulta, è l’unico che ha continuato lo studio e la pratica di questo poco silenzioso  strumento appartenente alla famiglia degli “ottoni”,  la tromba (e non il sax come appare nella foto).

Il fatto di non risiedere stabilmente a Sorso gli ha impedito di attivarsi per tentare la nascita di una Banda, ma il desiderio gli è sempre rimasto. In Germania dava il suo valido apporto ad una Banda molto conosciuta, mentre da quando è andato in pensione, ha avuto l’opportunità di essere membro di Bande e di gruppi musicali. Attualmente vorrebbe trovare altri musicisti disposti a formare una Jazz Band, genere da lui molto amato e che vorrebbe approfondire con altri che condividano la stessa passione.

Si spera riesca a concretizzare questo proposito. Il panorama musicale, a Sorso abbastanza ricco e variegato, troverebbe ulteriore arricchimento. L’invito è allargato a musicisti con capacità di leggere le partiture, residenti anche fuori dal limitato territorio romangino.

Per contattarlo, piero.tangianu@tiscali.it

 

tangianu

Bisogna proprio che mi decida a camminare di più

Tutti-I-Rimedi-Contro-I-Piedi-Maleodoranti

 

 

 

di Piero Murineddu

Il giorno è venerdì 26 settembre 2014. Ormai è qualche tempo che alle 6,45 sono in paziente (e ultimamente “infreddolita”) attesa dell’autobus per recarmi in città per guadagnarmi l’insufficente salario. La vecchiaia che fa capolino sta iniziando a farmi pesare la cosa, ma ai giorni nostri, beato chi ce l’ha un benedetto lavoro!

Percorso qualche chilometro, lo scalcinato mezzo inizia a rallentare, fino a quando non si ferma proprio. La temperatura dell’acqua nel radiatore è al massimo, per cui, giustamente, l’autista non vuole rischiare di far “fondere” il motore e di doverlo ripagare col suo magro stipendio.

Gli occupanti sono costretti a scendere giù e, fischiettando allegramente, arrangiarsi per proseguire, a parte qualche vocina isolata che si lamenta che per Sorso riservano sempre gli autobus più messi male. Mai contenti siamo! Gli automobilisti di passaggio dimostrano massima comprensione e nel giro di qualche minuto siamo ospiti in diverse auto. Arrivati presso il rettilineo dell’ospedale di “San Camillo”, vediamo che si forma una lunga fila di autoveicoli che procede lentamente. Scopriamo che qualche chilometro più avanti è successo un incidente. Grande disappunto, accompagnato da un pizzichino di preoccupazione per le eventuali conseguenze alle persone. Non siamo fermi, ma il procedere è talmente rallentato che i secondi sembrano ore. Ringrazio il giovane e gentile Manolo per il passaggio e decido di incamminarmi a piedi.

Man mano che procedo, l’aria fresca del mattino mi dà una carica particolare, anche se i gas delle auto mi fanno pentire della coraggiosa decisione. Accesasi l’intermittente ingegnosa lampadina, diversi automobilisti incolonnati decidono di tornare indietro e prendere la strada secondaria che da San Camillo sbuca proprio all’entrata di Sassari. Io, potendo servirmi del naturale mezzo “francescano”, andando avanti ho addosso un grande senso di libertà poichè non ci sono ingorghi e incidenti che possono impedirmi di raggiungere la meta agognata: il lavoro.  “Iiiihhhh, fòramaaaari! – potrebbe dire qualcuno – e cos’è tutto questo attaccamento a lu trabagliu?”.  Oiaaaa….senso di dovere è!

Con la lingua a sessanta centimetri da terra arrivo al punto dell’incidente. Credo che non sia successo niente di grave per le persone, ma l’autovettura messa di traverso non può evidentemente essere ancora spostata e al panzoso poliziotto non rimane che far passare lentamente i veicoli nel limitato spazio. Le fila di auto nei due sensi di marcia, con occupanti assonnatimpazientitieincazzatiamorte, mi danno ancor di più la sensazione di essere un mezzo eroe liberatosi finalmente dalla moderna tecnologia, ma l’arrivo alla prima fermata dell’autobus con la lingua scesa ormai a dieci centimetri dal suolo non mi permette di fare un glorioso ingresso con schiena dritta, petto in fuori e con sguardo orgogliosamente soddisfatto. Mi siedo nel muretto e aspetto il passaggio del bus salvatore.Ma quante auto arrivano da Sorso e da Sennori? Il flusso è continuo e le auto con il solo conducente sono la maggior parte. Tutte insieme violentemente ad inquinare l’aria già irrespirabile della città.

Intanto dell’autobus nessuna ombra. Mi decido a proseguire. Arrivo alla rivendita di frutta tutta bella esposta fuori ad impregnarsi per bene dei micidiali veleni espulsi dalle marmitte, ma i cartellini coi prezzi bassi hanno il potere di attirare i clienti fin dai primi minuti dall’apertura. In quell’incrocio la concentrazione delle micro particelle assassine è al massimo, ma all’acquirente delle belle pescozze esposte interessa esclusivamente poter risparmiare qualche spicciolo sulla spesa giornaliera.

Dopo un bel po’ di attesa, finalmente prendo posto nel primo bus di passaggio. Il lungo giro, mi fa arrivare nei pressi della mia meta, ma l’orario tardo mi fa desistere, per cui decido di andare verso la stazione ferroviaria e fare ritorno a casa, cosa che mi riesce solo a metà mattinata. Un giorno di ferie non voluto, insomma.

 

Tra le tante considerazioni su questa gita fuori programma, ne voglio fare una sola: è necessario che cammini più spesso a piedi, se non altro per far vedere che sono ancora efficiente, giovane e scattante, nonostante i polpacci morbidini e un tantino afflosciati, l’inevitabile artrosi dell’età, l’affanno e marasolthi vari.

Si, bisogna proprio che cammini di più, almeno anch’io posso esibire il mio trionfante petto in fuori, seppur totalmente glabro e di muscoloni privo. Ad una condizione: che non sia costretto a farlo respirando i vari gas di scarico di quelle inquietantissime marmitte, che salutari non credo lo siano proprio. Amen e così sia

Qual’è l’utilità della cultura a Sorso, dove prevale spesso la vana “boria”?

 

BIBLIOTECA

 

di Piero Murineddu

Mie considerazioni provocate dopo la lettura del testo di Leo Spanu riportato in fondo alla pagina.

Nel suo argomentare, Leo ha l’ardire di sostenere che la ricchezza culturale della famiglia Tanda  ” è stata dimenticata dai nostri compaesani impegnati in attività più serie come il pettegolezzo politico, “lu ciarameddhu”  su FB,  le discussioni sul peso dell’aria fritta, l’elogio e l’esaltazione del proprio ego e della propria ignoranza”.  Affermazioni severissime, evidentemente. Provo a ragionarci su.

In effetti, dal momento che è innegabile che la comunità di Sorso, amministratori e amministrati, non riconosce l’eccellenze artistiche, letterarie e scientifiche di molti che qui vivono e sono nati (anche perchè spesso non conosciute in modo appropriato, sia ben chiaro!), verrebbe da dedurre che a Sorso, considerata anche la durezza dei tempi, la preoccupazione principale sia “riempire la panza” e tutte le altre cose sono secondarie. Come si dice in gergo, isgiabidduri. La mia povera mamma rimaneva stupita dei giornali e dei libri che compravo da giovane. “Ma cosa ni fai di tuttu chisthu pabiru!?”, mi diceva, pensando seriamente che i soldi spesi fossero sprecati.  La necessità di lavorare duramente nei campi da piccola e di darsi da fare per garantire la sopravvivenza alla numerosa famiglia era la cosa più importante e più urgente, per cui l’analfabetismo era un dato di fatto per i più. Donna di popolo mia madre, e dunque spesso diffidente verso le cose poco comprensibili. Temo che il giudizio di mia madre fosse e continua ad essere molto diffuso: ma a cosa “serve” questa benedetta cultura? L’importante è avere un sicuro e buon posto di lavoro, ben retribuito specialmente.

E pensare che qualcuno si azzarda ancora ad affermare che “la cultura è la condizione necessaria per autodeterminare la propria vita e per liberarla“. Altre altitudini e altra mentalità.

Continuo nel mio pseudo ragionamento, per qualcuno forse fastidioso e inopportuno.

A cavallo delle due guerre e per diversi anni nel periodo post bellico, la possibilità di studiare era riservata a pochi, e generalmente erano i figli delle famiglie benestanti che arrivavano a farsi una “posizione”. E’ azzardato affermare che nei confronti di queste famiglie privilegiate, nella “gente del popolo” si sia creata una sorta di risentimento, forse invidia o chiamatelacomevolete? E’ plausibile pensare che nella vita concreta e quotidiana ci sia stata una spaccatura  “noi-loro”? Ripeto, l’argomento è difficile e forse anche antipatico. Probabilmente il benessere di certe famiglie era comunemente giudicato conseguente a situazioni d’ingiustizia e di prevaricazione, per cui nei confronti di chi stava bene e non era costretto a stringere la cinghia, nel tempo è stata covata della rabbia, raramente espressa, per paura forse di inimicarsele queste famiglie “in vista”. Quest’ultime, nel tempo avevano  stretto una sorta di alleanza (di comodo)  tra loro, frequentandosi e creando un mondo  “separato”. E’ abbastanza corrispondente al vero che chi andava avanti erano i loro figli, mentre gli altri, la maggior parte, interrompendo gli studi per necessità, perchè non incoraggiati dalla famiglia e forse riuscendo ad ottenere a malapena la licenza elementare o media, hanno dovuto accontentarsi dei lavori di manovalanza, scarsamente retribuiti.

Provo ad essere provocatorio. Spesso, non sempre ma spe-sso, le  persone che si sono distinte nell’arte, nelle lettere, nella scienza, o anche che hanno raggiunto alti gradi militari o ruoli di rilievo nella società, hanno per lo più avuto l’appoggio di famiglie con improbabili problemi economici.  Senza negare l’estro, l’impegno, le rinunce e le capacità personali,  nell’immaginario comune ho paura che persista l’idea che siano stati dei privilegiati e sicuramente agevolati per la loro condizione economica e sociale. Non tutti, ma buona parte.

Pur tuttavia, ammesso (e probabilmente da molti non concesso) che il mio ragionamento sia in qualche modo fondato, questo “risentimento”, questa “ferita” difficile da rimarginare non può giustificare questo non dar importanza ai nostri concittadini che si sono distinti. Con questa eventuale  “ferita”  bisognerebbe fare i conti.

Mi chiedo:  la possibile  “invidia”  che si scatena nei confronti di chiunque “emerga”  in un qualsiasi settore, può avere questa radice?

Torniamo alla decisione del prof  Tanda:

ha fatto bene a non lasciare i suoi beni librari a Sossu?

La sua è stata una scelta per “vendicarsi” del mancato riconoscimento da parte dei suoi compaesani?

Gli “invidiosoni” sussinchi non si meritano niente?

Sono giustificati tutti i “cervelli”  che cercano fuori da Sorso la loro realizzazione come, per fare un solo esempio, aveva deciso il pittore Giuliano Roggio che nel 1976 si era trasferito con la propria famiglia in Piemonte, “deluso dall’incomprensione e dalla speculazione che ruotava intorno ai pittori” (tornò a Sorso sei anni dopo), ma come continuano a fare i tanti che giudicano ristagnante e frustrante la vita a Sossu?

Se ci pensiamo, il non dare evidenza e riconoscimento alle nostre “eccellenze” umane, è culturalmente ed economicamente autolesionistico, e questa è responsabilità si degli amministratori che si susseguono, ma anche dei cittadini, che singolarmente o associati, non si attivano in questo senso.

A proposito,

finirà finalmente il tempo di delegare tutto alla politica, di pensare che sia la politica preposta ad affrontare ogni minimo aspetto della vita? E se il politico è un imbecillotto incompetente come spesso capita, che facciamo, continuiamo inerti ad aspettare e a sperare nel messianico uomo della provvidenza? Dobbiamo ancora illuderci che il politico sia ancora capace di agire senza obiettivi che non siano quelli di perpetuare il suo potere?

Ma nel caso che Nicola Tanda avesse donato il suo patrimonio librario a Sossu, è verosimile pensare al rischio che sarebbe andato a finire nelle “oscure e umide cantine”,  disperso o addirittura trafugato nelle private casseforti o salotti casalinghi?

Ripeto:  è possibile che noi sussinchi siamo invidiosi dei nostri “profeti”, frustrati come siamo e presi spesso dalla vana “boria”, e non sopportiamo che qualcuno si metta in evidenza per dei motivi positivi, fatta eccezione per qualcuno che si distingue al massimo nello sport? Se fosse vero, come dice Leo,  che “i sorsesi s’impegnano molto a cancellare ogni traccia della loro memoria”, l’ultra 80enne Professore finirà con lo stancarsi facendo inutilmente il numero del Comune di Sorso per avere udienza presso i gestori pubblici della….Cultura.

Ma poi, a differenza di Ozieri dove  ha trovato un’Associazione come interlocutrice affidabile,chi c’è a Sossu  intenzionato seriamente (e coraggiosamente) a recuperare  la Memoria Collettiva, non per forza mosso da obiettivi turistici e di cassa?

Chi, individualmente ed in associazione, è disposto a prendersi la responsabilità di elevarci “culturalmente”?

A Sorso abbiamo una Biblioteca pubblica, “tempio laico” della cultura, ed è in questo luogo che si dovrebbero trovare i segni concreti dei personaggi che hanno dato e continuano a darci lustro, e se ancora non ci sono, dovrebbe essere impegno comune farveli ritrovare.   Ma mi chiedo, i sorsesi sono interessati alla loro conoscenza? Li ritengono realmente un valore insostituibile?

Leo Spanu capisce e condivide la “sofferta” decisione di Tanda, ma pensandoci bene, non dovrebbe essere l’eventuale “vicinanza politica,  l’intelligenza artistica e letteraria e quindi il livello culturale di chi momentaneamente governa a motivare eventuali donazioni di Opere artistiche e letterarie, ma la consapevolezza di beneficare le attuali e future generazioni (con la speranza che siano migliori e più “intelligenti” delle passate), con la severa clausola che dei “doni”  bisogna avere massima cura.

Per finire, chi è disposto a dimostrare nei fatti   che dire   “i sorsesi sono impegnati  nel pettegolezzo politico, “a ciarameddhà”  su FB, in discussioni sul peso dell’aria fritta, a elogiare ed esaltare il proprio ego e la propria ignoranza”  è falso?

 

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La foto è tratta da ” Ancora ammenti” di Nicola Tanda

Nessuno è profeta..a Sossu

di Leo Spanu

Leggo sulla Nuova del 23/7/2014 la notizia che il professor Nicola Tanda “regala” ad Ozieri il suo ricco fondo librario. La mia prima reazione istintiva è di stupore  poi mi rendo conto, con amarezza, che il professor Tanda ha fatto la scelta giusta. Nicola Tanda è l’ultimo di quattro fratelli che, con le loro attività, hanno onorato la città di Sorso. Pochi cenni indicativi per i più distratti che, a Sorso, sono troppi.

Nicola Tanda: docente universitario, filologo, critico letterario, fondatore di vari premi letterari (Ozieri, Romangia), studioso della lingua sarda.

Ausonio e Francesco Tanda: due fra i maggiori pittori sardi del secondo dopoguerra.

Anton Paolo Tanda: Sovrintendente dell’Archivio Storico della Camera dei Deputati, studioso di diritto, scrittore.

In realtà parlare di questi quattro illustri sorsesi richiederebbe molto più spazio e tempo ma queste poche note danno un’idea significativa della ricchezza culturale di questa famiglia che, purtroppo, è stata “dimenticata” dai nostri compaesani impegnati in attività più serie come il pettegolezzo politico, “lu ciarameddu”  su FB,  le discussioni sul peso dell’aria fritta, l’elogio e l’esaltazione del proprio ego e della propria ignoranza. Ma tornando a noi, la scelta operata dal professor Tanda di privilegiare Ozieri ignorando il paese natio ha una sua logica.

Facciamo un passo indietro e vediamo cos’è successo alle donazioni fatte al comune di Sorso.

Il fondo Madau-Diez è dato per disperso e del fondo Cottoni non si hanno notizie.

Resta il fondo Bellieni che è in corso di catalogazione da parte del personale della biblioteca.

La donazione dei quadri di Rosa Sechi Colacino (ne abbiamo parlato in un precedente numero del nostro giornale) ha un’esistenza talmente difficile che gli eredi stanno pensando seriamente di farsi restituire le opere della pittrice. Sistemati provvisoriamente al Palazzo Baronale, vengono appesi e staccati in base alle esigenze di altre manifestazioni. Ed è già un fatto positivo considerato che per anni sono stati buttati in un solaio dello stesso palazzo. Non una presentazione ufficiale, non una mostra per far conoscere ai sorsesi una pittrice, loro compaesana, di talento.

La politica culturale a Sorso non esiste. Se escludiamo la prima giunta Bonfigli (assessore Antonio Salis) e la giunta Razzu (assessore Alba Sassu) non c’è mai stato un tentativo serio di programmare un’attività importante per la crescita sociale (ed anche economica) di Sorso.

Purtroppo, e qui sta l’anomalia, c’è un’indifferenza colpevole che non ha spiegazione alcuna considerata la ricchezza culturale di questa comunità. Nel corso degli anni si è visto solo qualche episodio sporadico fine a se stesso e senza seguito quando non si è dato spazio a delle vere e proprie castronerie. Resta il fatto che noi sorsesi ci impegniamo molto per cancellare ogni traccia della nostra memoria. I pochi che resistono e si oppongono a questa logica assurda sono delle mosche bianche da omaggiare per qualche secondo e subito dopo relegare nel dimenticatoio.

“Nessuno è profeta in patria” è un classico ovunque ma a Sorso ha raggiunto la sua espressione più alta. Eppure ci si potrebbe fare un volume di Pagine Bianche con l’elenco delle personalità sorsesi, compresi quelli che, pur essendo nati altrove, a questa comunità hanno dedicato impegno e passione.

Una specie di piccola Atene: Giovanni Baraca, Andreuccio Bonfigli, Antonino Borio, Giuseppe Borio, Gerolamo Cappai, Antonio Catta, don Giuseppe Chelo, Salvatore Cottoni, Francesco Dedola, Salvatore Farina, Lorenzo Giordo, Giuliano Leonardi, Pietro Antonio Manca, Telesforo Manca, Giannetto Masala, Pasquale Marginesu, Pietro Marogna,  don Giuseppe Piras, Luigi Polano, Ignazio Secchi, Rosa Sechi Colacino (Secol),  Francesco Sisini, Giorgio Sisini, Anton Paolo Tanda, Ausonio Tanda, Francesco Tanda,  Antonio Tedde, per citare solo alcune personalità  scomparse e di sicuro ne sto dimenticando qualcuna.

Poi ci sono gli artisti, gli studiosi, gli scrittori viventi. Sono tanti ma volutamente ignorati dai nostri concittadini che  preferiscono l’erba del vicino, notoriamente sempre più verde.

Il professor Tanda da qualche anno  cerca udienza presso le varie amministrazioni comunali con una serie di proposte interessanti. Ne cito una sola: il recupero della sua casa in via Umberto per la costituzione di una pinacoteca che raccolga le opere di tutti i pittori sorsesi. Servono mezzi finanziari, non v’è dubbio, ma serve soprattutto la voglia di operare in questo settore così affascinante e ricco di prospettive anche economiche. Perché malgrado l’opinione dell’ex ministro Tremonti la cultura crea lavoro e ricchezza. Invece tante belle parole, tanti complimenti e tanti bla-bla  “sull’importanza della cultura”.

E allora perché mi sorprendo se il sorsese Nicola Tanda si rivolge a Ozieri, dove è cittadino onorario, per non disperdere il suo e il nostro patrimonio?

 

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don Andrea Gallo,il prete “umano”

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Andrea Gallo nasce a Genova il 18 Luglio 1928. Fin da piccolo fu attratto dalla spiritualità dei salesiani di Giovanni Bosco tanto che nel 1948 entrò nel loro noviziato di Varazze, proseguendo poi a Roma gli studi liceali e filosofici. Fin dall’adolescenza, fece sua la dedizione di don Bosco di vivere a tempo pieno con gli ultimi, i poveri , gli emarginati.

Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici. Il clima per lui insopportabile della dittatura che vigeva in Brasile, lo costringe a ritornare l’anno dopo in Italia, ad Ivrea, dove prosegue gli studi e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959. Un anno dopo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori in cui introdusse una impostazione educativa diversa, dove fiducia e libertà tentavano di prendere il posto di metodi unicamente repressivi; i ragazzi parlavano con entusiasmo di questo prete che permetteva loro di uscire, poter andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.

Senza fornirgli alcuna spiegazione dopo tre anni i superiori salesiani lo rimuovono dall’incarico e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese: “la congregazione salesiana, dice Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”.  Successivamente viene inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere: due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito” per ordine del Cardinale Siri. Un normale avvicendamento di sacerdoti a prima vista, ma non vi furono dubbi per nessuno: “La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale perché, si diceva, i suoi contenuti ‘non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti ”

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Nella parrocchia del Carmine don Andrea fece scelte di campo con gli emarginati e la parrocchia divenne un punto di aggregazione di giovani e adulti, di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà per i più poveri, per gli emarginati che trovano un fondamentale punto di ascolto, e per la sua chiara collocazione politica, divenne un punto di riferimento soprattutto per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non.

L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un incidente verificatosi nel corso di una predica domenicale: nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia del quartiere: Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nella propria predica che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”.

Qualcuno disse che Andrea era oramai sfacciatamente comunista e le accuse si moltiplicarono affermando di aver passato ogni limite: la Curia decide per il suo allontanamento dal Carmine.
Questo provvedimento provoca nella parrocchia e nella città un vigoroso movimento di protesta ma, la Curia, non torna indietro e il “prete scomodo” deve obbedire: rinuncia al posto “offertogli” all’isola di Capraia che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato.

Lasciare materialmente la parrocchia non significa per lui abbandonare l’impegno.
Qualche tempo dopo venne accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo diede vita alla sua comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto. Da allora si è impegnato sempre di più per la pace e nel recupero degli emarginati, chiedendo anche la legalizzazione delle droghe leggere: nel 2006 si è fatto multare, compiendo una disobbedienza civile, fumando uno spinello nel palazzo comunale di Genova per protestare contro la legge sulle droghe.

Muore a Genova il 22 maggio 2013

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don Andrea Gallo e la sua instancabile lotta nonviolenta

Testimonianza raccolta da Fulvio Renzi il 28 settembre 2012 presso la Comunità San Benedetto al Porto a Genova, durante le riprese di Restiano Umani – The Reading Movie (www.restiamoumani.com), il film della lettura integrale dei 19 capitoli del libro Gaza – Restiamo Umani scritto da Vittorio Arrigoni e a cui Don Gallo ha partecipato nella lettura di uno dei capitoli.

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«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.

Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.

Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.

La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.

Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.

Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»

Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.