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Quella tragica e devastante alluvione del 1967 a Sorso

Premessa

di Piero Murineddu

Le catastrofi naturali non sono certamente una novità di oggi, ma in questi tempi – tragici per tanti altri motivi – a causa anche degli stravolgimenti climatici dovuti in parte al “progresso” forsennato che si vuole raggiungere costi quel che costi, le catastrofi idrogeologiche stanno diventando ormai appuntamenti che si ripetono a scadenze sempre più ravvicinate, e  quanto è accaduto lo scorso maggio in Emilia Romagna e ancor più recentemente quell’infinitivamente più luttuoso in Libia, ne sono tristissima prova.

Nel tempo, le alluvioni non hanno risparmiato neanche la Romangia, territorio alle porte del capoluogo Sassari. Si ricorda per esempio quella del giugno 2014, che oltre i vari danni causati a Sorso paese, ha spazzato via il ponte del fiume Pedrugnanu sulla litoranea, quel tratto di strada in cui il traffico automobilistico dopo nove anni è ancora regolato dal semaforo, e questo nonostante i  lavori – iniziati in ritardo a causa di autorizzazioni che non arrivavano e mancanza di pareri vincolanti del Genio civile – secondo la dichiarazione di un rappresentante dell’ Amministrazione Pubblica, dovevano concludersi in 18 mesi,  Ma vabbè, come si sa, la pazienza è la virtù dei…rassegnati.

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Il fermo immagine di un video amatoriale che dà un’ idea delle piogge torrenziali che in quel giugno 2014 travolsero Sorso

 

Per i più anzianotti di noi comunque, a Sorso è la catastrofe alluvionale del 1967 quella che è rimasta maggiormente  impressa nella memoria. Maggiormente e tristemente, dal momento che in quella circostanza ci furono anche delle vittime.

Ho chiesto di parlarne a due testimoni diretti.

Maria Antonietta Foddai, allora appena 6enne, nell’ occasione perse i due “nonni” Lucia e Salvatore, in realtà zii del babbo Antonino, preso a “figlio d’ anima” dalla coppia senza eredi naturali in quanto, facendo parte di una famiglia numerosa, ancora in tenera età aveva perso la propria mamma. Col tempo, le tre sorelline Foddai, Lucia, Elena e appunto l’ autrice del racconto che andiamo a leggere, coi genitori Antonino, venuto a mancare nel luglio del 2000 e di cui merita parlarne in una prossima occasione, e mamma Costanza, oggi quasi 90enne e grazie a Dio autosufficiente, vissero insieme a quelli considerati a tutti gli effetti nonni in via Sant’ Anna al civico 6, dove purtroppo avvenne la tragedia.

Il secondo testimone è Salvatore Delogu, che visse l’ evento, per Sorso molto catastrofico, quando aveva 14 anni, bloccato in campagna insieme al nonno che continua a chiamare affettuosamente “Marandra“, uno dei nomignoli che nel passato si davano per motivi più svariati, al fine di distinguere le varie famiglie con lo stesso cognome.

Anche la vicina Sennori fu colpita naturalmente dall’alluvione, ma oltre l’accenno fattomi dall’amico Giuseppe Murineddu, al tempo vice parroco in paese, che si mobilitò insieme ad un gruppo di giovani per spalare fango nelle strade, per ora non mi sono occupato di raccogliere altre testimonianze.

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I miei nonni morti per salvare l’ intera famiglia

di Maria Antonietta Foddai

Il 18 settembre 1967 avevo sei anni. Questa data è rimasta impressa in modo indelebile nella mia storia e in quella della mia famiglia. Quel mare dentro casa, la mia figura di bambina che cammina con l’acqua fino al petto, gli oggetti rubati al mobilio e diventati macerie che galleggiano sono ricordi e immagini stampate a colori nei meandri della mia memoria.

Il colore che prevale nei miei ricordi è il giallo dell’acqua, sporcata dal fango del cortile esterno e da lì corsa prepotentemente verso
l’interno e dentro le stanze del piano terra.

Nella tarda mattinata di quel giorno un nubifragio imperversò su Sorso e provocò l’alluvione in cui i miei nonni paterni Lucia e Salvatore persero la vita e in cui io e il resto della mia famiglia rischiammo di morire.

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Oltre me e i miei nonni, in casa erano presenti le mie due sorelle, mia madre e mia cugina di 18 anni. Mio padre era invece a Porto Torres per lavorare. Riuscì a tornare a casa solo alla fine della bufera con grande difficoltà, dal momento che molte vie di accesso al paese erano state chiuse con posti di blocco delle forze dell’ordine.

Al suo rientro, ci accorgemmo che era in stato confusionale, come spesso avviene in queste circostanze.Nell’imminenza dell’accaduto qualcuno gli aveva dato la notizia in modo tragicamente distorto, riferendo che tutta la famiglia era stata trasportata via dalla piena.

In realtà, in pochi attimi i miei nonni, insieme a mia madre, presero in braccio noi bambine per metterci in salvo, portandoci al piano superiore. Loro, purtroppo, tornarono immediatamente di sotto con l’intento di tenere aperta la porta principale per far defluire l’acqua che entrava dal cortile, verso
l’esterno della casa.Quando anche mia madre scese al piano terra loro non c’erano più.

Il corpo di mio nonno fu avvistato a cento metri dall’abitazione, incastrato tra la spaccatura dell’asfalto. Mia nonna venne trascinata dall’acqua fino alla metà di via Umberto.

Fu raccolta da una pala meccanica che aveva già iniziato a spalare il fango. Era ancora viva, ma morì otto giorni dopo in ospedale per le gravi conseguenze traumatiche subite.

Io oggi posso dire che due nonni sono morti per salvare tutta la famiglia.

In breve tempo la nostra casa fu invasa dalle forze dell’ordine, dai vigili del fuoco e da tante persone del vicinato che offrivano aiuto e solidarietà. Ricordo molta tristezza e una lacerante disperazione nei volti dei miei genitori e degli altri adulti.

Quanto a me, per l’ età che avevo non potevo realizzare né mettere a fuoco l’entità del danno e neppure capire che i miei nonni, con i quali fino ad allora avevo condiviso le mie giornate, non sarebbero più tornati. Avevano sempre vissuto con noi – loro al piano terra e noi al primo piano – e trascorrevamo insieme la maggior parte del nostro tempo, visto che dal pianterreno avevamo facile accesso al cortile in cui poter giocare. Anche quel
giorno eravamo lì.

Da quello stesso cortile, in un pomeriggio di settembre, arrivò con furia l’onda che
li trascinò via, e solo un’impresa eroica avrebbe potuto salvarli.

Di nonna Lucia e nonno Salvatore mi resta il ricordo delle loro coccole e della loro casa, confortante e caldo rifugio per me e le mie due sorelle. Come solitamente fanno coi  nipotini, erano sempre pronti a proteggerci e viziarci quando nostra madre ci inseguiva per sculacciarci dopo qualche marachella.

Delle vicende del paese e di cosa successe quel giorno ad altre famiglie non so granché, se non qualche racconto riferitomi in seguito. Uno di questi mi aveva colpito particolarmente, a tal punto che si era impresso nella mia mente come la storia esemplare dell’impresa eroica che tanto avrei desiderato capitasse ai miei nonni.

Giovanni Maria Doro era un sarto di mezza età che abitava accanto a noi con la madre ultranovantenne. Schivo e scorbutico, non era certo ai miei occhi una persona particolarmente simpatica.

Il giorno dell’alluvione anche la sua casa si era allagata e lui era riuscito a prendere in braccio la sua mamma anziana e a sistemarla sopra un armadio. Quella nonnina era riuscita a salvarsi grazie alla prontezza e all’audacia di suo figlio e con mia grande sorpresa un uomo antipatico si era da allora trasformato ai miei occhi in un supereroe, lo stesso che – pensavo – era purtroppo mancato ai miei nonni, portati via dalla bufera.

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Ancora oggi ricordo con terrore gli avvenimenti di quel lontano giorno

di Salvatore Delogu

La mattina del 18 settembre del 1967 io e nonno Malandra  andammo in campagna. Giornata ancora estiva, nulla lasciava presagire quello che poi sarebbe successo.

A lu Padru, nonno aveva una casetta, dove in seguito l’Enel ci costruì di fronte la cabina elettrica.

Sbrigati alcuni lavori, nonno preparò un pranzo veloce di quello che la campagna offriva in quel periodo. Subito dopo aver pranzato, si appisolò su una brandina, mentre io rimasi fuori a giocare.

Nel primissimo pomeriggio i primi lampi e tuoni,accompagnati da dei goccioloni che mi costrinsero a rientrare dentro casa. Svegliai in fretta nonno, che mi tranquillizzò dicendomi che presto sarebbe passato e che comunque dovevamo aspettare che smettesse di piovere, mentre in lontananza si iniziavano a vedere campi allagati.

Terminato di piovere, potemmo finalmente rientrare in paese. La strada verso La Marina era diventato un fiume in piena. La zona “l’Ippoiu”, subito dopo le Magnolie, era un lago con tanti contenitori e bidoni che galleggiavano.

La mia e altre famiglie avevano messo su casa nella parte bassa di via Tibula, non ancora asfaltata. La piena che da Sennori era scesa lungo via Umberto e via Tibula si portò dietro la fogna e la terra,  provocando enormi voragini. Gli orti di mio zio completamente allagati. Fortunatamente, la nostra casa fu una delle poche dove non  entrò una goccia, per cui molti vicini trovarono rifugio da noi.  Antonino Sanna, nostro dirimpettaio, si diede un gran da fare trasportando gente sopra il suo trattore. La  piena aveva travolto in modo disastroso alcune case, provocando anche delle vittime,  La fabbrica di conserve nei pressi del lavatoio distrutta, il ponte sulla strada per Castelsardo insieme alla  casa rossa ugualmente. Stessa sorte per il ponte sulla Sorso – Marina, del cui asfalto era rimasto ben poco.

Ancora oggi ricordo con terrore quel drammatico giorno.

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A prete Patriciello le critiche al Governo appaiono inopportune

di Piero Murineddu

Come sappiamo, il/la presidente del Consiglio si è recata a Caivano a seguito di uno dei tanti tristi fatti che la gente del posto subisce, in continuazione e da troppo tempo.

Per l’ occasione, Meloni, accompagnata da autorevole e ben armato seguito, si era incontrata con un prete che, evidentemente, non si limita a celebrare Messa e ad amministrare battesimi, prime comunioni e sacramenti a seguire, ma non fa mancare la sua presenza e la sua voce per fare in modo che chi da quelle parti risiede viva il più serenamente possibile

Il suo nome è Maurizio Patriciello, prete diocesano che preferisce farsi dare del “padre” perché  “don” richiama troppo i boss della malavita organizzata. Un abbraccio aveva suggellato l’ impegno da parte della premier che la zona sarebbe stata bonificata.  BO – NI – FI – CA – TA.

E difatti dopo qualche giorno sono arrivate centinaia di uomini e donne in divisa, con la faccia cattiva e col coltello tenuto tra i denti per far sentire la  “presenza” dello Stato. Lo “spot” governativo era così evidente che in molti “si son permessi” di muovere qualche legittima critica.

Non è passato molto che il riposo notturno dei caivanesi è stato disturbato da bum bum sparati in aria da probabili bulli spaccamontagne che volevano forse far sapere in giro che loro non avevano paura di tutto quel dispiegamento di forze. Prete Maurizio, comprensibilmente, non ha mancato di convocare la stampa e i media per dare risalto al fatto, cogliendo l’ occasione per “rimproverare” chi si era permesso di muovere critiche contro questo governo in quanto, secondo lui, finalmente lo Stato “si vede” nelle strade della città di quasi 36 mila abitanti, dove vi sono poco meno di una quindicina di piazze in cui quotidianamente lo spaccio è del tutto normale.

Qualche giorno dopo su avvenire.it avevo letto un articolo molto piccato di Maurizio, oggi credo 68ene, divenuto prete dopo aver dato un passaggio in auto ad un frate il quale probabilmente, parlandoyparlandoyparlando durante il tragitto, ha convinto il giovanotto allora paramedico dell’importanza di guardare in Alto e non solo in basso, e che magari, così facendo, avrebbe riempito meglio la sua vita.

Che fa il vescovo dopo la sua ordinazione? Manda il neo prete direttamente nel quartiere Parco Verde di Caivano per farsi le ossa. E le ossa se le ha talmente fatte che dal 2022 prete Maurizio è costretto a girare con la scorta perché  minacciato di morte dalla Camorra. Ancora prima, aveva la mania di denunciare pubblicamente chi, nella vasta zona napoletana, rendeva l’ aria di tutti irrespirabile a causa degli incendi appiccati volutamente a discariche e rendere noto l’interramento illecito di sostanze altamente inquinanti. Un suo fratello è rimasto vittima di una delle malattie che il respirare queste sostanze tossiche provocano.

Ancora, nel 2013 il suo nome è  risuonato nelle cronache di tutt’ Italia perché, recatosi dal prefetto per denunciare appunto questi continui e pericolosi roghi su cui aveva scritto anche un libro, prete Maurizio non aveva dato dell’ “Eccellenza” a sua signoria prefettizia. Apriti cielo. Le urla del rappresentante ufficiale dello Stato si erano sentite addirittura a casa mia, che abito aldiquà del Tirreno. Basterebbe questa simpatica scenetta per rendermi assai stimabile prete Maurizio.

Alla prima “calata dello Stato” ne è seguita un’altra, di cui i video dell’ Ansa ci hanno fatto vedere le numerose auto ben allineate e schieramento di omoni e donne in divisa, la solita faccia cattiva e con le braccia ai fianchi. Nel mentre Mattarella presidente ha firmato l’ennesimo decreto – quella decisione presa urgentemente dal Governo perché non c’ è tempo per discutere in Parlamento, dove si parla parla forse sempre più inutilmente, il da farsi – chiamato proprio decreto Caivano, che prevede – sia lodato sinceramente Iddio. Amen! – “misure di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile”, con l’ aggiunta di “sicurezza dei minori in ambito digitale”, cosa quest’ ultima da vedere come verrà attuata.

Il signor Vincenzo De Luca, l’ altro simpaticone presidente di Regione, non ha fatto mancare il suo incoraggiamento a far stazionare permanentemente pattuglie e sorvegliare le strade con videocamere. A prete Maurizio, visto il clamore del tutto, è stata rafforzata la scorta armata.

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Ieri, sabato, uno dei vari quotidiani in cui si scrive sulla tastiera usando unicamente il ditino della mano Destra e tenendo lo sguardo fisso sulla stessa direzione, ha riempito  buona parte della prima pagina con la foto del prete che loda l’ operato di Meloni e compagnia. Ecco, evidentemente, in mezzo ad altri preti  “comunisti” (orrore!), anche loro, gli scribacchini destrorsi di costituzione mentale portavoce del potere più che giornalisti ragionanti, hanno trovato il loro simbolo da esibire, cosa che  a prete Maurizio, almeno credo e spero, non faccia molto piacere.

Come sempre, a ciascuno il suo giudizio. Io, giusto per fermare quest’ informazione che da un giorno all’ altro corre talmente veloce che non fai in tempo a leggere una notizia che è già diventata roba sorpassata e dimenticata, riporto un articolo nel quale si ribadisce il sacrosanto diritto di criticare e a seguire, un altro scritto dallo stesso Patriciello pubblicato su Avvenire in cui,sempre riguardo all’argomento, si rivolge direttamente a Roberto Saviano, dicendogli che sbaglia, sbaglia e continua a sbagliare, a iniziare da quella serie televisiva ispirata da un suo libro, che avrebbe, secondo prete Maurizio, gravemente nuociuto alla gioventù del luogo con gli ormoni in subbuglio e la pistola, presa chissà dove, nella fondina

Buona domenica, e se hai voglia, buona lettura

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Caro Don Patriciello….

di Ciro Pellegrino

A Maurizio Patriciello vogliamo tutti bene. O quasi: visto che è sotto scorta è evidente che il don qualche nemico ce l’ha. Ma i suoi nemici non sono nelle schiere di chi ha criticato l’azione del governo in carica, non sono fra coloro che hanno contestato l’invio di 400 agenti e militari una mattina a Caivano, nel Parco Verde, per una operazione-spot che passerà alla storia per aver individuato un allevamento abusivo di scoiattoli.

Scrive il parroco del Parco Verde, forse stanco ed esasperato per l’atto di sfida dell’Antistato che di notte si è presentato armi in pugno, lì dove qualche giorno prima era passato mezzo governo a garantire sicurezza e tolleranza zero:  «E voi tutti che avete criticato le forze dell’ordine e l’intervento del governo, vergognatevi».

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Non siamo noi a doverci vergognare, caro don Maurizio, coraggioso avamposto di fede e speranza immerso nel nulla. Chi critica esercita un diritto fondamentale dello Stato in cui viviamo: rivendichiamo il nostro diritto a farlo.

I rifiuti, Bagnoli e ora Caivano: per ogni guaio di Napoli è pronto il commissario di governo
Non è chi contesta questo spot del governo Meloni ad aver lasciato Caivano, l’ex Iacp e il Parco Verde in quarant’anni di solitudine scoprendo poi che questa dimenticanza, questo colpo di penna a cancellare una zona intera dell’hinterland napoletano avrebbe generato mostri.

Tu ti arrabbi, don Maurizio. E dici: «Se avete il coraggio, venite voi ad abitare con i vostri figli al Parco Verde».

Di nostri fratelli in pena ce ne sono al Conocal di Ponticelli, alla 219 di Melito, alle palazzine di Marigliano, alle Salicelle di Afragola, al rione Traiano di Pianura. E ancora: al rione Sanità, ai Quartieri Spagnoli, al Pallonetto di Santa Lucia, al Cavone di piazza Dante. A Forcella, a Miano, a Piscinola, al Vasto. Mille periferie dentro e fuori le mura della città, mille problemi diversi.

Se tutti ragionassero così cosa accadrebbe?

Caro Don Maurizio, chi ti è stato accanto nella battaglia contro la Terra dei Fuochi – da cronisti ascoltiamo ancora le voci, dopo anni, perché non riteniamo del tutto risolto il problema – non capisce questa posizione.

C’è chi è vile e non te lo dice in faccia perché, in deficit di idee e soluzioni, preferisce far cadere i tuoi sfoghi nel giro di un post sui social. C’è chi invece preferisce parlar chiaro. E invitarti ad avere più attenzione per chi esprime un dissenso politico rispetto alle decisioni di questo governo.

* Ciro Pellegrino è giornalista, capo servizio di Napoli a Fanpage.it. Insegna Etica e deontologia del giornalismo alla LUMSA.

Caro Saviano…

di Maurizio Patriciello
Sono contento che, ancora una volta, la nostra sofferenza sia servita ad accendere i riflettori sul dramma immenso delle periferie abbandonate a sé stesse. Stavano là da sempre, sotto gli occhi di tutti, uomini semplici e intellettuali, politici, artisti e industriali. Sono contento che i poveri hanno ottenuto – fino a quando e con quali risultati non lo so – di essere ascoltati. Unico nostro desiderio è fare qualcosa di concreto perché i quartieri a rischio, ovunque si trovino, riescano a risollevarsi. Non è facile, gli anni di abbandono pesano. Ma si deve andare avanti, godendo di piccole conquiste. Spronando chi di dovere a fare il proprio dovere.

Che cosa sia avvenuto in questi giorni nella mia parrocchia è sotto gli occhi di tutti. Capisco le reazioni di chi è politicamente schierato sul lato opposto a quello del governo; capisco la mortificazione che invade gli animi dei nostri politici locali, mentre le immagini del nostro paese fanno il giro della penisola; capisco la rabbia di “droghieri e drogati” che al Parco Verde, in questi giorni, non possono espletare i loro affari e soddisfare i loro bisogni.

Capisco ma non condivido le dichiarazioni di Roberto Saviano. Anche lui, come tanti – troppi a dire il vero – cade nella trappola della facile diagnosi. Il fatto è, caro fratello Roberto, che di diagnosi ne abbiamo già tante e non da adesso. Andando a ritroso, non è difficile smascherare i nodi irrisolti, gli imbrogli perpetrati sulla pelle della gente, scovare dove è andato a finire tanto denaro pubblico sprecato in modo inutile e irresponsabile. Debbo fare attenzione, però, perché rischio di cadere anch’io nella larga buca della facile recriminazione. E non è quello che voglio.

Ci conoscemmo, te ne ricorderai, al funerale di un ragazzo, appena quindicenne, ucciso durante una rapina. Povero figlio, era stato trascinato a fare quella cosaccia da un amico maggiorenne. Quell’errore gli costò la vita. Tu, sconosciuto cronista, eri in chiesa. Mi chiedesti un’intervista che facesti confluire poi nel tuo libro Gomorra. Il “Padre Mauro” cui fai riferimento sono io. Da allora ne hai fatta di strada.

Ti ho seguito, non sempre ti ho apprezzato, soprattutto quando hai preso posizione contro la famiglia e a favore dell’utero in affitto, a mio avviso un obbrobrio da fare accapponare la pelle. Ho potuto notare quanto male ha fatto a tanti nostri ragazzini a rischio la serie televisiva Gomorra. Non una volta sola, attraverso la tua pagina, ti ho chiesto di ritornare al Parco Verde, non lo hai mai fatto. Oggi leggo che alla domanda «Quando ha visto il Governo al Parco Verde che cosa ha pensato?» rispondi candidamente: «È la fine di tutto. È la fine di ogni racconto che alla base abbia almeno un brandello di verità…».

Non mi trovo d’accordo, e non certo per motivi di partito. Perché mai la visita del presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, al Parco Verde, dove da sempre, come ha detto il presidente della Regione Vincenzo De Luca, «lo Stato non c’è», dovrebbe essere «la fine di tutto»? Per me prete, che in quel luogo sto consumando la vita, potrebbe essere l’esatto contrario.

Ognuno, certo, può avere le sue legittime opinioni, ma di fronte alle prime avvisaglie di un pur minimo cambiamento non mi sembra un bene cotanto pessimismo. Siamo stanchi e feriti, necessitiamo di ottimismo e di speranza. Abbiamo bisogno di un samaritano buono che ci tenda una mano, non di profeti di sventura che, da lontano, emettono simili sentenze.

So bene, caro Roberto, che cosa ci vorrebbe per far risorgere Parco Verde, Salicelle, Scampia e tutte le periferie urbane. Il fatto è che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. I vari governi che si sono succeduti hanno attraversato tutti gli schieramenti politici, ebbene: nessuno è riuscito a fare il miracolo sperato. Ci sono stati anni in cui il problema veniva ignorato, altri in cui chi stava al potere fingeva meraviglia, altri in cui qualcosa avveniva. Piccole cose.

In questi giorni qualcosa sta accadendo, che cosa lo sanno tutti, te compreso. Che facciamo? Ricominciamo ad andare alla ricerca dell’untore? Va bene, ma intanto la gente muore. O, piuttosto, mettiamo un punto fermo, ci rimbocchiamo le maniche e vediamo di iniziare a porre rimedio?

Tutto qui, caro Roberto. Sono convinto che chiunque voglia un po’ di bene a me e alla mia gente deve avere l’umiltà della concretezza e della verità, e portare, o almeno supportare, soluzioni concrete, fattibili, realizzabili. Ai sogni continuiamo a pensarci noi.

Io sto con Mimmo 30

LE UMANE E GIUSTE VIE
D’ INCLUSIONE COLTE DA

M I M M O    L U C A N O

di Francesco e Marina Tognon (Asiago)

Carissimo Mimmo, permettici di salutarti con tono confidenziale visto che la tua avventura umana ci ha investito come famiglia e ti sentiamo un carissimo fratello in umanità.

La notizia della tua condanna è stata un fulmine a ciel sereno: come immagine che essere fratello con i disperati, gli indifesi fosse reato. Aver interpretato i dispositivi di legge per favorire il soccorso, la vita quotidiana, la crescita umana delle persone dovrebbe essere un merito, non una colpa.

D’altra parte i riconoscimenti che hai ricevuto, soprattutto dall’estero, testimoniano come tu sia sulla strada giusta, capace di intravedere vie di inclusione che altri non erano riusciti a cogliere.

Da lontano, dal nord, ammiravamo la trasformazione di Riace in un punto di riferimento per chi voleva un approccio diverso all’immigrazione, un modo pragmatico, capace di dare risposte positive e innovative. Tu ci sei riuscito.

Nel luglio del 2020, tu non lo ricorderai, siamo venuti a Riace per capire dove si era sviluppato questo esperimento di speranza.I fari non erano accesi su Riace in quel momento, ma tu eri là a testimoniare che quella era la tua vita, la tua missione.

Ci colpì il tuo essere sognatore concreto e non rassegnato. Raccontavi che non potevi dormire tranquillo la sera se c’era una persona, magari una donna incinta, che non aveva un posto dove posare la testa. Tuo compito era trovarle un riparo, un lavoro, una condizione per sviluppare la sua umanità.

Parlavi della tua Riace e del senso del bello che ti apparteneva. Lavoravi per una Riace accogliente, riabitata dopo le emigrazioni, e bella, perchè la bellezza aiuta le persone a far emergere la parte migliore di se stesse.

Potevi in quel luglio del 2020 essere un parlamentare europeo: non sarebbe stato difficile per te. Te lo chiedemmo, ma tu con grande umiltà dicesti che era Riace la terra dove sapevi lavorare in profondità e lottare per un vera inclusione dei migranti. Poi aggiungevi: “Non conosco l’inglese… cosa avrei potuto fare. Il mio posto è qui”.

Era chiaro che eri uomo dai solidi valori e non propenso a sterili compromessi. Eri una persona radicale, non nel senso di non essere aperto al confronto, ma perché incapace di giungere a compromessi con chi non rispettava le persone e i diritti di coloro che erano in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione.

La tua scelta di campo era quella di stare con loro, senza se e senza ma. Non sarà molto, ma con questo scritto vogliamo testimoniare la nostra solidarietà a te e alle persone che ti sono vicine.

In questo momento caro Mimmo noi, nella nostra semplicità di coppia, ti abbracciamo forte e ti diciamo che non sei solo, anzi sei riuscito a risvegliare in noi quei principi di libertà, fraternità, uguaglianza che sono la tua forza morale.

Grazie per quello che hai fatto e ricordati sempre che non sei solo.

Un abbraccio fraterno

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Sempre, in particolar modo all’ inizio dell’anno scolastico

di Piero Murineddu

Ma siii, è importante che nella scuola, quella elementare sopratutto, i genitori possano collaborare con gli insegnanti per la formazione umana e culturale dei propri figli. Ma la posso dire una cosa, una cosettina piccola piccola così? La dico.

Ma noi adulti, almeno all’ anagrafe, cosa che NON prova affatto che siamo cresciuti in altre cose ben più importanti, quant’è che siamo, che siamoooo…diciamo corti di cervello, se non addirittura

P E R I C O L O S I

I M B E C I L L I  ?

 

 

E poi, ci pensano Elio e le storie tese a ribadire che…..

Allora come sempre, grato

di Piero Murineddu

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Il tempo che abbiamo a disposizione è un’opportunità, un insieme di opportunità. Possiamo coglierne il valore o lasciarle cadere nel nulla, sprecandole e dando per scontato che intanto prima o poi si ripresenteranno.

No, se ne presenteranno di diverse, ma non quella che si è sfiorata forse con noncuranza, evitandola di proposito o vivendola senza la necessaria ragionevolezza e attenzione.

Sono i momenti che si succedono uno dietro l’altro che fanno grande l’insieme. Un giorno non sarà mai uguale all’altro, come una opportunità, quella particolare opportunità, rimane per sempre unica e irripetibile.

Come non sentirsi grati per questo? Come non ricambiare questa gratitudine dando la giusta e sufficiente attenzione al momento presente?

Beppe
Piero
Giuseppe
Tonino
Giampiero
Federico
Pierpaolo…..

Si cantava questo nei nostri “Recitals” di allora, con le nostre camice a fiori, i pantaloni a zampa d’elefante, il cembalo dell’ indimenticato Tonino in alto che si sforzava di non essere troppo squillanti, le chitarre a tracolla. I pochi accordi non strafavano mai e i giri di basso di Giampiero erano eseguiti dignitosamente. Contava si la sintonia musicale, ma ancor più dei cuori.

Si cercava di trasmettere ciò che si era. La finzione assolutamente non la si conosceva, allora da giovani come si spera oggi avanti negli anni.

Il tempo, molto tempo, è trascorso. Ciascuno ha seguito la sua strada, ma la GRATITUDINE per quel momento a cui si era data l’attenzione che meritava è rimasta, si è ripetuta e si è moltiplicata.

Cos’ altro può essere considerato più importante nel Cammino della Vita?