E con oggi sono 75 per Alberto

di Piero Murineddu

Dalle mie parti si diceva “pisaddìa” quando al nuovo nato s’imponeva il nome di un famigliare caro, quale nonno/a, un fratellino o sorellina morti prematuramente, uno zio perito chissà dove. E se lu pisaddu era ancora in vita, il suo bel regalone di gratitudine non lo faceva mancare.

Oggi l’usanza é pressoché scomparsa, preferendo le giovani coppie chiamare i propri (pochi) figli con nomi lasciamoperdere.

Vedo che anche altrove, credo specialmente al sud, si usava farlo. Per esempio Nazareno e Salvatore erano i nomi dei nonni di quel discolone di prete santamenre eretico che noi conosciamo unicamente come Alberto, Maggi di cognome, che oggi, venerdì 6, si avvia a percorrere il suo 75esimo anno di vita, speriamo sempre in buona salute e col sorriso sicuramente non forzato sempre ad illuminare il suo volto e quello di chi gli sta davanti. Purtroppo non di quelli che non lo sopportano a motivo di quella mania di ereticare a cui accennavo prima, ma questi sono problemazzi loro.

Il libro di Alberto in cui racconta la prima parte della sua vita, “Due in condotta”, lo tengo sempre nel comodino, ” medicina” efficacissima pronta all’uso, ma a piccolissime dosi, quando mi sento attaccato da uno dei tanti malesseri che la santa e strabenedetta vitaccia provoca.

Mi rileggo il capitolo dedicato alla sua nascita, guardando la foto di Albertino Birboncello che, guardando il pancione di mammá contenente lui stesso in formazione abbracciata teneramente da babbo Alfredo, sembra per niente dispiaciuto dell’incontenibile travaso di bile che da adulto provocherá alla sconfinata destraglia, quella che dalla rispettabile Tradizione prendono il peggio e che rattrista e appesantisce il Messaggio del Maestro….

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ZINGARE E PUTTANE

di Alberto Maggi

“Solo le zingare e le puttane partoriscono in ospedale!”.

La decisione di mamma, di andare a partorire in ospedale, ebbe l’unanime riprovazione di tutto il parentado e le aspre critiche delle sorelle e delle cognate, le quali, per l’occasione, per essere più incisive, adoperarono proprio il termine “puttane”, anziché il più comune zacculone (zoccole), come ad Ancona erano definite le prostitute e le donne dai facili costumi.

A quel tempo si usava ancora partorire in casa, con la levatrice, e sembrava disdicevole andare in ospedale, salvo che non si appartenesse alle categorie sociali più disagiate, come appunto erano le puttane e le zingare. Ma mia madre fu irremovibile, e decise di darmi alla luce presso l’Ospedale civile di Ancona, dove nacqui, verso le cinque del mattino, martedì 6 novembre 1945.

Ero appena nato, che all’improvviso l’ospedale si ritrovò senza corrente elettrica, e rimase completamente al buio.

La città di Ancona stava lentamente risorgendo dalle devastazioni della guerra. I disagi erano tanti, e spesso in città veniva a mancare l’elettricità o l’acqua corrente. Sicché mio padre, per riuscire a vedermi, accese un fiammifero: fu quella la prima luce che vidi nella mia vita.

Quel che restava del fiammifero “svedese”, papà lo conservò per molti anni nel suo portafoglio, sempre vuoto di denaro ma ricco di tanto amore.

Ricordo quando, da piccolino, papà mi mostrava con commozione il fiammifero, e mi diceva: “Con questo ti ho potuto vedere!”.

Poi le mie condizioni di neonato parvero subito preoccupanti: il volto era violaceo per problemi respiratori, e il corpicino preso da tremiti, per cui, appena mezz’ora dopo essere nato, mi fu fatta un’iniezione, la prima delle centinaia che mi sono state fatte fino ai dieci anni di età.

Appena mamma poté lasciare l’ospedale, fui battezzato presso la Parrocchia del Sacro Cuore, gestita dai frati Servi di Maria, da un giovane parroco di nome Bernardino. E mi misero come nome Alberto.

Qui mia madre, che voleva per me il nome Andrea, questa volta dovette cedere, perché le cognate protestarono, dicendo che Andrea, che finiva con la lettera A, era un nome da femmina, e non da maschio, che deve terminare con la O.

Così fui battezzato con il nome di Alberto, e quelli augurali dei miei nonni defunti, Nazareno e Salvatore.

Nel reparto maternità dove era stata ricoverata mamma, c’era una decina di donne, e tra esse due zingare e una puttana.

Mamma, sempre generosa e altruista, si interessò e si prese cura, pur nelle sue condizioni, di queste donne più bisognose ed emarginate, condividendo con loro, per quel che poteva, cibo, corredini, e indumenti.

Le sue cognate, che quando si recavano nel reparto per andare a trovar la mamma, ignoravano le altre partorienti, erano inorridite della tanta confidenza di mamma con quelle donne, ma lei non se ne curava, e così nacque una sorta di complice amicizia tra mamma, le zingare e la puttana.

Una zingara si chiamava Bojana, molto più giovane di mamma, era già al suo terzo figlio. La puttana era conosciuta come “Momo del Casermò”, e nessuno sapeva il numero esatto di figli, tra quelli abortiti e quelli nati.

Era una bellissima siciliana che da Catania era giunta ad Ancona al seguito degli Alleati, e si era sistemata di fronte alla Caserma Villarey (da qui il suo nome d’arte), e la sera, al momento della libera uscita, c’era sempre la fila di soldati, in paziente coda, davanti alla sua abitazione.

Dopo il parto, mia madre, già molto magra, si ritrovò senza latte e non poteva allattarmi, ma non voleva ricorrere al latte in polvere, pensando che prima o poi il latte le sarebbe venuto (e così fu).

Non ci pensò due volte ad affidarmi, per i primi giorni, alternativamente al petto di Bojana e di Momo, che di latte ne avevano in abbondanza: e così, il primo latte che ho succhiato fu quello di una zingara e di una puttana.

Mia madre i primi tempi mantenne con Bojana un contatto, e ogni tanto, di nascosto dal resto della famiglia, riempiva una vecchia valigia di cartone, con indumenti per bambini, e l’accompagnavo al campo, dove i nomadi si erano installati, e ogni volta era una festa, e incontravo Marius, il mio fratello di latte, che dimostrava più anni di me, e non sorrideva mai.

Queste storie me le raccontò mamma quando, dopo molti anni, le chiesi perché, quando andando a scuola, mi fermavo nella pasticceria sotto casa per comprare la “Polacca” (così si chiamano ad Ancona le brioche, in ricordo dell’esercito polacco), e c’era Momo che prendeva un caffè, dopo la notte di lavoro, il volto stanco e il trucco disfatto, e che mi offriva la pasta, dicendo al pasticciere, con la sua voce roca e la sigaretta sempre in bocca: “A maggiolì gliela pago io”.

“Maggiolì”, affettuosa deformazione del cognome, era il nomignolo di famiglia: papà era “maggiola”, mamma la “maggiolina” (l’ho sempre chiamata così), e io ero “maggiolì” e mia sorella anche lei “maggiolina”.

Quando mamma si arrabbiava con me per il mio carattere, non ribelle, ma refrattario a ogni regola, mi apostrofava “Fiòl de sta zingara…!”. Non ricordo mi abbia mai detto “Fiòl de sta zoccola…”.

E con oggi sono 75 per Albertoultima modifica: 2020-11-06T08:27:26+01:00da piero-murineddu
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Commento (1)

  1. Salvatore

    Avevo già letto da qualche parte
    Sono rimasto un po’disorientato
    Sapendo che oggi tutti corrono in luogo sicuro per Partorire cioè in ospedale. Stiamo migliorando mentalmente
    Ciao Piero

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